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2022-03-15
Fine delle restrizioni pure in Francia. Soltanto in Italia il calvario continua
(Ansa)
Da ieri, anche la Francia ha dato un taglio alle restrizioni anti Covid. È sparito l’obbligo di green pass; e pensare che, la scorsa estate, i cugini transalpini furono i primi a introdurlo come strumento di discriminazione, mentre gli emuli italiani gridavano: «Facciamo come Macron!». Non servirà più nemmeno indossare la mascherina al chiuso, se non sui mezzi pubblici e negli ospedali. Quelle all’aperto non sono necessarie già da inizio febbraio. Rimangono solo appelli alla prudenza, rivolti ad anziani e fragili. In fondo, a Parigi non fanno altro che trarre le logiche conseguenze da certe scelte politiche: se punti tutto sui vaccini, dopo non puoi agire come se i vaccini non avessero cambiato niente.
Eppure, in Italia, la musica è diversa. La «road map delle riaperture», che stando al Mario Draghi del 18 febbraio, doveva arrivare «il prima possibile», era già slittata per lo scoppio della guerra in Ucraina. Pare che questa sia la settimana buona: domani, il cdm dovrebbe produrre il decreto con le tappe per il ritorno alla normalità. Una meritata conquista? Piuttosto, un’inutile via crucis, l’estremo tributo pagato al «rigore» e alla «prudenza» del duo Roberto Speranza-Walter Ricciardi. Sono i fatti ad aver privato la tesi della gradualità di qualsiasi evidenza scientifica: i contagi, cme in tutta Europa, sono risaliti, nonostante il più opprimente coacervo di limitazioni del mondo sviluppato. Non così i ricoveri, i quali, peraltro, dovevano essere il solo motivo delle limitazioni: lockdown o muerte; o v’imprigioniamo o collassano gli ospedali.
L’ultimo miglio comincerebbe il 31 marzo, con la fine dello stato d’emergenza. Sarebbero archiviati sia la struttura commissariale di Francesco Paolo Figliuolo, sia il Cts, che da mesi si cantava da solo il de profundis. I poteri del generale verrebbero divisi tra dicastero della Salute e Protezione civile, mentre un posto a tavola per Franco Locatelli e Silvio Brusaferro lo si troverebbe in ogni caso, come consulenti del governo. Dal primo aprile, prenderebbe il via il percorso di superamento del certificato verde. S’inizierebbe da locali all’aperto, piscine e palestre, dove forse non servirà più nemmeno il tampone. Niente più passepartout pure in hotel, musei, negozi e uffici pubblici. L’entità della presa in giro si percepirà salendo sul bus: lì, a saltare, sarebbe solo il lasciapassare rafforzato. E rimarrebbero obbligatoro i Dpi. Qualcuno, nei palazzi romani, legga cos’ha detto ieri Andrea Crisanti al Giornale: «La mascherina sull’autobus serve limitatamente all’autobus. Ma poi uno scende, va al bar, al ristorante, al lavoro. […] Che senso ha creare bolle se le persone quando escono hanno la possibilità d’infettarsi?».
Se non altro, evaporerebbe il delirio delle quarantene a scuola, con apartheid dei non vaccinati. Per capire la disciplina che si vorrebbe introdurre sulle protezioni facciali, invece, più che l’epidemiologo serve il paragnosta: tra i banchi, non dovrebbero essere più obbligatorie le Ffp2 e sarebbero sufficienti le chirurgiche. In base a quale criterio medico? Mistero della fede. Intanto, tornerebbero al 100% di capienza gli impianti sportivi.
Dal primo maggio, decadrebbe la carta verde al chiuso: bar, ristoranti, cinema, teatri, eventi sportivi. Finalmente, sparirebbe l’obbligo di Ffp2 negli stadi e ai concerti: perché solo tra un mese e mezzo? In Gran Bretagna e in Francia sono tutti pazzi? La curva delle infezioni sta risalendo ovunque, con la stessa dinamica, indipendentemente dallo status delle regole anti Covid. È che da noi, oltre a Omicron, c’è la variante Speranza.
Per festeggiare adeguatamente i lavoratori, da maggio dovrebbero smettere di arrivare le multe agli over 50 non vaccinati, ai quali non sarebbe più comminata la sospensione dall’impiego e dallo stipendio. Di nuovo, non si vede per quale motivo aspettare: le prime dosi sono ai minimi storici, chi doveva porgere il braccio l’ha porto, gli irriducibili non possono essere recuperati. È la linea della prudenza, o il gusto di protrarre la gogna il più possibile?
Giugno sarebbe il mese della svolta finale. Una rincorsa sfiancate. Dal primo, basta Ffp2 sui trasporti e nelle palestre. Alle discoteche, si rifilerà l’ennesimo tiro mancino: quelle al chiuso dovrebbero tornare a capienza massima; peccato che, con i primi caldi, la gente andrà a ballare all’aria aperta. Il 15 scadrebbe, infine, l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni e le categorie professionali costrette alla puntura per lavorare. Ma rimane il giallo sulla madre di tutte le vessazioni pandemiche: non è sicuro, infatti, che sia abrogato altresì il requisito del green pass base sul posto di lavoro, benché l’obbligo surrettizio abbia esaurito la sua spinta propulsiva e la teoria del certificato come garanzia di non contagiarsi sia diventata, persino tra i talebani della puntura, una barzelletta. Le nostre preoccupazioni saranno auspicabilmente smentite, ma attenzione: tra la ripresa della comunicazione allarmistica e le virostar in pena, perché la guerra ha fatto crollare le visite sui loro siti Web (Cesare Cislaghi l’ha detto davvero), il pressing per non superare la sanitarizzazione dell’esistenza è ancora forte. E un’ondatina per giustificare la repressione, be’, la si trova sempre…
Tafida sta bene: raccolta di fondi per aiutare i bimbi malati come lei
Due anni e mezzo fa Tafida Raqeeb era stata «condannata» a morte dai medici inglesi, perché la lesione cerebrale che aveva, causata da un aneurisma, sembrava impossibile da superare. Oggi invece non solo è viva, ma sta meglio, grazie alle cure dell’ospedale Gaslini di Genova, dove è arrivata quando i suoi genitori Shelina Begum e Mohammed Raqeeb hanno vinto una causa all’Alta corte di giustizia, che ha permesso loro di trasferirla in Italia. La storia a lieto fine di Tafida ha fatto il giro del mondo e commosso e ora che il peggio sembra passato e la piccola, che ormai ha 7 anni, continua a dare cenni di miglioramento, i suoi genitori hanno deciso di impegnarsi anche per le altre famiglie in condizioni simili. E hanno creato una fondazione, che prende il nome della loro bambina. La Tafida Raqeeb Foundation ha un obiettivo principale: raccogliere fondi per costruire un centro che si prenda cura dei bambini con lesioni cerebrali ai quali Nhs, il servizio nazionale pubblico, non vuole dare assistenza. Come è accaduto per Charlie Gard o per Alfie Evans, afflitti da problemi analoghi a quelli di Tafida e «staccati» dai respiratori dopo che le battaglie legali avviate dalle loro famiglie si sono concluse in modo sfavorevole.
«Nella nostra vita tutto può cambiare nel giro di pochi istanti», spiega Shelina Begum, la madre di Tafida, che ha 41 anni ed è avvocato. «A tuo figlio può venire una malattia cerebrale come è accaduto a Tafida, che era una bambina di 4 anni serena e faceva sorridere tutti, poi d’improvviso è finita in coma. Capisco bene quanto questa situazione sia drammatica, perché ci sono passata, e voglio gettare una luce di speranza per coloro che si trovano nel buio della paura. Ci sono pochi centri di riabilitazione adeguati in Inghilterra ma noi vogliamo fare in modo che ogni bambino abbia la possibilità di esprimere le sue potenzialità, vogliamo aumentare la percentuale di recupero e offrire terapie adeguate in un centro che sia costruito su misura per le famiglie». Appunto il centro di riabilitazione neurologica infantile che la Fondazione Tafida Raqeeb vuole costruire, con 20 posti letto. Realizzarlo dovrebbe costare 25 milioni di sterline, ma 2 sono già stati raccolti senza che il progetto fosse nemmeno stato pubblicizzato ufficialmente.
Secondo Shelina Begum i pochi centri neurologici del Regno Unito hanno spazi ridotti per i bambini e la carenza di fondi e contributi in questo settore rende davvero difficile assicurare a tutti la riabilitazione che meriterebbero. Solo che in base ai dati forniti dalla Fondazione, nel Regno Unito ci sono circa 6.000 bambini all’anno cui viene diagnosticata una lesione cerebrale grave e che non possono ricevere un’assistenza adeguata per via della mancanza di strutture dedicate. Per le loro famiglie, questa diagnosi significa dolore e disperazione, ma il centro di cura che la Fondazione di Tafida vorrebbe creare potrebbe fare la differenza. Il progetto peraltro ha l’appoggio della baronessa Finlay, che siede a Westminster e che è medico e professoressa di cure palliative oltre che ex presidente della Royal Society di medicina. «Nessuno può prevedere il futuro, la prognosi è un’arte basata nei casi migliori su un gioco di probabilità», ha detto. «Quando un bambino ha una lesione cerebrale, può esserci margine per il recupero se gli viene offerta una riabilitazione adeguata, mentre non esistono speranze se lo si abbandona a sé stesso. Dobbiamo dare a ogni bimbo il massimo delle possibilità, visto che potrebbe riprendersi e vivere meglio». Regalando anche alla sua famiglia un’esistenza più serena.
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Cancellate anche le mascherine al chiuso, resta l’appello al buon senso. In Italia invece si va al rallentatore: le restrizioni saranno attenuate solo a giugno. Il partito dei rigoristi non cede e si appiglia alla risalita dei contagi (che non tocca i ricoveri).La madre di Tafida lancia una fondazione, non si deve morire come Charlie Gard o Alfie Evans.Lo speciale contiene due articoli.Da ieri, anche la Francia ha dato un taglio alle restrizioni anti Covid. È sparito l’obbligo di green pass; e pensare che, la scorsa estate, i cugini transalpini furono i primi a introdurlo come strumento di discriminazione, mentre gli emuli italiani gridavano: «Facciamo come Macron!». Non servirà più nemmeno indossare la mascherina al chiuso, se non sui mezzi pubblici e negli ospedali. Quelle all’aperto non sono necessarie già da inizio febbraio. Rimangono solo appelli alla prudenza, rivolti ad anziani e fragili. In fondo, a Parigi non fanno altro che trarre le logiche conseguenze da certe scelte politiche: se punti tutto sui vaccini, dopo non puoi agire come se i vaccini non avessero cambiato niente. Eppure, in Italia, la musica è diversa. La «road map delle riaperture», che stando al Mario Draghi del 18 febbraio, doveva arrivare «il prima possibile», era già slittata per lo scoppio della guerra in Ucraina. Pare che questa sia la settimana buona: domani, il cdm dovrebbe produrre il decreto con le tappe per il ritorno alla normalità. Una meritata conquista? Piuttosto, un’inutile via crucis, l’estremo tributo pagato al «rigore» e alla «prudenza» del duo Roberto Speranza-Walter Ricciardi. Sono i fatti ad aver privato la tesi della gradualità di qualsiasi evidenza scientifica: i contagi, cme in tutta Europa, sono risaliti, nonostante il più opprimente coacervo di limitazioni del mondo sviluppato. Non così i ricoveri, i quali, peraltro, dovevano essere il solo motivo delle limitazioni: lockdown o muerte; o v’imprigioniamo o collassano gli ospedali. L’ultimo miglio comincerebbe il 31 marzo, con la fine dello stato d’emergenza. Sarebbero archiviati sia la struttura commissariale di Francesco Paolo Figliuolo, sia il Cts, che da mesi si cantava da solo il de profundis. I poteri del generale verrebbero divisi tra dicastero della Salute e Protezione civile, mentre un posto a tavola per Franco Locatelli e Silvio Brusaferro lo si troverebbe in ogni caso, come consulenti del governo. Dal primo aprile, prenderebbe il via il percorso di superamento del certificato verde. S’inizierebbe da locali all’aperto, piscine e palestre, dove forse non servirà più nemmeno il tampone. Niente più passepartout pure in hotel, musei, negozi e uffici pubblici. L’entità della presa in giro si percepirà salendo sul bus: lì, a saltare, sarebbe solo il lasciapassare rafforzato. E rimarrebbero obbligatoro i Dpi. Qualcuno, nei palazzi romani, legga cos’ha detto ieri Andrea Crisanti al Giornale: «La mascherina sull’autobus serve limitatamente all’autobus. Ma poi uno scende, va al bar, al ristorante, al lavoro. […] Che senso ha creare bolle se le persone quando escono hanno la possibilità d’infettarsi?». Se non altro, evaporerebbe il delirio delle quarantene a scuola, con apartheid dei non vaccinati. Per capire la disciplina che si vorrebbe introdurre sulle protezioni facciali, invece, più che l’epidemiologo serve il paragnosta: tra i banchi, non dovrebbero essere più obbligatorie le Ffp2 e sarebbero sufficienti le chirurgiche. In base a quale criterio medico? Mistero della fede. Intanto, tornerebbero al 100% di capienza gli impianti sportivi. Dal primo maggio, decadrebbe la carta verde al chiuso: bar, ristoranti, cinema, teatri, eventi sportivi. Finalmente, sparirebbe l’obbligo di Ffp2 negli stadi e ai concerti: perché solo tra un mese e mezzo? In Gran Bretagna e in Francia sono tutti pazzi? La curva delle infezioni sta risalendo ovunque, con la stessa dinamica, indipendentemente dallo status delle regole anti Covid. È che da noi, oltre a Omicron, c’è la variante Speranza. Per festeggiare adeguatamente i lavoratori, da maggio dovrebbero smettere di arrivare le multe agli over 50 non vaccinati, ai quali non sarebbe più comminata la sospensione dall’impiego e dallo stipendio. Di nuovo, non si vede per quale motivo aspettare: le prime dosi sono ai minimi storici, chi doveva porgere il braccio l’ha porto, gli irriducibili non possono essere recuperati. È la linea della prudenza, o il gusto di protrarre la gogna il più possibile?Giugno sarebbe il mese della svolta finale. Una rincorsa sfiancate. Dal primo, basta Ffp2 sui trasporti e nelle palestre. Alle discoteche, si rifilerà l’ennesimo tiro mancino: quelle al chiuso dovrebbero tornare a capienza massima; peccato che, con i primi caldi, la gente andrà a ballare all’aria aperta. Il 15 scadrebbe, infine, l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni e le categorie professionali costrette alla puntura per lavorare. Ma rimane il giallo sulla madre di tutte le vessazioni pandemiche: non è sicuro, infatti, che sia abrogato altresì il requisito del green pass base sul posto di lavoro, benché l’obbligo surrettizio abbia esaurito la sua spinta propulsiva e la teoria del certificato come garanzia di non contagiarsi sia diventata, persino tra i talebani della puntura, una barzelletta. Le nostre preoccupazioni saranno auspicabilmente smentite, ma attenzione: tra la ripresa della comunicazione allarmistica e le virostar in pena, perché la guerra ha fatto crollare le visite sui loro siti Web (Cesare Cislaghi l’ha detto davvero), il pressing per non superare la sanitarizzazione dell’esistenza è ancora forte. E un’ondatina per giustificare la repressione, be’, la si trova sempre…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-libera-dalla-schiavitu-del-green-pass-2656959633.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tafida-sta-bene-raccolta-di-fondi-per-aiutare-i-bimbi-malati-come-lei" data-post-id="2656959633" data-published-at="1647343757" data-use-pagination="False"> Tafida sta bene: raccolta di fondi per aiutare i bimbi malati come lei Due anni e mezzo fa Tafida Raqeeb era stata «condannata» a morte dai medici inglesi, perché la lesione cerebrale che aveva, causata da un aneurisma, sembrava impossibile da superare. Oggi invece non solo è viva, ma sta meglio, grazie alle cure dell’ospedale Gaslini di Genova, dove è arrivata quando i suoi genitori Shelina Begum e Mohammed Raqeeb hanno vinto una causa all’Alta corte di giustizia, che ha permesso loro di trasferirla in Italia. La storia a lieto fine di Tafida ha fatto il giro del mondo e commosso e ora che il peggio sembra passato e la piccola, che ormai ha 7 anni, continua a dare cenni di miglioramento, i suoi genitori hanno deciso di impegnarsi anche per le altre famiglie in condizioni simili. E hanno creato una fondazione, che prende il nome della loro bambina. La Tafida Raqeeb Foundation ha un obiettivo principale: raccogliere fondi per costruire un centro che si prenda cura dei bambini con lesioni cerebrali ai quali Nhs, il servizio nazionale pubblico, non vuole dare assistenza. Come è accaduto per Charlie Gard o per Alfie Evans, afflitti da problemi analoghi a quelli di Tafida e «staccati» dai respiratori dopo che le battaglie legali avviate dalle loro famiglie si sono concluse in modo sfavorevole. «Nella nostra vita tutto può cambiare nel giro di pochi istanti», spiega Shelina Begum, la madre di Tafida, che ha 41 anni ed è avvocato. «A tuo figlio può venire una malattia cerebrale come è accaduto a Tafida, che era una bambina di 4 anni serena e faceva sorridere tutti, poi d’improvviso è finita in coma. Capisco bene quanto questa situazione sia drammatica, perché ci sono passata, e voglio gettare una luce di speranza per coloro che si trovano nel buio della paura. Ci sono pochi centri di riabilitazione adeguati in Inghilterra ma noi vogliamo fare in modo che ogni bambino abbia la possibilità di esprimere le sue potenzialità, vogliamo aumentare la percentuale di recupero e offrire terapie adeguate in un centro che sia costruito su misura per le famiglie». Appunto il centro di riabilitazione neurologica infantile che la Fondazione Tafida Raqeeb vuole costruire, con 20 posti letto. Realizzarlo dovrebbe costare 25 milioni di sterline, ma 2 sono già stati raccolti senza che il progetto fosse nemmeno stato pubblicizzato ufficialmente. Secondo Shelina Begum i pochi centri neurologici del Regno Unito hanno spazi ridotti per i bambini e la carenza di fondi e contributi in questo settore rende davvero difficile assicurare a tutti la riabilitazione che meriterebbero. Solo che in base ai dati forniti dalla Fondazione, nel Regno Unito ci sono circa 6.000 bambini all’anno cui viene diagnosticata una lesione cerebrale grave e che non possono ricevere un’assistenza adeguata per via della mancanza di strutture dedicate. Per le loro famiglie, questa diagnosi significa dolore e disperazione, ma il centro di cura che la Fondazione di Tafida vorrebbe creare potrebbe fare la differenza. Il progetto peraltro ha l’appoggio della baronessa Finlay, che siede a Westminster e che è medico e professoressa di cure palliative oltre che ex presidente della Royal Society di medicina. «Nessuno può prevedere il futuro, la prognosi è un’arte basata nei casi migliori su un gioco di probabilità», ha detto. «Quando un bambino ha una lesione cerebrale, può esserci margine per il recupero se gli viene offerta una riabilitazione adeguata, mentre non esistono speranze se lo si abbandona a sé stesso. Dobbiamo dare a ogni bimbo il massimo delle possibilità, visto che potrebbe riprendersi e vivere meglio». Regalando anche alla sua famiglia un’esistenza più serena.
Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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