2021-06-06
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: le posate per servire il pesce
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Alberto Mingardi, direttore generale dell’istituto Bruno Leoni: perché in Italia la patrimoniale torna sempre di moda?
«Perché quando parliamo di patrimoniale non parliamo di fisco. La patrimoniale è un osso che la sinistra lancia ai suoi militanti. Trasforma un problema complicato - far tornare i conti - in una favola con un cattivo già pronto. Non c’è un problema di qualità ed efficienza della spesa pubblica, non bisogna ragionare su quale dev’essere il perimetro dello Stato. C’è la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno, basta andarla prendere…».
Crescono le disuguaglianze, possiamo restare a guardare?
«Possiamo, intanto, evitare di scambiare uno slogan per un dato. I rapporti Oxfam, che segnalano ogni anno l’aumento delle disuguaglianze, misurano la ricchezza netta, e quella misura ha un difetto comico: il giovane medico americano che si è indebitato per fare la scuola di specializzazione, e che quindi ha un patrimonio netto negativo, risulta “più povero” del contadino del Nepal che mangia quel che coltiva ma non ha debiti. Concentrare l’attenzione sulla quota di patrimonio detenuta dal 5% dice poco su come stia il 95%. Se il 95% sta meglio, è davvero un problema se il 5% ha un patrimonio con tantissimi zeri? I patrimoni non crescono per caso: aumentano se quelle risorse sono impiegate in attività produttive. Se diventano capitale per imprese che producono beni e servizi che servono alle persone, e che danno lavoro ad altre persone…»
L’economista francese Zucman propone di tassare al 2% i patrimoni sopra i 100 milioni.
«La proposta Zucman è stata approvata dall’Assemblea nazionale nel febbraio 2025 e poi respinta dal Senato nel giugno successivo, e di nuovo bocciata in autunno. Se la importassimo da noi, il gettito sarebbe una frazione di quello sbandierato - in Francia le stime serie dividevano per quattro o cinque quelle dei sostenitori. Chi detiene grandi capitali di solito ha meno problemi a spostarsi o a costruire strumenti societari che gli consentono di proteggersi. Inoltre, colpirebbe il capitalismo familiare, la spina dorsale produttiva italiana: quando la gente legge “100 milioni di patrimonio” pensa ai megayacht. Molto spesso quei 100 milioni sono il pacchetto di controllo di un’azienda manifatturiera illiquida. Il fatto stesso che Zucman debba prevedere una exit tax di cinque anni per chi espatria è emblematico: è una tassa che funziona solo se si stende un recinto per non far scappare i tassati».
Però in Italia il fisco colpisce più il lavoro che la ricchezza: non serve un riequilibrio?
«Il cuneo fiscale è tra i più pesanti dell’area Ocse. Ma la stessa parola “riequilibrio” nasconde l’assunto che il totale prelevato debba restare al medesimo livello, dunque per togliere di qui bisogna aggiungere di là. Se il lavoro è tassato troppo, cerchiamo di capire come è possibile abbassare le tasse sul lavoro (spoiler: riducendo la spesa pubblica). Non bisogna mai dimenticare che il patrimonio è reddito che è già stato tassato quando veniva prodotto e che qualcuno ha scelto di non consumare. Tassarlo significa disincentivare il risparmio, come spiegava Luigi Einaudi».
Si bada più al prelievo che alla ragionevolezza della spesa?
«È la madre di tutte le rimozioni del dibattito italiano. Parliamo di come raccogliere un altro miliardo e non discutiamo mai se quel miliardo, una volta speso, serva a qualcosa. Con una pressione fiscale al 43% del Pil, l’idea che in Italia serva una tassa in più è una follia. Dobbiamo imparare a chiederci “questa spesa pubblica vale ciò che costa al contribuente?”. Non tutto quello che fa lo Stato merita di essere finanziato».
Molte ricchezze sono ereditate. Alziamo la tassa di successione?
«Produce un gettito modesto. Chi ha un grande patrimonio ha a disposizione tutti gli strumenti per costruirsi protezioni ad hoc. O semplicemente con una donazione in vita. I billionaire americani di solito, anche per ragioni “pedagogiche”, decidono di non lasciare ai figli più di una certa somma. Scelta ammirevole. Però il patrimonio è di chi se lo costruisce: complimenti se decide di donarlo, portarglielo via non è diverso che rapinarlo…».
Gli ultraricchi di oggi non mettono in pericolo la democrazia, condizionando la politica?
«Che il denaro catturi le regole, crei monopoli, compri l’opinione pubblica è un rischio reale. Ma la guarderei da un altro punto di vista: il problema è il potere discrezionale che la ricchezza può comprare. Più lo Stato è grande, più conviene catturarlo, perché il bottino è maggiore».
Quindi?
«Accrescere le risorse a disposizione dello Stato - che è quello che vuole chi invoca nuove tasse - non riduce l’influenza dei pochi: anzi alza semmai la posta in gioco. Aumenta l’incentivo a controllarlo».
Come se ne esce?
«Provando almeno a darsi l’obiettivo di restringere il perimetro dello Stato. E rifiutando le narrazioni a senso unico».
A Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, tocca il compito più arduo del momento: la trattativa sulla legge elettorale.
«Con il centrodestra abbiamo trovato sintesi immediata. Con le opposizioni proviamo a discutere da una vita».
Non cedono.
«Sono dilaniati da due tentazioni: fingere di criticarla sperando di vincere oppure affossarla sognando governi tecnici».
Vi favorisce, assicurano.
«Così ammettono che non prenderanno mai un voto in più di Giorgia Meloni e preferiscono il pantano».
Temete di perdere le elezioni, aggiungono.
«È l’esatto opposto. Con le regole attuali saremmo il partito di maggioranza relativa. Si potrebbero dare le carte e cambiare gli alleati di volta in volta. Ma non siamo come la sinistra, che per le poltrone è disposta a cambiare idea».
Sovvengono i governi Conte.
«Appunto. Non vogliamo ripetere quello che hanno fatto 5 stelle e Pd nella scorsa legislatura».
Chi tifa governissimo?
«Non tutti. C’è anche chi vuole andare alle elezioni con la nuova legge, ma finge di essere contrario».
Chi?
«Se fossi Elly Schlein farei una riflessione: meglio augurarsi di prendere più voti per guidare l’Italia o ambire a un pareggio per venire rottamata un minuto dopo?».
Le commissioni si susseguono.
«L’impianto, però, non cambia: governa la coalizione che prende un voto in più».
Grazie a un generoso premio di maggioranza.
«Quello previsto alla Corte costituzionale: massimo il 55%».
Donzelli resta un inguaribile ottimista.
«Questa riforma serve all’Italia. Se ci ritrovassimo nuovamente ad aver bisogno di novanta giorni per formare un governo, bruceremmo miliardi di investimenti».
Sarà approvata entro l’estate?
«Alla Camera mi auguro proprio di sì».
Melonellum o Stabilicum?
«Stabilicum».
Scadenza naturale o elezioni anticipate?
«Si voterà nel 2027».
Quando?
«La nuova legge elettorale permetterebbe una maggioranza solida, quindi anche in autunno. L’attuale costringerebbe ad anticipare in primavera, per evitare di finire a ridosso della finanziaria».
Comunque vada, batterete ogni record.
«Il 4 settembre questo governo diventerà il più lungo della storia. Ci ha preceduto però Silvio Berlusconi. Il primato resterà al centrodestra».
La stabilità è il dogma.
«Porta credibilità, investimenti e occupazione. E consente scelte di lungo respiro. Meloni è riuscita a far approvare in Europa le norme per frenare l’immigrazione selvaggia mettendo insieme liberali, conservatori e popolari».
L’avversato «modello Albania».
«Giorgia ha avuto tre anni di tempo per spiegare e trattare».
Trump, invece, continua ad attaccarla: avrebbe implorato il suo perdono.
«Per il bene dell’Italia, cerchiamo di tenere buoni rapporti con tutti senza farci mettere i piedi in testa da nessuno. Questo può aver dato fastidio».
Una scomposta reazione a un presunto sgarbo?
«Ha confuso l’amicizia storica tra due popoli con una sudditanza personale che non avremo mai. Non abbiamo concesso agli Stati Uniti la base di Sigonella per bombardare l’Iran. Ma non si può considerare uno sgarbo la difesa dell’interesse nazionale e dei trattati».
«Vuole tornare mia amica perché è in calo di popolarità», dice il presidente americano.
«Non sono certo che essere amici di Trump sia fonte di popolarità. Andiamo avanti considerando un valore l’unità dell’Occidente e proseguiamo con il nostro lavoro».
Gli alleati, nella nuova legge elettorale, non vogliono le preferenze.
«Fratelli d’Italia ha già annunciato che presenterà un emendamento. È giusto che, su un tema simile, si esprima tutta l’aula».
Cercando una maggioranza diversa?
«Ciascun parlamentare valuterà cosa reputa più opportuno».
Nei sondaggi i due partiti calano.
«Forza Italia e la Lega restano molto più stabili di quanto raccontino in giro. Li hanno dati anche in passato per spacciati molte volte e invece sono in ottima forma».
Intanto, Vannacci incombe.
«Fin dall’inizio c’è stato chi ha voluto remare contro: dai commentatori di La7 a certa magistratura politicizzata. Ora s’è aggiunto qualcun altro che si definisce di destra».
La sporca dozzina.
«Per sei volte hanno votato con la sinistra. Quando siamo in aula a difendere il governo di destra, tra Boldrini e Soumahoro interviene Pozzolo».
Già espulso dal vostro gruppo, ora è deputato di Futuro nazionale.
«Sono stati eletti per sostenere il centrodestra, ma in questo momento ci stanno palesemente ostacolando insieme al cosiddetto campo largo».
L’eterno trasformismo?
«Mi sembra fattuale».
Meloni dice che aiutano la sinistra.
«Quando i 5 stelle hanno attaccato vergognosamente Giorgia sulle famose ginocchiere, lei ha risposto per le rime. Nella maggioranza c’è stata una standing ovation. Quei parlamentari sono rimasti al loro posto, glaciali».
Il generale non è un alleato.
«In questo momento è un alleato delle opposizioni».
Vannacci o Calenda?
«Calenda fa un’opposizione netta al governo, ma non all’Italia. Porta avanti provvedimenti senza pregiudizi ideologici. Su certi temi, come il nucleare, abbiamo trovato una sintesi. Mi sembra un comportamento molto serio».
Bisognerà recuperare al centro i voti che si perdono a destra?
«Gli elettori di destra faranno di tutto per non lasciare l’Italia in mano a Schlein e Conte».
Il centrosinistra dibatte sulle primarie.
«Non ci interessa».
Renzi incorona Silvia Salis.
«La mia solidarietà a Matteo. È diventato il parente di cui ci si vergogna, da nascondere nelle foto di famiglia».
Il giovane Donzelli è stato uno strillone per la società del padre Tiziano, che distribuiva quotidiani a Firenze.
«Avevo vent’anni e studiavo all’università. Mio padre era morto da poco e non volevo pesare economicamente. Ho fatto mille lavori: ripetizioni, pianoforte, baby sitter, animatore. E anche lo strillone per i Renzi».
Racconti.
«Facevo spesso sia il turno delle sei di mattina che quello di mezzanotte, per guadagnare di più. Distribuivamo La Nazione».
C’era pure Matteo?
«Ogni tanto passava».
Lo chiamavano «il bomba».
«Lo conoscevo bene. Ci incontravamo agli scout: lui era nel gruppo di Rignano sull’Arno, io in quello di Firenze. Sua madre qualche volta mi ha fatto persino da capo».
Quasi amici.
«Qualcuno racconta che alle elezioni universitarie mi abbia pure votato, ma io non ci credo».
Ha iniziato a fare politica nel 1993?
«Ai tempi delle stragi di mafia e Mani pulite. La prima Repubblica era agli sgoccioli. Mi innamorai di Fini: lo ascoltavo, riconoscevo le sue parole».
Una folgorazione.
«Borsellino aveva fatto il rappresentante del Fuan. L’Msi era stato l’unico partito non coinvolto in Tangentopoli. I ragazzi del Fronte della gioventù organizzavano i girotondi fuori da Montecitorio. E io all’università diventai per tutti “il fascista”».
Cosa successe?
«Il 25 novembre 1994 ci fu un convegno sulla par condicio con Storace, che sedeva nella Commissione di Vigilanza Rai. Ingenuamente, chiesi indicazioni ai ragazzi di un collettivo. Partirono calci e cazzotti. Mi salvarono quelli del Fuan. Tre giorni dopo, entrai nella loro sede. Era il mio compleanno».
In famiglia come la presero?
«Gli dissi: “Mi sono fatto un regalo: sono entrato nel Fuan”. La mamma, povera donna, si mise a piangere. Il nonno, fervente socialista, diventò rosso. Non sapevano più cosa dire».
Furono anni di grandi contestazioni.
«Una volta mi presero per i piedi, lasciandomi penzolare dal terzo piano nella tromba delle scale».
Perché?
«Stavamo distribuendo volantini a Scienze politiche».
Quando ha incontrato Meloni per la prima volta?
«Proprio in quel periodo. C’era una campagna nazionale sulla politicizzazione dei libri di testo. Da Roma vennero due dirigenti di Azione studentesca: Giorgia e Francesco Lollobrigida».
Entrò in consiglio comunale nel 2004.
«Misi il mio numero di telefono sui manifesti a lettere cubitali. Chiamavano a tutte le ore. Capii allora cos’è la politica. Tanti pensano sia ancora a Palazzo Vecchio. L’anno scorso chiamò una signora molto anziana. “Ho lo sciacquone rotto” disse. “Mi può dare una mano?”».
Da An passò al Pdl, infine nacque Fratelli d’Italia.
«Fu una liberazione. Il Pdl era un progetto in cui avevamo creduto, ma non si realizzò mai. Restavano mondi diversi: gli ex aennini e gli ex forzisti. Fratelli d’Italia, invece, diventò subito la nostra casa».
Gli inizi non furono esaltanti.
«Alle politiche nel 2013 i sondaggi ci davano al 6% e prendemmo l’1,97. Due anni dopo mi ritrovai in regione come unico consigliere del gruppo. Quando i sondaggi ci davano al 2,8, cercavo di fare il simpatico con i miscredenti: “L’obiettivo è togliere la virgola”».
Per arrivare al 28?
«A dire il vero, non ci credevo nemmeno io».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 giugno con Carlo Cambi.
Quando lavorava in Iran, dalla sua finestra a Teheran, oltre alla città che si estendeva a perdita d’occhio, l’ex ambasciatore Riccardo Sessa poteva vedere anche un’altra ambasciata, quella di Francia.
Difficile immaginare che 20 anni dopo, proprio nella cittadina francese di Evian, si sarebbe consumato uno degli scontri diplomatici più violenti della storia occidentale. Oggi presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale, già direttore generale per il Medio Oriente e ambasciatore a Belgrado, Teheran e Pechino, Sessa ricorda che i governi passano, ma tutti sapevano che la presidenza di Trump «non sarebbe stata una passeggiata. Ma ora abbiamo toccato il fondo».
Trump insiste nell’attaccare Meloni. Dal punto di vista diplomatico si ricorda se è mai successo niente di simile?
«Il momento richiede calma e chiarezza. I rapporti tra Usa e Italia sono rapporti tra popoli che si frequentano da oltre 200 anni. Quei rapporti non sono in crisi e non lo saranno mai: i governi, non soltanto negli Usa, passano, ma i cittadini, i popoli, ricordiamoci che restano».
Ma sbaglio o adesso sono diventati tutti antitrumpiani?
«Bisogna essere onesti perché tutti sapevamo che la nuova presidenza Trump non sarebbe stata una passeggiata, e purtroppo ora lo abbiamo capito meglio. Avremmo dovuto sapere fin dagli inizi di questo secondo mandato come si sarebbe sviluppata la gestione trumpiana. Ma è chiaro che con queste ultime reazioni di Trump abbiamo toccato il fondo, per dirla in gergo militare, l’underwater. Per molti non è una sorpresa, ma a questo punto è secondario: noi e i nostri partner europei sappiamo che è arrivato il momento di prendere in mano il nostro destino, e non badare a chi dimostra ogni giorno di più di non essere un riferimento credibile».
Come giudica la reazione di Meloni alle parole di Trump?
«La presidente Meloni ha reagito in una maniera eccezionale e a lei deve andare la sincera solidarietà di tutti gli italiani. A mio avviso c’è un solo modo di rispondere a quelle provocazioni: urge un silenzio radio totale. Non replicare più a Trump».
Possiamo parlare di una crisi della Nato ormai?
«L’Alleanza atlantica da anni sta attraversando una crisi di identità legata alle trasformazioni nel mondo: non da ieri gli americani ci invitano garbatamente a prendere in considerazione una partecipazione maggiore e indipendente degli europei con un maggiore sforzo per la difesa. Oggi Trump lo sta facendo a modo suo, e gli europei continuano a perdere tempo su questo tema. Quello che sta succedendo nella Nato è una conseguenza di quello che sta accadendo nel mondo, di cui le governance internazionali negli anni passati sono state responsabili. Le ultime trovate di Trump poco cambiano per il futuro dell’Alleanza atlantica, da tempo si discute del disimpegno Usa nei confronti degli alleati europei: diciamo che i nodi sono venuti al pettine».
C’è stato un accordo tra Usa e Iran. Chi ha vinto la partita?
«La partita, ormai è sotto gli occhi di tutti, è finita 1 a 0 per l’Iran. Non hanno vinto gli Stati Uniti che si ritrovano in una posizione di svantaggio rispetto alla fase pre guerra, non ha vinto il popolo iraniano che continuerà a soffrire. La vittoria va alla governance iraniana, perché la teocrazia è ancora in piedi e l’ala più fondamentalista dei guardiani della rivoluzione oggi governa saldamente il Paese. Illudersi che questo accordo, se si può definire tale, possa portare alla pace, fa venire la pelle d’oca, anche ai diplomatici della vecchia scuola come me».
Oggi l’Iran ha il controllo di Hormuz. Rispetto alla fase pre- guerra questo accordo pone gli Usa in una posizione di svantaggio?
«Ora diventa veramente difficile pensare o ritenere possibile che gli iraniani lascino ad altri la gestione dello Stretto di Hormuz: con la perenne minaccia di bombardare chi non rispetta gli accordi, gli ayatollah hanno in mano una chiave che prima non possedevano. E questa spada di Damocle è la più grande conferma della fragilità dell’accordo appena firmato».
L’annuncio della firma a metà cena dopo una conferenza stampa al G7 di Evian, dal punto di vista della forma cerimoniale si era mai visto?
«Sugli aspetti protocollari occorre parlare con sincerità: qui si sta discutendo su come chiamarlo, intesa, memorandum... Ma pensiamo prima di tutto: come è stata firmata questa tregua? Siamo ormai nel ridicolo più spinto perché i puristi del “vecchio testamento” diplomatico non sarebbero mai riusciti a immaginare il povero Rubio che arriva a metà di una cena e fa firmare a Trump l’originale di un accordo così importante, soprattutto in quel modo… neanche fossimo in un cartone animato. L’etichetta non esiste più o se c’è, è da brividi: per un diplomatico della prima ora come me siamo andati oltre. Ma quello che più mi importa ricordare è: la forma è sostanza. Una regola d’oro per interpretare tra chi è stato siglato l’accordo e che cosa ci aspetterà».
La verità è che i contrasti politici restano, l’Iran ha già preso le distanze dai 10 punti dell’accordo. C’è il rischio che la guerra riprenda?
«Gli Stati Uniti e l’Iran non hanno raggiunto un modus operandi definitivo su cui porre le basi per una pace solida. Trump, inoltre, avrà presto un grosso problema a spiegare al popolo dei Maga le sue decisioni e i pruriti di Netanyahu aumenteranno presto, perché Israele temeva si arrivasse a questo punto più di tutti. Israele, che cercherà di resistere fino a quando potrà, è il più grande problema che Trump dovrà presto affrontare».
Basti pensare alla sovranità sul Libano, contenuta negli accordi: ma se Israele non si ritira Netanyahu sarà presto il vero problema per Trump…
«Certo, noi continuiamo a vedere delle prese di posizione di Hezbollah e questa non è altro che la conferma di come Israele sarà sempre un problema crescente per Trump: il rispetto degli accordi passa anche per un’intesa con Netanyahu che ora scricchiola più che mai».
L’ambasciatrice italiana è rientrata a Teheran. Lei, che ha ricoperto lo stesso ruolo, come vede il futuro anche dei rapporti con il nostro Paese?
«Noi italiani, come gli altri europei, abbiamo sempre avuto dei rapporti corretti con gli iraniani e questi ultimi hanno da sempre lottato per essere formalmente riconosciuti come attori autorevoli e non soltanto come singole realtà regionali. Agli inizi degli anni 2000, come ambasciatore a Teheran, insieme ai colleghi europei ci adoperavamo per convincere gli iraniani a lasciare libero accesso alle ispezioni per l’agenzia nucleare per il loro programma. Oggi sembra che si rimetta in discussione tutto. Quando me ne andai a metà del 2003, l’aspirazione profonda degli iraniani era quella di essere considerati interlocutori credibili, possibilità che ora gli è stata concessa da Trump con le modalità che sappiamo. In realtà c’era stato un grosso passo avanti con gli accordi di Obama, finalizzati peraltro dopo anni e anni di difficili negoziati diplomatici».
Trump è peggio di Obama?
«Questa è una domanda che, se arrivasse alle orecchie di Trump, gli farebbe venire l’orticaria. Anche se il paragone con Obama sta tanto a cuore a Trump, non è proprio questo il punto. Per anni la diplomazia ha lavorato non soltanto per decidere se l’Iran potesse avere la bomba, ma anche per cercare di creare le condizioni di sviluppo sul piano interno. E questa amministrazione Usa, che proponeva il regime change, ha dimostrato di non conoscere minimamente la storia, perché altrimenti avrebbe saputo che i cambiamenti dei vertici, soprattutto in una teocrazia, non avvengono con i bombardamenti. Tanto è vero che le prime linee del regime sono state sostituite con l’ala più estremista dei pasdaran».
Ma in tutto questo l'Europa cosa dovrebbe fare?
«L’Europa ha fatto tanto sull’Iran. E alcuni Stati nel 2003 seguivano i dossier iraniani, parliamo del famoso formato E3, costituito da Francia, Gran Bretagna e Germania. Quando si iniziò seriamente ad affrontare con gli iraniani il problema del nucleare, su cui come ambasciatore lavoravo insieme al collega svizzero in veste di rappresentante degli interessi americani, venne richiesto anche all’Italia di entrare a far parte del formato, per creare un modello E4. Ma in quel periodo eravamo il Paese presidente di turno della Unione europea, quindi si ritenne fosse meglio evitare di compiere una scelta politica così significativa e l’occasione sfumò. Ma allora c’era ancora la diplomazia che funzionava, e tutti sapevano tutto. Non c’erano segreti, non c’erano partite singole o doppi giochi. Tutto veniva concordato attraverso le diplomazie dei vari Paesi. Oggi non è più così».
Sessanta giorni basteranno per negoziare l’accordo?
«Non saranno mai soltanto 60 giorni ma diventeranno sicuramente di più. E chi può sapere quali fattori entreranno in campo nelle prossime ore? Occorre guardare a questa intesa con prudente scetticismo, come a un accordo fragilissimo. Lasciamo decidere agli storici di chi è la colpa e chi abbia attaccato per primo: il risultato non cambia, l’Occidente ha perso un’occasione e gli iraniani continueranno a soffrire».

