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2024-12-07
Macron in affanno. La Le Pen lo minaccia: «Sfiducio pure il tuo nuovo premier»
Emmanuel Macron (Ansa)
Il messaggio televisivo del presidente francese Emmanuel Macron, diffuso giovedì sera, non è servito a niente. La crisi politico-istituzionale che ha colpito la Francia, a causa della tracotanza del suo presidente, non si è risolta e sempre più francesi chiedono il conto all’inquilino dell’Eliseo. Secondo un sondaggio realizzato da Odoxa-Backbone Consulting per Le Figaro, sei francesi su dieci (59%) chiedono le dimissioni di Macron.
Questa percentuale è cresciuta di 5 punti da settembre. Ieri sera, sul sito de Le Figaro è stata pubblicata un’intervista esclusiva a Marine Le Pen, leader del Rassemblement national (Rn), che ha invitato Macron a trovare «rapidamente» un nuovo capo del governo chiarendo, però, di «poter votare ancora una mozione di censura» contro un prossimo governo. Le Pen ha anche detto di aver trovato l’intervento di Macron «pericoloso» perché ha accusato certi deputati di essere «antirepubblicani»
Sul discorso di Macron è tornato anche l’eurodeputato socialista (Place publique) Raphaël Glucksmann che ha parlato, ai microfoni della radio Rtl, della «totale incapacità di mettersi in discussione» del presidente francese. «Tutti sono irresponsabili tranne lui», ha detto Glucksmann ironizzando sul fatto che, probabilmente, non tutti sono «abbastanza intelligenti per comprendere la dissoluzione» dell’Assemblea nazionale.
Nel frattempo il capo dello Stato ha incontrato i rappresentanti di alcuni partiti e pare che abbia avviato nuove manovre per mandare in frantumi la coalizione di sinistra del Nouveau front populaire (Nfp). Nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il segretario del Partito socialista (Ps), Olivier Faure, che ha spiegato che il suo partito non parteciperà «in nessun caso a un governo guidato da un primo ministro di destra». Il numero uno del Ps ha detto di essere favorevole a un governo di coalizione con il centrodestra a condizione che vengano fatte «concessioni reciproche».
L’incontro tra Macron e il leader socialista ha infastidito Jean-Luc Mélenchon, capo del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi), la principale formazione del Nfp. Mélenchon ha dichiarato che «Lfi non ha dato alcun mandato a Olivier Faure, né per presentarsi da solo a questo incontro, né per negoziare un accordo e fare “concessioni reciproche” a Macron e ai Républicains (Lr). Macron ha convocato anche Lfi e verdi e proprio la deputata di questo partito, Sandrine Rousseau, ha scritto su X un messaggio rivolto agli «amici socialisti». L’onorevole verde ha detto loro: «Non perdetevi. Abbiamo bisogno che tutti costruiscano l’alternativa a sinistra». In serata erano attesi all’Eliseo anche i membri della direzione dei Républicains, come hanno anticipato Le Parisien e Le Figaro.
In casa macronista, ieri, sono ripresi gli attacchi a Le Pen e al suo partito, che gli ex premier Elisabeth Borne e Gabriel Attal hanno accusato di aver favorito l’approvazione del trattato di libero scambio Ue-Mercosur, votando la sfiducia al governo di Michel Barnier. Peccato che l’accordo tra l’Ue e i Paesi sudamericani sia stato fortemente voluto dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che Macron e compagni di partito hanno sempre sostenuto. Va, però, anche detto che gli agricoltori hanno protestato davanti agli uffici in circoscrizione di alcuni deputati Nfp-Verdi e Rn, in Nuova Aquitania. Tra gli alleati centristi di Macron c’era, anche ieri, una certa effervescenza visto che il leader François Bayrou, fondatore del partito Modem, è stato citato nuovamente come possibile successore di Barnier.
E mentre le trattative per l’individuazione di un nuovo premier continuavano, Stéphane Vojetta, un deputato macronista eletto all’estero, ha proposto «l’autoscioglimento. Ovvero le dimissioni collettive dei 577 deputati che compongono l’Assemblea nazionale». Secondo alcuni costituzionalisti, però, questa strada sarebbe difficilmente praticabile.
La crisi politico-istituzionale francese ha avuto come sfondo gli ultimi preparativi per la riapertura della cattedrale di Notre Dame. Con tutta probabilità, Macron cercherà di beneficiare al massimo dei riflettori e delle telecamere di mezzo mondo per farsi passare come salvatore della patria e come una specie di protettore della Chiesa di Francia. E pazienza se, in primavera, si è vantato di aver inserito nella Costituzione francese la «libertà garantita» di abortire. I festeggiamenti per la rinascita di Notre Dame dureranno due giorni: oggi ci saranno soprattutto concerti e spettacoli ma anche una cerimonia religiosa. Domani, due messe e la riconsacrazione dell’altare maggiore, alle quali parteciperanno 150 vescovi e un sacerdote per ogni parrocchia parigina.
La cattedrale riparata accoglierà anche numerosi leader internazionali. Non si sa se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà presente alla cerimonia. Mentre è certo l’arrivo del presidente americano eletto, Donald Trump, accompagnato anche da Elon Musk. Numerose anche le teste coronate: dal principe William d’Inghilterra ai re di Spagna, Belgio e Norvegia, l’emiro del Qatar e il fratello del re del Marocco.
Produzione tedesca a picco: -4,5%. L’Spd minimizza ma sale il disagio
L’industria tedesca sforna un altro pessimo dato congiunturale mentre la Germania, lentamente, affonda verso la recessione. Secondo l’istituto di statistica tedesco, Destatis, la produzione industriale in Germania, nel mese di ottobre, è scesa dell’1% rispetto a settembre e del 4,5% rispetto all’ottobre 2023. A settembre la produzione industriale era scesa del 2% rispetto ad agosto e del 4,1% rispetto al settembre del 2023. La produzione industriale tedesca si trova ora 18 punti sotto i massimi del novembre 2017 ed è in calo pressoché costante dal febbraio 2023.
Una tendenza che prosegue, dunque. Mentre le costruzioni hanno fatto registrare un andamento piatto rispetto al mese precedente, quello dell’industria è stato influenzato negativamente dalla produzione di energia, che è diminuita dell’8,9% mese su mese. Se si escludono costruzioni ed energia, il calo della produzione industriale è dello 0,3%.
Anche il calo della produzione dell’1,9% registrato nell’industria automobilistica ha pesato, così come quello dei beni di consumo (-1%). La produzione nei settori industriali ad alta intensità energetica (chimica, lavorazione metalli, vetro, carta, raffinazione) è diminuita dello 0,8% a ottobre 2024 rispetto a ottobre 2023 e ora si trova venti punti sotto il valore del 2021. Gli ordini manifatturieri sono scesi del 3,7% nell’industria dell’auto e del 7,6% nella produzione di macchinari e attrezzature.
Le difficoltà dell’industria riguardano molti settori. Il caso dell’automobile è il più emblematico, con Volkswagen, Bmw e Mercedes che nel terzo trimestre hanno fatto segnare variazioni negli utili pari rispettivamente -64%, -84% e -54%, numeri molto pesanti. Il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, ha già indetto scioperi a raffica per sostenere il negoziato con la Volkswagen, che prevede la chiusura di stabilimenti e il licenziamento di non meno di 15.000 dipendenti. Al primo sciopero di lunedì scorso hanno aderito 100.000 lavoratori (su un totale di 300.000), altri ce ne saranno nelle prossime settimane. Auto elettrica, acciaio, chimica: le difficoltà dell’industria tedesca sono maggiori in questi settori.
Il fallimento di Northvolt, l’azienda europea per la produzione di batterie, sta coinvolgendo Audi e Porsche, che avevano ordinato batterie per i prossimi mesi proprio alla casa svedese e ora dovranno ritardare il lancio di nuovi modelli. Salgono anche le minacce future per l’industria tedesca: Donald Trump ha minacciato di alzare del 25% i dazi americani sul Messico, dove i marchi tedeschi producono 300.000 veicoli l’anno, che poi esportano in gran parte negli Stati Uniti.
Sempre nel settore dell’auto, Bosch e Schaeffer sono in difficoltà, con pesanti ristrutturazioni in corso e migliaia di licenziamenti. Il gigante dell’acciaio Thyssenkrupp steel ha annunciato 11.000 licenziamenti nei prossimi mesi, pari al 40% della forza lavoro: la società capogruppo sta cercando di cedere metà dell’azienda a un finanziere ceco, Daniel Křetínský. I piani di sviluppo nell’idrogeno sono al palo.
Le prospettive economiche per il Paese si fanno via via più fosche e ora il consenso vede una evoluzione negativa del Pil tedesco nell’ultimo trimestre di quest’anno e nel primo trimestre dell’anno prossimo. Il Pil del 2024 dovrebbe essere negativo per lo 0,1%.
Dopo la clamorosa caduta del governo semaforo, con Olaf Scholz che ha dovuto dimettersi e con le nuove elezioni previste per fine febbraio, la campagna elettorale si fa bollente. I socialdemocratici della Spd cercano di tranquillizzare, ma sia i cristiano-democratici della Cdu sia i radicali di Alternative für Deutschland (Afd) avranno campo libero per raccogliere voti sul disagio. Per ora, nei sondaggi la Spd è stabile al 15% e Afd al 18%. Verdi in leggera risalita al 12%, Cdu stabile al 32%. I liberali sono sotto la soglia del 5%, mentre il partito personale di Sahra Wagenknecht a livello nazionale è accreditata di un 6%.
Se si votasse oggi, in sostanza, in Germania non ci sarebbe una maggioranza nel Bundestag. Una coalizione Cdu-Spd, oltre a essere molto difficile, non avrebbe comunque i numeri. Si preannunciano tempi difficili per Berlino.
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Per i francesi deve andarsene. Ma l’inquilino dell’Eliseo tenta i socialisti per formare il governo. E punta tutto su Notre Dame.In Germania l’industria (non solo l’auto) continua a perdere colpi. Cdu e Afd pronte a capitalizzare.Lo speciale contiene due articoli.Il messaggio televisivo del presidente francese Emmanuel Macron, diffuso giovedì sera, non è servito a niente. La crisi politico-istituzionale che ha colpito la Francia, a causa della tracotanza del suo presidente, non si è risolta e sempre più francesi chiedono il conto all’inquilino dell’Eliseo. Secondo un sondaggio realizzato da Odoxa-Backbone Consulting per Le Figaro, sei francesi su dieci (59%) chiedono le dimissioni di Macron. Questa percentuale è cresciuta di 5 punti da settembre. Ieri sera, sul sito de Le Figaro è stata pubblicata un’intervista esclusiva a Marine Le Pen, leader del Rassemblement national (Rn), che ha invitato Macron a trovare «rapidamente» un nuovo capo del governo chiarendo, però, di «poter votare ancora una mozione di censura» contro un prossimo governo. Le Pen ha anche detto di aver trovato l’intervento di Macron «pericoloso» perché ha accusato certi deputati di essere «antirepubblicani» Sul discorso di Macron è tornato anche l’eurodeputato socialista (Place publique) Raphaël Glucksmann che ha parlato, ai microfoni della radio Rtl, della «totale incapacità di mettersi in discussione» del presidente francese. «Tutti sono irresponsabili tranne lui», ha detto Glucksmann ironizzando sul fatto che, probabilmente, non tutti sono «abbastanza intelligenti per comprendere la dissoluzione» dell’Assemblea nazionale.Nel frattempo il capo dello Stato ha incontrato i rappresentanti di alcuni partiti e pare che abbia avviato nuove manovre per mandare in frantumi la coalizione di sinistra del Nouveau front populaire (Nfp). Nel pomeriggio di ieri ha ricevuto il segretario del Partito socialista (Ps), Olivier Faure, che ha spiegato che il suo partito non parteciperà «in nessun caso a un governo guidato da un primo ministro di destra». Il numero uno del Ps ha detto di essere favorevole a un governo di coalizione con il centrodestra a condizione che vengano fatte «concessioni reciproche».L’incontro tra Macron e il leader socialista ha infastidito Jean-Luc Mélenchon, capo del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi), la principale formazione del Nfp. Mélenchon ha dichiarato che «Lfi non ha dato alcun mandato a Olivier Faure, né per presentarsi da solo a questo incontro, né per negoziare un accordo e fare “concessioni reciproche” a Macron e ai Républicains (Lr). Macron ha convocato anche Lfi e verdi e proprio la deputata di questo partito, Sandrine Rousseau, ha scritto su X un messaggio rivolto agli «amici socialisti». L’onorevole verde ha detto loro: «Non perdetevi. Abbiamo bisogno che tutti costruiscano l’alternativa a sinistra». In serata erano attesi all’Eliseo anche i membri della direzione dei Républicains, come hanno anticipato Le Parisien e Le Figaro.In casa macronista, ieri, sono ripresi gli attacchi a Le Pen e al suo partito, che gli ex premier Elisabeth Borne e Gabriel Attal hanno accusato di aver favorito l’approvazione del trattato di libero scambio Ue-Mercosur, votando la sfiducia al governo di Michel Barnier. Peccato che l’accordo tra l’Ue e i Paesi sudamericani sia stato fortemente voluto dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che Macron e compagni di partito hanno sempre sostenuto. Va, però, anche detto che gli agricoltori hanno protestato davanti agli uffici in circoscrizione di alcuni deputati Nfp-Verdi e Rn, in Nuova Aquitania. Tra gli alleati centristi di Macron c’era, anche ieri, una certa effervescenza visto che il leader François Bayrou, fondatore del partito Modem, è stato citato nuovamente come possibile successore di Barnier.E mentre le trattative per l’individuazione di un nuovo premier continuavano, Stéphane Vojetta, un deputato macronista eletto all’estero, ha proposto «l’autoscioglimento. Ovvero le dimissioni collettive dei 577 deputati che compongono l’Assemblea nazionale». Secondo alcuni costituzionalisti, però, questa strada sarebbe difficilmente praticabile.La crisi politico-istituzionale francese ha avuto come sfondo gli ultimi preparativi per la riapertura della cattedrale di Notre Dame. Con tutta probabilità, Macron cercherà di beneficiare al massimo dei riflettori e delle telecamere di mezzo mondo per farsi passare come salvatore della patria e come una specie di protettore della Chiesa di Francia. E pazienza se, in primavera, si è vantato di aver inserito nella Costituzione francese la «libertà garantita» di abortire. I festeggiamenti per la rinascita di Notre Dame dureranno due giorni: oggi ci saranno soprattutto concerti e spettacoli ma anche una cerimonia religiosa. Domani, due messe e la riconsacrazione dell’altare maggiore, alle quali parteciperanno 150 vescovi e un sacerdote per ogni parrocchia parigina.La cattedrale riparata accoglierà anche numerosi leader internazionali. Non si sa se il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà presente alla cerimonia. Mentre è certo l’arrivo del presidente americano eletto, Donald Trump, accompagnato anche da Elon Musk. Numerose anche le teste coronate: dal principe William d’Inghilterra ai re di Spagna, Belgio e Norvegia, l’emiro del Qatar e il fratello del re del Marocco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-macron-in-affanno-2670353406.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="produzione-tedesca-a-picco-45-lspd-minimizza-ma-sale-il-disagio" data-post-id="2670353406" data-published-at="1733567825" data-use-pagination="False"> Produzione tedesca a picco: -4,5%. L’Spd minimizza ma sale il disagio L’industria tedesca sforna un altro pessimo dato congiunturale mentre la Germania, lentamente, affonda verso la recessione. Secondo l’istituto di statistica tedesco, Destatis, la produzione industriale in Germania, nel mese di ottobre, è scesa dell’1% rispetto a settembre e del 4,5% rispetto all’ottobre 2023. A settembre la produzione industriale era scesa del 2% rispetto ad agosto e del 4,1% rispetto al settembre del 2023. La produzione industriale tedesca si trova ora 18 punti sotto i massimi del novembre 2017 ed è in calo pressoché costante dal febbraio 2023. Una tendenza che prosegue, dunque. Mentre le costruzioni hanno fatto registrare un andamento piatto rispetto al mese precedente, quello dell’industria è stato influenzato negativamente dalla produzione di energia, che è diminuita dell’8,9% mese su mese. Se si escludono costruzioni ed energia, il calo della produzione industriale è dello 0,3%. Anche il calo della produzione dell’1,9% registrato nell’industria automobilistica ha pesato, così come quello dei beni di consumo (-1%). La produzione nei settori industriali ad alta intensità energetica (chimica, lavorazione metalli, vetro, carta, raffinazione) è diminuita dello 0,8% a ottobre 2024 rispetto a ottobre 2023 e ora si trova venti punti sotto il valore del 2021. Gli ordini manifatturieri sono scesi del 3,7% nell’industria dell’auto e del 7,6% nella produzione di macchinari e attrezzature. Le difficoltà dell’industria riguardano molti settori. Il caso dell’automobile è il più emblematico, con Volkswagen, Bmw e Mercedes che nel terzo trimestre hanno fatto segnare variazioni negli utili pari rispettivamente -64%, -84% e -54%, numeri molto pesanti. Il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, Ig Metall, ha già indetto scioperi a raffica per sostenere il negoziato con la Volkswagen, che prevede la chiusura di stabilimenti e il licenziamento di non meno di 15.000 dipendenti. Al primo sciopero di lunedì scorso hanno aderito 100.000 lavoratori (su un totale di 300.000), altri ce ne saranno nelle prossime settimane. Auto elettrica, acciaio, chimica: le difficoltà dell’industria tedesca sono maggiori in questi settori. Il fallimento di Northvolt, l’azienda europea per la produzione di batterie, sta coinvolgendo Audi e Porsche, che avevano ordinato batterie per i prossimi mesi proprio alla casa svedese e ora dovranno ritardare il lancio di nuovi modelli. Salgono anche le minacce future per l’industria tedesca: Donald Trump ha minacciato di alzare del 25% i dazi americani sul Messico, dove i marchi tedeschi producono 300.000 veicoli l’anno, che poi esportano in gran parte negli Stati Uniti. Sempre nel settore dell’auto, Bosch e Schaeffer sono in difficoltà, con pesanti ristrutturazioni in corso e migliaia di licenziamenti. Il gigante dell’acciaio Thyssenkrupp steel ha annunciato 11.000 licenziamenti nei prossimi mesi, pari al 40% della forza lavoro: la società capogruppo sta cercando di cedere metà dell’azienda a un finanziere ceco, Daniel Křetínský. I piani di sviluppo nell’idrogeno sono al palo. Le prospettive economiche per il Paese si fanno via via più fosche e ora il consenso vede una evoluzione negativa del Pil tedesco nell’ultimo trimestre di quest’anno e nel primo trimestre dell’anno prossimo. Il Pil del 2024 dovrebbe essere negativo per lo 0,1%. Dopo la clamorosa caduta del governo semaforo, con Olaf Scholz che ha dovuto dimettersi e con le nuove elezioni previste per fine febbraio, la campagna elettorale si fa bollente. I socialdemocratici della Spd cercano di tranquillizzare, ma sia i cristiano-democratici della Cdu sia i radicali di Alternative für Deutschland (Afd) avranno campo libero per raccogliere voti sul disagio. Per ora, nei sondaggi la Spd è stabile al 15% e Afd al 18%. Verdi in leggera risalita al 12%, Cdu stabile al 32%. I liberali sono sotto la soglia del 5%, mentre il partito personale di Sahra Wagenknecht a livello nazionale è accreditata di un 6%. Se si votasse oggi, in sostanza, in Germania non ci sarebbe una maggioranza nel Bundestag. Una coalizione Cdu-Spd, oltre a essere molto difficile, non avrebbe comunque i numeri. Si preannunciano tempi difficili per Berlino.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.