2023-01-15
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: cibi che si possono mangiare con le mani
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La chiamano la «signora dei codici» perché Isabella Tovaglieri fa della sua passione giuridica - è uno degli avvocati più affermati nel panorama italiano - una sorta di carburante per la politica. Sta a Strasburgo, eletta con un profluvio di preferenze per il secondo mandato, nel gruppo dei Patriots, i «Patrioti». Parola che a lei piace molto perché da leghista considera le patrie, i territori e le comunità i «luoghi» della vera azione politica. E con questo spirito ha vissuto le fasi del voto sul trattato del Mercosur senza il timore di rompere un accordo politico nazionale: lei ha difeso gli interessi degli agricoltori e dei territori. Ma ora c’è un’altra sfida lanciata sul piano legale dalla Commissione che, incurante del voto dell’Eurocamera che ha rimandato i trattati alla Corte europea, vuole attuare l’accordo in via provvisoria. Ecco cosa ne pensa l’avvocato delle cause difficili: no al Green deal, no al velo islamico, no al Nutriscor, ai grilli e alla carne coltivata. Ma no anche a chi vorrebbe, sull’altare dell’export senza se e senza ma, sacrificare il valore agricolo.
La Lega è soddisfatta per il rinvio dell’accordo col Mercosur alla Corte di giustizia dell’Unione europea, con sede in Lussemburgo: quali sono i motivi?
«La Lega è sempre stata al fianco degli agricoltori e dei consumatori, senza accettare compromessi sul rispetto della reciprocità degli standard produttivi e sulla sicurezza alimentare. L’accordo con il Mercosur introduce quote a dazio zero o agevolato su una serie di prodotti agricoli “sensibili” che possono destabilizzare alcune filiere agricole. Ricordiamoci che parliamo di mercato interno europeo, ormai non ci sono veri confini nazionali sui problemi di mercato. Mi preoccupa soprattutto la quota a dazio zero di 60.000 tonnellate di riso. L’Italia, primo produttore europeo di riso, sarebbe la più colpita, anche alla luce del fatto che da anni combatte contro la concorrenza sleale del riso asiatico».
Confindustria ha criticato chi si è opposto al Mercosur. Che cosa risponde?
«La Lega è e resta il partito che difende l’industria e la manifattura, pilastri fondamentali dell’economia italiana ed europea, ma allo stesso tempo ritiene inaccettabile che lo sviluppo delle relazioni commerciali internazionali avvenga a scapito di settori altrettanto strategici come l’agricoltura e l’allevamento, già fortemente sotto pressione a causa dell’aumento dei costi di produzione. Il vero nemico dell’industria oggi non è certo la Lega ma Bruxelles, con le sue sciagurate politiche green che stanno portando alla deindustrializzazione del continente. Contro queste politiche ideologiche lottiamo da anni e siamo riusciti a portare a casa degli effettivi miglioramenti: penso al recente voto sulla Due Diligence, che ha smontato questo provvedimento assurdo. Difendere l’industria con serietà e concretezza è possibile, anche senza dover abbandonare l’agricoltura».
All’Eurocamera i partiti di governo sono andati in ordine sparso. Questo crea divergenze in seno all’alleanza?
«La vera questione da indagare non è la posizione della Lega, che è sempre stata coerente sul Mercosur, ma la scelta di una parte significativa della maggioranza del Parlamento europeo di votare contro Usrula von der Leyen».
Come spiega il cambiamento di atteggiamento del nostro governo sull’accordo Mercosur? Ci sono stati davvero quei radicali miglioramenti o si è scambiato il sì al Mercosur con un prolungamento del Pnrr e un’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo?
«Immagino che quella del governo sia stata una valutazione del Mercosur su un tavolo di diversi dossier. La cronaca degli eventi delle ultime settimane in ambito internazionale non lascia dubbi. Ho apprezzato il lavoro del nostro esecutivo nella trattativa finale e non parlerei di uno “scambio” quanto, piuttosto, di una fiducia su una serie di impegni di von der Leyen: dalla proposta sull’utilizzo per l’agricoltura di alcune economie del prossimo bilancio pluriennale europeo agli impegni per rafforzare i controlli doganali. Elementi positivi, che stanno però ancora nella penna dei legislatori europei, sottoposti a una trattativa che si preannuncia sofferta tra Parlamento e Consiglio. Avremmo preferito un vero concetto di reciprocità degli standard nel testo dell’accordo, piuttosto che i soli elementi di salvaguardia che, sulla carta, si attivano quando il mercato è già minacciato o sono ancora da circostanziare».
Si è data molta importanza alla parte agricola del trattato, ma dentro ci sono altre questioni cruciali: il litio dell’Argentina ora in mano ai cinesi come il petrolio, e c’è la necessità della Germania di smaltire le auto che non vende più in Europa. La Von der Leyen si è costruita un alibi per mascherare il vantaggio che concede ai tedeschi?
«È evidente che i Paesi europei a vocazione manifatturiera sono più favorevoli rispetto a quelli con un’importante tradizione agricola. Un accesso privilegiato alle terre rare, unito alla possibilità di aumentare le esportazioni, fa indubbiamente gola alle potenze industriali. Tuttavia, l’accordo può essere penalizzante per un Paese come l’Italia che ha la fortuna di essere peculiare sia nel suo comparto industriale che in quello agricolo».
È vero che la Von der Leyen ha cercato in tutti i modi di ignorare, anzi di scavalcare il Parlamento?
«Riteniamo che il comportamento della Commissione non sia stato sempre corretto ed è anche per questo motivo che abbiamo promosso la richiesta di parere alla Corte di Giustizia, insieme a una mozione di sfiducia della Commissione. Von der Leyen ha infatti preso in giro sia gli agricoltori che l’Eurocamera: prima della fine dell’anno era stato promesso che l’accordo non sarebbe entrato in vigore prima della ratifica del Parlamento, tuttavia, all’inizio di quest’anno, quando si è deciso di procedere alla firma dell’accordo, tale impegno è venuto meno».
Il voto sul Mercosur ha diviso i parlamentari per nazioni. È un duro colpo alla narrazione anti-sovranista?
«Tutti i gruppi politici si sono spaccati, tranne i Patrioti che, a parte qualche astensione, sono rimasti uniti. Ma il dato più sorprendente è il voltafaccia delle forze politiche che si definiscono più europeiste: oltre 100 eurodeputati tra socialisti, popolari e liberali hanno votato insieme a noi, sconfessando la retorica europeista per tutelare le proprie economie nazionali, rivelandosi di fatto sovranisti a tutti gli effetti».
Si è avuta l’impressione che la Von der Leyen abbia cercato di chiudere il Mercosur come risposta antagonista a Donald Trump. Non c’è un eccesso di retorica sui benefici effettivi di questo trattato?
«Trump c’entra poco con il Mercosur, in quanto l’Europa sta negoziando l’accordo dal 1999. Piuttosto la politica Usa sui dazi può aver dato una patente di urgenza all’intesa, ma si tratta di un aspetto comunicativo e non sostanziale. Sui vantaggi che deriveranno dall’accordo potrebbe esserci un eccesso di ottimismo: come hanno evidenziato anche alcune analisi della Commissione europea, l’intesa rischia di accentuare la vulnerabilità di alcuni comparti strategici, senza benefici tangibili per l’intero sistema produttivo, tanto che la sua entrata in vigore dovrebbe portare a un aumento risibile del Pil nell’Ue, stimato allo 0,1%».
Ci si preoccupa dei dazi americani, ma nulla si dice dell’offensiva commerciale cinese arrivata in Europa a un surplus commerciale di circa 400 miliardi di euro. Nessuno se ne preoccupa?
«Noi ce ne siamo preoccupati, eccome. Come componente della commissione Industria ho fatto diversi interventi in Aula e presentato più di un’interrogazione sulla penetrazione economica della Cina in Europa, mettendo in guardia Bruxelles dalle proprie politiche miopi e autolesioniste. Non posiamo infatti prendercela con l’aggressività di Pechino quando, con il Green deal, abbiamo favorito il suo surplus commerciale, spalancando le porte del continente all’invasione di auto elettriche, batterie e pannelli solari. Ma ciò che è più grave non è che la nostra bilancia commerciale sia totalmente squilibrata, ma che Pechino abbia accesso a un numero crescente di settori chiave, vitali per la nostra autonomia strategica».
Pare che anche in Sudamerica ci sia dello scontento sul trattato Mercosur: le multinazionali della soia non sopportano i pur blandi vincoli ambientali Ue. È così?
«In generale, i sistemi produttivi ai due lati dell’oceano sono molto diversi. Un delta che è ulteriormente aumentato con le norme ambientali europee degli ultimi anni e, in generale, con l’iper-regolamentazione di Bruxelles sulle imprese. Anche su quelle agricole. Sappiamo che solo una parte relativa degli operatori dei Paesi del Mercosur è in grado di soddisfare questi standard e ci preoccupano molto le dichiarazioni dei rappresentanti governativi di quei Paesi sulle clausole di salvaguardia, vissute come quasi come un inutile orpello piuttosto che come impegni ai quali allinearsi».
Che giudizio dà della von der Leyen e della sua Commissione?
«Il rinvio del Mercosur alla Corte di Giustizia è una grande sconfitta per Von der Leyen, che ha investito gran parte del suo capitale politico per chiudere questo accordo ed è stata sconfessata proprio da quelle forze che l’hanno sostenuta per due mandati. I nodi stanno venendo al pettine e le politiche sconsiderate di questa Commissione, dalla direttiva case green allo stop al motore endotermico, fino alla corsa al riarmo, stanno dimostrando tutta la loro criticità e pericolosità. Noi della Lega abbiamo sempre fatto un’opposizione coerente, non per partito preso, ma perché siamo consapevoli che, senza un cambio di rotta, l’Europa rischia di implodere, travolta dalla globalizzazione, dall’instabilità geopolitica e soprattutto dall’incapacità dei suoi governanti».
Parla dalla sua casa di Alexandria, a pochi chilometri da Washington, mentre la città è ricoperta da una coltre di neve di due metri e fuori la tempesta non accenna a calmarsi. Il generale Keith Kellog è stato inviato speciale per la Casa Bianca in Ucraina fino al 31 dicembre 2025. Lui conosce bene Trump e, prima di iniziare questa intervista, ci tiene a sottolineare che il presidente degli Stati Uniti non va temuto, ma capito.
Generale, è appena tornato da un’altra città innevata, Davos. Dopo il forum, c’è stato il primo trilaterale Usa-Russia-Ucraina. Trump ha detto: “Ho risolto otto guerre. Un’altra arriverà presto”: la pace in Ucraina è vicina?
Vorrei iniziare dicendo che il presidente Trump ha sempre voluto porre fine alla guerra. Lui è un uomo pacifico e, conoscendo il numero di vittime sui campi di battaglia, donne e i bambini uccisi negli attacchi terroristici, scuole e ospedali bombardati, Trump non vuole altro che tutto questo finisca. Dal febbraio 2025, gli ucraini a Gedda, in Arabia Saudita, hanno concordato un cessate il fuoco completo e globale: anche loro comprendono quotidianamente gli orrori della guerra, sono stanchi e vogliono che tutto questo finisca. Putin, dopo i colloqui a Mosca con Steve Witkoff e Jared Kushner, ha continuato a discutere di cambio di regime e di aspirazioni territoriali. Witkoff a Davos ha affermato che c’è solo una questione irrisolta per raggiungere un accordo e arrivare alla pace. Tuttavia, una delle due parti non vuole questo accordo, e non si tratta di opportunità economiche, ma di libertà, sovranità e soprattutto di una pace giusta e duratura. Quindi, purtroppo, mi sento di dire che non siamo vicini alla pace.
La questione irrisolta è la cessione del Donbass: è un sacrificio che l’Ucraina può fare?
Il fulcro dell’accordo di pace sono le garanzie di sicurezza realistiche che questa volta, a differenza di Budapest, Minsk e Istanbul, forniscano all’Ucraina risposte adeguate e rapide per contrastare la minaccia russa. E, soprattutto, che queste garanzie siano ratificate da un trattato approvato dal nostro Congresso. Con queste condizioni, il popolo ucraino potrebbe accettare di modificare i propri confini territoriali: tuttavia è necessario comprendere che l’articolo 73 della Costituzione richiede un referendum ucraino per farlo. Ci sono stati negoziati anche per la creazione di una zona demilitarizzata come quella esistente oggi tra Corea del Nord e Corea del Sud e, più recentemente, è stata sollevata anche la questione di una zona di libero scambio economico, eventualmente controllata da terzi. A mio parere, la linea di contatto è congelata. Ogni parte dovrebbe arretrare di 15 chilometri, creando una terra di nessuno di 30 chilometri (la gittata della maggior parte dell’artiglieria), così sia Ucraina sia Russia potrebbero proclamare la vittoria e mettere fine a questa guerra.
Lei è un generale, ha vissuto molte guerre, tra cui quella del Vietnam. Sarà una pace duratura o rischia di essere solo fumo negli occhi dei russi, pronti ad attaccare di nuovo in men che non si dica?
Torniamo alle garanzie di sicurezza. Se gli Stati Uniti forniscono armi, addestramento, supporto di intelligence e sorveglianza e la Coalizione dei Volenterosi schiera gli uomini sul campo in punti chiave dell’Ucraina, trasformando gli 800.000 uomini dell’esercito ucraino nella Sparta d’Europa, allora sì, la pace potrebbe durare. Una volta stabilito un cessate il fuoco è estremamente difficile ricominciare. Le truppe di entrambe le parti verrebbero smobilitate e tornerebbero a casa, a una vita pacifica e normale. Le perdite della Russia in questa guerra sono catastrofiche. Oltre 1,2 milioni, milioni di morti e feriti con scarsissimi successi sul campo di battaglia. I progressi si misurano in metri e non in miglia, e la resilienza del popolo ucraino, che subisce attacchi notturni di missili e droni, e il freddo mortale senza riscaldamento ed elettricità, dimostra la loro forza. Allora perché Putin dovrebbe volerci riprovare e fallire di nuovo? Putin deve capire che non sta vincendo questa guerra, che il grande impero sovietico non esiste più, e concentrarsi maggiormente su come tornare a far parte della famiglia delle Nazioni per il bene del suo Paese e del suo popolo.
Può spiegare perché Zelensky ha «rimproverato» l’Europa? Dopotutto, l’Ue è sempre stata vicina all’Ucraina, fornendo armi e denaro...
Dopo 4 anni di guerra e 90 miliardi di dollari di aiuti dall’Europa, il presidente Zelensky si chiede perché non siano state arrestate più petroliere russe, perché l’Europa non stia bloccando la fornitura di componenti europei per i missili russi e non stia creando un forte esercito europeo. Le sanzioni non vengono applicate, l’Europa continua ad acquistare petrolio dalla Russia e ad alimentare la macchina da guerra. L’Europa vuole assistere e proteggere l’Ucraina, ma non è completamente unita. Credo che quello che stia cercando di dire Zelensky è che dopo un anno dal forum di Davos, nulla è cambiato veramente. Le sue città vengono attaccate quotidianamente, ma soprattutto i suoi cittadini stanno morendo. Putin deve temere l’Europa, non solo Trump.
Dopo giorni di altissima tensione, Trump ha dichiarato che non attaccherà la Groenlandia. Sembra che un accordo sia stato raggiunto. L’Europa si è arresa agli Stati Uniti?
Il Segretario Generale della Nato Mark Rutte ha discusso con il presidente Trump sulle possibili soluzioni alla questione della Groenlandia. Groenlandia e Danimarca hanno continuato a dichiarare che questa è una loro decisione. Non si tratta, tuttavia, di una questione nuova. L’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia risale al XIX secolo, quando l’allora Segretario di Stato William H. Seward, reduce dall’acquisto dell’Alaska dai russi nel 1867, lanciò l’idea di acquistare la Groenlandia e l’Islanda dalla Danimarca. Nel 1946, dopo la Seconda guerra mondiale, il presidente Harry Truman offrì alla Danimarca 100 milioni di dollari in oro per l’isola, sebbene la Danimarca respinse l’offerta. Trump espresse pubblicamente per la prima volta il suo interesse per l’acquisto della Groenlandia durante il suo primo mandato nel 2019, paragonando un potenziale acquisto a un «grande affare immobiliare». Ma l’idea è stata rapidamente bocciata dalle autorità groenlandesi e danesi, che hanno insistito sul fatto che l’isola non fosse in vendita. Le implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sono enormi. Il Golden Dome, che proteggerebbe noi e l’Europa dagli attacchi con missili balistici intercontinentali, deve essere affrontato. Questo è un passo positivo per gli Stati Uniti, ma anche per la Nato. Il presidente Trump ha espresso chiaramente l’uso negativo della forza militare, che avrebbe dovuto allentare la tensione e il calore delle discussioni. È necessario trovare rapidamente un coordinamento e una soluzione praticabile alle sue preoccupazioni. Trump non è una persona paziente, ma sono certo che si troverà una soluzione che soddisfi entrambe le parti. Il primo ministro Meloni si è espresso molto chiaramente su questo punto e si è rifiutato di inviare truppe italiane in Groenlandia per una presunta difesa. È fiduciosa che la comunicazione sia la strada da seguire ed ha ragione.
Poi c’è l’altro fronte: Gaza. L’Unione europea non ha ancora aderito al Peace Board. La tensione sulla Groenlandia ha danneggiato le relazioni tra Unione europea e Stati Uniti?
In un certo senso sì, ma anche questo passerà. Il primo ministro Meloni ha dichiarato che, nella sua attuale configurazione, all’Italia è vietato dalla Costituzione di aderire al Peace Board. La situazione di Gaza è al centro dell’attenzione dell’amministrazione e verrà risolta.
Canada, Venezuela, ora Groenlandia... alcuni accusano Trump di tendenze imperialiste. Ma può spiegare cosa ha in mente il Presidente degli Stati Uniti?
Il presidente Trump è la persona più attiva che io conosca, e posso assicurarle che ha sempre a cuore l’America e i suoi cittadini in ogni sua azione. Quest’ultima «Strategia per la sicurezza nazionale» pone l’accento sull’emisfero occidentale, il nostro emisfero, per garantire la sicurezza del nostro Paese. La sua politica di frontiera ha ripulito il flusso di immigrazione illegale dal nostro confine meridionale in tempi record. Con la sua azione per rimuovere Maduro dal narcotraffico negli Stati Uniti e la distruzione delle navi che trasportavano fentanyl e altre droghe illecite nel nostro Paese, il presidente sta salvando innumerevoli vite. Con questa mossa Trump ha impedito a Russia e Cina di operare in quell’area e di creare minacce alla nostra sicurezza nazionale.
In qualità di inviato speciale della Casa Bianca in Ucraina, ha seguito i negoziati con Mosca. Può spiegarci cosa significa negoziare e trattare con Putin?
Inizialmente, sono stato designato Inviato Speciale per la Russia e l’Ucraina. Il 29 gennaio 2025, ho informato il presidente del mio piano per porre fine a questa guerra. Durante il briefing, Trump ha stabilito che si sarebbe occupato lui in prima persona della Russia e che io avrei dovuto concentrarmi su Ucraina ed Europa. In seguito, si è scoperto che, dopo la mia nomina, la Russia si è opposta a un soldato della Guerra fredda come negoziatore, insinuando che le mie azioni sarebbero state contrarie alle idee massimaliste russe. Per quanto riguarda Putin, non dimentichiamo che è un agente del Kgb nel profondo e che le tattiche negoziali russe sono discussioni senza fine per mettere in ginocchio l’avversario. Pertanto, tutti i miei colloqui si sono svolti con la leadership politica e militare ucraina, che è sempre stata disposta a sostenere e ad accogliere la posizione degli Stati Uniti. Le ultime informazioni provenienti dagli Emirati Arabi Uniti lo scorso fine settimana riguardano la completa capitolazione della regione del Donbass e il congelamento della linea di contatto lungo Kherson e Zaporizhia. L’Ucraina non accetterà e nemmeno noi dovremmo. Vorrei concludere recitando una citazione attribuita a Winston Churchill: «Si può sempre contare sugli Stati Uniti per fare la cosa giusta, dopo che hanno provato tutto il resto».
La politica riserva sempre colpi di scena inaspettati. Tra i più interessanti degli ultimi giorni c’è l’intesa tra Carlo Calenda e Forza Italia. La strana coppia.
All’evento di ieri organizzato al teatro Manzoni di Milano, dal titolo «Più libertà, più crescita», che segna l’avvio della campagna referendaria sulla riforma della giustizia, promosso da Forza Italia per il 32° anniversario della discesa in campo di Silvio Berlusconi, sono presenti tutti i colonnelli azzurri: il presidente del Piemonte e vice segretario Alberto Cirio, il vice segretario Stefano Benigni, il ministro Paolo Zangrillo, la presidente della Consulta nazionale Letizia Moratti, il presidente Mediaset Fedele Confalonieri, Paolo Berlusconi.
Special guest il segretario di Azione. «Apriamo al confronto anche con forze diverse dalle nostre. L’abbiamo fatto con il partito radicale sulla giustizia, oggi lo facciamo con Calenda sul libero mercato. Un modo per confrontarsi, per vedere se c’è la possibilità di convergenze», dice il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani. E l’occhio si sposta già sulle elezioni comunali di Milano 2027 per le quali Tajani non esclude di ripetere l’esperimento Basilicata, dove Azione e centrodestra hanno corso insieme. Vincendo. «Credo che con un candidato civico di area moderata, Azione possa sostenere un accordo e sostenere questo candidato. Vediamo», aggiunge Tajani. «intanto oggi parliamo con Calenda di economia e su molte questioni possiamo trovarci in sintonia. Poi se son rose fioriranno».
Le lusinghe a Calenda traducono in una risposta altrettanto persuasiva. «Vengo dalle aziende, mai appassionato a destra e sinistra. Questo Paese ha disperatamente bisogno di liberali, popolari e riformisti che non possono pensare di essere sottomessi né ai sovranisti di destra né agli estremisti di sinistra. Hanno costruito la storia Paese e l’hanno resa libera e indipendente. Noi quel percorso lo faremo e se in quel percorso ci sarà spazio per lavorare insieme, sarò felicissimo. Perché pensare di condividere quel percorso con Conte, Fratoianni, Bonelli, Schlein, Salvini o Vannacci, proprio non ce la faccio».
In fondo è proprio l’insegnamento trasmesso da Berlusconi, sempre felice di includere nel partito da lui fondato chiunque avesse capacità, idee, pensieri di libertà. E tutto si può dire fuorché Calenda non sia uno dalle mille risorse. Da sempre un politico buono per tutte le stagioni. Il suo innato talento è multifunzione e vale in tutti i contesti. Altrimenti non sarebbe stato possibile per uno che da giovane era iscritto alla Federazione giovanile comunista italiana, fare il manager in Ferrari e in Sky Italia, per poi seguire Luca Cordero di Montezemolo prima in Confindustria e poi nella sua avventura politica, Italia Futura. Salvo passare successivamente dalla Scelta civica di Monti, grazie alla quale diventa viceministro dello Sviluppo economico, prima con Letta e poi con Renzi, per il quale riveste anche la carica di ministro, continuando con Gentiloni. Tutto ciò passando anche dal Pd che gli permette pure di diventare europarlamentare. Uscendone, infine, per fondare Azione e candidarsi a sindaco di Roma. Unica cosa che non gli va a buca. «Oggi più che mai la battaglia per la libertà richiede scelte coraggiose. Ovvero, avere la forza di rendersi autonomi da chi è nemico dell’Europa. E Azione non defletterà», conclude Calenda.
La benedizione a Calenda arriva anche da Paolo Berlusconi. «È un ottimo politico, speriamo che faccia parte anche lui della coalizione». «L’arricchimento di persone in questo grande lavoro che Forza Italia deve fare all’interno di un governo per consolidare la sua posizione centrista credo sia utile», aggiunge il fratello del Cavaliere. «Ricordiamo l’ultimo messaggio di Silvio: Forza Italia è il partito dell’amore e del cuore per i nostri figli, per i nipoti, per tutti. Chi sposa questo è ben accetto».
Enzo Bianco, tra i fondatori del Partito democratico e due volte ministro dell’Interno, lei è uno dei pochi dem favorevoli alla riforma della giustizia.
«Non dalla prima all’ultima virgola, chiaramente. Però, la reputo necessaria. E condivido parte dei cambiamenti proposti dal governo».
Per esempio?
«Accentuare una differenziazione tra magistratura requirente e giudicante».
La dibattutissima separazione delle carriere.
«Serve una distinzione più netta, come avviene in quasi tutti i Paesi europei o anglosassoni».
E il sorteggio?
«Non è la soluzione ideale, ma resta preferibile allo strapotere delle correnti. Adesso si decide in base all’appartenenza».
Il Pd rilancia l’accusa dell’Anm, stampata persino sui manifesti per il referendum: con le nuove norme, le toghe sarebbero controllate dal governo.
«Ho molto rispetto per i magistrati. E, ovviamente, nei confronti del partito che ho contribuito a fondare. All’epoca della sua nascita, ero presidente della Margherita. Sono stato uno dei quattro firmatari dell’atto costitutivo assieme a Rutelli, Fassino e Veltroni».
Però?
«Stento a immaginare che tutti lo pensino».
Non ci credono neanche loro, insomma?
«Tanti, in buona fede, ci sono. Ma stanno consapevolmente esagerando. Se si fermassero un attimo, contando fino a tre, molti magari supererebbero questa convinzione».
Invece?
«È un argomento facile da raccontare e difficile da riscontrare. Al posto dei leader del Pd, più che criticare la riforma, avrei però fatto delle controproposte. Questa contrarietà rischia di apparire, davanti all’opinione pubblica, come una strenua difesa dell’esistente».
In aula, l’opposizione ha rifiutato ogni confronto.
«Si potevano trovare soluzioni comuni, almeno per correggere le distorsioni che colpiscono i cittadini: ad esempio, l’inaccettabile condanna preventiva da semplici indagati. Spesso si viene assolti anni dopo, ma la reputazione è distrutta per sempre».
La riforma era già prevista ai tempi della bicamerale di D’Alema. Lei, allora, stava per entrare al Viminale.
«Sono diventato ministro, per la prima volta, alla fine del 1999. La giustizia era uno dei temi su cui si dibatteva di più, con un’impostazione non troppo lontana da quella attuale».
Alcuni favorevoli di allora, adesso sono contrari.
«Mi dispiacerebbe fare i nomi di persone che stimo».
A tanti manca il coraggio?
«La disciplina di partito conta anche per la rielezione: i candidati sono scelti dalle segreterie».
Temono le ire del Nazareno?
«Probabilmente, la determinazione e la nettezza di Elly Schlein suscitano preoccupazione. Io, però, inviterei ad ascoltare pure i riformisti del Pd. Con qualche sforzo reciproco, forse si riuscirebbe ad avere una linea comune».
Assieme ad altri impavidi ex deputati dem, lei è intervenuto al convegno «La sinistra che dice sì». C’erano Ceccanti, Morando, Concia…
«Chi appartiene a quella tradizione talvolta si sente il dito puntato addosso, da parte di qualcuno che ha posizioni più radicali. Sapere che siamo in tanti ci rinfranca».
Non è stata solo una piacevole rimpatriata tra amici?
«Spero che si possano unire le forze per fare sentire la nostra voce, sempre con il massimo rispetto verso Schlein».
Non vi ascolta?
«Potrebbe farlo un po’ di più, magari riunendo con maggiore frequenza gli organi del Pd, sia a livello nazionale che locale. Purtroppo, questi sono difetti di un partito governato da correnti».
La segretaria, appena eletta, aveva annunciato battaglia a «cacicchi» e «capibastone».
«Esattamente».
Oltre a riconsiderare questa riforma, cosa suggerite?
«Più europeismo in politica estera. E maggiore pragmatismo sui temi economici».
Anche sul federalismo, però, la chiusura sembra totale.
«Non bisogna commettere lo stesso errore, limitandosi soltanto alla critica».
E i diritti civili?
«Un altro tema che sentiamo molto. Va gestito con equilibrio».
Temete la deriva massimalista, all’inseguimento di Conte e Landini?
«Fa parte della nostra storia, ma andrebbe bilanciata. Ci sono pure gli eredi della tradizione riformista, come noi. Questa è una ricchezza, non un limite. Evitiamo l’organizzazione per correnti, per cui il capo della sinistra si sceglie i suoi candidati».
Dovrebbe essere Elly Schlein a sfidare Giorgia Meloni?
«Ho qualche dubbio che sia la candidata migliore, ma è ancora presto per decidere. Una scelta importante come questa va lungamente meditata. Comunque, dovremmo cercare una personalità che valorizzi di più anche la componente cattolica e liberal democratica».
L’emergente Ruffini o il navigato Gentiloni, allora?
«Gentiloni ha tutte le caratteristiche per essere il leader di un grande partito riformatore, oltre che un premier autorevole e apprezzato».
Quattro volte in Parlamento. E altre quattro sindaco di Catania. Tre anni fa voleva riprovarci. La Corte dei conti l’ha dichiarata incandidabile, per il dissesto finanziario del Comune.
«È stato un obbrobrio giuridico, peraltro appreso da un comunicato stampa. Due giorni dopo, avrei dovuto presentare la mia lista. I sondaggi mi davano in testa. Un tempismo sospetto».
Com’è finita?
«La decisione è stata annullata dalle Sezioni riunite della Corte di cassazione. Fu un attacco ingiustificato e fazioso».
Ora pregusta freddamente la vendetta?
«Cerco di separare le vicende personali dalle posizioni politiche. Però, di questi casi ne accadono tanti».
Ha fatto anche il ministro dell’Interno. Oggi si discute di un nuovo pacchetto di sicurezza. Per il Pd, è inutile repressione.
«Qualcuno si preoccupa della possibile restrizione delle libertà. Tutto naturale e legittimo, per carità. Ma quando ci sono rischi gravi e motivazioni serie, servirebbero ulteriori riflessioni».
Come giudica Piantedosi, suo successore al Viminale?
«È stato un ottimo prefetto, difatti ha un approccio molto tecnico. L’ho visto all’opera: non urla, è rispettoso, sa ascoltare. Non sempre sono d’accordo con lui, ma lo considero una persona di valore».
A differenza del suo partito, lei è favorevole persino al ponte sullo Stretto.
«Ero ministro quando il governo Amato decise di farlo. Anche in questo caso, non ho cambiato idea».
Perché lo considera necessario?
«Voglio chiarirlo: non serve tanto al trasporto automobilistico, ma a portare l’alta velocità ferroviaria in Sicilia».
Da Catania a Roma, in quattro ore e mezza.
«Allora avremmo davvero un'Italia unita. E la Sicilia diventerebbe, per le merci, la porta d’accesso al Mediterraneo. Cambieremmo il mondo».
Tocca di nuovo citare la segretaria del Pd, ancora ferocemente avversa. Dice che è «un ecomostro irrealizzabile», nonché «un progetto arrogante».
«Lo spieghi ai siciliani, che ora ci mettono nove ore per arrivare nella capitale. In alternativa, sono costretti a pagare 300 euro per comprare un biglietto aereo. Il Ponte migliorerebbe la vita a milioni di persone».
Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, l’ha elogiata: «Conferma che l’opera non è di destra o di sinistra, ma è un’infrastruttura fondamentale per la Sicilia, la Calabria e tutto il Paese».
«Lo apprendo da lei. Non ne sapevo nulla, ma è vero: uno dei primi ministri dei Lavori pubblici ad appoggiare il progetto fu Nerio Nesi, che era un esponente dei Comunisti italiani».
Lei apre un varco.
«Al di fuori delle letture un po’ faziose e superficiali, anche tra i nostri elettori ci sono tanti favorevoli. Se venissero spiegate bene le ragioni, sarebbero la stragrande maggioranza».
Enzo Bianco, padre nobile e fondatore, non teme lo spariglio.
«Questo però si inserisce nella tradizione del Partito democratico. Non ci sono posizioni eretiche. Piuttosto, fatico a comprendere chi è pregiudizialmente contrario alla separazione delle carriere solo per schieramento politico. Rivolgo un caloroso invito a tutti».
Quale?
«Riflettiamo e valutiamo nel merito, per cortesia. Resta una buona riforma della giustizia, anche se è stata fatta da un governo di cui siamo e resteremo fieramente avversari. Comunque, si può e si deve migliorare».
Solo le vecchie glorie possono salvare il Pd?
«L’eta non conta. Tra qualche giorno, compirò 75 anni. E ho ancora voglia di combattere».

