2021-12-19
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come servire il pandoro o il panettone
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ai loro genitori perché, secondo il tribunale dell’Aquila, lo stile di vita a cui erano sottoposti li stava gravemente danneggiando. Giudici, assistenti sociali e curatori hanno elencato una serie incredibile di misfatti che i poveri Nathan e Catherine Trevallion avrebbero compiuto a danno dei figli: mancata scolarizzazione, vestiti cambiati una volta la settimana, isolamento, addirittura esposizione mediatica tramite intervista concessa alle Iene. Un vero inferno. In buona fede si sarebbe dunque portati a pensare che ora le istituzioni stiano colmando tutte queste atroci lacune, che stiano lavorando per garantire ai piccoli tutto ciò di cui sono stati ferocemente privati.
Eppure, a quanto risulta, la situazione è un po’ diversa. Ai giornali, negli ultimi mesi, sono giunte - diffuse chissà da chi - notizie allarmanti di ogni tipo. La tutrice, Maria Luisa Palladino, disse al Messaggero che i piccoli «non sanno leggere, stanno imparando l’alfabeto. La bambina più grande, sotto dettatura, sa scrivere solo il suo nome. Nella struttura colorano, fanno i puzzle, interagiscono con gli altri coetanei e stanno capendo che le attività che stanno facendo sono per il loro interesse». Vere o meno, queste informazioni avrebbero dovuto restare sconosciute alle masse. Si potrebbe infatti sostenere che, rivelandole, si sia lesa la privacy dei bambini esponendoli alla pubblica gogna. Ma c’è di peggio. Risulta infatti che dal 20 di novembre i tre bambini non stiano svolgendo alcuna attività scolastica. Il 7 di gennaio avrebbe dovuto presentarsi nella casa famiglia in cui i piccini si trovano attualmente una insegnante individuata (sembra) con l’aiuto del sindaco di Palmoli che avrebbe dovuto iniziare un percorso con loro. Ma non si è presentata per ragioni sconosciute. «La maestra la stiamo cercando», dice la tutrice. «È urgente. L’avevo trovata, ma adesso pare che siano nati dei problemi. Spero di trovare la quadra per il bene dei bambini». Dunque da un mese e mezzo niente scuola per i piccoli Trevallion. Forse i genitori non erano docenti strabilianti, ma qualche insegnamento, a modo loro, provavano a impartirlo. Già questo particolare basterebbe a fare sorgere parecchi dubbi sul modo in cui i bambini vengono attualmente gestiti. Purtroppo però c’è molto altro.
Da settimane, sulla famiglia vengono diffuse notizie di tutti i tipi, e soprattutto indiscrezioni e voci attribuite a coloro che dovrebbero gestirli. Sempre la tutrice Palladino ha concesso qualche giorno fa una intervista alla Vita in diretta in cui ha detto: «La madre rifiuta tutto, che dobbiamo fare? Spero di trovare la quadra per il bene dei bambini. Da quando lei ha cambiato il legale, non parlo più con la madre, parlo con gli avvocati. In casa famiglia parlo con gli educatori, la responsabile e i bambini, guardo loro», ha aggiunto. «È chiaro che lei è molto rigida nelle sue posizioni, vede dei cambiamenti anche nei bambini. Ma l’educazione la decide la struttura in base alle regole». Ieri il Messaggero ha rilanciato queste parole, spiegando che nel fine settimana si sarebbe tenuto un incontro fra la Palladino, gli assistenti sociali e i responsabili della casa famiglia in cui i bambini sono ospitati assieme alla madre, che però vive a un piano diverso. Secondo il quotidiano romano, i vari responsabili starebbero valutando di allontanare mamma Catherine dalla struttura perché ostacolerebbe il percorso dei figli. Beh, anche ammettendo che fosse vero, resta un problema: la madre e il padre da novembre non hanno più la responsabilità genitoriale, quindi non sono loro a decidere alcunché. Le istituzioni sono responsabili di tutto, a prescindere dall’atteggiamento di madre e padre. Dunque sostenere che la madre sia in qualche modo ostativa è semplicemente assurdo. Oppure - e questa sarebbe l’ipotesi peggiore - diffondere queste indiscrezioni serve a uno scopo soltanto: mettere ulteriormente in cattiva luce i genitori, cosa particolarmente sgradevole e scorretta.
Forse qualcuno ritiene che alimentare malelingue su Catherine e Nathan possa giovare alla reputazione del tribunale, facendolo apparire meno «cattivo». Del resto è noto che la gran parte dell’opinione pubblica non approvi granché il fatto che i piccoli Trevallion siano stati allontanati. In ogni caso, il bilancio non è dei migliori. I bambini hanno subìto un traumatico allontanamento da casa e dai genitori, e chissà per quanto tempo resteranno separati. Non hanno visto insegnanti né svolto attività didattiche, sono stati esposti ripetutamente agli occhi della folla, spesso in modo degradante. Davvero non si poteva evitare tutto questo? Davvero non si poteva approntare un percorso senza portarli via da casa? Le istituzioni aquilane sostengono di no, ma viene da dubitarne, specie se si fanno confronti con altre vicende.
Piccolo esempio. Nei giorni scorsi si è tornati a parlare del campo rom di Castel Romano sulla Pontina a Roma, dopo che un poliziotto brasiliano e la sua famiglia hanno rischiato di essere malmenati dagli abitanti della baraccopoli. I brasiliani, in vacanza nella Capitale, avevano subito il furto dei bagagli e di vari effetti personali, compreso uno smartphone. Geolocalizzando il telefono hanno scoperto che i loro beni si trovavano nel campo rom, e si sono recati sul posto per recuperarli. Lì se la sono vista brutta: la polizia locali li ha salvati da un trattamento ruvido ma non ha permesso il recupero delle proprietà sottratte. Soffermiamoci un attimo su quel campo rom. Sentite che cosa scrive a riguardo non una pericolosa congrega di nazisti ma una organizzazione umanitaria impegnata da molto tempo nel sostegno ai rom: «Dal 25 agosto 2025, Associazione 21 luglio è impegnata nelle azioni per il superamento di Castel Romano. Castel Romano, nata nel 2005 e ampliata negli anni successivi, è stata per lungo tempo la baraccopoli più popolosa di Roma: nel 2017 ospitava oltre 1.000 persone. Oggi, tra l’area K e l’area M, vivono ancora un’ottantina di nuclei per un totale di circa 300 persone di cui la metà sono minori. Le condizioni restano estremamente difficili: container fatiscenti, spazi insufficienti e gravi criticità igienico-sanitarie». Capito? In quella baraccopoli dovrebbero esserci più o meno 150 minorenni. Chiariamo subito: non siamo di quelli secondo cui bisognerebbe togliere i figli ai rom alla velocità della luce. Pensiamo anzi che andrebbero lasciate integre le famiglie ma costrette a trovarsi una sistemazione civile e un lavoro onesto. Sappiamo pure che, in alcuni casi, i bambini rom sono stati effettivamente allontanati dai genitori (i dati a riguardo sono piuttosto vaghi e spannometrici, va detto). Con tutta evidenza, nel caso della Pontina, i servizi sociali e il Comune di Roma hanno scelto di lasciare che bambini e famiglie proseguissero a languire nell’incuria e nel disagio, in mezzo a ladri e criminali. Ma siamo magnanimi, mettiamo che vi sia della buona fede in questa decisione. Che le istituzioni abbiano scelto una via morbida per trattare con i rom e farli uscire. Ebbene, anche ammettendo questo, rimane una domanda pesante come un macigno: perché a Castel Romano si sceglie di non portare via tutti i minori e invece alla famiglia del bosco di Palmoli sono stati tolti tre figli per molto meno? A casa dei Trevallion, a novembre, sono entrati assistenti sociali e forze dell’ordine per portare via i bambini. A Castel Romano la polizia non entra nel campo rom nemmeno per portare via i bagagli rubati a un turista.
Il combinato disposto - per così dire - fra il discorso tenuto da papa Leone XIV al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - in cui si condanna qualsiasi azione o legge che legittima azioni contro la vita, dal concepimento (aborto) alla morte naturale (suicidio assistito ed eutanasia) - con le parole del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa di fine anno («Io penso che compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi, ma sia sempre ridurre al minimo la solitudine», sostenendo cure palliative e caregivers familiari dedicati), propone una chiave di lettura nuova e illuminante sui temi inerenti il fine vita, compresa la stessa recente sentenza della Corte costituzionale.
Il riferimento concreto è la sentenza 204/25 della Corte in tema di suicidio assistito, evocata dalla impugnazione da parte del governo della legge Regione Toscana n.16 del 14 marzo 2025, che apre uno scenario per certi versi nuovo che merita di essere attentamente considerato.
La sentenza non cancella l’intero testo regionale, ma ne ridimensiona pesantemente il portato legislativo. L’articolo 2, che si può considerare il focus, il nucleo centrale, della legge regionale - che richiama i requisiti indicati dalla Corte nella sentenza 242/19 per poter accedere alla richiesta di suicidio assistito, e si collega alla legge 219 del 2017 inerente consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento - viene dichiarato incostituzionale perché «produce l’effetto di definire nella legislazione regionale, irrigidendoli, i requisiti per l’accesso al suicidio assistito». E prosegue: «Alla regione è altresì precluso cristallizzare nelle proprie disposizioni principi ordinamentali affermati da questa Corte in un determinato momento storico - in astratto, peraltro, anch’essi suscettibili di modificazioni - e oltretutto nella dichiarata attesa di un intervento del legislatore nazionale». In pratica vengono chiariti e confermati due principi fondamentali: primo, le Regioni non hanno competenza nel definire le norme di accesso al suicidio assistito, neppure appropriandosi dei criteri espressi nella sentenza 242 e - quindi - la responsabilità legislativa è tutta ed esclusivamente nelle mani del Parlamento. Secondo, con una aggiunta che potremmo definire sorprendente e inaspettata: gli stessi criteri enunciati nella sentenza 242, sono «anch’essi suscettibili di modificazioni». Dunque, come si suole dire, la palla è ritornata nella metà campo dei rappresentati eletti dal popolo, che - proprio in quanto tali - hanno il dovere di sostenere le istanze, i valori e i principi di coloro che hanno dato loro mandato e fiducia.
Il Parlamento, quindi, decidendo di intervenire, può legiferare modificando i requisiti stabiliti dalla Corte, con criteri che affermino rigorosamente il principio di tutela della vita umana, sempre e in qualsiasi condizione si trovi la persona, con una decisa scelta a favore della cura, piuttosto che della morte. Si tratta di compiere un corretto bilanciamento fra l’autodeterminazione del soggetto e il diritto alla vita, fondamento della nostra Costituzione, mantenendo il principio morale e civile del favor vitae. Lo strumento per concretizzare questa scelta del primato della cura non dobbiamo inventarcelo, perché è già nelle nostre mani: si chiama medicina palliativa, sostenuta sul piano comunicativo, informativo e finanziata con risorse dedicate, resa disponibile in ogni momento di criticità della salute e in ogni luogo, prevedendo cure domiciliari e presidi di degenza, dagli ospedali agli hospice. È esperienza diffusa e consolidata che laddove le cure palliative sono disponibili, la richiesta di morte assistita scompare.
La stessa Corte, in una sentenza precedente, aveva avvertito del rischio che si può correre, quello di una «minor tutela della vita delle persone più deboli e vulnerabili, che potrebbero essere indotte a farsi anzitempo da parte», proprio come sta accadendo in tutti - proprio tutti, senza eccezioni - i Paesi che hanno approvato leggi di morte assistita. D’altro canto, appare assai poco civile uno Stato che al malato, al disabile, all’anziano bisognoso di ogni cura, risponde con la soluzione di «farsi anzitempo da parte»!
Anche altri aspetti della sentenza 204 vanno nella direzione della tutela della vita: si cancella l’assurda norma regionale toscana che prevede che la richiesta di suicido assistito possa essere avanzata da un «delegato»; si ribadisce la grande importanza di garantire sempre e a chiunque cure palliative, esortando le istituzioni preposte a lavorare in tal senso; si annulla la proposta di considerare le procedure di morte assistita come un livello essenziale di assistenza (Lea); sono dichiarate incostituzionali le norme che fissano la durata delle procedure, stabilendo termini temporali che non sono di competenza delle Regioni. Se ci fosse ancora bisogno di capire quanto assurda ed evidentemente ideologica fosse la legge regionale basta pensare che si prevedeva il «diritto di recesso». Vuol dire che il paziente ha il diritto di ripensarci e non procedere… Già, ma questo ha senso se si tratta di eutanasia, però nel caso di suicidio, che impone l’autosomministrazione del farmaco letale, che senso ha parlare di «diritto di recesso»?
Purtroppo, la sentenza 204 conferma l’impianto fortemente negativo di enunciati precedenti, riconoscendo il «diritto» di ottenere l’assistenza al suicidio ad opera del Servizio sanitario nazionale, affermando il valore «autoapplicativo» a quanto già stabilito con la sentenza 132/25. Questa affermazione ha il sapore di una esclusione previa di ogni tentativo di tenere fuori, per legge, il nostro Ssn. Che fare, dunque? Mani legate? Nessuno spazio per tutelare fragili e vulnerabili? Assolutamente no! Innanzitutto, sostenendo l’insanabile contraddizione fra questa disposizione e la ratio della legge 833/78 che istituisce il servizio sanitario nazionale come presidio per la vita e la salute del paziente, giammai per la somministrazione della morte; e poi agendo di conseguenza, alla luce proprio della sentenza 204: nessuna legge, dato il valore autoapplicativo dei criteri e delle norme esplicitate dalla Corte. Non c’è alcun bisogno di scrivere una legge… Oppure - al contrario - si scriva una legge che tuteli con rigore l’indisponibilità del bene vita, implementi e renda disponibile a chiunque e dovunque le cure palliative, rinforzi e sostenga, anche economicamente, la rete di caregiver familiari e non, e rimoduli la pena prevista per l’articolo 580 del Codice penale, che rimane reato, ma affievolito nella sanzione, pensando ad aspetti di documentati legami parentali/affettivi con il richiedente.
Utopia? No. Coraggio tanto, perché essere controcorrente non è mai facile e remare contro la cultura della morte, trionfante in tutti gli aspetti della nostra società, è quanto mai fuori moda. Ma, come diceva una frase disegnata a carboncino, da mano ignota, sul muro di Berlino, il 9 novembre 1989: «Gli innocenti non sapevano che era impossibile… Per questo lo fecero». Lavoriamo per essere quel tipo di innocenti.
Grande notizia quest’anno. O forse no, visto che nessun telegiornale la diffonde. Nel 2025 la temperatura del pianeta - ottenuta eseguendo la media delle misure registrate nel corso dell’anno, quotidianamente, dalle diverse centinaia di stazioni meteo sparse nel globo - è stata inferiore di quella del 2024. Se voi rammentate, esattamente un anno fa, a reti unificate, si denunciava il 2024 come l’anno più caldo «di sempre». Devo virgolettarlo per esser sicuro che non fraintendiate per mia la locuzione. Già: dicevano, e scrivevano, un anno fa, l’anno più caldo di «sempre», riferendosi al precedente 2024. Tecnicamente «da sempre» sarebbe dal Big bang, immagino. Ma anche a voler essere meno pedanti e un po’ più elastici, ci riesce difficile identificare con «sempre» le poche decine d’anni da quando si eseguono le registrazioni della temperatura atmosferica. Tant’è.
Poi, a dire il vero, ci sarebbe anche da disquisire sul significato fisico del valor medio calcolato dalle temperature registrate nel corso dell’anno. Non v’è dubbio che un qualche numero viene sbroccolato, ma che significato ha? Viene venduto come temperatura media del Pianeta, ma io avrei seri dubbi della cosa. Perché, vedete, se io sono ora a Trieste e ho un po’ di febbre a 38, mentre il termometro sotto la vostra lingua, ovunque voi siate, registra un normale 36, la media aritmetica fa 37, ma cosa rappresenta? Io direi che non rappresenta alcunché. Lo stesso vale se eseguo la media aritmetica tra la mia temperatura di ieri, 36 gradi, quando stavo bene, e quella di oggi. Il valore è, ancora, 37, ma non rappresenta alcunché. La questione della temperatura media globale è in effetti tecnica ed è seria e, di fatto, basta a invalidare i tre quarti della climatologia corrente.
Ma soprassediamo sui tecnicismi e seguiamo il mainstream. Secondo il quale «ogni tonnellata di CO2 immessa in atmosfera comporta un riscaldamento del Pianeta» (copyright l’Ipcc, il comitato dell’Onu sul clima al quale Donald Trump ha chiuso i rubinetti del fiume di denaro prelevato per decenni dalle tasche dei contribuenti). Orbene, nel solo 2024 di tonnellate di CO2 in atmosfera non ne è stata immessa una e neanche due, ma 34 miliardi. Peccato che, seguendo il mainstram climatologico, il Pianeta nel 2025 s’è rinfrescato rispetto al 2024. Il mainstream della comunicazione, invece, che nel gennaio dello scorso anno fece un diavolerio perché il 2024 era stato l’anno più caldo, quest’anno zitto e mosca sul 2025 più fresco dell’anno precedente.
Dalla figura si può notare che nei 22 mesi dall’aprile 2024 al dicembre 2025 trattasi di 9 decimi di grado di rinfrescamento globale. Insignificanti per me e per tutti voi che mi leggete, ma non per il mainstream - climatologico e dell’informazione - visto che quello che affliggerebbe l’umanità è un riscaldamento globale che dal 1979 (all’estrema sinistra del grafico in figura) fino all’aprile 2024 (momento più caldo «di sempre») vale 1.4 gradi. Cosicché al riscaldamento di 1.4 gradi in 40 anni (1979-2024) è seguito un rinfrescamento di 0.9 gradi in 22 mesi (aprile 2024-dicembre 2025). Di nuovo, tutto ciò per noi è insignificante, ma quel riscaldamento ci fu venduto come «minaccia esistenziale». Rammentate? Avevamo solo dieci anni per salvare il Pianeta e noi stessi, o forse cinque, e per qualcuno addirittura 2 - e questo qualcuno non era uno qualunque, ma nientemeno che l’erede al trono - ora sul trono - del Regno Unito. Curioso che nessuno si chieda come mai con 34 miliardi di CO2 in più il Pianeta si sia rinfrescato, in un poco più di un anno, quasi di quanto si era riscaldato in 45 anni.
I più perseveranti tra i preoccupati per la propria esistenza - più che altro quelli che, per qualche misteriosa ragione, non gradiscono essere rassicurati - diranno che quella del 2025 è solo una eccezionale fluttuazione statistica. Ma, se si guardano i fatti - unica cosa da guardare se si pretende di far scienza - come risultano dalla figura, emergono di continuo contraddizioni con la congettura secondo cui controllando la CO2 controlleremmo il riscaldamento globale. Possiamo infatti osservare che declini di temperatura sono occorsi non una volta ma una decina di volte in 45 anni. Per esempio, un declino di 8 decimi di grado nel corso del 1988, nel corso del 2010 e 2011, e nel corso del 2016 e 2017; e di oltre 1 grado tra l’inizio del 1998 e il 2000. La conclusione è che il clima non è governato dalla CO2 che l’uomo immette in atmosfera, visto che questa cresce senza sosta mentre il pianeta a volte si riscalda a volte su raffredda (sempre seguendo il ragionamento mainstream).
Non siamo gli unici ad accorgerci che quella del cambiamento climatico causato dalle emissioni antropiche è una bufala. Pensiamo a Greta Thunberg. La bambina che piangeva per strada durante gli scioperi e urlava nella sala dell’Onu che qualcuno, non meglio identificato, le stesse rubando il futuro, oggi, ormai signorinella, cerca di rivolgere le proprie attenzioni altrove. Con poco successo ha provato a sposare la causa dei terroristi: a noi non resta che augurarle maggiore successo in più proficue cause.
E non possiamo non pensare a Sergio Mattarella. Nel suo discorso di fine 2019 diceva il nostro presidente: «Le nuove generazioni hanno chiara la percezione che i mutamenti climatici sono questione serissima che non tollera ulteriori rinvii nel farvi fronte». Nel discorso di fine 2025, la questione serissima che non tollerava rinvii è completamente dimenticata, e la parola «clima» appare solo in questa frase: «Entriamo, oggi, in un tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente, dall’economia, all’ambiente, al clima, alle rivoluzioni tecnologiche che investono le nostre vite, ai rischi delle pandemie, alle reti del terrorismo integralista». La parola «clima» è messa lì, come il salame nelle vignette di Benito Jacovitti; come se il presidente si fosse chiesto: si nota di più se sulla questione mi taccio del tutto o se faccio apparire di crederci ancora?
«Tre colonne in cronaca, che sarà mai?». C’è una rivoluzione che non interessa al sistema mediatico, anzi ispira la sottovalutazione, impone il parlar d’altro: è quella iniziata da papa Leone XIV fra le mura millenarie del Vaticano. È singolare notare come giornali pronti a schierare editorialisti ad ogni frase di Francesco da Fabio Fazio e a scatenare i coloristi ad ogni cambiamento di scarpe o di occhiali del pontefice defunto, tendano a trattare il «metodo Prevost» (gentilezza nel ritorno alla tradizione) come qualcosa di scontato. Un contorno non una pietanza, fumo non arrosto. E invece, come insegna un vecchio proverbio scespiriano, dove c’è fumo c’è anche arrosto.
Così il potente discorso del Santo Padre davanti agli ambasciatori accreditati alla Santa Sede è passato come qualcosa di così risaputo, che i totem dell’informazione cartacea mainstream (Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa) hanno deciso che non valeva la pena commentarlo e in qualche caso neppure sottolinearne i passaggi chiave. Non si tratta di esibirsi nel consueto giochino del «si stava meglio quando si stava peggio» o viceversa, ma di attribuire valore a parole destinate a illuminare l’orizzonte, a far diradare la nebbia dopo 12 anni di progressismo gesuita con il piede sull’acceleratore. In realtà Leone è salito sul monte Sinai, ha preso martello e scalpello, ha scritto sulla pietra angolare.
«Dilaga il fervore bellico», ecco una stilettata all’Europa guerrafondaia dei volenterosi senza un’idea purchessia di pace. «I cosiddetti nuovi diritti smontano i diritti umani, è un corto circuito», un distinguo in risposta alle fughe in avanti woke, alla danza tribale attorno al totem fasullo delle minoranze al potere. Con la frase «Va sviluppandosi un linguaggio nuovo dal sapore orwelliano che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano», il pontefice ha smontato il pensiero unico, la melassa indistinta che esclude quando non demonizza chi non si allinea al conformismo dominante. Parlando degli incendi internazionali, ecco un pensiero sul Venezuela: «Si rispetti la volontà del popolo per risollevarlo dalla grave crisi». Un punto esclamativo, un richiamo alla libertà dell’individuo, al valore assoluto della vita umana disprezzata da Nicolás Maduro, dalla sua cricca, da Maurizio Landini e dai suoi seguaci postcomunisti nelle piazze e negli atenei italiani.
Parole da Papa ma non da tutti i papi. Parole che rimettono l’uomo con la veste bianca al centro del pensiero forte, al centro di quell’Occidente cristiano in difetto d’una guida, alla ricerca dell’anima perduta. Leone XIV ha citato tre volte Joseph Ratzinger, si è intestato l’eredità morale di quel sommo pensatore, e ha liquidato il predecessore con la gentilezza dovuta alla colleganza. Un anziano cardinale abituato ai Conclave sussurra: «Lui non guarda in basso dove c’è il numero dei like, lui guarda oltre dove c’è lo Spirito Santo». Buon segno per il gregge, pessimo per chi - da monsignor Antonio Spadaro al teologo Vito Mancuso - ha trascorso mesi a spiegarci (guarda caso da quegli stessi giornali distratti) che «non c’è nessuna discontinuità con Jorge Bergoglio». Il peso politico e teologico del discorso di Robert Francis Prevost è così evidente che non basta ignorarlo per cancellarlo. Lui va ripetendo: «Non sono un condottiero solitario» ma conquista terreno, conquista cuori dentro e fuori le Mura Leonine. La sensazione è che le ricette da salotto siano finite e il sacerdote da gay pride debba tornare in sacrestia a cercare la tonaca per l’ora della messa. L’imbarazzo è così grande che i media progressisti non hanno trovato nulla di meglio che sottolineare «l’irritazione» dei tradizionalisti per la mancata reintroduzione nel Concistoro della messa in latino. Guardare la pagliuzza per salvare la faccia, magra consolazione.

