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2024-12-07
Macron in affanno. La Le Pen lo minaccia: «Sfiducio pure il tuo nuovo premier»
Emmanuel Macron (Ansa)
Il messaggio televisivo del presidente francese Emmanuel Macron, diffuso giovedì sera, non è servito a niente. La crisi politico-istituzionale che ha colpito la Francia, a causa della tracotanza del suo presidente, non si è risolta e sempre più francesi chiedono il conto all’inquilino dell’Eliseo. Secondo un sondaggio realizzato da Odoxa-Backbone Consulting per Le Figaro, sei francesi su dieci (59%) chiedono le dimissioni di Macron.
Questa percentuale è cresciuta di 5 punti da settembre. Ieri sera, sul sito de Le Figaro è stata pubblicata un’intervista esclusiva a Marine Le Pen, leader del Rassemblement national (Rn), che ha invitato Macron a trovare «rapidamente» un nuovo capo del governo chiarendo, però, di «poter votare ancora una mozione di censura» contro un prossimo governo. Le Pen ha anche detto di aver trovato l’intervento di Macron «pericoloso» perché ha accusato certi deputati di essere «antirepubblicani»
Sul discorso di Macron è tornato anche l’eurodeputato socialista (Place publique) Raphaël Glucksmann che ha parlato, ai microfoni della radio Rtl, della «totale incapacità di mettersi in discussione» del presidente francese. «Tutti sono irresponsabili tranne lui», ha detto Glucksmann ironizzando sul fatto che, probabilmente, non tutti sono «abbastanza intelligenti per comprendere la dissoluzione» dell’Assemblea nazionale.
Nel frattempo il capo dello Stato ha incontrato i rappresentanti di alcuni partiti e pare che abbia avviato nuove manovre per mandare in frantumi la coalizione di sinistra del Nouveau front populaire (Nfp). Nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il segretario del Partito socialista (Ps), Olivier Faure, che ha spiegato che il suo partito non parteciperà «in nessun caso a un governo guidato da un primo ministro di destra». Il numero uno del Ps ha detto di essere favorevole a un governo di coalizione con il centrodestra a condizione che vengano fatte «concessioni reciproche».
L’incontro tra Macron e il leader socialista ha infastidito Jean-Luc Mélenchon, capo del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi), la principale formazione del Nfp. Mélenchon ha dichiarato che «Lfi non ha dato alcun mandato a Olivier Faure, né per presentarsi da solo a questo incontro, né per negoziare un accordo e fare “concessioni reciproche” a Macron e ai Républicains (Lr). Macron ha convocato anche Lfi e verdi e proprio la deputata di questo partito, Sandrine Rousseau, ha scritto su X un messaggio rivolto agli «amici socialisti». L’onorevole verde ha detto loro: «Non perdetevi. Abbiamo bisogno che tutti costruiscano l’alternativa a sinistra». In serata erano attesi all’Eliseo anche i membri della direzione dei Républicains, come hanno anticipato Le Parisien e Le Figaro.
In casa macronista, ieri, sono ripresi gli attacchi a Le Pen e al suo partito, che gli ex premier Elisabeth Borne e Gabriel Attal hanno accusato di aver favorito l’approvazione del trattato di libero scambio Ue-Mercosur, votando la sfiducia al governo di Michel Barnier. Peccato che l’accordo tra l’Ue e i Paesi sudamericani sia stato fortemente voluto dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che Macron e compagni di partito hanno sempre sostenuto. Va, però, anche detto che gli agricoltori hanno protestato davanti agli uffici in circoscrizione di alcuni deputati Nfp-Verdi e Rn, in Nuova Aquitania. Tra gli alleati centristi di Macron c’era, anche ieri, una certa effervescenza visto che il leader François Bayrou, fondatore del partito Modem, è stato citato nuovamente come possibile successore di Barnier.
E mentre le trattative per l’individuazione di un nuovo premier continuavano, Stéphane Vojetta, un deputato macronista eletto all’estero, ha proposto «l’autoscioglimento. Ovvero le dimissioni collettive dei 577 deputati che compongono l’Assemblea nazionale». Secondo alcuni costituzionalisti, però, questa strada sarebbe difficilmente praticabile.
La crisi politico-istituzionale francese ha avuto come sfondo gli ultimi preparativi per la riapertura della cattedrale di Notre Dame. Con tutta probabilità, Macron cercherà di beneficiare al massimo dei riflettori e delle telecamere di mezzo mondo per farsi passare come salvatore della patria e come una specie di protettore della Chiesa di Francia. E pazienza se, in primavera, si è vantato di aver inserito nella Costituzione francese la «libertà garantita» di abortire. I festeggiamenti per la rinascita di Notre Dame dureranno due giorni: oggi ci saranno soprattutto concerti e spettacoli ma anche una cerimonia religiosa. Domani, due messe e la riconsacrazione dell’altare maggiore, alle quali parteciperanno 150 vescovi e un sacerdote per ogni parrocchia parigina.
La cattedrale riparata accoglierà anche numerosi leader internazionali. Non si sa se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà presente alla cerimonia. Mentre è certo l’arrivo del presidente americano eletto, Donald Trump, accompagnato anche da Elon Musk. Numerose anche le teste coronate: dal principe William d’Inghilterra ai re di Spagna, Belgio e Norvegia, l’emiro del Qatar e il fratello del re del Marocco.
Produzione tedesca a picco: -4,5%. L’Spd minimizza ma sale il disagio
L’industria tedesca sforna un altro pessimo dato congiunturale mentre la Germania, lentamente, affonda verso la recessione. Secondo l’istituto di statistica tedesco, Destatis, la produzione industriale in Germania, nel mese di ottobre, è scesa dell’1% rispetto a settembre e del 4,5% rispetto all’ottobre 2023. A settembre la produzione industriale era scesa del 2% rispetto ad agosto e del 4,1% rispetto al settembre del 2023. La produzione industriale tedesca si trova ora 18 punti sotto i massimi del novembre 2017 ed è in calo pressoché costante dal febbraio 2023.
Una tendenza che prosegue, dunque. Mentre le costruzioni hanno fatto registrare un andamento piatto rispetto al mese precedente, quello dell’industria è stato influenzato negativamente dalla produzione di energia, che è diminuita dell’8,9% mese su mese. Se si escludono costruzioni ed energia, il calo della produzione industriale è dello 0,3%.
Anche il calo della produzione dell’1,9% registrato nell’industria automobilistica ha pesato, così come quello dei beni di consumo (-1%). La produzione nei settori industriali ad alta intensità energetica (chimica, lavorazione metalli, vetro, carta, raffinazione) è diminuita dello 0,8% a ottobre 2024 rispetto a ottobre 2023 e ora si trova venti punti sotto il valore del 2021. Gli ordini manifatturieri sono scesi del 3,7% nell’industria dell’auto e del 7,6% nella produzione di macchinari e attrezzature.
Le difficoltà dell’industria riguardano molti settori. Il caso dell’automobile è il più emblematico, con Volkswagen, Bmw e Mercedes che nel terzo trimestre hanno fatto segnare variazioni negli utili pari rispettivamente -64%, -84% e -54%, numeri molto pesanti. Il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, ha già indetto scioperi a raffica per sostenere il negoziato con la Volkswagen, che prevede la chiusura di stabilimenti e il licenziamento di non meno di 15.000 dipendenti. Al primo sciopero di lunedì scorso hanno aderito 100.000 lavoratori (su un totale di 300.000), altri ce ne saranno nelle prossime settimane. Auto elettrica, acciaio, chimica: le difficoltà dell’industria tedesca sono maggiori in questi settori.
Il fallimento di Northvolt, l’azienda europea per la produzione di batterie, sta coinvolgendo Audi e Porsche, che avevano ordinato batterie per i prossimi mesi proprio alla casa svedese e ora dovranno ritardare il lancio di nuovi modelli. Salgono anche le minacce future per l’industria tedesca: Donald Trump ha minacciato di alzare del 25% i dazi americani sul Messico, dove i marchi tedeschi producono 300.000 veicoli l’anno, che poi esportano in gran parte negli Stati Uniti.
Sempre nel settore dell’auto, Bosch e Schaeffer sono in difficoltà, con pesanti ristrutturazioni in corso e migliaia di licenziamenti. Il gigante dell’acciaio Thyssenkrupp steel ha annunciato 11.000 licenziamenti nei prossimi mesi, pari al 40% della forza lavoro: la società capogruppo sta cercando di cedere metà dell’azienda a un finanziere ceco, Daniel Křetínský. I piani di sviluppo nell’idrogeno sono al palo.
Le prospettive economiche per il Paese si fanno via via più fosche e ora il consenso vede una evoluzione negativa del Pil tedesco nell’ultimo trimestre di quest’anno e nel primo trimestre dell’anno prossimo. Il Pil del 2024 dovrebbe essere negativo per lo 0,1%.
Dopo la clamorosa caduta del governo semaforo, con Olaf Scholz che ha dovuto dimettersi e con le nuove elezioni previste per fine febbraio, la campagna elettorale si fa bollente. I socialdemocratici della Spd cercano di tranquillizzare, ma sia i cristiano-democratici della Cdu sia i radicali di Alternative für Deutschland (Afd) avranno campo libero per raccogliere voti sul disagio. Per ora, nei sondaggi la Spd è stabile al 15% e Afd al 18%. Verdi in leggera risalita al 12%, Cdu stabile al 32%. I liberali sono sotto la soglia del 5%, mentre il partito personale di Sahra Wagenknecht a livello nazionale è accreditata di un 6%.
Se si votasse oggi, in sostanza, in Germania non ci sarebbe una maggioranza nel Bundestag. Una coalizione Cdu-Spd, oltre a essere molto difficile, non avrebbe comunque i numeri. Si preannunciano tempi difficili per Berlino.
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Per i francesi deve andarsene. Ma l’inquilino dell’Eliseo tenta i socialisti per formare il governo. E punta tutto su Notre Dame.In Germania l’industria (non solo l’auto) continua a perdere colpi. Cdu e Afd pronte a capitalizzare.Lo speciale contiene due articoli.Il messaggio televisivo del presidente francese Emmanuel Macron, diffuso giovedì sera, non è servito a niente. La crisi politico-istituzionale che ha colpito la Francia, a causa della tracotanza del suo presidente, non si è risolta e sempre più francesi chiedono il conto all’inquilino dell’Eliseo. Secondo un sondaggio realizzato da Odoxa-Backbone Consulting per Le Figaro, sei francesi su dieci (59%) chiedono le dimissioni di Macron. Questa percentuale è cresciuta di 5 punti da settembre. Ieri sera, sul sito de Le Figaro è stata pubblicata un’intervista esclusiva a Marine Le Pen, leader del Rassemblement national (Rn), che ha invitato Macron a trovare «rapidamente» un nuovo capo del governo chiarendo, però, di «poter votare ancora una mozione di censura» contro un prossimo governo. Le Pen ha anche detto di aver trovato l’intervento di Macron «pericoloso» perché ha accusato certi deputati di essere «antirepubblicani» Sul discorso di Macron è tornato anche l’eurodeputato socialista (Place publique) Raphaël Glucksmann che ha parlato, ai microfoni della radio Rtl, della «totale incapacità di mettersi in discussione» del presidente francese. «Tutti sono irresponsabili tranne lui», ha detto Glucksmann ironizzando sul fatto che, probabilmente, non tutti sono «abbastanza intelligenti per comprendere la dissoluzione» dell’Assemblea nazionale.Nel frattempo il capo dello Stato ha incontrato i rappresentanti di alcuni partiti e pare che abbia avviato nuove manovre per mandare in frantumi la coalizione di sinistra del Nouveau front populaire (Nfp). Nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il segretario del Partito socialista (Ps), Olivier Faure, che ha spiegato che il suo partito non parteciperà «in nessun caso a un governo guidato da un primo ministro di destra». Il numero uno del Ps ha detto di essere favorevole a un governo di coalizione con il centrodestra a condizione che vengano fatte «concessioni reciproche».L’incontro tra Macron e il leader socialista ha infastidito Jean-Luc Mélenchon, capo del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi), la principale formazione del Nfp. Mélenchon ha dichiarato che «Lfi non ha dato alcun mandato a Olivier Faure, né per presentarsi da solo a questo incontro, né per negoziare un accordo e fare “concessioni reciproche” a Macron e ai Républicains (Lr). Macron ha convocato anche Lfi e verdi e proprio la deputata di questo partito, Sandrine Rousseau, ha scritto su X un messaggio rivolto agli «amici socialisti». L’onorevole verde ha detto loro: «Non perdetevi. Abbiamo bisogno che tutti costruiscano l’alternativa a sinistra». In serata erano attesi all’Eliseo anche i membri della direzione dei Républicains, come hanno anticipato Le Parisien e Le Figaro.In casa macronista, ieri, sono ripresi gli attacchi a Le Pen e al suo partito, che gli ex premier Elisabeth Borne e Gabriel Attal hanno accusato di aver favorito l’approvazione del trattato di libero scambio Ue-Mercosur, votando la sfiducia al governo di Michel Barnier. Peccato che l’accordo tra l’Ue e i Paesi sudamericani sia stato fortemente voluto dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che Macron e compagni di partito hanno sempre sostenuto. Va, però, anche detto che gli agricoltori hanno protestato davanti agli uffici in circoscrizione di alcuni deputati Nfp-Verdi e Rn, in Nuova Aquitania. Tra gli alleati centristi di Macron c’era, anche ieri, una certa effervescenza visto che il leader François Bayrou, fondatore del partito Modem, è stato citato nuovamente come possibile successore di Barnier.E mentre le trattative per l’individuazione di un nuovo premier continuavano, Stéphane Vojetta, un deputato macronista eletto all’estero, ha proposto «l’autoscioglimento. Ovvero le dimissioni collettive dei 577 deputati che compongono l’Assemblea nazionale». Secondo alcuni costituzionalisti, però, questa strada sarebbe difficilmente praticabile.La crisi politico-istituzionale francese ha avuto come sfondo gli ultimi preparativi per la riapertura della cattedrale di Notre Dame. Con tutta probabilità, Macron cercherà di beneficiare al massimo dei riflettori e delle telecamere di mezzo mondo per farsi passare come salvatore della patria e come una specie di protettore della Chiesa di Francia. E pazienza se, in primavera, si è vantato di aver inserito nella Costituzione francese la «libertà garantita» di abortire. I festeggiamenti per la rinascita di Notre Dame dureranno due giorni: oggi ci saranno soprattutto concerti e spettacoli ma anche una cerimonia religiosa. Domani, due messe e la riconsacrazione dell’altare maggiore, alle quali parteciperanno 150 vescovi e un sacerdote per ogni parrocchia parigina.La cattedrale riparata accoglierà anche numerosi leader internazionali. Non si sa se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà presente alla cerimonia. Mentre è certo l’arrivo del presidente americano eletto, Donald Trump, accompagnato anche da Elon Musk. 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A settembre la produzione industriale era scesa del 2% rispetto ad agosto e del 4,1% rispetto al settembre del 2023. La produzione industriale tedesca si trova ora 18 punti sotto i massimi del novembre 2017 ed è in calo pressoché costante dal febbraio 2023. Una tendenza che prosegue, dunque. Mentre le costruzioni hanno fatto registrare un andamento piatto rispetto al mese precedente, quello dell’industria è stato influenzato negativamente dalla produzione di energia, che è diminuita dell’8,9% mese su mese. Se si escludono costruzioni ed energia, il calo della produzione industriale è dello 0,3%. Anche il calo della produzione dell’1,9% registrato nell’industria automobilistica ha pesato, così come quello dei beni di consumo (-1%). La produzione nei settori industriali ad alta intensità energetica (chimica, lavorazione metalli, vetro, carta, raffinazione) è diminuita dello 0,8% a ottobre 2024 rispetto a ottobre 2023 e ora si trova venti punti sotto il valore del 2021. Gli ordini manifatturieri sono scesi del 3,7% nell’industria dell’auto e del 7,6% nella produzione di macchinari e attrezzature. Le difficoltà dell’industria riguardano molti settori. Il caso dell’automobile è il più emblematico, con Volkswagen, Bmw e Mercedes che nel terzo trimestre hanno fatto segnare variazioni negli utili pari rispettivamente -64%, -84% e -54%, numeri molto pesanti. Il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, ha già indetto scioperi a raffica per sostenere il negoziato con la Volkswagen, che prevede la chiusura di stabilimenti e il licenziamento di non meno di 15.000 dipendenti. Al primo sciopero di lunedì scorso hanno aderito 100.000 lavoratori (su un totale di 300.000), altri ce ne saranno nelle prossime settimane. Auto elettrica, acciaio, chimica: le difficoltà dell’industria tedesca sono maggiori in questi settori. Il fallimento di Northvolt, l’azienda europea per la produzione di batterie, sta coinvolgendo Audi e Porsche, che avevano ordinato batterie per i prossimi mesi proprio alla casa svedese e ora dovranno ritardare il lancio di nuovi modelli. Salgono anche le minacce future per l’industria tedesca: Donald Trump ha minacciato di alzare del 25% i dazi americani sul Messico, dove i marchi tedeschi producono 300.000 veicoli l’anno, che poi esportano in gran parte negli Stati Uniti. Sempre nel settore dell’auto, Bosch e Schaeffer sono in difficoltà, con pesanti ristrutturazioni in corso e migliaia di licenziamenti. Il gigante dell’acciaio Thyssenkrupp steel ha annunciato 11.000 licenziamenti nei prossimi mesi, pari al 40% della forza lavoro: la società capogruppo sta cercando di cedere metà dell’azienda a un finanziere ceco, Daniel Křetínský. I piani di sviluppo nell’idrogeno sono al palo. Le prospettive economiche per il Paese si fanno via via più fosche e ora il consenso vede una evoluzione negativa del Pil tedesco nell’ultimo trimestre di quest’anno e nel primo trimestre dell’anno prossimo. Il Pil del 2024 dovrebbe essere negativo per lo 0,1%. Dopo la clamorosa caduta del governo semaforo, con Olaf Scholz che ha dovuto dimettersi e con le nuove elezioni previste per fine febbraio, la campagna elettorale si fa bollente. I socialdemocratici della Spd cercano di tranquillizzare, ma sia i cristiano-democratici della Cdu sia i radicali di Alternative für Deutschland (Afd) avranno campo libero per raccogliere voti sul disagio. Per ora, nei sondaggi la Spd è stabile al 15% e Afd al 18%. Verdi in leggera risalita al 12%, Cdu stabile al 32%. I liberali sono sotto la soglia del 5%, mentre il partito personale di Sahra Wagenknecht a livello nazionale è accreditata di un 6%. Se si votasse oggi, in sostanza, in Germania non ci sarebbe una maggioranza nel Bundestag. Una coalizione Cdu-Spd, oltre a essere molto difficile, non avrebbe comunque i numeri. Si preannunciano tempi difficili per Berlino.
La strada del centro di Modena dove Salim El Koudry ha falciato la folla (Ansa)
Se ben ricordate, non più tardi di un anno fa il Partito democratico invitò a votare al referendum per dimezzare (da 5 a 10) gli anni di residenza continuativa necessari per concedere la cittadinanza italiana agli stranieri: «Oltre due milioni di persone che potrebbero accedere allo status di cittadini e cittadine dopo tanti anni di lavoro, studio e residenza ininterrotta in Italia», dicevano i dem. Sempre il Pd, ormai da tempo immemore, insiste a proporre nuove leggi: lo ius soli prima, lo ius scholae poi, quest’ultimo tornato in auge proprio in queste ore (e non solo grazie alla sinistra, vedi Forza Italia). L’idea sarebbe quella di riconoscere la cittadinanza ai minori nati in Italia o arrivati da bambini (fino ai 12 anni), dopo che abbiano completato almeno 5 anni di ciclo scolastico. A sostegno di queste proposte, i progressisti amano ribadire come la cittadinanza sia assolutamente necessaria per consentire agli stranieri di sentirsi compiutamente parte della nostra comunità. In ogni talk show, da anni a questa parte, c’è sempre qualcuno che prende la parola per spiegare a noi poveri ignoranti quanto sia importante donare ai giovani figli di immigrati lo status di italiani: solo così, dicono commossi, questi potranno sentirsi pienamente italiani. Spesso c’è pure qualche sussiegoso maestrino pronto a sostenere che, se tanti figli di stranieri delinquono, è proprio perché sono i giustamente emarginati, ferocemente privati della condizione di italiani che spetterebbe loro di diritto. Eppure guarda un po’ che cosa è accaduto a Modena. Abbiamo un tale, Salim El Koudry, che è italiano da quando ha 14 anni, cosa effettivamente possibile anche in assenza di nuove leggi. Costui ha frequentato le nostre scuole, compresa l’università, si è addirittura laureato. È stato accolto e trasformato in italiano grazie all’ambito pezzo di carta. In buona sostanza è esattamente il «nuovo italiano» che Pd e sinistra variegata da sempre propongono di costruire grazie a norme permissive e «accoglienti». Ma si è lanciato a cento all’ora con la macchina contro i passanti inermi.
Quando pensa agli italiani, Salim, non pensa a un «noi», ma a un «loro». Pensa ai «bastardi cristiani» che vorrebbe uccidere. Pensa a quelli, gli oppressori occidentali, che non gli danno il lavoro che lui desidera, pagato quanto desidera. Salim è italiano, la sua cittadinanza dice così. Ma vi sembra integrato? Pare proprio di no. Anzi, peggio: aveva in mente di disintegrare fisicamente un bel po’ di innocenti, e in parte ci è riuscito. Persino a sinistra qualcuno, ieri, certificava la sua condizione di corpo estraneo. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata e noi su questo dobbiamo lavorare, non come esimente, come scusa per chi ha commesso un reato, ma per evitare questa disgregazione», ha detto Michele De Pascale, governatore dell’Emilia Romagna. «È un piccolo frammento di disgregazione, quello che è successo a Modena». Beh, che sia disgregazione è evidente. Ma razzismo e xenofobia non c’entrano un tubo: Salim godeva di tutte le condizioni di cui, secondo la sinistra, ogni figlio di stranieri dovrebbe godere, a partire proprio dalla cittadinanza. Come la mettiamo allora? Se fosse vero ciò che per anni ci hanno ripetuto i sinceri democratici, Salim non dovrebbe avere alcun problema. Forte del titolo ottenuto a 14 anni, dovrebbe essere felice e soddisfatto. «Uno di noi». E invece vuole ucciderci, ci percepisce radicalmente altri, e ostili.
Ciò dimostra quel che già sapevamo, e che ripetevamo quasi mai creduti. La cittadinanza non è affatto veicolo di integrazione. Al massimo può essere vero il contrario, e cioè che una volta integrati si può ottenere la cittadinanza come approdo ultimo di un percorso serio e severo. Salim El Koudry, ci risulta, era cittadino marocchino. Ed era italiano, ma solo sulla carta. Lo è diventato senza ius scholae, ed è la dimostrazione vivente di quali conseguenze potrebbe avere una norma simile. Conseguenze che alcuni modenesi si porteranno incise nel corpo per tutta la vita.
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Nel riquadro l'avvocato Fausto Gianelli. Sullo sfondo un'immagine degli scontri durante il G8 di Genova nel 2001 (Ansa)
Le prime tracce mediatiche della sua militanza in ambito legale risalgono al 22 luglio del 2001, nel pieno delle polemiche per gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti al G8 di Genova. In un lancio d’agenzia che riprendeva una nota scritta da «numerosi avvocati del Gsf (Genova social forum, ndr), riuniti nel gruppo dei Giuristi democratici, denunciano che la polizia impedisce loro di entrare all’interno della scuola Pascoli per assistere alla perquisizione pur essendo, a loro dire, stati nominati come legali dai giovani in stato di fermo», si poteva leggere una dichiarazione del legale di El Koudri. «L’articolo 41 del testo unico di pubblica sicurezza», dichiarava allora l’ avvocato Fausto Gianelli di Modena, «prevede che alle perquisizioni per armi ed esplosivi come questa, sia presente il legale. Invece la polizia ci impedisce di entrare. Siamo qui da un’ora e mezza e non siamo potuti entrare. Continuiamo a vedere uscire giovani con ferite e macchie di sangue fresco e abbiamo motivo di ritenere che all’interno ci siano violenze continuate da parte delle forze dell’ordine».
L’anno dopo Gianelli partecipa a un incontro organizzato dall’Associazione internazionale degli avvocati democratici (Iadl), insieme con l’Unione araba degli avvocati (con base al Cairo), sulla tematica dei detenuti palestinesi in Israele.
Nei mesi scorsi il legale modenese ha assunto la difesa di Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh, immobiliarista residente a Sassuolo, nel Modenese, arrestato (e poi scarcerato su disposizione del Riesame di Genova) nell’ambito dell’inchiesta avviata nel capoluogo ligure sui presunti finanziamenti ad Hamas raccolti in Italia attraverso organizzazioni benefiche. Durante le indagini era emerso che l’uomo, dipendente di un’associazione di beneficenza, era intestatario di una quarantina di immobili nel Modenese e nel Reggiano. Dopo l’arresto, l’indagato si era difeso sostenendo di non aver mai sospettato che tali somme potessero finanziare il terrorismo. Dopo la conferma della scarcerazione da parte della Cassazione, il legale, in una nota firmata insieme ai difensori di altri indagati, aveva dichiarato: «Pare evidente che il tribunale dovrà riconsiderare le posizioni degli indagati per i quali era stato provato solo l’invio a Gaza di aiuti alimentari e di denaro destinato ad attività umanitarie di sostegno alla popolazione civile».
Nel 2024, invece, Gianelli aveva assunto la difesa di quattro militanti di Extintion rebellion, finiti a processo per aver turbato la messa nel giorno del patrono San Geminiano, all’interno del Duomo di Modena, leggendo brani di papa Francesco.
Nell’ottobre scorso il nome del legale di El Koudri compare tra i firmatari dell’esposto alla Corte penale internazionale contro il premier Giorgia Meloni, i ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, e l’allora amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, accusati di concorso nel presunto genocidio perpetrato da Israele a Gaza nei confronti del popolo palestinese. E sempre su questo tema, nel febbraio di quest’anno, Gianelli è intervenuto alla Camera nella discussa conferenza stampa durante la quale Francesca Albanese ha presentato il suo rapporto su Gaza.
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Elly Schlein (Ansa)
Il dibattito si terrà oggi, con il titolo «L’attacco contro i cittadini a Modena: proteggere gli spazi pubblici e prevenire la violenza nell’Ue». Respinta la richiesta del gruppo dei Patrioti per l’Europa e della Lega, che aveva proposto un dibattito dal titolo «Attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Sensibilità diverse nel centrodestra: il leader della Lega, Matteo Salvini, affonda i colpi: «Per il fatto che Salim El Koudri sia italiano», dice Salvini a Radio 24, «peggio mi sento. Se va in giro col coltello in macchina, falcia la gente a 100 all’ora in centro a Modena e scrive “bastardi cristiani” e inneggia ad Allah in arabo su profili chiusi da Facebook, e ce ne vuole di impegno perché Facebook chiuda i profili, evidentemente è ancora più grave. Non era un disadattato che viveva sotto un ponte isolato dal resto del mondo, addirittura era laureato. Il permesso di soggiorno e la cittadinanza sono atti di fiducia del popolo italiano se questa fiducia viene a mancare devo poter intervenire».
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri era a Modena per mandare un «messaggio di solidarietà alla città» e incontrare «coloro che sono intervenuti per bloccare questa persona che provocato un danno enorme alla città, un atto gravissimo. Chi non è cittadino italiano e delinque deve essere espulso, questo è chiaro». La cittadinanza come premio agli stranieri intervenuti per bloccare El Koudri? «Ci sono delle regole per dare la cittadinanza italiana», taglia corto Tajani, «meritano un riconoscimento. Se poi avranno i titoli per avere la cittadinanza italiana, questo è un altro discorso».
Dal canto suo il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, fa il punto della situazione: «Eravamo, siamo ancora un po’ preoccupati per la giusta collocazione del fatto», sottolinea Piantedosi, «dell’episodio, perché è del tutto evidente che la tragicità dello stesso rimane qualsiasi sia stata la motivazione, sia chiaro. Però è evidente che, se noi avessimo preso consapevolezza che per la prima volta ci era sfuggito qualcosa nel sistema di prevenzione antiterrorismo, in qualche modo ce ne saremmo preoccupati un po’ di più».
In una intervista al Resto del Carlino, Piantedosi allarga il discorso: «Abbiamo visto immagini che ci interrogano», argomenta il titolare del Viminale, «destano impressione, ci obbligano a fermarci e a riflettere. Ma anche l’orgoglio per la reazione dei cittadini, per il comportamento corale di forze dell’ordine e soccorsi. E ho due consapevolezze: se tutto sarà confermato, il sistema antiterrorismo non ha rivelato falle; c’è invece un tema vero e serio di disagio sociale che richiede un rafforzamento dei presidi di sicurezza in relazione alla salute mentale». E la remigrazione? «Stiamo lavorando ai rimpatri degli stranieri che delinquono», osserva Piantedosi, ma qui stiamo parlando di un cittadino italiano. Condivido l’attenzione del vicepremier Matteo Salvini per una gestione più sostenibile dell’immigrazione, ma qui è un’altra cosa, stiamo parlando di altro».
A proposito della salute mentale di Salim El Koudri, è il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, a fare il punto della situazione: «Dai dati in nostro possesso in questo momento», spiega De Pascale a Radio24, «le visite i referti e gli incontri che erano stati fatti diversi anni fa, in nessun modo facevano presagire elementi di violenza perché, a volte, anche il disagio psichico ha delle evoluzioni che sono imprevedibili e quindi che, fino a un certo punto, non è ipotizzabile che ci siano elementi di violenza e poi, dalla sera alla mattina o in poco tempo, in pochi mesi, la situazione evolve. Tutti ci dobbiamo chiedere che cosa possiamo fare di più e di meglio per mettere nelle condizioni gli operatori di poter lavorare», aggiunge De Pascale, «che non vuol dire azzerare il rischio, però non possiamo neanche dire non si può far nulla». Chi parla di «becere strumentalizzazioni della destra» è Elly Schlein, che attacca: «Sulla destra ha fallito e deve mettere al centro il tema della salute mentale, in un Paese in cui mancano 12.000 professionisti».
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Ansa
L’offerta italiana - 0,485 azioni Unicredit per ogni titolo Commerz - «non offre un premio adeguato» e soprattutto non sarebbe accompagnata da «un piano strategico coerente e credibile». La partita si gioca tutta lì. Sul prezzo. L’Ops incorpora addirittura uno sconto del 5,25% rispetto alle quotazioni. Non esattamente il modo migliore per convincere gli azionisti. Bettina Orlopp, capo di Commerz si muove come una castellana chiusa dentro la fortezza di Francoforte. «Quella che viene descritta come una combinazione è in realtà una proposta di ristrutturazione». L’operazione avrebbe «un impatto massiccio» su un modello di business «collaudato e redditizio». Insomma i tedeschi temono che dietro la parola magica «sinergie» si nasconda il solito copione. Prima le slide scintillanti dei consulenti, poi i tagli, le chiusure, gli esuberi, i clienti che scappano e gli informatici che passano notti insonni a tentare di far dialogare sistemi che si odiano reciprocamente. Non a caso, nella lunga lista dei peccati attribuiti a Unicredit, Commerzbank inserisce tutto ciò che spaventa: tagli al personale, integrazione informatica complessa, rischio di perdere quote nel corporate banking e possibile indebolimento del supporto alle aziende nazionali. In pratica il timore è che l’operazione finisca per trasformare una banca tedesca in un gigantesco cantiere mediterraneo. A sostenere la difesa è intervenuto anche Jens Weidmann, presidente del consiglio di sorveglianza di Commerzbank ed ex capo della Bundesbank mai tenero con tutto quello che viene dall’Italia (come dimenticare i conflitti con Draghi presidente Bce?) Le proposte di Unicredit, ha detto, sarebbero «speculative» e rischierebbero di compromettere il rapporto fiduciario con clienti e dipendenti. La replica dettata da Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit non si è fatta attendere: le argomentazioni dei tedeschi sarebbero «prive di fondamento». Del resto il banchiere romano ha costruito buona parte della sua carriera sul principio che le grandi operazioni si fanno sfidando le resistenze politiche, culturali e psicologiche. Sa benissimo che il primo no era inevitabile. Nelle fusioni bancarie europee il corteggiamento pubblico assomiglia spesso a una lite condominiale: porte sbattute, accuse reciproche e poi, magari, mesi dopo, tutti di nuovo al tavolo.
Commerzbank si prepara alla guerra lunga e tira fuori il suo piano difensivo: Momentum 2030. Nome da missione spaziale. Ricavi che arriveranno a 16,8 miliardi, utile netto a 5,9 miliardi, rendimento del capitale al 21% e montagne di dividendi e buyback per convincere gli azionisti che non hanno bisogno degli italiani per proteggere il loro patrimonio. Tuttavia mentre accusa Unicredit di voler tagliare troppo, Commerzbank annuncia che entro il 2030 potrebbe eliminare oltre 3.000 posti di lavoro grazie all’intelligenza artificiale e all’automazione. «Però», precisano da Francoforte, «in modo «socialmente sostenibile». Insomma licenziare senza licenziare.
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