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2022-06-16
Follia mascherina: in aereo si può levare ma sui mezzi rimane
Roberto Speranza (Imagoeconomica)
Pausa di riflessione, si fa per dire, nella farsa mascherine, durata poche ore. Il consiglio dei ministri è arrivato a metà giugno senza avere idee chiare se mantenere o meno l’obbligo in aereo. Governo balneare, nella forma e nella sostanza, capace di incartarsi nelle ultime restrizioni, ha preso tempo prima di dire stop sugli aerei. Ma intanto bisogna tenersela fino a fine settembre su treni, autobus, tram, un continuo togliersi e mettere il bavaglio.
La schizofrenia delle nuove regole risulta ancora più evidente se si pensa che i passeggeri sono obbligati a coprire il volto sui mezzi utilizzati per raggiungere l’aeroporto, comprese le navette per arrivare al proprio aereo dai gate, per poi toglierla, magari per ore, durante il volo.
Il tutto quando l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea, insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, avevano già deciso di revocarne l’utilizzo sugli aerei che volano all’interno dell’Ue.
Da noi, da oggi, le mascherine saranno solo raccomandate nei cinema, teatri e palazzetti dello sport, a messa e agli esami di maturità mentre l’obbligo, oltre che in ospedali e Rsa, è stato prorogato al 30 settembre su treni, navi, autobus e metropolitane. «È un settore già martoriato dal Covid-19 e che sta già pagando tantissimo il prezzo del caro energia e caro carburante», ha protestato Flavio Cattaneo, vicepresidente esecutivo di Italo, società privata dell’alta velocità e azionista fondatore di Itabus, compagnia di trasporto su gomma. «Ancora una volta per l’ottusa burocrazia del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità che gestisce questi processi, deve pagare un conto salato chi accusa minori entrate derivanti dall’utilizzo delle mascherine Ffp2, che vede l’Italia l’unico Paese al mondo che continua ad averle obbligatorie». Anche l’ad Gianbattista La Rocca ha parlato di «una tegola che ancora una volta si abbatte sul nostro settore, nel momento in cui stiamo per rialzare la testa».
Cattaneo ne ha avute pure per il consigliere di Speranza. «Lasciano sconcertati le indicazioni del professor Ricciardi che dall’alto della sua posizione, evidentemente non toccata da guerre e pandemie, continua a sostenere le ragioni dei pasdaran della mascherina», ha tuonato. Walter Ricciardi era infatti tornato a ribadire il mantra del bavaglio sempre. «La nostra raccomandazione», aveva detto, è di mantenere la mascherina nei luoghi chiusi e affollati e di tenerla obbligatoria nei trasporti locali, sul treno e in aereo».
Sul fronte mascheramento a oltranza c’è anche Sandra Zampa, responsabile salute nella segreteria del Pd. Ha sostenuto che «è davvero lunare, e strumentale, il tentativo di alcune forze di destra, di piantare bandierine criticando l’utilizzo delle mascherine. Il ministro Speranza ha fatto benissimo, a mio parere, a mantenere l’obbligo per coloro che utilizzano il trasporto pubblico. I dati ci dicono che dobbiamo essere molto attenti».
Per fortuna proprio ieri è uscita una stima di Sima, la società italiana di medicina ambientale, secondo la quale sono oltre 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da inizio pandemia ad oggi, e ben 129 miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, ovvero 3 milioni al minuto. Ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 nel nostro Paese, si aggiungerebbero i 16 miliardi di dpi indossati dai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’utilizzo quotidiano nelle varie situazioni.
«Sul fronte dell’ambiente, le mascherine hanno avuto un impatto paragonabile a quello di uno tsunami», ha dichiarato il presidente Sima, Alessandro Miani. «L’Oms ha stimato in 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi, principalmente plastica, e 731.000 litri di rifiuti chimici. Uno studio su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua, quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima al ribasso». Le conseguenze sarebbero disastrose perché «una singola mascherina potrebbe rilasciare fino a 173.000 microfibre di plastica al giorno negli oceani».
Eppure a settembre forse ci ritroveremo di nuovo con le mascherine a scuola, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sostiene che sta lavorando «per una presenza in sicurezza», che significa proprio bavaglio a oltranza. Adesso l’obbligo è scomparso per i maturandi e i fine corso, anche se «purtroppo per la scuola media la decisione non arriva in tempo perché gli esami sono già iniziati e in alcuni casi anche finiti», ha osservato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, auspicando chiarezza: «È necessario modificare la legge in vigore che impone l’utilizzo delle mascherine in tutte le scuole».
I casi in lieve risalita riesumano i gufi ma a infettarsi è il pasdaran Speranza
Lo dicono per spingere la prossima campagna vaccinale? O per giustificare la pagliacciata del governo sulle mascherine? O per entrambi i motivi? Fatto sta che è ricominciata la litania: la pandemia non è finita, arriva «l’ondata estiva» - sembra il titolo di una hit di Er Piotta. In sintesi, ci vuole prudenza. Finora, la ritirata delle virostar era stata solo strategica; adesso è partito il contrattacco.
Si registra il grande ritorno di Walter Ricciardi: «Stiamo vedendo una proliferazione di varianti incredibile», sentenzia. Per cui, «bisogna adottare cinque pilastri: mascherine, ventilazione degli ambienti e filtraggio dell’aria, test e monitoraggio, distanziamento sociale e vaccinazioni». Se ci fosse la Cirinnà, dovrebbe chiosare: che vita di m… Almeno, non è sul tavolo la soluzione Shanghai.
Il consulente di Roberto Speranza fa eco a Fabrizio Pregliasco, per tradizione incline a planare su ogni brandello di potenziale allarme sanitario. L’igienista paventa, per colpa di Omicron 5, fino a 100.000 contagi al giorno, «ancora per tre-quattro settimane». «È una ipotesi che con questa contagiosità», conferma Ricciardi, «potrebbe anche avverarsi». Rispuntano la lotteria del Covid, i vaticini spacciati per statistica e usati come grimaldelli per le restrizioni. Il senso del discorso, infatti, è questo qua: «Dobbiamo stare attenti», bercia, all’unisono con la dem Sandra Zampa, il superconsigliere del ministro. «Ecco perché servono ancora le mascherine». Che, appunto, restano obbligatorie sui trasporti, però non su tutti: sul treno sì, in aereo no. Nelle Rsa, per forza; al cinema, al teatro, nei negozi e agli esami di Stato, evidentemente se ne può fare a meno.
Beninteso: la curva epidemiologica è davvero in lieve peggioramento. È plausibile che, per quanto riguarda i contagi, stiamo già raggiungendo un piccolo plateau. I ricoveri, ieri, sono aumentati di poco; considerato che l’effetto sugli ospedali di un incremento dei casi si apprezza un po’ in ritardo, sarebbe logico attendersi che la tendenza prosegua la prossima settimana. La situazione delle terapie intensive, fortunatamente, rimane stabile. E ciò, forse, è spia di un fattore distorsivo: una parte delle infezioni viene registrata in pazienti testati direttamente in corsia, dove comunque erano finiti per motivi che non hanno a che vedere con il Covid.
Comunque stiano le cose, i dati depongono a sfavore della pervicacia con cui i sacerdoti del culto pandemico promuovono bavagli e punture. Già qualche esperto, come Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo, aveva provato a spiegare che, quando il tasso di trasmissibilità di un ceppo supera una certa soglia, la stoffa sul viso non aiuta granché ad arginare il contagio. Le ricerche comparate sull’utilizzo delle mascherine a scuola, poi, mostrano che ovunque siano state rese obbligatorie, non c’è stato alcun impatto apprezzabile sulla circolazione del Sars-Cov-2. Quanto ai vaccini, sono gli stessi report dell’Iss a provare che, specialmente tra gli under 40, essi sono pressoché incapaci di schermare dall’infezione: l’incidenza dei casi è quasi identica in vaccinati recenti, vaccinati con booster e non vaccinati, mentre, sorprendentemente, è più bassa nei vaccinati con due dosi da oltre quattro mesi. Tutta gente che, con ogni probabilità, dopo il primo ciclo d’inoculazioni, è guarita da Omicron. Un altro punto a favore della strategia inglese.
Il buon senso suggerirebbe di lasciarsi provocare dagli esempi viventi del flop di una filosofia aggreppiata al mantra del Covid (quasi) zero: il premier canadese, Justin Trudeau, è positivo per la seconda volta, dopo aver già contratto il coronavirus e dopo tre vaccini; contagiato, nonostante il poker di dosi, pure Anthony Fauci, oltranzista dei divieti e habitué del salottino di Fabio Fazio. Ha «sintomi lievi». Persino Roberto Speranza, il pasdaran del pandemicamente corretto, è infetto, con buona pace di punturine e mascherine.
Barlumi di lucidità, invero, giungono da Gianni Rezza, direttore della Prevenzione al dicastero della Salute. Il virus, osserva, «sta diventando endemico e ci aspettiamo nuove frequenti ondate, ma di limitata intensità». Il problema è che, di tali scampoli di realtà, ci si ostina a fare un uso deviante. Sempre Rezza aggiunge, difatti, che, proprio per questa ragione, «ci saranno delle limitazioni e sarà necessario un uso selettivo delle mascherine». Ricapitoliamo: abbiamo trascorso mesi a incrociare le dita, augurandoci che i vaccini anti Covid fossero sterilizzanti. Quando abbiamo scoperto che non lo erano, ci siamo consolati così: almeno, evitano le forme gravi della malattia. Finirà che il Sars-Cov-2 proseguirà a circolare, ma senza mietere vittime, come nella primavera del 2020. E oggi che l’obiettivo è stato raggiunto? Cosa succede? Arriva il contrordine: siccome il virus è endemico, allora manteniamo le restrizioni.
Se l’epidemiologia non è un’opinione, stiamo fingendo di poter fermare il vento con le mani, al solo scopo di salvare dal crac il carrozzone politico e burocratico costruito sulla pandemia. Ormai è chiaro come il sole: è la ditta Speranza il vero soggetto fragile.
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Il bavaglio può essere tolto in volo, però va ancora indossato su treni, bus e navi. La Cei ripete: «Nessun obbligo in chiesa».Perfino il ministro iper rigorista è positivo: l’ennesima prova che la strategia Covid (quasi) zero è un flop. Rispuntano i profeti di sventura pandemica. Walter Ricciardi e Fabrizio Pregliasco: «Rischiamo 100.000 contagi al giorno».Lo speciale contiene due articoliPausa di riflessione, si fa per dire, nella farsa mascherine, durata poche ore. Il consiglio dei ministri è arrivato a metà giugno senza avere idee chiare se mantenere o meno l’obbligo in aereo. Governo balneare, nella forma e nella sostanza, capace di incartarsi nelle ultime restrizioni, ha preso tempo prima di dire stop sugli aerei. Ma intanto bisogna tenersela fino a fine settembre su treni, autobus, tram, un continuo togliersi e mettere il bavaglio. La schizofrenia delle nuove regole risulta ancora più evidente se si pensa che i passeggeri sono obbligati a coprire il volto sui mezzi utilizzati per raggiungere l’aeroporto, comprese le navette per arrivare al proprio aereo dai gate, per poi toglierla, magari per ore, durante il volo. Il tutto quando l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea, insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, avevano già deciso di revocarne l’utilizzo sugli aerei che volano all’interno dell’Ue. Da noi, da oggi, le mascherine saranno solo raccomandate nei cinema, teatri e palazzetti dello sport, a messa e agli esami di maturità mentre l’obbligo, oltre che in ospedali e Rsa, è stato prorogato al 30 settembre su treni, navi, autobus e metropolitane. «È un settore già martoriato dal Covid-19 e che sta già pagando tantissimo il prezzo del caro energia e caro carburante», ha protestato Flavio Cattaneo, vicepresidente esecutivo di Italo, società privata dell’alta velocità e azionista fondatore di Itabus, compagnia di trasporto su gomma. «Ancora una volta per l’ottusa burocrazia del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità che gestisce questi processi, deve pagare un conto salato chi accusa minori entrate derivanti dall’utilizzo delle mascherine Ffp2, che vede l’Italia l’unico Paese al mondo che continua ad averle obbligatorie». Anche l’ad Gianbattista La Rocca ha parlato di «una tegola che ancora una volta si abbatte sul nostro settore, nel momento in cui stiamo per rialzare la testa».Cattaneo ne ha avute pure per il consigliere di Speranza. «Lasciano sconcertati le indicazioni del professor Ricciardi che dall’alto della sua posizione, evidentemente non toccata da guerre e pandemie, continua a sostenere le ragioni dei pasdaran della mascherina», ha tuonato. Walter Ricciardi era infatti tornato a ribadire il mantra del bavaglio sempre. «La nostra raccomandazione», aveva detto, è di mantenere la mascherina nei luoghi chiusi e affollati e di tenerla obbligatoria nei trasporti locali, sul treno e in aereo». Sul fronte mascheramento a oltranza c’è anche Sandra Zampa, responsabile salute nella segreteria del Pd. Ha sostenuto che «è davvero lunare, e strumentale, il tentativo di alcune forze di destra, di piantare bandierine criticando l’utilizzo delle mascherine. Il ministro Speranza ha fatto benissimo, a mio parere, a mantenere l’obbligo per coloro che utilizzano il trasporto pubblico. I dati ci dicono che dobbiamo essere molto attenti». Per fortuna proprio ieri è uscita una stima di Sima, la società italiana di medicina ambientale, secondo la quale sono oltre 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da inizio pandemia ad oggi, e ben 129 miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, ovvero 3 milioni al minuto. Ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 nel nostro Paese, si aggiungerebbero i 16 miliardi di dpi indossati dai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’utilizzo quotidiano nelle varie situazioni. «Sul fronte dell’ambiente, le mascherine hanno avuto un impatto paragonabile a quello di uno tsunami», ha dichiarato il presidente Sima, Alessandro Miani. «L’Oms ha stimato in 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi, principalmente plastica, e 731.000 litri di rifiuti chimici. Uno studio su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua, quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima al ribasso». Le conseguenze sarebbero disastrose perché «una singola mascherina potrebbe rilasciare fino a 173.000 microfibre di plastica al giorno negli oceani». Eppure a settembre forse ci ritroveremo di nuovo con le mascherine a scuola, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sostiene che sta lavorando «per una presenza in sicurezza», che significa proprio bavaglio a oltranza. Adesso l’obbligo è scomparso per i maturandi e i fine corso, anche se «purtroppo per la scuola media la decisione non arriva in tempo perché gli esami sono già iniziati e in alcuni casi anche finiti», ha osservato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, auspicando chiarezza: «È necessario modificare la legge in vigore che impone l’utilizzo delle mascherine in tutte le scuole». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/follia-mascherina-in-aereo-si-puo-levare-ma-sui-mezzi-rimane-2657516187.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-casi-in-lieve-risalita-riesumano-i-gufi-ma-a-infettarsi-e-il-pasdaran-speranza" data-post-id="2657516187" data-published-at="1655332675" data-use-pagination="False"> I casi in lieve risalita riesumano i gufi ma a infettarsi è il pasdaran Speranza Lo dicono per spingere la prossima campagna vaccinale? O per giustificare la pagliacciata del governo sulle mascherine? O per entrambi i motivi? Fatto sta che è ricominciata la litania: la pandemia non è finita, arriva «l’ondata estiva» - sembra il titolo di una hit di Er Piotta. In sintesi, ci vuole prudenza. Finora, la ritirata delle virostar era stata solo strategica; adesso è partito il contrattacco. Si registra il grande ritorno di Walter Ricciardi: «Stiamo vedendo una proliferazione di varianti incredibile», sentenzia. Per cui, «bisogna adottare cinque pilastri: mascherine, ventilazione degli ambienti e filtraggio dell’aria, test e monitoraggio, distanziamento sociale e vaccinazioni». Se ci fosse la Cirinnà, dovrebbe chiosare: che vita di m… Almeno, non è sul tavolo la soluzione Shanghai. Il consulente di Roberto Speranza fa eco a Fabrizio Pregliasco, per tradizione incline a planare su ogni brandello di potenziale allarme sanitario. L’igienista paventa, per colpa di Omicron 5, fino a 100.000 contagi al giorno, «ancora per tre-quattro settimane». «È una ipotesi che con questa contagiosità», conferma Ricciardi, «potrebbe anche avverarsi». Rispuntano la lotteria del Covid, i vaticini spacciati per statistica e usati come grimaldelli per le restrizioni. Il senso del discorso, infatti, è questo qua: «Dobbiamo stare attenti», bercia, all’unisono con la dem Sandra Zampa, il superconsigliere del ministro. «Ecco perché servono ancora le mascherine». Che, appunto, restano obbligatorie sui trasporti, però non su tutti: sul treno sì, in aereo no. Nelle Rsa, per forza; al cinema, al teatro, nei negozi e agli esami di Stato, evidentemente se ne può fare a meno. Beninteso: la curva epidemiologica è davvero in lieve peggioramento. È plausibile che, per quanto riguarda i contagi, stiamo già raggiungendo un piccolo plateau. I ricoveri, ieri, sono aumentati di poco; considerato che l’effetto sugli ospedali di un incremento dei casi si apprezza un po’ in ritardo, sarebbe logico attendersi che la tendenza prosegua la prossima settimana. La situazione delle terapie intensive, fortunatamente, rimane stabile. E ciò, forse, è spia di un fattore distorsivo: una parte delle infezioni viene registrata in pazienti testati direttamente in corsia, dove comunque erano finiti per motivi che non hanno a che vedere con il Covid. Comunque stiano le cose, i dati depongono a sfavore della pervicacia con cui i sacerdoti del culto pandemico promuovono bavagli e punture. Già qualche esperto, come Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo, aveva provato a spiegare che, quando il tasso di trasmissibilità di un ceppo supera una certa soglia, la stoffa sul viso non aiuta granché ad arginare il contagio. Le ricerche comparate sull’utilizzo delle mascherine a scuola, poi, mostrano che ovunque siano state rese obbligatorie, non c’è stato alcun impatto apprezzabile sulla circolazione del Sars-Cov-2. Quanto ai vaccini, sono gli stessi report dell’Iss a provare che, specialmente tra gli under 40, essi sono pressoché incapaci di schermare dall’infezione: l’incidenza dei casi è quasi identica in vaccinati recenti, vaccinati con booster e non vaccinati, mentre, sorprendentemente, è più bassa nei vaccinati con due dosi da oltre quattro mesi. Tutta gente che, con ogni probabilità, dopo il primo ciclo d’inoculazioni, è guarita da Omicron. Un altro punto a favore della strategia inglese. Il buon senso suggerirebbe di lasciarsi provocare dagli esempi viventi del flop di una filosofia aggreppiata al mantra del Covid (quasi) zero: il premier canadese, Justin Trudeau, è positivo per la seconda volta, dopo aver già contratto il coronavirus e dopo tre vaccini; contagiato, nonostante il poker di dosi, pure Anthony Fauci, oltranzista dei divieti e habitué del salottino di Fabio Fazio. Ha «sintomi lievi». Persino Roberto Speranza, il pasdaran del pandemicamente corretto, è infetto, con buona pace di punturine e mascherine. Barlumi di lucidità, invero, giungono da Gianni Rezza, direttore della Prevenzione al dicastero della Salute. Il virus, osserva, «sta diventando endemico e ci aspettiamo nuove frequenti ondate, ma di limitata intensità». Il problema è che, di tali scampoli di realtà, ci si ostina a fare un uso deviante. Sempre Rezza aggiunge, difatti, che, proprio per questa ragione, «ci saranno delle limitazioni e sarà necessario un uso selettivo delle mascherine». Ricapitoliamo: abbiamo trascorso mesi a incrociare le dita, augurandoci che i vaccini anti Covid fossero sterilizzanti. Quando abbiamo scoperto che non lo erano, ci siamo consolati così: almeno, evitano le forme gravi della malattia. Finirà che il Sars-Cov-2 proseguirà a circolare, ma senza mietere vittime, come nella primavera del 2020. E oggi che l’obiettivo è stato raggiunto? Cosa succede? Arriva il contrordine: siccome il virus è endemico, allora manteniamo le restrizioni. Se l’epidemiologia non è un’opinione, stiamo fingendo di poter fermare il vento con le mani, al solo scopo di salvare dal crac il carrozzone politico e burocratico costruito sulla pandemia. Ormai è chiaro come il sole: è la ditta Speranza il vero soggetto fragile.
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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