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2018-06-02
Fontana, il ministro della natalità: «Senza figli il Paese non riparte»
ANSA
Ai tempi di San Benedetto, i monaci si trinceravano dentro le abbazie e i muri spessi dei monasteri per proteggere il patrimonio della cristianità dalle invasioni barbariche. Oggi, invece, pare che siano proprio i barbari a proteggere quel patrimonio. I vescovi di Bologna e di Torino chiedono ai fedeli di pregare per il presidente Sergio Mattarella e per la Costituzione, che sarebbero minacciati dal nuovo governo. Nel frattempo, i tanto temuti populisti si occupano di questioni ben più rilevanti e probabilmente molto più utili e interessanti per il mondo cattolico. È stata l'amministrazione leghista del Friuli Venezia Giulia, guidata da Massimiliano Fedriga, a mandare un segnale forte contro il pensiero unico Lgbt, decidendo di uscire dalla rete Ready, monopolizzata dagli attivisti arcobaleno. È stata sempre la Lega a portare in Parlamento (per la precisione al Senato) Simone Pillon, tra gli animatori del Family day.
Ma la novità maggiore è senz'altro rappresentata dal ruolo che ricoprirà nel nuovo esecutivo il leghista Lorenzo Fontana. Veronese, 38 anni, vicesegretario federale della Lega, sarà ministro per la Famiglia e la disabilità nel governo Conte. Lo stanno già attaccando da più parti, con le solite armi spuntate (gli danno del fasicista, dell'omofobo eccetera), ma la sua nomina è una svolta seria.
Dopo che, per anni, i ministri del centrosinistra (e non solo) ci hanno ripetuto che, onde vincere il calo demografico, avremmo dovuto continuare a importare immigrati in quantità industriali, ora c'è un ministro che ha l'obiettivo preciso di sostenere la famiglia e mettere in atto politiche a favore della natalità. Quanto a cambiamenti, non è poco. «Sicuramente il punto di partenza è la volontà di far capire che fare figli è un investimento, e non un peso», dice Fontana alla Verità. «Dobbiamo renderci conto che se non si inverte la tendenza, che se non c'è una svolta rispetto al calo demografico, l'economia non si può riprendere. È scritto anche nell'ultimo Def che il calo demografico fa aumentare il debito pubblico. Persino Carlo Cottarelli ne parla nel suo libro. Vogliamo invertire la tendenza degli ultimi trent'anni, questa è la cosa principale».
Questo è il retroterra «filosofico» di Fontana, che delle sue posizioni non ha mai fatto mistero. Anzi, le ha condensate con efficacia in un pamphlet intitolato La culla vuota della civiltà, firmato assieme a Ettore Gotti Tedeschi. «La crisi economica ha un'origine morale: il crollo della natalità», scrive Fontana nel testo. «Il crollo della natalità ha condizionato l'inviluppo economico e la stessa crisi economica in maniera diretta. Il prodotto interno lordo – in un sistema economico maturo, come quello italiano e, più in generale, occidentale – non può crescere se la popolazione decresce. […] Il crollo della natalità non ha solo provocato la crisi, ma ha creato le premesse per rendere “giustificabile e addirittura auspicabile" il fenomeno dell'immigrazione. Probabilmente unico e vero obiettivo, celato dietro le mancate scelte di sostegno alle nostre famiglie». Nel libro, Fontana e Gotti Tedeschi offrono parecchie soluzioni concrete al dramma della denatalità. Resta da vedere quali e quante saranno messe in pratica del nuovo governo. Il leghista, tuttavia, sembra avere le idee piuttosto chiare, per quanto il momento politico sia ancora nebuloso. In concreto, spiega, l'azione consisterà in «aiuti alle famiglie e soprattutto, ovviamente, alle donne perché possano avere più figli. Seguiremo anche gli esempi che arrivano dall'estero», continua Fontana. «La Francia, ad esempio, dedica al sostegno delle famiglie una percentuale di Pil doppia rispetto all'Italia».
Certo, è evidente che molto dipenderà anche dagli equilibri interni al nuovo esecutivo e dai rapporti fra le forze che lo compongono. «La soluzione migliore per concretizzare gli aiuti andrà trovata assieme al ministro dell'Economia», dice Fontana. «Vedremo se si tratterà di sgravi fiscali, come in Francia, o di assegni famigliari come in altri Paesi. In ogni caso nel governo c'è grande sensibilità su questo tema, anche nel contratto c'è una parte dedicata alla famiglia».
Saranno i fatti a parlare, ma l'idea che il ministro di un governo italiano dichiari di voler invertire una tendenza che dura da decenni è sorprendente. E anche parecchio coraggioso, visto che la gran parte degli organismi europei e internazionali agisce in senso opposto, ovvero sostenendo che bisogna importare stranieri. Persino il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, ha aderito in toto alla linea immigrazionista. «L'immigrazione, sul piano meramente economico, conviene; anzi ne abbiamo perfino bisogno», ebbe a dire. Sarebbe stato bello sentirlo parlare di lotta al calo demografico, ma i vertici della Conferenza episcopale hanno preferito occuparsi d'altro.
Un'inversione di rotta ci sarà anche rispetto alla disabilità. «Credo che il grado di civiltà di un Paese», dice Fontana «si misuri dall'attenzione e dall'aiuto che dà alle persone in difficoltà. Mi sembra che, negli ultimi anni, il tema della disabilità sia stato trascurato o comunque non affrontato offrendo a persone e famiglie il supporto adeguato. Mi pare che anche su questo, nel nuovo governo, ci sia una sensibilità diversa». Bisognerebbe chiedere alle famiglie in difficoltà, a chi si prende cura ogni giorno dei malati gravi e ai giovani che faticano a mettere al mondo bambini se preferiscono frasi come queste o gli inviti a pregare per la Costituzione e Mattarella.
Il nuovo esecutivo, per altro, potrebbe regalare qualche sorpresa anche sui cosiddetti «temi etici». In effetti, da ministro dell'Interno, Matteo Salvini potrebbe persino trovare il tempo di occuparsi di qualche affare scottante. Ad esempio, potrebbe esprimersi su ciò che stanno facendo numerosi sindaci italiani, a partire dalla torinese Chiara Appendino, i quali registrano i bimbi di coppie gay come figli di due madri e due padri, anche quando sono venuti al mondo tramite utero in affitto. La posizione dei 5 stelle sull'argomento, con tutta probabilità, non è quella della Lega. Ma si tratta di un altro campo in cui i presunti barbari potrebbero fare qualcosa d'interessante. Alla faccia dei prelati che li osteggiano in ogni modo.
Francesco Borgonovo
I giudici dicono sì alla stepchild adoption
La stepchild adoption? In Italia non esiste, ma poiché all'estero va di moda i nostri giudici, ancora una volta, si allineano. Da Avellino arriva l'ennesimo caso di una giurisprudenza che sopravanza le normative vigenti e, come spesso capita, in queste situazioni di mezzo ci sono omosessuali e minori. E la legge Cirinnà.
I fatti sono questi: due donne francesi, coppia fissa da trent'anni, sposate in Francia nel 2013, professoresse universitarie, vivono in Italia dagli anni Novanta pur mantenendo la nazionalità originaria.
Entrambe, attraverso l'inseminazione artificiale all'estero, hanno partorito un figlio. Il primo è nato nel 2003, il secondo nel 2013, i due bambini hanno mantenuto la cittadinanza francese, pur essendo nati in provincia di Avellino. Nel 2014 le due donne hanno fatto domanda al Tribunal de grande istance di Lille per poter adottare ognuna il figlio dell'altra attraverso appunto la stepchild adoption, in Francia normata dalla legge, anche per coppie gay. E sono state accontentate.
A quel punto hanno chiesto la trascrizione in Italia degli atti stabiliti dai tribunali francesi. E qui ne è nato un problema non di poco conto, considerato che la stepchild adoption (cioè la possibilità per un membro di una coppia di adottare il figlio del partner, anche omosessuale) nel nostro Paese non è un istituto in vigore.
Esattamente in nome di questo, i due Comuni dell'avellinese dove i bambini sono nati hanno rifiutato la trascrizione dell'atto, ma la faccenda è finita in tribunale e, in primo grado, i giudici di Avellino hanno dato loro ragione. Ma, poi, le due donne hanno fatto ricorso e quando la pratica è passata alla Corte d'Appello di Napoli, la sentenza è stata rovesciata e poi confermata dalla Suprema Corte che, ieri, con una ordinanza, ha dato il via libera definitivo, burocraticamente parlando, alla nuova famiglia.
Nonostante la legge italiana non lo preveda e nonostante le leggi che, anzi, tendono a tutelare il diritto del nostro Paese da influenze estere. Come l'articolo il Dpr 396 del 2000 che specifica che «gli atti formati all'estero non possono essere trascritti in Italia se contrari all'ordine pubblico» o come la legge 218 del 1995, secondo cui la legge straniera non è applicabile se i suoi effetti sono contrari all'ordine pubblico. La materia scottante della stepchild, però, nel caso delle due donne francesi sembra essere stata tenuta fuori dai binari etici, ed è stata trattata come giuridicamente appare, cioè come un semplice «riconoscimento di provvedimento di adozione di minore straniero«, cioè un caso nel quale «il principio di superiore interesse del minore opera necessariamente come un limite alla stessa valenza della clausola di ordine pubblico, che va sempre valutata con cautela e alla luce del singolo caso concreto», hanno spiegato i togati nella sentenza.
Trattandosi cioè di un'adozione di un minore, (senza considerare la vicenda familiare) deve essere sempre preminente il suo «diritto a vivere in modo stabile e in un ambiente domestico armonioso e a essere educato e assistito nella crescita con equilibrio e rispetto dei suoi diritti fondamentali».
E questo basta per bypassare anche i limiti di un altro principio del diritto italiano la così detta «adozione legittimante», cioè quell'istituto che consente a un individuo di adottare il figlio del partner ma solo qualora i due siano legati dal vincolo del matrimonio.
Il matrimonio, in questo caso, per i giudici esiste in quanto riconosciuto all'estero tra cittadini gay stranieri e quindi «non ha alcuna rilevanza, ai fini della trascrizione della adozione reciproca dei minori, il dato dell'inserimento degli stessi nel contesto di una famiglia costituita da una coppia omosessuale» o eterosessuale, hanno sottolineato i togati nella sentenza.
Anzi a questo punto la questione per i giudici si ribalta: il via libera alla trascrizione non può essere bloccato da «meri pregiudizi sull'orientamento sessuale della coppia e sulla sua idoneità all'assunzione della responsabilità genitoriale», hanno chiarito.
E pensare che all'epoca della discussione nelle aule del Parlamento della legge Cirinnà, la proposta di inserire la stepchild adoption nel testo venne stralciata, proprio per evitare di toccare un tema che avrebbe sollevato un dibattito troppo acceso. Ora, quel che è uscito dalla porta della politica, rientra dalla finestra sotto forma di giurisprudenza. E non si tratta nemmeno dell'unico caso. Nel 2017 due cittadine italiane, residenti e coniugate all'estero, avevano chiesto la registrazione in Italia dell'atto di nascita del figlio di una delle due (nato da fecondazione assistita) che nel documento portava il cognome di entrambe. Gli uffici dell'anagrafe si rifiutarono e le due donne avviarono una battaglia legale che si concluse con una sentenza della Cassazione (14878 del 15 giugno 2017) a loro favore. Anche in questo caso a fare fede fu il fatto che all'estero l'atto era già stato ratificato.
Alessia Pedrielli
La Cirinnà delira: «L’Italia in mano a fasci omofobi»
Le farmacie dalle parti del Nazareno hanno finito le scorte di Maalox. Definire come «scomposte» le reazioni espresse dai vertici del Partito democratico alla formazione dell'esecutivo M5s-Lega sarebbe infatti un eufemismo.
L'epiteto più gettonato per definire la squadra del premier Giuseppe Conte, nemmeno a dirlo, è «fascista»; poi nei tweet di Maurizio Martina e Matteo Orfini, rispettivamente segretario reggente e presidente del Pd, sono evocati tutti i fantasmi delle sinistra progressista lontana anni luce dai bisogni del Paese reale. E quindi secondo Orfini «nasce un governo di estrema destra tra gli applausi dei neofascisti di mezza Europa», mentre sul profilo di Martina si legge che il «governo Lega M5s è populista e di destra con programma pericoloso per l'Italia. La loro azione è un mix di estremismo, antieuropeismo e iniquità».
Un tono che ricorre tra tutte le schiere democratiche. Tuttavia c'è un pericolo meno visibile ma più incombente che solo la madrina delle unioni civili Monica Cirinnà è riuscita a cogliere e denunciare ad alta voce: quello del governo «più omofobo» che abbia mai conosciuto l'Italia.
La paladina dei movimenti Lgbt si prepara ad indossare l'elmetto arcobaleno: «Governo Lega M5s è anche il più omofobo e pericoloso per i diritti civili di tutte le persone oltre che populista, xenofobo e di estrema destra. Prepariamoci ad un'opposizione durissima». Qualche ora dopo la senatrice, che non ha mai nascosto di voler regolamentare la maternità surrogata (utero in affitto), rincara la dose con un altro tweet rivolto al leghista Alberto Bagnai: «Meglio in un porcile tra nobili animali che tra xenofobi razzisti e omofobi. Sono vegetariana e animalista mi occupo da sempre di diritti, dei diritti di tutti, ho certezze, so da che parte stare!». Di fronte alla squadra di governo ha poi commentato: «Metà fascisti e metà incapaci». Per postare, infine, la foto di un matrimonio gay, con commento: «In Campidoglio sposo due mariti e arrivo. Del resto devo esorcizzare il duo Salvini Fontana».
D'altra parte c'è da capirla Monica, per lei è stato un brusco risveglio dopo un sogno iniziato nel maggio del 2016. Nel giorno dell'ok definitivo alla legge sulle unioni civili, la senatrice dichiarava alle telecamere di Gazebo che quello era solo un primo passo e che grazie al referendum costituzionale ci sarebbe stata una camera sola e un solo grande partito (il Pd) che avrebbe portato in tutte le mozioni il matrimonio egualitario e di conseguenza, ne era certa la Cirinnà, «il prossimo Parlamento farà il matrimonio egualitario».
Gli eventi hanno detto altro e soprattutto gli italiani hanno indicato altre priorità. I risultati elettorali non sembrano però aver avuto effetti sull'agenda politica del Pd.
Infatti, mentre il Paese continua restare in pieno inverno demografico, registrando nel 2017 l'ennesimo record negativo di nuovi nati, il Pd in Lombardia pensa ad attaccare i ginecologi obiettori di coscienza.
Secondo la consigliera regionale dem Paola Bocci la percentuale di medici che non pratica l'aborto sarebbe infatti ancora troppo alta, sebbene si registri anche un lieve calo degli obiettori: il 66,1% nel 2017, a fronte del 68,2% del 2016. Tra l'altro in Italia non esiste Asl che pratichi più di 15 aborti a settimana. Eppure l'esponente del Pd arriva persino a chiedere un concorso ad hoc aperto solo a ginecologi disposti a praticare l'interruzione di gravidanza, ignorando pronunciamenti del Consiglio d'Europa e della Corte costituzionale che difendo il diritto all'obiezione. Basta chiedere alla Regione Puglia che su una proposta del genere ha dovuto fare una repentina retromarcia.
Marco Guerra
Continua a leggereRiduci
Il nuovo governo segna un'inversione di tendenza. Invece di ripetere che gli immigrati servono a compensare il calo demografico, pensa ad aiutare le famiglie italiane: «Assegni o sgravi fiscali come avviene in Francia».Ennesima sentenza che ribalta le decisioni della politica: ad Avellino due donne francesi chiedono all'anagrafe di iscrivere i loro bambini come se fossero figli di entrambe. Il nostro ordinamento non lo prevede, ma un magistrato dà loro ragione.Reazioni scomposte al nuovo governo da parte della senatrice pro unioni gay.Lo speciale contiene tre articoliAi tempi di San Benedetto, i monaci si trinceravano dentro le abbazie e i muri spessi dei monasteri per proteggere il patrimonio della cristianità dalle invasioni barbariche. Oggi, invece, pare che siano proprio i barbari a proteggere quel patrimonio. I vescovi di Bologna e di Torino chiedono ai fedeli di pregare per il presidente Sergio Mattarella e per la Costituzione, che sarebbero minacciati dal nuovo governo. Nel frattempo, i tanto temuti populisti si occupano di questioni ben più rilevanti e probabilmente molto più utili e interessanti per il mondo cattolico. È stata l'amministrazione leghista del Friuli Venezia Giulia, guidata da Massimiliano Fedriga, a mandare un segnale forte contro il pensiero unico Lgbt, decidendo di uscire dalla rete Ready, monopolizzata dagli attivisti arcobaleno. È stata sempre la Lega a portare in Parlamento (per la precisione al Senato) Simone Pillon, tra gli animatori del Family day.Ma la novità maggiore è senz'altro rappresentata dal ruolo che ricoprirà nel nuovo esecutivo il leghista Lorenzo Fontana. Veronese, 38 anni, vicesegretario federale della Lega, sarà ministro per la Famiglia e la disabilità nel governo Conte. Lo stanno già attaccando da più parti, con le solite armi spuntate (gli danno del fasicista, dell'omofobo eccetera), ma la sua nomina è una svolta seria. Dopo che, per anni, i ministri del centrosinistra (e non solo) ci hanno ripetuto che, onde vincere il calo demografico, avremmo dovuto continuare a importare immigrati in quantità industriali, ora c'è un ministro che ha l'obiettivo preciso di sostenere la famiglia e mettere in atto politiche a favore della natalità. Quanto a cambiamenti, non è poco. «Sicuramente il punto di partenza è la volontà di far capire che fare figli è un investimento, e non un peso», dice Fontana alla Verità. «Dobbiamo renderci conto che se non si inverte la tendenza, che se non c'è una svolta rispetto al calo demografico, l'economia non si può riprendere. È scritto anche nell'ultimo Def che il calo demografico fa aumentare il debito pubblico. Persino Carlo Cottarelli ne parla nel suo libro. Vogliamo invertire la tendenza degli ultimi trent'anni, questa è la cosa principale».Questo è il retroterra «filosofico» di Fontana, che delle sue posizioni non ha mai fatto mistero. Anzi, le ha condensate con efficacia in un pamphlet intitolato La culla vuota della civiltà, firmato assieme a Ettore Gotti Tedeschi. «La crisi economica ha un'origine morale: il crollo della natalità», scrive Fontana nel testo. «Il crollo della natalità ha condizionato l'inviluppo economico e la stessa crisi economica in maniera diretta. Il prodotto interno lordo – in un sistema economico maturo, come quello italiano e, più in generale, occidentale – non può crescere se la popolazione decresce. […] Il crollo della natalità non ha solo provocato la crisi, ma ha creato le premesse per rendere “giustificabile e addirittura auspicabile" il fenomeno dell'immigrazione. Probabilmente unico e vero obiettivo, celato dietro le mancate scelte di sostegno alle nostre famiglie». Nel libro, Fontana e Gotti Tedeschi offrono parecchie soluzioni concrete al dramma della denatalità. Resta da vedere quali e quante saranno messe in pratica del nuovo governo. Il leghista, tuttavia, sembra avere le idee piuttosto chiare, per quanto il momento politico sia ancora nebuloso. In concreto, spiega, l'azione consisterà in «aiuti alle famiglie e soprattutto, ovviamente, alle donne perché possano avere più figli. Seguiremo anche gli esempi che arrivano dall'estero», continua Fontana. «La Francia, ad esempio, dedica al sostegno delle famiglie una percentuale di Pil doppia rispetto all'Italia».Certo, è evidente che molto dipenderà anche dagli equilibri interni al nuovo esecutivo e dai rapporti fra le forze che lo compongono. «La soluzione migliore per concretizzare gli aiuti andrà trovata assieme al ministro dell'Economia», dice Fontana. «Vedremo se si tratterà di sgravi fiscali, come in Francia, o di assegni famigliari come in altri Paesi. In ogni caso nel governo c'è grande sensibilità su questo tema, anche nel contratto c'è una parte dedicata alla famiglia». Saranno i fatti a parlare, ma l'idea che il ministro di un governo italiano dichiari di voler invertire una tendenza che dura da decenni è sorprendente. E anche parecchio coraggioso, visto che la gran parte degli organismi europei e internazionali agisce in senso opposto, ovvero sostenendo che bisogna importare stranieri. Persino il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, ha aderito in toto alla linea immigrazionista. «L'immigrazione, sul piano meramente economico, conviene; anzi ne abbiamo perfino bisogno», ebbe a dire. Sarebbe stato bello sentirlo parlare di lotta al calo demografico, ma i vertici della Conferenza episcopale hanno preferito occuparsi d'altro.Un'inversione di rotta ci sarà anche rispetto alla disabilità. «Credo che il grado di civiltà di un Paese», dice Fontana «si misuri dall'attenzione e dall'aiuto che dà alle persone in difficoltà. Mi sembra che, negli ultimi anni, il tema della disabilità sia stato trascurato o comunque non affrontato offrendo a persone e famiglie il supporto adeguato. Mi pare che anche su questo, nel nuovo governo, ci sia una sensibilità diversa». Bisognerebbe chiedere alle famiglie in difficoltà, a chi si prende cura ogni giorno dei malati gravi e ai giovani che faticano a mettere al mondo bambini se preferiscono frasi come queste o gli inviti a pregare per la Costituzione e Mattarella. Il nuovo esecutivo, per altro, potrebbe regalare qualche sorpresa anche sui cosiddetti «temi etici». In effetti, da ministro dell'Interno, Matteo Salvini potrebbe persino trovare il tempo di occuparsi di qualche affare scottante. Ad esempio, potrebbe esprimersi su ciò che stanno facendo numerosi sindaci italiani, a partire dalla torinese Chiara Appendino, i quali registrano i bimbi di coppie gay come figli di due madri e due padri, anche quando sono venuti al mondo tramite utero in affitto. La posizione dei 5 stelle sull'argomento, con tutta probabilità, non è quella della Lega. Ma si tratta di un altro campo in cui i presunti barbari potrebbero fare qualcosa d'interessante. Alla faccia dei prelati che li osteggiano in ogni modo.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fontana-il-ministro-della-natalita-senza-figli-il-paese-non-riparte-2574320446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giudici-dicono-si-alla-stepchild-adoption" data-post-id="2574320446" data-published-at="1781769810" data-use-pagination="False"> I giudici dicono sì alla stepchild adoption La stepchild adoption? In Italia non esiste, ma poiché all'estero va di moda i nostri giudici, ancora una volta, si allineano. Da Avellino arriva l'ennesimo caso di una giurisprudenza che sopravanza le normative vigenti e, come spesso capita, in queste situazioni di mezzo ci sono omosessuali e minori. E la legge Cirinnà. I fatti sono questi: due donne francesi, coppia fissa da trent'anni, sposate in Francia nel 2013, professoresse universitarie, vivono in Italia dagli anni Novanta pur mantenendo la nazionalità originaria. Entrambe, attraverso l'inseminazione artificiale all'estero, hanno partorito un figlio. Il primo è nato nel 2003, il secondo nel 2013, i due bambini hanno mantenuto la cittadinanza francese, pur essendo nati in provincia di Avellino. Nel 2014 le due donne hanno fatto domanda al Tribunal de grande istance di Lille per poter adottare ognuna il figlio dell'altra attraverso appunto la stepchild adoption, in Francia normata dalla legge, anche per coppie gay. E sono state accontentate. A quel punto hanno chiesto la trascrizione in Italia degli atti stabiliti dai tribunali francesi. E qui ne è nato un problema non di poco conto, considerato che la stepchild adoption (cioè la possibilità per un membro di una coppia di adottare il figlio del partner, anche omosessuale) nel nostro Paese non è un istituto in vigore. Esattamente in nome di questo, i due Comuni dell'avellinese dove i bambini sono nati hanno rifiutato la trascrizione dell'atto, ma la faccenda è finita in tribunale e, in primo grado, i giudici di Avellino hanno dato loro ragione. Ma, poi, le due donne hanno fatto ricorso e quando la pratica è passata alla Corte d'Appello di Napoli, la sentenza è stata rovesciata e poi confermata dalla Suprema Corte che, ieri, con una ordinanza, ha dato il via libera definitivo, burocraticamente parlando, alla nuova famiglia. Nonostante la legge italiana non lo preveda e nonostante le leggi che, anzi, tendono a tutelare il diritto del nostro Paese da influenze estere. Come l'articolo il Dpr 396 del 2000 che specifica che «gli atti formati all'estero non possono essere trascritti in Italia se contrari all'ordine pubblico» o come la legge 218 del 1995, secondo cui la legge straniera non è applicabile se i suoi effetti sono contrari all'ordine pubblico. La materia scottante della stepchild, però, nel caso delle due donne francesi sembra essere stata tenuta fuori dai binari etici, ed è stata trattata come giuridicamente appare, cioè come un semplice «riconoscimento di provvedimento di adozione di minore straniero«, cioè un caso nel quale «il principio di superiore interesse del minore opera necessariamente come un limite alla stessa valenza della clausola di ordine pubblico, che va sempre valutata con cautela e alla luce del singolo caso concreto», hanno spiegato i togati nella sentenza. Trattandosi cioè di un'adozione di un minore, (senza considerare la vicenda familiare) deve essere sempre preminente il suo «diritto a vivere in modo stabile e in un ambiente domestico armonioso e a essere educato e assistito nella crescita con equilibrio e rispetto dei suoi diritti fondamentali». E questo basta per bypassare anche i limiti di un altro principio del diritto italiano la così detta «adozione legittimante», cioè quell'istituto che consente a un individuo di adottare il figlio del partner ma solo qualora i due siano legati dal vincolo del matrimonio. Il matrimonio, in questo caso, per i giudici esiste in quanto riconosciuto all'estero tra cittadini gay stranieri e quindi «non ha alcuna rilevanza, ai fini della trascrizione della adozione reciproca dei minori, il dato dell'inserimento degli stessi nel contesto di una famiglia costituita da una coppia omosessuale» o eterosessuale, hanno sottolineato i togati nella sentenza. Anzi a questo punto la questione per i giudici si ribalta: il via libera alla trascrizione non può essere bloccato da «meri pregiudizi sull'orientamento sessuale della coppia e sulla sua idoneità all'assunzione della responsabilità genitoriale», hanno chiarito. E pensare che all'epoca della discussione nelle aule del Parlamento della legge Cirinnà, la proposta di inserire la stepchild adoption nel testo venne stralciata, proprio per evitare di toccare un tema che avrebbe sollevato un dibattito troppo acceso. Ora, quel che è uscito dalla porta della politica, rientra dalla finestra sotto forma di giurisprudenza. E non si tratta nemmeno dell'unico caso. Nel 2017 due cittadine italiane, residenti e coniugate all'estero, avevano chiesto la registrazione in Italia dell'atto di nascita del figlio di una delle due (nato da fecondazione assistita) che nel documento portava il cognome di entrambe. Gli uffici dell'anagrafe si rifiutarono e le due donne avviarono una battaglia legale che si concluse con una sentenza della Cassazione (14878 del 15 giugno 2017) a loro favore. Anche in questo caso a fare fede fu il fatto che all'estero l'atto era già stato ratificato. Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fontana-il-ministro-della-natalita-senza-figli-il-paese-non-riparte-2574320446.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-cirinna-delira-litalia-in-mano-a-fasci-omofobi" data-post-id="2574320446" data-published-at="1781769810" data-use-pagination="False"> La Cirinnà delira: «L’Italia in mano a fasci omofobi» Le farmacie dalle parti del Nazareno hanno finito le scorte di Maalox. Definire come «scomposte» le reazioni espresse dai vertici del Partito democratico alla formazione dell'esecutivo M5s-Lega sarebbe infatti un eufemismo. L'epiteto più gettonato per definire la squadra del premier Giuseppe Conte, nemmeno a dirlo, è «fascista»; poi nei tweet di Maurizio Martina e Matteo Orfini, rispettivamente segretario reggente e presidente del Pd, sono evocati tutti i fantasmi delle sinistra progressista lontana anni luce dai bisogni del Paese reale. E quindi secondo Orfini «nasce un governo di estrema destra tra gli applausi dei neofascisti di mezza Europa», mentre sul profilo di Martina si legge che il «governo Lega M5s è populista e di destra con programma pericoloso per l'Italia. La loro azione è un mix di estremismo, antieuropeismo e iniquità». Un tono che ricorre tra tutte le schiere democratiche. Tuttavia c'è un pericolo meno visibile ma più incombente che solo la madrina delle unioni civili Monica Cirinnà è riuscita a cogliere e denunciare ad alta voce: quello del governo «più omofobo» che abbia mai conosciuto l'Italia. La paladina dei movimenti Lgbt si prepara ad indossare l'elmetto arcobaleno: «Governo Lega M5s è anche il più omofobo e pericoloso per i diritti civili di tutte le persone oltre che populista, xenofobo e di estrema destra. Prepariamoci ad un'opposizione durissima». Qualche ora dopo la senatrice, che non ha mai nascosto di voler regolamentare la maternità surrogata (utero in affitto), rincara la dose con un altro tweet rivolto al leghista Alberto Bagnai: «Meglio in un porcile tra nobili animali che tra xenofobi razzisti e omofobi. Sono vegetariana e animalista mi occupo da sempre di diritti, dei diritti di tutti, ho certezze, so da che parte stare!». Di fronte alla squadra di governo ha poi commentato: «Metà fascisti e metà incapaci». Per postare, infine, la foto di un matrimonio gay, con commento: «In Campidoglio sposo due mariti e arrivo. Del resto devo esorcizzare il duo Salvini Fontana». D'altra parte c'è da capirla Monica, per lei è stato un brusco risveglio dopo un sogno iniziato nel maggio del 2016. Nel giorno dell'ok definitivo alla legge sulle unioni civili, la senatrice dichiarava alle telecamere di Gazebo che quello era solo un primo passo e che grazie al referendum costituzionale ci sarebbe stata una camera sola e un solo grande partito (il Pd) che avrebbe portato in tutte le mozioni il matrimonio egualitario e di conseguenza, ne era certa la Cirinnà, «il prossimo Parlamento farà il matrimonio egualitario». Gli eventi hanno detto altro e soprattutto gli italiani hanno indicato altre priorità. I risultati elettorali non sembrano però aver avuto effetti sull'agenda politica del Pd. Infatti, mentre il Paese continua restare in pieno inverno demografico, registrando nel 2017 l'ennesimo record negativo di nuovi nati, il Pd in Lombardia pensa ad attaccare i ginecologi obiettori di coscienza. Secondo la consigliera regionale dem Paola Bocci la percentuale di medici che non pratica l'aborto sarebbe infatti ancora troppo alta, sebbene si registri anche un lieve calo degli obiettori: il 66,1% nel 2017, a fronte del 68,2% del 2016. Tra l'altro in Italia non esiste Asl che pratichi più di 15 aborti a settimana. Eppure l'esponente del Pd arriva persino a chiedere un concorso ad hoc aperto solo a ginecologi disposti a praticare l'interruzione di gravidanza, ignorando pronunciamenti del Consiglio d'Europa e della Corte costituzionale che difendo il diritto all'obiezione. Basta chiedere alla Regione Puglia che su una proposta del genere ha dovuto fare una repentina retromarcia. Marco Guerra
Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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Ansa
Qui la relatrice e il governo hanno dato parere positivo ai quattro emendamenti soppressivi presentati dalla commissione Finanze. Questi riguardano lo stop all’estensione del divieto di telemarketing aggressivo anche alle telecomunicazioni così come era stato introdotto in un precedente decreto, la mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico, l’estensione fino al 30 novembre 2027 della disciplina vigente in materia bancaria e creditizia in relazione alle società cooperative e le modifiche sul credito d’imposta sulle minoranze linguistiche.
A questo punto, dopo l’approvazione di Montecitorio, il testo dovrà tornare al Senato per una terza lettura lampo e il via libera definitivo. I tempi sono strettissimi giacché il decreto scade il 29 giugno.
Questo dovrebbe essere l’ultimo provvedimento, strutturato in questo modo, quindi ad ampio spettro, per far fronte al caro carburanti. L’accordo tra Stati Uniti e Teheran dovrebbe placare i mercati e smorzare le infiammate inflazionistiche. A partire da venerdì si negozierà la prossima riapertura del canale di Hormuz per garantire il regolare flusso delle forniture.
L’attenzione quindi si sposta a interventi meno legati alla situazione contingente ma più di sistema. Per Stefano Benigni, vicesegretario nazionale di Forza Italia, «il decreto è servito a far fronte all’emergenza e a ridurre il prezzo dei carburanti. Ora è importante sfruttare la riapertura di Hormuz. Lo sta facendo il ministro Tajani riunendo le imprese attorno ad un tavolo per far ripartire l’economia».
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dato voce alle attese del mondo imprenditoriale. «Se non si risolve il caro energia, l’Italia farà fatica a essere competitiva e a crescere».
Lo sguardo è rivolto alla prossima legge di Bilancio. «Nei 500 giorni di qui a fine legislatura, si possono fare tante cose» ha detto Orsini e rivolto al governo: «Pensate cosa potrebbero fare di più le imprese senza sassi nello zaino che sono la burocrazia, il caro energia».
Un’altra sfida, oltre al nucleare, sono le rinnovabili. «Ci sono 4.000 concessioni da sbloccare. Eppure stiamo parlando di oltre 130 gigawatt di progetti pronti e da mettere a terra. Il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulle fonti ecologiche ma non riesce a farlo». E mette in evidenza che nel frattempo, oltre confine, altri Paesi si stanno muovendo con velocità. «La Germania sta realizzando il più grande impianto termoelettrico d’Europa, la Cina ha costruito 300 nuove centrali a carbone, mentre noi rinunciamo al gas e al nucleare e lasciamo le rinnovabili bloccate negli uffici». Il risultato quindi è che «il prezzo energia continua a pesare sulle nostre imprese».
Intanto un’altra grana è sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, dopo i disservizi emersi ieri in alcune tratte ferroviarie, si è dichiarato irritato con i vertici di Trenitalia ai quali ha chiesto una relazione approfondita sull’accaduto nonché tempi certi per il ritorno alla normalità. Al ministero, nel pomeriggio, Salvini ha siglato un accordo ferroviario con l’Arabia Saudita ed è stata quella l’occasione, si apprende, per esprimere ai vertici Fs, presenti alla firma, la propria contrarietà sulle criticità di ieri lungo la rete.
«Sono gli italiani a essere irritati con un ministro che, anziché fare il suo mestiere, pensa solo a litigare con Meloni per cambiare ministero e sostituire Piantedosi. Un ministro che si occupa di tutto fuorché prendersi le sue responsabilità di fronte agli italiani che viaggiano ogni giorno con ore di ritardo e molti disagi», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein.
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La madre di Andrea Sempio, Daniela Ferrari (Ansa)
A rileggere quelle parole di Daniela Ferrari, 66 anni, mamma di Andrea Sempio, dopo la corsa al Pronto soccorso di ieri e il ricovero d’urgenza «per eccesso nell’assunzione di farmaci», come conferma l’avvocato Liborio Cataliotti, assumono il tono di un disagio che probabilmente andava oltre la stanchezza e la preoccupazione. È una donna che da oltre un anno vive attraversata da una vicenda che ogni giorno la riporta al centro dell’attenzione. E quella di ieri non è la prima volta che ha comunicato segnali di cedimento.
Già il 28 aprile dello scorso anno, convocata dai carabinieri del Comando provinciale di Milano come testimone, avrebbe dovuto ricostruire la mattina del 13 agosto 2007, quella dell’omicidio di Chiara Poggi: orari, commissioni, il ticket del parcheggio. L’audizione si fermò dopo le prime domande. Daniela accusò un malore. Anche in quel caso arrivò un’ambulanza. Da allora l’inchiesta ha continuato a stringersi attorno alla famiglia Sempio. Il padre Giuseppe è finito indagato a Brescia per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Mentre a Pavia la Procura ha continuato a scavare negli intrecci familiari. Non solo quelli con il precedente pool difensivo e con i carabinieri dell’aliquota di polizia giudiziaria della Procura di Pavia che si erano occupati della prima inchiesta cannando completamente le trascrizioni delle intercettazioni. E nel fascicolo, con la discovery successiva all’avviso di chiusura delle indagini preliminari, sono finiti anche aspetti molto personali della vita di Sempio. Ma anche della vita della stessa Ferrari. E tutto questo mentre attorno alla vicenda la pressione mediatica diventava sempre più forte. Forse è per questo che, durante quell’intervista di un mese fa, Daniela Ferrari arrivò a pronunciare una frase che colpì tutti: «Dico la verità, io ci ho pensato. Se io dovessi fare una cosa del genere, cosa dicono? La mamma si è ammazzata perché sa che il figlio è colpevole». Parole che raccontavano soprattutto la paura di una sentenza pronunciata fuori dalle aule di giustizia. «Sai quanti messaggi mi sono già arrivati di gente che mi dice: “Ammazzati che è meglio”?». Meno di un mese dopo è arrivato il ricovero. L’avvocato Cataliotti ha fatto sapere che l’ultimo «bollettino medico» prevede che «rimarrà nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Vigevano quantomeno per la notte».
La donna, che non è in pericolo di vita, è stata sottoposta a una lavanda gastrica. La notizia del malore si è diffusa più o meno all’ora di pranzo: la donna è stata soccorsa da un’ambulanza e ricoverata d’urgenza «per un eccesso o diciamo overdose», spiega Cataliotti, «di assunzione di farmaci tranquillanti». Non è ancora chiaro se l’assunzione sia stata volontaria oppure no. Ma c’è una frase pronunciata dal legale che probabilmente aiuta a capire meglio il dramma personale che si consuma di pari passo con il caso giudiziario e mediatico: «È una testimone, non è indagata, ha il solo torto di avere il figlio sottoposto a questo procedimento», afferma Cataliotti, aggiungendo: «È un campanello di allarme che ci dice che è il momento per tutti di abbassare i toni». L’avvocato, intervistato da Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia su Canale 5, ha raccontato di aver ricevuto la comunicazione mentre era in Cassazione con la collega Angela Taccia, per un altro processo. «Come team difensivo», ha sottolineato, «ci siamo raccomandati che Andrea stia vicino alla mamma, la tranquillizzi e le dica che noi moltiplicheremo addirittura gli sforzi perché si dimentichi gli attacchi dei social, le lettere che riceve e le email». Delle tracce della condizione psicologica della Ferrari sono state annotate poco dopo la riapertura dell’inchiesta anche da Andrea su una Moleskine che gli è stata sequestrata: «Mamma in panico per la cosa di Stasi». Quello stesso taccuino sul quale scriveva dei suoi incubi «e», annotarono i carabinieri, «in alcuni si descriveva come un protagonista violento». Ma è in una intercettazione riportata negli atti che, parlando dello scontrino di Vigevano conservato da Andrea, Daniela Ferrari arrivava perfino a rimproverare se stessa: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino... gli ho rovinato la vita». Parole che restituiscono il senso di colpa e il peso con cui la donna sembrava vivere quegli sviluppi dell’indagine.
Ora i legali dei Sempio chiedono «un minimo di riserbo». E precisano che per la famiglia si tratta di una vicenda che «non attiene alle indagini in corso», ma esclusivamente «alla sfera personale e privata». Una sfera che, secondo Cataliotti e Angela Taccia, sarebbe stata già ampiamente violata nel corso degli ultimi mesi: «È stata calpestata abbastanza». Mentre il caso continua a occupare trasmissioni televisive, prime pagine e alimenta i social network, gli avvocati dei Sempio provano (anche loro mediaticamente) a tracciare un confine tra l’inchiesta e il dramma personale, «sapendo», affermano, «che comunque il riserbo sperato non ci sarà».
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