True
2024-12-07
Macron in affanno. La Le Pen lo minaccia: «Sfiducio pure il tuo nuovo premier»
Emmanuel Macron (Ansa)
Il messaggio televisivo del presidente francese Emmanuel Macron, diffuso giovedì sera, non è servito a niente. La crisi politico-istituzionale che ha colpito la Francia, a causa della tracotanza del suo presidente, non si è risolta e sempre più francesi chiedono il conto all’inquilino dell’Eliseo. Secondo un sondaggio realizzato da Odoxa-Backbone Consulting per Le Figaro, sei francesi su dieci (59%) chiedono le dimissioni di Macron.
Questa percentuale è cresciuta di 5 punti da settembre. Ieri sera, sul sito de Le Figaro è stata pubblicata un’intervista esclusiva a Marine Le Pen, leader del Rassemblement national (Rn), che ha invitato Macron a trovare «rapidamente» un nuovo capo del governo chiarendo, però, di «poter votare ancora una mozione di censura» contro un prossimo governo. Le Pen ha anche detto di aver trovato l’intervento di Macron «pericoloso» perché ha accusato certi deputati di essere «antirepubblicani»
Sul discorso di Macron è tornato anche l’eurodeputato socialista (Place publique) Raphaël Glucksmann che ha parlato, ai microfoni della radio Rtl, della «totale incapacità di mettersi in discussione» del presidente francese. «Tutti sono irresponsabili tranne lui», ha detto Glucksmann ironizzando sul fatto che, probabilmente, non tutti sono «abbastanza intelligenti per comprendere la dissoluzione» dell’Assemblea nazionale.
Nel frattempo il capo dello Stato ha incontrato i rappresentanti di alcuni partiti e pare che abbia avviato nuove manovre per mandare in frantumi la coalizione di sinistra del Nouveau front populaire (Nfp). Nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il segretario del Partito socialista (Ps), Olivier Faure, che ha spiegato che il suo partito non parteciperà «in nessun caso a un governo guidato da un primo ministro di destra». Il numero uno del Ps ha detto di essere favorevole a un governo di coalizione con il centrodestra a condizione che vengano fatte «concessioni reciproche».
L’incontro tra Macron e il leader socialista ha infastidito Jean-Luc Mélenchon, capo del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi), la principale formazione del Nfp. Mélenchon ha dichiarato che «Lfi non ha dato alcun mandato a Olivier Faure, né per presentarsi da solo a questo incontro, né per negoziare un accordo e fare “concessioni reciproche” a Macron e ai Républicains (Lr). Macron ha convocato anche Lfi e verdi e proprio la deputata di questo partito, Sandrine Rousseau, ha scritto su X un messaggio rivolto agli «amici socialisti». L’onorevole verde ha detto loro: «Non perdetevi. Abbiamo bisogno che tutti costruiscano l’alternativa a sinistra». In serata erano attesi all’Eliseo anche i membri della direzione dei Républicains, come hanno anticipato Le Parisien e Le Figaro.
In casa macronista, ieri, sono ripresi gli attacchi a Le Pen e al suo partito, che gli ex premier Elisabeth Borne e Gabriel Attal hanno accusato di aver favorito l’approvazione del trattato di libero scambio Ue-Mercosur, votando la sfiducia al governo di Michel Barnier. Peccato che l’accordo tra l’Ue e i Paesi sudamericani sia stato fortemente voluto dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che Macron e compagni di partito hanno sempre sostenuto. Va, però, anche detto che gli agricoltori hanno protestato davanti agli uffici in circoscrizione di alcuni deputati Nfp-Verdi e Rn, in Nuova Aquitania. Tra gli alleati centristi di Macron c’era, anche ieri, una certa effervescenza visto che il leader François Bayrou, fondatore del partito Modem, è stato citato nuovamente come possibile successore di Barnier.
E mentre le trattative per l’individuazione di un nuovo premier continuavano, Stéphane Vojetta, un deputato macronista eletto all’estero, ha proposto «l’autoscioglimento. Ovvero le dimissioni collettive dei 577 deputati che compongono l’Assemblea nazionale». Secondo alcuni costituzionalisti, però, questa strada sarebbe difficilmente praticabile.
La crisi politico-istituzionale francese ha avuto come sfondo gli ultimi preparativi per la riapertura della cattedrale di Notre Dame. Con tutta probabilità, Macron cercherà di beneficiare al massimo dei riflettori e delle telecamere di mezzo mondo per farsi passare come salvatore della patria e come una specie di protettore della Chiesa di Francia. E pazienza se, in primavera, si è vantato di aver inserito nella Costituzione francese la «libertà garantita» di abortire. I festeggiamenti per la rinascita di Notre Dame dureranno due giorni: oggi ci saranno soprattutto concerti e spettacoli ma anche una cerimonia religiosa. Domani, due messe e la riconsacrazione dell’altare maggiore, alle quali parteciperanno 150 vescovi e un sacerdote per ogni parrocchia parigina.
La cattedrale riparata accoglierà anche numerosi leader internazionali. Non si sa se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà presente alla cerimonia. Mentre è certo l’arrivo del presidente americano eletto, Donald Trump, accompagnato anche da Elon Musk. Numerose anche le teste coronate: dal principe William d’Inghilterra ai re di Spagna, Belgio e Norvegia, l’emiro del Qatar e il fratello del re del Marocco.
Produzione tedesca a picco: -4,5%. L’Spd minimizza ma sale il disagio
L’industria tedesca sforna un altro pessimo dato congiunturale mentre la Germania, lentamente, affonda verso la recessione. Secondo l’istituto di statistica tedesco, Destatis, la produzione industriale in Germania, nel mese di ottobre, è scesa dell’1% rispetto a settembre e del 4,5% rispetto all’ottobre 2023. A settembre la produzione industriale era scesa del 2% rispetto ad agosto e del 4,1% rispetto al settembre del 2023. La produzione industriale tedesca si trova ora 18 punti sotto i massimi del novembre 2017 ed è in calo pressoché costante dal febbraio 2023.
Una tendenza che prosegue, dunque. Mentre le costruzioni hanno fatto registrare un andamento piatto rispetto al mese precedente, quello dell’industria è stato influenzato negativamente dalla produzione di energia, che è diminuita dell’8,9% mese su mese. Se si escludono costruzioni ed energia, il calo della produzione industriale è dello 0,3%.
Anche il calo della produzione dell’1,9% registrato nell’industria automobilistica ha pesato, così come quello dei beni di consumo (-1%). La produzione nei settori industriali ad alta intensità energetica (chimica, lavorazione metalli, vetro, carta, raffinazione) è diminuita dello 0,8% a ottobre 2024 rispetto a ottobre 2023 e ora si trova venti punti sotto il valore del 2021. Gli ordini manifatturieri sono scesi del 3,7% nell’industria dell’auto e del 7,6% nella produzione di macchinari e attrezzature.
Le difficoltà dell’industria riguardano molti settori. Il caso dell’automobile è il più emblematico, con Volkswagen, Bmw e Mercedes che nel terzo trimestre hanno fatto segnare variazioni negli utili pari rispettivamente -64%, -84% e -54%, numeri molto pesanti. Il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, ha già indetto scioperi a raffica per sostenere il negoziato con la Volkswagen, che prevede la chiusura di stabilimenti e il licenziamento di non meno di 15.000 dipendenti. Al primo sciopero di lunedì scorso hanno aderito 100.000 lavoratori (su un totale di 300.000), altri ce ne saranno nelle prossime settimane. Auto elettrica, acciaio, chimica: le difficoltà dell’industria tedesca sono maggiori in questi settori.
Il fallimento di Northvolt, l’azienda europea per la produzione di batterie, sta coinvolgendo Audi e Porsche, che avevano ordinato batterie per i prossimi mesi proprio alla casa svedese e ora dovranno ritardare il lancio di nuovi modelli. Salgono anche le minacce future per l’industria tedesca: Donald Trump ha minacciato di alzare del 25% i dazi americani sul Messico, dove i marchi tedeschi producono 300.000 veicoli l’anno, che poi esportano in gran parte negli Stati Uniti.
Sempre nel settore dell’auto, Bosch e Schaeffer sono in difficoltà, con pesanti ristrutturazioni in corso e migliaia di licenziamenti. Il gigante dell’acciaio Thyssenkrupp steel ha annunciato 11.000 licenziamenti nei prossimi mesi, pari al 40% della forza lavoro: la società capogruppo sta cercando di cedere metà dell’azienda a un finanziere ceco, Daniel Křetínský. I piani di sviluppo nell’idrogeno sono al palo.
Le prospettive economiche per il Paese si fanno via via più fosche e ora il consenso vede una evoluzione negativa del Pil tedesco nell’ultimo trimestre di quest’anno e nel primo trimestre dell’anno prossimo. Il Pil del 2024 dovrebbe essere negativo per lo 0,1%.
Dopo la clamorosa caduta del governo semaforo, con Olaf Scholz che ha dovuto dimettersi e con le nuove elezioni previste per fine febbraio, la campagna elettorale si fa bollente. I socialdemocratici della Spd cercano di tranquillizzare, ma sia i cristiano-democratici della Cdu sia i radicali di Alternative für Deutschland (Afd) avranno campo libero per raccogliere voti sul disagio. Per ora, nei sondaggi la Spd è stabile al 15% e Afd al 18%. Verdi in leggera risalita al 12%, Cdu stabile al 32%. I liberali sono sotto la soglia del 5%, mentre il partito personale di Sahra Wagenknecht a livello nazionale è accreditata di un 6%.
Se si votasse oggi, in sostanza, in Germania non ci sarebbe una maggioranza nel Bundestag. Una coalizione Cdu-Spd, oltre a essere molto difficile, non avrebbe comunque i numeri. Si preannunciano tempi difficili per Berlino.
Continua a leggereRiduci
Per i francesi deve andarsene. Ma l’inquilino dell’Eliseo tenta i socialisti per formare il governo. E punta tutto su Notre Dame.In Germania l’industria (non solo l’auto) continua a perdere colpi. Cdu e Afd pronte a capitalizzare.Lo speciale contiene due articoli.Il messaggio televisivo del presidente francese Emmanuel Macron, diffuso giovedì sera, non è servito a niente. La crisi politico-istituzionale che ha colpito la Francia, a causa della tracotanza del suo presidente, non si è risolta e sempre più francesi chiedono il conto all’inquilino dell’Eliseo. Secondo un sondaggio realizzato da Odoxa-Backbone Consulting per Le Figaro, sei francesi su dieci (59%) chiedono le dimissioni di Macron. Questa percentuale è cresciuta di 5 punti da settembre. Ieri sera, sul sito de Le Figaro è stata pubblicata un’intervista esclusiva a Marine Le Pen, leader del Rassemblement national (Rn), che ha invitato Macron a trovare «rapidamente» un nuovo capo del governo chiarendo, però, di «poter votare ancora una mozione di censura» contro un prossimo governo. Le Pen ha anche detto di aver trovato l’intervento di Macron «pericoloso» perché ha accusato certi deputati di essere «antirepubblicani» Sul discorso di Macron è tornato anche l’eurodeputato socialista (Place publique) Raphaël Glucksmann che ha parlato, ai microfoni della radio Rtl, della «totale incapacità di mettersi in discussione» del presidente francese. «Tutti sono irresponsabili tranne lui», ha detto Glucksmann ironizzando sul fatto che, probabilmente, non tutti sono «abbastanza intelligenti per comprendere la dissoluzione» dell’Assemblea nazionale.Nel frattempo il capo dello Stato ha incontrato i rappresentanti di alcuni partiti e pare che abbia avviato nuove manovre per mandare in frantumi la coalizione di sinistra del Nouveau front populaire (Nfp). Nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il segretario del Partito socialista (Ps), Olivier Faure, che ha spiegato che il suo partito non parteciperà «in nessun caso a un governo guidato da un primo ministro di destra». Il numero uno del Ps ha detto di essere favorevole a un governo di coalizione con il centrodestra a condizione che vengano fatte «concessioni reciproche».L’incontro tra Macron e il leader socialista ha infastidito Jean-Luc Mélenchon, capo del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi), la principale formazione del Nfp. Mélenchon ha dichiarato che «Lfi non ha dato alcun mandato a Olivier Faure, né per presentarsi da solo a questo incontro, né per negoziare un accordo e fare “concessioni reciproche” a Macron e ai Républicains (Lr). Macron ha convocato anche Lfi e verdi e proprio la deputata di questo partito, Sandrine Rousseau, ha scritto su X un messaggio rivolto agli «amici socialisti». L’onorevole verde ha detto loro: «Non perdetevi. Abbiamo bisogno che tutti costruiscano l’alternativa a sinistra». In serata erano attesi all’Eliseo anche i membri della direzione dei Républicains, come hanno anticipato Le Parisien e Le Figaro.In casa macronista, ieri, sono ripresi gli attacchi a Le Pen e al suo partito, che gli ex premier Elisabeth Borne e Gabriel Attal hanno accusato di aver favorito l’approvazione del trattato di libero scambio Ue-Mercosur, votando la sfiducia al governo di Michel Barnier. Peccato che l’accordo tra l’Ue e i Paesi sudamericani sia stato fortemente voluto dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che Macron e compagni di partito hanno sempre sostenuto. Va, però, anche detto che gli agricoltori hanno protestato davanti agli uffici in circoscrizione di alcuni deputati Nfp-Verdi e Rn, in Nuova Aquitania. Tra gli alleati centristi di Macron c’era, anche ieri, una certa effervescenza visto che il leader François Bayrou, fondatore del partito Modem, è stato citato nuovamente come possibile successore di Barnier.E mentre le trattative per l’individuazione di un nuovo premier continuavano, Stéphane Vojetta, un deputato macronista eletto all’estero, ha proposto «l’autoscioglimento. Ovvero le dimissioni collettive dei 577 deputati che compongono l’Assemblea nazionale». Secondo alcuni costituzionalisti, però, questa strada sarebbe difficilmente praticabile.La crisi politico-istituzionale francese ha avuto come sfondo gli ultimi preparativi per la riapertura della cattedrale di Notre Dame. Con tutta probabilità, Macron cercherà di beneficiare al massimo dei riflettori e delle telecamere di mezzo mondo per farsi passare come salvatore della patria e come una specie di protettore della Chiesa di Francia. E pazienza se, in primavera, si è vantato di aver inserito nella Costituzione francese la «libertà garantita» di abortire. I festeggiamenti per la rinascita di Notre Dame dureranno due giorni: oggi ci saranno soprattutto concerti e spettacoli ma anche una cerimonia religiosa. Domani, due messe e la riconsacrazione dell’altare maggiore, alle quali parteciperanno 150 vescovi e un sacerdote per ogni parrocchia parigina.La cattedrale riparata accoglierà anche numerosi leader internazionali. Non si sa se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà presente alla cerimonia. Mentre è certo l’arrivo del presidente americano eletto, Donald Trump, accompagnato anche da Elon Musk. Numerose anche le teste coronate: dal principe William d’Inghilterra ai re di Spagna, Belgio e Norvegia, l’emiro del Qatar e il fratello del re del Marocco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-macron-in-affanno-2670353406.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="produzione-tedesca-a-picco-45-lspd-minimizza-ma-sale-il-disagio" data-post-id="2670353406" data-published-at="1733567825" data-use-pagination="False"> Produzione tedesca a picco: -4,5%. L’Spd minimizza ma sale il disagio L’industria tedesca sforna un altro pessimo dato congiunturale mentre la Germania, lentamente, affonda verso la recessione. Secondo l’istituto di statistica tedesco, Destatis, la produzione industriale in Germania, nel mese di ottobre, è scesa dell’1% rispetto a settembre e del 4,5% rispetto all’ottobre 2023. A settembre la produzione industriale era scesa del 2% rispetto ad agosto e del 4,1% rispetto al settembre del 2023. La produzione industriale tedesca si trova ora 18 punti sotto i massimi del novembre 2017 ed è in calo pressoché costante dal febbraio 2023. Una tendenza che prosegue, dunque. Mentre le costruzioni hanno fatto registrare un andamento piatto rispetto al mese precedente, quello dell’industria è stato influenzato negativamente dalla produzione di energia, che è diminuita dell’8,9% mese su mese. Se si escludono costruzioni ed energia, il calo della produzione industriale è dello 0,3%. Anche il calo della produzione dell’1,9% registrato nell’industria automobilistica ha pesato, così come quello dei beni di consumo (-1%). La produzione nei settori industriali ad alta intensità energetica (chimica, lavorazione metalli, vetro, carta, raffinazione) è diminuita dello 0,8% a ottobre 2024 rispetto a ottobre 2023 e ora si trova venti punti sotto il valore del 2021. Gli ordini manifatturieri sono scesi del 3,7% nell’industria dell’auto e del 7,6% nella produzione di macchinari e attrezzature. Le difficoltà dell’industria riguardano molti settori. Il caso dell’automobile è il più emblematico, con Volkswagen, Bmw e Mercedes che nel terzo trimestre hanno fatto segnare variazioni negli utili pari rispettivamente -64%, -84% e -54%, numeri molto pesanti. Il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, ha già indetto scioperi a raffica per sostenere il negoziato con la Volkswagen, che prevede la chiusura di stabilimenti e il licenziamento di non meno di 15.000 dipendenti. Al primo sciopero di lunedì scorso hanno aderito 100.000 lavoratori (su un totale di 300.000), altri ce ne saranno nelle prossime settimane. Auto elettrica, acciaio, chimica: le difficoltà dell’industria tedesca sono maggiori in questi settori. Il fallimento di Northvolt, l’azienda europea per la produzione di batterie, sta coinvolgendo Audi e Porsche, che avevano ordinato batterie per i prossimi mesi proprio alla casa svedese e ora dovranno ritardare il lancio di nuovi modelli. Salgono anche le minacce future per l’industria tedesca: Donald Trump ha minacciato di alzare del 25% i dazi americani sul Messico, dove i marchi tedeschi producono 300.000 veicoli l’anno, che poi esportano in gran parte negli Stati Uniti. Sempre nel settore dell’auto, Bosch e Schaeffer sono in difficoltà, con pesanti ristrutturazioni in corso e migliaia di licenziamenti. Il gigante dell’acciaio Thyssenkrupp steel ha annunciato 11.000 licenziamenti nei prossimi mesi, pari al 40% della forza lavoro: la società capogruppo sta cercando di cedere metà dell’azienda a un finanziere ceco, Daniel Křetínský. I piani di sviluppo nell’idrogeno sono al palo. Le prospettive economiche per il Paese si fanno via via più fosche e ora il consenso vede una evoluzione negativa del Pil tedesco nell’ultimo trimestre di quest’anno e nel primo trimestre dell’anno prossimo. Il Pil del 2024 dovrebbe essere negativo per lo 0,1%. Dopo la clamorosa caduta del governo semaforo, con Olaf Scholz che ha dovuto dimettersi e con le nuove elezioni previste per fine febbraio, la campagna elettorale si fa bollente. I socialdemocratici della Spd cercano di tranquillizzare, ma sia i cristiano-democratici della Cdu sia i radicali di Alternative für Deutschland (Afd) avranno campo libero per raccogliere voti sul disagio. Per ora, nei sondaggi la Spd è stabile al 15% e Afd al 18%. Verdi in leggera risalita al 12%, Cdu stabile al 32%. I liberali sono sotto la soglia del 5%, mentre il partito personale di Sahra Wagenknecht a livello nazionale è accreditata di un 6%. Se si votasse oggi, in sostanza, in Germania non ci sarebbe una maggioranza nel Bundestag. Una coalizione Cdu-Spd, oltre a essere molto difficile, non avrebbe comunque i numeri. Si preannunciano tempi difficili per Berlino.
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
Continua a leggereRiduci