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2022-06-16
Follia mascherina: in aereo si può levare ma sui mezzi rimane
Roberto Speranza (Imagoeconomica)
Pausa di riflessione, si fa per dire, nella farsa mascherine, durata poche ore. Il consiglio dei ministri è arrivato a metà giugno senza avere idee chiare se mantenere o meno l’obbligo in aereo. Governo balneare, nella forma e nella sostanza, capace di incartarsi nelle ultime restrizioni, ha preso tempo prima di dire stop sugli aerei. Ma intanto bisogna tenersela fino a fine settembre su treni, autobus, tram, un continuo togliersi e mettere il bavaglio.
La schizofrenia delle nuove regole risulta ancora più evidente se si pensa che i passeggeri sono obbligati a coprire il volto sui mezzi utilizzati per raggiungere l’aeroporto, comprese le navette per arrivare al proprio aereo dai gate, per poi toglierla, magari per ore, durante il volo.
Il tutto quando l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea, insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, avevano già deciso di revocarne l’utilizzo sugli aerei che volano all’interno dell’Ue.
Da noi, da oggi, le mascherine saranno solo raccomandate nei cinema, teatri e palazzetti dello sport, a messa e agli esami di maturità mentre l’obbligo, oltre che in ospedali e Rsa, è stato prorogato al 30 settembre su treni, navi, autobus e metropolitane. «È un settore già martoriato dal Covid-19 e che sta già pagando tantissimo il prezzo del caro energia e caro carburante», ha protestato Flavio Cattaneo, vicepresidente esecutivo di Italo, società privata dell’alta velocità e azionista fondatore di Itabus, compagnia di trasporto su gomma. «Ancora una volta per l’ottusa burocrazia del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità che gestisce questi processi, deve pagare un conto salato chi accusa minori entrate derivanti dall’utilizzo delle mascherine Ffp2, che vede l’Italia l’unico Paese al mondo che continua ad averle obbligatorie». Anche l’ad Gianbattista La Rocca ha parlato di «una tegola che ancora una volta si abbatte sul nostro settore, nel momento in cui stiamo per rialzare la testa».
Cattaneo ne ha avute pure per il consigliere di Speranza. «Lasciano sconcertati le indicazioni del professor Ricciardi che dall’alto della sua posizione, evidentemente non toccata da guerre e pandemie, continua a sostenere le ragioni dei pasdaran della mascherina», ha tuonato. Walter Ricciardi era infatti tornato a ribadire il mantra del bavaglio sempre. «La nostra raccomandazione», aveva detto, è di mantenere la mascherina nei luoghi chiusi e affollati e di tenerla obbligatoria nei trasporti locali, sul treno e in aereo».
Sul fronte mascheramento a oltranza c’è anche Sandra Zampa, responsabile salute nella segreteria del Pd. Ha sostenuto che «è davvero lunare, e strumentale, il tentativo di alcune forze di destra, di piantare bandierine criticando l’utilizzo delle mascherine. Il ministro Speranza ha fatto benissimo, a mio parere, a mantenere l’obbligo per coloro che utilizzano il trasporto pubblico. I dati ci dicono che dobbiamo essere molto attenti».
Per fortuna proprio ieri è uscita una stima di Sima, la società italiana di medicina ambientale, secondo la quale sono oltre 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da inizio pandemia ad oggi, e ben 129 miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, ovvero 3 milioni al minuto. Ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 nel nostro Paese, si aggiungerebbero i 16 miliardi di dpi indossati dai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’utilizzo quotidiano nelle varie situazioni.
«Sul fronte dell’ambiente, le mascherine hanno avuto un impatto paragonabile a quello di uno tsunami», ha dichiarato il presidente Sima, Alessandro Miani. «L’Oms ha stimato in 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi, principalmente plastica, e 731.000 litri di rifiuti chimici. Uno studio su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua, quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima al ribasso». Le conseguenze sarebbero disastrose perché «una singola mascherina potrebbe rilasciare fino a 173.000 microfibre di plastica al giorno negli oceani».
Eppure a settembre forse ci ritroveremo di nuovo con le mascherine a scuola, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sostiene che sta lavorando «per una presenza in sicurezza», che significa proprio bavaglio a oltranza. Adesso l’obbligo è scomparso per i maturandi e i fine corso, anche se «purtroppo per la scuola media la decisione non arriva in tempo perché gli esami sono già iniziati e in alcuni casi anche finiti», ha osservato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, auspicando chiarezza: «È necessario modificare la legge in vigore che impone l’utilizzo delle mascherine in tutte le scuole».
I casi in lieve risalita riesumano i gufi ma a infettarsi è il pasdaran Speranza
Lo dicono per spingere la prossima campagna vaccinale? O per giustificare la pagliacciata del governo sulle mascherine? O per entrambi i motivi? Fatto sta che è ricominciata la litania: la pandemia non è finita, arriva «l’ondata estiva» - sembra il titolo di una hit di Er Piotta. In sintesi, ci vuole prudenza. Finora, la ritirata delle virostar era stata solo strategica; adesso è partito il contrattacco.
Si registra il grande ritorno di Walter Ricciardi: «Stiamo vedendo una proliferazione di varianti incredibile», sentenzia. Per cui, «bisogna adottare cinque pilastri: mascherine, ventilazione degli ambienti e filtraggio dell’aria, test e monitoraggio, distanziamento sociale e vaccinazioni». Se ci fosse la Cirinnà, dovrebbe chiosare: che vita di m… Almeno, non è sul tavolo la soluzione Shanghai.
Il consulente di Roberto Speranza fa eco a Fabrizio Pregliasco, per tradizione incline a planare su ogni brandello di potenziale allarme sanitario. L’igienista paventa, per colpa di Omicron 5, fino a 100.000 contagi al giorno, «ancora per tre-quattro settimane». «È una ipotesi che con questa contagiosità», conferma Ricciardi, «potrebbe anche avverarsi». Rispuntano la lotteria del Covid, i vaticini spacciati per statistica e usati come grimaldelli per le restrizioni. Il senso del discorso, infatti, è questo qua: «Dobbiamo stare attenti», bercia, all’unisono con la dem Sandra Zampa, il superconsigliere del ministro. «Ecco perché servono ancora le mascherine». Che, appunto, restano obbligatorie sui trasporti, però non su tutti: sul treno sì, in aereo no. Nelle Rsa, per forza; al cinema, al teatro, nei negozi e agli esami di Stato, evidentemente se ne può fare a meno.
Beninteso: la curva epidemiologica è davvero in lieve peggioramento. È plausibile che, per quanto riguarda i contagi, stiamo già raggiungendo un piccolo plateau. I ricoveri, ieri, sono aumentati di poco; considerato che l’effetto sugli ospedali di un incremento dei casi si apprezza un po’ in ritardo, sarebbe logico attendersi che la tendenza prosegua la prossima settimana. La situazione delle terapie intensive, fortunatamente, rimane stabile. E ciò, forse, è spia di un fattore distorsivo: una parte delle infezioni viene registrata in pazienti testati direttamente in corsia, dove comunque erano finiti per motivi che non hanno a che vedere con il Covid.
Comunque stiano le cose, i dati depongono a sfavore della pervicacia con cui i sacerdoti del culto pandemico promuovono bavagli e punture. Già qualche esperto, come Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo, aveva provato a spiegare che, quando il tasso di trasmissibilità di un ceppo supera una certa soglia, la stoffa sul viso non aiuta granché ad arginare il contagio. Le ricerche comparate sull’utilizzo delle mascherine a scuola, poi, mostrano che ovunque siano state rese obbligatorie, non c’è stato alcun impatto apprezzabile sulla circolazione del Sars-Cov-2. Quanto ai vaccini, sono gli stessi report dell’Iss a provare che, specialmente tra gli under 40, essi sono pressoché incapaci di schermare dall’infezione: l’incidenza dei casi è quasi identica in vaccinati recenti, vaccinati con booster e non vaccinati, mentre, sorprendentemente, è più bassa nei vaccinati con due dosi da oltre quattro mesi. Tutta gente che, con ogni probabilità, dopo il primo ciclo d’inoculazioni, è guarita da Omicron. Un altro punto a favore della strategia inglese.
Il buon senso suggerirebbe di lasciarsi provocare dagli esempi viventi del flop di una filosofia aggreppiata al mantra del Covid (quasi) zero: il premier canadese, Justin Trudeau, è positivo per la seconda volta, dopo aver già contratto il coronavirus e dopo tre vaccini; contagiato, nonostante il poker di dosi, pure Anthony Fauci, oltranzista dei divieti e habitué del salottino di Fabio Fazio. Ha «sintomi lievi». Persino Roberto Speranza, il pasdaran del pandemicamente corretto, è infetto, con buona pace di punturine e mascherine.
Barlumi di lucidità, invero, giungono da Gianni Rezza, direttore della Prevenzione al dicastero della Salute. Il virus, osserva, «sta diventando endemico e ci aspettiamo nuove frequenti ondate, ma di limitata intensità». Il problema è che, di tali scampoli di realtà, ci si ostina a fare un uso deviante. Sempre Rezza aggiunge, difatti, che, proprio per questa ragione, «ci saranno delle limitazioni e sarà necessario un uso selettivo delle mascherine». Ricapitoliamo: abbiamo trascorso mesi a incrociare le dita, augurandoci che i vaccini anti Covid fossero sterilizzanti. Quando abbiamo scoperto che non lo erano, ci siamo consolati così: almeno, evitano le forme gravi della malattia. Finirà che il Sars-Cov-2 proseguirà a circolare, ma senza mietere vittime, come nella primavera del 2020. E oggi che l’obiettivo è stato raggiunto? Cosa succede? Arriva il contrordine: siccome il virus è endemico, allora manteniamo le restrizioni.
Se l’epidemiologia non è un’opinione, stiamo fingendo di poter fermare il vento con le mani, al solo scopo di salvare dal crac il carrozzone politico e burocratico costruito sulla pandemia. Ormai è chiaro come il sole: è la ditta Speranza il vero soggetto fragile.
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Il bavaglio può essere tolto in volo, però va ancora indossato su treni, bus e navi. La Cei ripete: «Nessun obbligo in chiesa».Perfino il ministro iper rigorista è positivo: l’ennesima prova che la strategia Covid (quasi) zero è un flop. Rispuntano i profeti di sventura pandemica. Walter Ricciardi e Fabrizio Pregliasco: «Rischiamo 100.000 contagi al giorno».Lo speciale contiene due articoliPausa di riflessione, si fa per dire, nella farsa mascherine, durata poche ore. Il consiglio dei ministri è arrivato a metà giugno senza avere idee chiare se mantenere o meno l’obbligo in aereo. Governo balneare, nella forma e nella sostanza, capace di incartarsi nelle ultime restrizioni, ha preso tempo prima di dire stop sugli aerei. Ma intanto bisogna tenersela fino a fine settembre su treni, autobus, tram, un continuo togliersi e mettere il bavaglio. La schizofrenia delle nuove regole risulta ancora più evidente se si pensa che i passeggeri sono obbligati a coprire il volto sui mezzi utilizzati per raggiungere l’aeroporto, comprese le navette per arrivare al proprio aereo dai gate, per poi toglierla, magari per ore, durante il volo. Il tutto quando l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea, insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, avevano già deciso di revocarne l’utilizzo sugli aerei che volano all’interno dell’Ue. Da noi, da oggi, le mascherine saranno solo raccomandate nei cinema, teatri e palazzetti dello sport, a messa e agli esami di maturità mentre l’obbligo, oltre che in ospedali e Rsa, è stato prorogato al 30 settembre su treni, navi, autobus e metropolitane. «È un settore già martoriato dal Covid-19 e che sta già pagando tantissimo il prezzo del caro energia e caro carburante», ha protestato Flavio Cattaneo, vicepresidente esecutivo di Italo, società privata dell’alta velocità e azionista fondatore di Itabus, compagnia di trasporto su gomma. «Ancora una volta per l’ottusa burocrazia del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità che gestisce questi processi, deve pagare un conto salato chi accusa minori entrate derivanti dall’utilizzo delle mascherine Ffp2, che vede l’Italia l’unico Paese al mondo che continua ad averle obbligatorie». Anche l’ad Gianbattista La Rocca ha parlato di «una tegola che ancora una volta si abbatte sul nostro settore, nel momento in cui stiamo per rialzare la testa».Cattaneo ne ha avute pure per il consigliere di Speranza. «Lasciano sconcertati le indicazioni del professor Ricciardi che dall’alto della sua posizione, evidentemente non toccata da guerre e pandemie, continua a sostenere le ragioni dei pasdaran della mascherina», ha tuonato. Walter Ricciardi era infatti tornato a ribadire il mantra del bavaglio sempre. «La nostra raccomandazione», aveva detto, è di mantenere la mascherina nei luoghi chiusi e affollati e di tenerla obbligatoria nei trasporti locali, sul treno e in aereo». Sul fronte mascheramento a oltranza c’è anche Sandra Zampa, responsabile salute nella segreteria del Pd. Ha sostenuto che «è davvero lunare, e strumentale, il tentativo di alcune forze di destra, di piantare bandierine criticando l’utilizzo delle mascherine. Il ministro Speranza ha fatto benissimo, a mio parere, a mantenere l’obbligo per coloro che utilizzano il trasporto pubblico. I dati ci dicono che dobbiamo essere molto attenti». Per fortuna proprio ieri è uscita una stima di Sima, la società italiana di medicina ambientale, secondo la quale sono oltre 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da inizio pandemia ad oggi, e ben 129 miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, ovvero 3 milioni al minuto. Ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 nel nostro Paese, si aggiungerebbero i 16 miliardi di dpi indossati dai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’utilizzo quotidiano nelle varie situazioni. «Sul fronte dell’ambiente, le mascherine hanno avuto un impatto paragonabile a quello di uno tsunami», ha dichiarato il presidente Sima, Alessandro Miani. «L’Oms ha stimato in 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi, principalmente plastica, e 731.000 litri di rifiuti chimici. Uno studio su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua, quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima al ribasso». Le conseguenze sarebbero disastrose perché «una singola mascherina potrebbe rilasciare fino a 173.000 microfibre di plastica al giorno negli oceani». Eppure a settembre forse ci ritroveremo di nuovo con le mascherine a scuola, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sostiene che sta lavorando «per una presenza in sicurezza», che significa proprio bavaglio a oltranza. Adesso l’obbligo è scomparso per i maturandi e i fine corso, anche se «purtroppo per la scuola media la decisione non arriva in tempo perché gli esami sono già iniziati e in alcuni casi anche finiti», ha osservato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, auspicando chiarezza: «È necessario modificare la legge in vigore che impone l’utilizzo delle mascherine in tutte le scuole». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/follia-mascherina-in-aereo-si-puo-levare-ma-sui-mezzi-rimane-2657516187.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-casi-in-lieve-risalita-riesumano-i-gufi-ma-a-infettarsi-e-il-pasdaran-speranza" data-post-id="2657516187" data-published-at="1655332675" data-use-pagination="False"> I casi in lieve risalita riesumano i gufi ma a infettarsi è il pasdaran Speranza Lo dicono per spingere la prossima campagna vaccinale? O per giustificare la pagliacciata del governo sulle mascherine? O per entrambi i motivi? Fatto sta che è ricominciata la litania: la pandemia non è finita, arriva «l’ondata estiva» - sembra il titolo di una hit di Er Piotta. In sintesi, ci vuole prudenza. Finora, la ritirata delle virostar era stata solo strategica; adesso è partito il contrattacco. Si registra il grande ritorno di Walter Ricciardi: «Stiamo vedendo una proliferazione di varianti incredibile», sentenzia. Per cui, «bisogna adottare cinque pilastri: mascherine, ventilazione degli ambienti e filtraggio dell’aria, test e monitoraggio, distanziamento sociale e vaccinazioni». Se ci fosse la Cirinnà, dovrebbe chiosare: che vita di m… Almeno, non è sul tavolo la soluzione Shanghai. Il consulente di Roberto Speranza fa eco a Fabrizio Pregliasco, per tradizione incline a planare su ogni brandello di potenziale allarme sanitario. L’igienista paventa, per colpa di Omicron 5, fino a 100.000 contagi al giorno, «ancora per tre-quattro settimane». «È una ipotesi che con questa contagiosità», conferma Ricciardi, «potrebbe anche avverarsi». Rispuntano la lotteria del Covid, i vaticini spacciati per statistica e usati come grimaldelli per le restrizioni. Il senso del discorso, infatti, è questo qua: «Dobbiamo stare attenti», bercia, all’unisono con la dem Sandra Zampa, il superconsigliere del ministro. «Ecco perché servono ancora le mascherine». Che, appunto, restano obbligatorie sui trasporti, però non su tutti: sul treno sì, in aereo no. Nelle Rsa, per forza; al cinema, al teatro, nei negozi e agli esami di Stato, evidentemente se ne può fare a meno. Beninteso: la curva epidemiologica è davvero in lieve peggioramento. È plausibile che, per quanto riguarda i contagi, stiamo già raggiungendo un piccolo plateau. I ricoveri, ieri, sono aumentati di poco; considerato che l’effetto sugli ospedali di un incremento dei casi si apprezza un po’ in ritardo, sarebbe logico attendersi che la tendenza prosegua la prossima settimana. La situazione delle terapie intensive, fortunatamente, rimane stabile. E ciò, forse, è spia di un fattore distorsivo: una parte delle infezioni viene registrata in pazienti testati direttamente in corsia, dove comunque erano finiti per motivi che non hanno a che vedere con il Covid. Comunque stiano le cose, i dati depongono a sfavore della pervicacia con cui i sacerdoti del culto pandemico promuovono bavagli e punture. Già qualche esperto, come Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo, aveva provato a spiegare che, quando il tasso di trasmissibilità di un ceppo supera una certa soglia, la stoffa sul viso non aiuta granché ad arginare il contagio. Le ricerche comparate sull’utilizzo delle mascherine a scuola, poi, mostrano che ovunque siano state rese obbligatorie, non c’è stato alcun impatto apprezzabile sulla circolazione del Sars-Cov-2. Quanto ai vaccini, sono gli stessi report dell’Iss a provare che, specialmente tra gli under 40, essi sono pressoché incapaci di schermare dall’infezione: l’incidenza dei casi è quasi identica in vaccinati recenti, vaccinati con booster e non vaccinati, mentre, sorprendentemente, è più bassa nei vaccinati con due dosi da oltre quattro mesi. Tutta gente che, con ogni probabilità, dopo il primo ciclo d’inoculazioni, è guarita da Omicron. Un altro punto a favore della strategia inglese. Il buon senso suggerirebbe di lasciarsi provocare dagli esempi viventi del flop di una filosofia aggreppiata al mantra del Covid (quasi) zero: il premier canadese, Justin Trudeau, è positivo per la seconda volta, dopo aver già contratto il coronavirus e dopo tre vaccini; contagiato, nonostante il poker di dosi, pure Anthony Fauci, oltranzista dei divieti e habitué del salottino di Fabio Fazio. Ha «sintomi lievi». Persino Roberto Speranza, il pasdaran del pandemicamente corretto, è infetto, con buona pace di punturine e mascherine. Barlumi di lucidità, invero, giungono da Gianni Rezza, direttore della Prevenzione al dicastero della Salute. Il virus, osserva, «sta diventando endemico e ci aspettiamo nuove frequenti ondate, ma di limitata intensità». Il problema è che, di tali scampoli di realtà, ci si ostina a fare un uso deviante. Sempre Rezza aggiunge, difatti, che, proprio per questa ragione, «ci saranno delle limitazioni e sarà necessario un uso selettivo delle mascherine». Ricapitoliamo: abbiamo trascorso mesi a incrociare le dita, augurandoci che i vaccini anti Covid fossero sterilizzanti. Quando abbiamo scoperto che non lo erano, ci siamo consolati così: almeno, evitano le forme gravi della malattia. Finirà che il Sars-Cov-2 proseguirà a circolare, ma senza mietere vittime, come nella primavera del 2020. E oggi che l’obiettivo è stato raggiunto? Cosa succede? Arriva il contrordine: siccome il virus è endemico, allora manteniamo le restrizioni. Se l’epidemiologia non è un’opinione, stiamo fingendo di poter fermare il vento con le mani, al solo scopo di salvare dal crac il carrozzone politico e burocratico costruito sulla pandemia. Ormai è chiaro come il sole: è la ditta Speranza il vero soggetto fragile.
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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