2021-06-06
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: le posate per servire il pesce
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Una guerra che durerà fino a maggio, almeno, e un regime change sempre più improbabile per Trump che sperava di chiudere la guerra in poche settimane. Farian Sabahi, scrittrice di origini iraniane, docente all’Università dell’Insubria, ha dedicato la sua vita a studiare l’Iran, ed è convinta che gli Stati Uniti abbiano cominciato una guerra contro un Paese che non era una minaccia.
Dopo l’uccisione di Khamenei, l’Iran ha subito una nuova perdita: la morte del generale Larijani. Ci spiega perché Larijani era un leader così importante?
«Il paragone tra i due è inappropriato. Khamenei era il leader supremo, anche chiamato l’Ali del suo tempo, ovvero il primo Imam dopo l’ayatollah Khomeini. Ali Larijani aveva 67 anni, era nato a Najaf, in Iraq, in una famiglia importante. Times Magazine li aveva soprannominati i Kennedy iraniani. Suo fratello Sadeq presiede l’Assemblea degli Esperti, incaricata di eleggere il leader supremo e di dirimere le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani. Cresciuto in una famiglia di ayatollah, Ali Larijani si era dapprima laureato in matematica e aveva poi conseguito il dottorato in Filosofia occidentale, scrivendo la tesi sul filosofo tedesco Emmanuel Kant. Era un politico di lungo corso. Dal 2005 al 2007 aveva ricoperto il ruolo di negoziatore sul nucleare, dal 2008 al 2020 era stato il portavoce del Parlamento. Ad agosto scorso, il presidente Pezeshkian lo aveva nominato a capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Era in grado di mediare tra i militari più integralisti e le forze politiche. Era un uomo colto, spesso definito un conservatore moderato. La moderazione è, lo sappiamo però, altra cosa, e mal si concilia col fatto che a gennaio Larijani abbia dato ordine di massacrare migliaia di iraniani. Dopo la decapitazione dei vertici di Teheran, il 1° marzo aveva cambiato i toni anche in politica estera, diventando ancora più aggressivo nei confronti di Israele e degli Usa, affermando che “Trump era finito nella trappola di Netanyahu”».
Ma sul lungo periodo può funzionare la strategia israeliana della decapitazione dei vertici del regime? Perché per ogni testa che salta ne spuntano due…
«Non credo possa funzionare perché, come ha osservato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in una recente intervista all’emittente al-Jazeera, c’è sempre qualcun altro pronto a ricoprire l’incarico: la Repubblica islamica dell’Iran ha una solida struttura con istituzioni politiche, economiche e sociali consolidate che non si basa su un singolo individuo».
Oggi il regime change è ancora una strada possibile?
«È possibile, ma non probabile. Per cambiare la teocrazia in modo radicale bisognerebbe invadere l’Iran e mettere fuori gioco non solo l’attuale leadership ma anche le forze armate regolari, i pasdaran e i miliziani basij. L’Iran non è però l’Iraq del 2003: il territorio iracheno è poco meno di una volta e mezza l’Italia, mentre l’Iran è grande cinque volte e mezza l’Italia, il suo terreno è arido, montagnoso, paludoso. Non facilissimo da invadere. Inoltre, se nel 2003 l’Iraq aveva 24 milioni di abitanti, oggi l’Iran ne ha 92 milioni. Di questi, circa 15 milioni rappresentano lo zoccolo duro del regime. Una cifra non buttata lì a caso: sono coloro che avevano votato per il candidato ultraconservatore alle ultime presidenziali, più una ulteriore quota di coloro che avevano scelto Pezeshkian».
L’Iran punta al logoramento degli avversari americani, anche attraverso le conseguenze economico del blocco di Hormuz?
«Di certo il blocco di Hormuz fa crescere il prezzo dell’energia, e fa quindi male a numerose economie, ma non a tutte. Sicuramente all’Europa. Il danno maggiore viene però dal bombardamento israeliano del giacimento di gas iraniano South Pars, a cui l’Iran ha risposto attaccando quello stesso giacimento, ma la parte qatarina. Quel giacimento è, infatti, condiviso da Iran e Qatar. Ora, l’amministratore delegato di QatarEnergy ha dichiarato che potrebbe non essere in grado di garantire le forniture quinquennali a diversi Paesi, tra cui l’Italia. Le forniture di quel giacimento, il più grande al mondo, sono fondamentali anche nella produzione dei fertilizzanti. Dobbiamo quindi aspettarci un aumento rilevante del costo dei fertilizzanti e quindi dei prodotti agricoli. Trump ha chiesto a Israele di non attaccare ulteriori impianti di energia, ma non è detto che Netanyahu gli dia retta».
C’è anche la volontà di portare allo stremo gli altri Paesi del Golfo e di far crescere in loro un sentimento anti occidentale?
«Di certo c’è la volontà della dirigenza della Repubblica islamica di mettere in crisi i Paesi del Golfo, che sono filo Usa e filo Israele (gli Emirati hanno firmato un accordo con Netanyahu). Ma i continui attacchi iraniani verso i Paesi del Golfo stanno facendo crescere non solo l’apprensione araba ma anche i sentimenti anti iraniani. Dopo la guerra, quando questa finirà, l’Iran si ritroverà sempre più isolato».
Il numero uno dell’intelligence americana Tulsi Gabbard ha ammesso: l’Iran non era una minaccia. Lei crede che l’Iran fosse fuori controllo?
«I negoziatori iraniani si erano seduti al tavolo delle trattative, a Ginevra, con le loro controparti statunitensi. Credo che Gabbard avesse ragione quando diceva che l’Iran non era una minaccia. Di certo, non una minaccia immediata. Detto questo, per Israele il pericolo Iran è ovvio, per almeno due motivi: le continue invettive del regime di Teheran, e i finanziamenti di Teheran nei confronti dei suoi proxy regionali (Hezbollah, Hamas, Huthi)».
In Iraq e Afghanistan la guerra è durata per anni, per poi lasciare spazio a conflitti civili e governi ostili all’Occidente. La storia non rischia di ripetersi?
«Purtroppo, sì. Finora nessuno ha accennato alla possibilità di una commissione di riconciliazione nazionale, in caso di caduta del regime. In Sudafrica, dopo la fine dell’apartheid nel 1994, la commissione di riconciliazione nazionale permise di ricostruire il Paese. Per ora, da parte dell’opposizione – in particolare quella monarchica che appoggia Reza Pahlavi – ho soltanto sentito e letto minacce nei confronti di coloro che non sostengono le loro tesi. Persino la Nobel per la Pace 2023 Narges Mohammadi è considerata, dai monarchici, pro regime sebbene sia in carcere in Iran».
Per settimane le piazze in rivolta contro gli ayatollah sono state represse dal regime: gli iraniani ora aspettano l’arrivo dei marines per ribellarsi?
«L’Iran è un grande Paese, con 92 milioni di abitanti. Ovviamente non rappresentano un fronte compatto. Il desiderio di libertà è condiviso da milioni di persone, ma sulle modalità non vi è – ovviamente – una sola posizione. Di certo, i bombardamenti israeliani e statunitensi anche sulle scuole elementari (come quella di Minab che ha ucciso 175 persone, di cui 165 bambine, ndr), sugli ospedali e sui quartieri residenziali lasciano pensare a uno scenario più simile a Gaza che a una “liberazione”».
Lei è figlia di un iraniano e di una italiana, come molti esuli che si sono espressi in queste settimane. Cosa risponde a chi pensa che siate «occidentalizzati» e scollati dalla realtà in Iran perché «lontani»?
«Nessuno mi ha mai accusata di essere scollata dalla realtà: ho dedicato buona parte della mia vita allo studio e alla divulgazione dell’Iran, mantengo contatti molto frequenti con parenti e amici nel Paese e nella diaspora. In ogni caso, non è sufficiente avere passaporto iraniano per poter decifrare una realtà così complessa».
Come vive la popolazione queste settimane di guerra?
«Venerdì 20 marzo gli iraniani e tanti altri nel mondo (curdi, tagiki, uzbeki, azerbaigiani) hanno celebrato il Nowruz, il Capodanno persiano chiedendo per il nuovo anno pace, prosperità e libertà. Anche se la guerra dovesse finire domani, le iraniane si ritroverebbero a vivere in un Paese le cui infrastrutture sono state distrutte dalle bombe israeliane e statunitensi. Ci vorranno decenni prima di poter ripartire. E l’economia, già in ginocchio prima della guerra, sarà del tutto a pezzi. Inoltre, non è detto che Trump e Netanyahu riescano a far cadere il regime. Se la Repubblica islamica dovesse sopravvivere, ci aspetta un ulteriore repressione nei confronti di tutti coloro che sono stati accusati di avere collaborato con Israele».
Quanto pensa che durerà ancora il conflitto in Iran?
«Probabilmente ancora qualche settimana, forse fino a inizio maggio. Dipenderà da molteplici fattori. Dubito che la leadership di Teheran accetti un cessate il fuoco in tempi rapidi. Al momento stanno chiedendo il risarcimento dei danni subiti dall’aggressione israeliana e statunitense. L’impressione è che vogliano infliggere il maggior danno possibile ai Paesi vicini, incluso Israele, e alle basi statunitensi, affinché sia meno probabile un ulteriore attacco nel giro di qualche mese. Dopotutto, non dimentichiamo che la diplomazia iraniana aveva avviato trattative con Washington sia a giugno 2025 sia poco prima dell’aggressione del 28 febbraio».
Qual è il fronte più preoccupante nell’allargamento della guerra?
«Si tratta di fronti molteplici. Qui in Europa badiamo maggiormente alla dimensione economica, e quindi all’aumento esponenziale del prezzo dell’energia e alla conseguente prospettiva di recessione. Ma in Medio Oriente i problemi sono i morti, i mutilati, le famiglie distrutte. Tre milioni e mezzo di iraniani hanno dovuto abbandonare le loro case perché sono state bombardate: pensate se tutti gli abitanti di Roma dovessero andarsene! Queste persone potrebbero varcare le frontiere e bussare alle porte dell’Europa, diventando rifugiati. Non dimentichiamo l’impatto della guerra sui Paesi del Golfo: avevano investito nella finanza e nel turismo, ma sarà difficile tornare indietro e ripristinare l’immagine di Paesi sicuri e lussuosi».
Provate per un attimo a cambiare prospettiva. È un esercizio semplice, in fondo, ma richiede un piccolo sforzo iniziale che non è da tutti. Occorre infatti liberarsi dei condizionamenti e dei pregiudizi che anni di propaganda martellante hanno conficcato nelle menti di chiunque, soprattutto a sinistra ma anche a destra. Provate allora a pensare per qualche istante che l’immigrazione non sia un «fenomeno epocale» e «inevitabile», e che l’accoglienza non sia «una questione di umanità». Si tratta, appunto, di ribaltare il punto di vista, e di ancorarlo alla realtà.
Ci è stato ripetuto fino allo sfinimento che non si può fare nulla per fermare i flussi di stranieri che dall’Africa e dall’Asia continuano ad arrivare in Europa. Ci è stato detto che abbiamo il dovere di abbracciare questi poveri cristi che arrivano in cerca di una vita migliore. Ma la verità - provata dai fatti - è estremamente diversa. La realtà ci mostra che l’immigrazione di massa è una gigantesca macchina che produce morte e sofferenza. Non è un fenomeno epocale o strutturale, qualcosa di fatale, naturale o connaturato all’uomo. Nel modo in cui si manifesta da qualche decennio a questa parte è, al contrario, un fenomeno indotto, deliberatamente favorito per fini squisitamente politici e economici.
I flussi sono «armi di immigrazione di massa», come li ha definiti l’autorevole studiosa americana Kelly Greenhill. A sfruttare queste armi sono gli Stati che utilizzano gli esseri umani come strumento di ricatto o leva politica, e questa è solo una parte tutto sommato superficiale del problema. Scendendo appena più in profondità ci si rende conto che l’immigrazione serve a reclutare quell’esercito industriale di riserva su cui perfino Karl Marx aveva messo in guardia. Un esempio di scuola lo fornisce il caso dei cosiddetti rider: spesso sono stranieri, talvolta stranieri irregolari che sono disposti (o costretti) a sottoporsi a turni massacranti per stipendi da fame e alimentano una economia delle piattaforme di cui non beneficia nessuno se non qualche grande azienda digitale. Se non ci fosse il sistema dell’immigrazione, questo tipo di economia probabilmente non esisterebbe, o comunque sarebbe molto meno invasiva. Invece grazie alla manodopera a bassissimo costo che continuiamo a importare essa è divenuta dominante.
È un piccolo esempio fra tanti, ma mostra il «mondo senza confini» per quello che realmente è: un sistema di sfruttamento dei più deboli. In questa prospettiva, l’immigrazione diviene un male da combattere per evitare che milioni di persone siano sradicate dalla propria terra, siano costrette a sottoporsi a viaggi atroci a rischio della vita per poi finire sulle strade come manovalanza per la criminalità o come massa di sfruttati senza diritti. Ecco, se cominciamo a pensare all’immigrazione in questi termini ci rendiamo conto che spalancare le frontiere e sostenere l’accoglienza senza limiti non sono affatto azioni caritatevoli o umanitarie, anzi sono clamorosi errori che favoriscono il perdurare di un ecosistema mortifero. In questo quadro, a emergere come pratica umanitaria e rispettosa della diversità e dei diritti di tutti è invece la remigrazione.
Se ne parla tanto, da qualche tempo, per lo più a sproposito. Come sempre, chi la propone viene accusato di essere fascista, razzista, addirittura nazista. Martin Sellner, l’autore del libro che tenete fra le mani, viene ogni volta dipinto come una sorta di mostro. Ma basta sfogliare il suo saggio per rendersi conto che non lo è affatto. Egli ripete più volte che razzismo e discriminazione non c’entrano nulla con le sue idee, e che sia vero risulta chiaro a chiunque voglia ascoltare e leggere senza pregiudizi. La remigrazione si basa sulla convinzione che esista un diritto a rimanere in patria e a vivere serenamente nella propria terra, senza essere costretti a lasciare tutto perché non si hanno mezzi sufficienti per vivere. La remigrazione prevede che i popoli dell’Europa non debbano più essere costretti ad affrontare i disagi sociali causati dallo spostamento massivo di orde di uomini che tutti hanno attualmente sotto gli occhi. La remigrazione non consiste nella deportazione violenta o nella persecuzione di chicchessia, anzi prevede un aiuto concreto per chi decidesse di ritornare nella propria terra d’origine. È insomma, un progetto sostenibile, umano, rispettoso. Comprenderlo non è difficile, basta appunto cambiare prospettiva per un attimo, liberarsi dei pregiudizi e delle false credenze che troppo a lungo hanno annebbiato la mente occidentale. Certo, si può sostenere che mettere in pratica la remigrazione sia difficile, se non impossibile. Il punto, però, è che dell’argomento bisognerebbe per lo meno discutere, a prescindere da ogni eventuale approdo politico. Si tratta di una proposta che dovrebbe essere valutata prima di tutto sul piano teorico, affrontata con profondità e attenzione, e poi eventualmente adattata alle diverse sensibilità e circostanze.
Il vero problema è che, finora, è stato praticamente impossibile anche solo affrontare serenamente il tema. I convegni sull’argomento vengono sabotati o impediti con la forza. I promotori del progetto sono costantemente attaccati dai media e subiscono incredibili ingiustizie (è il caso di Martin Sellner, che ha difficoltà pure a mantenere rapporti sereni con le banche). Insomma una riflessione seria è impedita in ogni modo. Il risultato è che sulla remigrazione si sentono per lo più luoghi comuni e falsità, a ogni latitudine. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare il saggio originale di Martin Sellner: per dare a tutti la possibilità di leggere e valutare con la propria testa. Si può ovviamente non approvare la remigrazione, si può discuterla o avere forti riserve in merito. Ma bisogna almeno sapere che cosa sia davvero. E per farlo non vi resta che leggere.
«Questa crisi è peggiore di quella del 1973 che mise in ginocchio l’Occidente e fece triplicare i prezzi del petrolio in pochi mesi pur a fronte di una riduzione di appena il 6% dell’offerta petrolifera mondiale». Matteo Villa, senior analyst dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), fa uno scenario dell’impatto della guerra in Iran sui mercati energetici e le nostre bollette.
«Oggi la crisi di Hormuz impedisce il passaggio al 17% del petrolio mondiale, tre volte tanto, e al 20% del gas naturale liquefatto. È vero, l’economia mondiale è meno dipendente dagli idrocarburi rispetto agli anni Settanta, ma poi non così tanto. Il petrolio resta centrale nei trasporti, il gas per produrre elettricità. Non avvertiamo ancora gli effetti profondi perché la crisi dura da tre settimane, mentre quella del 1973 durò cinque mesi. Ma più passa il tempo, più l’impatto sarà grave».
La reazione di Teheran è stata sottostimata?
«Purtroppo sì. Intendiamoci, le capacità militari iraniane sono state pesantemente indebolite. La marina è di fatto fuori gioco, l’aviazione non è più operativa, e Usa e Israele hanno la quasi completa supremazia aerea. Anche la capacità missilistica è stata significativamente ridotta. Ma è mancata una valutazione di quanto sarebbe stato facile per l’Iran danneggiare le monarchie del Golfo, Israele e l’economia mondiale utilizzando droni da poche decine di migliaia di euro. È una guerra asimmetrica».
Immaginiamo che il blocco di Hormuz duri qualche mese, che accadrebbe?
«I primi a entrare in crisi sarebbero i trasporti aerei e quelli per merci pesanti. Dal Golfo arriva una quota enorme dei cosiddetti “distillati medi”, che sono i carburanti che fanno muovere il mondo. Quasi un quarto di tutto il carburante aereo del mondo transitava da Hormuz. L’Europa importa il 40% del carburante aereo che le serve dal Medio Oriente, e il 25% del suo diesel. Nel frattempo i prezzi alla pompa salirebbero rapidamente. Senza il taglio delle accise oggi saremmo intorno a 1,9 euro al litro, ma tra qualche mese potremmo facilmente superare i 2,5 euro. Poi si avvicinerebbe l’autunno, e il costo del gas, sempre più caro e difficile da reperire, si inizierebbe ad avvertire in bolletta. Sarebbe un nuovo 2022».
Ci sono alternative a Hormuz e con quali i rischi?
«Nel breve periodo sono pochissime e riguardano solo il petrolio, non il gas. L’oleodotto “East-West” in Arabia Saudita, che porta petrolio dal Golfo Persico ai porti del Mar Rosso, e un altro oleodotto più piccolo dagli Emirati Arabi Uniti verso l’Oceano Indiano. Ma bastano solo per rimpiazzare un terzo del petrolio che abbiamo perso. Intanto l’Agenzia internazionale per l’energia sta coordinando il più grande rilascio di scorte strategiche di petrolio della storia, 400 milioni di barili. Questo aiuta nel breve periodo, ma crea un problema: più la crisi si prolunga, più il fatto di aver già intaccato le riserve aumenta l’ansia dei mercati. Il vero rischio è proprio questo: passare da un mercato ancora relativamente “calmo” a uno improvvisamente instabile, con effetti che potrebbero esplodere».
Come stanno reagendo gli altri Paesi dell’Asia?
«Nell’immediato sono i più colpiti, perché lì già cominciano a scarseggiare i barili. La Cina ha reagito per prima e in modo più drastico, con il blocco delle esportazioni di diesel e benzina. Giappone, Corea del Sud e diversi Paesi più piccoli hanno introdotto restrizioni all’export. In alcuni casi si è già arrivati al razionamento: nelle Filippine e a Singapore, per esempio, con limiti alla circolazione e restrizioni energetiche negli uffici. È un’anteprima di ciò che può succedere altrove se la crisi continua».
Questo conflitto cambierà gli equilibri geopolitici?
«A livello strategico, cioè nel rapporto tra Stati Uniti e Cina, è ancora presto per trarre conclusioni. Dimostra al mondo la vulnerabilità americana, ma anche la capacità degli Usa di colpire da lontano. Soprattutto, è una lezione sulle guerre asimmetriche: quando l’attore più debole si prepara per anni, può colpire in modo sproporzionato (basti pensare alla differenza tra Iran e Venezuela). In questo senso per Pechino è un secondo segnale, dopo l’Ucraina, che i conflitti non seguono mai i piani, e che un’eventuale invasione di Taiwan potrebbe avere costi più alti del previsto. Per l’Europa, invece, è l’ennesimo promemoria: in un mondo in cui prevale la legge del più forte e tornano a contare gli eserciti, siamo marginali».
In questa guerra dell’energia chi vince?
«Perdono tutti, tranne poche eccezioni. La principale è la Russia, che prima della crisi stimavamo avrebbe visto i suoi ricavi energetici in continuo calo. Oggi invece, con prezzi così alti, Mosca potrebbe incassare fino a 50 miliardi di euro in più entro fine anno. Il motivo è che la Russia si trova nella posizione perfetta: il suo petrolio è simile a quello mediorientale, ideale per produrre diesel e carburante aereo che oggi scarseggiano, ed è tra i maggiori produttori di gas del mondo».
Pechino che ruolo sta giocando?
«Per ora gioca di sponda. È una strategia coerente per una potenza che non ha mai proiettato stabilmente la forza militare fuori dalla propria regione e che preferisce sostenere indirettamente i propri alleati, dalla Russia all’Iran. La Cina è profondamente pragmatica, si potrebbe persino dire brutale: sei mio alleato fino a quando mi servi, non per sempre».
A questo punto dovremmo riallacciare i rapporti con la Russia per acquistare gas?
«Di sicuro aumenteranno le pressioni perché questo accada. Pensate al paradosso: l’anno scorso i governi europei hanno scritto nero su bianco in leggi dell’Ue che non compreranno più una molecola di gas russo entro la fine del 2027 (era il 45% nel 2021, ma oggi è ancora il 12% di ciò che consumiamo). Ma questa crisi rende meno affidabili altri fornitori cruciali, soprattutto il Qatar. Se la situazione dovesse continuare a lungo, la tentazione di riaprire almeno in parte ai flussi russi diventerà molto concreta».
Va rivista l’agenda green?
«Sta già avvenendo. Bisogna accelerare là dove oggi la transizione conviene: solare e batterie».
Il conflitto ridisegna la mappa dei nostri fornitori energetici?
«Difficile. Il conflitto ci ricorda che petrolio e gas hanno ancora un ruolo cruciale nell’economia mondiale, e che per gli idrocarburi le alternative a disposizione restano limitate. È un invito a osservare il mondo con meno ideologia, e più pragmatismo».
La Digos della Questura di Catania ha arrestato Giuseppe Sciacca, 47 anni, ritenuto esponente di spicco dell’area anarchica, in cui è noto come il «bombarolo», in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso il 13 marzo dalla Procura generale di Torino. Deve scontare una condanna definitiva a 4 anni e 5 mesi di reclusione emessa dalla Corte d’Assise d’appello del capoluogo piemontese, confluita in un provvedimento di determinazione delle pene concorrenti del settembre 2025.
Sciacca, catanese, è stato condannato nell’aprile del 2024, nel processo scaturito dall’inchiesta «Scintilla», per violazione della legge sulle armi per la fabbricazione di un ordigno. È stato arrestato dalla Digos di Catania la sera del 21 marzo al suo ritorno da Roma. Dopo la notifica del provvedimento, è stato condotto in carcere. Tra i suoi trascorsi, il fermo nel 2004 per il lancio di due bottiglie incendiarie contro il portone della stazione dei carabinieri di Piazza Dante.

