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2022-06-16
Follia mascherina: in aereo si può levare ma sui mezzi rimane
Roberto Speranza (Imagoeconomica)
Pausa di riflessione, si fa per dire, nella farsa mascherine, durata poche ore. Il consiglio dei ministri è arrivato a metà giugno senza avere idee chiare se mantenere o meno l’obbligo in aereo. Governo balneare, nella forma e nella sostanza, capace di incartarsi nelle ultime restrizioni, ha preso tempo prima di dire stop sugli aerei. Ma intanto bisogna tenersela fino a fine settembre su treni, autobus, tram, un continuo togliersi e mettere il bavaglio.
La schizofrenia delle nuove regole risulta ancora più evidente se si pensa che i passeggeri sono obbligati a coprire il volto sui mezzi utilizzati per raggiungere l’aeroporto, comprese le navette per arrivare al proprio aereo dai gate, per poi toglierla, magari per ore, durante il volo.
Il tutto quando l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea, insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, avevano già deciso di revocarne l’utilizzo sugli aerei che volano all’interno dell’Ue.
Da noi, da oggi, le mascherine saranno solo raccomandate nei cinema, teatri e palazzetti dello sport, a messa e agli esami di maturità mentre l’obbligo, oltre che in ospedali e Rsa, è stato prorogato al 30 settembre su treni, navi, autobus e metropolitane. «È un settore già martoriato dal Covid-19 e che sta già pagando tantissimo il prezzo del caro energia e caro carburante», ha protestato Flavio Cattaneo, vicepresidente esecutivo di Italo, società privata dell’alta velocità e azionista fondatore di Itabus, compagnia di trasporto su gomma. «Ancora una volta per l’ottusa burocrazia del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità che gestisce questi processi, deve pagare un conto salato chi accusa minori entrate derivanti dall’utilizzo delle mascherine Ffp2, che vede l’Italia l’unico Paese al mondo che continua ad averle obbligatorie». Anche l’ad Gianbattista La Rocca ha parlato di «una tegola che ancora una volta si abbatte sul nostro settore, nel momento in cui stiamo per rialzare la testa».
Cattaneo ne ha avute pure per il consigliere di Speranza. «Lasciano sconcertati le indicazioni del professor Ricciardi che dall’alto della sua posizione, evidentemente non toccata da guerre e pandemie, continua a sostenere le ragioni dei pasdaran della mascherina», ha tuonato. Walter Ricciardi era infatti tornato a ribadire il mantra del bavaglio sempre. «La nostra raccomandazione», aveva detto, è di mantenere la mascherina nei luoghi chiusi e affollati e di tenerla obbligatoria nei trasporti locali, sul treno e in aereo».
Sul fronte mascheramento a oltranza c’è anche Sandra Zampa, responsabile salute nella segreteria del Pd. Ha sostenuto che «è davvero lunare, e strumentale, il tentativo di alcune forze di destra, di piantare bandierine criticando l’utilizzo delle mascherine. Il ministro Speranza ha fatto benissimo, a mio parere, a mantenere l’obbligo per coloro che utilizzano il trasporto pubblico. I dati ci dicono che dobbiamo essere molto attenti».
Per fortuna proprio ieri è uscita una stima di Sima, la società italiana di medicina ambientale, secondo la quale sono oltre 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da inizio pandemia ad oggi, e ben 129 miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, ovvero 3 milioni al minuto. Ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 nel nostro Paese, si aggiungerebbero i 16 miliardi di dpi indossati dai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’utilizzo quotidiano nelle varie situazioni.
«Sul fronte dell’ambiente, le mascherine hanno avuto un impatto paragonabile a quello di uno tsunami», ha dichiarato il presidente Sima, Alessandro Miani. «L’Oms ha stimato in 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi, principalmente plastica, e 731.000 litri di rifiuti chimici. Uno studio su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua, quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima al ribasso». Le conseguenze sarebbero disastrose perché «una singola mascherina potrebbe rilasciare fino a 173.000 microfibre di plastica al giorno negli oceani».
Eppure a settembre forse ci ritroveremo di nuovo con le mascherine a scuola, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sostiene che sta lavorando «per una presenza in sicurezza», che significa proprio bavaglio a oltranza. Adesso l’obbligo è scomparso per i maturandi e i fine corso, anche se «purtroppo per la scuola media la decisione non arriva in tempo perché gli esami sono già iniziati e in alcuni casi anche finiti», ha osservato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, auspicando chiarezza: «È necessario modificare la legge in vigore che impone l’utilizzo delle mascherine in tutte le scuole».
I casi in lieve risalita riesumano i gufi ma a infettarsi è il pasdaran Speranza
Lo dicono per spingere la prossima campagna vaccinale? O per giustificare la pagliacciata del governo sulle mascherine? O per entrambi i motivi? Fatto sta che è ricominciata la litania: la pandemia non è finita, arriva «l’ondata estiva» - sembra il titolo di una hit di Er Piotta. In sintesi, ci vuole prudenza. Finora, la ritirata delle virostar era stata solo strategica; adesso è partito il contrattacco.
Si registra il grande ritorno di Walter Ricciardi: «Stiamo vedendo una proliferazione di varianti incredibile», sentenzia. Per cui, «bisogna adottare cinque pilastri: mascherine, ventilazione degli ambienti e filtraggio dell’aria, test e monitoraggio, distanziamento sociale e vaccinazioni». Se ci fosse la Cirinnà, dovrebbe chiosare: che vita di m… Almeno, non è sul tavolo la soluzione Shanghai.
Il consulente di Roberto Speranza fa eco a Fabrizio Pregliasco, per tradizione incline a planare su ogni brandello di potenziale allarme sanitario. L’igienista paventa, per colpa di Omicron 5, fino a 100.000 contagi al giorno, «ancora per tre-quattro settimane». «È una ipotesi che con questa contagiosità», conferma Ricciardi, «potrebbe anche avverarsi». Rispuntano la lotteria del Covid, i vaticini spacciati per statistica e usati come grimaldelli per le restrizioni. Il senso del discorso, infatti, è questo qua: «Dobbiamo stare attenti», bercia, all’unisono con la dem Sandra Zampa, il superconsigliere del ministro. «Ecco perché servono ancora le mascherine». Che, appunto, restano obbligatorie sui trasporti, però non su tutti: sul treno sì, in aereo no. Nelle Rsa, per forza; al cinema, al teatro, nei negozi e agli esami di Stato, evidentemente se ne può fare a meno.
Beninteso: la curva epidemiologica è davvero in lieve peggioramento. È plausibile che, per quanto riguarda i contagi, stiamo già raggiungendo un piccolo plateau. I ricoveri, ieri, sono aumentati di poco; considerato che l’effetto sugli ospedali di un incremento dei casi si apprezza un po’ in ritardo, sarebbe logico attendersi che la tendenza prosegua la prossima settimana. La situazione delle terapie intensive, fortunatamente, rimane stabile. E ciò, forse, è spia di un fattore distorsivo: una parte delle infezioni viene registrata in pazienti testati direttamente in corsia, dove comunque erano finiti per motivi che non hanno a che vedere con il Covid.
Comunque stiano le cose, i dati depongono a sfavore della pervicacia con cui i sacerdoti del culto pandemico promuovono bavagli e punture. Già qualche esperto, come Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo, aveva provato a spiegare che, quando il tasso di trasmissibilità di un ceppo supera una certa soglia, la stoffa sul viso non aiuta granché ad arginare il contagio. Le ricerche comparate sull’utilizzo delle mascherine a scuola, poi, mostrano che ovunque siano state rese obbligatorie, non c’è stato alcun impatto apprezzabile sulla circolazione del Sars-Cov-2. Quanto ai vaccini, sono gli stessi report dell’Iss a provare che, specialmente tra gli under 40, essi sono pressoché incapaci di schermare dall’infezione: l’incidenza dei casi è quasi identica in vaccinati recenti, vaccinati con booster e non vaccinati, mentre, sorprendentemente, è più bassa nei vaccinati con due dosi da oltre quattro mesi. Tutta gente che, con ogni probabilità, dopo il primo ciclo d’inoculazioni, è guarita da Omicron. Un altro punto a favore della strategia inglese.
Il buon senso suggerirebbe di lasciarsi provocare dagli esempi viventi del flop di una filosofia aggreppiata al mantra del Covid (quasi) zero: il premier canadese, Justin Trudeau, è positivo per la seconda volta, dopo aver già contratto il coronavirus e dopo tre vaccini; contagiato, nonostante il poker di dosi, pure Anthony Fauci, oltranzista dei divieti e habitué del salottino di Fabio Fazio. Ha «sintomi lievi». Persino Roberto Speranza, il pasdaran del pandemicamente corretto, è infetto, con buona pace di punturine e mascherine.
Barlumi di lucidità, invero, giungono da Gianni Rezza, direttore della Prevenzione al dicastero della Salute. Il virus, osserva, «sta diventando endemico e ci aspettiamo nuove frequenti ondate, ma di limitata intensità». Il problema è che, di tali scampoli di realtà, ci si ostina a fare un uso deviante. Sempre Rezza aggiunge, difatti, che, proprio per questa ragione, «ci saranno delle limitazioni e sarà necessario un uso selettivo delle mascherine». Ricapitoliamo: abbiamo trascorso mesi a incrociare le dita, augurandoci che i vaccini anti Covid fossero sterilizzanti. Quando abbiamo scoperto che non lo erano, ci siamo consolati così: almeno, evitano le forme gravi della malattia. Finirà che il Sars-Cov-2 proseguirà a circolare, ma senza mietere vittime, come nella primavera del 2020. E oggi che l’obiettivo è stato raggiunto? Cosa succede? Arriva il contrordine: siccome il virus è endemico, allora manteniamo le restrizioni.
Se l’epidemiologia non è un’opinione, stiamo fingendo di poter fermare il vento con le mani, al solo scopo di salvare dal crac il carrozzone politico e burocratico costruito sulla pandemia. Ormai è chiaro come il sole: è la ditta Speranza il vero soggetto fragile.
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Il bavaglio può essere tolto in volo, però va ancora indossato su treni, bus e navi. La Cei ripete: «Nessun obbligo in chiesa».Perfino il ministro iper rigorista è positivo: l’ennesima prova che la strategia Covid (quasi) zero è un flop. Rispuntano i profeti di sventura pandemica. Walter Ricciardi e Fabrizio Pregliasco: «Rischiamo 100.000 contagi al giorno».Lo speciale contiene due articoliPausa di riflessione, si fa per dire, nella farsa mascherine, durata poche ore. Il consiglio dei ministri è arrivato a metà giugno senza avere idee chiare se mantenere o meno l’obbligo in aereo. Governo balneare, nella forma e nella sostanza, capace di incartarsi nelle ultime restrizioni, ha preso tempo prima di dire stop sugli aerei. Ma intanto bisogna tenersela fino a fine settembre su treni, autobus, tram, un continuo togliersi e mettere il bavaglio. La schizofrenia delle nuove regole risulta ancora più evidente se si pensa che i passeggeri sono obbligati a coprire il volto sui mezzi utilizzati per raggiungere l’aeroporto, comprese le navette per arrivare al proprio aereo dai gate, per poi toglierla, magari per ore, durante il volo. Il tutto quando l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea, insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, avevano già deciso di revocarne l’utilizzo sugli aerei che volano all’interno dell’Ue. Da noi, da oggi, le mascherine saranno solo raccomandate nei cinema, teatri e palazzetti dello sport, a messa e agli esami di maturità mentre l’obbligo, oltre che in ospedali e Rsa, è stato prorogato al 30 settembre su treni, navi, autobus e metropolitane. «È un settore già martoriato dal Covid-19 e che sta già pagando tantissimo il prezzo del caro energia e caro carburante», ha protestato Flavio Cattaneo, vicepresidente esecutivo di Italo, società privata dell’alta velocità e azionista fondatore di Itabus, compagnia di trasporto su gomma. «Ancora una volta per l’ottusa burocrazia del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità che gestisce questi processi, deve pagare un conto salato chi accusa minori entrate derivanti dall’utilizzo delle mascherine Ffp2, che vede l’Italia l’unico Paese al mondo che continua ad averle obbligatorie». Anche l’ad Gianbattista La Rocca ha parlato di «una tegola che ancora una volta si abbatte sul nostro settore, nel momento in cui stiamo per rialzare la testa».Cattaneo ne ha avute pure per il consigliere di Speranza. «Lasciano sconcertati le indicazioni del professor Ricciardi che dall’alto della sua posizione, evidentemente non toccata da guerre e pandemie, continua a sostenere le ragioni dei pasdaran della mascherina», ha tuonato. Walter Ricciardi era infatti tornato a ribadire il mantra del bavaglio sempre. «La nostra raccomandazione», aveva detto, è di mantenere la mascherina nei luoghi chiusi e affollati e di tenerla obbligatoria nei trasporti locali, sul treno e in aereo». Sul fronte mascheramento a oltranza c’è anche Sandra Zampa, responsabile salute nella segreteria del Pd. Ha sostenuto che «è davvero lunare, e strumentale, il tentativo di alcune forze di destra, di piantare bandierine criticando l’utilizzo delle mascherine. Il ministro Speranza ha fatto benissimo, a mio parere, a mantenere l’obbligo per coloro che utilizzano il trasporto pubblico. I dati ci dicono che dobbiamo essere molto attenti». Per fortuna proprio ieri è uscita una stima di Sima, la società italiana di medicina ambientale, secondo la quale sono oltre 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da inizio pandemia ad oggi, e ben 129 miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, ovvero 3 milioni al minuto. Ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 nel nostro Paese, si aggiungerebbero i 16 miliardi di dpi indossati dai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’utilizzo quotidiano nelle varie situazioni. «Sul fronte dell’ambiente, le mascherine hanno avuto un impatto paragonabile a quello di uno tsunami», ha dichiarato il presidente Sima, Alessandro Miani. «L’Oms ha stimato in 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi, principalmente plastica, e 731.000 litri di rifiuti chimici. Uno studio su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua, quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima al ribasso». Le conseguenze sarebbero disastrose perché «una singola mascherina potrebbe rilasciare fino a 173.000 microfibre di plastica al giorno negli oceani». Eppure a settembre forse ci ritroveremo di nuovo con le mascherine a scuola, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sostiene che sta lavorando «per una presenza in sicurezza», che significa proprio bavaglio a oltranza. Adesso l’obbligo è scomparso per i maturandi e i fine corso, anche se «purtroppo per la scuola media la decisione non arriva in tempo perché gli esami sono già iniziati e in alcuni casi anche finiti», ha osservato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, auspicando chiarezza: «È necessario modificare la legge in vigore che impone l’utilizzo delle mascherine in tutte le scuole». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/follia-mascherina-in-aereo-si-puo-levare-ma-sui-mezzi-rimane-2657516187.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-casi-in-lieve-risalita-riesumano-i-gufi-ma-a-infettarsi-e-il-pasdaran-speranza" data-post-id="2657516187" data-published-at="1655332675" data-use-pagination="False"> I casi in lieve risalita riesumano i gufi ma a infettarsi è il pasdaran Speranza Lo dicono per spingere la prossima campagna vaccinale? O per giustificare la pagliacciata del governo sulle mascherine? O per entrambi i motivi? Fatto sta che è ricominciata la litania: la pandemia non è finita, arriva «l’ondata estiva» - sembra il titolo di una hit di Er Piotta. In sintesi, ci vuole prudenza. Finora, la ritirata delle virostar era stata solo strategica; adesso è partito il contrattacco. Si registra il grande ritorno di Walter Ricciardi: «Stiamo vedendo una proliferazione di varianti incredibile», sentenzia. Per cui, «bisogna adottare cinque pilastri: mascherine, ventilazione degli ambienti e filtraggio dell’aria, test e monitoraggio, distanziamento sociale e vaccinazioni». Se ci fosse la Cirinnà, dovrebbe chiosare: che vita di m… Almeno, non è sul tavolo la soluzione Shanghai. Il consulente di Roberto Speranza fa eco a Fabrizio Pregliasco, per tradizione incline a planare su ogni brandello di potenziale allarme sanitario. L’igienista paventa, per colpa di Omicron 5, fino a 100.000 contagi al giorno, «ancora per tre-quattro settimane». «È una ipotesi che con questa contagiosità», conferma Ricciardi, «potrebbe anche avverarsi». Rispuntano la lotteria del Covid, i vaticini spacciati per statistica e usati come grimaldelli per le restrizioni. Il senso del discorso, infatti, è questo qua: «Dobbiamo stare attenti», bercia, all’unisono con la dem Sandra Zampa, il superconsigliere del ministro. «Ecco perché servono ancora le mascherine». Che, appunto, restano obbligatorie sui trasporti, però non su tutti: sul treno sì, in aereo no. Nelle Rsa, per forza; al cinema, al teatro, nei negozi e agli esami di Stato, evidentemente se ne può fare a meno. Beninteso: la curva epidemiologica è davvero in lieve peggioramento. È plausibile che, per quanto riguarda i contagi, stiamo già raggiungendo un piccolo plateau. I ricoveri, ieri, sono aumentati di poco; considerato che l’effetto sugli ospedali di un incremento dei casi si apprezza un po’ in ritardo, sarebbe logico attendersi che la tendenza prosegua la prossima settimana. La situazione delle terapie intensive, fortunatamente, rimane stabile. E ciò, forse, è spia di un fattore distorsivo: una parte delle infezioni viene registrata in pazienti testati direttamente in corsia, dove comunque erano finiti per motivi che non hanno a che vedere con il Covid. Comunque stiano le cose, i dati depongono a sfavore della pervicacia con cui i sacerdoti del culto pandemico promuovono bavagli e punture. Già qualche esperto, come Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo, aveva provato a spiegare che, quando il tasso di trasmissibilità di un ceppo supera una certa soglia, la stoffa sul viso non aiuta granché ad arginare il contagio. Le ricerche comparate sull’utilizzo delle mascherine a scuola, poi, mostrano che ovunque siano state rese obbligatorie, non c’è stato alcun impatto apprezzabile sulla circolazione del Sars-Cov-2. Quanto ai vaccini, sono gli stessi report dell’Iss a provare che, specialmente tra gli under 40, essi sono pressoché incapaci di schermare dall’infezione: l’incidenza dei casi è quasi identica in vaccinati recenti, vaccinati con booster e non vaccinati, mentre, sorprendentemente, è più bassa nei vaccinati con due dosi da oltre quattro mesi. Tutta gente che, con ogni probabilità, dopo il primo ciclo d’inoculazioni, è guarita da Omicron. Un altro punto a favore della strategia inglese. Il buon senso suggerirebbe di lasciarsi provocare dagli esempi viventi del flop di una filosofia aggreppiata al mantra del Covid (quasi) zero: il premier canadese, Justin Trudeau, è positivo per la seconda volta, dopo aver già contratto il coronavirus e dopo tre vaccini; contagiato, nonostante il poker di dosi, pure Anthony Fauci, oltranzista dei divieti e habitué del salottino di Fabio Fazio. Ha «sintomi lievi». Persino Roberto Speranza, il pasdaran del pandemicamente corretto, è infetto, con buona pace di punturine e mascherine. Barlumi di lucidità, invero, giungono da Gianni Rezza, direttore della Prevenzione al dicastero della Salute. Il virus, osserva, «sta diventando endemico e ci aspettiamo nuove frequenti ondate, ma di limitata intensità». Il problema è che, di tali scampoli di realtà, ci si ostina a fare un uso deviante. Sempre Rezza aggiunge, difatti, che, proprio per questa ragione, «ci saranno delle limitazioni e sarà necessario un uso selettivo delle mascherine». Ricapitoliamo: abbiamo trascorso mesi a incrociare le dita, augurandoci che i vaccini anti Covid fossero sterilizzanti. Quando abbiamo scoperto che non lo erano, ci siamo consolati così: almeno, evitano le forme gravi della malattia. Finirà che il Sars-Cov-2 proseguirà a circolare, ma senza mietere vittime, come nella primavera del 2020. E oggi che l’obiettivo è stato raggiunto? Cosa succede? Arriva il contrordine: siccome il virus è endemico, allora manteniamo le restrizioni. Se l’epidemiologia non è un’opinione, stiamo fingendo di poter fermare il vento con le mani, al solo scopo di salvare dal crac il carrozzone politico e burocratico costruito sulla pandemia. Ormai è chiaro come il sole: è la ditta Speranza il vero soggetto fragile.
Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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La vicenda ha sollevato un polverone tra i democratici Usa, che addebitano a Donald Trump anche questa responsabilità, equiparandolo a un dittatore sanguinario a capo di una «moderna Gestapo», come già l’anno scorso il governatore democratico del Minnesota Tim Walz aveva definito l’Ice. «Il sangue è nelle mani di chi all’interno dell’amministrazione ha spinto verso una politica estrema» contro l’immigrazione clandestina, ha puntato il dito il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, mentre Chris Murphy, senatore dem del Connecticut, ha contestato esplicitamente l’«illegalità» dell’agenzia Ice (ma non quella dei clandestini). Ma la stampa americana, anche quella progressista, sembra non seguirli su questa strada: nella sua ricostruzione, perfino il Nyt descrive la scena di Minneapolis spiegando, in buona sostanza, che il terzo agente avrebbe sparato vedendo che la donna, dopo che non si era fermata all’alt dei due colleghi, gli stava puntando contro con la macchina. È stato lo stesso New York Times a rivelare che l’agente, Jonathan Ross, era stato recentemente vittima di un incidente simile con un clandestino guatemalteco condannato per abusi sessuali, che gli era andato contro con la macchina e lo aveva trascinato per 100 metri, provocandogli uno squarcio sull’avambraccio e venti punti di sutura.
Come sempre accade negli Usa, dove le forze dell’ordine di default, che abbiano torto o ragione, sono tutelate dalle istituzioni, ieri il vicepresidente americano J.D. Vance ha promesso «immunità assoluta all’agente Ice». Ma a scandalizzare la stampa è più la frettolosa lettura dei fatti che non la presunta «istigazione a delinquere» che certi politici dem attribuiscono a Trump: «Dal presidente fino al sindaco (democratico) di Minneapolis, Jacob Frey, le presunte autorità hanno mostrato poco interesse nell’apprendere cosa sia successo realmente a Minneapolis», hanno contestato gli editor del giornale Free Press, «il segretario alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, ha fatto peggio, descrivendo l’incidente come un “atto di terrorismo interno”. Gli americani meritano di meglio», è la chiosa.
Sarà che gli yankees sono ormai abituati al grilletto facile della polizia («Questo tipo di sparatoria accade spesso», ha scritto il giornalista Wesley Lowery su X), fatto sta che neanche la stampa Usa ha superato le vette raggiunte ieri da Repubblica, che ha dedicato alla tragica vicenda diversi articoli: e così la sparatoria è diventata una «esecuzione», gli agenti Ice che svolgono l’ingrato compito di dare la caccia ai clandestini sono stati qualificati come «pretoriani di Trump», mentre un’intervista a Jonathan Safran Foer ha illuminato i lettori sul «potere americano che normalizza la crudeltà».
Nel frattempo gli attacchi contro l’Ice (che non è una creatura di Trump essendo stata istituita nel 2003) in Europa sono diventati mainstream: Dominick Skinner, trentenne residente in Olanda, ha aperto un sito che si chiama Ice List in cui, «per combattere il fascismo», pubblica nomi, foto e profili social degli agenti, promettendo che «non rimarranno nascosti a lungo!».
Ciliegina sulla torta sfuggita a Repubblica e alla stampa italiana: Indivisible twin cities, che ha guidato le proteste contro l’Ice e si autodefinisce «gruppo di volontari di base», come se fossero cani sciolti, è in realtà una propaggine dell’Indivisible project di Washington, movimento per «sconfiggere l’agenda di Trump» che, secondo i registri pubblici, ha ricevuto 7.850.000 dollari dalla Open society foundations (Osf) di George Soros. Sarà forse per questo che la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act perché, secondo l’amministrazione Trump, finanzia «antifa» e soggetti coinvolti in scontri, danni alla proprietà privata e, appunto, attacchi alle operazioni contro l’immigrazione clandestina.
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Vladimir Putin (Getty Images)
A lanciare l’allerta, prima del raid, era stato lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: «Ci sono informazioni che un altro massiccio attacco russo potrebbe verificarsi stanotte». Dall’altra parte, il ministero della Difesa russo ha sostenuto che sono stati colpiti «obiettivi strategici» come reazione «all’attacco terroristico perpetrato dal regime di Kiev» contro la residenza dello zar, sempre smentito dall’Ucraina. Ma oltre alla motivazione ufficiale, sia la tempistica sia il fatto che Leopoli disti solamente un’ora di macchina dal confine polacco lasciano pensare a un messaggio simbolico rivolto tanto alla Nato quanto a Washington.
Zelensky, che ha chiesto «una chiara reazione del mondo, soprattutto degli Stati Uniti», avvertendo che l’uso dell’Oreshnik è stato «dimostrativamente» vicino al confine con l’Ue. Per questo si tratterebbe, per il leader di Kiev, di una sfida lanciata a Paesi come Polonia, Romania e Ungheria. Ma la minaccia arriva anche a stretto giro dal sequestro della petroliera battente bandiera russa e dalla cattura di Nicolás Maduro. E a tal proposito, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha già messo le mani avanti, sostenendo che dopo l’azione americana in Venezuela, gli Stati Uniti dovrebbero riconoscere «la legittimità» delle operazioni russe in Ucraina.
Nel frattempo, in una dichiarazione congiunta Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno definito l’utilizzo dell’Oreshnik come «un’inaccettabile escalation». Sulla stessa linea anche l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, che ha anche esortato «i Paesi dell’Ue» ad «attingere maggiormente alle loro scorte di difesa aerea e a fornire aiuti». Le parole di Kallas hanno sollevato la reazione del capo della delegazione negoziale russa, Kirill Dmitriev, il quale ha etichettato l’Alto rappresentante Ue come una persona «non molto brillante né informata», visto che «dovrebbe sapere che non esistono difese aeree contro il missile ipersonico». Effettivamente l’arma viaggia a 3 chilometri al secondo e al momento non può essere intercettata. Pare però, secondo diversi media internazionali, che il missile fosse equipaggiato con testate «fittizie».
Ma oltre all’Oreshnik, sull’Ucraina sono piombati «242 droni e oltre 22 missili da crociera». E a trovarsi in una situazione particolarmente critica è Kiev. La capitale conta almeno quattro morti, 26 feriti e 20 palazzi danneggiati. In assenza di acqua e con «metà dei condomini di Kiev, quasi 6.000», al gelo, il sindaco della capitale, Vitali Klitschko, ha invitato la popolazione ad abbandonare «temporaneamente» Kiev e a spostarsi «in luoghi dove sono disponibili fonti alternative di energia elettrica». L’Ucraina ha poi fatto presente che Mosca ha colpito due navi cargo sul Mar Nero, uccidendo un membro dell’equipaggio di nazionalità siriana. Dall’altra parte della barricata, nella regione russa di Belgorod, a seguito degli attacchi ucraini più di 500.000 persone sono rimaste senza elettricità.
E mentre l’autorità ucraina ha assegnato la gara d’appalto per lo sviluppo di un giacimento di litio a un consorzio legato all’amministrazione Trump, il presidente americano si è espresso sul dopoguerra. Al New York Times, Donald Trump ha rivelato che gli Stati Uniti sarebbero pronti a essere coinvolti nella futura difesa dell’Ucraina, ma solamente perché è «fermamente convinto» che la Russia «non invaderebbe di nuovo». Intanto, dopo che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha esortato l’Ue a parlare con Mosca, Dmitriev ha accolto positivamente le sue parole, affermando che «un dialogo rispettoso è sempre una buona cosa».
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