2023-01-15
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: cibi che si possono mangiare con le mani
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Molti giovani uomini tedeschi hanno scoperto ieri che, per loro, lasciare il Paese non è più una decisione del tutto libera. Se il soggiorno all’estero supera una certa durata, infatti, servirà un’autorizzazione. Non si tratta di una misura amministrativa qualsiasi, ma dell’effetto di una legge che riporta al centro del dibattito pubblico una parola che Berlino aveva accantonato da oltre un decennio: leva.
La novità è emersa da un aggiornamento del quadro normativo legato al Wehrpflichtgesetz, la legge sul servizio militare. In base a quanto riportato dalla Frankfurter Rundschau, gli uomini soggetti agli obblighi militari non possono più soggiornare all’estero per periodi prolungati senza il via libera delle autorità competenti. La soglia individuata è quella dei tre mesi: oltre questo limite, l’uscita dal territorio tedesco richiede una specifica autorizzazione. In caso contrario, sono previste conseguenze sul piano amministrativo.
La disposizione riguarda i cittadini di sesso maschile in età da servizio militare, cioè quella fascia che, almeno sulla carta, potrebbe essere richiamata alle armi. La Germania, infatti, non ha mai abolito la leva: nel 2011 è stata semplicemente sospesa. Dal punto di vista giuridico, resta quindi pienamente attivabile. È proprio in questo spazio che si inserisce la nuova norma, che punta a evitare che i potenziali coscritti si sottraggano alla disponibilità trasferendosi all’estero per lunghi periodi di tempo.
Il ministero della Difesa ha provato a ridimensionare la portata della misura. Un portavoce, interpellato dalla stampa tedesca, ha spiegato ieri che non si tratta di una restrizione generalizzata della libertà di movimento, ma di una norma già prevista e ora resa più esplicita. L’obiettivo, ha sottolineato, sarebbe esclusivamente quello di garantire la reperibilità dei cittadini in caso di necessità, non di limitare viaggi o esperienze all’estero. Il ministero, inoltre, chiarirà «tramite regolamento amministrativo che l’approvazione si considera concessa a condizione che il servizio militare sia volontario».
Burocratese a parte, il dato politico è evidente: Berlino si sta preparando a uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava archiviato. Negli ultimi mesi, il governo ha avviato una revisione complessiva del sistema di reclutamento, introducendo un modello definito «ibrido». Dal 2026 tutti i diciottenni maschi saranno chiamati a registrarsi e a compilare un questionario sulla propria idoneità e disponibilità al servizio. Dal 2027 sono previste anche visite mediche obbligatorie. Il servizio resta formalmente volontario, ma il sistema è costruito in modo da poter essere rapidamente trasformato in obbligatorio, qualora i numeri non dovessero bastare.
E i numeri, appunto, restano il vero nodo da sciogliere. L’obiettivo dichiarato del governo di Friedrich Merz è portare la Bundeswehr a oltre 260.000 soldati attivi e a circa 200.000 riservisti. Una soglia molto distante dalla situazione attuale, segnata da carenze strutturali e difficoltà nel reclutamento. Per colmare questa lacuna, Berlino ha avviato un piano di rafforzamento senza precedenti negli ultimi decenni.
Il riarmo tedesco, d’altronde, è già nei numeri. Dopo il fondo straordinario da 100 miliardi annunciato nei mesi scorsi, il governo punta a portare la spesa per la difesa fino a circa il 3,5% del Pil entro la fine del decennio. Si tratta di un cambio di paradigma per un Paese che, per lungo tempo, aveva mantenuto un profilo militare a dir poco prudente. Oggi, invece, la Germania intende svolgere un ruolo molto più incisivo all’interno della Nato, anche alla luce della guerra in Ucraina e del deterioramento del quadro di sicurezza europeo.
In questo contesto, la norma sui soggiorni all’estero assume un significato che va oltre il dato meramente tecnico. Non è, insomma, solo una disposizione amministrativa, ma un tassello di una strategia più ampia: ricostruire una base di cittadini immediatamente disponibili in caso di mobilitazione. Limitare la possibilità di trascorrere lunghi periodi fuori dal Paese senza autorizzazione significa, di fatto, mantenere sotto controllo una platea potenziale di coscritti.
Non mancano, ovviamente, le tensioni. Anche perché, a partire dalla caduta del muro di Berlino, la narrazione dominante delle istituzioni è stata improntata a un pacifismo quasi radicale. E non sarà facile far passare la nuova linea senza colpo ferire. E i dati lo confermano. Secondo una rilevazione YouGov del giugno 2025, il 63% dei tedeschi tra i 18 e i 29 anni si è detto contrario alla reintroduzione del servizio obbligatorio, mentre un altro sondaggio pubblicato nel gennaio 2026 mostra come il consenso resti nettamente più basso proprio nella fascia che sarebbe direttamente coinvolta. Numeri che fotografano una distanza evidente tra le scelte del governo e l’umore di chi, in caso di necessità, dovrebbe essere chiamato alle armi. Se l’accoglienza della riforma è questa, per Berlino il problema non sarà solo introdurla, ma riuscire davvero a farla funzionare.
Spie russe, agenti disturbatori. Una poderosa macchina di interferenza nel voto in Ungheria. Tutto manovrato dal Cremlino pronto a qualunque cosa pur di aiutare Viktor Orbán a vincere le elezioni del prossimo 12 aprile. La tesi rimbalza da settimane nelle redazioni e di titolone in titolone è già diventata un nuovo Russiagate. L’ultima chicca la offre un’indagine del Washington Post secondo cui i servizi segreti russi avrebbero addirittura suggerito agli ungheresi di inscenare un attentato a Orbán.
Poco più di una settimana prima era stata la volta del Financial Times convinto che dietro la campagna elettorale del presidente magiaro starebbe lavorando l’Agency for Social Design (Asp), agenzia considerata caposaldo della sempre riproposta «disinformazione russa», su diretto mandato del Cremlino.
Notizie che hanno fatto il giro del mondo senza però fornire prove o evidenze di alcun tipo. A partire dalle fonti. Tutte rigorosamente anonime. O i documenti. Visionati ma non pubblicati. Come quello cui fa riferimento il Washington Post: un report dell’Svr, i servizi segreti esteri russi, ottenuto tramite un misterioso servizio di intelligence europeo. Dove gli 007 russi avrebbero suggerito all’entourage di Orbán di prendere spunto dall’attentato a Donald Trump nel luglio 2024 che lo aveva portato a un rapido aumento dei consensi, tra foto iconiche ed elogi per la sua resilienza. «Un simile incidente» si leggerebbe nel report «sposterebbe la percezione della campagna elettorale dalla sfera razionale delle questioni socioeconomiche a quella emotiva, dove i temi chiave diventeranno la sicurezza dello Stato e la stabilità e difesa del sistema politico».
Il punto di partenza a quanto pare è che Orbán si troverebbe alle prese con un forte calo di popolarità a causa del peggioramento dell’economia nel Paese. Anche per via dei cattivi rapporti con Bruxelles che dal 2022 ha congelato 20 miliardi di fondi all’Ungheria dopo la stretta nel Paese su immigrazione illegale, diritti Lgbt e insegnamento universitario. Un rapporto di continua tensione con l’Unione europea che la guerra in Ucraina ha acuito. A partire dal no di Orbán ai finanziamenti a Kiev fino al blocco di un prestito Ue di 90 miliardi di euro a causa del mancato ripristino delle forniture di petrolio russo all’Ungheria attraverso l’oleodotto Družba danneggiato dagli attacchi russi.
Una serie di aut aut che hanno trasformato le elezioni ungheresi in una questione geopolitica, dove in gioco c’è la fedeltà all’Unione europea o alla Russia. E dove il tam tam mediatico sulle presunte «interferenze russe» ripropone un copione già sentito, come nelle ultime elezioni in Moldavia o in Romania, con l’esito del voto popolare cancellato senza che fosse fornita alcuna prova di frodi o interferenze. Storie poi finite con l’insediamento di governi filo Ue. «Tutte queste notizie, frutto di intelligence occidentali, basate su fonti anonime e senza prove, pongono non pochi interrogativi», spiega alla Verità Thomas Fazi, saggista che da tempo si occupa di sovranità politica ed economica. A partire da VSquare, la testata che per prima solleva il caso lo scorso 5 marzo, raccontando che Putin avrebbe incaricato Sergei Kiriyenko, primo vice capo di gabinetto, di gestire in Ungheria un’operazione di interferenza inviando tre esperti di tecnologia politica legati al Gru, il servizio d’intelligence militare russo per poter operare dalla propria ambasciata a Budapest. L’autore dell’articolo dice di aver ottenuto queste informazioni da tre diverse fonti dei servizi segreti europei. Quali? Non è dato sapere. «Difficile fidarsi quando le notizie arrivano da media che da sempre hanno una linea anti Orbán e sono finanziati dai soliti sponsor di qualche rivoluzione colorata» continua Fazi.
Sebbene VSquare venga citato come «piattaforma indipendente», l’elenco degli sponsor suggerisce un posizionamento tutt’altro che bipartisan. Tra i donors figurano enti finanziati dalla stessa Unione europea come il German Marshall fund of the Us e progetti di giornalismo investigativo come ij4eu. E poi Usaid e il National Endowment for Democracy, noti strumenti di soft power americano in chiave liberal depotenziati con tagli di centinaia di migliaia di dollari dall’amministrazione Trump.
Di certo, quest’ultima, più in linea con Orbán che con Bruxelles. A sicuro vantaggio di Putin che da un’Europa poco compatta e una vittoria del primo ministro ungherese, può solo beneficiarne. Un gioco di sponda ideale rispetto al quale le presunte interferenze, pur possibili, restano tutte da dimostrare. Come le notizie sul drastico calo di consenso del primo ministro e del suo partito Fidesz, o la presunta impennata del partito d’opposizione Tisza e del candidato Péter Magyar. Addirittura 20 punti percentuali di stacco secondo un recente sondaggio. Se però si va a controllare l’identikit delle società che sfornano tali dati, sorgono non poche domande. Come nel caso dell’ultima ricerca, realizzata da Medián, componente di un ampio ecosistema di società, tra cui l’Istituto Republikon che tra il 2015 e il 2024 ha ricevuto 1,5 milioni di dollari in sovvenzioni dall’Ue, nonché il sostegno dei soliti: dall’Open Society Policy Centre al German Marshall Fund, dal National Democratic Institute, al Rockefeller Brothers Fund fino alla Fondazione Friedrich Naumann. Finanziamenti esteri che di per sé non invalidano i risultati di un istituto di sondaggi, ma sono spie di una strategia tutt’altro che casuale. «Prevedere la vittoria dell’opposizione permette di delegittimare un’eventuale vittoria di Orbán. E giustificare successive intromissioni nel voto da parte dell’Unione europea, cosa che peraltro sta già facendo. Per poi magari arrivare a sospendere il diritto di voto dell’Ungheria al Consiglio europeo, un sogno per le élite europee. O puntare sul Digital Services Act per censurare il dibattito in Ungheria» conclude Fazi. «“Elezioni rubate!” Già vedo il titolo che verrebbe riproposto sui principali media mainstream, pronti a trasformare un errore dei sondaggi in accuse di frode elettorale. Accuse che, una volta formulate, si rivelano difficili da smentire».
L’Ue mostra capacità insufficienti di gestione delle emergenze che abbiano un’origine geopolitica, tema di attenzione urgente per gli effetti economici della crisi nel Golfo. La prova è che la Commissione abbia comunicato un piano preventivo di riduzione dei consumi energetici - atto razionale, ma di gestione passiva - invece di attivare misure d’emergenza.
Anche per le emergenze di diversa natura, quali i disastri ambientali o epidemiologici, è osservabile una certa capacità di intervento finanziario con debito comune, come per l’epidemia Covid, ma non una istituzione comune specializzata per la gestione delle emergenze né un sostegno monetario sufficiente per la prevenzione tecnica. Inoltre, mantiene regolamentazioni di tipo ambientalista di dubbia efficacia, anche se alleggerite recentemente, di notevole peso de-competitivo per i sistemi industriali. In sintesi, l’Ue non è sufficientemente attrezzata per aiutare le nazioni partecipanti a gestire casi di instabilità di fonte esterna. La soluzione proposta da Mario Draghi è di aumentare la cessione di sovranità all’Ue per poter incrementare il debito comune finalizzato a finanziare la competitività eurocontinentale e la sua sicurezza generale.
In astratto, questa soluzione confederale avrebbe senso perché darebbe un ministero del Tesoro unico all’Eurozona che è presupposto per correlare politica fiscale (bilancio) e monetaria dando più spazio espansivo al primo e più solidità alla valuta. Ma se imposta prematuramente dall’alto verso il basso, la confederalizzazione aumenterebbe il rischio di frammentazione dell’Ue. Pertanto, la strategia più realistica e prudente di collaborazione tra europei occidentali è quella «funzionalista» (adottata dal 1957 fino al Trattato di Maastricht del 1992 dove fu invertita come Unione dall’alto verso il basso), cioè con metodo dal basso verso l’alto, dove l’integrazione è condizionata da passi ritenuti vantaggiosi per tutti. Ma è una strategia lenta che non risponde alla configurazione utile per gestire un aumento delle discontinuità multiple con frequenza crescente nel globo. Cosa fare?
La mia - e del mio gruppo di ricerca - risposta è: più di un’aleanza, ma meno di un’Unione, dove «più di un’alleanza» implica nuove istituzioni comuni per la prevenzione e gestione delle emergenze combinate con coalizioni selettive di nazioni. Andiamo alle soluzioni per evitare una crisi economica grave causata dal blocco dei flussi via Hormuz per gli importatori europei. Tempi: il calcolo di gestibilità del gap di forniture di petrolio e derivati quali fertilizzanti ecc. per gli importatori europei va diviso in due momenti. Quello di sblocco e ripresa dei traffici e poi di ristabilizzazione finanziaria. Stime: caso migliore, sblocco entro un mese e ristabilizzazione entro tre; caso intermedio con danni, ma non destabilizzanti: sblocco entro tre mesi e altri tre o quattro di ristabilizzazione; caso peggiore: sblocco selettivo o minacciato dal regime iraniano per un tempo più lungo e ristabilizzazione incerta. Al momento, lo scenario migliore non è il più probabile per la capacità del regime iraniano, pur amputato e depotenziato, di mantenere la minaccia sui transiti di Hormuz. Resta quello intermedio con attenzione ai modi per accelerarlo.
Alcuni analisti scommettono su una soluzione negoziale, osservando la densità di comunicazioni tra le parti e l’interesse globale per chiudere la questione. Da un lato il regime è diviso, ma dall’altro conta sulla non disponibilità dell’America a un’invasione terrestre per resistere fino al punto di poter negoziare la propria sopravvivenza. Ciò rende ambigui i tempi dello sblocco e della ristabilizzazione. Per ridurli entro un tempo di gestibilità, la soluzione migliore è la creazione di una procedura che metta in sicurezza i transiti, opzione possibile via mobilitazione di mezzi di scorta militare al naviglio civile con una massa molte superiore alle capacità statunitensi. Va sottolineato che la disponibilità di 30 o 40 nazioni - discussa recentemente nel summit di Londra - a inviare risorse di sicurezza, darebbe al regime un segnale dissuasivo che favorirebbe un vero negoziato di sblocco e quindi la ristabilizzazione entro l’autunno del 2026.
Tale scenario intermedio implica l’ingaggio di una coalizione selettiva di europei - problematico quello di Francia e Spagna - Australia, Giappone, Regno Unito, che hanno i mezzi necessari e i codici di interoperabilità, o Nato o di alleanza nel Pacifico - con le forze statunitensi. Dove il punto chiave sarebbero i comportamenti di Emirati, Arabia e degli altri Paesi del Golfo. Per inciso, Georgia Meloni va apprezzata perché è andata a capire in colloqui diretti, a parte le questioni tecniche energetiche, cosa questi intendano fare, particolarmente Emirati e sauditi. Se si ingaggiano per questa formula di presidio-scorta, l’operazione avrebbe un esito probabile di successo entro tempi gestibili. E così raccomando.
In conclusione, una raccomandazione anche alla Bce: aspetti l’evidenza di questo intervento di sicurezza o formule simili prima di alzare il costo del denaro come misura antinflazione. Da un lato è comprensibile che la Bce prepari un rialzo dei tassi per il suo mandato antinflazione. Dall’altro, se l’inflazione energetica ha causa geopolitica, l’azione monetaria non ha effetti stabilizzanti: aggiungere la restrizione monetaria alla scarsità energetica sarebbe catastrofico.
Per risolvere un problema che prima non c’era (il transito da Hormuz), si rischia di aggravarne un altro che andava risolto (il nucleare iraniano): è il disgraziato epilogo verso cui sta precipitando la guerra di Donald e Bibi. Teheran ha compreso di poter sfruttare con profitto il suo formidabile strumento di pressione.
Così, dopo aver annunciato l’introduzione di un sistema di pedaggi, Abbas Goudarzi, portavoce della presidenza del Parlamento iraniano - la casella istituzionale nella quale gli Usa avevano individuato un interlocutore «ragionevole», Mohammad Bagher Ghalibaf - ha messo in chiaro che lo Stretto «non tornerà mai allo status che aveva prima», essendo ormai diventato un «vantaggio strategico nelle nuove condizioni di sicurezza».
Una mossa del genere si tradurrebbe in un’inflazione perenne sulle fonti energetiche, per non parlare del commercio di fertilizzanti, la cui contrazione prefigura una crisi alimentare globale dalla quale sorgerebbe, con una reazione a catena, una bomba migratoria dall’Africa, che ovviamente scoppierebbe in mano all’Europa. Intanto, chi acquista oro nero e gas liquefatto, anche a ostilità cessate, dovrebbe mettere in conto un aggravio permanente dei costi, legato alle tariffe imposte ai «caselli» degli aytollah: secondo Al Jazeera, solo alle nazioni alleate sarebbe garantita la navigazione gratuita (sarebbe il caso dell’Iraq, esentato ieri da ogni restrizione); a quelle ostili, Hormuz rimarrebbe interdetto; quelle «neutrali» dovrebbero versare un tributo. Stando alla ricostruzione di Bloomberg, la gabella ammonterebbe a 1 dollaro per ogni barile di greggio trasportato. Una petroliera ne può caricare anche più di 2 milioni: i mullah, insomma, avrebbero trovato una comodissima fonte di finanziamento. I siti Internet nazionali gongolano e spiegano che, con i soldi, verranno riparate le infrastrutture danneggiate da America e Israele.
È altrettanto chiaro che, per rinunciare all’esazione, Teheran pretenderebbe una contropartita sostanziosa. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, elogiando la mediazione del Pakistan, ha evocato «condizioni per una fine definitiva e duratura» della guerra. Un dettaglio succoso è emerso dalle fonti diplomatiche citate da alcune agenzie di stampa russe: a parte le richieste già note, come il versamento delle riparazioni belliche da parte degli aggressori e la garanzia affidabile di non subire nuovi attacchi in futuro, tra i diktat iraniani vi sarebbe il riconoscimento della legittimità del programma nucleare a scopi pacifici. Dovrebbe essere una proposta inaccettabile per Benjamin Netanyahue Donald Trump, il quale, infatti, ieri ha rilanciato un ultimatum di 48 ore per Hormuz. Lui ha perso credibilità, però la ragione dichiarata del conflitto stava proprio nei tentativi del nemico sciita di dotarsi di un arsenale atomico, sforzo al quale i progetti per i reattori a uso civile venivano considerati connessi e subordinati. Salvo un improvviso tracollo del gruppo dirigente della Repubblica islamica, più passano i giorni e più le opzioni si riducono, specie per l’inquilino della Casa Bianca: le elezioni di medio termine paiono compromesse, il brent continua ad aumentare e la spirale dei prezzi travolge i consumatori statunitensi, benché il Paese non dipenda dalle forniture del Golfo. Le leve che ha in mano il tycoon, peraltro, sono meno agevoli di quelle dell’Iran: si inseguono voci sull’impiego - senza precedenti - di piccole cariche atomiche per distruggere i siti nucleari ultraprotetti; e rimane la minaccia dell’invasione di terra, che sarebbe un bagno di sangue per i Marines e la cui riuscita è tutt’altro che scontata. Per prendersi gioco delle mire di Trump sul cruciale avamposto di Kharg, Teheran ha fatto sapere che le esportazioni di petrolio dall’isola «non solo non sono diminuite, ma sono aumentate». È un’informazione da prendere con le pinze, ma rende bene l’idea del sorprendente squilibrio che potrebbe vanificare l’enorme capacità offensiva di due delle principali potenze militari mondiali. Tanto più che, sui mercati sotto choc, incombe pure lo spettro degli Huthi: ieri, Ghalibaf, con un post su X, ha alluso alla chiusura dell’altro Stretto, quello di Bab el-Mandeb, sul Mar Rosso.
La situazione a Hormuz segue una sua logica. Non vige un embargo totale; in linea con l’approccio della leadership iraniana, sussistono dei via libera selettivi. Ieri, ad esempio, è stato concesso l’attraversamento a navi umanitarie; sarebbe permesso il transito anche a chi trasporta «beni essenziali», anche se non è chiaro di quali merci si tratti. Si noti che, come ha riportato il New York Times, l’Italia aveva suggerito una missione delle Nazioni Unite per proteggere quel tipo di convogli. Al contrario, una portacontainer che, per i pasdaran, era «legata al regime sionista», è stata presa di mira da droni, che hanno provocato un incendio a bordo: è la Msc Ishyka, con bandiera liberiana, di proprietà di Pasithea Oceanway Ltd e gestita da una compagnia cipriota. Hanno avuto luce verde una nave indiana carica di Gpl e una petroliera turca, il secondo natante di Ankara transitato in quelle acque da quando è cominciata la guerra. L’India aveva già trattato un salvacondotto. Addirittura - lo ha confermato Nuova Delhi stessa - ha ripreso gli acquisti di petrolio dall’Iran, cosa che non accadeva dal 2019. Non proprio un successo strategico per The Donald. La Turchia ha dovuto difendersi, tramite i sistemi Nato, da alcuni missili iraniani diretti nel suo spazio aereo. Ma sebbene abbia condannato i bombardamenti negli Stati sunniti, temendo una faida nel mondo musulmano che farebbe aggio a Tel Aviv, Recep Erdogan, reduce da una telefonata con Vladimir Putin, non è di sicuro ostile agli ayatollah. Dallo Stretto, nei giorni scorsi, sono passati anche una nave di proprietà francese, una metaniera nipponica e delle navi omanite: proprio Mascate avrebbe attivato un percorso radente le sue coste, in seguito a contatti con l’Iran.
Sono elementi che concorrono a confermare il quadro: la coalizione dei volenterosi è ridotta alle dichiarazioni d’intenti; le sue opzioni militari sono impraticabili; all’Onu, Parigi, Mosca e Pechino hanno messo il veto su qualsiasi azione di forza, mentre il voto sulla risoluzione che darebbe mandato per ricorrere a «mezzi difensivi», ieri, è stato rinviato una seconda volta, alla prossima settimana; per adesso, naviga solo chi accetta di negoziare. Trump ha ottimi motivi per provare una «furia epica».

