- Bloccata da giorni un’autostrada in Occitania contro le norme di Parigi e dell’Ue che soffocano le attività agricole. Intanto il governo non rinuncia al cappio green e impedisce pure ai sindaci di costruire nuove case.
- L’istituto parigino accusato di sessismo e omofobiaviene infangato giornalmente. Silenziate le voci positive.
Lo speciale contiene due articoli.
La Francia si candida a capofila delle proteste sociali in Europa. Sopita l’epoca controversa dei gilet gialli, ecco avanzarsi i gilet verdi. I contadini francesi hanno lanciato un vasto movimento di contestazione alle politiche del presidente Emmanuel Macron e alle direttive europee.
La collera di contadini e allevatori oggi si concentra soprattutto nella regione dell’Occitania. Circa 200 manifestanti stanno bloccando da sei giorni l’autostrada tra Tolosa e Bayonne, ma il ministro dell’Interno, Gerard Darmanin, ha detto ieri di non aver ancora richiesto alla polizia di evacuare i manifestanti.
L’accesso alla centrale elettrica di Golfech, nel Tarn-et-Garonne, è stato chiuso ieri mattina dai contadini. Arnaud Rousseau, presidente del primo sindacato agricolo francese, la Fnsea, e Arnaud Gaillot, presidente del sindacato dei giovani agricoltori (Ja), hanno chiesto e ottenuto ieri sera un incontro con il premier appena insediato, Gabriel Attal, a Matignon. Nuove manifestazioni di protesta e blocchi saranno annunciati nelle prossime ore.
Le rivendicazioni di contadini e allevatori sono molte, a partire dagli aiuti promessi e mai arrivati per un’epidemia emorragica tra il bestiame, che ha messo in ginocchio molti allevatori. Sotto accusa soprattutto i limiti normativi sempre più stringenti e il basso reddito dell’attività, soffocata da tasse e vincoli derivanti da leggi statali e norme europee. La fine delle agevolazioni fiscali sul gasolio agricolo, la mancanza di stoccaggi per l’acqua e la burocrazia soffocante sono tra i fattori determinanti delle proteste.
Dopo le clamorose manifestazioni dei contadini e allevatori tedeschi a Berlino, si sta strutturando un movimento trasversale che riguarda non solo Francia e Germania, ma anche Olanda, Polonia, Romania, Slovacchia, Bulgaria, Ungheria. A Est è soprattutto la concorrenza sottocosto dell’Ucraina a preoccupare. Ma è in Francia che le conseguenze sociali delle politiche europee e nazionali che discendono dalla transizione ecologica stanno diventando sempre più allarmanti e occupano stabilmente le prime pagine dei giornali.
Ieri è entrato in vigore il blocco della pesca di quattro settimane decretato dal governo francese nel Golfo di Biscaglia, dalla Bretagna alle coste della Spagna, da Brest a Bayonne. Per preservare i delfini, i pescatori francesi dovranno restare per un mese in porto, una misura clamorosa che non ha precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Il settore teme un collasso, anche se il governo ha promesso un indennizzo pari all’80% del fatturato delle imprese di pesca. Tuttavia, a monte e a valle della pesca c’è un indotto fatto di industrie conserviere, porti, distribuzione, commercio. A risentirne saranno i consumatori, per i quali inevitabilmente il prezzo del pesce fresco salirà. Inoltre, i pescatori di altri Paesi si avvantaggeranno del blocco francese. Il collasso economico rischia di diventare anche sociale.
Non è tutto. Sta diventando un caso spinoso la legge sul clima e la resilienza del 22 agosto 2021, che contiene uno degli acronimi più odiati dai sindaci francesi: Zan. Zéro artificialisation nette, ovvero «costruzioni nette zero». Entro il 2050 sarà vietata in Francia l’artificializzazione anche di un solo metro quadrato di suolo, campo, foresta o qualsiasi altro spazio naturale, a meno che al contempo non se ne restituisca alla natura l’equivalente.
Il dogma green in questo caso agisce sul territorio. L’intenzione potrà apparire lodevole, ma anche in questo caso si ignora la realtà e si passa sopra la testa dei cittadini. Il Paese risulterà congelato e vi saranno forti impatti sociali. Basti pensare agli effetti sui prezzi degli immobili e alla vera spina nel fianco degli amministratori locali: la penuria di case. Città molto dinamiche come Tolosa aggiungono tutti gli anni 5.000 nuovi abitanti in media e c’è da chiedersi dove mai potranno andare ad abitare. Capannoni abbandonati e zone industriali dismesse faranno la felicità degli intermediari più scaltri e le speculazioni finanziarie saranno all’ordine del giorno. La rarefazione dei terreni edificabili si tradurrà in città che forzatamente dovranno crescere verso l’alto, oltre che in metrature minori delle abitazioni. La densità abitativa crescerà, con tutti i problemi sociali che ciò comporta. Dall’altra parte, gli stessi contadini francesi che contestano oggi il governo, lodano la legge Zan perché frena l’erosione delle terre coltivabili. Si evidenzia ancora come le politiche per la transizione acuiscano le fratture sociali, anziché risolverle. La legge dà tempo fino al 2050, ma intanto dal 2021 al 2031 gli amministratori locali possono utilizzare solo il 50% del territorio naturale rispetto a quello utilizzato dieci anni prima.
Molto netto è il giudizio di Laurent Wauquiez, presidente della regione Auvergne-Rhône-Alpes: «I nuovi decreti sono ridicoli, stiamo raggiungendo vette di tecnocrazia inapplicabile. Non si tratta di non applicare la legge ma di allertare, come funzionari eletti, quando siamo convinti che una legge mal fatta e mal progettata porterà a conseguenze catastrofiche». Ma la legge Zan prevede che se non sono gli amministratori a muoversi, lo faccia il governo centrale attraverso i prefetti. In barba alla rappresentanza democratica e perfettamente in linea con la transizione ecologica.
Perseguendo un’agenda green intransigente, Emmanuel Macron sta alzando la temperatura dello scontro sociale. Le elezioni europee incombono, però, e Marine Le Pen è seduta sulla riva del fiume ad attendere.
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