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2024-06-15
Il G7 sposa il piano Mattei: si prepara la coalizione contro i trafficanti di uomini
Il presidente del Kenya William Ruto (Getty Images)
C’era chi lo derideva, chi diceva che fosse velleitario e irrilevante. E invece il piano Mattei è entrato a pieno titolo nella linea politica adottata dal G7. «La Partnership for global infrastructure and investment del G7, comprese iniziative come il Global gateway dell’Ue, offre un quadro che utilizzeremo per promuovere la nostra visione di infrastrutture sostenibili, resilienti ed economicamente vitali in Africa, sorrette da una selezione trasparente di progetti, appalti e finanza. In tal senso, accogliamo con favore il piano Mattei per l’Africa promosso dall’Italia», si legge nella versione in inglese del comunicato finale del summit di Savelletri.
D’altronde, fin dal suo discorso di apertura dei lavori, Giorgia Meloni ha chiarito come il G7 non debba arroccarsi su sé stesso, ma semmai aprirsi a una maggiore collaborazione con il Sud globale. Giovedì, parlando di Africa, non a caso ha detto: «Ho raccolto dai miei colleghi ampio sostegno, ampia condivisione per il piano Mattei per l’Africa, per l’approccio italiano che è un approccio di cooperazione da pari a pari con le nazioni africane, che sta dando i suoi frutti con l’avvio dei primi progetti pilota». Nell’occasione, la Meloni ha anche auspicato un’armonizzazione del piano Mattei con la Partnership for global infrastructure and investment e il global gateway: due iniziative, la prima del G7 e la seconda dell’Ue, volte a favorire progetti infrastrutturali in grado di arginare la Belt and Road initiative, promossa dalla Cina.
Da questo punto di vista, è significativo che anche Joe Biden abbia parlato di Africa. «Qui possiamo determinare il corso degli eventi per il prossimo futuro e come Stati Uniti abbiamo mobilitato 33 miliardi di dollari per l'Africa subsahariana», ha detto il presidente americano durante il side event sugli investimenti, copresieduto dalla Meloni e a cui hanno preso parte anche i vertici di Cdp, Eni, Enel e Blackrock. Non solo: secondo una nota di Palazzo Chigi, nel faccia a faccia che hanno avuto ieri, la Meloni e Biden «hanno espresso soddisfazione per l’andamento delle relazioni bilaterali e della collaborazione in campo economico-finanziario, nonché della cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti».
Di «collaborazione con le nazioni africane», l’inquilina di Palazzo Chigi ha parlato, sempre ieri, anche con il premier giapponese, Fumio Kishida. Lo stesso papa Francesco aveva in programma bilaterali con alcuni leader africani, come il presidente dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, e quello del Kenya, William Samoei Ruto, il quale, a fine maggio, era stato ricevuto da Biden alla Casa Bianca. Senza trascurare che ieri Recep Tayyip Erdogan ha preso parte, secondo il Daily Sabah, alla sessione dei lavori sull’Africa. Tra l’altro, la questione africana si interseca anche con il dossier migratorio. Fonti italiane hanno infatti riportato che ieri i leader «hanno espresso apprezzamento unanime per la scelta della presidenza italiana di introdurre, per la prima volta, il governo dei flussi migratori nei lavori del Gruppo dei Sette», mettendo soprattutto nel mirino i «trafficanti di esseri umani».
Insomma, la politica mediterranea della Meloni comincia a prendere forma. L’inquilina di Palazzo Chigi ha spesso invocato un rafforzamento del fianco meridionale della Nato, vedendo inoltre nel piano Mattei un modo per rilanciare i rapporti tra l’Occidente e il continente africano su base paritaria: una logica, questa, che punta a evitare sia il terzomondismo ipocrita sino-russo sia l’arroganza postcoloniale francese. Sono d’altronde da leggersi come una stoccata a Parigi queste parole pronunciate giovedì dalla Meloni: «La presidenza italiana ha voluto dedicare ampio spazio a un altro continente fondamentale per il futuro di tutti noi, che è l’Africa: con le sue difficoltà e opportunità ci chiede un approccio diverso da quello che spesso abbiamo dimostrato in passato».
Del resto, a non toccare palla sul dossier africano è stato proprio Emmanuel Macron. Il presidente francese non è soltanto uscito ammaccato dalle elezioni europee, ma nel corso degli ultimi due anni e mezzo ha perso significativamente influenza politico-militare sulla regione del Sahel a netto vantaggio di Russia e Iran, la cui longa manus si sta man mano rafforzando su Mali, Burkina Faso e Niger. Tutto questo senza trascurare che il generale libico Khalifa Haftar, un tempo spalleggiato dall’Eliseo, ha di recente consolidato i propri legami con Mosca sul piano della difesa.
Washington sa di non potersi fidare realmente di Parigi non solo per la sua debolezza nel Sahel ma anche perché Macron ha ultimamente reso più stretti i rapporti della Francia con la Cina: l’esatto opposto del governo Meloni che, l’anno scorso, non ha rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della Seta. In questo senso, va sottolineata la crescente sponda che Palazzo Chigi sta portando avanti con una storica rivale di Pechino come Nuova Delhi: proprio ieri, la Meloni ha ricevuto il premier indiano, Narendra Modi, al summit del G7. E non è affatto escludibile che anche con lui abbia affrontato questioni legate all’Africa. Una politica africana realmente filoccidentale non può prescindere da un rapporto autenticamente paritetico con i Paesi africani e da un raffreddamento delle relazioni con quella Cina, che proprio su quei Paesi punta a incrementare la propria influenza economico-politica. Macron, soprattutto da questo punto di vista, non viene visto come un alleato affidabile da Washington.
Roma incassa il plauso di Washington
Giornata densissima di incontri bilaterali, quella di ieri, al G7 in corso in Puglia. Tra questi il più atteso era senza dubbio quello tra il premier italiano, Giorgia Meloni, e il presidente americano, Joe Biden, tenutosi in tarda mattinata e durato più di mezz’ora. Al termine del faccia a faccia, Palazzo Chigi ha fatto sapere che al centro del colloquio vi è stato un punto della situazione sui conflitti in corso a livello internazionale, a partire da quello in Ucraina, ribadendo «gli sforzi comuni di sostegno a Kiev, anche finanziari, in vista del prossimo vertice Nato di Washington». Quindi, il Medio Oriente, con il «comune impegno per un accordo complessivo con riferimento al conflitto a Gaza per la fine delle ostilità, la liberazione degli ostaggi e il rafforzamento del sostegno umanitario alla popolazione civile». «È stata anche sottolineata l’importanza», ha proseguito la nota della presidenza del Consiglio, «di riavviare il processo di pace con l’obiettivo della soluzione dei due Stati». Poi è stata la volta dell’analisi dei rapporti tra i due Paesi, con particolare accento sulla «cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for Global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti». «In questo ambito», conclude la nota, «è stato ricordato il contributo italiano alla creazione del progetto infrastrutturale “Corridoio di Lobito”, in Africa centro-meridionale».
Più tardi, è stata la volta dell’incontro tra Meloni e il premier giapponese, Fumio Kishida. Per il «rafforzamento dei rapporti bilaterali», attraverso soprattutto «l’adozione di un Piano d’azione bilaterale volto a definire gli ambiti prioritari di cooperazione per il periodo 2024-2027». «I due leader», hanno affermato a Palazzo Chigi, «hanno anche ricordato l’importante appuntamento del prossimo anno in Giappone di Expo Osaka 2025». Anche nel colloquio Meloni-Kishida non sono stati elusi i temi legati alle crisi internazionali, con un focus particolare relativo «stabilità dell’Indo-Pacifico».
L’altro incontro atteso dalla maggior parte degli osservatori era quello tra papa Francesco e il presidente francese, Emmanuel Macron, soprattutto dopo le polemiche sul diritto all’aborto e le affermazioni del titolare dell’Eliseo che hanno causato frizioni con il nostro presidente del Consiglio. Dopo il colloquio con il Santo Padre, Macron ha affidato ai social un breve commento: «Riaffermiamo», ha scritto, «il nostro impegno comune per un mondo più solidale e più giusto per le persone e il pianeta. Creiamo tutti insieme», ha concluso, «le condizioni per una pace duratura».
Il Pontefice, ieri, ha avuto ben dieci incontri bilaterali, tra cui - oltre a quello con Macron - spicca quello con il leader ucraino, Volodymyr Zelensky. «Ho incontrato il Papa», ha scritto Zelensky al termine dell’incontro, «e l’ho ringraziato per le sue preghiere per la pace in Ucraina, la sua vicinanza spirituale al nostro popolo e gli aiuti umanitari per gli ucraini. L’ho informato delle conseguenze dell’aggressione russa», ha proseguito, «del suo terrore aereo e della difficile situazione energetica. Abbiamo discusso della formula della pace, del ruolo della Santa Sede nello stabilire una pace giusta e duratura», ha concluso, «e delle aspettative per il vertice sulla pace globale». Oltre ai due leader citati, papa Francesco ha incontrato, tra gli altri, Kristalina Georgeva, direttore generale del Fondo internazionale mondiale, il premier canadese, Justin Trudeau, il presidente del Kenya, William Samoel Ruto, il primo ministro indiano, Narendra Modi, il presidente brasiliano, Ignacio Lula da Silva, il presidente Usa, Joe Biden, il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, e il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune.
Degno di nota anche l’incontro tra Trudeau e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha sancito una più stretta collaborazione tra lo Stato nordamericano e l’Ue, oltre al «comune impegno a sostenere l’Ucraina» e «l’importanza della solidarietà mondiale per favorire una pace giusta e durevole».
Cambiando latitudine, Modi ha avuto un incontro bilaterale con il premier britannico, Rishi Sunak, per approfondire lo storico legame tra i due Paesi anche in «settori come i semiconduttori, la tecnologia, il commercio e la difesa». Tornando al conflitto ucraino, il ministro della Difesa romeno, Angel Tilvar, a margine della riunione del gruppo di contatto per l’Ucraina. ha incontrato l’omologo ucraino, Rustem Umerov, e gli ha ribadito il sostegno militare del suo Paese, che si concretizza con il centro di addestramento dei piloti F-16 a Fetesti. Non ha avuto luogo e non lo avrà, invece il faccia a faccia latinoamericano tra il brasiliano Lula e il presidente argentino, Javier Milei. I rapporti tra i due, notoriamente, non sono buoni, e il vertice pugliese, al quale erano presenti in qualità di invitati, non ha contribuito a migliorare il clima.
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La strategia italiana sull’Africa verrà armonizzata ai programmi già in corso. Joe Biden: «Così potremo determinare il corso degli eventi». Parigi intanto perde influenza.Sintonia tra Palazzo Chigi e Casa Bianca sui conflitti a Est e in Medio Oriente. Sfilata di leader dal Pontefice. Nessun disgelo tra il brasiliano Lula e l’argentino Javier Milei.Lo speciale contiene due articoli.C’era chi lo derideva, chi diceva che fosse velleitario e irrilevante. E invece il piano Mattei è entrato a pieno titolo nella linea politica adottata dal G7. «La Partnership for global infrastructure and investment del G7, comprese iniziative come il Global gateway dell’Ue, offre un quadro che utilizzeremo per promuovere la nostra visione di infrastrutture sostenibili, resilienti ed economicamente vitali in Africa, sorrette da una selezione trasparente di progetti, appalti e finanza. In tal senso, accogliamo con favore il piano Mattei per l’Africa promosso dall’Italia», si legge nella versione in inglese del comunicato finale del summit di Savelletri. D’altronde, fin dal suo discorso di apertura dei lavori, Giorgia Meloni ha chiarito come il G7 non debba arroccarsi su sé stesso, ma semmai aprirsi a una maggiore collaborazione con il Sud globale. Giovedì, parlando di Africa, non a caso ha detto: «Ho raccolto dai miei colleghi ampio sostegno, ampia condivisione per il piano Mattei per l’Africa, per l’approccio italiano che è un approccio di cooperazione da pari a pari con le nazioni africane, che sta dando i suoi frutti con l’avvio dei primi progetti pilota». Nell’occasione, la Meloni ha anche auspicato un’armonizzazione del piano Mattei con la Partnership for global infrastructure and investment e il global gateway: due iniziative, la prima del G7 e la seconda dell’Ue, volte a favorire progetti infrastrutturali in grado di arginare la Belt and Road initiative, promossa dalla Cina.Da questo punto di vista, è significativo che anche Joe Biden abbia parlato di Africa. «Qui possiamo determinare il corso degli eventi per il prossimo futuro e come Stati Uniti abbiamo mobilitato 33 miliardi di dollari per l'Africa subsahariana», ha detto il presidente americano durante il side event sugli investimenti, copresieduto dalla Meloni e a cui hanno preso parte anche i vertici di Cdp, Eni, Enel e Blackrock. Non solo: secondo una nota di Palazzo Chigi, nel faccia a faccia che hanno avuto ieri, la Meloni e Biden «hanno espresso soddisfazione per l’andamento delle relazioni bilaterali e della collaborazione in campo economico-finanziario, nonché della cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti».Di «collaborazione con le nazioni africane», l’inquilina di Palazzo Chigi ha parlato, sempre ieri, anche con il premier giapponese, Fumio Kishida. Lo stesso papa Francesco aveva in programma bilaterali con alcuni leader africani, come il presidente dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, e quello del Kenya, William Samoei Ruto, il quale, a fine maggio, era stato ricevuto da Biden alla Casa Bianca. Senza trascurare che ieri Recep Tayyip Erdogan ha preso parte, secondo il Daily Sabah, alla sessione dei lavori sull’Africa. Tra l’altro, la questione africana si interseca anche con il dossier migratorio. Fonti italiane hanno infatti riportato che ieri i leader «hanno espresso apprezzamento unanime per la scelta della presidenza italiana di introdurre, per la prima volta, il governo dei flussi migratori nei lavori del Gruppo dei Sette», mettendo soprattutto nel mirino i «trafficanti di esseri umani».Insomma, la politica mediterranea della Meloni comincia a prendere forma. L’inquilina di Palazzo Chigi ha spesso invocato un rafforzamento del fianco meridionale della Nato, vedendo inoltre nel piano Mattei un modo per rilanciare i rapporti tra l’Occidente e il continente africano su base paritaria: una logica, questa, che punta a evitare sia il terzomondismo ipocrita sino-russo sia l’arroganza postcoloniale francese. Sono d’altronde da leggersi come una stoccata a Parigi queste parole pronunciate giovedì dalla Meloni: «La presidenza italiana ha voluto dedicare ampio spazio a un altro continente fondamentale per il futuro di tutti noi, che è l’Africa: con le sue difficoltà e opportunità ci chiede un approccio diverso da quello che spesso abbiamo dimostrato in passato».Del resto, a non toccare palla sul dossier africano è stato proprio Emmanuel Macron. Il presidente francese non è soltanto uscito ammaccato dalle elezioni europee, ma nel corso degli ultimi due anni e mezzo ha perso significativamente influenza politico-militare sulla regione del Sahel a netto vantaggio di Russia e Iran, la cui longa manus si sta man mano rafforzando su Mali, Burkina Faso e Niger. Tutto questo senza trascurare che il generale libico Khalifa Haftar, un tempo spalleggiato dall’Eliseo, ha di recente consolidato i propri legami con Mosca sul piano della difesa.Washington sa di non potersi fidare realmente di Parigi non solo per la sua debolezza nel Sahel ma anche perché Macron ha ultimamente reso più stretti i rapporti della Francia con la Cina: l’esatto opposto del governo Meloni che, l’anno scorso, non ha rinnovato il controverso memorandum sulla Nuova via della Seta. In questo senso, va sottolineata la crescente sponda che Palazzo Chigi sta portando avanti con una storica rivale di Pechino come Nuova Delhi: proprio ieri, la Meloni ha ricevuto il premier indiano, Narendra Modi, al summit del G7. E non è affatto escludibile che anche con lui abbia affrontato questioni legate all’Africa. Una politica africana realmente filoccidentale non può prescindere da un rapporto autenticamente paritetico con i Paesi africani e da un raffreddamento delle relazioni con quella Cina, che proprio su quei Paesi punta a incrementare la propria influenza economico-politica. Macron, soprattutto da questo punto di vista, non viene visto come un alleato affidabile da Washington.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/g7-sposa-piano-mattei-2668532185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-incassa-il-plauso-di-washington" data-post-id="2668532185" data-published-at="1718414338" data-use-pagination="False"> Roma incassa il plauso di Washington Giornata densissima di incontri bilaterali, quella di ieri, al G7 in corso in Puglia. Tra questi il più atteso era senza dubbio quello tra il premier italiano, Giorgia Meloni, e il presidente americano, Joe Biden, tenutosi in tarda mattinata e durato più di mezz’ora. Al termine del faccia a faccia, Palazzo Chigi ha fatto sapere che al centro del colloquio vi è stato un punto della situazione sui conflitti in corso a livello internazionale, a partire da quello in Ucraina, ribadendo «gli sforzi comuni di sostegno a Kiev, anche finanziari, in vista del prossimo vertice Nato di Washington». Quindi, il Medio Oriente, con il «comune impegno per un accordo complessivo con riferimento al conflitto a Gaza per la fine delle ostilità, la liberazione degli ostaggi e il rafforzamento del sostegno umanitario alla popolazione civile». «È stata anche sottolineata l’importanza», ha proseguito la nota della presidenza del Consiglio, «di riavviare il processo di pace con l’obiettivo della soluzione dei due Stati». Poi è stata la volta dell’analisi dei rapporti tra i due Paesi, con particolare accento sulla «cooperazione avviata tra il piano Mattei per l’Africa e la Partnership for Global infrastructure and investment attraverso l’evento a margine del vertice copresieduto dai due presidenti». «In questo ambito», conclude la nota, «è stato ricordato il contributo italiano alla creazione del progetto infrastrutturale “Corridoio di Lobito”, in Africa centro-meridionale». Più tardi, è stata la volta dell’incontro tra Meloni e il premier giapponese, Fumio Kishida. Per il «rafforzamento dei rapporti bilaterali», attraverso soprattutto «l’adozione di un Piano d’azione bilaterale volto a definire gli ambiti prioritari di cooperazione per il periodo 2024-2027». «I due leader», hanno affermato a Palazzo Chigi, «hanno anche ricordato l’importante appuntamento del prossimo anno in Giappone di Expo Osaka 2025». Anche nel colloquio Meloni-Kishida non sono stati elusi i temi legati alle crisi internazionali, con un focus particolare relativo «stabilità dell’Indo-Pacifico». L’altro incontro atteso dalla maggior parte degli osservatori era quello tra papa Francesco e il presidente francese, Emmanuel Macron, soprattutto dopo le polemiche sul diritto all’aborto e le affermazioni del titolare dell’Eliseo che hanno causato frizioni con il nostro presidente del Consiglio. Dopo il colloquio con il Santo Padre, Macron ha affidato ai social un breve commento: «Riaffermiamo», ha scritto, «il nostro impegno comune per un mondo più solidale e più giusto per le persone e il pianeta. Creiamo tutti insieme», ha concluso, «le condizioni per una pace duratura». Il Pontefice, ieri, ha avuto ben dieci incontri bilaterali, tra cui - oltre a quello con Macron - spicca quello con il leader ucraino, Volodymyr Zelensky. «Ho incontrato il Papa», ha scritto Zelensky al termine dell’incontro, «e l’ho ringraziato per le sue preghiere per la pace in Ucraina, la sua vicinanza spirituale al nostro popolo e gli aiuti umanitari per gli ucraini. L’ho informato delle conseguenze dell’aggressione russa», ha proseguito, «del suo terrore aereo e della difficile situazione energetica. Abbiamo discusso della formula della pace, del ruolo della Santa Sede nello stabilire una pace giusta e duratura», ha concluso, «e delle aspettative per il vertice sulla pace globale». Oltre ai due leader citati, papa Francesco ha incontrato, tra gli altri, Kristalina Georgeva, direttore generale del Fondo internazionale mondiale, il premier canadese, Justin Trudeau, il presidente del Kenya, William Samoel Ruto, il primo ministro indiano, Narendra Modi, il presidente brasiliano, Ignacio Lula da Silva, il presidente Usa, Joe Biden, il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, e il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune. Degno di nota anche l’incontro tra Trudeau e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha sancito una più stretta collaborazione tra lo Stato nordamericano e l’Ue, oltre al «comune impegno a sostenere l’Ucraina» e «l’importanza della solidarietà mondiale per favorire una pace giusta e durevole». Cambiando latitudine, Modi ha avuto un incontro bilaterale con il premier britannico, Rishi Sunak, per approfondire lo storico legame tra i due Paesi anche in «settori come i semiconduttori, la tecnologia, il commercio e la difesa». Tornando al conflitto ucraino, il ministro della Difesa romeno, Angel Tilvar, a margine della riunione del gruppo di contatto per l’Ucraina. ha incontrato l’omologo ucraino, Rustem Umerov, e gli ha ribadito il sostegno militare del suo Paese, che si concretizza con il centro di addestramento dei piloti F-16 a Fetesti. Non ha avuto luogo e non lo avrà, invece il faccia a faccia latinoamericano tra il brasiliano Lula e il presidente argentino, Javier Milei. I rapporti tra i due, notoriamente, non sono buoni, e il vertice pugliese, al quale erano presenti in qualità di invitati, non ha contribuito a migliorare il clima.
(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.