2022-01-30
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come usare le posate
True
La strategia di Trump in Medio Oriente vacilla, Netanyahu insegue una vittoria che non arriva e l'Europa risponde alla crisi con l'austerity. Maurizio Belpietro analizza il caos geopolitico del 2026: rincari energetici, la prospettiva di un disimpegno Usa dalla Nato e Bruxelles che dà istruzioni per risparmiare gasolio. Intanto, all'orizzonte, spunta l'ombra di un Giuseppe Conte pronto a tutto pur di tornare a Palazzo Chigi.
Con un tempismo tra il disastroso e il provocatorio, nel pieno della seconda grave crisi energetica in quattro anni, ecco arrivare il rapporto della Commissione europea sulla sostenibilità finanziaria del Green deal. Il 27 marzo scorso la Direzione generale per l’azione climatica della Commissione europea, infatti, ha pubblicato un corposo studio intitolato Impatto della transizione climatica sulle finanze pubbliche.
Duecento pagine dense di modelli econometrici, scenari e proiezioni, assemblate da un consorzio di centri di ricerca pagati dalla Commissione, per dimostrare una tesi già scritta in partenza, ovvero che la transizione verde è finanziariamente sostenibile. Cioè i governi possono attuare questo cambiamento senza far esplodere il debito pubblico. Evviva.
Del resto, quando si chiede all’oste se il vino è buono non ci si può aspettare una risposta diversa. Lo studio, però, non può evitare di riconoscere che la transizione è sostenibile perché c’è qualcuno che la paga: i cittadini.
Il rapporto utilizza due grandi modelli macroeconomici, E3ME e GEM-E3, per stimare gli impatti della politica climatica europea sulle finanze pubbliche dei 27 Stati membri fino al 2050. Il punto di partenza è la constatazione che la transizione produrrà effetti profondi su entrate e uscite pubbliche. Infatti, da un lato essa ridurrà progressivamente le entrate fiscali legate ai combustibili fossili (accise su carburanti, gas, carbone), dall’altro richiederà ingente spesa pubblica in sussidi alle energie rinnovabili, incentivi per i veicoli elettrici e sostegno alle famiglie nelle fasce di reddito più basse.
I due modelli economici usati dallo studio giungono a conclusioni diverse, e questa divergenza è rivelatrice.
Nel modello E3ME, di impostazione per così dire keynesiana, la transizione verde genera un effetto di stimolo sulla crescita economica. Secondo le ipotesi, gli investimenti verdi trainano il Pil, le entrate fiscali aumentano e i governi si ritrovano perfino con dei surplus da redistribuire alle famiglie. Una pacchia. Peccato che questa conclusione ottimistica dipenda interamente da un’ipotesi di partenza molto discutibile, ovvero che gli investimenti verdi abbiano un moltiplicatore keynesiano positivo. Lo studio ipotizza cioè che ogni euro speso in pale eoliche e pompe di calore generi più di 1 euro di crescita economica complessiva. Un’ipotesi tutta da dimostrare.
Nel modello GEM-E3, di impostazione più restrittiva sulla spesa pubblica, lo scenario è opposto. Gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni spiazzano altri investimenti produttivi, i costi di produzione aumentano, il Pil scende e gli Stati sono costretti ad alzare le tasse per mantenere stabile il rapporto debito/Pil.
Quindi, se il modello keynesiano ha ragione, niente tasse aggiuntive. Se ha torto, le tasse aumentano eccome. Lo studio presenta questa alternativa come una questione tecnica tra economisti, ma in realtà è una scommessa politica fatta con i soldi dei contribuenti.
Lo studio però vincola esplicitamente i propri scenari al mantenimento di rapporti debito/Pil «stabili e compatibili con il percorso di riferimento». Quindi i modelli sono calibrati affinché i conti tornino, non per verificare se i conti tornano davvero. È proprio questo a viziare tutto lo studio, che vuole dimostrare la sostenibilità finanziaria non ottenendola come esito ma imponendola come input iniziale.
Ora, ogni euro di spesa pubblica orientato verso la transizione Green è 1 euro sottratto ad altre voci di bilancio. Infatti, nel modello GEM-E3 dello studio, per mantenere la neutralità di bilancio nella fase più intensa della transizione (2035-2045), i governi europei dovrebbero raccogliere tra 68 e 148 miliardi di euro aggiuntivi l’anno attraverso aumenti di tasse indirette.
La transizione verde non avviene nel vuoto, ma in economie dove la spesa per le pensioni pesa il 12-15% del Pil nell’Europa continentale, la sanità pubblica è sotto pressione, le infrastrutture (strade, scuole, ospedali) accumulano ritardi decennali.
Quando lo studio prevede che i governi dovranno aumentare le entrate per finanziare la transizione «mantenendo costante il rapporto debito/Pil», dunque, sta dicendo che queste risorse dovranno provenire da qualche parte. O da nuove tasse, con effetti regressivi documentati, o da tagli ad altre voci. Pensioni più basse, meno investimenti in infrastrutture, meno spesa sanitaria, a scelta.
Né lo studio considera il costo opportunità di queste scelte. Un euro investito in transizione Green è 1 euro non investito in ricerca e sviluppo, nella scuola, in strade, porti, ponti, edilizia pubblica. Non è detto che la destinazione «verde» sia sempre la più produttiva in termini di crescita a lungo termine. Anzi, lo stesso modello GEM-E3 nello studio suggerisce il contrario, poiché nella simulazione certi investimenti verdi hanno rendimenti inferiori rispetto agli investimenti che sostituiscono.
Lo studio dimostra che la transizione può avvenire senza far esplodere il debito, a condizione di aumentare le tasse o tagliare i trasferimenti da qualche parte. Ci volevano duecento pagine per dirci questo?
Dopo vent’anni di politiche Green inefficaci (la dipendenza estera dell’Eurozona per l’energia resta sopra il 60% dal 2005), siamo ancora qui, con il Green deal che impone scelte politiche prese al di sopra del livello politico democratico, cioè quello nazionale. Lo spiegò anche Mario Monti anni fa, quando disse che l’Unione europea serve a prendere decisioni «al di fuori del processo elettorale».
L’attività diplomatica degli Stati Uniti e dei Paesi europei ruota attorno alla riapertura dello Stretto di Hormuz, ma procede su due binari paralleli. Stando a quanto rivelato da Axios, Washington e Teheran starebbero discutendo la possibilità di un cessate il fuoco in cambio della riapertura del canale marittimo.
I tre funzionari americani che hanno svelato la posta in gioco non hanno però chiarito se il confronto sia portato avanti dai diretti interessati o tramite i mediatori. Anche il presidente americano, Donald Trump, ha collegato la tregua all’apertura dello Stretto, sottolineando che «il regime iraniano ha chiesto agli Stati Uniti un cessate il fuoco» e la richiesta verrà considerata dalla Casa Bianca «quando lo Stretto di Hormuz sarà aperto, libero e sgombro». Il tycoon si è poi sentito telefonicamente con il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, informandolo «sui colloqui per una possibile tregua». Bloomberg ha anticipato che Trump, nel discorso serale alla Nazione, andato in onda dopo la chiusura del giornale, avrebbe circoscritto la durata del conflitto, sostenendo che gli Stati Uniti usciranno dall’Iran nell’arco di due o tre settimane. Con Reuters invece Trump si è limitato a dire: «Ce ne andremo presto e se sarà necessario torneremo per colpire in modo mirato».
Ma la versione dell’amministrazione americana non coincide per ora con quella di Teheran su diversi fronti. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha infatti dichiarato che le affermazioni del tycoon sulla richiesta del cessate il fuoco sono «false e infondate». Poco prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha negato che ci siano trattative in corso, pur ammettendo sia i contatti con il Pakistan sia di ricevere «messaggi dall’inviato americano Steve Witkoff». Riguardo allo Stretto di Hormuz, i pasdaran non avrebbero alcuna intenzione di cedere: hanno ripetuto che resta chiuso ai «nemici» del Paese. A essere accolto con favore, secondo la Tass, sarebbe invece l’eventuale ruolo della Russia come mediatore.
Oltre all’amministrazione americana, anche nel Vecchio continente si cerca una soluzione per la riapertura del canale. E secondo i media inglesi, la questione sarà affrontata oggi nel vertice virtuale di leader europei e non, ospitato dal premier britannico, Keir Starmer. Si tratterebbe di una sorta di «coalizione di Hormuz» che prevede la presenza dei 35 Paesi firmatari della Dichiarazione di Londra sullo Stretto, tra cui l’Italia, la Francia, la Germania, l’Olanda e il Giappone. E se la lista include la partecipazione di alcuni Paesi arabi del Golfo, i grandi assenti sono gli Stati Uniti. Le valutazioni della riunione verteranno sulle «misure politiche e diplomatiche sostenibili per il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto e per la ripresa del transito di merci vitale». Fermo restando che le eventuali iniziative cominceranno solo dopo «la cessazione delle ostilità».
Ad accettare l’approccio più interventista di Trump sarebbero invece gli Emirati Arabi Uniti. Secondo il Wall street journal, Abu Dhabi si sta preparando a sostenere Washington e gli alleati ad aprire con la forza lo Stretto. Tra l’altro, il capo della compagnia petrolifera nazionale Adnoc, Sultan Ahmed Al Jaber, ha commentato che il blocco del canale rappresenta «un’estorsione economica globale» e ha quindi invitato «il mondo ad agire insieme per proteggere il libero flusso di energia».
Nel frattempo, proseguono i bombardamenti contro il regime. I raid israeliani, a detta dell’agenzia iraniana Fars, hanno colpito di nuovo l’acciaieria di Isfahan. E secondo Teheran, sarebbe stata attaccata la fabbrica farmaceutica di Tofigh Daru nella capitale iraniana, con «le unità produttive e il dipartimento di ricerca e sviluppo della fabbrica» che sarebbero state «completamente distrutte». Le Idf, nel pomeriggio, hanno annunciato nuovi attacchi. E gli alleati americani hanno iniziato a far volare i bombardieri B-52 nei cieli iraniani. Pare peraltro che ci sia Washington dietro il raid sull’ex ambasciata americana a Teheran, diventata un museo dopo l’occupazione nel 1979.
Dall’altra parte, i Paesi di Golfo hanno affrontato nuovi raid iraniani. Il Qatar è stato attaccato da tre missili da crociera: uno di questi ha colpito la petroliera Aqua 1, noleggiata da QatarEnergy, che si trovava nelle «acque territoriali settentrionali». L’equipaggio è stato tratto in salvo, mentre sarebbero stati registrati dei danni al di sopra della linea di galleggiamento. Per i pasdaran, che hanno confermato l’attacco, la petroliera sarebbe invece israeliana. In Kuwait, per la settima volta è stato colpito l’aeroporto internazionale. Negli Emirati, un cittadino del Bangladesh è stato ucciso dalle schegge di un drone intercettato. Ma l’attacco missilistico più intenso è piombato su Israele. Un vettore con una testata a grappolo è precipitato nel centro del Paese, causando danni a Rosh Haayin e Petah Tikva. Le sirene sono scattate anche ieri sera, con milioni di persone che hanno trovato riparo nei rifugi sotterranei.
Da quando è iniziata la guerra con l’Iran, i numeri parlano chiaro. Il gas europeo è aumentato fino all’85 per cento, il petrolio di oltre il 50 per cento. In Italia, dove il gas determina il prezzo dell’elettricità, le bollette hanno iniziato a salire quasi automaticamente. Il carburante ha superato i 2,3 euro al litro in autostrada. Il governo è dovuto intervenire con un taglio di 25 centesimi per contenere il diesel sotto i 1,90 euro.
Questa non è una sorpresa. È la conseguenza logica di un sistema costruito per funzionare in condizioni ideali, ma incapace di reggere uno shock geopolitico.
La situazione si è aggravata ulteriormente quando il Qatar, pilastro delle forniture di GNL europee, ha dichiarato force majeure dopo i danni subiti dalle sue infrastrutture. Secondo Reuters, il 17 per cento della capacità di esportazione di GNL è stato colpito. Per l’Italia significa perdere, almeno in parte, un flusso che copre quasi il 10 per cento del fabbisogno nazionale.
È in questo contesto che Giorgia Meloni è volata d’urgenza in Algeria. Un viaggio che ha il sapore della necessità più che della strategia. L’Algeria oggi copre circa il 30 per cento del gas italiano. Ma il punto non è dove si va a cercare il gas. Il punto è perché bisogna correrci all’ultimo minuto.
Qui emerge la differenza con l’India.
New Delhi non è meno esposta. Il 40 per cento del suo petrolio passa da Hormuz e il Qatar rappresenta oltre il 40 per cento delle sue importazioni di GNL. Eppure, i prezzi interni non sono esplosi. Reuters ha riportato che i prezzi alla pompa sono rimasti sostanzialmente stabili anche con il petrolio sopra i 100 dollari al barile.
Non perché il problema non esista. Ma perché lo Stato ha deciso di assorbirlo.
L’India controlla i prezzi, diversifica le forniture, utilizza leve fiscali e mantiene un mix energetico che include ancora una quota rilevante di produzione domestica. Ha già ridotto le forniture industriali di gas per proteggere i consumatori e ha attivato misure d’emergenza per garantire il GPL a oltre 300 milioni di famiglie.
Non è un sistema perfetto. Ma è un sistema che regge.
L’Europa, invece, fa l’opposto. Espone famiglie e imprese alla volatilità dei mercati globali e interviene dopo, con misure tampone. Bruxelles propone tagli temporanei alle tasse sull’energia, aiuti di Stato e qualche aggiustamento tecnico. Ursula von der Leyen ha parlato di maggiore flessibilità e di un fondo da 30 miliardi legato all’ETS.
Sono cerotti su una frattura.
Il problema è strutturale. Il prezzo dell’elettricità continua a essere legato al gas. Quando il gas sale, tutto sale. Un sistema efficiente in tempi normali diventa una macchina di trasmissione della crisi quando il contesto cambia.
Ed è qui che il nodo politico diventa inevitabile.
Meloni lo ha detto chiaramente. Le politiche verdi europee, così come sono state concepite, rischiano la “desertificazione industriale”. Non è una posizione isolata. Insieme ad altri leader europei, ha chiesto una revisione del sistema ETS, un’estensione delle quote gratuite oltre il 2034 e una transizione più graduale.
Non si tratta di negare la transizione energetica. Si tratta di riconoscere che una transizione che rende l’Europa più fragile nei momenti di crisi non è sostenibile, né economicamente né politicamente.
Nel frattempo, l’India si muove. Sta cercando nuove forniture di GNL fuori dal Medio Oriente. Ha aperto canali con nuovi partner, inclusa l’Argentina, che ha firmato accordi preliminari per esportazioni fino a 10 milioni di tonnellate annue. Non è ancora una realtà operativa, ma è una direzione strategica chiara.
Diversificare. Intervenire. Proteggere.
L’Europa, invece, resta intrappolata tra obiettivi climatici rigidi, mercati liberalizzati e divisioni interne. Il risultato è un sistema che funziona finché tutto va bene e cede quando serve davvero.
La crisi di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una crisi di modello.
Da una parte c’è chi considera l’energia una questione di sicurezza nazionale. Dall’altra c’è chi la tratta come un esercizio regolatorio.
Il prezzo di questa differenza oggi si paga alla pompa, in bolletta e, soprattutto, nella competitività dell’intero sistema economico europeo.

