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2024-06-15
Il G7 sposa il piano Mattei: si prepara la coalizione contro i trafficanti di uomini
Il presidente del Kenya William Ruto (Getty Images)
C’era chi lo derideva, chi diceva che fosse velleitario e irrilevante. E invece il piano Mattei è entrato a pieno titolo nella linea politica adottata dal G7. «La Partnership for global infrastructure and investment del G7, comprese iniziative come il Global gateway dell’Ue, offre un quadro che utilizzeremo per promuovere la nostra visione di infrastrutture sostenibili, resilienti ed economicamente vitali in Africa, sorrette da una selezione trasparente di progetti, appalti e finanza. In tal senso, accogliamo con favore il piano Mattei per l’Africa promosso dall’Italia», si legge nella versione in inglese del comunicato finale del summit di Savelletri.
D’altronde, fin dal suo discorso di apertura dei lavori, Giorgia Meloni ha chiarito come il G7 non debba arroccarsi su sé stesso, ma semmai aprirsi a una maggiore collaborazione con il Sud globale. Giovedì, parlando di Africa, non a caso ha detto: «Ho raccolto dai miei colleghi ampio sostegno, ampia condivisione per il piano Mattei per l’Africa, per l’approccio italiano che è un approccio di cooperazione da pari a pari con le nazioni africane, che sta dando i suoi frutti con l’avvio dei primi progetti pilota». Nell’occasione, la Meloni ha anche auspicato un’armonizzazione del piano Mattei con la Partnership for global infrastructure and investment e il global gateway: due iniziative, la prima del G7 e la seconda dell’Ue, volte a favorire progetti infrastrutturali in grado di arginare la Belt and Road initiative, promossa dalla Cina.
Da questo punto di vista, è significativo che anche Joe Biden abbia parlato di Africa. «Qui possiamo determinare il corso degli eventi per il prossimo futuro e come Stati Uniti abbiamo mobilitato 33 miliardi di dollari per l'Africa subsahariana», ha detto il presidente americano durante il side event sugli investimenti, copresieduto dalla Meloni e a cui hanno preso parte anche i vertici di Cdp, Eni, Enel e Blackrock. Non solo: secondo una nota di Palazzo Chigi, nel faccia a faccia che hanno avuto ieri, la Meloni e Biden «hanno espresso soddisfazione per l’andamento delle relazioni bilaterali e della collaborazione in campo economico-finanziario, nonché della cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti».
Di «collaborazione con le nazioni africane», l’inquilina di Palazzo Chigi ha parlato, sempre ieri, anche con il premier giapponese, Fumio Kishida. Lo stesso papa Francesco aveva in programma bilaterali con alcuni leader africani, come il presidente dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, e quello del Kenya, William Samoei Ruto, il quale, a fine maggio, era stato ricevuto da Biden alla Casa Bianca. Senza trascurare che ieri Recep Tayyip Erdogan ha preso parte, secondo il Daily Sabah, alla sessione dei lavori sull’Africa. Tra l’altro, la questione africana si interseca anche con il dossier migratorio. Fonti italiane hanno infatti riportato che ieri i leader «hanno espresso apprezzamento unanime per la scelta della presidenza italiana di introdurre, per la prima volta, il governo dei flussi migratori nei lavori del Gruppo dei Sette», mettendo soprattutto nel mirino i «trafficanti di esseri umani».
Insomma, la politica mediterranea della Meloni comincia a prendere forma. L’inquilina di Palazzo Chigi ha spesso invocato un rafforzamento del fianco meridionale della Nato, vedendo inoltre nel piano Mattei un modo per rilanciare i rapporti tra l’Occidente e il continente africano su base paritaria: una logica, questa, che punta a evitare sia il terzomondismo ipocrita sino-russo sia l’arroganza postcoloniale francese. Sono d’altronde da leggersi come una stoccata a Parigi queste parole pronunciate giovedì dalla Meloni: «La presidenza italiana ha voluto dedicare ampio spazio a un altro continente fondamentale per il futuro di tutti noi, che è l’Africa: con le sue difficoltà e opportunità ci chiede un approccio diverso da quello che spesso abbiamo dimostrato in passato».
Del resto, a non toccare palla sul dossier africano è stato proprio Emmanuel Macron. Il presidente francese non è soltanto uscito ammaccato dalle elezioni europee, ma nel corso degli ultimi due anni e mezzo ha perso significativamente influenza politico-militare sulla regione del Sahel a netto vantaggio di Russia e Iran, la cui longa manus si sta man mano rafforzando su Mali, Burkina Faso e Niger. Tutto questo senza trascurare che il generale libico Khalifa Haftar, un tempo spalleggiato dall’Eliseo, ha di recente consolidato i propri legami con Mosca sul piano della difesa.
Washington sa di non potersi fidare realmente di Parigi non solo per la sua debolezza nel Sahel ma anche perché Macron ha ultimamente reso più stretti i rapporti della Francia con la Cina: l’esatto opposto del governo Meloni che, l’anno scorso, non ha rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della Seta. In questo senso, va sottolineata la crescente sponda che Palazzo Chigi sta portando avanti con una storica rivale di Pechino come Nuova Delhi: proprio ieri, la Meloni ha ricevuto il premier indiano, Narendra Modi, al summit del G7. E non è affatto escludibile che anche con lui abbia affrontato questioni legate all’Africa. Una politica africana realmente filoccidentale non può prescindere da un rapporto autenticamente paritetico con i Paesi africani e da un raffreddamento delle relazioni con quella Cina, che proprio su quei Paesi punta a incrementare la propria influenza economico-politica. Macron, soprattutto da questo punto di vista, non viene visto come un alleato affidabile da Washington.
Roma incassa il plauso di Washington
Giornata densissima di incontri bilaterali, quella di ieri, al G7 in corso in Puglia. Tra questi il più atteso era senza dubbio quello tra il premier italiano, Giorgia Meloni, e il presidente americano, Joe Biden, tenutosi in tarda mattinata e durato più di mezz’ora. Al termine del faccia a faccia, Palazzo Chigi ha fatto sapere che al centro del colloquio vi è stato un punto della situazione sui conflitti in corso a livello internazionale, a partire da quello in Ucraina, ribadendo «gli sforzi comuni di sostegno a Kiev, anche finanziari, in vista del prossimo vertice Nato di Washington». Quindi, il Medio Oriente, con il «comune impegno per un accordo complessivo con riferimento al conflitto a Gaza per la fine delle ostilità, la liberazione degli ostaggi e il rafforzamento del sostegno umanitario alla popolazione civile». «È stata anche sottolineata l’importanza», ha proseguito la nota della presidenza del Consiglio, «di riavviare il processo di pace con l’obiettivo della soluzione dei due Stati». Poi è stata la volta dell’analisi dei rapporti tra i due Paesi, con particolare accento sulla «cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for Global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti». «In questo ambito», conclude la nota, «è stato ricordato il contributo italiano alla creazione del progetto infrastrutturale “Corridoio di Lobito”, in Africa centro-meridionale».
Più tardi, è stata la volta dell’incontro tra Meloni e il premier giapponese, Fumio Kishida. Per il «rafforzamento dei rapporti bilaterali», attraverso soprattutto «l’adozione di un Piano d’azione bilaterale volto a definire gli ambiti prioritari di cooperazione per il periodo 2024-2027». «I due leader», hanno affermato a Palazzo Chigi, «hanno anche ricordato l’importante appuntamento del prossimo anno in Giappone di Expo Osaka 2025». Anche nel colloquio Meloni-Kishida non sono stati elusi i temi legati alle crisi internazionali, con un focus particolare relativo «stabilità dell’Indo-Pacifico».
L’altro incontro atteso dalla maggior parte degli osservatori era quello tra papa Francesco e il presidente francese, Emmanuel Macron, soprattutto dopo le polemiche sul diritto all’aborto e le affermazioni del titolare dell’Eliseo che hanno causato frizioni con il nostro presidente del Consiglio. Dopo il colloquio con il Santo Padre, Macron ha affidato ai social un breve commento: «Riaffermiamo», ha scritto, «il nostro impegno comune per un mondo più solidale e più giusto per le persone e il pianeta. Creiamo tutti insieme», ha concluso, «le condizioni per una pace duratura».
Il Pontefice, ieri, ha avuto ben dieci incontri bilaterali, tra cui - oltre a quello con Macron - spicca quello con il leader ucraino, Volodymyr Zelensky. «Ho incontrato il Papa», ha scritto Zelensky al termine dell’incontro, «e l’ho ringraziato per le sue preghiere per la pace in Ucraina, la sua vicinanza spirituale al nostro popolo e gli aiuti umanitari per gli ucraini. L’ho informato delle conseguenze dell’aggressione russa», ha proseguito, «del suo terrore aereo e della difficile situazione energetica. Abbiamo discusso della formula della pace, del ruolo della Santa Sede nello stabilire una pace giusta e duratura», ha concluso, «e delle aspettative per il vertice sulla pace globale». Oltre ai due leader citati, papa Francesco ha incontrato, tra gli altri, Kristalina Georgeva, direttore generale del Fondo internazionale mondiale, il premier canadese, Justin Trudeau, il presidente del Kenya, William Samoel Ruto, il primo ministro indiano, Narendra Modi, il presidente brasiliano, Ignacio Lula da Silva, il presidente Usa, Joe Biden, il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, e il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune.
Degno di nota anche l’incontro tra Trudeau e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha sancito una più stretta collaborazione tra lo Stato nordamericano e l’Ue, oltre al «comune impegno a sostenere l’Ucraina» e «l’importanza della solidarietà mondiale per favorire una pace giusta e durevole».
Cambiando latitudine, Modi ha avuto un incontro bilaterale con il premier britannico, Rishi Sunak, per approfondire lo storico legame tra i due Paesi anche in «settori come i semiconduttori, la tecnologia, il commercio e la difesa». Tornando al conflitto ucraino, il ministro della Difesa romeno, Angel Tilvar, a margine della riunione del gruppo di contatto per l’Ucraina. ha incontrato l’omologo ucraino, Rustem Umerov, e gli ha ribadito il sostegno militare del suo Paese, che si concretizza con il centro di addestramento dei piloti F-16 a Fetesti. Non ha avuto luogo e non lo avrà, invece il faccia a faccia latinoamericano tra il brasiliano Lula e il presidente argentino, Javier Milei. I rapporti tra i due, notoriamente, non sono buoni, e il vertice pugliese, al quale erano presenti in qualità di invitati, non ha contribuito a migliorare il clima.
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La strategia italiana sull’Africa verrà armonizzata ai programmi già in corso. Joe Biden: «Così potremo determinare il corso degli eventi». Parigi intanto perde influenza.Sintonia tra Palazzo Chigi e Casa Bianca sui conflitti a Est e in Medio Oriente. Sfilata di leader dal Pontefice. Nessun disgelo tra il brasiliano Lula e l’argentino Javier Milei.Lo speciale contiene due articoli.C’era chi lo derideva, chi diceva che fosse velleitario e irrilevante. E invece il piano Mattei è entrato a pieno titolo nella linea politica adottata dal G7. «La Partnership for global infrastructure and investment del G7, comprese iniziative come il Global gateway dell’Ue, offre un quadro che utilizzeremo per promuovere la nostra visione di infrastrutture sostenibili, resilienti ed economicamente vitali in Africa, sorrette da una selezione trasparente di progetti, appalti e finanza. In tal senso, accogliamo con favore il piano Mattei per l’Africa promosso dall’Italia», si legge nella versione in inglese del comunicato finale del summit di Savelletri. D’altronde, fin dal suo discorso di apertura dei lavori, Giorgia Meloni ha chiarito come il G7 non debba arroccarsi su sé stesso, ma semmai aprirsi a una maggiore collaborazione con il Sud globale. Giovedì, parlando di Africa, non a caso ha detto: «Ho raccolto dai miei colleghi ampio sostegno, ampia condivisione per il piano Mattei per l’Africa, per l’approccio italiano che è un approccio di cooperazione da pari a pari con le nazioni africane, che sta dando i suoi frutti con l’avvio dei primi progetti pilota». Nell’occasione, la Meloni ha anche auspicato un’armonizzazione del piano Mattei con la Partnership for global infrastructure and investment e il global gateway: due iniziative, la prima del G7 e la seconda dell’Ue, volte a favorire progetti infrastrutturali in grado di arginare la Belt and Road initiative, promossa dalla Cina.Da questo punto di vista, è significativo che anche Joe Biden abbia parlato di Africa. «Qui possiamo determinare il corso degli eventi per il prossimo futuro e come Stati Uniti abbiamo mobilitato 33 miliardi di dollari per l'Africa subsahariana», ha detto il presidente americano durante il side event sugli investimenti, copresieduto dalla Meloni e a cui hanno preso parte anche i vertici di Cdp, Eni, Enel e Blackrock. Non solo: secondo una nota di Palazzo Chigi, nel faccia a faccia che hanno avuto ieri, la Meloni e Biden «hanno espresso soddisfazione per l’andamento delle relazioni bilaterali e della collaborazione in campo economico-finanziario, nonché della cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti».Di «collaborazione con le nazioni africane», l’inquilina di Palazzo Chigi ha parlato, sempre ieri, anche con il premier giapponese, Fumio Kishida. Lo stesso papa Francesco aveva in programma bilaterali con alcuni leader africani, come il presidente dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, e quello del Kenya, William Samoei Ruto, il quale, a fine maggio, era stato ricevuto da Biden alla Casa Bianca. Senza trascurare che ieri Recep Tayyip Erdogan ha preso parte, secondo il Daily Sabah, alla sessione dei lavori sull’Africa. Tra l’altro, la questione africana si interseca anche con il dossier migratorio. Fonti italiane hanno infatti riportato che ieri i leader «hanno espresso apprezzamento unanime per la scelta della presidenza italiana di introdurre, per la prima volta, il governo dei flussi migratori nei lavori del Gruppo dei Sette», mettendo soprattutto nel mirino i «trafficanti di esseri umani».Insomma, la politica mediterranea della Meloni comincia a prendere forma. L’inquilina di Palazzo Chigi ha spesso invocato un rafforzamento del fianco meridionale della Nato, vedendo inoltre nel piano Mattei un modo per rilanciare i rapporti tra l’Occidente e il continente africano su base paritaria: una logica, questa, che punta a evitare sia il terzomondismo ipocrita sino-russo sia l’arroganza postcoloniale francese. Sono d’altronde da leggersi come una stoccata a Parigi queste parole pronunciate giovedì dalla Meloni: «La presidenza italiana ha voluto dedicare ampio spazio a un altro continente fondamentale per il futuro di tutti noi, che è l’Africa: con le sue difficoltà e opportunità ci chiede un approccio diverso da quello che spesso abbiamo dimostrato in passato».Del resto, a non toccare palla sul dossier africano è stato proprio Emmanuel Macron. Il presidente francese non è soltanto uscito ammaccato dalle elezioni europee, ma nel corso degli ultimi due anni e mezzo ha perso significativamente influenza politico-militare sulla regione del Sahel a netto vantaggio di Russia e Iran, la cui longa manus si sta man mano rafforzando su Mali, Burkina Faso e Niger. Tutto questo senza trascurare che il generale libico Khalifa Haftar, un tempo spalleggiato dall’Eliseo, ha di recente consolidato i propri legami con Mosca sul piano della difesa.Washington sa di non potersi fidare realmente di Parigi non solo per la sua debolezza nel Sahel ma anche perché Macron ha ultimamente reso più stretti i rapporti della Francia con la Cina: l’esatto opposto del governo Meloni che, l’anno scorso, non ha rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della Seta. In questo senso, va sottolineata la crescente sponda che Palazzo Chigi sta portando avanti con una storica rivale di Pechino come Nuova Delhi: proprio ieri, la Meloni ha ricevuto il premier indiano, Narendra Modi, al summit del G7. E non è affatto escludibile che anche con lui abbia affrontato questioni legate all’Africa. Una politica africana realmente filoccidentale non può prescindere da un rapporto autenticamente paritetico con i Paesi africani e da un raffreddamento delle relazioni con quella Cina, che proprio su quei Paesi punta a incrementare la propria influenza economico-politica. Macron, soprattutto da questo punto di vista, non viene visto come un alleato affidabile da Washington.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/g7-sposa-piano-mattei-2668532185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-incassa-il-plauso-di-washington" data-post-id="2668532185" data-published-at="1718414338" data-use-pagination="False"> Roma incassa il plauso di Washington Giornata densissima di incontri bilaterali, quella di ieri, al G7 in corso in Puglia. Tra questi il più atteso era senza dubbio quello tra il premier italiano, Giorgia Meloni, e il presidente americano, Joe Biden, tenutosi in tarda mattinata e durato più di mezz’ora. Al termine del faccia a faccia, Palazzo Chigi ha fatto sapere che al centro del colloquio vi è stato un punto della situazione sui conflitti in corso a livello internazionale, a partire da quello in Ucraina, ribadendo «gli sforzi comuni di sostegno a Kiev, anche finanziari, in vista del prossimo vertice Nato di Washington». Quindi, il Medio Oriente, con il «comune impegno per un accordo complessivo con riferimento al conflitto a Gaza per la fine delle ostilità, la liberazione degli ostaggi e il rafforzamento del sostegno umanitario alla popolazione civile». «È stata anche sottolineata l’importanza», ha proseguito la nota della presidenza del Consiglio, «di riavviare il processo di pace con l’obiettivo della soluzione dei due Stati». Poi è stata la volta dell’analisi dei rapporti tra i due Paesi, con particolare accento sulla «cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for Global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti». «In questo ambito», conclude la nota, «è stato ricordato il contributo italiano alla creazione del progetto infrastrutturale “Corridoio di Lobito”, in Africa centro-meridionale». Più tardi, è stata la volta dell’incontro tra Meloni e il premier giapponese, Fumio Kishida. Per il «rafforzamento dei rapporti bilaterali», attraverso soprattutto «l’adozione di un Piano d’azione bilaterale volto a definire gli ambiti prioritari di cooperazione per il periodo 2024-2027». «I due leader», hanno affermato a Palazzo Chigi, «hanno anche ricordato l’importante appuntamento del prossimo anno in Giappone di Expo Osaka 2025». Anche nel colloquio Meloni-Kishida non sono stati elusi i temi legati alle crisi internazionali, con un focus particolare relativo «stabilità dell’Indo-Pacifico». L’altro incontro atteso dalla maggior parte degli osservatori era quello tra papa Francesco e il presidente francese, Emmanuel Macron, soprattutto dopo le polemiche sul diritto all’aborto e le affermazioni del titolare dell’Eliseo che hanno causato frizioni con il nostro presidente del Consiglio. Dopo il colloquio con il Santo Padre, Macron ha affidato ai social un breve commento: «Riaffermiamo», ha scritto, «il nostro impegno comune per un mondo più solidale e più giusto per le persone e il pianeta. Creiamo tutti insieme», ha concluso, «le condizioni per una pace duratura». Il Pontefice, ieri, ha avuto ben dieci incontri bilaterali, tra cui - oltre a quello con Macron - spicca quello con il leader ucraino, Volodymyr Zelensky. «Ho incontrato il Papa», ha scritto Zelensky al termine dell’incontro, «e l’ho ringraziato per le sue preghiere per la pace in Ucraina, la sua vicinanza spirituale al nostro popolo e gli aiuti umanitari per gli ucraini. L’ho informato delle conseguenze dell’aggressione russa», ha proseguito, «del suo terrore aereo e della difficile situazione energetica. Abbiamo discusso della formula della pace, del ruolo della Santa Sede nello stabilire una pace giusta e duratura», ha concluso, «e delle aspettative per il vertice sulla pace globale». Oltre ai due leader citati, papa Francesco ha incontrato, tra gli altri, Kristalina Georgeva, direttore generale del Fondo internazionale mondiale, il premier canadese, Justin Trudeau, il presidente del Kenya, William Samoel Ruto, il primo ministro indiano, Narendra Modi, il presidente brasiliano, Ignacio Lula da Silva, il presidente Usa, Joe Biden, il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, e il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune. Degno di nota anche l’incontro tra Trudeau e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha sancito una più stretta collaborazione tra lo Stato nordamericano e l’Ue, oltre al «comune impegno a sostenere l’Ucraina» e «l’importanza della solidarietà mondiale per favorire una pace giusta e durevole». Cambiando latitudine, Modi ha avuto un incontro bilaterale con il premier britannico, Rishi Sunak, per approfondire lo storico legame tra i due Paesi anche in «settori come i semiconduttori, la tecnologia, il commercio e la difesa». Tornando al conflitto ucraino, il ministro della Difesa romeno, Angel Tilvar, a margine della riunione del gruppo di contatto per l’Ucraina. ha incontrato l’omologo ucraino, Rustem Umerov, e gli ha ribadito il sostegno militare del suo Paese, che si concretizza con il centro di addestramento dei piloti F-16 a Fetesti. Non ha avuto luogo e non lo avrà, invece il faccia a faccia latinoamericano tra il brasiliano Lula e il presidente argentino, Javier Milei. I rapporti tra i due, notoriamente, non sono buoni, e il vertice pugliese, al quale erano presenti in qualità di invitati, non ha contribuito a migliorare il clima.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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