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2024-12-07
Macron in affanno. La Le Pen lo minaccia: «Sfiducio pure il tuo nuovo premier»
Emmanuel Macron (Ansa)
Il messaggio televisivo del presidente francese Emmanuel Macron, diffuso giovedì sera, non è servito a niente. La crisi politico-istituzionale che ha colpito la Francia, a causa della tracotanza del suo presidente, non si è risolta e sempre più francesi chiedono il conto all’inquilino dell’Eliseo. Secondo un sondaggio realizzato da Odoxa-Backbone Consulting per Le Figaro, sei francesi su dieci (59%) chiedono le dimissioni di Macron.
Questa percentuale è cresciuta di 5 punti da settembre. Ieri sera, sul sito de Le Figaro è stata pubblicata un’intervista esclusiva a Marine Le Pen, leader del Rassemblement national (Rn), che ha invitato Macron a trovare «rapidamente» un nuovo capo del governo chiarendo, però, di «poter votare ancora una mozione di censura» contro un prossimo governo. Le Pen ha anche detto di aver trovato l’intervento di Macron «pericoloso» perché ha accusato certi deputati di essere «antirepubblicani»
Sul discorso di Macron è tornato anche l’eurodeputato socialista (Place publique) Raphaël Glucksmann che ha parlato, ai microfoni della radio Rtl, della «totale incapacità di mettersi in discussione» del presidente francese. «Tutti sono irresponsabili tranne lui», ha detto Glucksmann ironizzando sul fatto che, probabilmente, non tutti sono «abbastanza intelligenti per comprendere la dissoluzione» dell’Assemblea nazionale.
Nel frattempo il capo dello Stato ha incontrato i rappresentanti di alcuni partiti e pare che abbia avviato nuove manovre per mandare in frantumi la coalizione di sinistra del Nouveau front populaire (Nfp). Nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il segretario del Partito socialista (Ps), Olivier Faure, che ha spiegato che il suo partito non parteciperà «in nessun caso a un governo guidato da un primo ministro di destra». Il numero uno del Ps ha detto di essere favorevole a un governo di coalizione con il centrodestra a condizione che vengano fatte «concessioni reciproche».
L’incontro tra Macron e il leader socialista ha infastidito Jean-Luc Mélenchon, capo del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi), la principale formazione del Nfp. Mélenchon ha dichiarato che «Lfi non ha dato alcun mandato a Olivier Faure, né per presentarsi da solo a questo incontro, né per negoziare un accordo e fare “concessioni reciproche” a Macron e ai Républicains (Lr). Macron ha convocato anche Lfi e verdi e proprio la deputata di questo partito, Sandrine Rousseau, ha scritto su X un messaggio rivolto agli «amici socialisti». L’onorevole verde ha detto loro: «Non perdetevi. Abbiamo bisogno che tutti costruiscano l’alternativa a sinistra». In serata erano attesi all’Eliseo anche i membri della direzione dei Républicains, come hanno anticipato Le Parisien e Le Figaro.
In casa macronista, ieri, sono ripresi gli attacchi a Le Pen e al suo partito, che gli ex premier Elisabeth Borne e Gabriel Attal hanno accusato di aver favorito l’approvazione del trattato di libero scambio Ue-Mercosur, votando la sfiducia al governo di Michel Barnier. Peccato che l’accordo tra l’Ue e i Paesi sudamericani sia stato fortemente voluto dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che Macron e compagni di partito hanno sempre sostenuto. Va, però, anche detto che gli agricoltori hanno protestato davanti agli uffici in circoscrizione di alcuni deputati Nfp-Verdi e Rn, in Nuova Aquitania. Tra gli alleati centristi di Macron c’era, anche ieri, una certa effervescenza visto che il leader François Bayrou, fondatore del partito Modem, è stato citato nuovamente come possibile successore di Barnier.
E mentre le trattative per l’individuazione di un nuovo premier continuavano, Stéphane Vojetta, un deputato macronista eletto all’estero, ha proposto «l’autoscioglimento. Ovvero le dimissioni collettive dei 577 deputati che compongono l’Assemblea nazionale». Secondo alcuni costituzionalisti, però, questa strada sarebbe difficilmente praticabile.
La crisi politico-istituzionale francese ha avuto come sfondo gli ultimi preparativi per la riapertura della cattedrale di Notre Dame. Con tutta probabilità, Macron cercherà di beneficiare al massimo dei riflettori e delle telecamere di mezzo mondo per farsi passare come salvatore della patria e come una specie di protettore della Chiesa di Francia. E pazienza se, in primavera, si è vantato di aver inserito nella Costituzione francese la «libertà garantita» di abortire. I festeggiamenti per la rinascita di Notre Dame dureranno due giorni: oggi ci saranno soprattutto concerti e spettacoli ma anche una cerimonia religiosa. Domani, due messe e la riconsacrazione dell’altare maggiore, alle quali parteciperanno 150 vescovi e un sacerdote per ogni parrocchia parigina.
La cattedrale riparata accoglierà anche numerosi leader internazionali. Non si sa se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà presente alla cerimonia. Mentre è certo l’arrivo del presidente americano eletto, Donald Trump, accompagnato anche da Elon Musk. Numerose anche le teste coronate: dal principe William d’Inghilterra ai re di Spagna, Belgio e Norvegia, l’emiro del Qatar e il fratello del re del Marocco.
Produzione tedesca a picco: -4,5%. L’Spd minimizza ma sale il disagio
L’industria tedesca sforna un altro pessimo dato congiunturale mentre la Germania, lentamente, affonda verso la recessione. Secondo l’istituto di statistica tedesco, Destatis, la produzione industriale in Germania, nel mese di ottobre, è scesa dell’1% rispetto a settembre e del 4,5% rispetto all’ottobre 2023. A settembre la produzione industriale era scesa del 2% rispetto ad agosto e del 4,1% rispetto al settembre del 2023. La produzione industriale tedesca si trova ora 18 punti sotto i massimi del novembre 2017 ed è in calo pressoché costante dal febbraio 2023.
Una tendenza che prosegue, dunque. Mentre le costruzioni hanno fatto registrare un andamento piatto rispetto al mese precedente, quello dell’industria è stato influenzato negativamente dalla produzione di energia, che è diminuita dell’8,9% mese su mese. Se si escludono costruzioni ed energia, il calo della produzione industriale è dello 0,3%.
Anche il calo della produzione dell’1,9% registrato nell’industria automobilistica ha pesato, così come quello dei beni di consumo (-1%). La produzione nei settori industriali ad alta intensità energetica (chimica, lavorazione metalli, vetro, carta, raffinazione) è diminuita dello 0,8% a ottobre 2024 rispetto a ottobre 2023 e ora si trova venti punti sotto il valore del 2021. Gli ordini manifatturieri sono scesi del 3,7% nell’industria dell’auto e del 7,6% nella produzione di macchinari e attrezzature.
Le difficoltà dell’industria riguardano molti settori. Il caso dell’automobile è il più emblematico, con Volkswagen, Bmw e Mercedes che nel terzo trimestre hanno fatto segnare variazioni negli utili pari rispettivamente -64%, -84% e -54%, numeri molto pesanti. Il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, ha già indetto scioperi a raffica per sostenere il negoziato con la Volkswagen, che prevede la chiusura di stabilimenti e il licenziamento di non meno di 15.000 dipendenti. Al primo sciopero di lunedì scorso hanno aderito 100.000 lavoratori (su un totale di 300.000), altri ce ne saranno nelle prossime settimane. Auto elettrica, acciaio, chimica: le difficoltà dell’industria tedesca sono maggiori in questi settori.
Il fallimento di Northvolt, l’azienda europea per la produzione di batterie, sta coinvolgendo Audi e Porsche, che avevano ordinato batterie per i prossimi mesi proprio alla casa svedese e ora dovranno ritardare il lancio di nuovi modelli. Salgono anche le minacce future per l’industria tedesca: Donald Trump ha minacciato di alzare del 25% i dazi americani sul Messico, dove i marchi tedeschi producono 300.000 veicoli l’anno, che poi esportano in gran parte negli Stati Uniti.
Sempre nel settore dell’auto, Bosch e Schaeffer sono in difficoltà, con pesanti ristrutturazioni in corso e migliaia di licenziamenti. Il gigante dell’acciaio Thyssenkrupp steel ha annunciato 11.000 licenziamenti nei prossimi mesi, pari al 40% della forza lavoro: la società capogruppo sta cercando di cedere metà dell’azienda a un finanziere ceco, Daniel Křetínský. I piani di sviluppo nell’idrogeno sono al palo.
Le prospettive economiche per il Paese si fanno via via più fosche e ora il consenso vede una evoluzione negativa del Pil tedesco nell’ultimo trimestre di quest’anno e nel primo trimestre dell’anno prossimo. Il Pil del 2024 dovrebbe essere negativo per lo 0,1%.
Dopo la clamorosa caduta del governo semaforo, con Olaf Scholz che ha dovuto dimettersi e con le nuove elezioni previste per fine febbraio, la campagna elettorale si fa bollente. I socialdemocratici della Spd cercano di tranquillizzare, ma sia i cristiano-democratici della Cdu sia i radicali di Alternative für Deutschland (Afd) avranno campo libero per raccogliere voti sul disagio. Per ora, nei sondaggi la Spd è stabile al 15% e Afd al 18%. Verdi in leggera risalita al 12%, Cdu stabile al 32%. I liberali sono sotto la soglia del 5%, mentre il partito personale di Sahra Wagenknecht a livello nazionale è accreditata di un 6%.
Se si votasse oggi, in sostanza, in Germania non ci sarebbe una maggioranza nel Bundestag. Una coalizione Cdu-Spd, oltre a essere molto difficile, non avrebbe comunque i numeri. Si preannunciano tempi difficili per Berlino.
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Per i francesi deve andarsene. Ma l’inquilino dell’Eliseo tenta i socialisti per formare il governo. E punta tutto su Notre Dame.In Germania l’industria (non solo l’auto) continua a perdere colpi. Cdu e Afd pronte a capitalizzare.Lo speciale contiene due articoli.Il messaggio televisivo del presidente francese Emmanuel Macron, diffuso giovedì sera, non è servito a niente. La crisi politico-istituzionale che ha colpito la Francia, a causa della tracotanza del suo presidente, non si è risolta e sempre più francesi chiedono il conto all’inquilino dell’Eliseo. Secondo un sondaggio realizzato da Odoxa-Backbone Consulting per Le Figaro, sei francesi su dieci (59%) chiedono le dimissioni di Macron. Questa percentuale è cresciuta di 5 punti da settembre. Ieri sera, sul sito de Le Figaro è stata pubblicata un’intervista esclusiva a Marine Le Pen, leader del Rassemblement national (Rn), che ha invitato Macron a trovare «rapidamente» un nuovo capo del governo chiarendo, però, di «poter votare ancora una mozione di censura» contro un prossimo governo. Le Pen ha anche detto di aver trovato l’intervento di Macron «pericoloso» perché ha accusato certi deputati di essere «antirepubblicani» Sul discorso di Macron è tornato anche l’eurodeputato socialista (Place publique) Raphaël Glucksmann che ha parlato, ai microfoni della radio Rtl, della «totale incapacità di mettersi in discussione» del presidente francese. «Tutti sono irresponsabili tranne lui», ha detto Glucksmann ironizzando sul fatto che, probabilmente, non tutti sono «abbastanza intelligenti per comprendere la dissoluzione» dell’Assemblea nazionale.Nel frattempo il capo dello Stato ha incontrato i rappresentanti di alcuni partiti e pare che abbia avviato nuove manovre per mandare in frantumi la coalizione di sinistra del Nouveau front populaire (Nfp). Nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il segretario del Partito socialista (Ps), Olivier Faure, che ha spiegato che il suo partito non parteciperà «in nessun caso a un governo guidato da un primo ministro di destra». Il numero uno del Ps ha detto di essere favorevole a un governo di coalizione con il centrodestra a condizione che vengano fatte «concessioni reciproche».L’incontro tra Macron e il leader socialista ha infastidito Jean-Luc Mélenchon, capo del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi), la principale formazione del Nfp. Mélenchon ha dichiarato che «Lfi non ha dato alcun mandato a Olivier Faure, né per presentarsi da solo a questo incontro, né per negoziare un accordo e fare “concessioni reciproche” a Macron e ai Républicains (Lr). Macron ha convocato anche Lfi e verdi e proprio la deputata di questo partito, Sandrine Rousseau, ha scritto su X un messaggio rivolto agli «amici socialisti». L’onorevole verde ha detto loro: «Non perdetevi. Abbiamo bisogno che tutti costruiscano l’alternativa a sinistra». In serata erano attesi all’Eliseo anche i membri della direzione dei Républicains, come hanno anticipato Le Parisien e Le Figaro.In casa macronista, ieri, sono ripresi gli attacchi a Le Pen e al suo partito, che gli ex premier Elisabeth Borne e Gabriel Attal hanno accusato di aver favorito l’approvazione del trattato di libero scambio Ue-Mercosur, votando la sfiducia al governo di Michel Barnier. Peccato che l’accordo tra l’Ue e i Paesi sudamericani sia stato fortemente voluto dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che Macron e compagni di partito hanno sempre sostenuto. Va, però, anche detto che gli agricoltori hanno protestato davanti agli uffici in circoscrizione di alcuni deputati Nfp-Verdi e Rn, in Nuova Aquitania. Tra gli alleati centristi di Macron c’era, anche ieri, una certa effervescenza visto che il leader François Bayrou, fondatore del partito Modem, è stato citato nuovamente come possibile successore di Barnier.E mentre le trattative per l’individuazione di un nuovo premier continuavano, Stéphane Vojetta, un deputato macronista eletto all’estero, ha proposto «l’autoscioglimento. Ovvero le dimissioni collettive dei 577 deputati che compongono l’Assemblea nazionale». Secondo alcuni costituzionalisti, però, questa strada sarebbe difficilmente praticabile.La crisi politico-istituzionale francese ha avuto come sfondo gli ultimi preparativi per la riapertura della cattedrale di Notre Dame. Con tutta probabilità, Macron cercherà di beneficiare al massimo dei riflettori e delle telecamere di mezzo mondo per farsi passare come salvatore della patria e come una specie di protettore della Chiesa di Francia. E pazienza se, in primavera, si è vantato di aver inserito nella Costituzione francese la «libertà garantita» di abortire. I festeggiamenti per la rinascita di Notre Dame dureranno due giorni: oggi ci saranno soprattutto concerti e spettacoli ma anche una cerimonia religiosa. Domani, due messe e la riconsacrazione dell’altare maggiore, alle quali parteciperanno 150 vescovi e un sacerdote per ogni parrocchia parigina.La cattedrale riparata accoglierà anche numerosi leader internazionali. Non si sa se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà presente alla cerimonia. Mentre è certo l’arrivo del presidente americano eletto, Donald Trump, accompagnato anche da Elon Musk. 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A settembre la produzione industriale era scesa del 2% rispetto ad agosto e del 4,1% rispetto al settembre del 2023. La produzione industriale tedesca si trova ora 18 punti sotto i massimi del novembre 2017 ed è in calo pressoché costante dal febbraio 2023. Una tendenza che prosegue, dunque. Mentre le costruzioni hanno fatto registrare un andamento piatto rispetto al mese precedente, quello dell’industria è stato influenzato negativamente dalla produzione di energia, che è diminuita dell’8,9% mese su mese. Se si escludono costruzioni ed energia, il calo della produzione industriale è dello 0,3%. Anche il calo della produzione dell’1,9% registrato nell’industria automobilistica ha pesato, così come quello dei beni di consumo (-1%). La produzione nei settori industriali ad alta intensità energetica (chimica, lavorazione metalli, vetro, carta, raffinazione) è diminuita dello 0,8% a ottobre 2024 rispetto a ottobre 2023 e ora si trova venti punti sotto il valore del 2021. Gli ordini manifatturieri sono scesi del 3,7% nell’industria dell’auto e del 7,6% nella produzione di macchinari e attrezzature. Le difficoltà dell’industria riguardano molti settori. Il caso dell’automobile è il più emblematico, con Volkswagen, Bmw e Mercedes che nel terzo trimestre hanno fatto segnare variazioni negli utili pari rispettivamente -64%, -84% e -54%, numeri molto pesanti. Il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, ha già indetto scioperi a raffica per sostenere il negoziato con la Volkswagen, che prevede la chiusura di stabilimenti e il licenziamento di non meno di 15.000 dipendenti. Al primo sciopero di lunedì scorso hanno aderito 100.000 lavoratori (su un totale di 300.000), altri ce ne saranno nelle prossime settimane. Auto elettrica, acciaio, chimica: le difficoltà dell’industria tedesca sono maggiori in questi settori. Il fallimento di Northvolt, l’azienda europea per la produzione di batterie, sta coinvolgendo Audi e Porsche, che avevano ordinato batterie per i prossimi mesi proprio alla casa svedese e ora dovranno ritardare il lancio di nuovi modelli. Salgono anche le minacce future per l’industria tedesca: Donald Trump ha minacciato di alzare del 25% i dazi americani sul Messico, dove i marchi tedeschi producono 300.000 veicoli l’anno, che poi esportano in gran parte negli Stati Uniti. Sempre nel settore dell’auto, Bosch e Schaeffer sono in difficoltà, con pesanti ristrutturazioni in corso e migliaia di licenziamenti. Il gigante dell’acciaio Thyssenkrupp steel ha annunciato 11.000 licenziamenti nei prossimi mesi, pari al 40% della forza lavoro: la società capogruppo sta cercando di cedere metà dell’azienda a un finanziere ceco, Daniel Křetínský. I piani di sviluppo nell’idrogeno sono al palo. Le prospettive economiche per il Paese si fanno via via più fosche e ora il consenso vede una evoluzione negativa del Pil tedesco nell’ultimo trimestre di quest’anno e nel primo trimestre dell’anno prossimo. Il Pil del 2024 dovrebbe essere negativo per lo 0,1%. Dopo la clamorosa caduta del governo semaforo, con Olaf Scholz che ha dovuto dimettersi e con le nuove elezioni previste per fine febbraio, la campagna elettorale si fa bollente. I socialdemocratici della Spd cercano di tranquillizzare, ma sia i cristiano-democratici della Cdu sia i radicali di Alternative für Deutschland (Afd) avranno campo libero per raccogliere voti sul disagio. Per ora, nei sondaggi la Spd è stabile al 15% e Afd al 18%. Verdi in leggera risalita al 12%, Cdu stabile al 32%. I liberali sono sotto la soglia del 5%, mentre il partito personale di Sahra Wagenknecht a livello nazionale è accreditata di un 6%. Se si votasse oggi, in sostanza, in Germania non ci sarebbe una maggioranza nel Bundestag. Una coalizione Cdu-Spd, oltre a essere molto difficile, non avrebbe comunque i numeri. Si preannunciano tempi difficili per Berlino.
Getty Images
Il punto è che da anni, sistematicamente, si cerca di mettere in croce quello che Pascal Bruckner ha definito «il colpevole quasi perfetto», ovvero l’uomo bianco. Apprendiamo dai giornali inglesi che la polizia dell’Hampshire e dell’Isola di Wight - cioè quella di cui fanno parte gli agenti che hanno fermando Nowak - ha costretto il personale a seguire corsi di formazione sulla cosiddetta «diversità». Il programma obbligatorio dedicato a «uguaglianza e inclusione» è costato complessivamente 861.737 sterline in tre anni. Vi hanno partecipato 6.250 membri del corpo di polizia dell’Hampshire, che sono stati allenati a a riconoscere il razzismo, a combattere i pregiudizi (compresi quelli «inconsci») e a riconoscere i «privilegi» in base alla nota «teoria critica della razza». Questo è esattamente il problema: le idee infettive sulla colpevolezza occidentale, sul «razzismo sistemico» e il «privilegio bianco» vengono alimentate da decenni e negli ultimi anni hanno raggiunto un livello micidiale di diffusione. All’inizio erano presenti soltanto nelle università, poi ne sono strisciate fuori e hanno invaso i media, l’industria dell’intrattenimento, i social network, le strutture pubbliche. E si potrebbe pensare che queste storture siano soltanto statunitensi e anglosassoni, ma non è esattamente così. È certamente vero che in Italia il fenomeno woke non ha attecchito come altrove. Ma comunque è arrivato e si è saldato con la già nota e antica pretesa di superiorità morale e antropologica della sinistra, oltre che all’atavica ossessione per il «fascismo eterno». In più, negli ambienti accademici e a livello mediatico, anche le temibili teorie critiche della razza si manifestano da un po’ e contagiano anche il discorso progressista dominante sui social network.
Un piccolo ma efficace esempio lo offre in questi giorni la prestigiosa Fondazione Feltrinelli, tempietto della cultura progressista, tramite la newsletter Pubblico, una rivista online che ospita interventi di intellettuali anche molto noti. L’ultimo numero è dedicato proprio al razzismo e l’editoriale sul tema è affidato a Djarah Kan, scrittrice italo-ghanese, nata in Italia e cresciuta a Castel Volturno (terra nota per le tensioni feroci anche a sfondo etnico). Ebbene, la tesi dell’autrice in questione è che «siamo ancora razzisti». Lo siamo noi italiani, e lo dimostra il fatto che a Taranto è stato ucciso da un gruppo di adolescenti italiani l’operaio agricolo straniero Bakary Sako. Chiaro: in questo caso non valgono le spiegazioni sociologiche sul disagio, l’adolescenza problematica e il malessere sociale. Qui è chiaramente razzismo, perché appunto gli aggressori sono bianchi. E va bene. Il problema vero sorge quando la Kan si mette a parlare di Salim El Koudry, lo stragista di Modena. «L’aggressore è italiano ma le sue origini contano - forse - più delle sue azioni scellerate», spiega la scrittrice. «L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica». La responsabilità dell’omicidio di Taranto di chi è? Forse di un gruppo di giovani criminali razzisti? No, di tutta la destra, di tutti gli italiani. Quell’atto omicida deriva «da anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. [...] Quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico». A parte che a definire gli immigrati risorse non è certo stata la destra, è curioso notare come la responsabilità di un omicidio venga attribuita al contesto soltanto se serve a dimostrare la crudeltà degli italiani bianchi. Sul caso di Modena, ovviamente, il contesto non si può richiamare. Il problema è uno e uno soltanto: la pelle bianca. «Il razzismo, a oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica», dice Kan. «Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie. La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico».
Ed eccoci finalmente al nodo centrale: la bianchezza. Causa di ogni male, ricettacolo di ogni orrore. Gli stranieri che commettono omicidi, stupri e reati non contano: anzi anche loro sono vittime in qualche modo del razzismo sistemico. Si comincia così, dalla critica della bianchezza. E si finisce a lasciare morire un ragazzo bianco che sputa sangue proprio perché, in quanto bianco, è da considerarsi esponente del male assoluto.
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Ingredienti – 450 gr di ciliegie denocciolate (considerate circa 6 etti), 110 grammi di farina 00, 75 gr di fecola di patate, 90 gr di burro fuso, 1 bacca di vaniglia, 1 arancia non trattata, 170 gr di zucchero semolato, 3 uova di generose dimensioni, mezza bustina di lievito per dolci, un cucchiaino di sale.
Procedimento – Per prima cosa lavate e poi dividete a metà le ciliegie una ad una privandole del nocciolo. Qui ci vuole un po’ di pazienza! Ora nella planetaria o se volete in una ciotola molto capiente sbattete a bianco le uova con lo zucchero di cui terrete da parte un paio di cucchiai. Setacciate le polveri (farina, fecola, lievito) e miscelatele. Quando le uova sono ben montate aggiungete le polveri, la bacca di vaniglia che avrete diviso per la lunghezza estraendone polpa e semi che sono quelli che danno l’aroma e vanno aggiunti all’impasto, e alla fine fate cadere sempre girando nell’impasto a filo il burro fuso. Ora in una tortiera a cerniera mettete sul fondo facendolo risalire sui bordi un disco di carta forno. Polverizzate di zucchero. Sistemate con la calotta rivolta verso il basso le ciliegie sul fondo della tortiera in modo da ricoprirlo come fosse un mosaico. Il resto delle ciliegie versatelo nell’impasto, amalgamate bene aggiungendo la buccia dell’arancia grattugiata. Ora fate cadere delicatamente l’impasto nella tortiera e passate in forno pre-riscaldato a circa 190 gradi per 40/45 minuti. Sfornate e rigirate la torna in modo che si vedano le ciliegie he avevamo messo sul fondo. Se volete il massimo della golosità servite la torta che farete intiepidire con una pallina di gelato alla vaniglia.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro le ciliegie sul fondo della tortiera, se sono grandicelli dite loro di aiutarvi a denocciolare i frutti.
Abbinamento – Per competenza geografica visto che la Puglia e l’Emilia-Romagna hanno ciliegie favolose abbiamo scelto il raro Moscato di Trani o l’Albana passita.
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Il re di Spagna Felipe VI, la regina Letizia, la principessa Leonor e la principessa Sofia accolgono Papa Leone XIV al Palazzo Reale di Madrid (Ansa)
Il pontefice americano, come riportato dal giornale iberico El País, ha scandito: «Lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati; non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi».
Criticato più volte nelle scorse settimane dal presidente Donald Trump e da Vance, che forse si aspettavano da lui, in quanto anch’egli cittadino americano, almeno un tacito assenso all’offensiva contro Teheran, il Santo Padre non indietreggia, né china il capo di fronte «all’imperatore», evocando lo spettro di un’antica contrapposizione tradizionale nella storia della cristianità. Appena arrivato nella capitale spagnola, accolto dal re Felipe VI, dalla regina Letizia, dal premier Pedro Sánchez e da vari ministri del governo, ha non a caso lodato la posizione ufficiale della Spagna, contraria al conflitto nel Golfo Persico: «Esprimo il mio apprezzamento alla Spagna per la fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli». Allo stesso modo, ha anche espresso la speranza per negoziati di pace fra Russia e Ucraina e assicurato che la Chiesa cattolica monitora la situazione in Libano.
Prevost, dapprima ospite a Palazzo reale, ha avuto un colloquio privato con il sovrano nel Salón de los espejos, per poi incontrare le altre autorità e il corpo diplomatico nel Salón de columnas. La visita pontificia avviene in un contesto particolare, con un governo di sinistra che su molti temi ha visioni diverse da quelle della Chiesa, mentre il clero spagnolo ha recentemente fatto i conti con uno scandalo legato a prelati pedofili. Il tutto in una nazione, la Spagna, per secoli campione del mondo cattolico anche in fatto di espansione nelle Americhe, ma che negli ultimi 150 anni ha subito spesso spaccature politico-sociali per l’avvento di correnti anticlericali e progressiste.
Basti ricordare la guerra civile del 1936-1939, con la contrapposizione feroce tra «rossi» e «franchisti», per non parlare delle precedenti rivoluzioni. Re Felipe ha assicurato al Papa: «La fede cattolica è radicata nel nostro Paese e senza di essa la nostra storia e la nostra cultura non si comprenderebbero. I casi di abuso nella Chiesa non sono rappresentativi, né possono essere rappresentativi, della vasta comunità ecclesiale». Prevost gli ha ribattuto che la pedofilia «è una ferita ancora aperta» e che nel corso della visita «incontrerò alcune vittime dei sacerdoti pedofili». Il pontefice aveva già anticipato che fra gli scopi della sua visita in Spagna ci sono «evangelizzazione e riconciliazione», riferimento alle contrapposizioni interne al Paese. Prima di lui, bisogna risalire indietro di 15 anni, al 2011, con l’arrivo di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della gioventù, per l’ultima visita papale. Fra gli impegni previsti, Prevost terrà un discorso al Parlamento di Madrid, primo Papa in assoluto, e inaugurerà la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia di Barcellona, il 10 giugno, nel centesimo anniversario della morte dell’architetto Antoni Gaudí che progettò il tempio.
Farà tappa anche alle Canarie, incontrando un gruppo di migranti al molo di Arguineguín, nell’isola di Gran Canaria, detto «molo della vergogna». Il premier socialista Sánchez ha auspicato che la visita «serva a continuare a costruire ponti di dialogo, comprensione e speranza». Ma non sono mancate le polemiche politiche, legate alle indagini per corruzione su molti esponenti del Partito socialista spagnolo, fra cui l’ex-premier José Zapatero. Il presidente del partito di destra Vox, Santiago Abascal, non ha usato mezze misure: «È abbastanza vergognoso dover ricevere Leone XIV con un governo che sguazza nella corruzione e mafia. Ed è grottesco come P.S. (Pedro Sánchez, ndr) tenti di ripulirsi, mentendo, e nascondendosi dietro la visita». Più cauto il commento del leader del Partito popolare, Alberto Núñez Feijóo: «Il mondo e la Spagna di oggi hanno bisogno di punti di riferimento morali e il Papa è uno di questi. La sua voce non grida nel deserto: viene ascoltata e infonde speranza». Lasciato il Palazzo reale, Leone XIV è poi sfilato con la Papamobile per Madrid, attorniato da 130.000 persone, facendo fermare il veicolo per benedire un bambino e arrivando infine al Centro di informazione e accoglienza Cedia 24 Horas, che aiuta i senzatetto. Spazio anche per una confessione sportiva. Leone XIV tiferà Usa ai Mondiali e, stuzzicato in aereo dalla cronista iberica sull’eterna contesa tra Real e Barcellona, se l’è cavata così: «Il Papa è per tutte le squadre, ma Prevost è del Real Madrid».
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