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2022-03-15
Fine delle restrizioni pure in Francia. Soltanto in Italia il calvario continua
(Ansa)
Da ieri, anche la Francia ha dato un taglio alle restrizioni anti Covid. È sparito l’obbligo di green pass; e pensare che, la scorsa estate, i cugini transalpini furono i primi a introdurlo come strumento di discriminazione, mentre gli emuli italiani gridavano: «Facciamo come Macron!». Non servirà più nemmeno indossare la mascherina al chiuso, se non sui mezzi pubblici e negli ospedali. Quelle all’aperto non sono necessarie già da inizio febbraio. Rimangono solo appelli alla prudenza, rivolti ad anziani e fragili. In fondo, a Parigi non fanno altro che trarre le logiche conseguenze da certe scelte politiche: se punti tutto sui vaccini, dopo non puoi agire come se i vaccini non avessero cambiato niente.
Eppure, in Italia, la musica è diversa. La «road map delle riaperture», che stando al Mario Draghi del 18 febbraio, doveva arrivare «il prima possibile», era già slittata per lo scoppio della guerra in Ucraina. Pare che questa sia la settimana buona: domani, il cdm dovrebbe produrre il decreto con le tappe per il ritorno alla normalità. Una meritata conquista? Piuttosto, un’inutile via crucis, l’estremo tributo pagato al «rigore» e alla «prudenza» del duo Roberto Speranza-Walter Ricciardi. Sono i fatti ad aver privato la tesi della gradualità di qualsiasi evidenza scientifica: i contagi, cme in tutta Europa, sono risaliti, nonostante il più opprimente coacervo di limitazioni del mondo sviluppato. Non così i ricoveri, i quali, peraltro, dovevano essere il solo motivo delle limitazioni: lockdown o muerte; o v’imprigioniamo o collassano gli ospedali.
L’ultimo miglio comincerebbe il 31 marzo, con la fine dello stato d’emergenza. Sarebbero archiviati sia la struttura commissariale di Francesco Paolo Figliuolo, sia il Cts, che da mesi si cantava da solo il de profundis. I poteri del generale verrebbero divisi tra dicastero della Salute e Protezione civile, mentre un posto a tavola per Franco Locatelli e Silvio Brusaferro lo si troverebbe in ogni caso, come consulenti del governo. Dal primo aprile, prenderebbe il via il percorso di superamento del certificato verde. S’inizierebbe da locali all’aperto, piscine e palestre, dove forse non servirà più nemmeno il tampone. Niente più passepartout pure in hotel, musei, negozi e uffici pubblici. L’entità della presa in giro si percepirà salendo sul bus: lì, a saltare, sarebbe solo il lasciapassare rafforzato. E rimarrebbero obbligatoro i Dpi. Qualcuno, nei palazzi romani, legga cos’ha detto ieri Andrea Crisanti al Giornale: «La mascherina sull’autobus serve limitatamente all’autobus. Ma poi uno scende, va al bar, al ristorante, al lavoro. […] Che senso ha creare bolle se le persone quando escono hanno la possibilità d’infettarsi?».
Se non altro, evaporerebbe il delirio delle quarantene a scuola, con apartheid dei non vaccinati. Per capire la disciplina che si vorrebbe introdurre sulle protezioni facciali, invece, più che l’epidemiologo serve il paragnosta: tra i banchi, non dovrebbero essere più obbligatorie le Ffp2 e sarebbero sufficienti le chirurgiche. In base a quale criterio medico? Mistero della fede. Intanto, tornerebbero al 100% di capienza gli impianti sportivi.
Dal primo maggio, decadrebbe la carta verde al chiuso: bar, ristoranti, cinema, teatri, eventi sportivi. Finalmente, sparirebbe l’obbligo di Ffp2 negli stadi e ai concerti: perché solo tra un mese e mezzo? In Gran Bretagna e in Francia sono tutti pazzi? La curva delle infezioni sta risalendo ovunque, con la stessa dinamica, indipendentemente dallo status delle regole anti Covid. È che da noi, oltre a Omicron, c’è la variante Speranza.
Per festeggiare adeguatamente i lavoratori, da maggio dovrebbero smettere di arrivare le multe agli over 50 non vaccinati, ai quali non sarebbe più comminata la sospensione dall’impiego e dallo stipendio. Di nuovo, non si vede per quale motivo aspettare: le prime dosi sono ai minimi storici, chi doveva porgere il braccio l’ha porto, gli irriducibili non possono essere recuperati. È la linea della prudenza, o il gusto di protrarre la gogna il più possibile?
Giugno sarebbe il mese della svolta finale. Una rincorsa sfiancate. Dal primo, basta Ffp2 sui trasporti e nelle palestre. Alle discoteche, si rifilerà l’ennesimo tiro mancino: quelle al chiuso dovrebbero tornare a capienza massima; peccato che, con i primi caldi, la gente andrà a ballare all’aria aperta. Il 15 scadrebbe, infine, l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni e le categorie professionali costrette alla puntura per lavorare. Ma rimane il giallo sulla madre di tutte le vessazioni pandemiche: non è sicuro, infatti, che sia abrogato altresì il requisito del green pass base sul posto di lavoro, benché l’obbligo surrettizio abbia esaurito la sua spinta propulsiva e la teoria del certificato come garanzia di non contagiarsi sia diventata, persino tra i talebani della puntura, una barzelletta. Le nostre preoccupazioni saranno auspicabilmente smentite, ma attenzione: tra la ripresa della comunicazione allarmistica e le virostar in pena, perché la guerra ha fatto crollare le visite sui loro siti Web (Cesare Cislaghi l’ha detto davvero), il pressing per non superare la sanitarizzazione dell’esistenza è ancora forte. E un’ondatina per giustificare la repressione, be’, la si trova sempre…
Tafida sta bene: raccolta di fondi per aiutare i bimbi malati come lei
Due anni e mezzo fa Tafida Raqeeb era stata «condannata» a morte dai medici inglesi, perché la lesione cerebrale che aveva, causata da un aneurisma, sembrava impossibile da superare. Oggi invece non solo è viva, ma sta meglio, grazie alle cure dell’ospedale Gaslini di Genova, dove è arrivata quando i suoi genitori Shelina Begum e Mohammed Raqeeb hanno vinto una causa all’Alta corte di giustizia, che ha permesso loro di trasferirla in Italia. La storia a lieto fine di Tafida ha fatto il giro del mondo e commosso e ora che il peggio sembra passato e la piccola, che ormai ha 7 anni, continua a dare cenni di miglioramento, i suoi genitori hanno deciso di impegnarsi anche per le altre famiglie in condizioni simili. E hanno creato una fondazione, che prende il nome della loro bambina. La Tafida Raqeeb Foundation ha un obiettivo principale: raccogliere fondi per costruire un centro che si prenda cura dei bambini con lesioni cerebrali ai quali Nhs, il servizio nazionale pubblico, non vuole dare assistenza. Come è accaduto per Charlie Gard o per Alfie Evans, afflitti da problemi analoghi a quelli di Tafida e «staccati» dai respiratori dopo che le battaglie legali avviate dalle loro famiglie si sono concluse in modo sfavorevole.
«Nella nostra vita tutto può cambiare nel giro di pochi istanti», spiega Shelina Begum, la madre di Tafida, che ha 41 anni ed è avvocato. «A tuo figlio può venire una malattia cerebrale come è accaduto a Tafida, che era una bambina di 4 anni serena e faceva sorridere tutti, poi d’improvviso è finita in coma. Capisco bene quanto questa situazione sia drammatica, perché ci sono passata, e voglio gettare una luce di speranza per coloro che si trovano nel buio della paura. Ci sono pochi centri di riabilitazione adeguati in Inghilterra ma noi vogliamo fare in modo che ogni bambino abbia la possibilità di esprimere le sue potenzialità, vogliamo aumentare la percentuale di recupero e offrire terapie adeguate in un centro che sia costruito su misura per le famiglie». Appunto il centro di riabilitazione neurologica infantile che la Fondazione Tafida Raqeeb vuole costruire, con 20 posti letto. Realizzarlo dovrebbe costare 25 milioni di sterline, ma 2 sono già stati raccolti senza che il progetto fosse nemmeno stato pubblicizzato ufficialmente.
Secondo Shelina Begum i pochi centri neurologici del Regno Unito hanno spazi ridotti per i bambini e la carenza di fondi e contributi in questo settore rende davvero difficile assicurare a tutti la riabilitazione che meriterebbero. Solo che in base ai dati forniti dalla Fondazione, nel Regno Unito ci sono circa 6.000 bambini all’anno cui viene diagnosticata una lesione cerebrale grave e che non possono ricevere un’assistenza adeguata per via della mancanza di strutture dedicate. Per le loro famiglie, questa diagnosi significa dolore e disperazione, ma il centro di cura che la Fondazione di Tafida vorrebbe creare potrebbe fare la differenza. Il progetto peraltro ha l’appoggio della baronessa Finlay, che siede a Westminster e che è medico e professoressa di cure palliative oltre che ex presidente della Royal Society di medicina. «Nessuno può prevedere il futuro, la prognosi è un’arte basata nei casi migliori su un gioco di probabilità», ha detto. «Quando un bambino ha una lesione cerebrale, può esserci margine per il recupero se gli viene offerta una riabilitazione adeguata, mentre non esistono speranze se lo si abbandona a sé stesso. Dobbiamo dare a ogni bimbo il massimo delle possibilità, visto che potrebbe riprendersi e vivere meglio». Regalando anche alla sua famiglia un’esistenza più serena.
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Cancellate anche le mascherine al chiuso, resta l’appello al buon senso. In Italia invece si va al rallentatore: le restrizioni saranno attenuate solo a giugno. Il partito dei rigoristi non cede e si appiglia alla risalita dei contagi (che non tocca i ricoveri).La madre di Tafida lancia una fondazione, non si deve morire come Charlie Gard o Alfie Evans.Lo speciale contiene due articoli.Da ieri, anche la Francia ha dato un taglio alle restrizioni anti Covid. È sparito l’obbligo di green pass; e pensare che, la scorsa estate, i cugini transalpini furono i primi a introdurlo come strumento di discriminazione, mentre gli emuli italiani gridavano: «Facciamo come Macron!». Non servirà più nemmeno indossare la mascherina al chiuso, se non sui mezzi pubblici e negli ospedali. Quelle all’aperto non sono necessarie già da inizio febbraio. Rimangono solo appelli alla prudenza, rivolti ad anziani e fragili. In fondo, a Parigi non fanno altro che trarre le logiche conseguenze da certe scelte politiche: se punti tutto sui vaccini, dopo non puoi agire come se i vaccini non avessero cambiato niente. Eppure, in Italia, la musica è diversa. La «road map delle riaperture», che stando al Mario Draghi del 18 febbraio, doveva arrivare «il prima possibile», era già slittata per lo scoppio della guerra in Ucraina. Pare che questa sia la settimana buona: domani, il cdm dovrebbe produrre il decreto con le tappe per il ritorno alla normalità. Una meritata conquista? Piuttosto, un’inutile via crucis, l’estremo tributo pagato al «rigore» e alla «prudenza» del duo Roberto Speranza-Walter Ricciardi. Sono i fatti ad aver privato la tesi della gradualità di qualsiasi evidenza scientifica: i contagi, cme in tutta Europa, sono risaliti, nonostante il più opprimente coacervo di limitazioni del mondo sviluppato. Non così i ricoveri, i quali, peraltro, dovevano essere il solo motivo delle limitazioni: lockdown o muerte; o v’imprigioniamo o collassano gli ospedali. L’ultimo miglio comincerebbe il 31 marzo, con la fine dello stato d’emergenza. Sarebbero archiviati sia la struttura commissariale di Francesco Paolo Figliuolo, sia il Cts, che da mesi si cantava da solo il de profundis. I poteri del generale verrebbero divisi tra dicastero della Salute e Protezione civile, mentre un posto a tavola per Franco Locatelli e Silvio Brusaferro lo si troverebbe in ogni caso, come consulenti del governo. Dal primo aprile, prenderebbe il via il percorso di superamento del certificato verde. S’inizierebbe da locali all’aperto, piscine e palestre, dove forse non servirà più nemmeno il tampone. Niente più passepartout pure in hotel, musei, negozi e uffici pubblici. L’entità della presa in giro si percepirà salendo sul bus: lì, a saltare, sarebbe solo il lasciapassare rafforzato. E rimarrebbero obbligatoro i Dpi. Qualcuno, nei palazzi romani, legga cos’ha detto ieri Andrea Crisanti al Giornale: «La mascherina sull’autobus serve limitatamente all’autobus. Ma poi uno scende, va al bar, al ristorante, al lavoro. […] Che senso ha creare bolle se le persone quando escono hanno la possibilità d’infettarsi?». Se non altro, evaporerebbe il delirio delle quarantene a scuola, con apartheid dei non vaccinati. Per capire la disciplina che si vorrebbe introdurre sulle protezioni facciali, invece, più che l’epidemiologo serve il paragnosta: tra i banchi, non dovrebbero essere più obbligatorie le Ffp2 e sarebbero sufficienti le chirurgiche. In base a quale criterio medico? Mistero della fede. Intanto, tornerebbero al 100% di capienza gli impianti sportivi. Dal primo maggio, decadrebbe la carta verde al chiuso: bar, ristoranti, cinema, teatri, eventi sportivi. Finalmente, sparirebbe l’obbligo di Ffp2 negli stadi e ai concerti: perché solo tra un mese e mezzo? In Gran Bretagna e in Francia sono tutti pazzi? La curva delle infezioni sta risalendo ovunque, con la stessa dinamica, indipendentemente dallo status delle regole anti Covid. È che da noi, oltre a Omicron, c’è la variante Speranza. Per festeggiare adeguatamente i lavoratori, da maggio dovrebbero smettere di arrivare le multe agli over 50 non vaccinati, ai quali non sarebbe più comminata la sospensione dall’impiego e dallo stipendio. Di nuovo, non si vede per quale motivo aspettare: le prime dosi sono ai minimi storici, chi doveva porgere il braccio l’ha porto, gli irriducibili non possono essere recuperati. È la linea della prudenza, o il gusto di protrarre la gogna il più possibile?Giugno sarebbe il mese della svolta finale. Una rincorsa sfiancate. Dal primo, basta Ffp2 sui trasporti e nelle palestre. Alle discoteche, si rifilerà l’ennesimo tiro mancino: quelle al chiuso dovrebbero tornare a capienza massima; peccato che, con i primi caldi, la gente andrà a ballare all’aria aperta. Il 15 scadrebbe, infine, l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni e le categorie professionali costrette alla puntura per lavorare. Ma rimane il giallo sulla madre di tutte le vessazioni pandemiche: non è sicuro, infatti, che sia abrogato altresì il requisito del green pass base sul posto di lavoro, benché l’obbligo surrettizio abbia esaurito la sua spinta propulsiva e la teoria del certificato come garanzia di non contagiarsi sia diventata, persino tra i talebani della puntura, una barzelletta. Le nostre preoccupazioni saranno auspicabilmente smentite, ma attenzione: tra la ripresa della comunicazione allarmistica e le virostar in pena, perché la guerra ha fatto crollare le visite sui loro siti Web (Cesare Cislaghi l’ha detto davvero), il pressing per non superare la sanitarizzazione dell’esistenza è ancora forte. E un’ondatina per giustificare la repressione, be’, la si trova sempre…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-libera-dalla-schiavitu-del-green-pass-2656959633.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tafida-sta-bene-raccolta-di-fondi-per-aiutare-i-bimbi-malati-come-lei" data-post-id="2656959633" data-published-at="1647343757" data-use-pagination="False"> Tafida sta bene: raccolta di fondi per aiutare i bimbi malati come lei Due anni e mezzo fa Tafida Raqeeb era stata «condannata» a morte dai medici inglesi, perché la lesione cerebrale che aveva, causata da un aneurisma, sembrava impossibile da superare. Oggi invece non solo è viva, ma sta meglio, grazie alle cure dell’ospedale Gaslini di Genova, dove è arrivata quando i suoi genitori Shelina Begum e Mohammed Raqeeb hanno vinto una causa all’Alta corte di giustizia, che ha permesso loro di trasferirla in Italia. La storia a lieto fine di Tafida ha fatto il giro del mondo e commosso e ora che il peggio sembra passato e la piccola, che ormai ha 7 anni, continua a dare cenni di miglioramento, i suoi genitori hanno deciso di impegnarsi anche per le altre famiglie in condizioni simili. E hanno creato una fondazione, che prende il nome della loro bambina. La Tafida Raqeeb Foundation ha un obiettivo principale: raccogliere fondi per costruire un centro che si prenda cura dei bambini con lesioni cerebrali ai quali Nhs, il servizio nazionale pubblico, non vuole dare assistenza. Come è accaduto per Charlie Gard o per Alfie Evans, afflitti da problemi analoghi a quelli di Tafida e «staccati» dai respiratori dopo che le battaglie legali avviate dalle loro famiglie si sono concluse in modo sfavorevole. «Nella nostra vita tutto può cambiare nel giro di pochi istanti», spiega Shelina Begum, la madre di Tafida, che ha 41 anni ed è avvocato. «A tuo figlio può venire una malattia cerebrale come è accaduto a Tafida, che era una bambina di 4 anni serena e faceva sorridere tutti, poi d’improvviso è finita in coma. Capisco bene quanto questa situazione sia drammatica, perché ci sono passata, e voglio gettare una luce di speranza per coloro che si trovano nel buio della paura. Ci sono pochi centri di riabilitazione adeguati in Inghilterra ma noi vogliamo fare in modo che ogni bambino abbia la possibilità di esprimere le sue potenzialità, vogliamo aumentare la percentuale di recupero e offrire terapie adeguate in un centro che sia costruito su misura per le famiglie». Appunto il centro di riabilitazione neurologica infantile che la Fondazione Tafida Raqeeb vuole costruire, con 20 posti letto. Realizzarlo dovrebbe costare 25 milioni di sterline, ma 2 sono già stati raccolti senza che il progetto fosse nemmeno stato pubblicizzato ufficialmente. Secondo Shelina Begum i pochi centri neurologici del Regno Unito hanno spazi ridotti per i bambini e la carenza di fondi e contributi in questo settore rende davvero difficile assicurare a tutti la riabilitazione che meriterebbero. Solo che in base ai dati forniti dalla Fondazione, nel Regno Unito ci sono circa 6.000 bambini all’anno cui viene diagnosticata una lesione cerebrale grave e che non possono ricevere un’assistenza adeguata per via della mancanza di strutture dedicate. Per le loro famiglie, questa diagnosi significa dolore e disperazione, ma il centro di cura che la Fondazione di Tafida vorrebbe creare potrebbe fare la differenza. Il progetto peraltro ha l’appoggio della baronessa Finlay, che siede a Westminster e che è medico e professoressa di cure palliative oltre che ex presidente della Royal Society di medicina. «Nessuno può prevedere il futuro, la prognosi è un’arte basata nei casi migliori su un gioco di probabilità», ha detto. «Quando un bambino ha una lesione cerebrale, può esserci margine per il recupero se gli viene offerta una riabilitazione adeguata, mentre non esistono speranze se lo si abbandona a sé stesso. Dobbiamo dare a ogni bimbo il massimo delle possibilità, visto che potrebbe riprendersi e vivere meglio». Regalando anche alla sua famiglia un’esistenza più serena.
Ansa
Il calcolo delle probabilità che un evento accada è sempre una questione di numeri, e i numeri, anche nella drammatica storia di Domenico, purtroppo non mentono mai. La cornice della catena di errori su cui indaga la Procura di Napoli non sbalordisce chi lavora tra le mura dell’ospedale Monaldi, e racconta di gravi mancanze tra i corridoi del nosocomio che proseguivano da anni. Quella che, infatti, è sempre stata una struttura di eccellenza, tanto da dare il via ai trapianti di cuore nel 1988 sotto la mano sicura del cardiochirurgo Maurizio Cotrufo, oggi è una realtà dove da tempo si sussurrava che, prima o poi, qualcosa di grave sarebbe successo.
Tutto ha inizio nel 2017 quando un brusco aumento della mortalità nel reparto di chirurgia pediatrica e non insospettisce il ministero della Salute, che decide di mandare un’ispezione e chiudere il programma di trapianto pediatrico sotto la guida di Guido Oppido, perché ritenuto «insoddisfacente». Si tratta dello stesso chirurgo a cui il 23 dicembre dello scorso anno è stato affidato il destino del piccolo Domenico. Nei 12 mesi precedenti l’ispezione ministeriale, ovvero nel 2016, infatti, di due bambini trapiantati nessuno era sopravvissuto, e per quanto riguarda il reparto adulti la situazione non era molto migliore: su 18 persone trapiantate, nove non avevano superato l’intervento. Nel 2018 il reparto viene riorganizzato e l’equipe medica rinforzata, affiancando a Oppido un altro cardiochirurgo, Andrea Petraio, che nei successivi sei anni, secondo il report ospedaliero, esegue 33 trapianti. Guido Oppido, nello stesso periodo, invece, porta a termine un solo trapianto. Poi, il cambio di rotta.
«Nel 2024 siamo rimasti tutti sotto shock», ci racconta l’avvocato Carlo Spirito di Federconsumatori. «In quell’anno, a luglio, arriva la delibera regionale che autorizza i trapianti, quindi la decisione aziendale di affidare l’intero percorso trapianti pediatrico alla Unità operativa del dottor Oppido, un chirurgo che, secondo le carte a nostra disposizione, aveva eseguito soltanto un trapianto dal precedente rinnovo del 2019». La scelta effettuata dalla direttrice generale Anna Iervolino lascia tutti sorpresi. «Le carenze sollevate della precedenti indagini ministeriali non erano state colmate», continua Spirito. E oggi l’elemento più grave di tutti sembra essere la totale assenza di un reparto pediatrico trapianti adeguato, come richiesto dal ministero della Salute.
I bambini nel post-operatorio hanno bisogno di spazi specializzati, ambienti sterili, terapie intensive dedicate che minimizzino il rischio di essere esposti a virus o batteri, perché immunodepressi. «Da anni non sussistono in pratica le condizioni per poter operare in sicurezza, manca il reparto in toto. Le linee guida prevedono, invece, aree di degenza di terapia semi-intensiva protette (biocontenimento). Come è stato possibile rinnovare l'autorizzazione senza un reparto trapianti e senza un reparto di cardiochirurgia vero e proprio e, dunque, con un livello qualitativo minimo certificato? In questo contesto si sono moltiplicate le positività batteriche da Escherichia coli (batterio orofecale, ndr) sul torace e non solo. E questo vale sia per i bambini, sia per gli adulti», conclude Spirito. Ma soprattutto l’Unità operativa per i trapianti pediatrici di cuore non avrebbe rispettato i protocolli ministeriali, ieri come oggi. Prima di tutto perché per operare in sicurezza e poter effettuare trapianti è necessaria una soglia di almeno dieci operazioni in tre anni, secondo l’intesa Stato-Regioni, ovvero il raccordo tra Stato e Regione Campania. Inoltre, nel caso di Domenico, il trasporto del cuore in aereo da Bolzano a Napoli, da linee guida ministeriali, era responsabilità dell’equipe dell’ospedale «ricevente l’organo». Come ci spiega un ex medico della struttura che vuole rimanere anonimo, ma in attività fino a pochi mesi fa, la scelta di non avvalersi del box termico di ultima generazione da parte dell’equipe medica napoletana sarebbe dipesa dall’incapacità di utilizzarla. Nessuno dei medici in turno, infatti, avrebbe frequentato i corsi di formazione per l’utilizzo della sacca di ultima generazione e i training necessari in grado di assicurare il mantenimento dell’organo a temperatura corretta e costante. Una scelta, quella della sacca, che sarebbe poi risultata fatale per la riuscita dell’operazione del piccolo e di cui, secondo le linee ministeriali, il Monaldi era appunto responsabile.
In queste ore alcune mamme che in passato hanno vissuto l’esperienza di un ricovero dei propri figli nell’ospedale si stanno interrogando sull’efficienza delle cure ricevute e aumentano le richieste di trasferimenti dei bambini attualmente ricoverati presso altre strutture. Alcune di loro raccontano di aver dovuto pulire le stanze, assistere i bambini nel postoperatorio per mancanza di personale adeguato. Le stesse mamme che ore si stringono intorno a Patrizia, che ha perso Domenico e ha saputo di quanto successo in sala operatoria, delle condizioni del cuore prima dell’espianto, soltanto molte settimane dopo l’intervento, e attraverso la stampa.
Proprio ieri mattina una circolare interna confidenziale che siamo in grado di mostrarvi ricorda la necessità del rispetto dei percorsi ministeriali e indica l’esigenza in questo momento di affidare gli interventi urgenti di cardiochirurgia pediatrica presso l’ospedale Bambino Gesù di Roma. «Un fallimento per un’istituzione storica», ripete chi, in questi anni, ha vegliato, curato e accudito tanti bambini con problemi di cuore.
I genitori di Domenico chiedono l’accusa di omicidio volontario: «Fatti insabbiati»
Salgono a sette gli indagati per la morte del piccolo Domenico, il bimbo di due anni e mezzo deceduto dopo il trapianto di un «cuore bruciato» eseguito nell’ospedale Monaldi di Napoli. Il sostituto procuratore Giuseppe Tittaferrante, che segue le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci della Procura di Napoli) nella giornata di ieri ha disposto l’esame autoptico sul bimbo con incidente probatorio notificando il provvedimento agli indagati, ovvero ai dottori Mariangela Addonizio, Emma Borgonzoni, Francesca Blasi, Marisa De Feo, Gabriella Farina, Guido Oppido e Vincenzo Pagano. La difesa dei familiari del piccolo Domenico ha chiesto alla Procura di Napoli la riqualificazione del reato, contestato ai sette indagati «da omicidio colposo in omicidio volontario». Con la richiesta di incidente probatorio e l’autopsia, gli inquirenti puntano ad avere diverse risposte dai consulenti che saranno nominati e dovranno spiegare che cosa è successo dalla data del trapianto alla morte. I quesiti posti dal pm sono focalizzati sulla sussistenza di profili colposi e il riscontro di «negligenze, imprudenze e imperizia» da parte dei sanitari che hanno prestato assistenza al bambino. I consulenti dovranno chiarire se le operazioni di prelievo chirurgico, di trasporto e conservazione del cuore, donato e prelevato dall’equipe di espianto a Bolzano il 23 dicembre scorso, siano avvenute secondo le linee guida vigenti in materia di trapianti. Dovranno essere dunque verificate le condizioni dell’organo impiantato al bambino di due anni e la presenza di alterazioni anatomiche e funzionali collegate a errori dei sanitari dell’equipe del prelievo e del trapianto. Inoltre, i periti dovranno anche esprimersi sulla correttezza e l’adeguatezza delle scelte chirurgiche e terapeutiche dell’equipe dell’ospedale Mondali di Napoli, che ha eseguito il trapianto. I magistrati chiedono di chiarire se l’intervento chirurgico sia stato correttamente eseguito nei modi e nei tempi adeguati, con particolare riferimento al momento in cui è stato asportato il cuore malato del paziente. Sotto la lente degli inquirenti pure i tempi di arrivo e presentazione in sala operatoria dell’equipe di espianto. Gli accertamenti tecnici dovranno verificare, inoltre, se fossero state possibili soluzioni alternative e in quali tempi potevano essere prese in considerazione. L’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia del bimbo, ha presentato un’integrazione di querela, collegata alla richiesta di riqualificazione del reato. Il legale della famiglia ha spiegato che «vi è una richiesta di applicazione di misure cautelari per il dottor Oppido», il cardiochirurgo che ha realizzato il trapianto e che risulta indagato. E ha aggiunto che «qualora venisse provato che chi non ha posto in essere una valutazione alternativa, costituendo sin da subito un’équipe interdisciplinare, l’abbia fatto per cercare di non fare emergere e quindi occultare i fatti, ha accettato il rischio che il bambino, nel momento in cui fosse arrivato un cuore, non potesse essere più trapiantabile e di conseguenza andare incontro all’evento morte. In questo caso con il dolo eventuale si configura, secondo parere di questa difesa, l’omicidio volontario. Stanno emergendo atti, documenti, audit e tutte le contraddizioni, non si può parlare più di poca comunicazione. Parliamo di tentativo di occultamento da parte dei soggetti indagati, perché quello è stato, un insabbiamento». Mamma Patrizia, ieri, si è recata da un notaio per costituire una Fondazione dedicata al piccolo Domenico perché «non dovrà succedere più a nessun altro bambino e a nessuna famiglia di dover soffrire come abbiamo sofferto noi». «All’ospedale - ha detto la mamma del piccolo - non voglio dire niente. Penso che tutto quello che c’è fuori all’ospedale parli da sé. La giustizia sta andando avanti e scopriremo tutto. Ora io non ho niente da dire su questo. Confido nella giustizia». Patrizia Mercolino ha poi voluto ringraziare tutta Italia per il calore ricevuto. Intanto, l’avvocato Petruzzi andrà fino in fondo perché ci sono tanti aspetti da chiarire: «Vogliamo chiarire perché nella cartella clinica non vi è menzionato da nessuna parte l’ok del cuore arrivato, quindi nelle fasi dell’operazione non c’è scritto da nessuna parte che qualcuno abbia dato l’ok sulla verifica della validità e dell’integrità dell’organo».
Il legale, inoltre, insiste sul fatto che Domenico sia stato probabilmente privato del suo cuore con eccessivo anticipo, rendendo così inevitabile l’uso del nuovo organo malgrado il suo danneggiamento. Il «punto di non ritorno», quello in cui il cuore del paziente viene scollegato dall’organismo, si è registrato alle 14.18 «e per quanto riferito da varie fonti, Patrizia in primis, il cuore nuovo sarebbe arrivato solo alle 14.30». Ieri, l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale Monaldi, ha «smentito con fermezza» la mancanza del diario di perfusione dalla cartella clinica del bimbo di cui ha parlato il legale. Il diario di perfusione, cioè il tracciato di circolazione extracorporea, ha precisato l’Azienda ospedaliera, «è un allegato della cartella clinica acquisito dall’autorità giudiziaria il 20 gennaio 2026 e consegnato alla famiglia il 19 febbraio 2026. I Nas hanno, il 23 febbraio, acquisito nuovamente il tracciato di circolazione extracorporea dando atto che era già inserito nella cartella clinica consegnata».
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Vitkor Orbán e Robert Fico (Ansa)
Si apre oggi il quinto anno di guerra in Ucraina, ma le commemorazioni sono segnate dalle tensioni nel Vecchio Continente sul sostegno a Kiev. In occasione dell’anniversario, infatti, arriveranno oggi in Ucraina il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, per manifestare «ampio sostegno» al «partner coraggioso e vicino». I due, oltre a incontrare il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, parteciperanno alla cerimonia commemorativa e visiteranno un sito infrastrutturale che porta i segni dei bombardamenti russi. Inoltre, è atteso un intervento da remoto di Zelensky durante la plenaria straordinaria del Parlamento europeo. E se il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ricordato che dall’inizio della guerra si contano «15.000 morti civili» solo in Ucraina, la Banca mondiale ha fatto il punto sulla ripresa del Paese. Per ricostruirlo saranno necessari «588 miliardi di dollari in un orizzonte temporale di dieci anni, equivalenti a quasi tre volte il Pil dell’Ucraina del 2025». A tirare le somme dopo quattro anni di guerra è anche l’Unione europea: ha ricordato che dall’inizio del conflitto ha stanziato quasi 195 miliardi di euro di aiuti a Kiev. Eppure, le fratture a Bruxelles sono evidenti. Il piano della Commissione Ue di approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, proprio in occasione dell’anniversario, è stato un buco nell’acqua. A opporsi sono state l’Ungheria e la Slovacchia nel Consiglio esteri dell’Ue. Il veto dei due Paesi proseguirà fino a quando non saranno ripristinate le forniture del petrolio russo dall’oleodotto Druzhba: per Kiev è stato danneggiato da Mosca il 27 gennaio, ma l’Ungheria e la Slovacchia hanno accusato l’Ucraina di non voler riavviare l’attività dell’oleodotto di proposito. E Budapest ha anche minacciato di bloccare il prestito di 90 miliardi di euro a Kiev. Intervenendo in merito, il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, ha dichiarato che è «un diritto sovrano decidere da dove provengano le fonti energetiche». Ha poi paragonato «i fanatici della guerra di Bruxelles» a «un uomo magrolino» che «cerca di mostrare i suoi bicipiti». Sulla stessa linea, il primo ministro slovacco, Robert Fico, che ha annunciato la sospensione delle forniture di energia elettrica di emergenza all’Ucraina. Queste posizioni hanno attirato duri rimproveri: la Germania si è detta «sbalordita», la Polonia ha parlato di «atto di sabotaggio politico», la Lituania è «arrabbiata e frustrata». Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato che «sbaglia chi non vuole fare delle scelte che spingano Mosca a venire a più miti consigli».
Nel tentativo di correre ai ripari, Costa ha già mandato una lettera al primo ministro ungherese, Vitkor Orbán, in merito al prestito da 90 miliardi a Kiev: «Ti invito fortemente a conformarti alla decisione presa al Consiglio europeo di dicembre». E ha fatto presente che oggi con Zelensky discuterà la questione dell’oleodotto. C’è da dire che l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, dopo il flop, ha lanciato un avvertimento: Bruxelles può «sempre lavorare» all’«uso dei beni russi congelati».
Ma le visioni opposte in Europa interessano anche l’eventuale dialogo con Mosca. A bocciare l’iniziativa francese è stato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul: «È l’approccio sbagliato». A rincarare la dose è stata anche Kallas: «Prima di parlare con Mosca, dovremmo essere chiari su ciò di cui vogliamo discutere».
Tensioni europee a parte, i negoziati tra la Russia, l’Ucraina e gli Stati Uniti proseguono: si svolgeranno entro «la fine di questa settimana», ha detto il capo della squadra negoziale di Kiev, Kyrylo Budanov. Sul tavolo, stando a quanto riferito da Ukrainska Pravda, ci sarà anche il tema della gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. E pare anche che nelle precedenti trattative a Ginevra sia stata discussa, sempre secondo il giornale ucraino, la creazione della zona economica libera di 40 chilometri sotto un’eventuale supervisione del Board of Peace.
Nel frattempo, il presidente russo, Vladimir Putin, durante la consegna della medaglia Eroe della Russia, ha dichiarato che Mosca «sta combattendo per il suo futuro, per l’indipendenza, per la verità e la giustizia». E ha poi avvisato che «la priorità assoluta» rimane «lo sviluppo della triade nucleare». A provocare Kiev è stato invece il vicesegretario del Consiglio di sicurezza, Dmitrij Medvedev: «Il destino di Benito Mussolini e Adolf Hitler costituisce un esempio lampante per le attuali autorità» ucraine. E se la guerra dovesse finire, «nel peggiore dei casi», i leader di Kiev «saranno impiccati dal loro stesso popolo proprio sulla Maidan».
Dall’altra parte, Zelensky in un’intervista alla Bbc, ha accusato lo zar russo di aver già «scatenato una terza guerra mondiale». Il presidente gialloblù ha anche esortato la Nato a «considerare i missili Oreshnik un obiettivo legittimo». Zelensky è infatti convinto che sono stati «portati i veicoli necessari» in Bielorussia. Ma non solo: ha affermato che Minsk è in contatto con Mosca per «esercitazioni militari congiunte» sul territorio bielorusso. Intanto, per affrontare l’emergenza energetica, dall’Italia sono arrivati a Kiev dieci generatori.
Mosca resta la regina del grano
Dopo quattro anni di guerra sul fronte ucraino l’Europa si scopre sempre più debole sul terreno agricolo e l’Italia paga un prezzo altissimo. È la nuova battaglia del grano da cui esce sconfitta la politica agricola comunitaria ed esce a pezzi la cerealicoltura nostra ed emergono enormi ipocrisie.
Chi continua a raccontare che l’economia russa è a pezzi e che gli ucraini sono alla fame non ha fatto i conti con il report del centro studi Divulga, presieduto dal professor Piermichele La Sala, economista agrario - non a caso -dell’Università di Foggia, che ieri ha diffuso uno studio sull’andamento del mercato mondiale del grano. Divulga, che lavora in collaborazione con Coldiretti, lancia un allarme: con l’attuale congiuntura dei prezzi internazionali in Italia produrre grano non è conveniente. Ma non lo è nemmeno nell’Ue: da qui le fortissime pressioni che gli agricoltori polacchi, rumeni, francesi e bulgari hanno fatto affinché si reintroducesse un dazio sul prodotto ucraino. Facendo due conti - osserva Divulga - a gennaio la quotazione del grano duro era di 261,4 euro a tonnellata. Non va diversamente per il grano tenero nazionale: il prezzo medio all’origine ha raggiunto i 231,76 euro a tonnellata a gennaio 2026.
Diamo uno sguardo ai costi di produzione. Si certifica nello studio che per il grano duro «nel centro Italia e in Sicilia il costo medio risulta pari a 318 euro a tonnellata, nel Nord siamo a circa 302 euro a tonnellata; per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. In Italia, di fatto, si coltiva in rimessa. Questo giustifica le massicce importazioni dell’Ucraina. E questo rende palese che - scrive Divulga - la Russia in questi quattro anni di guerra ha consolidato il primato delle esportazioni mondiali di grano (16% su totale export mondiale), ma l’Ucraina, grazie soprattutto all’Unione Europea, non crolla. Dal giorno dell’invasione, le esportazioni mondiali di grano, soprattutto duro, della Russia sono aumentate in Paesi come Kazakhstan (+303%), Arabia Saudita (+1758%), Pakistan (+315%), Kenya (+115%), Brasile (+732%), Cina (+190%), Turchia (+22%).
L’Unione europea, in questi quattro anni, dopo un’impennata nel primo biennio del conflitto, ha visto praticamente azzerarsi gli arrivi diretti da Mosca, ma chi ne ha approfittato è la Turchia, che fa triangolazione e, nonostante sia Paese della Nato, importa da Mosca e rivende in Europa con un’impennata del 600% delle sue esportazioni verso l’Ue.
Peraltro l’export da Kiev verso l’Unione europea di grano, soprattutto tenero, ha visto un incremento del 386% rispetto al periodo pre bellico. L’Ucraina è passata da meno di un milione di tonnellate prima dello scoppio del conflitto a oltre 4,4 milioni di tonnellate nei quattro anni di guerra. Per quel che riguarda l’Italia questo significa che dipendiamo dall’Ucraina per circa un terzo del fabbisogno di tenero (sul milione mezzo di tonnellate) e dal Canada per quasi l’intero stock d’importazione del duro, che supera i 2,5 milioni di tonnellate. Con il Mercosur finiamo per reimportare da Argentina e Brasile il grano duro di Mosca vietato dalle sanzioni. Con Ursula von der Leyen concentrata sul riarmo abbiamo perso di vista che il grano è un’arma strategica. Lo sa benissimo la Cina, che con circa 151 milioni di tonnellate ha 45% delle scorte mondiali di grano, la Russia ha più che raddoppiato i propri stock. Incremento forte delle riserve anche da parte di Usa e India, l’Europa invece - osserva Divulga - «mostra una preoccupante contrazione del 37%, confermando il progressivo indebolimento del proprio peso (meno del 5% delle scorte mondiali) in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche».
In un eventuale conflitto avremo ottimi carri armati tedeschi, in futuro, ma potremmo essere sconfitti dalla fame, perché la guerra del grano è quella che fa più vittime.
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È in corso una trasformazione demografica che è sotto gli occhi di tutti — basta guardare le nostre classi elementari — ma la politica sembra accorgersene solo quando può trarne vantaggio alle urne. Chi amministra oggi la verità in Europa? Stiamo vivendo la fine di un'era.
Nel riquadro Carmelo Cinturrino (Ansa)
Sarà l’interrogatorio di garanzia previsto questa mattina a San Vittore, di fronte al gip Domenico Santoro, il primo vero passaggio in cui l’assistente capo della polizia Carmelo Cinturrino sarà chiamato a rispondere punto per punto non solo dello sparo che il 26 gennaio ha ucciso Abderrahim Mansouri, ma soprattutto di ciò che è accaduto subito dopo, nel boschetto di Rogoredo. È un quadro inquietante quello che gli inquirenti hanno delineato intorno a questo agente nato a Messina il 21 novembre del 1984, accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani. Per la Procura che ha disposto il carcere, oltre al pericolo di fuga, risulta «concreto e attuale» sia il pericolo di inquinamento probatorio sia di reiterazione del reato, «alla luce della circostanza che il fermato ha dimostrato elevatissima capacità criminale».
Nelle carte firmate dal procuratore capo, Marcello Viola, e da Giovanni Tarzia si affaccia infatti anche un’altra ipotesi: che i quattro agenti inizialmente sentiti come persone informate sui fatti possano aver fornito versioni in linea con quella di Cinturrino per timore di essere ammazzati anche loro. Solo dopo - nel corso di interrogatori più approfonditi e alla luce dei riscontri oggettivi - hanno iniziato a dettagliare elementi diversi. È in questo snodo che gli inquirenti collocano il cambio di passo investigativo, frutto di un lavoro definito dagli stessi vertici «rigoroso e senza sconti», portato avanti dalla Procura e dalla Squadra mobile della questura di Milano.
A pesare, secondo gli atti, sarebbero state anche le pressioni attribuite all’assistente capo: Cinturrino avrebbe sollecitato i colleghi a mantenere la versione della legittima difesa. Dai verbali emerge una figura temuta, capace di incutere soggezione. «Avevo paura che potesse spararmi», ha riferito l’agente Davide Picciotto, una percezione confermata da altri testimoni che descrivono comportamenti abitualmente aggressivi, tanto da usare talvolta il martello anche contro i tossicodipendenti.
Il fermo e la richiesta di custodia cautelare si fondano sull’accusa di omicidio volontario: per la Procura, Cinturrino avrebbe sparato consapevolmente a Mansouri senza una minaccia concreta, mentre cercava di fuggire, aggravando la propria posizione alterando la scena e costruendo una versione difensiva non veritiera.
Il quadro cambia radicalmente con il secondo interrogatorio di Picciotto, reso il 19 febbraio. È qui che, secondo gli inquirenti, emergono riscontri decisivi. Picciotto - che al momento dello sparo si trovava alla destra di Cinturrino, due o tre metri più indietro - colloca l’azione a una distanza di circa 20 metri dalla vittima. Racconta di aver visto Mansouri fare un gesto con il braccio destro, «sopra la spalla», come se stesse per lanciare qualcosa. Un gesto che viene collegato alla pietra rinvenuta accanto alla mano del giovane e visibile nelle immagini acquisite.
Ma Picciotto è altrettanto esplicito su un punto centrale: non ha mai avuto timore di essere colpito. Lo dice chiaramente agli inquirenti. La minaccia, secondo il suo racconto, non era concreta né immediata. E soprattutto aggiunge un elemento dirimente: prima dello sparo nessuno ha intimato l’alt, né si è qualificato come polizia.
Dopo il colpo, Mansouri cade prono, con il volto a terra. Le lesioni al viso, l’imbrattamento di terriccio, la posizione del corpo e la traiettoria del proiettile - che entra nella regione parietale destra e si arresta nella zona occipitale - trovano riscontro negli accertamenti medico-legali e balistici dell’università di Milano e della polizia scientifica. È una caduta compatibile con un colpo esploso di lato, mentre la testa era leggermente ruotata, non con un fronteggiamento diretto.
È a questo punto che si innesta la parte più inquietante del racconto. Picciotto riferisce che Cinturrino gli consegna le chiavi della Panda di servizio e gli ordina di andare al commissariato Mecenate a prendere la valigetta degli atti, quella abitualmente utilizzata dai capo pattuglia delle volanti. Non quella di servizio - presente sul posto con la volante Mecenate bis - ma una borsa nera personale, con lo stemma dell’Italia, appartenente allo stesso Cinturrino. Le telecamere documentano l’andata e il ritorno: Picciotto si allontana alle 17.33, rientra al bosco alle 17.48. Quando torna, vede Cinturrino aprire il cofano, prelevare un oggetto nero e correre verso il corpo. Solo dopo, vicino alla mano di Mansouri, compare la pistola a salve.
Il ritardo nei soccorsi - 22-23 minuti - chiude il cerchio. Mansouri non muore sul colpo: dà segni di vita. Eppure il 118 viene chiamato solo alle 17.55. Secondo la Procura, Cinturrino tranquillizza i colleghi, dicendo di aver già avvisato la centrale. Non è vero. Quel lasso di tempo, scrivono i pm, viene utilizzato per modificare la scena.
Sul piano politico il caso riaccende lo scontro sullo scudo penale. Elly Schlein, leader dem, ha accusato Giorgia Meloni e Matteo Salvini di aver strumentalizzato il caso, definendo grave l’uso politico di una vicenda giudiziaria ancora in corso per il referendum. Ha chiesto scuse per i giudici e di rivedere la norma del decreto Sicurezza che introdurrebbe una forma di impunità preventiva. Di segno opposto Salvini, che ribadisce: «Lo scudo non è impunità: se ci sono evidenze di crimine si indaga e si arresta». Il premier Meloni ha avvertito che, se le ipotesi fossero confermate, si tratterebbe di un fatto «gravissimo». Ha espresso «profonda rabbia» all’idea che chi tradisce la divisa possa «sporcare» il lavoro di chi ogni giorno tutela la sicurezza, ringraziando la polizia di Stato per le indagini interne svolte «al solo fine di far emergere la verità». Il presidente del Consiglio ha poi ribadito che «non esiste alcuno scudo penale» e che la giustizia farà il suo corso.
Tra gli alberi c’era chi ha visto tutto
È stata una sequenza di errori a portare Carmelo Cinturrino al centro dell’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri. Errori che hanno incrinato la versione della legittima difesa e hanno finito per reggere l’impianto accusatorio della Procura di Milano.
Il primo riguarda la pistola. L’arma indicata da Cinturrino come la minaccia che lo avrebbe costretto a sparare non si è rivelata solo una replica a salve. Ma soprattutto, dagli accertamenti della Scientifica, è emerso che su quell’oggetto non erano presenti tracce genetiche della vittima, mentre sono state rinvenute più tracce biologiche dello stesso Cinturrino: sulla guanciola, sul grilletto, sul cane e sull’impugnatura. Un dato che ha smentito l’ipotesi che Mansouri l’avesse mai impugnata e ha rafforzato il sospetto che la pistola fosse stata maneggiata e collocata dopo, per costruire una scena compatibile con la legittima difesa. Il secondo errore ha riguardato i tempi dei soccorsi. Un ritardo che, per l’accusa, non è stato casuale ma funzionale ad alterare la scena. Il terzo è stato non accorgersi dei testimoni. Nel bosco di Rogoredo, quella sera, non c’erano solo poliziotti. Alcuni frequentatori dell’area hanno assistito alle fasi dell’intervento e dello sparo, nascosti nella boscaglia. Tra loro Muhammadi Quadrat Ullah, che ha raccontato di aver visto Mansouri disarmato, con un telefono in una mano e una pietra nell’altra, colpito mentre stava cercando di fuggire. La sua versione è stata ritenuta attendibile anche perché verificata sul posto, in condizioni di luce simili a quelle del pomeriggio del 26 gennaio e perché supportata da riscontri oggettivi: la presenza della pietra accanto alla mano della vittima, il fango sul volto, la posizione prona del corpo.
Tra i riscontri che hanno pesato di più nell’impianto accusatorio c’è il racconto di Mohui Rachid, uno dei frequentatori del boschetto che, secondo gli inquirenti, ha finito per incastrare proprio chi per anni avrebbe incusso timore in quell’area. Rachid ha riferito di essere stato in chiamata Whatsapp con Mansouri negli istanti immediatamente precedenti allo sparo. Una conversazione in tempo reale, durante la quale lo avrebbe avvertito della presenza della polizia invitandolo a scappare. La chiamata, ha raccontato, si è interrotta bruscamente dopo un rumore secco, riconducibile a un colpo d’arma da fuoco. Subito dopo ha tentato di richiamarlo, senza ottenere risposta. Un racconto che ha trovato puntuale riscontro tecnico: l’analisi del cellulare di Mansouri ha confermato una chiamata Whatsapp alle 17.32, collocata a ridosso dell’orario stimato dello sparo. Rachid aveva anche consegnato agli investigatori uno screenshot del registro chiamate, poi verificato dalla Squadra mobile. Un dettaglio ritenuto decisivo perché colloca Mansouri in una situazione incompatibile con la versione della minaccia armata imminente: stava parlando al telefono, non impugnava una pistola. Per la Procura, la testimonianza di Rachid è fondamentale: è uno dei frequentatori del boschetto che, secondo le carte, avrebbero subito per anni intimidazioni da parte di Cinturrino.
Infine, il quarto errore è stato aver confidato in un’impunità costruita nel tempo. Dagli atti emerge un quadro «allarmante»: intimidazioni, violenze e richieste di denaro ai tossici, riferite da più soggetti sentiti dagli investigatori. Intanto Dario Redaelli ha rinunciato all’incarico di consulente della difesa di Cinturrino, affermando di non poter difendere chi ha «preso in giro» lui e l’istituzione a cui ha appartenuto per 40 anni. E ha espresso solidarietà ai poliziotti che ogni giorno onorano la divisa.
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