True
2024-06-15
Il G7 sposa il piano Mattei: si prepara la coalizione contro i trafficanti di uomini
Il presidente del Kenya William Ruto (Getty Images)
C’era chi lo derideva, chi diceva che fosse velleitario e irrilevante. E invece il piano Mattei è entrato a pieno titolo nella linea politica adottata dal G7. «La Partnership for global infrastructure and investment del G7, comprese iniziative come il Global gateway dell’Ue, offre un quadro che utilizzeremo per promuovere la nostra visione di infrastrutture sostenibili, resilienti ed economicamente vitali in Africa, sorrette da una selezione trasparente di progetti, appalti e finanza. In tal senso, accogliamo con favore il piano Mattei per l’Africa promosso dall’Italia», si legge nella versione in inglese del comunicato finale del summit di Savelletri.
D’altronde, fin dal suo discorso di apertura dei lavori, Giorgia Meloni ha chiarito come il G7 non debba arroccarsi su sé stesso, ma semmai aprirsi a una maggiore collaborazione con il Sud globale. Giovedì, parlando di Africa, non a caso ha detto: «Ho raccolto dai miei colleghi ampio sostegno, ampia condivisione per il piano Mattei per l’Africa, per l’approccio italiano che è un approccio di cooperazione da pari a pari con le nazioni africane, che sta dando i suoi frutti con l’avvio dei primi progetti pilota». Nell’occasione, la Meloni ha anche auspicato un’armonizzazione del piano Mattei con la Partnership for global infrastructure and investment e il global gateway: due iniziative, la prima del G7 e la seconda dell’Ue, volte a favorire progetti infrastrutturali in grado di arginare la Belt and Road initiative, promossa dalla Cina.
Da questo punto di vista, è significativo che anche Joe Biden abbia parlato di Africa. «Qui possiamo determinare il corso degli eventi per il prossimo futuro e come Stati Uniti abbiamo mobilitato 33 miliardi di dollari per l'Africa subsahariana», ha detto il presidente americano durante il side event sugli investimenti, copresieduto dalla Meloni e a cui hanno preso parte anche i vertici di Cdp, Eni, Enel e Blackrock. Non solo: secondo una nota di Palazzo Chigi, nel faccia a faccia che hanno avuto ieri, la Meloni e Biden «hanno espresso soddisfazione per l’andamento delle relazioni bilaterali e della collaborazione in campo economico-finanziario, nonché della cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti».
Di «collaborazione con le nazioni africane», l’inquilina di Palazzo Chigi ha parlato, sempre ieri, anche con il premier giapponese, Fumio Kishida. Lo stesso papa Francesco aveva in programma bilaterali con alcuni leader africani, come il presidente dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, e quello del Kenya, William Samoei Ruto, il quale, a fine maggio, era stato ricevuto da Biden alla Casa Bianca. Senza trascurare che ieri Recep Tayyip Erdogan ha preso parte, secondo il Daily Sabah, alla sessione dei lavori sull’Africa. Tra l’altro, la questione africana si interseca anche con il dossier migratorio. Fonti italiane hanno infatti riportato che ieri i leader «hanno espresso apprezzamento unanime per la scelta della presidenza italiana di introdurre, per la prima volta, il governo dei flussi migratori nei lavori del Gruppo dei Sette», mettendo soprattutto nel mirino i «trafficanti di esseri umani».
Insomma, la politica mediterranea della Meloni comincia a prendere forma. L’inquilina di Palazzo Chigi ha spesso invocato un rafforzamento del fianco meridionale della Nato, vedendo inoltre nel piano Mattei un modo per rilanciare i rapporti tra l’Occidente e il continente africano su base paritaria: una logica, questa, che punta a evitare sia il terzomondismo ipocrita sino-russo sia l’arroganza postcoloniale francese. Sono d’altronde da leggersi come una stoccata a Parigi queste parole pronunciate giovedì dalla Meloni: «La presidenza italiana ha voluto dedicare ampio spazio a un altro continente fondamentale per il futuro di tutti noi, che è l’Africa: con le sue difficoltà e opportunità ci chiede un approccio diverso da quello che spesso abbiamo dimostrato in passato».
Del resto, a non toccare palla sul dossier africano è stato proprio Emmanuel Macron. Il presidente francese non è soltanto uscito ammaccato dalle elezioni europee, ma nel corso degli ultimi due anni e mezzo ha perso significativamente influenza politico-militare sulla regione del Sahel a netto vantaggio di Russia e Iran, la cui longa manus si sta man mano rafforzando su Mali, Burkina Faso e Niger. Tutto questo senza trascurare che il generale libico Khalifa Haftar, un tempo spalleggiato dall’Eliseo, ha di recente consolidato i propri legami con Mosca sul piano della difesa.
Washington sa di non potersi fidare realmente di Parigi non solo per la sua debolezza nel Sahel ma anche perché Macron ha ultimamente reso più stretti i rapporti della Francia con la Cina: l’esatto opposto del governo Meloni che, l’anno scorso, non ha rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della Seta. In questo senso, va sottolineata la crescente sponda che Palazzo Chigi sta portando avanti con una storica rivale di Pechino come Nuova Delhi: proprio ieri, la Meloni ha ricevuto il premier indiano, Narendra Modi, al summit del G7. E non è affatto escludibile che anche con lui abbia affrontato questioni legate all’Africa. Una politica africana realmente filoccidentale non può prescindere da un rapporto autenticamente paritetico con i Paesi africani e da un raffreddamento delle relazioni con quella Cina, che proprio su quei Paesi punta a incrementare la propria influenza economico-politica. Macron, soprattutto da questo punto di vista, non viene visto come un alleato affidabile da Washington.
Roma incassa il plauso di Washington
Giornata densissima di incontri bilaterali, quella di ieri, al G7 in corso in Puglia. Tra questi il più atteso era senza dubbio quello tra il premier italiano, Giorgia Meloni, e il presidente americano, Joe Biden, tenutosi in tarda mattinata e durato più di mezz’ora. Al termine del faccia a faccia, Palazzo Chigi ha fatto sapere che al centro del colloquio vi è stato un punto della situazione sui conflitti in corso a livello internazionale, a partire da quello in Ucraina, ribadendo «gli sforzi comuni di sostegno a Kiev, anche finanziari, in vista del prossimo vertice Nato di Washington». Quindi, il Medio Oriente, con il «comune impegno per un accordo complessivo con riferimento al conflitto a Gaza per la fine delle ostilità, la liberazione degli ostaggi e il rafforzamento del sostegno umanitario alla popolazione civile». «È stata anche sottolineata l’importanza», ha proseguito la nota della presidenza del Consiglio, «di riavviare il processo di pace con l’obiettivo della soluzione dei due Stati». Poi è stata la volta dell’analisi dei rapporti tra i due Paesi, con particolare accento sulla «cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for Global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti». «In questo ambito», conclude la nota, «è stato ricordato il contributo italiano alla creazione del progetto infrastrutturale “Corridoio di Lobito”, in Africa centro-meridionale».
Più tardi, è stata la volta dell’incontro tra Meloni e il premier giapponese, Fumio Kishida. Per il «rafforzamento dei rapporti bilaterali», attraverso soprattutto «l’adozione di un Piano d’azione bilaterale volto a definire gli ambiti prioritari di cooperazione per il periodo 2024-2027». «I due leader», hanno affermato a Palazzo Chigi, «hanno anche ricordato l’importante appuntamento del prossimo anno in Giappone di Expo Osaka 2025». Anche nel colloquio Meloni-Kishida non sono stati elusi i temi legati alle crisi internazionali, con un focus particolare relativo «stabilità dell’Indo-Pacifico».
L’altro incontro atteso dalla maggior parte degli osservatori era quello tra papa Francesco e il presidente francese, Emmanuel Macron, soprattutto dopo le polemiche sul diritto all’aborto e le affermazioni del titolare dell’Eliseo che hanno causato frizioni con il nostro presidente del Consiglio. Dopo il colloquio con il Santo Padre, Macron ha affidato ai social un breve commento: «Riaffermiamo», ha scritto, «il nostro impegno comune per un mondo più solidale e più giusto per le persone e il pianeta. Creiamo tutti insieme», ha concluso, «le condizioni per una pace duratura».
Il Pontefice, ieri, ha avuto ben dieci incontri bilaterali, tra cui - oltre a quello con Macron - spicca quello con il leader ucraino, Volodymyr Zelensky. «Ho incontrato il Papa», ha scritto Zelensky al termine dell’incontro, «e l’ho ringraziato per le sue preghiere per la pace in Ucraina, la sua vicinanza spirituale al nostro popolo e gli aiuti umanitari per gli ucraini. L’ho informato delle conseguenze dell’aggressione russa», ha proseguito, «del suo terrore aereo e della difficile situazione energetica. Abbiamo discusso della formula della pace, del ruolo della Santa Sede nello stabilire una pace giusta e duratura», ha concluso, «e delle aspettative per il vertice sulla pace globale». Oltre ai due leader citati, papa Francesco ha incontrato, tra gli altri, Kristalina Georgeva, direttore generale del Fondo internazionale mondiale, il premier canadese, Justin Trudeau, il presidente del Kenya, William Samoel Ruto, il primo ministro indiano, Narendra Modi, il presidente brasiliano, Ignacio Lula da Silva, il presidente Usa, Joe Biden, il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, e il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune.
Degno di nota anche l’incontro tra Trudeau e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha sancito una più stretta collaborazione tra lo Stato nordamericano e l’Ue, oltre al «comune impegno a sostenere l’Ucraina» e «l’importanza della solidarietà mondiale per favorire una pace giusta e durevole».
Cambiando latitudine, Modi ha avuto un incontro bilaterale con il premier britannico, Rishi Sunak, per approfondire lo storico legame tra i due Paesi anche in «settori come i semiconduttori, la tecnologia, il commercio e la difesa». Tornando al conflitto ucraino, il ministro della Difesa romeno, Angel Tilvar, a margine della riunione del gruppo di contatto per l’Ucraina. ha incontrato l’omologo ucraino, Rustem Umerov, e gli ha ribadito il sostegno militare del suo Paese, che si concretizza con il centro di addestramento dei piloti F-16 a Fetesti. Non ha avuto luogo e non lo avrà, invece il faccia a faccia latinoamericano tra il brasiliano Lula e il presidente argentino, Javier Milei. I rapporti tra i due, notoriamente, non sono buoni, e il vertice pugliese, al quale erano presenti in qualità di invitati, non ha contribuito a migliorare il clima.
Continua a leggereRiduci
La strategia italiana sull’Africa verrà armonizzata ai programmi già in corso. Joe Biden: «Così potremo determinare il corso degli eventi». Parigi intanto perde influenza.Sintonia tra Palazzo Chigi e Casa Bianca sui conflitti a Est e in Medio Oriente. Sfilata di leader dal Pontefice. Nessun disgelo tra il brasiliano Lula e l’argentino Javier Milei.Lo speciale contiene due articoli.C’era chi lo derideva, chi diceva che fosse velleitario e irrilevante. E invece il piano Mattei è entrato a pieno titolo nella linea politica adottata dal G7. «La Partnership for global infrastructure and investment del G7, comprese iniziative come il Global gateway dell’Ue, offre un quadro che utilizzeremo per promuovere la nostra visione di infrastrutture sostenibili, resilienti ed economicamente vitali in Africa, sorrette da una selezione trasparente di progetti, appalti e finanza. In tal senso, accogliamo con favore il piano Mattei per l’Africa promosso dall’Italia», si legge nella versione in inglese del comunicato finale del summit di Savelletri. D’altronde, fin dal suo discorso di apertura dei lavori, Giorgia Meloni ha chiarito come il G7 non debba arroccarsi su sé stesso, ma semmai aprirsi a una maggiore collaborazione con il Sud globale. Giovedì, parlando di Africa, non a caso ha detto: «Ho raccolto dai miei colleghi ampio sostegno, ampia condivisione per il piano Mattei per l’Africa, per l’approccio italiano che è un approccio di cooperazione da pari a pari con le nazioni africane, che sta dando i suoi frutti con l’avvio dei primi progetti pilota». Nell’occasione, la Meloni ha anche auspicato un’armonizzazione del piano Mattei con la Partnership for global infrastructure and investment e il global gateway: due iniziative, la prima del G7 e la seconda dell’Ue, volte a favorire progetti infrastrutturali in grado di arginare la Belt and Road initiative, promossa dalla Cina.Da questo punto di vista, è significativo che anche Joe Biden abbia parlato di Africa. «Qui possiamo determinare il corso degli eventi per il prossimo futuro e come Stati Uniti abbiamo mobilitato 33 miliardi di dollari per l'Africa subsahariana», ha detto il presidente americano durante il side event sugli investimenti, copresieduto dalla Meloni e a cui hanno preso parte anche i vertici di Cdp, Eni, Enel e Blackrock. Non solo: secondo una nota di Palazzo Chigi, nel faccia a faccia che hanno avuto ieri, la Meloni e Biden «hanno espresso soddisfazione per l’andamento delle relazioni bilaterali e della collaborazione in campo economico-finanziario, nonché della cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti».Di «collaborazione con le nazioni africane», l’inquilina di Palazzo Chigi ha parlato, sempre ieri, anche con il premier giapponese, Fumio Kishida. Lo stesso papa Francesco aveva in programma bilaterali con alcuni leader africani, come il presidente dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, e quello del Kenya, William Samoei Ruto, il quale, a fine maggio, era stato ricevuto da Biden alla Casa Bianca. Senza trascurare che ieri Recep Tayyip Erdogan ha preso parte, secondo il Daily Sabah, alla sessione dei lavori sull’Africa. Tra l’altro, la questione africana si interseca anche con il dossier migratorio. Fonti italiane hanno infatti riportato che ieri i leader «hanno espresso apprezzamento unanime per la scelta della presidenza italiana di introdurre, per la prima volta, il governo dei flussi migratori nei lavori del Gruppo dei Sette», mettendo soprattutto nel mirino i «trafficanti di esseri umani».Insomma, la politica mediterranea della Meloni comincia a prendere forma. L’inquilina di Palazzo Chigi ha spesso invocato un rafforzamento del fianco meridionale della Nato, vedendo inoltre nel piano Mattei un modo per rilanciare i rapporti tra l’Occidente e il continente africano su base paritaria: una logica, questa, che punta a evitare sia il terzomondismo ipocrita sino-russo sia l’arroganza postcoloniale francese. Sono d’altronde da leggersi come una stoccata a Parigi queste parole pronunciate giovedì dalla Meloni: «La presidenza italiana ha voluto dedicare ampio spazio a un altro continente fondamentale per il futuro di tutti noi, che è l’Africa: con le sue difficoltà e opportunità ci chiede un approccio diverso da quello che spesso abbiamo dimostrato in passato».Del resto, a non toccare palla sul dossier africano è stato proprio Emmanuel Macron. Il presidente francese non è soltanto uscito ammaccato dalle elezioni europee, ma nel corso degli ultimi due anni e mezzo ha perso significativamente influenza politico-militare sulla regione del Sahel a netto vantaggio di Russia e Iran, la cui longa manus si sta man mano rafforzando su Mali, Burkina Faso e Niger. Tutto questo senza trascurare che il generale libico Khalifa Haftar, un tempo spalleggiato dall’Eliseo, ha di recente consolidato i propri legami con Mosca sul piano della difesa.Washington sa di non potersi fidare realmente di Parigi non solo per la sua debolezza nel Sahel ma anche perché Macron ha ultimamente reso più stretti i rapporti della Francia con la Cina: l’esatto opposto del governo Meloni che, l’anno scorso, non ha rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della Seta. In questo senso, va sottolineata la crescente sponda che Palazzo Chigi sta portando avanti con una storica rivale di Pechino come Nuova Delhi: proprio ieri, la Meloni ha ricevuto il premier indiano, Narendra Modi, al summit del G7. E non è affatto escludibile che anche con lui abbia affrontato questioni legate all’Africa. Una politica africana realmente filoccidentale non può prescindere da un rapporto autenticamente paritetico con i Paesi africani e da un raffreddamento delle relazioni con quella Cina, che proprio su quei Paesi punta a incrementare la propria influenza economico-politica. Macron, soprattutto da questo punto di vista, non viene visto come un alleato affidabile da Washington.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/g7-sposa-piano-mattei-2668532185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-incassa-il-plauso-di-washington" data-post-id="2668532185" data-published-at="1718414338" data-use-pagination="False"> Roma incassa il plauso di Washington Giornata densissima di incontri bilaterali, quella di ieri, al G7 in corso in Puglia. Tra questi il più atteso era senza dubbio quello tra il premier italiano, Giorgia Meloni, e il presidente americano, Joe Biden, tenutosi in tarda mattinata e durato più di mezz’ora. Al termine del faccia a faccia, Palazzo Chigi ha fatto sapere che al centro del colloquio vi è stato un punto della situazione sui conflitti in corso a livello internazionale, a partire da quello in Ucraina, ribadendo «gli sforzi comuni di sostegno a Kiev, anche finanziari, in vista del prossimo vertice Nato di Washington». Quindi, il Medio Oriente, con il «comune impegno per un accordo complessivo con riferimento al conflitto a Gaza per la fine delle ostilità, la liberazione degli ostaggi e il rafforzamento del sostegno umanitario alla popolazione civile». «È stata anche sottolineata l’importanza», ha proseguito la nota della presidenza del Consiglio, «di riavviare il processo di pace con l’obiettivo della soluzione dei due Stati». Poi è stata la volta dell’analisi dei rapporti tra i due Paesi, con particolare accento sulla «cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for Global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti». «In questo ambito», conclude la nota, «è stato ricordato il contributo italiano alla creazione del progetto infrastrutturale “Corridoio di Lobito”, in Africa centro-meridionale». Più tardi, è stata la volta dell’incontro tra Meloni e il premier giapponese, Fumio Kishida. Per il «rafforzamento dei rapporti bilaterali», attraverso soprattutto «l’adozione di un Piano d’azione bilaterale volto a definire gli ambiti prioritari di cooperazione per il periodo 2024-2027». «I due leader», hanno affermato a Palazzo Chigi, «hanno anche ricordato l’importante appuntamento del prossimo anno in Giappone di Expo Osaka 2025». Anche nel colloquio Meloni-Kishida non sono stati elusi i temi legati alle crisi internazionali, con un focus particolare relativo «stabilità dell’Indo-Pacifico». L’altro incontro atteso dalla maggior parte degli osservatori era quello tra papa Francesco e il presidente francese, Emmanuel Macron, soprattutto dopo le polemiche sul diritto all’aborto e le affermazioni del titolare dell’Eliseo che hanno causato frizioni con il nostro presidente del Consiglio. Dopo il colloquio con il Santo Padre, Macron ha affidato ai social un breve commento: «Riaffermiamo», ha scritto, «il nostro impegno comune per un mondo più solidale e più giusto per le persone e il pianeta. Creiamo tutti insieme», ha concluso, «le condizioni per una pace duratura». Il Pontefice, ieri, ha avuto ben dieci incontri bilaterali, tra cui - oltre a quello con Macron - spicca quello con il leader ucraino, Volodymyr Zelensky. «Ho incontrato il Papa», ha scritto Zelensky al termine dell’incontro, «e l’ho ringraziato per le sue preghiere per la pace in Ucraina, la sua vicinanza spirituale al nostro popolo e gli aiuti umanitari per gli ucraini. L’ho informato delle conseguenze dell’aggressione russa», ha proseguito, «del suo terrore aereo e della difficile situazione energetica. Abbiamo discusso della formula della pace, del ruolo della Santa Sede nello stabilire una pace giusta e duratura», ha concluso, «e delle aspettative per il vertice sulla pace globale». Oltre ai due leader citati, papa Francesco ha incontrato, tra gli altri, Kristalina Georgeva, direttore generale del Fondo internazionale mondiale, il premier canadese, Justin Trudeau, il presidente del Kenya, William Samoel Ruto, il primo ministro indiano, Narendra Modi, il presidente brasiliano, Ignacio Lula da Silva, il presidente Usa, Joe Biden, il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, e il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune. Degno di nota anche l’incontro tra Trudeau e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha sancito una più stretta collaborazione tra lo Stato nordamericano e l’Ue, oltre al «comune impegno a sostenere l’Ucraina» e «l’importanza della solidarietà mondiale per favorire una pace giusta e durevole». Cambiando latitudine, Modi ha avuto un incontro bilaterale con il premier britannico, Rishi Sunak, per approfondire lo storico legame tra i due Paesi anche in «settori come i semiconduttori, la tecnologia, il commercio e la difesa». Tornando al conflitto ucraino, il ministro della Difesa romeno, Angel Tilvar, a margine della riunione del gruppo di contatto per l’Ucraina. ha incontrato l’omologo ucraino, Rustem Umerov, e gli ha ribadito il sostegno militare del suo Paese, che si concretizza con il centro di addestramento dei piloti F-16 a Fetesti. Non ha avuto luogo e non lo avrà, invece il faccia a faccia latinoamericano tra il brasiliano Lula e il presidente argentino, Javier Milei. I rapporti tra i due, notoriamente, non sono buoni, e il vertice pugliese, al quale erano presenti in qualità di invitati, non ha contribuito a migliorare il clima.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci