La gaffe di Bush sull'Ucraina
George W. Bush torna a parlare della guerra in Ucraina, ma fa una clamorosa gaffe che sta facendo il giro del mondo. "The decision of one man to launch a wholly unjustified and brutal invasion of Iraq", ha detto l'ex presidente americano durante un discorso a Dallas. Ovvero, traducendo: "La decisione di un uomo di lanciare un'invasione dell'Iraq del tutto ingiustificata e brutale".
Peccato che volesse dire l'Ucraina e che ad ordinare l'invasione dell'Iraq, invece, fosse stato proprio lui quando era alla Casa Bianca. Il lapsus ha fatto scoppiare in platea una risata generale. George W. Bush ha cercato di scusarsi, abbozzando una smorfia e scherzando sulla sua età: "Ho 75 anni".
Venticinque anni di visione, coerenza e coraggio imprenditoriale. Enzo Fusco è l’uomo che ha trasformato Blauer da storico marchio americano legato all’abbigliamento professionale in un brand internazionale di riferimento per l’outerwear urbano. Imprenditore istintivo ma rigoroso, Fusco ha saputo leggere il cambiamento dei tempi senza mai tradire il Dna del marchio, costruendo un equilibrio solido tra funzionalità, stile e identità. Con lui ripercorriamo le tappe fondamentali di un percorso lungo un quarto di secolo: un racconto diretto che restituisce il ritratto di un’azienda familiare diventata sistema, e di un imprenditore che continua a guardare avanti con la stessa passione degli inizi.
È un momento particolare per il mercato. Come sta vivendo Blauer questa fase?
«È un momento complesso, ma fortunatamente la nostra politica ci ha ripagato. Abbiamo sempre puntato su qualità, prezzo, servizio e design, e il cliente ce lo sta riconoscendo. Poi è chiaro: quando un marchio è richiesto e si vende, tutto diventa più semplice».
Blauer celebra 25 anni di attività in Italia. Un traguardo importante.
«Assolutamente sì. Nel settore dell’abbigliamento, arrivare a 25 anni con le prospettive che abbiamo oggi è già un successo. Per questo abbiamo voluto organizzare un evento a Milano per festeggiare, anche se il marchio Blauer esiste dal 1936. È un brand storico americano, tuttora produttore ufficiale per polizia e corpi speciali. È un marchio vero, autentico, portato avanti di generazione in generazione».
Oggi a chi parla Blauer?
«La cosa molto positiva è che piace davvero a tutti. Siamo riusciti a conquistare anche i ragazzi di 14, 15, 16 anni, senza perdere il nostro pubblico storico che arriva tranquillamente oltre i 60. È una soddisfazione vedere davanti alle scuole gruppi di ragazzi: su dieci, cinque indossano Blauer».
Come è iniziata la vostra storia con Blauer?
«Ho visto un giubbotto Blauer indossato da una persona rientrata dagli Stati Uniti: era un capo della polizia americana, mi colpì subito. Riuscii a contattare la famiglia Blauer e andai da loro a chiedere la licenza. Erano titubanti: il fashion non era il loro mondo. Ma conoscevano il mio percorso, si fidarono e partimmo».
Come si è evoluto il rapporto con la casa madre americana?
«All’inizio fecero una prova di tre anni. Alla scadenza, mi rinnovarono la licenza per altri dieci anni e mi concessero una master license mondiale. A quel punto dissi chiaramente: “Gli investimenti, la distribuzione e lo stile li gestisco io. Ha senso che il marchio sia anche mio”. Così abbiamo creato una società italiana: 50% Fgf e 50% Blauer America. L’obiettivo, condiviso, è arrivare gradualmente al 100%».
Blauer oggi ha una forte identità italiana, pur essendo un marchio internazionale.
«Sì. Forse in passato abbiamo anche venduto troppo, allargando troppo la distribuzione. Ma oggi abbiamo trovato il nostro equilibrio. Non siamo un marchio di nicchia estrema, ma siamo immediatamente riconoscibili. In un momento di crisi, una distribuzione più ampia ci ha premiato».
Come sta andando l’internazionalizzazione?
« Molto bene. Fino al 2024 l’Italia pesava per il 70%, oggi siamo a 60-40 e nel 2026 vogliamo arrivare al 50-50. In Germania e Austria abbiamo numeri importanti. Stiamo crescendo in Spagna, Portogallo, Europa dell’Est e Balcani. Da due stagioni lavoriamo anche in Svizzera, Francia, Benelux, Scandinavia. Poi arriverà l’Asia: Corea e Giappone sono mercati chiave».
Cosa rende un capo Blauer unico?
«Siamo sempre rimasti fedeli al nostro Dna, senza inseguire le mode. Il nostro punto di forza è l’equilibrio tra tecnico e fashion, con qualità alta e prezzo corretto. Testo personalmente i capi. Facciamo trattamenti che permettono, ad esempio, di resistere alla pioggia leggera. È un prodotto che funziona davvero».
Come si bilanciano tradizione, funzionalità e innovazione?
«Attraverso la ricerca sui materiali. Prendi un bomber: è un capo iconico, ma può essere reinterpretato con tessuti tecnici, stretch, lana o cashmere. Le stagioni sono cambiate, i pesi sono cambiati, le persone vogliono comfort, praticità e facilità di lavaggio. Bisogna saper leggere il mondo».
Dove avviene la produzione?
«In diverse aree del mondo: Cina, Bangladesh, Tunisia, ma anche a Prato. Dipende dal prodotto. Il controllo però è totale: modelli e prototipi li sviluppiamo internamente, i materiali sono testati, e abbiamo un ufficio qualità a Hong Kong con personale nostro».
Quali sono state le sfide più grandi in questi 25 anni?
«All’inizio vendevamo solo giubbotti iconici della polizia. Poi ho capito che il mondo stava cambiando e ho introdotto il piumino, al momento giusto. Il Covid è stato il momento più difficile: mentre molti producevano la metà, io ho prodotto tutto quello che avevo venduto. Ho rischiato molto, ma ho consegnato prima di tutti e ho venduto tutto. Da lì siamo cresciuti ancora».
Blauer oggi è anche un total look.
«Esatto. Vendiamo giacche, ma anche felpe, t-shirt, polo, pantaloni e scarpe. Aprire i negozi è stato fondamentale per raccontare chi siamo: oggi abbiamo circa 1.500 punti vendita nel mondo e una dozzina di negozi diretti».
Quali sono i prossimi progetti?
«Continueremo con le collaborazioni: dopo Pirelli, stiamo lavorando a nuove partnership per il prossimo inverno. I nomi? Per ora restano riservati».
Striscia la notizia non striscia più, è vero, ma «finché c’è Striscia c’è la speranza di una tv diversa e noi vogliamo continuare a tenere accesa questa fiammella. Una trasmissione come questa è irripetibile, è un bene della nazione», dice un Antonio Ricci bello carico e deciso a rivendicare originalità e unicità della sua creatura presentando la 38ª edizione del tg satirico di Canale 5. La fiammella, per ora, alimenterà un falò di cinque puntate in prima serata da giovedì 22 gennaio. Poi chissà, magari altre cinque o di più. Tra tapiri, Gabibbi, Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti che spuntano in smoking, «non ne indossavano uno dal giorno del matrimonio», e le veline che saranno sei perché Striscia non indietreggia, «non raddoppia, ma triplica», da capo indiscusso della banda, Ricci annuncia il manifesto della nuova edizione: «La voce della presenza». «Striscia è un centro di resistenza e resilienza. E la presenza del titolo di quest’anno vuol dire anche potenza». Potenza di fuoco, potenza di denuncia. E presenza per dimostrare la possibilità di una televisione che, pur con toni scanzonati, ambisce a fare controinformazione. La sigla finale, interpretata dal Gabibbo, s’intitola Dazi: «Non pensavo di arrivare alla mia età e sentire frasi del tipo: “Voglio la Groenlandia perché mi serve”», dice stupito. E, rispondendo a una domanda sulla presunta passività della premier, rispolvera il passato pacifista e le manda una carezza delle sue: «La guerra è la cosa più terribile. Questi massacri sono un gesto folle oltre che inutile, una barbarie. Io da ragazzo ero convinto, come tanti di noi, che potessimo contare qualcosa. Vedevamo le bombe e scendevamo in piazza contro la guerra in Vietnam. Così finirà, pensavamo. Adesso un atteggiamento del genere è improponibile. Non incidono le idee di pace, il Papa… La nostra premier si dice cattolica. Cavoli! Ma se sei cattolica devi aborrire la guerra e farti sentire», conclude un po’ sentenzioso.
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.
«The Rip - Soldi sporchi»: Damon e Affleck protagonisti del nuovo action Netflix
Ha debuttato ieri su Netflix The Rip - Soldi sporchi, action diretto da Joe Carnahan. Matt Damon e Ben Affleck interpretano due poliziotti a Miami alle prese con un ritrovamento di denaro che mette alla prova le loro ambizioni e la natura umana.
L'annuncio, ufficiale, risale al settembre scorso. La dirigenza di Netflix, nell'appuntamento ormai consueto con quel che chiama Tudum, ha detto avrebbe riunito Matt Damon e Ben Affleck, ponendo entrambi sotto l'egida di Joe Carnahan. Tanto, allora, è bastato a fare dell'annuncio una notizia, della notizia una data cerchiata a penna sul calendario di ogni amante degli action-movie. The Rip - Soldi sporchi, un trailer rilasciato solo pochi giorni fa, s'è assicurato un posto di rilievo nella categoria dei titoli più attesi del 2026. Il tutto, senza avere niente più che dei nomi a trainare la pellicola.
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.














