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2022-03-15
Fine delle restrizioni pure in Francia. Soltanto in Italia il calvario continua
(Ansa)
Da ieri, anche la Francia ha dato un taglio alle restrizioni anti Covid. È sparito l’obbligo di green pass; e pensare che, la scorsa estate, i cugini transalpini furono i primi a introdurlo come strumento di discriminazione, mentre gli emuli italiani gridavano: «Facciamo come Macron!». Non servirà più nemmeno indossare la mascherina al chiuso, se non sui mezzi pubblici e negli ospedali. Quelle all’aperto non sono necessarie già da inizio febbraio. Rimangono solo appelli alla prudenza, rivolti ad anziani e fragili. In fondo, a Parigi non fanno altro che trarre le logiche conseguenze da certe scelte politiche: se punti tutto sui vaccini, dopo non puoi agire come se i vaccini non avessero cambiato niente.
Eppure, in Italia, la musica è diversa. La «road map delle riaperture», che stando al Mario Draghi del 18 febbraio, doveva arrivare «il prima possibile», era già slittata per lo scoppio della guerra in Ucraina. Pare che questa sia la settimana buona: domani, il cdm dovrebbe produrre il decreto con le tappe per il ritorno alla normalità. Una meritata conquista? Piuttosto, un’inutile via crucis, l’estremo tributo pagato al «rigore» e alla «prudenza» del duo Roberto Speranza-Walter Ricciardi. Sono i fatti ad aver privato la tesi della gradualità di qualsiasi evidenza scientifica: i contagi, cme in tutta Europa, sono risaliti, nonostante il più opprimente coacervo di limitazioni del mondo sviluppato. Non così i ricoveri, i quali, peraltro, dovevano essere il solo motivo delle limitazioni: lockdown o muerte; o v’imprigioniamo o collassano gli ospedali.
L’ultimo miglio comincerebbe il 31 marzo, con la fine dello stato d’emergenza. Sarebbero archiviati sia la struttura commissariale di Francesco Paolo Figliuolo, sia il Cts, che da mesi si cantava da solo il de profundis. I poteri del generale verrebbero divisi tra dicastero della Salute e Protezione civile, mentre un posto a tavola per Franco Locatelli e Silvio Brusaferro lo si troverebbe in ogni caso, come consulenti del governo. Dal primo aprile, prenderebbe il via il percorso di superamento del certificato verde. S’inizierebbe da locali all’aperto, piscine e palestre, dove forse non servirà più nemmeno il tampone. Niente più passepartout pure in hotel, musei, negozi e uffici pubblici. L’entità della presa in giro si percepirà salendo sul bus: lì, a saltare, sarebbe solo il lasciapassare rafforzato. E rimarrebbero obbligatoro i Dpi. Qualcuno, nei palazzi romani, legga cos’ha detto ieri Andrea Crisanti al Giornale: «La mascherina sull’autobus serve limitatamente all’autobus. Ma poi uno scende, va al bar, al ristorante, al lavoro. […] Che senso ha creare bolle se le persone quando escono hanno la possibilità d’infettarsi?».
Se non altro, evaporerebbe il delirio delle quarantene a scuola, con apartheid dei non vaccinati. Per capire la disciplina che si vorrebbe introdurre sulle protezioni facciali, invece, più che l’epidemiologo serve il paragnosta: tra i banchi, non dovrebbero essere più obbligatorie le Ffp2 e sarebbero sufficienti le chirurgiche. In base a quale criterio medico? Mistero della fede. Intanto, tornerebbero al 100% di capienza gli impianti sportivi.
Dal primo maggio, decadrebbe la carta verde al chiuso: bar, ristoranti, cinema, teatri, eventi sportivi. Finalmente, sparirebbe l’obbligo di Ffp2 negli stadi e ai concerti: perché solo tra un mese e mezzo? In Gran Bretagna e in Francia sono tutti pazzi? La curva delle infezioni sta risalendo ovunque, con la stessa dinamica, indipendentemente dallo status delle regole anti Covid. È che da noi, oltre a Omicron, c’è la variante Speranza.
Per festeggiare adeguatamente i lavoratori, da maggio dovrebbero smettere di arrivare le multe agli over 50 non vaccinati, ai quali non sarebbe più comminata la sospensione dall’impiego e dallo stipendio. Di nuovo, non si vede per quale motivo aspettare: le prime dosi sono ai minimi storici, chi doveva porgere il braccio l’ha porto, gli irriducibili non possono essere recuperati. È la linea della prudenza, o il gusto di protrarre la gogna il più possibile?
Giugno sarebbe il mese della svolta finale. Una rincorsa sfiancate. Dal primo, basta Ffp2 sui trasporti e nelle palestre. Alle discoteche, si rifilerà l’ennesimo tiro mancino: quelle al chiuso dovrebbero tornare a capienza massima; peccato che, con i primi caldi, la gente andrà a ballare all’aria aperta. Il 15 scadrebbe, infine, l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni e le categorie professionali costrette alla puntura per lavorare. Ma rimane il giallo sulla madre di tutte le vessazioni pandemiche: non è sicuro, infatti, che sia abrogato altresì il requisito del green pass base sul posto di lavoro, benché l’obbligo surrettizio abbia esaurito la sua spinta propulsiva e la teoria del certificato come garanzia di non contagiarsi sia diventata, persino tra i talebani della puntura, una barzelletta. Le nostre preoccupazioni saranno auspicabilmente smentite, ma attenzione: tra la ripresa della comunicazione allarmistica e le virostar in pena, perché la guerra ha fatto crollare le visite sui loro siti Web (Cesare Cislaghi l’ha detto davvero), il pressing per non superare la sanitarizzazione dell’esistenza è ancora forte. E un’ondatina per giustificare la repressione, be’, la si trova sempre…
Tafida sta bene: raccolta di fondi per aiutare i bimbi malati come lei
Due anni e mezzo fa Tafida Raqeeb era stata «condannata» a morte dai medici inglesi, perché la lesione cerebrale che aveva, causata da un aneurisma, sembrava impossibile da superare. Oggi invece non solo è viva, ma sta meglio, grazie alle cure dell’ospedale Gaslini di Genova, dove è arrivata quando i suoi genitori Shelina Begum e Mohammed Raqeeb hanno vinto una causa all’Alta corte di giustizia, che ha permesso loro di trasferirla in Italia. La storia a lieto fine di Tafida ha fatto il giro del mondo e commosso e ora che il peggio sembra passato e la piccola, che ormai ha 7 anni, continua a dare cenni di miglioramento, i suoi genitori hanno deciso di impegnarsi anche per le altre famiglie in condizioni simili. E hanno creato una fondazione, che prende il nome della loro bambina. La Tafida Raqeeb Foundation ha un obiettivo principale: raccogliere fondi per costruire un centro che si prenda cura dei bambini con lesioni cerebrali ai quali Nhs, il servizio nazionale pubblico, non vuole dare assistenza. Come è accaduto per Charlie Gard o per Alfie Evans, afflitti da problemi analoghi a quelli di Tafida e «staccati» dai respiratori dopo che le battaglie legali avviate dalle loro famiglie si sono concluse in modo sfavorevole.
«Nella nostra vita tutto può cambiare nel giro di pochi istanti», spiega Shelina Begum, la madre di Tafida, che ha 41 anni ed è avvocato. «A tuo figlio può venire una malattia cerebrale come è accaduto a Tafida, che era una bambina di 4 anni serena e faceva sorridere tutti, poi d’improvviso è finita in coma. Capisco bene quanto questa situazione sia drammatica, perché ci sono passata, e voglio gettare una luce di speranza per coloro che si trovano nel buio della paura. Ci sono pochi centri di riabilitazione adeguati in Inghilterra ma noi vogliamo fare in modo che ogni bambino abbia la possibilità di esprimere le sue potenzialità, vogliamo aumentare la percentuale di recupero e offrire terapie adeguate in un centro che sia costruito su misura per le famiglie». Appunto il centro di riabilitazione neurologica infantile che la Fondazione Tafida Raqeeb vuole costruire, con 20 posti letto. Realizzarlo dovrebbe costare 25 milioni di sterline, ma 2 sono già stati raccolti senza che il progetto fosse nemmeno stato pubblicizzato ufficialmente.
Secondo Shelina Begum i pochi centri neurologici del Regno Unito hanno spazi ridotti per i bambini e la carenza di fondi e contributi in questo settore rende davvero difficile assicurare a tutti la riabilitazione che meriterebbero. Solo che in base ai dati forniti dalla Fondazione, nel Regno Unito ci sono circa 6.000 bambini all’anno cui viene diagnosticata una lesione cerebrale grave e che non possono ricevere un’assistenza adeguata per via della mancanza di strutture dedicate. Per le loro famiglie, questa diagnosi significa dolore e disperazione, ma il centro di cura che la Fondazione di Tafida vorrebbe creare potrebbe fare la differenza. Il progetto peraltro ha l’appoggio della baronessa Finlay, che siede a Westminster e che è medico e professoressa di cure palliative oltre che ex presidente della Royal Society di medicina. «Nessuno può prevedere il futuro, la prognosi è un’arte basata nei casi migliori su un gioco di probabilità», ha detto. «Quando un bambino ha una lesione cerebrale, può esserci margine per il recupero se gli viene offerta una riabilitazione adeguata, mentre non esistono speranze se lo si abbandona a sé stesso. Dobbiamo dare a ogni bimbo il massimo delle possibilità, visto che potrebbe riprendersi e vivere meglio». Regalando anche alla sua famiglia un’esistenza più serena.
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Cancellate anche le mascherine al chiuso, resta l’appello al buon senso. In Italia invece si va al rallentatore: le restrizioni saranno attenuate solo a giugno. Il partito dei rigoristi non cede e si appiglia alla risalita dei contagi (che non tocca i ricoveri).La madre di Tafida lancia una fondazione, non si deve morire come Charlie Gard o Alfie Evans.Lo speciale contiene due articoli.Da ieri, anche la Francia ha dato un taglio alle restrizioni anti Covid. È sparito l’obbligo di green pass; e pensare che, la scorsa estate, i cugini transalpini furono i primi a introdurlo come strumento di discriminazione, mentre gli emuli italiani gridavano: «Facciamo come Macron!». Non servirà più nemmeno indossare la mascherina al chiuso, se non sui mezzi pubblici e negli ospedali. Quelle all’aperto non sono necessarie già da inizio febbraio. Rimangono solo appelli alla prudenza, rivolti ad anziani e fragili. In fondo, a Parigi non fanno altro che trarre le logiche conseguenze da certe scelte politiche: se punti tutto sui vaccini, dopo non puoi agire come se i vaccini non avessero cambiato niente. Eppure, in Italia, la musica è diversa. La «road map delle riaperture», che stando al Mario Draghi del 18 febbraio, doveva arrivare «il prima possibile», era già slittata per lo scoppio della guerra in Ucraina. Pare che questa sia la settimana buona: domani, il cdm dovrebbe produrre il decreto con le tappe per il ritorno alla normalità. Una meritata conquista? Piuttosto, un’inutile via crucis, l’estremo tributo pagato al «rigore» e alla «prudenza» del duo Roberto Speranza-Walter Ricciardi. Sono i fatti ad aver privato la tesi della gradualità di qualsiasi evidenza scientifica: i contagi, cme in tutta Europa, sono risaliti, nonostante il più opprimente coacervo di limitazioni del mondo sviluppato. Non così i ricoveri, i quali, peraltro, dovevano essere il solo motivo delle limitazioni: lockdown o muerte; o v’imprigioniamo o collassano gli ospedali. L’ultimo miglio comincerebbe il 31 marzo, con la fine dello stato d’emergenza. Sarebbero archiviati sia la struttura commissariale di Francesco Paolo Figliuolo, sia il Cts, che da mesi si cantava da solo il de profundis. I poteri del generale verrebbero divisi tra dicastero della Salute e Protezione civile, mentre un posto a tavola per Franco Locatelli e Silvio Brusaferro lo si troverebbe in ogni caso, come consulenti del governo. Dal primo aprile, prenderebbe il via il percorso di superamento del certificato verde. S’inizierebbe da locali all’aperto, piscine e palestre, dove forse non servirà più nemmeno il tampone. Niente più passepartout pure in hotel, musei, negozi e uffici pubblici. L’entità della presa in giro si percepirà salendo sul bus: lì, a saltare, sarebbe solo il lasciapassare rafforzato. E rimarrebbero obbligatoro i Dpi. Qualcuno, nei palazzi romani, legga cos’ha detto ieri Andrea Crisanti al Giornale: «La mascherina sull’autobus serve limitatamente all’autobus. Ma poi uno scende, va al bar, al ristorante, al lavoro. […] Che senso ha creare bolle se le persone quando escono hanno la possibilità d’infettarsi?». Se non altro, evaporerebbe il delirio delle quarantene a scuola, con apartheid dei non vaccinati. Per capire la disciplina che si vorrebbe introdurre sulle protezioni facciali, invece, più che l’epidemiologo serve il paragnosta: tra i banchi, non dovrebbero essere più obbligatorie le Ffp2 e sarebbero sufficienti le chirurgiche. In base a quale criterio medico? Mistero della fede. Intanto, tornerebbero al 100% di capienza gli impianti sportivi. Dal primo maggio, decadrebbe la carta verde al chiuso: bar, ristoranti, cinema, teatri, eventi sportivi. Finalmente, sparirebbe l’obbligo di Ffp2 negli stadi e ai concerti: perché solo tra un mese e mezzo? In Gran Bretagna e in Francia sono tutti pazzi? La curva delle infezioni sta risalendo ovunque, con la stessa dinamica, indipendentemente dallo status delle regole anti Covid. È che da noi, oltre a Omicron, c’è la variante Speranza. Per festeggiare adeguatamente i lavoratori, da maggio dovrebbero smettere di arrivare le multe agli over 50 non vaccinati, ai quali non sarebbe più comminata la sospensione dall’impiego e dallo stipendio. Di nuovo, non si vede per quale motivo aspettare: le prime dosi sono ai minimi storici, chi doveva porgere il braccio l’ha porto, gli irriducibili non possono essere recuperati. È la linea della prudenza, o il gusto di protrarre la gogna il più possibile?Giugno sarebbe il mese della svolta finale. Una rincorsa sfiancate. Dal primo, basta Ffp2 sui trasporti e nelle palestre. Alle discoteche, si rifilerà l’ennesimo tiro mancino: quelle al chiuso dovrebbero tornare a capienza massima; peccato che, con i primi caldi, la gente andrà a ballare all’aria aperta. Il 15 scadrebbe, infine, l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni e le categorie professionali costrette alla puntura per lavorare. Ma rimane il giallo sulla madre di tutte le vessazioni pandemiche: non è sicuro, infatti, che sia abrogato altresì il requisito del green pass base sul posto di lavoro, benché l’obbligo surrettizio abbia esaurito la sua spinta propulsiva e la teoria del certificato come garanzia di non contagiarsi sia diventata, persino tra i talebani della puntura, una barzelletta. Le nostre preoccupazioni saranno auspicabilmente smentite, ma attenzione: tra la ripresa della comunicazione allarmistica e le virostar in pena, perché la guerra ha fatto crollare le visite sui loro siti Web (Cesare Cislaghi l’ha detto davvero), il pressing per non superare la sanitarizzazione dell’esistenza è ancora forte. E un’ondatina per giustificare la repressione, be’, la si trova sempre…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-libera-dalla-schiavitu-del-green-pass-2656959633.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tafida-sta-bene-raccolta-di-fondi-per-aiutare-i-bimbi-malati-come-lei" data-post-id="2656959633" data-published-at="1647343757" data-use-pagination="False"> Tafida sta bene: raccolta di fondi per aiutare i bimbi malati come lei Due anni e mezzo fa Tafida Raqeeb era stata «condannata» a morte dai medici inglesi, perché la lesione cerebrale che aveva, causata da un aneurisma, sembrava impossibile da superare. Oggi invece non solo è viva, ma sta meglio, grazie alle cure dell’ospedale Gaslini di Genova, dove è arrivata quando i suoi genitori Shelina Begum e Mohammed Raqeeb hanno vinto una causa all’Alta corte di giustizia, che ha permesso loro di trasferirla in Italia. La storia a lieto fine di Tafida ha fatto il giro del mondo e commosso e ora che il peggio sembra passato e la piccola, che ormai ha 7 anni, continua a dare cenni di miglioramento, i suoi genitori hanno deciso di impegnarsi anche per le altre famiglie in condizioni simili. E hanno creato una fondazione, che prende il nome della loro bambina. La Tafida Raqeeb Foundation ha un obiettivo principale: raccogliere fondi per costruire un centro che si prenda cura dei bambini con lesioni cerebrali ai quali Nhs, il servizio nazionale pubblico, non vuole dare assistenza. Come è accaduto per Charlie Gard o per Alfie Evans, afflitti da problemi analoghi a quelli di Tafida e «staccati» dai respiratori dopo che le battaglie legali avviate dalle loro famiglie si sono concluse in modo sfavorevole. «Nella nostra vita tutto può cambiare nel giro di pochi istanti», spiega Shelina Begum, la madre di Tafida, che ha 41 anni ed è avvocato. «A tuo figlio può venire una malattia cerebrale come è accaduto a Tafida, che era una bambina di 4 anni serena e faceva sorridere tutti, poi d’improvviso è finita in coma. Capisco bene quanto questa situazione sia drammatica, perché ci sono passata, e voglio gettare una luce di speranza per coloro che si trovano nel buio della paura. Ci sono pochi centri di riabilitazione adeguati in Inghilterra ma noi vogliamo fare in modo che ogni bambino abbia la possibilità di esprimere le sue potenzialità, vogliamo aumentare la percentuale di recupero e offrire terapie adeguate in un centro che sia costruito su misura per le famiglie». Appunto il centro di riabilitazione neurologica infantile che la Fondazione Tafida Raqeeb vuole costruire, con 20 posti letto. Realizzarlo dovrebbe costare 25 milioni di sterline, ma 2 sono già stati raccolti senza che il progetto fosse nemmeno stato pubblicizzato ufficialmente. Secondo Shelina Begum i pochi centri neurologici del Regno Unito hanno spazi ridotti per i bambini e la carenza di fondi e contributi in questo settore rende davvero difficile assicurare a tutti la riabilitazione che meriterebbero. Solo che in base ai dati forniti dalla Fondazione, nel Regno Unito ci sono circa 6.000 bambini all’anno cui viene diagnosticata una lesione cerebrale grave e che non possono ricevere un’assistenza adeguata per via della mancanza di strutture dedicate. Per le loro famiglie, questa diagnosi significa dolore e disperazione, ma il centro di cura che la Fondazione di Tafida vorrebbe creare potrebbe fare la differenza. Il progetto peraltro ha l’appoggio della baronessa Finlay, che siede a Westminster e che è medico e professoressa di cure palliative oltre che ex presidente della Royal Society di medicina. «Nessuno può prevedere il futuro, la prognosi è un’arte basata nei casi migliori su un gioco di probabilità», ha detto. «Quando un bambino ha una lesione cerebrale, può esserci margine per il recupero se gli viene offerta una riabilitazione adeguata, mentre non esistono speranze se lo si abbandona a sé stesso. Dobbiamo dare a ogni bimbo il massimo delle possibilità, visto che potrebbe riprendersi e vivere meglio». Regalando anche alla sua famiglia un’esistenza più serena.
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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