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2018-06-22
Fine della corsa per i «pirati» di Lifeline
ANSA
Tuoni sul mar libico, più ingolfato di una tangenziale il venerdì pomeriggio. Guardia costiera di Tripoli, guardia costiera italiana, guardia costiera maltese, mercantili sulle rotte orientali, scafisti che ingrassano il loro business traghettando disperati veri e finti. E la Lifeline, un ex peschereccio uscito dai cantieri di Aberdeen, oggi adibito ad ammiraglia della Ong tedesca più agguerrita, che ha deciso di ingaggiare un braccio di ferro con l'Italia. Una settimana dopo la vicenda Aquarius, ecco l'identica intenzione da parte dei turbovolontari di creare l'incidente, di mettere in mezzo degli innocenti per costringere alle corde un paese come l'Italia che nella sua storia ha accolto sempre, ha accolto tutti, ha accolto anche per gli altri.
Questa volta è difficile fare surf sull'equivoco, anche perché il finale sarà diverso: la Lifeline batte bandiera olandese illegalmente, quindi verrà fatta entrare in un porto italiano e sequestrata. Lo ha annunciato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, dopo avere ricevuto dall'ambasciata olandese la risposta che da giorni chiedeva: quella è tecnicamente una nave pirata. Ieri mattina la Lifeline era entrata in acque libiche per raccogliere direttamente dalle carrette degli scafisti 224 migranti, infrangendo le regole d'ingaggio stabilite dall'Europa che prevedono il trasbordo sulle navi militari della Guardia costiera più vicina. In questo caso era una corvetta libica, che ha chiesto di poter intervenire. Ma la Lifeline ha effettuato l'operazione e ha subito indirizzato la prua verso la Sicilia, annunciando l'operazione con un tweet sibillino: «Ci aspettiamo un comportamento professionale e che la Libia rispetti la legalità internazionale».
Poiché la legge prevede che i migranti presi in carico dai libici vengano ricondotti in patria, la Ong ha quel che si dice «messo le mani avanti». La sua destinazione preferita è ovviamente l'Italia. Quella nave non è nuova alle scorribande e i volontari che la gestiscono sono ben noti alle polizie del mare. Il loro simbolo più popolare è lo skinhead di sinistra Soren Moje - cresta rossa e pittoresco anello al naso - che una settimana fa ha dato allegramente del fascista al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, scrivendo su Twitter: «Wenn faschisten für uns werben» (quando i fascisti ci fanno pubblicità). Il nuovo blitz del dolore ha suscitato l'immediata reazione del leader della Lega: «Avete fatto un atto di forza non ascoltando la Guardia costiera italiana e libica? Bene, questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po' largo». Aquarius 2, ormai è scontro frontale. Altro che Frontex. Il successore di Marco Minniti (che avrebbe voluto comportarsi allo stesso modo se non fosse stato frenato da logiche di partito) ha aggiunto: «Le navi di queste pseudo-Ong non toccheranno più il suolo italiano perché non fanno volontariato, ma aiutano il traffico di esseri umani. Questa Lifeline non ascolta la guardia costiera italiana, ostacola la guardia costiera libica, usa questi disperati come merce. Avviso ai naviganti: le Ong nei porti italiani non metteranno più piede».
Questa lo farà, ma per l'ultima volta. La compattezza del governo nel gestire la nuova emergenza si evince dalla presa di posizione di Toninelli, che dopo avere chiesto un'indagine alla guardia costiera italiana, ha commentato: «È notizia di queste ore che la nave Ong Lifeline sta agendo in acque libiche fuori da ogni regola, fuori dal diritto internazionale. Hanno imbarcato circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi naufraghi e dell'equipaggio. La Lifeline non collabora con la guardia costiera libica che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli suo suolo libico. Operazione di sua stretta competenza, trattandosi di eventi accaduti in mare libico. Non abbiamo nulla contro le Ong, ma siamo e continuiamo ad essere per il rispetto della legalità. Soprattutto quando si parla di vite umane». Poi a sera la conferma: «È illegale, non può navigare, la sequestriamo».
L'inchiesta ordinata da Toninelli aveva l'obiettivo di stabilire l'effettiva appartenenza all'Olanda della nave (come anche della gemella Seefuchs per la quale non è arrivata risposta). Al di là di alcune ricostruzioni televisive da diportisti da windsurf, per il diritto internazionale ogni imbarcazione è territorio dello Stato cui il vessillo a bordo fa capo, quindi Amsterdam non poteva nascondere la testa sott'acqua. Lunga 32 metri e larga 8, la Lifeline ha avuto una prima vita da peschereccio di salmoni in Scozia, poi è stata acquistata dalla Ong Sea Watch che nel 2015 l'ha ceduta per 200.000 euro alla Lifeline Mission, un'organizzazione non governativa di Dresda che prima di dedicarsi ai migranti di mare si occupò di quelli di terra, sulla rotta dei Balcani. Il suo motto è: «Stai calmo e salva vite». Ha un target di donazioni di 48.000 euro l'anno, con questo blitz lo ha praticamente raggiunto. Probabilmente è stato l'ultimo.
Giorgio Gandola
Medicine regalate in cambio di sesso. È così che i «buoni» aiutano l’Africa
E meno male che loro sono i «buoni», figurarsi se fossero stati i cattivi. Un nuovo scandalo sessuale travolge il mondo delle Ong, stavolta, nello specifico, Medici senza frontiere, alla quale la Bbc ha rivolto un'accusa pesantissima: i volontari avrebbero barattato farmaci in cambio di sesso con alcune prostitute africane.
Non si tratterebbe solo dei soliti, comunque censurabili, «festini», ma di un vero e proprio ricatto sulla pelle dei più deboli che, pure, si pretenderebbe di voler aiutare. La rivelazione è stata fatta nel corso del programma della giornalista Victoria Derbyshire. Le accuse partono dai racconti di alcune volontarie dell'associazione. La pratica, hanno detto, sarebbe stata molto diffusa tra i loro colleghi.
Comportamenti di questo genere sarebbero avvenute in Kenya e in Liberia, ma episodi analoghi avrebbero avuto luogo anche in Asia. I rapporti sarebbero stati consumati negli ospedali da campo allestiti da Msf in territorio africano. In Liberia, i volontari non si sarebbero tirati indietro neanche di fronte a una popolazione prostrata dall'emergenza Ebola. Le denunce sono arrivate in forma anonima e riguarderebbero personale addetto alla logistica, non, al momento, medici o infermieri. Gli accusati vengono descritti come veri e propri «predatori sessuali». Una ex dipendente, che ha lavorato presso l'ufficio londinese di Medici senza frontiere, ha detto di aver visto un membro anziano del personale portare delle ragazze negli alloggi destinati a Msf durante una missione umanitaria in Kenya. «Le ragazze erano molto giovani e si vociferava che fossero delle prostitute. È implicito che fossero lì per avere rapporti sessuali. E il mio collega che soggiornava all'interno di quella residenza ha ritenuto che quel comportamento fosse normale», ha detto la volontaria che ha denunciato la pratica. E se molti dei volontari incriminati sono descritti come «anziani», non manca tuttavia qualche giovane: «Ho visto uno dei miei colleghi, era un ragazzo molto più giovane, andare in bagno con una prostituta locale. L'ho conosciuta in uno dei bar del posto, poi mi ha detto che avevano fatto sesso e che lui l'aveva pagata», ha dichiarato la donna. La quale, peraltro, ha dichiarato di essere stata vittima di molestie anche in prima persona. E in un episodio, dopo essersi allontanata per un periodo dal suo alloggio, lo avrebbe ritrovato pieno di preservativi usati. Dopo aver riferito il comportamento del collega al suo capo sul campo, avrebbe ricevuto l'offerta di una mediazione, con la precisazione, però, che sarebbe stata licenziata se non si fosse accordata. Msf attende di avere più particolari prima di far partire un'indagine interna, ma ha fatto presente di avere già licenziato, da febbraio, 19 dipendenti colpevoli di atti contrari al proprio statuto.
La Bbc ha peraltro promesso di fornire al pubblico nuovi particolari dello scandalo, conditi da ulteriori testimonianze. Il primo ministro Theresa May ha espresso la propria costernazione per il fatto che persone pronte a denunciare abusi rischino intimidazioni e decurtazioni salariali. La May, di conseguenza, ha promesso una modifica normativa diretta ad accordare maggiori tutele a coloro che decidono di uscire allo scoperto, denunciando i comportamenti poco corretti.
Adriano Scianca
Immigrati senza cibo né acqua calda. Arrestato il ras dei centri profughi
Hanno vissuto ammassati in strutture senza riscaldamento, senza acqua calda, con vestiti così logori e sporchi da far venire le piaghe sulla pelle. Niente pocket money, poco cibo e di scarsa qualità e persino il latte, servito a colazione, veniva diluito con l'acqua. E intanto qualcuno, sulla loro pelle faceva i soldi. Tanti soldi.
Ecco un altro bell'esempio di accoglienza dei sedicenti profughi nel nostro Paese. Gli sbarcati che la sinistra brama ogni giorno, finivano anche qui, a Benevento, nelle strutture di accoglienza gestite dal Consorzio Maleventum a cui la prefettura aveva regolarmente assegnato gli appalti, gestito di fatto da quello che in zona era noto come il re dell'accoglienza, sempre pronto a farsi fotografare a bordo del suo motoscafo o alla guida delle sue auto di lusso.
Cinque persone finite in manette e altre 36 risultano indagate per un giro ben organizzato che coinvolgeva 13 centri profughi tutti nella provincia di Benevento, che andava avanti da anni e si reggeva sulla connivenza di personaggi chiave, tra cui anche dipendenti pubblici e delle forze dell'ordine.
Paolo Di Donato, ex amministratore e consulente del Consorzio Maleventum, Giuseppe Pavone, dipendente del ministero della Giustizia, Felice Panzone, funzionario irpino della Prefettura, ma non più in servizio, il carabiniere Salvatore Ruta e l'imprenditore Angelo Collarile sono accusati, a vario titolo, di diversi reati di truffa ai danni dello Stato per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode in pubbliche forniture, corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio.
L'indagine è durata tre anni: partita nel novembre 2015 da un esposto di un cittadino e rafforzata poi da quello del sindacato Cgil di Benevento che ha denunciato gravi irregolarità. Tutte perpetrate alla luce del sole, ma che poi sparivano al momento dei controlli.
Al centro di quello che gli inquirenti hanno definito un «sistema criminale» c'era proprio Di Donato, ben noto alle cronache locali per lo sfarzo in cui amava vivere e farsi immortalare.
Di Donato era, secondo la ricostruzione, il tramite tra il Consorzio e la prefettura di Benevento. Pur non rivestendo cariche ufficiali nel Consorzio avrebbe presentato dichiarazioni false per ottenere l'erogazione dei contributi previsti dai bandi per la gestione profughi e falsificato il numero degli immigrati ospitati per ricevere anche in loro assenza i contributi.
Da un lato il Consorzio, per suo tramite, partecipava ai bandi, vinceva e volta ottenuta l'assegnazione ammassava gli immigrati assegnati in camere sovraffollate, ricavate in edifici fatiscenti e malsani mantenendoli in condizioni disumane. Dall'altro, per evitare di perdere l'assegnazione dei fondi, quando i richiedenti asilo lasciavano le strutture, secondo le ipotesi investigative, era lui a presentare alla prefettura false attestazioni che gonfiavano il numero dei presenti, ottenendo così altro denaro. I controlli nei centri che Di Donato seguiva, avvenivano, ma non sono mai bastati a far chiudere le strutture.
Ad aiutare l'imprenditore su questo versante era, sempre secondo gli inquirenti, il funzionario Panzone, delegato alla gestione dei centri di accoglienza, con poteri di controllo e vigilanza. «Verranno a farvi un controllo, passate la cera»: avrebbe detto in più di una occasione ai gestori delle strutture per segnalare l'arrivo delle verifiche.
Sempre lui, secondo l'accusa, tra l'ottobre 2015 e il febbraio 2016, pur essendo a conoscenza delle gravi condizioni igieniche e sanitarie dei centri gestiti dal Consorzio Maleventum, avrebbe evitato di applicare i provvedimenti di chiusura che sarebbero stati necessari.
Inoltre, sempre utilizzando i suoi poteri, avrebbe anche attribuito e spostato verso centri gestiti da Di Donato numerosi extracomunitari, ricevendo cospicui vantaggi personali.
Il volume d'affari, in effetti, era enorme: le 13 strutture coinvolte erano distribuite in tutta la provincia e i richiedenti asilo ospitati erano circa 800. Più volte i militari del Nas le avevano visitate riscontrando irregolarità sull'agibilità degli edifici, la presenza di documentazioni false, il sovraffollamento e la fatiscenza dei locali. Ma nonostante nessun provvedimento, poi, era stato preso.
Un ruolo chiave aveva anche il carabiniere in servizio presso la Compagnia di Montesarchio, finito in manette. Avrebbe fornito a Di Donato informazioni coperte dal segreto d'ufficio, avvisandolo di un controllo dei Nas e informandolo sulle indagini in corso nei suoi confronti.
Stessa accusa per Pavone, dipendente della procura sannita, che avrebbe riferito a Di Donato altre notizie coperte dal segreto d'ufficio. A farlo scoprire, una serie di accessi al sistema informatizzato alla ricerca di dati passati poi sottobanco all'imprenditore arrestato.
Le condizioni dei richiedenti asilo ospitati erano spesso aberranti. Nel centro di accoglienza di contrada Ponte delle Tavole, alla periferia di Benevento, gli immigrati per mancanza di indumenti puliti «presentavano evidenti vesciche, sintomo di gravi infezioni cutanee, nonché veniva fornito cibo di scarsissima quantità e qualità e latte diluito con acqua ed inoltre non veniva erogata d'inverno aria riscaldata».
In un altro centro, in contrada Madonna della Salute, «non veniva erogata acqua potabile, né acqua calda, che veniva riscaldata con degli elettrodi», così come non veniva consegnato agli immigrati il pocket money.
Alessia Pedrielli
Finte assunzioni e nozze simulate per clandestini
È il classico caso in cui l'immigrazione è davvero «una risorsa». O almeno tale era per la banda di italiani che, agli stranieri, offriva viaggio, lavoro, casa e persino una moglie. E pazienza se non era vero amore, l'importante era avviare tutte le pratiche che potessero garantire la permanenza fraudolenta in Italia, dietro un modico compenso che poteva andare dai 1.500 ai diecimila euro. Il caso era emerso più di un anno fa, portando anche ad alcuni arresti. Due giorni fa, invece, dopo che i primi imputati avevano patteggiato o incassato con rito abbreviato pene intorno ai tre anni, altri sei componenti della banda sono stati condannati a pene da sei mesi a quattro anni.
Sono stati invece assolti per non avere commesso il fatto altri quattro imputati. È stato anche disposto un risarcimento da stabilire in sede civile per l'Aler, l'Azienda lombarda per l'edilizia residenziale, che si era costituita in giudizio in quanto, nel pacchetto offerto dalla banda ai clandestini, figuravano anche appartamenti fittizi affidati agli immigrati. L'inchiesta era partita dalla denuncia di una giovane marocchina che dichiarò di essere entrata in Italia da minorenne, riuscendo però a ottenere documenti falsi che dimostravano la sua maggiore età dietro un congruo pagamento al gruppo criminale. La ragazza ha patteggiato otto mesi. Le accuse a vario titolo sono associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e alla permanenza di irregolari in Italia, all'occupazione abusiva di case popolari e altri reati minori come sostituzione di persona. Al clandestino in cerca di prove della sua presunta integrazione, al fine di ottenere il permesso di soggiorno, veniva offerto un vero «pacchetto di servizi» che andava dal matrimonio simulato con cittadini italiani al contratto di lavoro fittizio, fino alle assegnazioni illegali di case occupate abusivamente.
Il gruppetto era perfettamente organizzato e con contatti decisamente influenti. Secondo il pubblico ministero, la banda «aveva disponibilità di contatti» tra i pubblici ufficiali deputati al rilascio di permessi di soggiorno e «di molti strumenti informatici». Uno di loro sarebbe stato persino in contatto con un affiliato della 'ndrangheta. I servizi offerti prevedevano un vero e proprio listino prezzi. Secondo Procura e Finanza, la banda prendeva almeno 1.500 euro per un'assunzione fasulla che testimoniasse il lavoro svolto dall'immigrato. Quanto a loro, i datori di lavoro erano compiacenti e ricevevano una ricompensa, mentre altre volte erano ignari. Le nozze combinate costavano invece sui 4.000 euro, mentre gli italiani che si prestavano al gioco ricevevano un compenso di 400 euro. In almeno un caso, un uomo di 71 anni è andato fino in Marocco per sposarsi con una giovane. Per far arrivare in Italia dall'estero il migrante si arrivava a spendere fino a 10.000 euro. Insomma, il « cliente» era seguito in tutti i passaggi della filiera.
Un'efficienza lodevole, se non fosse stata finalizzata ad attività totalmente illegali. Non mancava chi si spacciava per un funzionario Aler, truffando gli immigrati che versavano dai 2 ai 4.000 euro credendo di riuscire così a facilitare la pratica per l'assegnazione di un appartamento.
Fabrizio La Rocca
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La nave che batte finta bandiera olandese alle strette. Danilo Toninelli: «Sono illegali, sbarchino e sequestriamo l'imbarcazione». Duro Matteo Salvini: «Questa gente aiuta il traffico di esseri umani, nei porti italiani le Ong non devono più mettere piede».Nuovo scandalo su Medici senza frontiere, le accuse anonime divulgate dalla Bbc.Maxi frode sulle strutture per l'accoglienza a Benevento, in manette Paolo Di Donato e altre quattro persone Gli stranieri tenuti in condizioni agghiaccianti, ma un funzionario complice avvisava prima dei controlli.Sei condanne a Milano, offerti servizi per far ottenere il permesso di soggiorno.Lo speciale contiene quattro articoliTuoni sul mar libico, più ingolfato di una tangenziale il venerdì pomeriggio. Guardia costiera di Tripoli, guardia costiera italiana, guardia costiera maltese, mercantili sulle rotte orientali, scafisti che ingrassano il loro business traghettando disperati veri e finti. E la Lifeline, un ex peschereccio uscito dai cantieri di Aberdeen, oggi adibito ad ammiraglia della Ong tedesca più agguerrita, che ha deciso di ingaggiare un braccio di ferro con l'Italia. Una settimana dopo la vicenda Aquarius, ecco l'identica intenzione da parte dei turbovolontari di creare l'incidente, di mettere in mezzo degli innocenti per costringere alle corde un paese come l'Italia che nella sua storia ha accolto sempre, ha accolto tutti, ha accolto anche per gli altri.Questa volta è difficile fare surf sull'equivoco, anche perché il finale sarà diverso: la Lifeline batte bandiera olandese illegalmente, quindi verrà fatta entrare in un porto italiano e sequestrata. Lo ha annunciato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, dopo avere ricevuto dall'ambasciata olandese la risposta che da giorni chiedeva: quella è tecnicamente una nave pirata. Ieri mattina la Lifeline era entrata in acque libiche per raccogliere direttamente dalle carrette degli scafisti 224 migranti, infrangendo le regole d'ingaggio stabilite dall'Europa che prevedono il trasbordo sulle navi militari della Guardia costiera più vicina. In questo caso era una corvetta libica, che ha chiesto di poter intervenire. Ma la Lifeline ha effettuato l'operazione e ha subito indirizzato la prua verso la Sicilia, annunciando l'operazione con un tweet sibillino: «Ci aspettiamo un comportamento professionale e che la Libia rispetti la legalità internazionale». Poiché la legge prevede che i migranti presi in carico dai libici vengano ricondotti in patria, la Ong ha quel che si dice «messo le mani avanti». La sua destinazione preferita è ovviamente l'Italia. Quella nave non è nuova alle scorribande e i volontari che la gestiscono sono ben noti alle polizie del mare. Il loro simbolo più popolare è lo skinhead di sinistra Soren Moje - cresta rossa e pittoresco anello al naso - che una settimana fa ha dato allegramente del fascista al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, scrivendo su Twitter: «Wenn faschisten für uns werben» (quando i fascisti ci fanno pubblicità). Il nuovo blitz del dolore ha suscitato l'immediata reazione del leader della Lega: «Avete fatto un atto di forza non ascoltando la Guardia costiera italiana e libica? Bene, questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po' largo». Aquarius 2, ormai è scontro frontale. Altro che Frontex. Il successore di Marco Minniti (che avrebbe voluto comportarsi allo stesso modo se non fosse stato frenato da logiche di partito) ha aggiunto: «Le navi di queste pseudo-Ong non toccheranno più il suolo italiano perché non fanno volontariato, ma aiutano il traffico di esseri umani. Questa Lifeline non ascolta la guardia costiera italiana, ostacola la guardia costiera libica, usa questi disperati come merce. Avviso ai naviganti: le Ong nei porti italiani non metteranno più piede». Questa lo farà, ma per l'ultima volta. La compattezza del governo nel gestire la nuova emergenza si evince dalla presa di posizione di Toninelli, che dopo avere chiesto un'indagine alla guardia costiera italiana, ha commentato: «È notizia di queste ore che la nave Ong Lifeline sta agendo in acque libiche fuori da ogni regola, fuori dal diritto internazionale. Hanno imbarcato circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi naufraghi e dell'equipaggio. La Lifeline non collabora con la guardia costiera libica che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli suo suolo libico. Operazione di sua stretta competenza, trattandosi di eventi accaduti in mare libico. Non abbiamo nulla contro le Ong, ma siamo e continuiamo ad essere per il rispetto della legalità. Soprattutto quando si parla di vite umane». Poi a sera la conferma: «È illegale, non può navigare, la sequestriamo».L'inchiesta ordinata da Toninelli aveva l'obiettivo di stabilire l'effettiva appartenenza all'Olanda della nave (come anche della gemella Seefuchs per la quale non è arrivata risposta). Al di là di alcune ricostruzioni televisive da diportisti da windsurf, per il diritto internazionale ogni imbarcazione è territorio dello Stato cui il vessillo a bordo fa capo, quindi Amsterdam non poteva nascondere la testa sott'acqua. Lunga 32 metri e larga 8, la Lifeline ha avuto una prima vita da peschereccio di salmoni in Scozia, poi è stata acquistata dalla Ong Sea Watch che nel 2015 l'ha ceduta per 200.000 euro alla Lifeline Mission, un'organizzazione non governativa di Dresda che prima di dedicarsi ai migranti di mare si occupò di quelli di terra, sulla rotta dei Balcani. Il suo motto è: «Stai calmo e salva vite». Ha un target di donazioni di 48.000 euro l'anno, con questo blitz lo ha praticamente raggiunto. Probabilmente è stato l'ultimo.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fine-della-corsa-per-i-pirati-di-lifeline-2580104707.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="medicine-regalate-in-cambio-di-sesso-e-cosi-che-i-buoni-aiutano-lafrica" data-post-id="2580104707" data-published-at="1779795344" data-use-pagination="False"> Medicine regalate in cambio di sesso. È così che i «buoni» aiutano l’Africa E meno male che loro sono i «buoni», figurarsi se fossero stati i cattivi. Un nuovo scandalo sessuale travolge il mondo delle Ong, stavolta, nello specifico, Medici senza frontiere, alla quale la Bbc ha rivolto un'accusa pesantissima: i volontari avrebbero barattato farmaci in cambio di sesso con alcune prostitute africane. Non si tratterebbe solo dei soliti, comunque censurabili, «festini», ma di un vero e proprio ricatto sulla pelle dei più deboli che, pure, si pretenderebbe di voler aiutare. La rivelazione è stata fatta nel corso del programma della giornalista Victoria Derbyshire. Le accuse partono dai racconti di alcune volontarie dell'associazione. La pratica, hanno detto, sarebbe stata molto diffusa tra i loro colleghi. Comportamenti di questo genere sarebbero avvenute in Kenya e in Liberia, ma episodi analoghi avrebbero avuto luogo anche in Asia. I rapporti sarebbero stati consumati negli ospedali da campo allestiti da Msf in territorio africano. In Liberia, i volontari non si sarebbero tirati indietro neanche di fronte a una popolazione prostrata dall'emergenza Ebola. Le denunce sono arrivate in forma anonima e riguarderebbero personale addetto alla logistica, non, al momento, medici o infermieri. Gli accusati vengono descritti come veri e propri «predatori sessuali». Una ex dipendente, che ha lavorato presso l'ufficio londinese di Medici senza frontiere, ha detto di aver visto un membro anziano del personale portare delle ragazze negli alloggi destinati a Msf durante una missione umanitaria in Kenya. «Le ragazze erano molto giovani e si vociferava che fossero delle prostitute. È implicito che fossero lì per avere rapporti sessuali. E il mio collega che soggiornava all'interno di quella residenza ha ritenuto che quel comportamento fosse normale», ha detto la volontaria che ha denunciato la pratica. E se molti dei volontari incriminati sono descritti come «anziani», non manca tuttavia qualche giovane: «Ho visto uno dei miei colleghi, era un ragazzo molto più giovane, andare in bagno con una prostituta locale. L'ho conosciuta in uno dei bar del posto, poi mi ha detto che avevano fatto sesso e che lui l'aveva pagata», ha dichiarato la donna. La quale, peraltro, ha dichiarato di essere stata vittima di molestie anche in prima persona. E in un episodio, dopo essersi allontanata per un periodo dal suo alloggio, lo avrebbe ritrovato pieno di preservativi usati. Dopo aver riferito il comportamento del collega al suo capo sul campo, avrebbe ricevuto l'offerta di una mediazione, con la precisazione, però, che sarebbe stata licenziata se non si fosse accordata. Msf attende di avere più particolari prima di far partire un'indagine interna, ma ha fatto presente di avere già licenziato, da febbraio, 19 dipendenti colpevoli di atti contrari al proprio statuto. La Bbc ha peraltro promesso di fornire al pubblico nuovi particolari dello scandalo, conditi da ulteriori testimonianze. Il primo ministro Theresa May ha espresso la propria costernazione per il fatto che persone pronte a denunciare abusi rischino intimidazioni e decurtazioni salariali. La May, di conseguenza, ha promesso una modifica normativa diretta ad accordare maggiori tutele a coloro che decidono di uscire allo scoperto, denunciando i comportamenti poco corretti. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fine-della-corsa-per-i-pirati-di-lifeline-2580104707.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="immigrati-senza-cibo-ne-acqua-calda-arrestato-il-ras-dei-centri-profughi" data-post-id="2580104707" data-published-at="1779795344" data-use-pagination="False"> Immigrati senza cibo né acqua calda. Arrestato il ras dei centri profughi Hanno vissuto ammassati in strutture senza riscaldamento, senza acqua calda, con vestiti così logori e sporchi da far venire le piaghe sulla pelle. Niente pocket money, poco cibo e di scarsa qualità e persino il latte, servito a colazione, veniva diluito con l'acqua. E intanto qualcuno, sulla loro pelle faceva i soldi. Tanti soldi. Ecco un altro bell'esempio di accoglienza dei sedicenti profughi nel nostro Paese. Gli sbarcati che la sinistra brama ogni giorno, finivano anche qui, a Benevento, nelle strutture di accoglienza gestite dal Consorzio Maleventum a cui la prefettura aveva regolarmente assegnato gli appalti, gestito di fatto da quello che in zona era noto come il re dell'accoglienza, sempre pronto a farsi fotografare a bordo del suo motoscafo o alla guida delle sue auto di lusso. Cinque persone finite in manette e altre 36 risultano indagate per un giro ben organizzato che coinvolgeva 13 centri profughi tutti nella provincia di Benevento, che andava avanti da anni e si reggeva sulla connivenza di personaggi chiave, tra cui anche dipendenti pubblici e delle forze dell'ordine. Paolo Di Donato, ex amministratore e consulente del Consorzio Maleventum, Giuseppe Pavone, dipendente del ministero della Giustizia, Felice Panzone, funzionario irpino della Prefettura, ma non più in servizio, il carabiniere Salvatore Ruta e l'imprenditore Angelo Collarile sono accusati, a vario titolo, di diversi reati di truffa ai danni dello Stato per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode in pubbliche forniture, corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio. L'indagine è durata tre anni: partita nel novembre 2015 da un esposto di un cittadino e rafforzata poi da quello del sindacato Cgil di Benevento che ha denunciato gravi irregolarità. Tutte perpetrate alla luce del sole, ma che poi sparivano al momento dei controlli. Al centro di quello che gli inquirenti hanno definito un «sistema criminale» c'era proprio Di Donato, ben noto alle cronache locali per lo sfarzo in cui amava vivere e farsi immortalare. Di Donato era, secondo la ricostruzione, il tramite tra il Consorzio e la prefettura di Benevento. Pur non rivestendo cariche ufficiali nel Consorzio avrebbe presentato dichiarazioni false per ottenere l'erogazione dei contributi previsti dai bandi per la gestione profughi e falsificato il numero degli immigrati ospitati per ricevere anche in loro assenza i contributi. Da un lato il Consorzio, per suo tramite, partecipava ai bandi, vinceva e volta ottenuta l'assegnazione ammassava gli immigrati assegnati in camere sovraffollate, ricavate in edifici fatiscenti e malsani mantenendoli in condizioni disumane. Dall'altro, per evitare di perdere l'assegnazione dei fondi, quando i richiedenti asilo lasciavano le strutture, secondo le ipotesi investigative, era lui a presentare alla prefettura false attestazioni che gonfiavano il numero dei presenti, ottenendo così altro denaro. I controlli nei centri che Di Donato seguiva, avvenivano, ma non sono mai bastati a far chiudere le strutture. Ad aiutare l'imprenditore su questo versante era, sempre secondo gli inquirenti, il funzionario Panzone, delegato alla gestione dei centri di accoglienza, con poteri di controllo e vigilanza. «Verranno a farvi un controllo, passate la cera»: avrebbe detto in più di una occasione ai gestori delle strutture per segnalare l'arrivo delle verifiche. Sempre lui, secondo l'accusa, tra l'ottobre 2015 e il febbraio 2016, pur essendo a conoscenza delle gravi condizioni igieniche e sanitarie dei centri gestiti dal Consorzio Maleventum, avrebbe evitato di applicare i provvedimenti di chiusura che sarebbero stati necessari. Inoltre, sempre utilizzando i suoi poteri, avrebbe anche attribuito e spostato verso centri gestiti da Di Donato numerosi extracomunitari, ricevendo cospicui vantaggi personali. Il volume d'affari, in effetti, era enorme: le 13 strutture coinvolte erano distribuite in tutta la provincia e i richiedenti asilo ospitati erano circa 800. Più volte i militari del Nas le avevano visitate riscontrando irregolarità sull'agibilità degli edifici, la presenza di documentazioni false, il sovraffollamento e la fatiscenza dei locali. Ma nonostante nessun provvedimento, poi, era stato preso. Un ruolo chiave aveva anche il carabiniere in servizio presso la Compagnia di Montesarchio, finito in manette. Avrebbe fornito a Di Donato informazioni coperte dal segreto d'ufficio, avvisandolo di un controllo dei Nas e informandolo sulle indagini in corso nei suoi confronti. Stessa accusa per Pavone, dipendente della procura sannita, che avrebbe riferito a Di Donato altre notizie coperte dal segreto d'ufficio. A farlo scoprire, una serie di accessi al sistema informatizzato alla ricerca di dati passati poi sottobanco all'imprenditore arrestato. Le condizioni dei richiedenti asilo ospitati erano spesso aberranti. Nel centro di accoglienza di contrada Ponte delle Tavole, alla periferia di Benevento, gli immigrati per mancanza di indumenti puliti «presentavano evidenti vesciche, sintomo di gravi infezioni cutanee, nonché veniva fornito cibo di scarsissima quantità e qualità e latte diluito con acqua ed inoltre non veniva erogata d'inverno aria riscaldata». In un altro centro, in contrada Madonna della Salute, «non veniva erogata acqua potabile, né acqua calda, che veniva riscaldata con degli elettrodi», così come non veniva consegnato agli immigrati il pocket money. Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fine-della-corsa-per-i-pirati-di-lifeline-2580104707.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="finte-assunzioni-e-nozze-simulate-per-clandestini" data-post-id="2580104707" data-published-at="1779795344" data-use-pagination="False"> Finte assunzioni e nozze simulate per clandestini È il classico caso in cui l'immigrazione è davvero «una risorsa». O almeno tale era per la banda di italiani che, agli stranieri, offriva viaggio, lavoro, casa e persino una moglie. E pazienza se non era vero amore, l'importante era avviare tutte le pratiche che potessero garantire la permanenza fraudolenta in Italia, dietro un modico compenso che poteva andare dai 1.500 ai diecimila euro. Il caso era emerso più di un anno fa, portando anche ad alcuni arresti. Due giorni fa, invece, dopo che i primi imputati avevano patteggiato o incassato con rito abbreviato pene intorno ai tre anni, altri sei componenti della banda sono stati condannati a pene da sei mesi a quattro anni. Sono stati invece assolti per non avere commesso il fatto altri quattro imputati. È stato anche disposto un risarcimento da stabilire in sede civile per l'Aler, l'Azienda lombarda per l'edilizia residenziale, che si era costituita in giudizio in quanto, nel pacchetto offerto dalla banda ai clandestini, figuravano anche appartamenti fittizi affidati agli immigrati. L'inchiesta era partita dalla denuncia di una giovane marocchina che dichiarò di essere entrata in Italia da minorenne, riuscendo però a ottenere documenti falsi che dimostravano la sua maggiore età dietro un congruo pagamento al gruppo criminale. La ragazza ha patteggiato otto mesi. Le accuse a vario titolo sono associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e alla permanenza di irregolari in Italia, all'occupazione abusiva di case popolari e altri reati minori come sostituzione di persona. Al clandestino in cerca di prove della sua presunta integrazione, al fine di ottenere il permesso di soggiorno, veniva offerto un vero «pacchetto di servizi» che andava dal matrimonio simulato con cittadini italiani al contratto di lavoro fittizio, fino alle assegnazioni illegali di case occupate abusivamente. Il gruppetto era perfettamente organizzato e con contatti decisamente influenti. Secondo il pubblico ministero, la banda «aveva disponibilità di contatti» tra i pubblici ufficiali deputati al rilascio di permessi di soggiorno e «di molti strumenti informatici». Uno di loro sarebbe stato persino in contatto con un affiliato della 'ndrangheta. I servizi offerti prevedevano un vero e proprio listino prezzi. Secondo Procura e Finanza, la banda prendeva almeno 1.500 euro per un'assunzione fasulla che testimoniasse il lavoro svolto dall'immigrato. Quanto a loro, i datori di lavoro erano compiacenti e ricevevano una ricompensa, mentre altre volte erano ignari. Le nozze combinate costavano invece sui 4.000 euro, mentre gli italiani che si prestavano al gioco ricevevano un compenso di 400 euro. In almeno un caso, un uomo di 71 anni è andato fino in Marocco per sposarsi con una giovane. Per far arrivare in Italia dall'estero il migrante si arrivava a spendere fino a 10.000 euro. Insomma, il « cliente» era seguito in tutti i passaggi della filiera. Un'efficienza lodevole, se non fosse stata finalizzata ad attività totalmente illegali. Non mancava chi si spacciava per un funzionario Aler, truffando gli immigrati che versavano dai 2 ai 4.000 euro credendo di riuscire così a facilitare la pratica per l'assegnazione di un appartamento. Fabrizio La Rocca
Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
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