{{ subpage.title }}

True

Il «Führer ebreo» indigna Israele. Convocato l’ambasciatore russo

Il «Führer ebreo» indigna Israele. Convocato l’ambasciatore russo
Yair Lapid (Getty Images)
Il ministro Yair Lapid: «Il nostro popolo non si suicidò». Naftali Bennett: «Basta parlare di Shoah».
Continua a leggereRiduci
Trovati video del terrore nel cellulare di El Koudri
Ansa

Altro che vittima della mancata integrazione, come ci vorrebbero far credere Elly Schlein e compagni, i quali, dopo la strage di Modena, invece che maggior rigore contro i fondamentalisti reclamano l’assunzione di psicologi per aiutarli. La trasmissione Fuori dal coro, con un servizio in esclusiva andato in onda ieri sera, dimostra che in almeno un telefono in uso a Salim El Koudri la polizia ha trovato immagini di violenza che fanno sospettare che quello di sabato scorso non sia stato il gesto di un pazzo, ma l’atto consapevole di un terrorista.

Continua a leggereRiduci
Sul cellulare di El Koudri filmati del terrore
Ansa
Inchiesta choc di «Fuori dal coro»: nei dispositivi di Salim è stato trovato almeno un video di violenza «molto significativo». Il padre, inoltre, redigeva scritti in arabo contro l’Occidente. E sui canali jihadisti si esulta: «Un’operazione nel cuore della terra dei crociati».

Non c’è da ironizzare: ci sono ancora in ospedale i feriti, due in gravissime condizioni, e la turista tedesca è tornata in Germania ma ha perso le gambe. Però di fronte al goffo tentativo di negare che Salim El Koudri sia un terrorista serve Totò: è la «sunna» che fa il totale! «Sunna» con due enne è la vita secondo il Corano.

Continua a leggereRiduci
Il capo dei penalisti sui legali spiati: Napoli e Perugia non sono casi isolati
iStock
Francesco Petrelli (Unione camere penali): «Subiamo un attacco generalizzato, c’è denuncia pure sulla vicenda Stasi». Alessandro Cannevale, l’avvocato che ha sollevato la storiaccia del capoluogo umbro: «I pm disprezzano i difensori».

Due mesi fa la magistratura ha vinto il referendum che ha bocciato la riforma costituzionale che aspirava a separare le carriere delle toghe. Secondo alcuni i pm potrebbero avere interpretato il voto come un tacito via libera a un’esondazione del proprio potere a discapito delle garanzie delle difese. Gli avvocati, ancora un po’ intontiti a causa della sonora batosta, sembrano essersene accorti e dopo due mesi di analisi della sconfitta hanno deciso di reagire alle presunte prevaricazioni.

In primo luogo hanno protestato per le intercettazioni effettuate nelle salette dei colloqui del carcere di Perugia, captazioni che hanno registrato le conversazioni di circa una dozzina di legali con i loro clienti in modo illegittimo, non avendo l’autorizzazione del gip.

L’Unione delle Camere penali ha indetto una manifestazione nazionale per l’11 giugno e cinque giorni di «astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale», tra l’8 e il 12 giugno.

Ma ad agitare gli avvocati è anche la scoperta, presso la Procura di Napoli, di un’informativa della polizia giudiziaria che, sospettando l’inquinamento di alcune testimonianze processuali, ha messo sotto controllo, fotografato e intercettato tre avvocati del foro campano, due dei quali difensori ufficiali di un presunto camorrista.

Un’attività di «spionaggio» che ha convinto l’avvocato Raffaele Esposito, un legale quasi novantenne dalla carriera irreprensibile (al punto da essere iscritto all’albo d’onore degli avvocati di Napoli), a presentare un esposto denuncia dopo essere stato «spiato» in Tribunale durante l’esercizio del suo mandato difensivo.

Il procuratore Nicola Gratteri ha spiegato che le video-riprese e le intercettazioni nel corridoio di fronte all’aula della Corte d’Assise dove si sta svolgendo un processo di camorra è stata autorizzata da un gip (e quindi le captazioni non sarebbero illegittime come quelle di Perugia) e i testi dell’accusa sono stati posti sotto controllo per il reato di induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria con il fine di favorire la criminalità organizzata.

Non è chiaro se uno o più avvocati siano stati iscritti per la medesima ipotesi.

Gratteri, alla nostra domanda, ha replicato serafico: «Lei sa bene che se rispondessi alle sue domande mi aprirebbero un procedimento disciplinare».

L’ordine degli avvocati di Napoli si è però schierato con forza al fianco dei colleghi, «condividendo appieno le preoccupazioni e le censure dell’Unione delle Camere penali» e ritenendo che le indagini degli inquirenti (che hanno passato al setaccio parole e, persino, gesti degli avvocati fuori dall’aula d’udienza) «minano la serenità del collegio difensivo» e «alimentano un inaccettabile clima di sospetto sulla correttezza professionale degli avvocati ed espropriano di fatto la signoria del giudice sul processo».

Il presidente nazionale dell’Unione delle Camere penali, Francesco Petrelli, ci spiega: «Nell’articolo 103 del Codice di procedura che vieta le intercettazioni delle conversazioni fra l’avvocato e il proprio assistito è stato opportunamente inserito nel 2024, su nostra richiesta, il comma 6-ter che in particolare obbliga il pm e agli operatori a “interrompere” immediatamente qualsiasi captazione nel momento in cui ci si accorge che si tratta di un colloquio fra assistito e il proprio legale».

Nel caso di Perugia, per Petrelli, non poteva esserci «alcuna incertezza sulla natura dell’intercettazione»: «La violazione ha qui del clamoroso in quanto i colloqui eseguiti nella saletta di un carcere sono inequivocabilmente colloqui tutelati dalla norma, che ha, a sua volta, una duplice copertura costituzionale negli articoli 15 e 24 della Costituzione». I magistrati che sventolano il testo della legge fondamentale ogni volta che possono sembrano tenerlo, però, poco in considerazione quando, se rispettata, essa può limitare il potere dei pm.

Il presidente dell’associazione dei penalisti mette in guardia da possibili abusi: «Occorre ricordare in proposito come il diritto di difesa, dichiarato inviolabile dalla nostra Carta suprema, sia fondamentale in una democrazia liberale in quanto costituisce la garanzia di tutela di ogni altro diritto: se cade quello entrano in crisi le basi dello Stato di diritto. Nel caso delle intercettazioni perugine sarebbe stato agevole interrompere l’ascolto quando nelle salette erano presenti soggetti non coinvolti nell’indagine e questo rende la violazione inescusabile».

Petrelli chiede che le violazioni abbiano conseguenze: «Se è vero che le intercettazioni sono proseguite per mesi con dispositivi collocati in molteplici salette di colloquio e hanno riguardato decine di avvocati la questione deve essere oggetto di una risposta sollecita da parte di tutte le autorità competenti». L’avvocato romano non dimentica nemmeno quanto accaduto in Campania: «Ciò che preoccupa è che le violazioni del diritto di difesa non sono casi isolati. L’attacco alla funzione difensiva è un vero e proprio fenomeno: a Napoli, sia pure in un contesto differente, si è assistito di fatto a una generalizzata intercettazione dei difensori nell’adiacenza dell’aula e a una conseguente pericolosa criminalizzazione dell’attività difensiva nelle successive informative di polizia giudiziaria».

Con il suo ragionamento Petrelli prova a chiedere ai magistrati un esame di coscienza: «Credo che non solo debbano svolgersi indagini ed accertamenti solleciti e rigorosi, ma che l’intera magistratura debba interrogarsi su come sia stato possibile un simile disprezzo delle regole processuali e si sia venuti meno alla esecuzione di quei doverosi controlli che precedono e anticipano l’ovvio giudizio di inutilizzabilità prevista dal nostro Codice». Per il presidente non si può affermare solo a parole la parità di accusa e difesa davanti al giudice: «Il giusto processo si tutela e si promuove nei fatti, durante le indagini e nelle aule di giustizia, e non nelle retoriche affermazioni di principio».

E che qualche garanzia stia venendo meno è evidente anche nella trattazione del processo dell’anno, se non nel decennio, quello per l’omicidio di Chiara Poggi: «Abbiamo fatto un’analoga denuncia per la pubblicazione delle intercettazioni fra Alberto Stasi e il suo precedente difensore (il professor Angelo Giarda, ndr)». Nei giorni scorsi due trasmissioni Mediaset hanno trasmesso in esclusiva gli audio del 2007 in cui l’ex fidanzato di Chiara Poggi e il suo vecchio avvocato discutevano del Dna, delle tracce ematiche e in cui il legale chiedeva conto al suo assistito dei tempi tra l’ultimo squillo a Chiara e la chiamata alla Croce Rossa. Per questo il 14 maggio scorso l’Unione delle Camere penali ha diramato un duro comunicato in cui si leggeva quanto segue: «La pubblicazione […] dell’audio e della trascrizione di conversazioni intercorse tra Alberto Stasi e il suo difensore, il professor Angelo Giarda, pone una questione di straordinaria gravità sotto il profilo del rispetto delle garanzie costituzionali e della tutela del rapporto difensivo […]. La questione non muta, né si attenua, per il fatto che la conversazione venga oggi presentata come elemento favorevole alla posizione di Stasi. Il problema non è il carattere accusatorio o difensivo del contenuto diffuso, ma il fatto stesso della pubblicazione di un colloquio tra imputato e difensore, che non può essere trasformato in materiale mediatico in assenza della volontà dell’interessato e, per quanto consta, senza che quel contenuto sia stato utilizzato nel processo o riprodotto in un provvedimento giudiziario». Per tale motivo l’associazione presieduta da Petrelli ha chiesto la rimozione degli audio da alcuni siti Web.

A dieci giorni di distanza l’avvocato chiosa: «Si tratta di fenomeni che non possono che essere collegati e che impongono, accanto alla denuncia, anche una riflessione da parte del mondo dell’informazione sui rischi che la violazione sistematica delle garanzie di imputati e indagati implica nella tenuta del sistema democratico liberale che trova fondamento proprio nella tutela delle libertà individuali di fronte all’autorità dello Stato».

In pratica il sacro diritto alla difesa e la tutela della privacy non possono essere sacrificati sull’altare dell’audience e dell’interesse morboso che l’opinione pubblica sta mostrando per un omicidio efferato, ottenendo in pasto anche i dettagli più intimi della vita sessuale della giovane vittima, ormai scomparsa da quasi vent’anni e la cui memoria viene costantemente profanata.

Ci offre un’ulteriore riflessione Alessandro Cannevale, l’avvocato che per primo, su questo giornale, ha denunciato lo «scandalo» di Perugia. E le sue riflessioni sono particolarmente significative essendo stato per circa quarant’anni dall’altra parte della barricata, con la funzione di magistrato requirente.

Gli abbiamo chiesto, innanzitutto, quali siano, a suo giudizio, i punti di contatto nei casi di Napoli e di Perugia. E Cannevale ha individuato, innanzitutto, questa analogia: «Un profondo disprezzo culturale per gli avvocati, considerati inutili nella migliore delle ipotesi, pericolosi nella peggiore. E mi creda, non cambia molto se l’avvocato non difende l’imputato, ma la vittima del reato».

A giudizio dell’intervistato manifestazioni come quella dell’11 giugno devono essere accompagnate da interventi concreti: «Indignazione e protesta sono legittime, ma non serviranno a nulla se non si avvia, subito, una riflessione tecnica e politica sul ruolo delle intercettazioni nel processo penale».

La lunga marcia nel deserto di chi crede nello Stato di diritto e nelle garanzie ha portato, grazie al sacrificio di uomini perbene come Enzo Tortora e alla riforma costituzionale sul giusto processo, a una rilettura, con tanto di modifica della Costituzione, delle dichiarazioni dei pentiti. Dopo anni si è capito che andavano analizzate accuratamente e, soprattutto, riscontrate con elementi obiettivi, raccolti con indagini serie, verificabili nel contraddittorio fra accusa e difesa. Per Cannevale è arrivato il momento che venga profondamente riformato anche lo strumento delle intercettazioni e rivisto il peso delle loro risultanze nell’economia processuale: «Nei procedimenti di oggi sono diventate molto più importanti delle dichiarazioni dei pentiti. Bisognerebbe utilizzarle solo quando le parole siano riscontrate dai fatti», assicura l’ex procuratore di Spoleto. Il quale ci aggiorna sull’analisi dei colloqui tra difensori e clienti captati nel carcere di Perugia: «Le riferisco una novità del weekend appena trascorso: abbiamo trovato un altro colloquio della mia assistita con un detenuto estraneo alle indagini, illegittimamente registrato e “incollato” a una registrazione autorizzata».

Mancano diciassette giorni alla manifestazione dell’11 giugno. Speriamo che da qui ad allora non arrivino altre sorprese relative alla gestione dei fascicoli d’indagine da parte di una delle Procure più importanti del Paese, quella chiamata a trattare i procedimenti che coinvolgono i magistrati del distretto di Roma.

Lo zar sgancia l’Oreshnik, solidarietà di Meloni
I bombardamenti su Kiev, 24 maggio 2026 (Ansa)
Rappresaglia russa, sull’Ucraina il super missile in grado di portare testate nucleari.

Nella notte tra sabato e domenica, una pioggia di droni russi ha illuminato i cieli ucraini trasformandoli in un inferno di fuoco. Seicento droni e 90 missili (tra cui almeno uno ipersonico, l’Oreshnik) che hanno provocato quattro morti e più di 80 feriti. I violenti bombardamenti hanno colpito anche un complesso residenziale dove abita l’ambasciatore dell’Albania in Ucraina, Ernal Filo. Il ministero della Difesa russo ha spiegato di non aver «pianificato né effettuato attacchi contro infrastrutture civili in Ucraina»: gli obiettivi sarebbero stati «infrastrutture militari e altri posti di comando delle forze armate ucraine».

Continua a leggereRiduci
Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy