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2018-03-25
Fisco e sberle all’Ue. Il premier non c’è, ma il programma sì
ANSA
E venne il giorno di Roberto Fico. Il giorno della prima poltrona istituzionale di rango conquistata da un parlamentare del Movimento 5 stelle, il giorno che prefigura gli scenari della trattativa sul governo. «Le istituzioni», dice il campano dallo scranno più alto di Montecitorio, «sono tenute a farsi carico della richiesta di rinnovamento che deve essere la linfa vitale di questa legislatura. Gli squilibri vanno riequilibrati, è ora prioritario superare definitivamente i privilegi». Poi la promessa di un nuovo giro di vite su vitalizi, e quella di non consentire più canguri, sub-emendamenti, proliferazione di decreti, e trucchi parlamentari per far prevalere l'esecutivo sulle Camere.
Bisogna provare a fotografare questo fermo immagine di un discorso tanto breve e pacato nella forma, quanto dirompente e forte nei contenuti; bisogna contemplare attentamente tutto quello che succede intorno a Fico nell'Aula e nel Transatlantico di Montecitorio. Perché è in questo fermo immagine che si nasconde un piccolo passaggio di epoca. Per dire: Maria Elena Boschi e Luca Lotti, le due punte di diamante del Giglio magico renziano, restano impietriti, non applaudono il discorso inaugurale del neo presidente. Mentre fuori dall'Aula, davanti allo schermo gigante, intorno al demiurgo mediatico Rocco Casalino - responsabile della comunicazione e forse ghost writer del nuovo presidente - si raccoglie una folla festante: sono i collaboratori dell'ufficio comunicazione del gruppo, sono i deputati che costituiscono la spina dorsale della vecchia compagine parlamentare: ecco Alfonso Bonafede, ministro ombra incaricato. Ecco Giulia Sarti, pilastro del Movimento in commissione, appena scagionata dalla vicenda dei rimborsi, tornata al suo ruolo dopo aver chiarito. Sorrisi solari, abbracci, qualche lacrima di gioia. Non è solo la festa per un deputato che assurge allo scranno più alto, ma quella di un intero gruppo dirigente che ha attraversato il deserto si sente promosso insieme a lui.
Sono passati cinque anni dall'ingresso dei tanti mister Smith nel Palazzo della politica, adesso gli ex debuttanti si sentono veterani che hanno piantato la bandiera. Le parole che Rocco Casalino pronuncia in questo campanello, sembrano già una sorta di codice di comportamento da tenere nella partita per il governo: «Abbiamo vinto senza omologarci», spiega, «abbiamo condotto una trattativa nel Palazzo e con la vecchia politica, senza fare nessun compromesso, e portando a casa il risultato». E ovviamente Casalino si riferisce anche al terreno dei simboli, quelli che stanno più a cuore al gruppo dirigente del Movimento 5 stelle in questo momento: «Hanno fatto qualsiasi offerta e qualsiasi tipo di pressione su di noi: avrebbero dato qualsiasi cosa perché Berlusconi incontrasse Di Maio, o un capogruppo, e alla fine qualsiasi deputato che avesse un ruolo. Ma noi», osserva, «abbiamo tenuto il punto». E qui Casalino, parlando a suoi, spiega che i grillini guardano alla battaglia appena conclusa per la presidenza della Camera come all'anteprima per la trattativa durissima che attende i pentastellati sul governo: «Continuano a non capire come siamo fatti. Vogliamo Palazzo Chigi, e arriveremo. Ma non a qualsiasi costo».
È solo legittimo entusiasmo? Oppure è la spiegazione di un codice che diventerà necessario per capire cosa faranno i 5 stelle nei prossimi giorni? La seconda lettura è quella che si avvicina di più alla realtà. A torto o a ragione il Movimento è convinto che il passo di Fico avvicini Di Maio a Palazzo Chigi. E che la prova di forza di Matteo Salvini su Silvio Berlusconi sia stata l'anteprima di una smarcatura che si ripeterà dopo le consultazioni.
Esiste un feeling tra i due leader che è stato messo alla prova nella giornata cruciale di venerdì pomeriggio: Salvini e Di Maio si sentono al ritmo di un Whatsapp. E lo stratega leghista Giancarlo Giorgetti ha già immaginato un protocollo minimo su cui si può trovare un'intesa: quella di un governo che vota subito due provvedimenti necessari e popolari come la legge elettorale e il blocco dell'aumento dell'Iva disinnescando la clausola di salvaguardia. Il secondo passo è più complesso, ma ancora più qualificante: allestire un provvedimento-simbolo che diventi il punto di incontro tra i due programmi. O uno «smontaggio» della legge Fornero. O un doppio antipasto incrociato per dare un segnale ai rispettivi elettorati: un reddito base che espanda il Rei, e uno scaglione di Flat Tax al 25%. Pochi sanno che anche nel programma del M5s l'idea della semplificazione fiscale era un punto di partenza di una idea di riforma. Terza fase: varare i provvedimenti-choc e attendere la reazione dell'Europa. Se fossero accettati sarebbe un trionfo. Se fossero bocciati diventerebbero il viatico per una campagna elettorale travolgente. C'è un ma, ovviamente, che è rappresentato dal doppio forno che entrambi i leader si tengono aperto. Di Maio coltiva buoni rapporti con il Pd e aspetta un segnale di disgelo. Salvini non ha rotto con Berlusconi dopo la prova di forza, e ieri ha abbracciato il Cavaliere. Ma dopo l'incoronazione di Fico, il prezzo non negoziabile di cui parlavano i deputati del Movimento è uno solo: il governo M5s-Lega, secondo loro, può nascere solo se a Palazzo Chigi ci va Luigi Di Maio.
I 5 stelle hanno perso la verginità. La Camera val bene un Berlusconi
Prima o poi doveva succedere. Da ieri i 5 stelle non sono più un movimento di piazza e di protesta, ma un partito politico. Che ragiona come quelli che hanno sempre combattuto e che, con le ultime elezioni, hanno sconfitto. Un partito che sa muoversi con consumata disinvoltura tra giochi e intrighi di palazzo. L'impegno, preso in prima persona da Beppe Grillo, di mantenere una natura «al di sopra dei partiti tradizionali» pare essere stato cancellato da Luigi Di Maio, nella sua inedita veste di tessitore di trame.Sembra di rileggere le pagine del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, perché in fondo la storia è sempre la stessa: tutto cambia perché nulla cambi. Parliamo della Sicilia, dove il giallo ha dilagato, ma anche di Roma.Comunque sia, ieri i grillini, votando alla presidenza del Senato la forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati, hanno superato quello che sono andati seminando in anni di vaffa e di blog. Cioè un odio viscerale nei confronti di Silvio Berlusconi, dipinto come l'origine di tutti i mali d'Italia e non solo.Solo qualche ora prima delle votazioni a Palazzo Madama e Montecitorio, Grillo, durante il suo spettacolo al Teatro Flaiano, ha liquidato Berlusconi con una battuta: «Questo uomo qui, sempre lo stesso, che vuole incontrare a tutti i costi il Movimento per vedere se c'è f…». Quindici giorni fa sempre Berlusconi era un «ologramma truccato e incandidabile», una «mummia», un «noto pregiudicato» a capo non di una formazione politica ma di una gang dedita al crimine. Gang alla quale apparterebbe anche la Casellati che i pentastellati hanno votato in massa. Potremmo continuare per intere pagine a elencare gli insulti dei grillini contro gli azzurri: «Larve, zombie, morti, ladri». E riportiamo soltanto i termini più simpatici.Restando in ambito sessuale, sulla scia dell'umorismo del comico genovese, si potrebbe dire che ieri, con lo scambio di voti per incoronare Roberto Fico presidente della Camera, i pentastellati hanno definitivamente perso la verginità. O quello che ne restava.Colpisce l'intervento trionfalistico di Alessandro Di Battista, all'assemblea dei deputati, che ha parlato di una giornata storica sfoderando il suo migliore sorriso. E negando anche l'evidenza, ovvero che la Casellati sia una fedelissima dell'ex premier. Una giravolta di cui i giornalisti gli hanno chiesto conto, appena uscito da Montecitorio. La sua risposta: «Gridava al golpe per la decadenza di Berlusconi al Senato? E che mi interessa. Per me è un nuovo schiaffo al sistema Renzusconi». E ancora: «Eleggere una di Forza Italia alla presidenza del Senato? Andate a vede' la faccia de Berlusconi». La conquista del potere deve averlo confuso. Aldilà di tutti i risiko di potere, i grillini hanno promosso una forzista della prima ora alla seconda carica dello Stato. Lo stesso ex Cavaliere è apparso soddisfatto e felice dell'accordo «per il bene del Paese». Poteva andargli molto peggio.Neppure un mese fa Di Battista aveva pubblicamente accusato Berlusconi di aver pagato Cosa Nostra. Urlando in piazza che «in un Paese normale, il leader di Forza Italia non starebbe in una villa lussuosa ma a San Vittore, Rebibbia o Regina Coeli». Aggiungendo anche che il presidente azzurro sarebbe «completamente rincoglionito». E l'11 marzo in una seduta della Camera lo aveva definito, tanto per rimarcare il concetto, un «delinquente».Bersaglio preferito degli strali grillini era, fino a qualche mese fa, anche il segretario della Lega che «fa più schifo di Renzi e Berlusconi messi insieme». Che oggi esista la possibilità di crearci un governo assieme, appare uno schiaffo alla logica e alla coerenza. Giudicando dalle loro parole. Nell'ottobre scorso Grillo intitolava un suo post «Matteo Salvini, il grande bluff». E scriveva dell'uomo che oggi è l'interlocutore favorito dei pentastellati: «Un traditore politico, ha gettato definitivamente la maschera. È uno di loro, è vergognoso. La sua Lega, dopo gli scandali degli investimenti in Tanzania e dei diamanti comprati da Belsito con i soldi pubblici, era arrivata al 3%. Per risollevarsi, Salvini ha fatto un lavoro sporco: ha copiato e si è appropriato di gran parte del programma del Movimento e ha iniziato una finta campagna elettorale contro il sistema dei partiti. Ma è tutto un bluff».Agli esponenti del Carroccio rinfacciava anche che «davano del piduista a Berlusconi e ora sono fedeli alleati nelle regioni e nei comuni». Insomma, li accusava di aver cambiato idea. Come è successo ieri, a palazzo Madama, agli eletti del partito da lui fondato e portato al successo. Se è finita l'epoca dei vaffa sembra essere cominciata quella che già racchiudere i primi germi degli inciuci, tanto odiati e detestati ai tempi dell'opposizione dura e pura. Ma oggi le cose sono diverse, c'è un loro uomo che siede al vertice della Camera. Compromesso, che era una brutta parola, quando non serviva. Anche Beppe Grillo ha spiegato la nuova linea sul suo blog, adesso personale ma non troppo: «La specie che sopravvive, anche in politica, non è la più forte, ma quella che si adatta meglio. Noi siamo un po' democristiani, un po' di destra, un po' di sinistra, un po' di centro. Possiamo adattarci a qualsiasi cosa». Infatti si sono adattati molto velocemente. Alfredo Arduino
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Il feeling tra i due vincitori delle elezioni va tradotto in azioni. Bruxelles è il nemico da sfidare con blocco dell'Iva, Fornero, flat tax e reddito base. Intanto dopo anni di insulti all'ex premier, i pentastellati rompono un tabù votando per la Casellati al Senato. Per accedere alla stanza dei bottoni, l'intransigenza anti Cav può momentaneamente andare in soffitta.E venne il giorno di Roberto Fico. Il giorno della prima poltrona istituzionale di rango conquistata da un parlamentare del Movimento 5 stelle, il giorno che prefigura gli scenari della trattativa sul governo. «Le istituzioni», dice il campano dallo scranno più alto di Montecitorio, «sono tenute a farsi carico della richiesta di rinnovamento che deve essere la linfa vitale di questa legislatura. Gli squilibri vanno riequilibrati, è ora prioritario superare definitivamente i privilegi». Poi la promessa di un nuovo giro di vite su vitalizi, e quella di non consentire più canguri, sub-emendamenti, proliferazione di decreti, e trucchi parlamentari per far prevalere l'esecutivo sulle Camere.Bisogna provare a fotografare questo fermo immagine di un discorso tanto breve e pacato nella forma, quanto dirompente e forte nei contenuti; bisogna contemplare attentamente tutto quello che succede intorno a Fico nell'Aula e nel Transatlantico di Montecitorio. Perché è in questo fermo immagine che si nasconde un piccolo passaggio di epoca. Per dire: Maria Elena Boschi e Luca Lotti, le due punte di diamante del Giglio magico renziano, restano impietriti, non applaudono il discorso inaugurale del neo presidente. Mentre fuori dall'Aula, davanti allo schermo gigante, intorno al demiurgo mediatico Rocco Casalino - responsabile della comunicazione e forse ghost writer del nuovo presidente - si raccoglie una folla festante: sono i collaboratori dell'ufficio comunicazione del gruppo, sono i deputati che costituiscono la spina dorsale della vecchia compagine parlamentare: ecco Alfonso Bonafede, ministro ombra incaricato. Ecco Giulia Sarti, pilastro del Movimento in commissione, appena scagionata dalla vicenda dei rimborsi, tornata al suo ruolo dopo aver chiarito. Sorrisi solari, abbracci, qualche lacrima di gioia. Non è solo la festa per un deputato che assurge allo scranno più alto, ma quella di un intero gruppo dirigente che ha attraversato il deserto si sente promosso insieme a lui. Sono passati cinque anni dall'ingresso dei tanti mister Smith nel Palazzo della politica, adesso gli ex debuttanti si sentono veterani che hanno piantato la bandiera. Le parole che Rocco Casalino pronuncia in questo campanello, sembrano già una sorta di codice di comportamento da tenere nella partita per il governo: «Abbiamo vinto senza omologarci», spiega, «abbiamo condotto una trattativa nel Palazzo e con la vecchia politica, senza fare nessun compromesso, e portando a casa il risultato». E ovviamente Casalino si riferisce anche al terreno dei simboli, quelli che stanno più a cuore al gruppo dirigente del Movimento 5 stelle in questo momento: «Hanno fatto qualsiasi offerta e qualsiasi tipo di pressione su di noi: avrebbero dato qualsiasi cosa perché Berlusconi incontrasse Di Maio, o un capogruppo, e alla fine qualsiasi deputato che avesse un ruolo. Ma noi», osserva, «abbiamo tenuto il punto». E qui Casalino, parlando a suoi, spiega che i grillini guardano alla battaglia appena conclusa per la presidenza della Camera come all'anteprima per la trattativa durissima che attende i pentastellati sul governo: «Continuano a non capire come siamo fatti. Vogliamo Palazzo Chigi, e arriveremo. Ma non a qualsiasi costo». È solo legittimo entusiasmo? Oppure è la spiegazione di un codice che diventerà necessario per capire cosa faranno i 5 stelle nei prossimi giorni? La seconda lettura è quella che si avvicina di più alla realtà. A torto o a ragione il Movimento è convinto che il passo di Fico avvicini Di Maio a Palazzo Chigi. E che la prova di forza di Matteo Salvini su Silvio Berlusconi sia stata l'anteprima di una smarcatura che si ripeterà dopo le consultazioni. Esiste un feeling tra i due leader che è stato messo alla prova nella giornata cruciale di venerdì pomeriggio: Salvini e Di Maio si sentono al ritmo di un Whatsapp. E lo stratega leghista Giancarlo Giorgetti ha già immaginato un protocollo minimo su cui si può trovare un'intesa: quella di un governo che vota subito due provvedimenti necessari e popolari come la legge elettorale e il blocco dell'aumento dell'Iva disinnescando la clausola di salvaguardia. Il secondo passo è più complesso, ma ancora più qualificante: allestire un provvedimento-simbolo che diventi il punto di incontro tra i due programmi. O uno «smontaggio» della legge Fornero. O un doppio antipasto incrociato per dare un segnale ai rispettivi elettorati: un reddito base che espanda il Rei, e uno scaglione di Flat Tax al 25%. Pochi sanno che anche nel programma del M5s l'idea della semplificazione fiscale era un punto di partenza di una idea di riforma. Terza fase: varare i provvedimenti-choc e attendere la reazione dell'Europa. Se fossero accettati sarebbe un trionfo. Se fossero bocciati diventerebbero il viatico per una campagna elettorale travolgente. C'è un ma, ovviamente, che è rappresentato dal doppio forno che entrambi i leader si tengono aperto. Di Maio coltiva buoni rapporti con il Pd e aspetta un segnale di disgelo. Salvini non ha rotto con Berlusconi dopo la prova di forza, e ieri ha abbracciato il Cavaliere. 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L'impegno, preso in prima persona da Beppe Grillo, di mantenere una natura «al di sopra dei partiti tradizionali» pare essere stato cancellato da Luigi Di Maio, nella sua inedita veste di tessitore di trame.Sembra di rileggere le pagine del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, perché in fondo la storia è sempre la stessa: tutto cambia perché nulla cambi. Parliamo della Sicilia, dove il giallo ha dilagato, ma anche di Roma.Comunque sia, ieri i grillini, votando alla presidenza del Senato la forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati, hanno superato quello che sono andati seminando in anni di vaffa e di blog. Cioè un odio viscerale nei confronti di Silvio Berlusconi, dipinto come l'origine di tutti i mali d'Italia e non solo.Solo qualche ora prima delle votazioni a Palazzo Madama e Montecitorio, Grillo, durante il suo spettacolo al Teatro Flaiano, ha liquidato Berlusconi con una battuta: «Questo uomo qui, sempre lo stesso, che vuole incontrare a tutti i costi il Movimento per vedere se c'è f…». Quindici giorni fa sempre Berlusconi era un «ologramma truccato e incandidabile», una «mummia», un «noto pregiudicato» a capo non di una formazione politica ma di una gang dedita al crimine. Gang alla quale apparterebbe anche la Casellati che i pentastellati hanno votato in massa. Potremmo continuare per intere pagine a elencare gli insulti dei grillini contro gli azzurri: «Larve, zombie, morti, ladri». E riportiamo soltanto i termini più simpatici.Restando in ambito sessuale, sulla scia dell'umorismo del comico genovese, si potrebbe dire che ieri, con lo scambio di voti per incoronare Roberto Fico presidente della Camera, i pentastellati hanno definitivamente perso la verginità. O quello che ne restava.Colpisce l'intervento trionfalistico di Alessandro Di Battista, all'assemblea dei deputati, che ha parlato di una giornata storica sfoderando il suo migliore sorriso. E negando anche l'evidenza, ovvero che la Casellati sia una fedelissima dell'ex premier. Una giravolta di cui i giornalisti gli hanno chiesto conto, appena uscito da Montecitorio. La sua risposta: «Gridava al golpe per la decadenza di Berlusconi al Senato? E che mi interessa. Per me è un nuovo schiaffo al sistema Renzusconi». E ancora: «Eleggere una di Forza Italia alla presidenza del Senato? Andate a vede' la faccia de Berlusconi». La conquista del potere deve averlo confuso. Aldilà di tutti i risiko di potere, i grillini hanno promosso una forzista della prima ora alla seconda carica dello Stato. Lo stesso ex Cavaliere è apparso soddisfatto e felice dell'accordo «per il bene del Paese». Poteva andargli molto peggio.Neppure un mese fa Di Battista aveva pubblicamente accusato Berlusconi di aver pagato Cosa Nostra. Urlando in piazza che «in un Paese normale, il leader di Forza Italia non starebbe in una villa lussuosa ma a San Vittore, Rebibbia o Regina Coeli». Aggiungendo anche che il presidente azzurro sarebbe «completamente rincoglionito». E l'11 marzo in una seduta della Camera lo aveva definito, tanto per rimarcare il concetto, un «delinquente».Bersaglio preferito degli strali grillini era, fino a qualche mese fa, anche il segretario della Lega che «fa più schifo di Renzi e Berlusconi messi insieme». Che oggi esista la possibilità di crearci un governo assieme, appare uno schiaffo alla logica e alla coerenza. Giudicando dalle loro parole. Nell'ottobre scorso Grillo intitolava un suo post «Matteo Salvini, il grande bluff». E scriveva dell'uomo che oggi è l'interlocutore favorito dei pentastellati: «Un traditore politico, ha gettato definitivamente la maschera. È uno di loro, è vergognoso. La sua Lega, dopo gli scandali degli investimenti in Tanzania e dei diamanti comprati da Belsito con i soldi pubblici, era arrivata al 3%. Per risollevarsi, Salvini ha fatto un lavoro sporco: ha copiato e si è appropriato di gran parte del programma del Movimento e ha iniziato una finta campagna elettorale contro il sistema dei partiti. Ma è tutto un bluff».Agli esponenti del Carroccio rinfacciava anche che «davano del piduista a Berlusconi e ora sono fedeli alleati nelle regioni e nei comuni». Insomma, li accusava di aver cambiato idea. Come è successo ieri, a palazzo Madama, agli eletti del partito da lui fondato e portato al successo. Se è finita l'epoca dei vaffa sembra essere cominciata quella che già racchiudere i primi germi degli inciuci, tanto odiati e detestati ai tempi dell'opposizione dura e pura. Ma oggi le cose sono diverse, c'è un loro uomo che siede al vertice della Camera. Compromesso, che era una brutta parola, quando non serviva. Anche Beppe Grillo ha spiegato la nuova linea sul suo blog, adesso personale ma non troppo: «La specie che sopravvive, anche in politica, non è la più forte, ma quella che si adatta meglio. Noi siamo un po' democristiani, un po' di destra, un po' di sinistra, un po' di centro. Possiamo adattarci a qualsiasi cosa». Infatti si sono adattati molto velocemente. Alfredo Arduino
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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