2022-03-27
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come si mangiano gli spaghetti
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Gli Stati Uniti hanno perso l’attimo, avrebbero dovuto dichiarare vittoria dopo la morte di Khamenei e, in qualche modo, accontentarsi per non finire impantanati. Ma Daniele Santoro, che ha vissuto per anni in Turchia, aggiunge anche una nuova pedina sulla scacchiera mediorientale. Dove ormai noi forse siamo abituati a considerare Stati Uniti, Israele e Iran attori principali in questa guerra, l’analista geopolitico di Limes attacca un tassello, quello che un tempo veniva considerato soltanto un ponte tra Oriente e Occidente e, invece, oggi conta molto di più: ovvero il Paese di Erdogan.
Trump ha rinviato di una settimana il suo ultimatum per l’attacco contro le infrastrutture elettriche della Repubblica islamica: è un tentativo di trovare un accordo diplomatico?
«Sicuramente sì, si tratta di provare a trovare una via diplomatica. Ma più che altro testimonia la disperazione con cui Trump sta implorando i persiani di concedergli un accordo. Lui rischia di uscire con le ossa rotte da questa guerra e ne è consapevole. Il presidente Usa è stato convinto da Netanyahu che si sarebbe trattato di una guerra facile, ora ha capito che non sarà così e sta cercando una via d’uscita. L’Iran è in vantaggio e non è detto che gli ayatollah vogliano cedere, potrebbero voler andare avanti».
In queste ore si parla molto di fine della guerra. Lei ci crede?
«No, queste guerre non finiscono mai: abbiamo visto a Gaza o in Ucraina, conflitti che si protraggono per il dilettantismo con cui vengono prima intrapresi, poi condotti. La guerra andrà avanti, seppur con delle tregue, ma ormai non ci sarà una fine vera e propria e soprattutto non ci sarà un happy ending. La verità è che Israele e Iran hanno tutto l’interesse perché la guerra continui: il loro è un tornaconto che, invece, gli Stati Uniti non hanno, soprattutto dal punto di vista economico».
Cioè mi sta dicendo che l’Iran paradossalmente rischia di uscirne rafforzato?
«L’Iran oggi è più forte e si trova in una posizione di vantaggio rispetto a prima della guerra: ha conquistato Hormuz, ha le carte in mano ed è competitivo con gli altri Paesi. Basti pensare che gli iraniani hanno provocato uno shock energetico quasi senza precedenti, un blocco che ha investito tutto il mondo, e per questo la Repubblica islamica esce rafforzata dalla guerra. Oggi, facciamo un esempio concreto, l’Iraq non può stoccare greggio, non può esportarlo via Hormuz e quindi perde capacità di commercio. Invece, con l’ok di Trump alla cancellazione delle sanzioni nei confronti dell’Iran, il Paese degli ayatollah sfrutta l’opportunità commerciale e con questi dollari guadagnati potrà finanziare un’espansione in Iraq e affiliare la popolazione alla guerra contro l’Occidente. Quest’ultimo invece perde miliardi di dollari perché non può più esportare. Quello economico è un verdetto fondamentale che fa la differenza e decreta il vantaggio dell’Iran: l’Iran ha vinto perché controlla Hormuz. Trump causa uno shock petrolifero, poi piuttosto che alimentare lo shock fa entrare in circolazione il petrolio iraniano, facendo chiaramente un autogol».
Trump, in caso, potrà dichiarare «vittoria» anche senza un regime change?
«Lui ci prova e ci proverà, attraverso una narrazione che lo faccia passare per vittorioso nonostante l’esito della guerra. Però sarà difficile, al di là della questione economica di cui abbiamo parlato, far passare il concetto. Penso alle petromonarchie del Golfo (per esempio non potrà più difendere i propri alleati del Golfo, su tutti il Qatar che va incontro ad almeno 6 anni di blocco dell’esportazione di gas), che hanno la percezione di essere stati coinvolti in un conflitto che non volevano, ma soprattutto sarà difficile convincere la sua base.
Il vicepresidente J.D. Vance ha criticato aspramente Netanyahu per aver venduto agli Usa il conflitto nel Golfo come un conflitto lampo, quando invece così non è stato. Il rapporto tra gli alleati di ferro del Medio Oriente potrebbe cambiare?
«La base Maga pensa che l’America sia stata trascinata in guerra senza un reale interesse, di questo ne sono convinti dal primo minuto. Per Vance e una buona fetta del partito repubblicano, infatti, si tratta di una guerra che, anzi, va palesemente contro gli interessi americani. Una guerra dove le monarchie del Golfo, alleate degli Usa in Medio Oriente, sono diventate le principali vittime. Trump aveva promesso in campagna elettorale di interessarsi soltanto degli Usa e di non farsi carico di guerre non sue, che portassero l’America fuori dai confini. Così non è stato».
Dal costo del petrolio, al crollo di Wall Street, all’insoddisfazione della base Maga: il prezzo della guerra è diventato troppo alto per il presidente Usa?
«Trump guarda alle elezioni di Midterm ed è molto preoccupato dell’opinione pubblica statunitense. Gli iraniani, d’altra parte, potrebbero non concedergli un accordo proprio perché sanno che impantanarlo in una guerra a pochi mesi da una votazione rischierebbe di essere letale per il suo futuro da presidente. Quindi la strada diplomatica potrebbe diventare impervia in modo calcolato. E pensare che nella testa di Trump, invece, avrebbe dovuto trattarsi di una guerra per distrarre gli americani dai problemi dell’economia interna, dai files di Epstein… un grande errore di calcolo».
Secondo lei, alla fine la Casa Bianca sarà obbligata a inviare truppe sul terreno per occupare l’isola di Kharg, snodo commerciale cruciale per tutto l’Occidente?
«Questo dipende ancora una volta non dagli Stati Uniti ma dall’Iran: so che può sembrare un paradosso ma l’Iran non aspetta altro, ovvero vorrebbe un’escalation. Perché gli Usa hanno perso l’attimo. Mi spiego, oggi non hanno più possibilità di vincere la guerra: gli americani avrebbero dovuto accontentarsi di avere ucciso Khamenei e uscire dal conflitto dichiarando vittoria. L’Iran sarebbe stato azzoppato per anni, anche per via degli attacchi strategici. Adesso gli strateghi americani sanno che rispondere con una potenziale operazione di terra a Kharg potrebbe essere un rischio perché l’Iran si è preparato da anni a questa guerra. L’America fino a oggi ha voluto evitare il coinvolgimento diretto con truppe di terra (ricordiamoci Afghanistan, Iraq…) risultato sempre fallimentare. Perché il regime è detestato dalla maggior parte della popolazione iraniana. Ma il meccanismo è semplice: gli iraniani odiano vivere sotto gli ayatollah ma se il nemico diventa l’Occidente, la popolazione iraniana diventa patriottica e sotto le bombe si stringe intorno a quello che ha. Il regime prima della guerra era debole, oggetto di proteste e scontri violentissimi in piazza, ma la guerra distrae dai diritti umani e riporta l’attenzione alla mera sopravvivenza».
Il capo dell’Agenzia navale Dominguez ha dichiarato che nessuna task force militare infiltrata e nessun drone potrà rompere lo stallo di Hormuz: è d’accordo?
«Penso che se gli Usa avessero avuto la capacità di rompere il blocco di Hormuz, lo avrebbero già fatto. L’America non ha un piano. L’Iran si prepara a questa guerra da anni, sapevano che questo momento sarebbe arrivato ed erano e sono prontissimi».
Quella che lei stesso ha definito «la guerra di Trump e Netanyahu» come cambierà il Medio Ooriente?
«Questa guerra ha già cambiato il Medio Oriente, sicuramente il primo effetto è stato quello di rafforzare il regime persiano e quello israeliano. Israele però vuole staccare gli Usa dalla Turchia che resta il suo nemico numero uno. La Turchia sta accerchiando Israele. Questo attacco circoscrive l’operato della Turchia ed è una dinamica che crea attrito con gli Usa perché ne limita il raggio di azione. E poi bisogna capire cosa succederà: Netanyahu dovrà fare i conti con i suoi soldati. Israele e Iran senza la guerra, ovvero un nemico dichiarato, stanno in piedi? Come evolverà il rapporto Usa-Israele? Torniamo agli attacchi alle petromonarchie, nodo cruciale. Israele, da una parte, potrebbe garantire sicurezza a questi Stati, ma dall’altra l’Arabia saudita sta facendo asse con Turchia e Pakistan, per sfuggire al conflitto».
Lei è un esperto del mondo turco e ha detto che la Turchia uscirà come la vera vincitrice di questa guerra. Per quale motivo?
«Sicuramente nel medio e lungo periodo la Turchia è l’unica ad avere un’idea imperiale. Evidentemente Iran e Israele hanno una loro idea di Medio Oriente, mentre la Turchia ha un’idea diversa, di pace e sicuramente non bellica. Credo che sia probabile che convinca molti altri Paesi e le masse arabe a pensarla così e ad allearsi».
La Turchia è ormai un nostro vicino, visto che si è insediata in Libia. Come la dovremmo considerare? Un’amica che potrebbe servirci?
«Innanzitutto, penso che la Turchia andrebbe almeno presa in considerazione, questo sarebbe già un passo avanti: sicuramente dovremmo approcciare la Turchia come non abbiamo mai fatto perché non abbiamo le risorse mentali. L’Italia dovrebbe provare a ricomporre le fratture con i nostri partner, dalla Libia alla Francia. In Libia, per esempio, i turchi fanno fatica a controllare tutto, l’Eni potrebbe essere una pedina di scambio per recuperare influenza sul territorio, idem Cipro… Insomma la Turchia può essere una possibilità da sfruttare per noi».
Ci sta dicendo che dovrebbe essere un nostro interlocutore privilegiato?
«La Turchia non è più il ponte tra Oriente e Occidente come l’abbiamo sempre inteso, la Turchia è la Turchia. Loro non sono né occidentali né orientali, sono turchi. Una cerniera di collegamento tra Europa e Oriente, inteso come vari Orienti, dal Caucaso ai Balcani, fino al Medi Oriente. Quello che prima poteva sembrare uno strumento, invece, oggi è un attore principale. Un Paese che tiene insieme molte dimensioni culturali».
«La guerra in Iran ha avuto un impatto sensibile sul trasporto marittimo. Il traffico nello Stretto è drasticamente ridotto (oltre il 90%) e in questo momento praticamente paralizzato. Circa 3.000 navi sono bloccate all’interno del Golfo Persico. Per cui le compagnie di navigazione, tra cui la nostra, hanno deviato su rotte alternative. Tutto questo comporta un’interruzione delle catene di approvvigionamento, soprattutto per energia, materie prime, semilavorati e merci deperibili e non, dirette verso Asia, Medio Oriente ed Europa».
È uno scenario drammatico quello tracciato da Cesare d’Amico, ceo di d’Amico Società di Navigazione. L’armatore ricorda che «dal Golfo Persico vengono esportati insieme al petrolio e i suoi derivati anche il 33% dei fertilizzanti determinanti nell’agricoltura, il 30% di materie prime per l’industria edile, il 14% della produzione di alluminio. Invece i Paesi del Golfo Persico a loro volta importano circa 200 milioni di tonnellate l’anno di prodotti agricoli. La conseguenza immediata è che i noli si impennano e vi è una esplosione dei costi assicurativi a conseguenza dell’aumentato rischio, il che genera facilmente del panico, perché si pensa non si riesca a trovare una nave o sia impossibile trasportare il carico. È una situazione molto delicata che va gestita con prudenza e attenzione».
Cosa potrebbe accadere qualora il conflitto dovesse durare per altri mesi ancora?
«Più a lungo questa situazione si protrarrà, più sarà complesso e lento il ritorno a condizioni di normalità. Guardando a quanto accaduto con il Covid, anche dopo la fase acuta i costi di trasporto e i noli sono rimasti elevati per un periodo prolungato. Su alcune tipologie di merci il nolo incide mediamente tra il 7% e il 12%. Sarà inoltre determinante capire come evolveranno i prezzi delle materie prime e dei prodotti. Diverso è il comparto dei container, che risulta particolarmente colpito, dato che i flussi in entrata e in uscita sono sostanzialmente fermi. Attualmente una parte significativa del commercio globale è bloccata, con effetti diretti e spesso negativi sui costi. Tutto questo senza considerare i danni che la guerra sta causando alle varie infrastrutture e che potrebbero avere delle conseguenze importanti anche dopo la conclusione del conflitto. A questo riguardo sappiamo che il 16% delle infrastrutture per l’esportazione del gas dal Qatar è stato seriamente danneggiato e potrebbero volerci fino a 5 anni per riportare i volumi di esportazione di gas a quelli di prima del conflitto».
Ci sono soluzioni alternative al canale di Hormuz da prendere in considerazione per il trasporto?
«L’unica alternativa al momento, che riguarda solamente il petrolio, è attraverso l’uso della pipeline che fu realizzata negli anni Ottanta, che unisce il Golfo Persico e il Mar Rosso. Cosa che sta già avvenendo. Con transito delle navi dal Mediterraneo attraverso Suez verso Gedda e il contrario, dal momento che la rotta di Bab el Mandeb verso sud resta altamente compromessa, anche se al momento gli Huthi sembrerebbe non partecipino al conflitto».
Come vi siete regolati? Avete bloccato la flotta o scelto tratte diverse?
«Fin dall’inizio del conflitto tra Ucraina e Russia, insieme a mio cugino Paolo abbiamo preso la decisione chiara di non far operare le nostre navi in aree di guerra. La priorità assoluta resta la sicurezza dei marittimi, e non intendiamo esporli ad alcun rischio finché non saranno garantite condizioni di transito sicuro. Auspichiamo la possibilità di organizzare convogli commerciali scortati da unità militari, come avvenuto in passato durante l’invasione dell’Iraq, quando fu assicurato il passaggio nello stretto di Hormuz. Anche il presidente di Confitarma, Mario Zanetti, ha sollecitato il governo italiano a valutare questa opzione. In precedenti esperienze, la Marina Militare ha svolto un ruolo estremamente efficace, contribuendo a mantenere gli equipaggi in condizioni di tranquillità e sicurezza grazie alla presenza costante delle navi di scorta».
Di quanto sono aumentati i premi assicurativi? E quanto si prevede che saliranno ancora qualora il conflitto dovesse proseguire?
«Con la dichiarazione di zona di guerra tutta una serie di coperture assicurative sono state annullate. La Lloyd’s di Londra ha cominciato a dare ogni 12 ore le sue quotazioni per il passaggio di Hormuz, quotazioni che possono cambiare in ogni momento. I primi effetti sono importanti, si parla del 5% del valore della nave. Quindi, se considero una nave di medie dimensioni dal valore di 30 milioni di euro, significa un aumento di 1 milione e mezzo. Se andiamo ad applicare le tariffe su petroliere o navi da 300.000 tonnellate, che possono arrivare a valere anche 200 milioni di dollari, il rincaro è di 10 milioni di dollari e vale per una settimana. Significa che se passati 7 giorni non si è riusciti a uscire è necessario rinegoziare con l’assicurazione. Oggi questo costo viene ribaltato al noleggiatore o al caricatore, verrà poi considerato nel prezzo della merce per poi avere aumenti anche per il consumatore finale».
E i rincari dei noli?
«La situazione resta estremamente fluida con un mercato estremamente volatile in cui assistiamo a noli estremamente onerosi ma anche a navi che devono cambiare posizione in zavorra (quindi vuote) per trovare un carico».
Quanto incidono i noli e quanto i premi sulle merci trasportate?
«Anche qui non ci sono dati univoci, dipendono dal valore della merce. Comunque, nelle condizioni attuali, il costo logistico complessivo può incidere tra il 10% e il 15%, con il nolo come componente principale e i premi assicurativi che, in uno scenario di guerra, assumono un peso insolitamente elevato e crescente. Va detto che i prodotti raffinati che l’Europa importa dal Golfo Persico rappresentano solo il 4%, contano molto più il West Africa e gli Stati Uniti. Influenza il gas che va a influire sulla generazione di energia. Una fetta importante di gas proviene dal Golfo Persico, quasi il 20%, e un deficit potrebbe portare alla riattivazione delle centrali termoelettriche e quindi dell’importazione di carbone dall’Australia, dall’Indonesia e dal Sud Africa. Per far sì che i prezzi dell’energia non salgano troppo bisogna trovare un giusto mix e quindi ricorrere anche al trasporto di carbone. A questo riguardo ben venga il provvedimento del governo di non fermare completamente un paio di centrali in Italia. In momenti di crisi energetica piuttosto rilevanti è importante avere la possibilità di poter usufruire anche del carbone, storicamente la fonte di energia fossile più economica, al fine di calmierare i prezzi dell’energia ed in particolare le possibili speculazioni».
I premi assicurativi impattano sulla marginalità operativa? Come vengono ripartiti con i caricatori?
«Nel contesto attuale, l’armatore sembra disporre di un margine di manovra più ampio; tuttavia, è fondamentale ricordare che, al di là delle decisioni operative, l’equipaggio mantiene la facoltà di opporsi alla navigazione in determinate aree. In tali circostanze, nessuna leva economica può risultare determinante. Se in passato queste zone, pur considerate a rischio, comportavano premi assicurativi standard – generalmente compresi tra i 15.000 e i 30.000 dollari e già inclusi nel conto viaggio – oggi lo scenario è mutato: si tratta di un rischio che l’armatore non è più disposto ad assumersi, e i relativi costi assicurativi vengono quindi quotati separatamente e sostenuti dal carico».
C’è il rischio che i rincari assicurativi e dei noli permangano anche alla fine del conflitto?
«La conclusione delle ostilità ridurrebbe drasticamente gli extra costi assicurativi con il loro azzeramento solo con il consolidamento dell’assenza di rischio totale al transito. Invece per quanto concerne i noli il riaggiustamento e riallineamento dipenderà da come la filiera logistica si normalizzerà».
I vostri equipaggi sono addestrati in caso di emergenza?
«Manteniamo un contatto costante con tutte le nostre navi nel mondo. A bordo sono già previste procedure codificate per affrontare situazioni di rischio, come l’ingresso improvviso in un’area di conflitto. Gli equipaggi sono preparati e sanno esattamente come comportarsi. Hanno inoltre la possibilità di restare in continuo contatto con le proprie famiglie, così da rassicurarle anche in contesti complessi. Si parla molto dei ritardi nelle merci, dei costi e dell’impatto sui consumi, ma troppo poco di chi rende possibile contenere questi effetti. Sono i nostri equipaggi, che lavorano con grande dedizione e professionalità: un impegno di cui dobbiamo essere profondamente grati e orgogliosi».
L'operazione al porto partenopeo da parte di Agenzia delle Dogane e Guardia di Finanza: scoperti container diretti in Nigeria con oltre 130 tonnellate di rifiuti tessili nascosti come merce usata.
Nell’ambito dei servizi di contrasto alla gestione illecita dei rifiuti, i funzionari dell’Ufficio Adm di Napoli, insieme ai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli, hanno sequestrato, all’interno del porto partenopeo, diversi container destinati in Nigeria.
All’interno dei container sono stati rinvenuti 130.808 chilogrammi di rifiuti tessili, classificati come rifiuti speciali non pericolosi. Secondo la documentazione accompagnatoria, però, avrebbero dovuto contenere oggettistica usata. Per questi fatti sono stati denunciati due responsabili con le accuse di traffico illecito di rifiuti e falso ideologico.
In particolare, a seguito di una specifica attività di analisi dei rischi locali, i funzionari dell’Adm e le Fiamme gialle del II Gruppo Napoli hanno accertato la presenza, all’interno dei container, di numerosi sacchi contenenti indumenti, scarpe e borse usate, provenienti dalla raccolta nei centri urbani. Tali materiali sono stati classificati come rifiuti tessili, in quanto non sottoposti ai prescritti processi di selezione e igienizzazione.
L’analisi della documentazione ha inoltre permesso di accertare che le due società che avevano organizzato la spedizione non disponevano delle necessarie autorizzazioni per il trattamento dei rifiuti.
Al termine dei controlli, i legali rappresentanti delle due società — un 47enne originario del napoletano e una 59enne originaria dell’Ucraina — sono stati deferiti all’Autorità giudiziaria presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Napoli per traffico illecito di rifiuti e falso ideologico.
L’operazione conferma la collaborazione tra l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza nel contrasto ai traffici illeciti e nella tutela dell’ambiente.
«Siamo in trattativa per aprire un nuovo importante canale di approvvigionamento per il gas, nel nome della sicurezza energetica italiana». Edmondo Cirielli, viceministro agli Esteri in quota Fratelli d’Italia, affronta tutti i temi sul tavolo, dalla crisi internazionale ai dolori post referendum. «Era una buona riforma, ma andava spiegata meglio. L’idea di andare a votare non ha fondamento». E sulla polemica riguardante l’incontro con l’ambasciatore russo: «Qualcuno si comporta in modo codardo parlando alle spalle, ma tutti riconoscono che ho agito bene».
La crisi in Iran sembra inasprirsi, l’inflazione rialza la testa guidata dai rincari energetici. Si va verso il caos?
«Tutti stiamo sperando in una de-escalation. Ma è difficile capire quanto la componente fanatica si stia indebolendo rispetto a quella pragmatica. L’obiettivo è una chiusura e un superamento rapido del conflitto».
Nel frattempo, in Italia la maggioranza fa i conti con la sconfitta referendaria, e si parla di una «fase due» dell’esecutivo. Quale sarà il vessillo politico di questo nuovo corso?
«Io, più di che di fase due, parlerei di continuazione della fase uno. Ora più che mai c’è bisogno di stabilità, per continuare a portare avanti la nostra azione di governo, sia in Italia che all’estero. Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno svolto una grandissima azione diplomatica, tesa a sostenere le nostre esportazioni. E sicuramente bisognerà ripartire dall’economia».
Romperete le regole europee per affrontare il caro bollette? Discuterete della riapertura delle forniture di gas russo?
«Quella russa è una partita molto delicata. L’Italia deve muoversi con intelligenza e intraprendenza, ma all’interno dell’Unione europea. La Meloni è stata in visita in Algeria con successo: adesso non è strettamente necessario ricorrere al petrolio o al gas russo».
L’Italia sta cercando nuovi flussi di gas, dovesse Hormuz restare chiuso a lungo?
«Le alternative le abbiamo già messe in piedi. C’è anche una trattativa importante in corso, riguardante un Paese che per ora non posso nominare, nell’interesse dell’Italia e della sicurezza energetica. Abbiamo lavorato benissimo con l’Algeria e con l’Azerbaigian. Quando altri Paesi avevano rapporti pessimi con Baku per via della questione armena, abbiamo lavorato per la pace, conquistando un ruolo importante nel raggiungimento di quell’accordo».
Il suo incontro con l’ambasciatore russo Paramonov ha destato molto scalpore. L’opposizione ha chiesto le sue dimissioni.
«L’incontro con l’ambasciatore russo non è mai stato un caso reale all’interno del partito. Nessuno mi ha detto che ho sbagliato; anzi, tutti hanno riconosciuto che ho agito bene».
Qualcuno dice che, per via di quell’incontro, nelle ultime ore anche lei ha rischiato la poltrona. È vero, o è «fuoco amico» contro di lei?
«Se qualcuno parla alle spalle con i giornalisti è un problema suo, non del partito. Certamente non sarò simpatico a tutti, anche perché sono uno con consenso, lunga esperienza politica, e con un certo percorso di studi, cosa che in politica non è normalissima».
E quindi?
«Che ci possa essere qualche invidioso è possibile: ma li perdono, li capisco. Resta il fatto che parlare di nascosto con i giornalisti è un comportamento un po’ codardo».
Tajani ha precisato che il suo incontro con l’ambasciatore russo è avvenuto alla luce del sole, e che questa polemica non ha senso. Ma cosa vi siete detti con Paramonov?
«Sono i russi ad averci chiesto un incontro. Io ho ribadito tutte le nostre critiche sull’intervento in Ucraina e su come hanno gestito la vicenda. Loro tiravano fuori il passato, hanno parlato del fallimento degli accordi di Minsk. Io gli ho risposto: non buttatela sul giuridico, avete fatto una guerra, e chi fa la guerra rinuncia al diritto. La conversazione è stata registrata, e tutto si è svolto in maniera trasparente».
Tra Italia e Russia c’è un canale di dialogo aperto?
«Sì, ed è importante. Se vuoi fare la pace, qualcuno deve pur parlare con le persone. È del tutto normale avere rapporti con gli ambasciatori accreditati. Ho incontrato uomini di governo dell’Iran, ho telefonato a personalità importanti del Venezuela».
Tornando in Italia, ha sentito Daniela Santanchè? Perché questo «repulisti» nella maggioranza?
«È stata una mossa basata su valutazioni che il premier aveva già espresso in precedenza, prima del voto. E l’idea era abbastanza condivisa. Mi sembra che Santanchè, Delmastro e Bartolozzi abbiano capito».
Perché non si è intervenuti prima del referendum?
«Forse si è valutato di non procedere prima per non influenzare il voto. Io stimo tutte e tre le persone in questione, ma mi sembra che abbiano concordato con il premier questo percorso: dunque lo considero un incidente chiuso».
Qual è stato l’errore più grande commesso in questa campagna referendaria?
«La sinistra ha diffuso falsità, che a lungo andare sono diventate mezze verità. Forse abbiamo sottovalutato la situazione, anche se fin da gennaio, nella direzione nazionale, avevo paventato questo rischio: pensavamo che certe bugie non avrebbero condizionato l’elettorato. Così non è stato».
Eccessiva politicizzazione?
«Non dovevamo cadere nella provocazione: la sinistra avrebbe cercato di buttarla in caciara proprio perché non aveva argomenti di merito, e puntava allo scontro contro il governo. Giorgia Meloni inizialmente non è scesa subito in campo, però poi lo ha fatto, con i toni giusti. Probabilmente, se tutti avessero condotto la campagna come lei sin dall’inizio, sarebbe andata diversamente».
Cause esterne?
«Probabilmente anche la tensione legata al conflitto in Medio Oriente ha creato qualche preoccupazione nell’elettorato. Una cosa è certa, guardando ai flussi elettorali: non è una sconfitta del governo. È una sconfitta ristretta al tema della giustizia, perché i nostri elettori non hanno capito la riforma. E non l’hanno capita perché l’abbiamo spiegata male».
Un’Italia spaccata?
«Sì, il dato vero che emerge è che esiste una spaccatura nella società. Tendenzialmente metà della popolazione era determinata a cambiare le cose, e ha votato Sì. Anche le opposizioni non dovrebbero ignorare questa metà del Paese, tanto più che molta gente di sinistra ha votato a favore».
I magistrati a Napoli intonano «Bella Ciao».
«Sentire i cori contro il premier e contro il sostituto procuratore Imparato, è stata una grande delusione. Sono un ufficiale dei Carabinieri, mio fratello indossa la toga, e ho una considerazione straordinaria nei confronti della magistratura. Ma quelle immagini fanno malissimo».
Teme vendette della magistratura nei confronti della classe di governo?
«Non più di tanto. Come è accaduto in passato, c’è qualche magistrato ideologizzato e politicizzato; quelli che lo erano prima, lo sono anche adesso. Chi abusa del proprio potere continuerà a farlo. Credo però che la stragrande maggioranza dei magistrati continuerà a fare il proprio lavoro con serietà e onestà».
Qualcuno nella maggioranza preferirebbe andare a votare.
«Sono voci che non ho sentito. E non mi sembrano fondate. Io credo che il governo stia facendo bene, soprattutto in materia di economia, lavoro, fisco e stabilità finanziaria, e ci stiamo muovendo bene all’estero, nonostante una situazione davvero complicata».
Dunque?
«Non dobbiamo piangerci addosso: abbiamo governato bene e non abbiamo niente di cui vergognarci. I governi di sinistra che ci hanno preceduto hanno accumulato 1.500 miliardi di nuovi debiti, da Monti fino all’arrivo di Giorgia Meloni. Noi invece stiamo risanando, abbiamo migliorato lo spread, abbiamo fatto cose straordinarie. Non riconoscerlo solo perché c’è stata una battuta d’arresto, sarebbe sbagliato. La riforma era giusta: io la rivendico».
Le riforme finiranno nel cassetto, per evitare altre delusioni?
«Al contrario, le riforme importanti vanno portate avanti. La giustizia riguarda tutti. E occorre cambiare la legge elettorale, anche ascoltando l’opposizione, con chiarezza».
Francamente, è difficile riesumare il premierato, vista la situazione.
«Sapevamo già che il premierato non sarebbe stato varato in questa legislatura. Adesso abbiamo davanti solo un anno e mezzo: mi sembra veramente improbabile».
È rimasto deluso dal voto in Campania?
«A parte Napoli e provincia, dove c’è stato un voto molto netto, nel resto della Campania il risultato è finito più o meno uno o due punti sotto la media nazionale. Nelle grandi aree metropolitane qualcosa non ha funzionato e bisognerà valutarlo attentamente dal punto di vista politico».

