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2022-06-16
Follia mascherina: in aereo si può levare ma sui mezzi rimane
Roberto Speranza (Imagoeconomica)
Pausa di riflessione, si fa per dire, nella farsa mascherine, durata poche ore. Il consiglio dei ministri è arrivato a metà giugno senza avere idee chiare se mantenere o meno l’obbligo in aereo. Governo balneare, nella forma e nella sostanza, capace di incartarsi nelle ultime restrizioni, ha preso tempo prima di dire stop sugli aerei. Ma intanto bisogna tenersela fino a fine settembre su treni, autobus, tram, un continuo togliersi e mettere il bavaglio.
La schizofrenia delle nuove regole risulta ancora più evidente se si pensa che i passeggeri sono obbligati a coprire il volto sui mezzi utilizzati per raggiungere l’aeroporto, comprese le navette per arrivare al proprio aereo dai gate, per poi toglierla, magari per ore, durante il volo.
Il tutto quando l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea, insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, avevano già deciso di revocarne l’utilizzo sugli aerei che volano all’interno dell’Ue.
Da noi, da oggi, le mascherine saranno solo raccomandate nei cinema, teatri e palazzetti dello sport, a messa e agli esami di maturità mentre l’obbligo, oltre che in ospedali e Rsa, è stato prorogato al 30 settembre su treni, navi, autobus e metropolitane. «È un settore già martoriato dal Covid-19 e che sta già pagando tantissimo il prezzo del caro energia e caro carburante», ha protestato Flavio Cattaneo, vicepresidente esecutivo di Italo, società privata dell’alta velocità e azionista fondatore di Itabus, compagnia di trasporto su gomma. «Ancora una volta per l’ottusa burocrazia del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità che gestisce questi processi, deve pagare un conto salato chi accusa minori entrate derivanti dall’utilizzo delle mascherine Ffp2, che vede l’Italia l’unico Paese al mondo che continua ad averle obbligatorie». Anche l’ad Gianbattista La Rocca ha parlato di «una tegola che ancora una volta si abbatte sul nostro settore, nel momento in cui stiamo per rialzare la testa».
Cattaneo ne ha avute pure per il consigliere di Speranza. «Lasciano sconcertati le indicazioni del professor Ricciardi che dall’alto della sua posizione, evidentemente non toccata da guerre e pandemie, continua a sostenere le ragioni dei pasdaran della mascherina», ha tuonato. Walter Ricciardi era infatti tornato a ribadire il mantra del bavaglio sempre. «La nostra raccomandazione», aveva detto, è di mantenere la mascherina nei luoghi chiusi e affollati e di tenerla obbligatoria nei trasporti locali, sul treno e in aereo».
Sul fronte mascheramento a oltranza c’è anche Sandra Zampa, responsabile salute nella segreteria del Pd. Ha sostenuto che «è davvero lunare, e strumentale, il tentativo di alcune forze di destra, di piantare bandierine criticando l’utilizzo delle mascherine. Il ministro Speranza ha fatto benissimo, a mio parere, a mantenere l’obbligo per coloro che utilizzano il trasporto pubblico. I dati ci dicono che dobbiamo essere molto attenti».
Per fortuna proprio ieri è uscita una stima di Sima, la società italiana di medicina ambientale, secondo la quale sono oltre 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da inizio pandemia ad oggi, e ben 129 miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, ovvero 3 milioni al minuto. Ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 nel nostro Paese, si aggiungerebbero i 16 miliardi di dpi indossati dai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’utilizzo quotidiano nelle varie situazioni.
«Sul fronte dell’ambiente, le mascherine hanno avuto un impatto paragonabile a quello di uno tsunami», ha dichiarato il presidente Sima, Alessandro Miani. «L’Oms ha stimato in 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi, principalmente plastica, e 731.000 litri di rifiuti chimici. Uno studio su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua, quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima al ribasso». Le conseguenze sarebbero disastrose perché «una singola mascherina potrebbe rilasciare fino a 173.000 microfibre di plastica al giorno negli oceani».
Eppure a settembre forse ci ritroveremo di nuovo con le mascherine a scuola, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sostiene che sta lavorando «per una presenza in sicurezza», che significa proprio bavaglio a oltranza. Adesso l’obbligo è scomparso per i maturandi e i fine corso, anche se «purtroppo per la scuola media la decisione non arriva in tempo perché gli esami sono già iniziati e in alcuni casi anche finiti», ha osservato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, auspicando chiarezza: «È necessario modificare la legge in vigore che impone l’utilizzo delle mascherine in tutte le scuole».
I casi in lieve risalita riesumano i gufi ma a infettarsi è il pasdaran Speranza
Lo dicono per spingere la prossima campagna vaccinale? O per giustificare la pagliacciata del governo sulle mascherine? O per entrambi i motivi? Fatto sta che è ricominciata la litania: la pandemia non è finita, arriva «l’ondata estiva» - sembra il titolo di una hit di Er Piotta. In sintesi, ci vuole prudenza. Finora, la ritirata delle virostar era stata solo strategica; adesso è partito il contrattacco.
Si registra il grande ritorno di Walter Ricciardi: «Stiamo vedendo una proliferazione di varianti incredibile», sentenzia. Per cui, «bisogna adottare cinque pilastri: mascherine, ventilazione degli ambienti e filtraggio dell’aria, test e monitoraggio, distanziamento sociale e vaccinazioni». Se ci fosse la Cirinnà, dovrebbe chiosare: che vita di m… Almeno, non è sul tavolo la soluzione Shanghai.
Il consulente di Roberto Speranza fa eco a Fabrizio Pregliasco, per tradizione incline a planare su ogni brandello di potenziale allarme sanitario. L’igienista paventa, per colpa di Omicron 5, fino a 100.000 contagi al giorno, «ancora per tre-quattro settimane». «È una ipotesi che con questa contagiosità», conferma Ricciardi, «potrebbe anche avverarsi». Rispuntano la lotteria del Covid, i vaticini spacciati per statistica e usati come grimaldelli per le restrizioni. Il senso del discorso, infatti, è questo qua: «Dobbiamo stare attenti», bercia, all’unisono con la dem Sandra Zampa, il superconsigliere del ministro. «Ecco perché servono ancora le mascherine». Che, appunto, restano obbligatorie sui trasporti, però non su tutti: sul treno sì, in aereo no. Nelle Rsa, per forza; al cinema, al teatro, nei negozi e agli esami di Stato, evidentemente se ne può fare a meno.
Beninteso: la curva epidemiologica è davvero in lieve peggioramento. È plausibile che, per quanto riguarda i contagi, stiamo già raggiungendo un piccolo plateau. I ricoveri, ieri, sono aumentati di poco; considerato che l’effetto sugli ospedali di un incremento dei casi si apprezza un po’ in ritardo, sarebbe logico attendersi che la tendenza prosegua la prossima settimana. La situazione delle terapie intensive, fortunatamente, rimane stabile. E ciò, forse, è spia di un fattore distorsivo: una parte delle infezioni viene registrata in pazienti testati direttamente in corsia, dove comunque erano finiti per motivi che non hanno a che vedere con il Covid.
Comunque stiano le cose, i dati depongono a sfavore della pervicacia con cui i sacerdoti del culto pandemico promuovono bavagli e punture. Già qualche esperto, come Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo, aveva provato a spiegare che, quando il tasso di trasmissibilità di un ceppo supera una certa soglia, la stoffa sul viso non aiuta granché ad arginare il contagio. Le ricerche comparate sull’utilizzo delle mascherine a scuola, poi, mostrano che ovunque siano state rese obbligatorie, non c’è stato alcun impatto apprezzabile sulla circolazione del Sars-Cov-2. Quanto ai vaccini, sono gli stessi report dell’Iss a provare che, specialmente tra gli under 40, essi sono pressoché incapaci di schermare dall’infezione: l’incidenza dei casi è quasi identica in vaccinati recenti, vaccinati con booster e non vaccinati, mentre, sorprendentemente, è più bassa nei vaccinati con due dosi da oltre quattro mesi. Tutta gente che, con ogni probabilità, dopo il primo ciclo d’inoculazioni, è guarita da Omicron. Un altro punto a favore della strategia inglese.
Il buon senso suggerirebbe di lasciarsi provocare dagli esempi viventi del flop di una filosofia aggreppiata al mantra del Covid (quasi) zero: il premier canadese, Justin Trudeau, è positivo per la seconda volta, dopo aver già contratto il coronavirus e dopo tre vaccini; contagiato, nonostante il poker di dosi, pure Anthony Fauci, oltranzista dei divieti e habitué del salottino di Fabio Fazio. Ha «sintomi lievi». Persino Roberto Speranza, il pasdaran del pandemicamente corretto, è infetto, con buona pace di punturine e mascherine.
Barlumi di lucidità, invero, giungono da Gianni Rezza, direttore della Prevenzione al dicastero della Salute. Il virus, osserva, «sta diventando endemico e ci aspettiamo nuove frequenti ondate, ma di limitata intensità». Il problema è che, di tali scampoli di realtà, ci si ostina a fare un uso deviante. Sempre Rezza aggiunge, difatti, che, proprio per questa ragione, «ci saranno delle limitazioni e sarà necessario un uso selettivo delle mascherine». Ricapitoliamo: abbiamo trascorso mesi a incrociare le dita, augurandoci che i vaccini anti Covid fossero sterilizzanti. Quando abbiamo scoperto che non lo erano, ci siamo consolati così: almeno, evitano le forme gravi della malattia. Finirà che il Sars-Cov-2 proseguirà a circolare, ma senza mietere vittime, come nella primavera del 2020. E oggi che l’obiettivo è stato raggiunto? Cosa succede? Arriva il contrordine: siccome il virus è endemico, allora manteniamo le restrizioni.
Se l’epidemiologia non è un’opinione, stiamo fingendo di poter fermare il vento con le mani, al solo scopo di salvare dal crac il carrozzone politico e burocratico costruito sulla pandemia. Ormai è chiaro come il sole: è la ditta Speranza il vero soggetto fragile.
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Il bavaglio può essere tolto in volo, però va ancora indossato su treni, bus e navi. La Cei ripete: «Nessun obbligo in chiesa».Perfino il ministro iper rigorista è positivo: l’ennesima prova che la strategia Covid (quasi) zero è un flop. Rispuntano i profeti di sventura pandemica. Walter Ricciardi e Fabrizio Pregliasco: «Rischiamo 100.000 contagi al giorno».Lo speciale contiene due articoliPausa di riflessione, si fa per dire, nella farsa mascherine, durata poche ore. Il consiglio dei ministri è arrivato a metà giugno senza avere idee chiare se mantenere o meno l’obbligo in aereo. Governo balneare, nella forma e nella sostanza, capace di incartarsi nelle ultime restrizioni, ha preso tempo prima di dire stop sugli aerei. Ma intanto bisogna tenersela fino a fine settembre su treni, autobus, tram, un continuo togliersi e mettere il bavaglio. La schizofrenia delle nuove regole risulta ancora più evidente se si pensa che i passeggeri sono obbligati a coprire il volto sui mezzi utilizzati per raggiungere l’aeroporto, comprese le navette per arrivare al proprio aereo dai gate, per poi toglierla, magari per ore, durante il volo. Il tutto quando l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea, insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, avevano già deciso di revocarne l’utilizzo sugli aerei che volano all’interno dell’Ue. Da noi, da oggi, le mascherine saranno solo raccomandate nei cinema, teatri e palazzetti dello sport, a messa e agli esami di maturità mentre l’obbligo, oltre che in ospedali e Rsa, è stato prorogato al 30 settembre su treni, navi, autobus e metropolitane. «È un settore già martoriato dal Covid-19 e che sta già pagando tantissimo il prezzo del caro energia e caro carburante», ha protestato Flavio Cattaneo, vicepresidente esecutivo di Italo, società privata dell’alta velocità e azionista fondatore di Itabus, compagnia di trasporto su gomma. «Ancora una volta per l’ottusa burocrazia del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità che gestisce questi processi, deve pagare un conto salato chi accusa minori entrate derivanti dall’utilizzo delle mascherine Ffp2, che vede l’Italia l’unico Paese al mondo che continua ad averle obbligatorie». Anche l’ad Gianbattista La Rocca ha parlato di «una tegola che ancora una volta si abbatte sul nostro settore, nel momento in cui stiamo per rialzare la testa».Cattaneo ne ha avute pure per il consigliere di Speranza. «Lasciano sconcertati le indicazioni del professor Ricciardi che dall’alto della sua posizione, evidentemente non toccata da guerre e pandemie, continua a sostenere le ragioni dei pasdaran della mascherina», ha tuonato. Walter Ricciardi era infatti tornato a ribadire il mantra del bavaglio sempre. «La nostra raccomandazione», aveva detto, è di mantenere la mascherina nei luoghi chiusi e affollati e di tenerla obbligatoria nei trasporti locali, sul treno e in aereo». Sul fronte mascheramento a oltranza c’è anche Sandra Zampa, responsabile salute nella segreteria del Pd. Ha sostenuto che «è davvero lunare, e strumentale, il tentativo di alcune forze di destra, di piantare bandierine criticando l’utilizzo delle mascherine. Il ministro Speranza ha fatto benissimo, a mio parere, a mantenere l’obbligo per coloro che utilizzano il trasporto pubblico. I dati ci dicono che dobbiamo essere molto attenti». Per fortuna proprio ieri è uscita una stima di Sima, la società italiana di medicina ambientale, secondo la quale sono oltre 46 miliardi le mascherine utilizzate in Italia da inizio pandemia ad oggi, e ben 129 miliardi a livello globale quelle consumate ogni mese, ovvero 3 milioni al minuto. Ai circa 2 miliardi di mascherine utilizzate in Italia dalla popolazione scolastica a partire dall’inizio dell’emergenza Covid-19 nel nostro Paese, si aggiungerebbero i 16 miliardi di dpi indossati dai lavoratori e una quota stimabile in 28 miliardi per l’utilizzo quotidiano nelle varie situazioni. «Sul fronte dell’ambiente, le mascherine hanno avuto un impatto paragonabile a quello di uno tsunami», ha dichiarato il presidente Sima, Alessandro Miani. «L’Oms ha stimato in 3,4 miliardi le mascherine che finiscono ogni giorno nella spazzatura, assieme a 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi, principalmente plastica, e 731.000 litri di rifiuti chimici. Uno studio su Environmental Advances ha rivelato come buona parte delle mascherine finisca in acqua, quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima al ribasso». Le conseguenze sarebbero disastrose perché «una singola mascherina potrebbe rilasciare fino a 173.000 microfibre di plastica al giorno negli oceani». Eppure a settembre forse ci ritroveremo di nuovo con le mascherine a scuola, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sostiene che sta lavorando «per una presenza in sicurezza», che significa proprio bavaglio a oltranza. Adesso l’obbligo è scomparso per i maturandi e i fine corso, anche se «purtroppo per la scuola media la decisione non arriva in tempo perché gli esami sono già iniziati e in alcuni casi anche finiti», ha osservato Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, auspicando chiarezza: «È necessario modificare la legge in vigore che impone l’utilizzo delle mascherine in tutte le scuole». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/follia-mascherina-in-aereo-si-puo-levare-ma-sui-mezzi-rimane-2657516187.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-casi-in-lieve-risalita-riesumano-i-gufi-ma-a-infettarsi-e-il-pasdaran-speranza" data-post-id="2657516187" data-published-at="1655332675" data-use-pagination="False"> I casi in lieve risalita riesumano i gufi ma a infettarsi è il pasdaran Speranza Lo dicono per spingere la prossima campagna vaccinale? O per giustificare la pagliacciata del governo sulle mascherine? O per entrambi i motivi? Fatto sta che è ricominciata la litania: la pandemia non è finita, arriva «l’ondata estiva» - sembra il titolo di una hit di Er Piotta. In sintesi, ci vuole prudenza. Finora, la ritirata delle virostar era stata solo strategica; adesso è partito il contrattacco. Si registra il grande ritorno di Walter Ricciardi: «Stiamo vedendo una proliferazione di varianti incredibile», sentenzia. Per cui, «bisogna adottare cinque pilastri: mascherine, ventilazione degli ambienti e filtraggio dell’aria, test e monitoraggio, distanziamento sociale e vaccinazioni». Se ci fosse la Cirinnà, dovrebbe chiosare: che vita di m… Almeno, non è sul tavolo la soluzione Shanghai. Il consulente di Roberto Speranza fa eco a Fabrizio Pregliasco, per tradizione incline a planare su ogni brandello di potenziale allarme sanitario. L’igienista paventa, per colpa di Omicron 5, fino a 100.000 contagi al giorno, «ancora per tre-quattro settimane». «È una ipotesi che con questa contagiosità», conferma Ricciardi, «potrebbe anche avverarsi». Rispuntano la lotteria del Covid, i vaticini spacciati per statistica e usati come grimaldelli per le restrizioni. Il senso del discorso, infatti, è questo qua: «Dobbiamo stare attenti», bercia, all’unisono con la dem Sandra Zampa, il superconsigliere del ministro. «Ecco perché servono ancora le mascherine». Che, appunto, restano obbligatorie sui trasporti, però non su tutti: sul treno sì, in aereo no. Nelle Rsa, per forza; al cinema, al teatro, nei negozi e agli esami di Stato, evidentemente se ne può fare a meno. Beninteso: la curva epidemiologica è davvero in lieve peggioramento. È plausibile che, per quanto riguarda i contagi, stiamo già raggiungendo un piccolo plateau. I ricoveri, ieri, sono aumentati di poco; considerato che l’effetto sugli ospedali di un incremento dei casi si apprezza un po’ in ritardo, sarebbe logico attendersi che la tendenza prosegua la prossima settimana. La situazione delle terapie intensive, fortunatamente, rimane stabile. E ciò, forse, è spia di un fattore distorsivo: una parte delle infezioni viene registrata in pazienti testati direttamente in corsia, dove comunque erano finiti per motivi che non hanno a che vedere con il Covid. Comunque stiano le cose, i dati depongono a sfavore della pervicacia con cui i sacerdoti del culto pandemico promuovono bavagli e punture. Già qualche esperto, come Andrea Crisanti e Maria Rita Gismondo, aveva provato a spiegare che, quando il tasso di trasmissibilità di un ceppo supera una certa soglia, la stoffa sul viso non aiuta granché ad arginare il contagio. Le ricerche comparate sull’utilizzo delle mascherine a scuola, poi, mostrano che ovunque siano state rese obbligatorie, non c’è stato alcun impatto apprezzabile sulla circolazione del Sars-Cov-2. Quanto ai vaccini, sono gli stessi report dell’Iss a provare che, specialmente tra gli under 40, essi sono pressoché incapaci di schermare dall’infezione: l’incidenza dei casi è quasi identica in vaccinati recenti, vaccinati con booster e non vaccinati, mentre, sorprendentemente, è più bassa nei vaccinati con due dosi da oltre quattro mesi. Tutta gente che, con ogni probabilità, dopo il primo ciclo d’inoculazioni, è guarita da Omicron. Un altro punto a favore della strategia inglese. Il buon senso suggerirebbe di lasciarsi provocare dagli esempi viventi del flop di una filosofia aggreppiata al mantra del Covid (quasi) zero: il premier canadese, Justin Trudeau, è positivo per la seconda volta, dopo aver già contratto il coronavirus e dopo tre vaccini; contagiato, nonostante il poker di dosi, pure Anthony Fauci, oltranzista dei divieti e habitué del salottino di Fabio Fazio. Ha «sintomi lievi». Persino Roberto Speranza, il pasdaran del pandemicamente corretto, è infetto, con buona pace di punturine e mascherine. Barlumi di lucidità, invero, giungono da Gianni Rezza, direttore della Prevenzione al dicastero della Salute. Il virus, osserva, «sta diventando endemico e ci aspettiamo nuove frequenti ondate, ma di limitata intensità». Il problema è che, di tali scampoli di realtà, ci si ostina a fare un uso deviante. Sempre Rezza aggiunge, difatti, che, proprio per questa ragione, «ci saranno delle limitazioni e sarà necessario un uso selettivo delle mascherine». Ricapitoliamo: abbiamo trascorso mesi a incrociare le dita, augurandoci che i vaccini anti Covid fossero sterilizzanti. Quando abbiamo scoperto che non lo erano, ci siamo consolati così: almeno, evitano le forme gravi della malattia. Finirà che il Sars-Cov-2 proseguirà a circolare, ma senza mietere vittime, come nella primavera del 2020. E oggi che l’obiettivo è stato raggiunto? Cosa succede? Arriva il contrordine: siccome il virus è endemico, allora manteniamo le restrizioni. Se l’epidemiologia non è un’opinione, stiamo fingendo di poter fermare il vento con le mani, al solo scopo di salvare dal crac il carrozzone politico e burocratico costruito sulla pandemia. Ormai è chiaro come il sole: è la ditta Speranza il vero soggetto fragile.
Reid Hoffman ed Elon Musk (Ansa)
Nel Regno Unito sono cadute diverse teste e la figura di Peter Mandelson, eminenza grigia del New Labour di Tony Blair ed ex commissario europeo al Commercio, continua a essere al centro di inchieste, giornalistiche e non. Per Andrea Windsor, fratello di re Carlo, la situazione è pure peggiore. In Francia, dopo le batoste di Jack Lang (ex ministro della Cultura) e Fabrice Aidan (diplomatico di lungo corso), la procura di Parigi ha annunciato la creazione di una squadra speciale per analizzare i file. Anche il mondo della cultura e quello dell’accademia ne escono malconci, viste le implicazioni di figure come Noam Chomsky e Woody Allen (e molti altri). Ma neppure l’empireo dei magnati, i miliardari tech della Silicon Valley, se la passano troppo bene. Su X, per esempio, è scattata una vera e propria faida tra Elon Musk e Reid Hoffman, imprenditore miliardario americano noto per essere il co-fondatore i Linkedin.
Il duello va avanti da giorni. Il patron di Tesla attacca frontalmente il rivale: «Hoffman dovrebbe essere indagato». Che risponde: «L’Fbi mi ha scagionato. Tu invece…». «Bugiardo, sei colpevole di azioni oscure e non sei stato scagionato da nulla», incalza Musk. «Sei stato sull’isola di Epstein, nel suo ranch nel New Mexico e nella sua casa a New York. Ti sei offerto di aiutarlo con le pubbliche relazioni. Gli hai fatto dei regali… Forse, se fosse stato un solo soggiorno, potresti sostenere che fu un errore. Forse. Ma non esiste alcuna spiegazione possibile per la seconda volta, figuriamoci per la terza. Come dimostrano i fatti, eri un frequentatore abituale ed entusiasta». Elon Musk non ha bisogno di presentazioni, ma anche Hoffman è un nome assai noto della Silicon Valley, parte integrante - con mister Tesla e altre figure come Peter Thiel - di quella che un tempo era nota come «Paypal Mafia». A differenza di Musk e Thiel, però, che di fatto rappresentano due eccezioni in quel panorama, Hoffman è uno dei maggiori donatori del Partito democratico. Si parla di oltre 100 milioni di dollari versati dal 2015 al 2024. E la sua corrispondenza con Epstein risulta nettamente più compromettente di quella di Musk.
I file collocano nel 2014 le prime visite certe di Hoffman alla proprietà di Manhattan, a quella di Palm Beach e sull’isola degli orrori di Epstein, sei anni dopo il patteggiamento nella prima condanna. Ma ci sono messaggi anche precedenti. A dicembre dello stesso anno, Hoffman scrive a Epstein di avergli spedito due regali: «Gelato. Se ti interessa dovresti provarlo - altrimenti per le ragazze» e «qualcosa che potrebbe solleticare il suo senso dell’umorismo per l’isola». «Vedrò di nuovo Bill il 10/1 con Satya», conclude riferendosi a Bill Gates e al Ceo di Microsoft, Satya Nadella.
«Che cosa intendeva Reid Hoffman quando diceva che avrebbe portato del “gelato” per le ragazze?», commenta Musk: «Questo è un messaggio in codice…». L’ex capo del Doge allude al «pizzagate», una teoria secondo cui i potenti coinvolti in questi giri di prostituzione userebbero un linguaggio segreto, come ad esempio il termine pizza per indicare le donne usate per i propri scopi. Tesi per anni derubricata a complottismo ma che, leggendo certi messaggi desecretati (anche più equivoci di questo), non sembra più così impossibile da credere. Codice o no, appare chiaro che Hoffman fosse a conoscenza delle ragazze che gravitavano intorno a Epstein, un finanziere già condannato per sollecitazione alla prostituzione minorile.
In una mail di qualche settimana dopo si capisce che il regalo «simpatico» fosse una scultura metallica. «Sto pensando a come poterti aiutare con la tempesta mediatica», conclude il messaggio di gennaio 2015, proprio nel periodo in cui Epstein fu pubblicamente accusato di aver trafficato Virginia Giuffrè, giovane abusata da Andrea Windsor. E il patron di Linkedin si proponeva di aiutare Epstein a proteggere la sua immagine.
Al 2015 risalgono anche i piani per la visita allo Zorro Ranch nel New Mexico. «Ok, vieni all’isola o al ranch, ci divertiamo», risponde Epstein a Hoffman a settembre di quell’anno. L’anno successivo Hoffman dimentica il suo passaporto sull’isola ed Epstein glielo riporta, nel 2017 discutono di un possibile pranzo al ranch con Chomsky. La corrispondenza continua anche nel 2018, mentre a febbraio del 2019, l’anno dell’arresto di Epstein, questi scrive: Se passo dalla West Coast, avresti il coraggio di incontrarmi?». Il 16 marzo 2019, meno di quattro mesi dall’arresto, è segnato su Google Calendar l’ultimo appuntamento tra i due.
«Conoscevo Jeffrey Epstein solo per via di un rapporto votato alla raccolta fondi con il Mit, rapporto di cui mi pento molto», ha provato a giustificarsi Hoffman. «Nel 2019 ho detto ad Axios che l’ultimo incontro che avevo avuto con lui fu nel 2015, ma mi sbagliavo: secondo le voci del calendario di cui sono venuto a conoscenza, ci sono stati ulteriori incontri di fundraising nel 2016 e nel 2018. Tutti questi incontri furono coordinati da Joi Ito, all’epoca direttore del Mit Media Lab».
Hoffman ha contrattaccato postando l’email in cui Musk discute una possibile visita sull’isola insieme con la moglie di allora, Talulah Riley. «Che giorno/notte ci sarà la festa più selvaggi?», domandava a Epstein nel 2012. «La grande differenza tra te e me, Reid, è che tu ci sei andato e io no», replica mister Tesla evidenziando la presenza della moglie, che quindi escluderebbe intenzioni losche. «Nonostante ciò», conclude, «a differenza tua sono tornato in me e ho declinato l’invito».
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Giorgia Meloni ad Addis Abeba (Ansa)
Ed ecco, quindi, che Meloni ha preso le distanze dalle critiche che il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha rivolto all’amministrazione americana venerdì dal palco di Monaco. Dopo che il cancelliere tedesco ha sottolineato che tra «gli Stati Uniti e l’Ue si è aperto un divario» con «la cultura Maga che non è la nostra», il premier italiano ha manifestato apertamente il suo disaccordo. Ai giornalisti che le hanno chiesto se condivida la posizione di Merz, Meloni ha risposto: «No, direi di no. Queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene ma non è un tema di competenza dell’Unione europea, sono valutazioni dei partiti politici». La visione tra l’Italia e la Germania si ricompatta invece sul ruolo che dovrebbe assumere l’Europa nell’Alleanza atlantica. Riconoscendo l’esistenza di «una fase particolare dei rapporti tra Europa e Stati Uniti», il presidente del Consiglio ha spiegato: «Credo che Merz faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di sé stessa, che deve fare di più sulla sicurezza, sulla colonna europea della Nato». E a tal proposito, ha osservato che in Europa ci si dovrebbe interrogare meno «su quello che gli altri possono fare per noi o non stanno facendo per noi» e concentrarsi invece su «che cosa dobbiamo fare per essere autonomi, forti, capaci di rispondere a un’era della geopolitica nella quale di certezze non ce ne sono più moltissime».
In merito al rapporto tra l’Ue e Washington la direzione dovrebbe essere quella di «lavorare per valorizzare quello che ci unisce piuttosto di quello che può dividerci». Restringendo il campo alla sinergia tra gli Stati Uniti e l’Italia in chiave mediorientale, Meloni ha dichiarato: «Siamo stati invitati come Paese osservatore», nel Board of peace per Gaza. E rivelando che il governo è propenso a rispondere «positivamente a questo invito» nonostante si debba valutare «a quale livello», ha sottolineato che è necessaria «una presenza italiana» dato «tutto il lavoro che l’Italia ha fatto, sta facendo e deve fare in Medio Oriente per stabilizzare una situazione molto complessa e fragile». Dall’altra parte, il premier crede anche che serva «una presenza europea».
Meloni ieri ha anche chiarito il ruolo che l’Italia intende svolgere nel continente africano. Presente come unica leader occidentale all’Assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione africana ad Addis Abeba, dal palco ha sottolineato che «l’Italia e l’Europa non possono pensare al futuro senza prendere l’Africa nella giusta considerazione». Spiegando che la «cooperazione» traccia «la rotta» delle iniziative italiane, ha ricordato che in questa visione si inserisce il piano Mattei. Che, quindi, non deve essere «concepito come un piano italiano per l’Africa, ma come il contributo dell’Italia» all’Agenda 2063 dell’Unione africana «con un’attenzione particolare quest’anno ai progetti legati all’acqua». Durante il suo discorso, ha poi precisato che «l’Italia ha deciso di lanciare un ampio programma di conversione del debito dei Paesi africani». Ma centrale nell’intervento di Meloni è stato anche il tema della libertà a non emigrare. L’Italia, che intende porsi come «un ponte privilegiato tra Europa e Africa», mette infatti «a disposizione la solidità delle proprie istituzioni, la grande tradizione di dialogo e la competenza delle sue imprese» anche per «garantire agli uomini e alle donne» del continente africano «la libertà di scegliere di restare nel proprio Paese, di contribuire alla sua crescita senza essere costretti a lasciarlo».
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Marco Rubio e Ursula von der Leyen alla conferenza di Monaco (Ansa)
Ursula von der Leyen, allora, si è mostrata «molto rassicurata» dal discorso del Segretario di Stato Usa, il quale ha elogiato «l’unica civiltà occidentale» e ha garantito che «il nostro destino è intrecciato al vostro». A ben vedere, sono gli stessi concetti già espressi da JD Vance lo scorso anno, dallo stesso pulpito. E infatti, Rubio non ha rinnegato le reprimende della Casa Bianca al Vecchio continente: «Siamo legati gli uni agli altri dai vincoli più profondi», si è limitato a osservare, perciò «a volte possiamo sembrare un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli». Sono cambiati i toni, la sostanza è rimasta identica: Donald Trump, ha ribadito il rappresentante di Washington, «esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa». Li chiama «amici», appunto, ma pretende che si rimettano in riga.
Loro hanno risposto con una standing ovation. Il presidente della conferenza bavarese, Wolfgang Ischinger, al pari di Kaja Kallas, si è goduto «il sospiro di sollievo in aula mentre ascoltavamo un messaggio di rassicurazione e partenariato». Eppure, le tirate d’orecchi di Rubio erano a tutti gli effetti tirate d’orecchi: tipo quella sulla deindustrializzazione, «una scelta voluta», che ha finito per avvantaggiare la Cina. Mal comune, mezzo gaudio: il segretario di Stato ha confessato almeno il concorso di colpa di Ue e Usa.
Il discorso di Monaco ha esposto altresì le linee di faglia che corrono all’interno del governo di coalizione tedesco: da un lato, il ministro degli Esteri cristiano-democratico, Johann Wadephul, nonostante l’arringa di Friedrich Merz sulla necessità di rendersi indipendenti dagli statunitensi, ci ha tenuto a rivendicare che Rubio è «un vero partner», con il quale «abbiamo un terreno comune»; dall’altro, il vicecancelliere della Spd, Lars Klingbeil, ha ricordato che, al netto dell’atteggiamento «molto conciliante» e «molto diplomatico» del capo della diplomazia americana, «attualmente abbiamo molti problemi nelle relazioni transatlantiche».
Le direttive da Washington sono immutate. Rubio, benché sia il meno favorevole della sua amministrazione a concedere linee di credito alla Russia, ha disertato il vertice sull’Ucraina. Sfumature che non sono sfuggite al ministro della Difesa tedesco e compagno di partito di Klingbeil, Boris Pistorius. Mette Frederiksen, premier danese, ha segnalato che le mire di Trump sulla Groenlandia «purtroppo non sono cambiate». La Francia, in rotta totale con The Donald, è rimasta scettica: per il ministro degli Esteri di Parigi, Jean-Noël Barrot, la «strategia» che consiste nel costruire un’Europa forte e indipendente non cambierà.
La frattura nell’élite continentale, insomma, non solo non si è ricomposta ma è destinata ad approfondirsi: l’Italia, con Antonio Tajani e Giorgia Meloni, al contrario di Merz ed Emmanuel Macron, continua a rammentare ai partner che è impossibile prescindere dall’America. E Keir Starmer, pur essendo un campione della collaborazione con l’Europa, fino al punto di rinnegare la Brexit e di proporre una Nato a trazione continentale, si è visto costretto al bagno di realtà: «Stiamo lavorando con gli Stati Uniti», ha rivendicato, «su difesa, sicurezza e intelligence 24 ore su 24, sette giorni su sette».
L’Ue si è dovuta sorbire anche la ramanzina di Mark Rutte: il segretario generale Nato ha invitato i Paesi a fornire a Kiev solo armi ottenute nell’ambito del programma Purl, quello che prevede acquisti dagli Usa. Diversamente, «avete fotografie sui media, ma le cose che servono davvero all’Ucraina sono dentro quella lista». Persino gli iraniani si sono sentiti autorizzati a bistrattarci: «L’Ue sembra confusa», ha scritto su X il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. «Senza direzione ha perso tutto il suo peso geopolitico nella nostra regione».
Ecco il dilemma: accontentarsi di essere randellati dagli americani ma col manganello di gomma, come già accadeva ai tempi di Joe Biden, che ci ha messo in ginocchio con il suo «buy American» e la guerra nell’Est, però ci riempiva di pacche sulle spalle; oppure risolversi allo scontro con gli Usa, commettendo l’errore di appiattirli su Trump, rifiutando di ammetterne le ragioni e impelagandosi in una lotta fratricida per definire la futura configurazione dell’Europa.
La stampa nostrana, alla luce delle considerazioni di Merz sul tycoon, si è affrettata a liquidare l’asse Roma-Berlino che aveva messo ai margini i transalpini. Ma l’ex ministro della Difesa francese, Sylvie Goulard, al Corriere della Sera ha detto chiaro e tondo che «la logica delle intese variabili e non vincolanti tra governi rischia di svuotare di senso la costruzione europea». Il côté macronian-draghian-montiano, insomma, dimostra di aver colto perfettamente il nodo del contendere: più centralizzazione - anche attraverso gli eurobond - e più poteri alla Commissione, come sognano quelli convinti che ci si debba porre «al riparo dal processo elettorale», o più prerogative agli Stati sovrani, mettendo in comune poche materie cruciali, con poche regole e con un ruolo rafforzato del Consiglio.
Prendere in mano il nostro destino significa, in primo luogo, compiere questa scelta. Non è una decisione che possa prendere Rubio.
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Marco Rubio (Ansa)
Il tramonto dell’Occidente non è inevitabile. È questa la convinzione espressa da Marco Rubio nel discorso da lui tenuto, ieri, alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Il segretario di Stato americano ha innanzitutto puntato il dito contro il concetto di «fine della storia». «In questa illusione, abbiamo abbracciato una visione dogmatica di libero e sfrenato commercio, mentre alcune nazioni proteggevano le loro economie e sovvenzionavano le loro aziende», ha dichiarato, criticando gli effetti della globalizzazione: dall’immigrazione senza regole alle politiche green. «Abbiamo commesso questi errori insieme», ha proseguito, «e ora insieme abbiamo il dovere, nei confronti del nostro popolo, di affrontare questi fatti e di andare avanti per ricostruire. Sotto la presidenza Trump, gli Usa si assumeranno ancora una volta il compito del rinnovamento e della ricostruzione, spinti dalla visione di un futuro altrettanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto lo fu il passato della nostra civiltà».
«Non vogliamo che gli alleati razionalizzino lo status quo ormai in crisi, anziché fare i conti con ciò che è necessario per risolvere il problema», ha continuato. «Noi americani non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati del tramonto controllato dell’Occidente. Non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare un’antica amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana», ha aggiunto. «Non vogliamo che i nostri alleati siano deboli. Perché questo ci rende più deboli», ha anche detto, sottolineando inoltre che gli americani saranno «sempre figli dell’Europa». «L’America sta tracciando la strada per un nuovo secolo di prosperità. E, ancora una volta, vogliamo farlo insieme a voi, nostri cari alleati e nostri più vecchi amici. Vogliamo farlo insieme a voi, con un’Europa orgogliosa del suo retaggio e della sua storia, con un’Europa che ha lo spirito di creazione e libertà che ha mandato navi in mari inesplorati e che ha dato vita alla nostra civiltà, con un’Europa che ha i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere», ha concluso.
Ben lungi dall’incarnare uno spirito isolazionista, Rubio, nel suo discorso, ha preso le distanze tanto dalle ingenuità velleitarie di Francis Fukuyama quanto dal fatalismo cupo di Oswald Spengler. L’Europa, questo è il succo del suo intervento, può riprendere in mano il suo destino sia abbandonando gli errori ideologici degli ultimi vent’anni sia trovando una nuova convergenza con gli Stati Uniti. I punti su cui collaborare, secondo Rubio, sono numerosi: dalla salvaguardia delle frontiere alla reindustrializzazione delle economie occidentali, passando per il ripristino del controllo delle catene di approvvigionamento. Tutto questo, senza ovviamente trascurare il retaggio culturale che è stato alla base dell’Occidente. Perché - ed è questo il senso più profondo dell’intervento di Rubio - la crisi occidentale, oggi, è in primo luogo culturale, filosofica e, in un certo senso, spirituale.
Parole, quelle del segretario di Stato, ben diverse da quelle di Emmanuel Macron che, l’altro ieri, aveva definito l’Europa addirittura un «esempio» che gli altri avrebbero dovuto seguire. Il problema è che, tra molte leadership del Vecchio continente, manca totalmente una riflessione sul tramonto dell’Occidente. Basti pensare al discorso, tenuto ieri a Monaco da Keir Starmer. «Non siamo più la Gran Bretagna degli anni della Brexit», ha detto, promuovendo un riavvicinamento tra Londra e l’Ue. «Vogliamo unire la nostra leadership nei settori della Difesa, della tecnologia e dell’Intelligenza artificiale a quella dell’Europa per moltiplicare i nostri punti di forza e costruire una base industriale condivisa in tutto il continente», ha dichiarato. Dal canto suo, sempre ieri, Ursula von der Leyen ha affermato che bisogna «costruire una spina dorsale europea di facilitatori strategici: nello Spazio, nell’intelligence e nelle capacità di attacco in profondità».
Insomma, anziché interrogarsi sulla crisi europea per cercare di invertirla, molte leadership del Vecchio continente continuano a non porsi minimamente il problema. E, a peggiorare la situazione stanno le spaccature intestine. Ieri, a Monaco, Pedro Sánchez ha definito «troppo pericoloso» il riarmo nucleare: una stoccata più o meno velata a Friedrich Merz che, venerdì, aveva reso noto di voler creare un deterrente atomico europeo insieme a Macron. Senza poi trascurare che lo stesso asse franco-tedesco è ormai sempre più scricchiolante. Al di là delle dichiarazioni di facciata, il cancelliere tedesco e il capo dell’Eliseo sono infatti assai distanti su numerose questioni (dai dazi americani al settore della Difesa).
Il punto vero è che, piaccia o meno, gli Usa sono passati attraverso una crisi profonda che, a partire dalla sindrome dell’Iraq, si è dipanata attraverso la Grande recessione. Da tale crisi, hanno iniziato a riflettere sugli errori passati, per poi cambiare rotta. In tal senso, al netto dei suoi limiti, l’amministrazione Trump rappresenta l’esito di questo lungo processo autocritico. Dalle parti del Vecchio continente, invece, molti continuano a negare l’evidenza, crogiolandosi nell’illusione di un mondo che ormai non esiste più. Certo, l’attuale presidente americano, su alcuni dossier, ha dato, in un certo senso, la sveglia agli europei: Merz ha dovuto ammettere il riemergere della politica di potenza, mentre la Commissione Ue ha fatto marcia indietro su alcune derive green.
Tuttavia sia a Bruxelles sia a Londra manca ancora un’autocritica complessiva, strutturale, filosofica. È da qui che passa la possibilità di una rinascita del Vecchio continente. O il suo definitivo tramonto. Le vecchie élites europee arroccate dovrebbero prestare attenzione alle parole di Rubio. Ma sappiamo già che non lo faranno.
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