2021-06-06
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: le posate per servire il pesce
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L’attacco israelo-americano contro l’Iran ha innescato la reazione piccata della Corea del Nord. Ma, al di là della retorica, qual è la vera posizione di Pyongyang su questo dossier?
A prima vista, la condanna del regime di Kim Jong-un sembrerebbe inappellabile. Il governo nordcoreano ha detto che l’offensiva israelo-americana contro Teheran “costituisce un atto di aggressione del tutto illegale e la forma più vile di violazione della sovranità nella sua natura”. Non bisogna del resto trascurare che, nel 2024, Pyongyang inviò in Iran una propria delegazione: il che fece sospettare che, al di là della volontà di diminuire l’isolamento internazionale, Kim Jong-un puntasse a una cooperazione in materia di energia nucleare.
Tuttavia, bisogna fare attenzione. Come recentemente sottolineato da The Diplomat, sia Pyongyang the Teheran hanno sostenuto la Russia contro l’Ucraina, fornendo a Mosca del materiale bellico. Adesso, impegnata con l’attacco israelo-americano, la Repubblica islamica non è più in grado di svolgere questa funzione: il che rappresenta una buona notizia per la Corea del Nord, che ha così eliminato la concorrenza degli ayatollah, rendendosi ancora più centrale per il Cremlino.
Tra l’altro, Mosca ha firmato due trattati con entrambi i Paesi: uno, nel 2024, con la Corea del Nord, e un altro, l’anno scorso, con l’Iran. Ebbene, soltanto il primo prevede che la Russia debba intervenire militarmente al fianco della controparte, qualora quest’ultima subisse un attacco militare. Resta comunque il fatto che né in Venezuela né in Iran Mosca, impegnata nel fronte ucraino dal 2022, si sia granché data da fare per assistere gli storici alleati contro Washington. Il che potrebbe spingere Kim Jong-un a dubitare del sostegno concreto del Cremlino in caso di necessità.
Infine, ma non meno importante, resta sospesa un’incognita sul futuro degli eventuali colloqui nucleari tra Pyongyang e Washington. È ormai chiaro il ricorso dell’amministrazione Trump alla diplomazia coercitiva. Quando la Casa Bianca metterà sotto i riflettori la Corea del Nord, Kim potrebbe avere difficoltà a trovare adeguata copertura non solo dalla Russia ma anche dalla Cina. D’altronde, al netto delle dichiarazioni di facciata, non è che i rapporti tra Pechino e Pyongyang siano attualmente idilliaci. Insomma, la crisi iraniana risulta ambivalente per il regime nordcoreano: gli sta aprendo delle opportunità, è vero, ma anche degli scenari non poco preoccupanti.
Il 9 marzo 1976 una cabina si schiantò per la rottura della fune portante causando 42 vittime ed una sola superstite. L'incidente fu causato da negligenza e imperizia degli addetti. È ancora oggi il disastro funiviario più grave del mondo.
Iniziava a fare buio quel martedì 9 marzo 1976 sulle piste da sci dell’alpe Cermis di Cavalese e la funivia che collegava la località sciistica trentina si preparava alla penultima corsa della giornata. C’era coda per il rientro tra i tanti sciatori di quel giorno di fine inverno, per la mancanza di neve sulla pista di rientro. La cabina, caricata oltre la capienza, si mosse dai 2.000 metri dell’alpe Cermis per raggiungere senza intoppi la stazione intermedia di Doss dei Laresi. Dopo il trasbordo, la cabina che percorreva l’ultimo tratto fino al paese si riempì nuovamente oltre il limite, con 43 persone a bordo al posto delle 41 previste. Alle 17:20, la tragedia. Poco sopra la stazione di valle, appena superato l’ultimo pilone, i testimoni videro la vettura rossa arrestarsi di colpo. Poi, circa un minuto dopo, riprendere la corsa lentamente per qualche secondo ed improvvisamente impennarsi e scivolare all’indietro, accompagnata da un forte boato, per schiantarsi dopo un volo di oltre 100 metri nel vuoto su una radura in località Salanzada. Per i primi soccorritori la scena fu terrificante. Sei corpi sbalzati sul terreno, gli altri aggrovigliati nelle lamiere contorte della cabina, schiacciata dalla caduta e dal pesante carrello. Tra le vittime bambini e adolescenti in settimana bianca, italiani e stranieri, molti dei quali morti dopo l’agonia. Un giovane passeggero, il 19enne bergamasco Daniele Rota, respira ancora e viene caricato su un elicottero, ma arriverà all’ospedale di Trento senza vita. Si salva solo la 14enne Alessandra Piovesana, milanese studentessa del liceo Carducci, in vacanza con la classe. I corpi delle vittime l’avevano protetta e nonostante le gravi fratture a gambe e bacino, sopravviverà. Il bilancio di 42 morti segnò un tragico record, ancora oggi imbattuto: quello della sciagura con più vittime nella storia mondiale degli incidenti sugli impianti a fune. Altri due compagni di Alessandra non sopravvissero, Francesca Alano e Giovanni Diamanti Lelli, con lei nella cabina precipitata. Tra le vittime straniere, 21 tedeschi, 7 austriaci e un francese. Gli italiani morti furono 11, tra cui un’intera famiglia di Venezia.
Lo choc fu fortissimo in tutta Italia. Le cause della tragedia, tutt’altro che chiare. La caduta della cabina era avvenuta a causa della rottura della fune portante (la più robusta delle due presenti) ma il motivo risultava incomprensibile, mentre i tecnici si interrogavano in cerca della verità. Addirittura i media austriaci e tedeschi parlarono di guasti, difetti di manutenzione e persino di un attentato (per una presunta esplosione, rivelatasi in seguito dovuta al colpo causato dalla improvvisa rottura della portante). L'impianto tuttavia era relativamente nuovo, all'epoca aveva solamente 10 anni di esercizio alle spalle e le manutenzioni erano state eseguite regolarmente. La verità emerse nei mesi successivi, grazie al lavoro degli inquirenti e alle confessioni del manovratore di stazione, Carlo Schweizer. La causa dell’incidente fu tutta umana e mise in luce una gravissima negligenza nell’esercizio della funivia. Quel pomeriggio di 50 anni fa, gli addetti all’impianto avevano fretta di smaltire la lunga coda che andava formandosi a fine servizio. Oltre ad aver caricato due passeggeri in più del consentito, fecero scendere la cabina alla massima velocità di 10 m/secondo, disattivando il sistema automatico di rallentamento in prossimità dei piloni. La velocità sostenuta e le oscillazioni dei due cavi in prossimità dei sostegni generarono l’accavallamento della fune traente su quella portante, che fece scattare il dispositivo di arresto automatico dell’impianto come previsto in questi casi. Il dolo avvenne per una sciagurata volontà di far ripartire la funivia in tempi rapidi da parte dei due capiservizio Renato Chisté e Aldo Gianmoena, del tecnico responsabile Arturo Tanesini e dello stesso Schweizer, esecutore materiale della manovra che causò la caduta della cabina. Per mezzo di una chiave (che normalmente avrebbe dovuto essere sigillata ma che veniva usata ugualmente), l’addetto disinnescò il sistema di emergenza entrato in funzione per l’accavallamento delle funi e fece ripartire la cabina verso valle. Pochi istanti dopo la traente, per il forte attrito, tranciò la robusta portante con il cosiddetto «effetto sega», lasciando precipitare la cabina nell’abisso.
Il 17 dicembre 1976 Alessandra Piovesana, ancora con le stampelle, compariva in tribunale a Trento per deporre la sua testimonianza. Il racconto coincideva con quanto i periti sospettavano: l’impianto era ripartito dopo il disinserimento del sistema di sicurezza. Le colpe erano accertate, le pene furono alla fine lievi (3 anni e mezzo a tutti gli imputati ed emerse che Schweizer era sprovvisto del patentino di idoneità).
Ma la pace per la funivia del Cermis finirà ancora bruscamente 22 anni dopo la tragedia del 1976. Praticamente nello stesso tratto del primo incidente, un’altra cabina in discesa precipitò poco prima dell’arrivo a Cavalese. Il 3 febbraio 1998 fu un caccia americano a tranciare le funi dell’impianto, causando altri 20 morti.
Ed il 23 maggio 2021, su un impianto simile a quello del Cermis, un altra terribile sciagura. Sulla funivia Stresa-Alpino-Mottarone, a causa della rottura questa volta del cavo traente con l'atto doloso da parte del personale addetto di avere disattivato il freno di emergenza sulla portante, perirono 14 persone. Anche in questo caso, ci fu un solo superstite: il piccolo Eitan Biran. Proprio come accadde ad Alessandra Piovesana mezzo secolo fa.
Maurizio Belpietro interviene a proposito dell'allarmante vicenda dei Trevallion: «È un sequestro di minori ad opera di uno Stato etico che agisce con la complicità di giustizia minorile e assistenti sociali».
«Si deve votare Sì per dare più diritti ai cittadini e più libertà ai magistrati dai vincoli delle correnti. Con il sorteggio si andrà avanti per merito e non per appartenenza correntizia. Questa è una riforma attesa da 30 anni». Lo dichiara il professor Nicolò Zanon, presidente del «Comitato Sì Riforma», nel corso del forum Ansa.
«Il 99% delle richieste di intercettazioni viene accettato dal GIP, così come la richiesta di proroga delle indagini: c’è un sostanziale appiattimento e il giudice finisce per condividere una cultura di scopo». È quanto afferma, sempre nel corso del forum Ansa Francesco Petrelli, presidente del «Comitato Camere Penali per il Sì».

