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2022-03-15
Fine delle restrizioni pure in Francia. Soltanto in Italia il calvario continua
(Ansa)
Da ieri, anche la Francia ha dato un taglio alle restrizioni anti Covid. È sparito l’obbligo di green pass; e pensare che, la scorsa estate, i cugini transalpini furono i primi a introdurlo come strumento di discriminazione, mentre gli emuli italiani gridavano: «Facciamo come Macron!». Non servirà più nemmeno indossare la mascherina al chiuso, se non sui mezzi pubblici e negli ospedali. Quelle all’aperto non sono necessarie già da inizio febbraio. Rimangono solo appelli alla prudenza, rivolti ad anziani e fragili. In fondo, a Parigi non fanno altro che trarre le logiche conseguenze da certe scelte politiche: se punti tutto sui vaccini, dopo non puoi agire come se i vaccini non avessero cambiato niente.
Eppure, in Italia, la musica è diversa. La «road map delle riaperture», che stando al Mario Draghi del 18 febbraio, doveva arrivare «il prima possibile», era già slittata per lo scoppio della guerra in Ucraina. Pare che questa sia la settimana buona: domani, il cdm dovrebbe produrre il decreto con le tappe per il ritorno alla normalità. Una meritata conquista? Piuttosto, un’inutile via crucis, l’estremo tributo pagato al «rigore» e alla «prudenza» del duo Roberto Speranza-Walter Ricciardi. Sono i fatti ad aver privato la tesi della gradualità di qualsiasi evidenza scientifica: i contagi, cme in tutta Europa, sono risaliti, nonostante il più opprimente coacervo di limitazioni del mondo sviluppato. Non così i ricoveri, i quali, peraltro, dovevano essere il solo motivo delle limitazioni: lockdown o muerte; o v’imprigioniamo o collassano gli ospedali.
L’ultimo miglio comincerebbe il 31 marzo, con la fine dello stato d’emergenza. Sarebbero archiviati sia la struttura commissariale di Francesco Paolo Figliuolo, sia il Cts, che da mesi si cantava da solo il de profundis. I poteri del generale verrebbero divisi tra dicastero della Salute e Protezione civile, mentre un posto a tavola per Franco Locatelli e Silvio Brusaferro lo si troverebbe in ogni caso, come consulenti del governo. Dal primo aprile, prenderebbe il via il percorso di superamento del certificato verde. S’inizierebbe da locali all’aperto, piscine e palestre, dove forse non servirà più nemmeno il tampone. Niente più passepartout pure in hotel, musei, negozi e uffici pubblici. L’entità della presa in giro si percepirà salendo sul bus: lì, a saltare, sarebbe solo il lasciapassare rafforzato. E rimarrebbero obbligatoro i Dpi. Qualcuno, nei palazzi romani, legga cos’ha detto ieri Andrea Crisanti al Giornale: «La mascherina sull’autobus serve limitatamente all’autobus. Ma poi uno scende, va al bar, al ristorante, al lavoro. […] Che senso ha creare bolle se le persone quando escono hanno la possibilità d’infettarsi?».
Se non altro, evaporerebbe il delirio delle quarantene a scuola, con apartheid dei non vaccinati. Per capire la disciplina che si vorrebbe introdurre sulle protezioni facciali, invece, più che l’epidemiologo serve il paragnosta: tra i banchi, non dovrebbero essere più obbligatorie le Ffp2 e sarebbero sufficienti le chirurgiche. In base a quale criterio medico? Mistero della fede. Intanto, tornerebbero al 100% di capienza gli impianti sportivi.
Dal primo maggio, decadrebbe la carta verde al chiuso: bar, ristoranti, cinema, teatri, eventi sportivi. Finalmente, sparirebbe l’obbligo di Ffp2 negli stadi e ai concerti: perché solo tra un mese e mezzo? In Gran Bretagna e in Francia sono tutti pazzi? La curva delle infezioni sta risalendo ovunque, con la stessa dinamica, indipendentemente dallo status delle regole anti Covid. È che da noi, oltre a Omicron, c’è la variante Speranza.
Per festeggiare adeguatamente i lavoratori, da maggio dovrebbero smettere di arrivare le multe agli over 50 non vaccinati, ai quali non sarebbe più comminata la sospensione dall’impiego e dallo stipendio. Di nuovo, non si vede per quale motivo aspettare: le prime dosi sono ai minimi storici, chi doveva porgere il braccio l’ha porto, gli irriducibili non possono essere recuperati. È la linea della prudenza, o il gusto di protrarre la gogna il più possibile?
Giugno sarebbe il mese della svolta finale. Una rincorsa sfiancate. Dal primo, basta Ffp2 sui trasporti e nelle palestre. Alle discoteche, si rifilerà l’ennesimo tiro mancino: quelle al chiuso dovrebbero tornare a capienza massima; peccato che, con i primi caldi, la gente andrà a ballare all’aria aperta. Il 15 scadrebbe, infine, l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni e le categorie professionali costrette alla puntura per lavorare. Ma rimane il giallo sulla madre di tutte le vessazioni pandemiche: non è sicuro, infatti, che sia abrogato altresì il requisito del green pass base sul posto di lavoro, benché l’obbligo surrettizio abbia esaurito la sua spinta propulsiva e la teoria del certificato come garanzia di non contagiarsi sia diventata, persino tra i talebani della puntura, una barzelletta. Le nostre preoccupazioni saranno auspicabilmente smentite, ma attenzione: tra la ripresa della comunicazione allarmistica e le virostar in pena, perché la guerra ha fatto crollare le visite sui loro siti Web (Cesare Cislaghi l’ha detto davvero), il pressing per non superare la sanitarizzazione dell’esistenza è ancora forte. E un’ondatina per giustificare la repressione, be’, la si trova sempre…
Tafida sta bene: raccolta di fondi per aiutare i bimbi malati come lei
Due anni e mezzo fa Tafida Raqeeb era stata «condannata» a morte dai medici inglesi, perché la lesione cerebrale che aveva, causata da un aneurisma, sembrava impossibile da superare. Oggi invece non solo è viva, ma sta meglio, grazie alle cure dell’ospedale Gaslini di Genova, dove è arrivata quando i suoi genitori Shelina Begum e Mohammed Raqeeb hanno vinto una causa all’Alta corte di giustizia, che ha permesso loro di trasferirla in Italia. La storia a lieto fine di Tafida ha fatto il giro del mondo e commosso e ora che il peggio sembra passato e la piccola, che ormai ha 7 anni, continua a dare cenni di miglioramento, i suoi genitori hanno deciso di impegnarsi anche per le altre famiglie in condizioni simili. E hanno creato una fondazione, che prende il nome della loro bambina. La Tafida Raqeeb Foundation ha un obiettivo principale: raccogliere fondi per costruire un centro che si prenda cura dei bambini con lesioni cerebrali ai quali Nhs, il servizio nazionale pubblico, non vuole dare assistenza. Come è accaduto per Charlie Gard o per Alfie Evans, afflitti da problemi analoghi a quelli di Tafida e «staccati» dai respiratori dopo che le battaglie legali avviate dalle loro famiglie si sono concluse in modo sfavorevole.
«Nella nostra vita tutto può cambiare nel giro di pochi istanti», spiega Shelina Begum, la madre di Tafida, che ha 41 anni ed è avvocato. «A tuo figlio può venire una malattia cerebrale come è accaduto a Tafida, che era una bambina di 4 anni serena e faceva sorridere tutti, poi d’improvviso è finita in coma. Capisco bene quanto questa situazione sia drammatica, perché ci sono passata, e voglio gettare una luce di speranza per coloro che si trovano nel buio della paura. Ci sono pochi centri di riabilitazione adeguati in Inghilterra ma noi vogliamo fare in modo che ogni bambino abbia la possibilità di esprimere le sue potenzialità, vogliamo aumentare la percentuale di recupero e offrire terapie adeguate in un centro che sia costruito su misura per le famiglie». Appunto il centro di riabilitazione neurologica infantile che la Fondazione Tafida Raqeeb vuole costruire, con 20 posti letto. Realizzarlo dovrebbe costare 25 milioni di sterline, ma 2 sono già stati raccolti senza che il progetto fosse nemmeno stato pubblicizzato ufficialmente.
Secondo Shelina Begum i pochi centri neurologici del Regno Unito hanno spazi ridotti per i bambini e la carenza di fondi e contributi in questo settore rende davvero difficile assicurare a tutti la riabilitazione che meriterebbero. Solo che in base ai dati forniti dalla Fondazione, nel Regno Unito ci sono circa 6.000 bambini all’anno cui viene diagnosticata una lesione cerebrale grave e che non possono ricevere un’assistenza adeguata per via della mancanza di strutture dedicate. Per le loro famiglie, questa diagnosi significa dolore e disperazione, ma il centro di cura che la Fondazione di Tafida vorrebbe creare potrebbe fare la differenza. Il progetto peraltro ha l’appoggio della baronessa Finlay, che siede a Westminster e che è medico e professoressa di cure palliative oltre che ex presidente della Royal Society di medicina. «Nessuno può prevedere il futuro, la prognosi è un’arte basata nei casi migliori su un gioco di probabilità», ha detto. «Quando un bambino ha una lesione cerebrale, può esserci margine per il recupero se gli viene offerta una riabilitazione adeguata, mentre non esistono speranze se lo si abbandona a sé stesso. Dobbiamo dare a ogni bimbo il massimo delle possibilità, visto che potrebbe riprendersi e vivere meglio». Regalando anche alla sua famiglia un’esistenza più serena.
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Cancellate anche le mascherine al chiuso, resta l’appello al buon senso. In Italia invece si va al rallentatore: le restrizioni saranno attenuate solo a giugno. Il partito dei rigoristi non cede e si appiglia alla risalita dei contagi (che non tocca i ricoveri).La madre di Tafida lancia una fondazione, non si deve morire come Charlie Gard o Alfie Evans.Lo speciale contiene due articoli.Da ieri, anche la Francia ha dato un taglio alle restrizioni anti Covid. È sparito l’obbligo di green pass; e pensare che, la scorsa estate, i cugini transalpini furono i primi a introdurlo come strumento di discriminazione, mentre gli emuli italiani gridavano: «Facciamo come Macron!». Non servirà più nemmeno indossare la mascherina al chiuso, se non sui mezzi pubblici e negli ospedali. Quelle all’aperto non sono necessarie già da inizio febbraio. Rimangono solo appelli alla prudenza, rivolti ad anziani e fragili. In fondo, a Parigi non fanno altro che trarre le logiche conseguenze da certe scelte politiche: se punti tutto sui vaccini, dopo non puoi agire come se i vaccini non avessero cambiato niente. Eppure, in Italia, la musica è diversa. La «road map delle riaperture», che stando al Mario Draghi del 18 febbraio, doveva arrivare «il prima possibile», era già slittata per lo scoppio della guerra in Ucraina. Pare che questa sia la settimana buona: domani, il cdm dovrebbe produrre il decreto con le tappe per il ritorno alla normalità. Una meritata conquista? Piuttosto, un’inutile via crucis, l’estremo tributo pagato al «rigore» e alla «prudenza» del duo Roberto Speranza-Walter Ricciardi. Sono i fatti ad aver privato la tesi della gradualità di qualsiasi evidenza scientifica: i contagi, cme in tutta Europa, sono risaliti, nonostante il più opprimente coacervo di limitazioni del mondo sviluppato. Non così i ricoveri, i quali, peraltro, dovevano essere il solo motivo delle limitazioni: lockdown o muerte; o v’imprigioniamo o collassano gli ospedali. L’ultimo miglio comincerebbe il 31 marzo, con la fine dello stato d’emergenza. Sarebbero archiviati sia la struttura commissariale di Francesco Paolo Figliuolo, sia il Cts, che da mesi si cantava da solo il de profundis. I poteri del generale verrebbero divisi tra dicastero della Salute e Protezione civile, mentre un posto a tavola per Franco Locatelli e Silvio Brusaferro lo si troverebbe in ogni caso, come consulenti del governo. Dal primo aprile, prenderebbe il via il percorso di superamento del certificato verde. S’inizierebbe da locali all’aperto, piscine e palestre, dove forse non servirà più nemmeno il tampone. Niente più passepartout pure in hotel, musei, negozi e uffici pubblici. L’entità della presa in giro si percepirà salendo sul bus: lì, a saltare, sarebbe solo il lasciapassare rafforzato. E rimarrebbero obbligatoro i Dpi. Qualcuno, nei palazzi romani, legga cos’ha detto ieri Andrea Crisanti al Giornale: «La mascherina sull’autobus serve limitatamente all’autobus. Ma poi uno scende, va al bar, al ristorante, al lavoro. […] Che senso ha creare bolle se le persone quando escono hanno la possibilità d’infettarsi?». Se non altro, evaporerebbe il delirio delle quarantene a scuola, con apartheid dei non vaccinati. Per capire la disciplina che si vorrebbe introdurre sulle protezioni facciali, invece, più che l’epidemiologo serve il paragnosta: tra i banchi, non dovrebbero essere più obbligatorie le Ffp2 e sarebbero sufficienti le chirurgiche. In base a quale criterio medico? Mistero della fede. Intanto, tornerebbero al 100% di capienza gli impianti sportivi. Dal primo maggio, decadrebbe la carta verde al chiuso: bar, ristoranti, cinema, teatri, eventi sportivi. Finalmente, sparirebbe l’obbligo di Ffp2 negli stadi e ai concerti: perché solo tra un mese e mezzo? In Gran Bretagna e in Francia sono tutti pazzi? La curva delle infezioni sta risalendo ovunque, con la stessa dinamica, indipendentemente dallo status delle regole anti Covid. È che da noi, oltre a Omicron, c’è la variante Speranza. Per festeggiare adeguatamente i lavoratori, da maggio dovrebbero smettere di arrivare le multe agli over 50 non vaccinati, ai quali non sarebbe più comminata la sospensione dall’impiego e dallo stipendio. Di nuovo, non si vede per quale motivo aspettare: le prime dosi sono ai minimi storici, chi doveva porgere il braccio l’ha porto, gli irriducibili non possono essere recuperati. È la linea della prudenza, o il gusto di protrarre la gogna il più possibile?Giugno sarebbe il mese della svolta finale. Una rincorsa sfiancate. Dal primo, basta Ffp2 sui trasporti e nelle palestre. Alle discoteche, si rifilerà l’ennesimo tiro mancino: quelle al chiuso dovrebbero tornare a capienza massima; peccato che, con i primi caldi, la gente andrà a ballare all’aria aperta. Il 15 scadrebbe, infine, l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni e le categorie professionali costrette alla puntura per lavorare. Ma rimane il giallo sulla madre di tutte le vessazioni pandemiche: non è sicuro, infatti, che sia abrogato altresì il requisito del green pass base sul posto di lavoro, benché l’obbligo surrettizio abbia esaurito la sua spinta propulsiva e la teoria del certificato come garanzia di non contagiarsi sia diventata, persino tra i talebani della puntura, una barzelletta. Le nostre preoccupazioni saranno auspicabilmente smentite, ma attenzione: tra la ripresa della comunicazione allarmistica e le virostar in pena, perché la guerra ha fatto crollare le visite sui loro siti Web (Cesare Cislaghi l’ha detto davvero), il pressing per non superare la sanitarizzazione dell’esistenza è ancora forte. E un’ondatina per giustificare la repressione, be’, la si trova sempre…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-libera-dalla-schiavitu-del-green-pass-2656959633.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tafida-sta-bene-raccolta-di-fondi-per-aiutare-i-bimbi-malati-come-lei" data-post-id="2656959633" data-published-at="1647343757" data-use-pagination="False"> Tafida sta bene: raccolta di fondi per aiutare i bimbi malati come lei Due anni e mezzo fa Tafida Raqeeb era stata «condannata» a morte dai medici inglesi, perché la lesione cerebrale che aveva, causata da un aneurisma, sembrava impossibile da superare. Oggi invece non solo è viva, ma sta meglio, grazie alle cure dell’ospedale Gaslini di Genova, dove è arrivata quando i suoi genitori Shelina Begum e Mohammed Raqeeb hanno vinto una causa all’Alta corte di giustizia, che ha permesso loro di trasferirla in Italia. La storia a lieto fine di Tafida ha fatto il giro del mondo e commosso e ora che il peggio sembra passato e la piccola, che ormai ha 7 anni, continua a dare cenni di miglioramento, i suoi genitori hanno deciso di impegnarsi anche per le altre famiglie in condizioni simili. E hanno creato una fondazione, che prende il nome della loro bambina. La Tafida Raqeeb Foundation ha un obiettivo principale: raccogliere fondi per costruire un centro che si prenda cura dei bambini con lesioni cerebrali ai quali Nhs, il servizio nazionale pubblico, non vuole dare assistenza. Come è accaduto per Charlie Gard o per Alfie Evans, afflitti da problemi analoghi a quelli di Tafida e «staccati» dai respiratori dopo che le battaglie legali avviate dalle loro famiglie si sono concluse in modo sfavorevole. «Nella nostra vita tutto può cambiare nel giro di pochi istanti», spiega Shelina Begum, la madre di Tafida, che ha 41 anni ed è avvocato. «A tuo figlio può venire una malattia cerebrale come è accaduto a Tafida, che era una bambina di 4 anni serena e faceva sorridere tutti, poi d’improvviso è finita in coma. Capisco bene quanto questa situazione sia drammatica, perché ci sono passata, e voglio gettare una luce di speranza per coloro che si trovano nel buio della paura. Ci sono pochi centri di riabilitazione adeguati in Inghilterra ma noi vogliamo fare in modo che ogni bambino abbia la possibilità di esprimere le sue potenzialità, vogliamo aumentare la percentuale di recupero e offrire terapie adeguate in un centro che sia costruito su misura per le famiglie». Appunto il centro di riabilitazione neurologica infantile che la Fondazione Tafida Raqeeb vuole costruire, con 20 posti letto. Realizzarlo dovrebbe costare 25 milioni di sterline, ma 2 sono già stati raccolti senza che il progetto fosse nemmeno stato pubblicizzato ufficialmente. Secondo Shelina Begum i pochi centri neurologici del Regno Unito hanno spazi ridotti per i bambini e la carenza di fondi e contributi in questo settore rende davvero difficile assicurare a tutti la riabilitazione che meriterebbero. Solo che in base ai dati forniti dalla Fondazione, nel Regno Unito ci sono circa 6.000 bambini all’anno cui viene diagnosticata una lesione cerebrale grave e che non possono ricevere un’assistenza adeguata per via della mancanza di strutture dedicate. Per le loro famiglie, questa diagnosi significa dolore e disperazione, ma il centro di cura che la Fondazione di Tafida vorrebbe creare potrebbe fare la differenza. Il progetto peraltro ha l’appoggio della baronessa Finlay, che siede a Westminster e che è medico e professoressa di cure palliative oltre che ex presidente della Royal Society di medicina. «Nessuno può prevedere il futuro, la prognosi è un’arte basata nei casi migliori su un gioco di probabilità», ha detto. «Quando un bambino ha una lesione cerebrale, può esserci margine per il recupero se gli viene offerta una riabilitazione adeguata, mentre non esistono speranze se lo si abbandona a sé stesso. Dobbiamo dare a ogni bimbo il massimo delle possibilità, visto che potrebbe riprendersi e vivere meglio». Regalando anche alla sua famiglia un’esistenza più serena.
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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