2022-01-30
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come usare le posate
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Con 78 voti favorevoli e 38 contrari, è stato approvato in Senato il ddl Valditara sulle «Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico», con lo scopo di circoscrivere con saggezza l’ambito delicato e sensibile della sessualità a scuola, in modo da evitare debordamenti ed eccessi.
Si tratta di una vittoria di tutti coloro che danno uno sguardo critico verso l’ideologia del gender, l’iper-sessualizzazione dei bambini e i pericoli sempre presenti di «manipolazione culturale» nelle scuole italiane. Abbiamo sentito Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita e famiglia, l’associazione che da moltissimi anni si batte per una legge sul «consenso informato».
Perché nel vostro comunicato avete parlato di «giornata storica»?
«Perché per la prima volta lo Stato riconosce per legge che i genitori hanno il diritto di sapere cosa viene detto ai loro figli in classe su temi intimi e delicati. Sono 13 anni che combattiamo per questo risultato. Tredici anni di convegni, affissioni, petizioni, audizioni parlamentari, segnalazioni di casi, denunce legali. Quasi 65.000 italiani hanno firmato la petizione che abbiamo formalmente depositato alla Camera e al Senato. Oggi quella legge esiste. Ringrazio il ministro Valditara per aver avuto il coraggio di ascoltare la voce di centinaia di migliaia di famiglie italiane e il governo Meloni per averne fatto una priorità».
Che cos’è, esattamente, il «consenso informato preventivo»?
«È uno strumento semplice e di buon senso. Prima che una scuola svolga attività extracurriculari legate alla sfera sessuale o affettiva, deve informare i genitori con almeno sette giorni di anticipo, fornendo i materiali utilizzati, i contenuti, gli obiettivi e i nomi degli eventuali esperti esterni. I genitori possono, quindi, decidere se autorizzare o meno la partecipazione del proprio figlio e la scuola deve garantire attività alternative. Nei plessi dell’infanzia e nelle primarie, queste attività sono vietate. È la Costituzione applicata: l’articolo 30 dice chiaramente che educare i figli è diritto e dovere dei genitori, non dello Stato».
Concretamente, cosa cambierà nelle scuole italiane?
«Cambierà che nessun attivista politico potrà più entrare in classe a parlare di identità di genere fluida, transizione sessuale o aborto come “diritto riproduttivo” senza che i genitori lo sappiano in anticipo e possano dire se va bene o no».
Non c’è il pericolo che lo studente escluso dal corso sia discriminato o messo in ridicolo?
«Sarebbe estremamente grave se avvenisse e investirebbe la responsabilità diretta dei docenti e dei dirigenti scolastici. La legge ha previsto, per gli studenti che non partecipano, attività formative alternative».
L’educazione sessuale nelle scuole non serve proprio a prevenire le violenze di genere e a superare i tabù?
«No, decenni di cosiddetta “educazione sessuo-affettiva” in altri Paesi d’Europa smentiscono questo luogo comune. Anzi, dove più si insiste con questo approccio si registrano maggiori abusi e violenze. Il problema è un altro: sotto l’etichetta “educazione sessuale” o “educazione affettiva” si sono infiltrati sistematicamente contenuti ideologici che nulla hanno a che fare con la prevenzione delle violenze».
A cosa servirebbe «l’Osservatorio permanente sul consenso informato» che reclamate dal governo?
«A garantire che la legge non venga aggirata, come diversi docenti, attivisti e politici, sui social annunciano già di voler fare. Serve un organo che monitori l’applicazione della norma. Come associazione, continueremo a farlo come abbiamo sempre fatto col nostro dipartimento Scuola, ma serve anche una risposta istituzionale strutturata».
Nonostante il pressing ostinato della senatrice Antonella Zedda (Fdi), la testimonianza resa in commissione Covid da Beppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto romano Spallanzani ed ex membro Cts in pandemia, ha convinto poco sotto il profilo della chiarezza e della trasparenza.
Il punto più critico dell’audizione ha toccato la vicenda della mancata validazione dei tamponi, dai quali dipendeva la libertà di circolazione degli italiani. Questa dinamica si è tradotta, tra il 2020 e il 2021, in un vero «sequestro burocratico» per centinaia di migliaia di cittadini asintomatici o clinicamente guariti.
«I tamponi», ha spiegato Zedda alla Verità, «prima di essere utilizzati dovevano essere valutati con marcatura CE e poi validati. L’ente a cui l’allora governo aveva assegnato il compito di effettuare questo iter sui tamponi era l’istituto Spallanzani. Nel corso di diverse sedute della commissione Covid ho chiesto a più auditi se questo compito fosse stato assolto dallo Spallanzani. Ebbene, le risposte che ho ricevuto sono state evasive, le più gettonate “non so” o “non era di mia competenza”. Giovedì lo abbiamo chiesto, di nuovo, al dottor Ippolito, il quale ci ha confermato in modo chiaro che la validazione non è stata effettuata dallo Spallanzani e ha affermato che la validazione non fosse necessaria», ha osservato Zedda, «ma questa è una risposta a sua discrezione e non secondo la normativa europea che invece prevedeva una previa validazione scientifica dei tamponi. Tuttavia, se anche avesse ragione Ippolito, cioè se non fosse stata necessaria, per quale motivo Giuseppe Conte e Roberto Speranza, il Gatto e la Volpe dell’epoca Covid, hanno scritto nero su bianco nelle ordinanze che i tamponi andassero validati e che a farlo dovesse essere lo Spallanzani? Delle due l’una: o il governo Pd-M5s, guidato da Conte, anche in questo caso, ha scelto senza ascoltare la scienza, oppure la validazione andava compiuta, come da norma, e di fatto sono stati processati sul popolo italiano più di 180 milioni di tamponi privi di lasciapassare scientifico. Dunque, in tal caso, la libertà degli italiani di poter vivere anche all’aria aperta, di poter uscire dall’isolamento coatto era appesa al responso di dispositivi non idonei. È un fatto gravissimo, che testimonia ulteriormente la gestione sgangherata dell’emergenza Covid da parte del governo Conte 2», ha concluso Zedda.
Sui monoclonali, la replica di Ippolito ha assunto i toni della sfida. La commissione Covid sta investigando sulle 10.000 dosi di anticorpi offerti, a ottobre 2020, dalla multinazionale Eli Lilly tramite il virologo Guido Silvestri della Emory University di Atlanta, rifiutate dall’Italia con la motivazione formale che mancava ancora l’approvazione dell’agenzia europea del farmaco Ema. «Cacciate le carte!», ha urlato in aula l’ex Ds dello Spallanzani negando l’accusa di presunto «killeraggio» contro i monoclonali e respingendo l’idea di poter essere accusato sulla base delle testimonianze, per quanto reiterate, di Silvestri: «Il dottor Silvestri può dire ciò che vuole, lo posso anche denunciare», ha provocato Ippolito. È però agli atti una email del 30 ottobre 2020 in cui il virologo si lamentava esplicitamente con Ranieri Guerra e Gianni Rezza del «comportamento di Giuseppe Ippolito» e, citando Andrea Antinori, della «assurdità delle sue obiezioni scientifiche» (Ippolito, in audizione, le ha definite «perplessità») dato che «questo sabotaggio poteva favorire un certo business».
Il business in effetti c’era: l’ente privato Toscana life sciences (Tls), creatura del Pd e di Montepaschi, si aggiudicò tra il governo Conte e il governo Draghi un investimento dello Stato del 30% delle sue quote per 15 milioni di euro, per produrre qualcosa che un’altra azienda aveva offerto, mesi prima, gratis. Senza contare che «Tls all’epoca non sapeva neanche da chi farli produrre, i monoclonali», ha confermato lo stesso Ippolito. E negli stessi mesi in cui le autorità sanitarie coordinate da Speranza temporeggiavano anche semplicemente sull’uso degli antinfiammatori e del cortisone (rappresentava una possibile utilità», ha confermato anche Ippolito), in Italia morivano tra le 23.000 e le 25.000 persone. Per non parlare del danno erariale, perché le dosi di monoclonali furono poi acquistate dallo Stato a caro prezzo.
Lo scontro politico si è acceso dopo le dichiarazioni della senatrice Pd Ylenia Zambito, inciampata in un palese scivolone informativo: l’esponente dem ha infatti affermato che il quotidiano La Verità sarebbe di proprietà del senatore leghista Antonio Angelucci. Zambito ha negato l’esistenza di rapporti con Tls, sorvolando però sul suo attivismo a tutela dei progetti scientifici guidati da Rino Rappuoli (direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena e coordinatore del Mad lab - Monoclonal antibody discovery - presso Tls). La parlamentare ha contestato i ritardi nei finanziamenti destinati a farmaci (vaccini e monoclonali) sviluppati da Rappuoli, figura di riferimento del distretto biomedico toscano di area Pd, tra Siena e Pisa (ateneo, quest’ultimo, dove Zambito insegnava), la cui attività si è spesso incrociata nel tempo con le amministrazioni dem. Si aggiunge inoltre la sua partecipazione a simposi su farmaci e biotecnologie che vedono il pieno coinvolgimento dell’ecosistema scientifico di Tls.
Colpita da una raffica di aspre critiche, va a fondo la riforma per la medicina generale voluta dal ministro della Salute. L’ennesimo flop di Orazio Schillaci si traduce in un nulla di fatto per le oltre 1.000 Case di comunità finanziate con 2 miliardi di euro del Pnrr e che devono essere a regime entro l’estate, ma ancora non si sa con quale personale.
Le parole del sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, erano state un chiaro segnale dell’affossamento: «Fratelli d’Italia resta contraria all’ipotesi di far diventare medici di famiglia e pediatri di libera scelta dipendenti pubblici, la via prioritaria non può che essere la convenzione, confermando l’obiettivo di rendere operative le Case di comunità, anello fondamentale per ottenere una sanità territoriale sempre più capillare e a misura di cittadino e per proseguire con forza il lavoro di riduzione delle liste d’attesa, valorizzando i buoni risultati ottenuti dal governo Meloni», aveva dichiarato a metà maggio. L’intesa tra sindacati, ministro e presidenti delle Regioni non è mai stata raggiunta e quella riforma, che avrebbe dato un senso al mandato di Schillaci (travolto più da accuse di inefficienza che da apprezzamenti), rischia invece di essere il suo più macroscopico fallimento.
Il ministro della Salute ha voluto intervenire sull’autonomia e il ruolo dei medici di famiglia, scatenando un duro confronto politico e sindacale. Sotto attacco è il cuore del provvedimento, il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. Medici di medicina generale che possono continuare a operare in convenzione con il Servizio sanitario nazionale (Ssn), però con regole riviste, oppure scegliere la dipendenza pubblica fermo restando che anche i convenzionati devono garantire una presenza nelle Case di comunità, con un impegno minimo settimanale.
La disciplina convenzionale nazionale ipotizzata prevede, infatti, lo «svolgimento di una quota programmata di attività nelle Case della comunità», con una remunerazione pure riformata, rispondente alla «necessità di una tariffa nazionale per assistito e di una revisione complessiva dei criteri di remunerazione sia per i medici del ruolo unico sia per i pediatri di libera scelta, al fine di rendere più uniforme il servizio sul territorio nazionale». «È una riforma fatta senza i medici e senza i cittadini: inefficace, inutile e dannosa», l’ha definita Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Aveva aggiunto: «Il problema delle Case di comunità non sono i medici di famiglia, è che in questi tre anni non si è deciso quali servizi erogare e soprattutto non si sono messe le risorse per assumere tutte le professionalità mancanti».
Snami, il sindacato nazionale autonomo medici italiani, aveva detto «no a un ruolo unico che indebolisce la convenzione e no a un modello che trasformi il medico di famiglia in un prestatore orario dentro le Case della comunità».
Erano solo alcune, delle critiche contro una riforma pensata da Schillaci d’intesa con la Conferenza delle Regioni. Ieri, Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), che aveva preannunciato uno sciopero in mancanza di intese raggiunte, ha detto che «la riforma sulla medicina generale avrebbe fatto saltare il Ssn» e che «se una parte politica della maggioranza ha capito che era dannosa, ne prendiamo atto con responsabilità».
In una nota, infatti, si è fatto sentire anche il dipartimento Sanità della Lega, dichiarando di aver «sempre espresso forti dubbi sulla riforma Schillaci delle cure primarie, impostata quasi esclusivamente sul cambio di tipologia contrattuale dei medici di famiglia e sull’obbligo di presenza nelle Case della comunità». La Lega aggiungeva: «Da oltre due anni abbiamo depositato al Senato un disegno di legge concreto e pragmatico che punta a valorizzare le aggregazioni tra medici per offrire più servizi ai cittadini, ridurre drasticamente la burocrazia che grava sui professionisti e rafforzare l’assistenza territoriale di base, evitando così di intasare ulteriormente gli ospedali. Crediamo che la salute dei cittadini si tuteli con soluzioni operative e di buonsenso, non con imposizioni ideologiche o modelli rigidi che rischiano di lasciare vuote le strutture finanziate dal Pnrr».
Lo scorso mese il ministro affermava: «Dobbiamo dare ai cittadini una sanità più moderna e più vicina», dichiarandosi fiducioso in un esito positivo degli incontri con le organizzazioni sindacali. «Spero in un rapido e sereno confronto su una riforma che è attesa da tempo», si augurava Schillaci. Nulla di fatto, la riforma si è arenata. «Non è stata fatta alcuna azione di lobbying da parte della categoria», ha tenuto a precisare Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi), «semplicemente è prevalso il buonsenso». Per Onotri la posizione dei mmg è chiara: «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi».
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.

