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2018-06-22
Fine della corsa per i «pirati» di Lifeline
ANSA
Tuoni sul mar libico, più ingolfato di una tangenziale il venerdì pomeriggio. Guardia costiera di Tripoli, guardia costiera italiana, guardia costiera maltese, mercantili sulle rotte orientali, scafisti che ingrassano il loro business traghettando disperati veri e finti. E la Lifeline, un ex peschereccio uscito dai cantieri di Aberdeen, oggi adibito ad ammiraglia della Ong tedesca più agguerrita, che ha deciso di ingaggiare un braccio di ferro con l'Italia. Una settimana dopo la vicenda Aquarius, ecco l'identica intenzione da parte dei turbovolontari di creare l'incidente, di mettere in mezzo degli innocenti per costringere alle corde un paese come l'Italia che nella sua storia ha accolto sempre, ha accolto tutti, ha accolto anche per gli altri.
Questa volta è difficile fare surf sull'equivoco, anche perché il finale sarà diverso: la Lifeline batte bandiera olandese illegalmente, quindi verrà fatta entrare in un porto italiano e sequestrata. Lo ha annunciato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, dopo avere ricevuto dall'ambasciata olandese la risposta che da giorni chiedeva: quella è tecnicamente una nave pirata. Ieri mattina la Lifeline era entrata in acque libiche per raccogliere direttamente dalle carrette degli scafisti 224 migranti, infrangendo le regole d'ingaggio stabilite dall'Europa che prevedono il trasbordo sulle navi militari della Guardia costiera più vicina. In questo caso era una corvetta libica, che ha chiesto di poter intervenire. Ma la Lifeline ha effettuato l'operazione e ha subito indirizzato la prua verso la Sicilia, annunciando l'operazione con un tweet sibillino: «Ci aspettiamo un comportamento professionale e che la Libia rispetti la legalità internazionale».
Poiché la legge prevede che i migranti presi in carico dai libici vengano ricondotti in patria, la Ong ha quel che si dice «messo le mani avanti». La sua destinazione preferita è ovviamente l'Italia. Quella nave non è nuova alle scorribande e i volontari che la gestiscono sono ben noti alle polizie del mare. Il loro simbolo più popolare è lo skinhead di sinistra Soren Moje - cresta rossa e pittoresco anello al naso - che una settimana fa ha dato allegramente del fascista al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, scrivendo su Twitter: «Wenn faschisten für uns werben» (quando i fascisti ci fanno pubblicità). Il nuovo blitz del dolore ha suscitato l'immediata reazione del leader della Lega: «Avete fatto un atto di forza non ascoltando la Guardia costiera italiana e libica? Bene, questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po' largo». Aquarius 2, ormai è scontro frontale. Altro che Frontex. Il successore di Marco Minniti (che avrebbe voluto comportarsi allo stesso modo se non fosse stato frenato da logiche di partito) ha aggiunto: «Le navi di queste pseudo-Ong non toccheranno più il suolo italiano perché non fanno volontariato, ma aiutano il traffico di esseri umani. Questa Lifeline non ascolta la guardia costiera italiana, ostacola la guardia costiera libica, usa questi disperati come merce. Avviso ai naviganti: le Ong nei porti italiani non metteranno più piede».
Questa lo farà, ma per l'ultima volta. La compattezza del governo nel gestire la nuova emergenza si evince dalla presa di posizione di Toninelli, che dopo avere chiesto un'indagine alla guardia costiera italiana, ha commentato: «È notizia di queste ore che la nave Ong Lifeline sta agendo in acque libiche fuori da ogni regola, fuori dal diritto internazionale. Hanno imbarcato circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi naufraghi e dell'equipaggio. La Lifeline non collabora con la guardia costiera libica che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli suo suolo libico. Operazione di sua stretta competenza, trattandosi di eventi accaduti in mare libico. Non abbiamo nulla contro le Ong, ma siamo e continuiamo ad essere per il rispetto della legalità. Soprattutto quando si parla di vite umane». Poi a sera la conferma: «È illegale, non può navigare, la sequestriamo».
L'inchiesta ordinata da Toninelli aveva l'obiettivo di stabilire l'effettiva appartenenza all'Olanda della nave (come anche della gemella Seefuchs per la quale non è arrivata risposta). Al di là di alcune ricostruzioni televisive da diportisti da windsurf, per il diritto internazionale ogni imbarcazione è territorio dello Stato cui il vessillo a bordo fa capo, quindi Amsterdam non poteva nascondere la testa sott'acqua. Lunga 32 metri e larga 8, la Lifeline ha avuto una prima vita da peschereccio di salmoni in Scozia, poi è stata acquistata dalla Ong Sea Watch che nel 2015 l'ha ceduta per 200.000 euro alla Lifeline Mission, un'organizzazione non governativa di Dresda che prima di dedicarsi ai migranti di mare si occupò di quelli di terra, sulla rotta dei Balcani. Il suo motto è: «Stai calmo e salva vite». Ha un target di donazioni di 48.000 euro l'anno, con questo blitz lo ha praticamente raggiunto. Probabilmente è stato l'ultimo.
Giorgio Gandola
Medicine regalate in cambio di sesso. È così che i «buoni» aiutano l’Africa
E meno male che loro sono i «buoni», figurarsi se fossero stati i cattivi. Un nuovo scandalo sessuale travolge il mondo delle Ong, stavolta, nello specifico, Medici senza frontiere, alla quale la Bbc ha rivolto un'accusa pesantissima: i volontari avrebbero barattato farmaci in cambio di sesso con alcune prostitute africane.
Non si tratterebbe solo dei soliti, comunque censurabili, «festini», ma di un vero e proprio ricatto sulla pelle dei più deboli che, pure, si pretenderebbe di voler aiutare. La rivelazione è stata fatta nel corso del programma della giornalista Victoria Derbyshire. Le accuse partono dai racconti di alcune volontarie dell'associazione. La pratica, hanno detto, sarebbe stata molto diffusa tra i loro colleghi.
Comportamenti di questo genere sarebbero avvenute in Kenya e in Liberia, ma episodi analoghi avrebbero avuto luogo anche in Asia. I rapporti sarebbero stati consumati negli ospedali da campo allestiti da Msf in territorio africano. In Liberia, i volontari non si sarebbero tirati indietro neanche di fronte a una popolazione prostrata dall'emergenza Ebola. Le denunce sono arrivate in forma anonima e riguarderebbero personale addetto alla logistica, non, al momento, medici o infermieri. Gli accusati vengono descritti come veri e propri «predatori sessuali». Una ex dipendente, che ha lavorato presso l'ufficio londinese di Medici senza frontiere, ha detto di aver visto un membro anziano del personale portare delle ragazze negli alloggi destinati a Msf durante una missione umanitaria in Kenya. «Le ragazze erano molto giovani e si vociferava che fossero delle prostitute. È implicito che fossero lì per avere rapporti sessuali. E il mio collega che soggiornava all'interno di quella residenza ha ritenuto che quel comportamento fosse normale», ha detto la volontaria che ha denunciato la pratica. E se molti dei volontari incriminati sono descritti come «anziani», non manca tuttavia qualche giovane: «Ho visto uno dei miei colleghi, era un ragazzo molto più giovane, andare in bagno con una prostituta locale. L'ho conosciuta in uno dei bar del posto, poi mi ha detto che avevano fatto sesso e che lui l'aveva pagata», ha dichiarato la donna. La quale, peraltro, ha dichiarato di essere stata vittima di molestie anche in prima persona. E in un episodio, dopo essersi allontanata per un periodo dal suo alloggio, lo avrebbe ritrovato pieno di preservativi usati. Dopo aver riferito il comportamento del collega al suo capo sul campo, avrebbe ricevuto l'offerta di una mediazione, con la precisazione, però, che sarebbe stata licenziata se non si fosse accordata. Msf attende di avere più particolari prima di far partire un'indagine interna, ma ha fatto presente di avere già licenziato, da febbraio, 19 dipendenti colpevoli di atti contrari al proprio statuto.
La Bbc ha peraltro promesso di fornire al pubblico nuovi particolari dello scandalo, conditi da ulteriori testimonianze. Il primo ministro Theresa May ha espresso la propria costernazione per il fatto che persone pronte a denunciare abusi rischino intimidazioni e decurtazioni salariali. La May, di conseguenza, ha promesso una modifica normativa diretta ad accordare maggiori tutele a coloro che decidono di uscire allo scoperto, denunciando i comportamenti poco corretti.
Adriano Scianca
Immigrati senza cibo né acqua calda. Arrestato il ras dei centri profughi
Hanno vissuto ammassati in strutture senza riscaldamento, senza acqua calda, con vestiti così logori e sporchi da far venire le piaghe sulla pelle. Niente pocket money, poco cibo e di scarsa qualità e persino il latte, servito a colazione, veniva diluito con l'acqua. E intanto qualcuno, sulla loro pelle faceva i soldi. Tanti soldi.
Ecco un altro bell'esempio di accoglienza dei sedicenti profughi nel nostro Paese. Gli sbarcati che la sinistra brama ogni giorno, finivano anche qui, a Benevento, nelle strutture di accoglienza gestite dal Consorzio Maleventum a cui la prefettura aveva regolarmente assegnato gli appalti, gestito di fatto da quello che in zona era noto come il re dell'accoglienza, sempre pronto a farsi fotografare a bordo del suo motoscafo o alla guida delle sue auto di lusso.
Cinque persone finite in manette e altre 36 risultano indagate per un giro ben organizzato che coinvolgeva 13 centri profughi tutti nella provincia di Benevento, che andava avanti da anni e si reggeva sulla connivenza di personaggi chiave, tra cui anche dipendenti pubblici e delle forze dell'ordine.
Paolo Di Donato, ex amministratore e consulente del Consorzio Maleventum, Giuseppe Pavone, dipendente del ministero della Giustizia, Felice Panzone, funzionario irpino della Prefettura, ma non più in servizio, il carabiniere Salvatore Ruta e l'imprenditore Angelo Collarile sono accusati, a vario titolo, di diversi reati di truffa ai danni dello Stato per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode in pubbliche forniture, corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio.
L'indagine è durata tre anni: partita nel novembre 2015 da un esposto di un cittadino e rafforzata poi da quello del sindacato Cgil di Benevento che ha denunciato gravi irregolarità. Tutte perpetrate alla luce del sole, ma che poi sparivano al momento dei controlli.
Al centro di quello che gli inquirenti hanno definito un «sistema criminale» c'era proprio Di Donato, ben noto alle cronache locali per lo sfarzo in cui amava vivere e farsi immortalare.
Di Donato era, secondo la ricostruzione, il tramite tra il Consorzio e la prefettura di Benevento. Pur non rivestendo cariche ufficiali nel Consorzio avrebbe presentato dichiarazioni false per ottenere l'erogazione dei contributi previsti dai bandi per la gestione profughi e falsificato il numero degli immigrati ospitati per ricevere anche in loro assenza i contributi.
Da un lato il Consorzio, per suo tramite, partecipava ai bandi, vinceva e volta ottenuta l'assegnazione ammassava gli immigrati assegnati in camere sovraffollate, ricavate in edifici fatiscenti e malsani mantenendoli in condizioni disumane. Dall'altro, per evitare di perdere l'assegnazione dei fondi, quando i richiedenti asilo lasciavano le strutture, secondo le ipotesi investigative, era lui a presentare alla prefettura false attestazioni che gonfiavano il numero dei presenti, ottenendo così altro denaro. I controlli nei centri che Di Donato seguiva, avvenivano, ma non sono mai bastati a far chiudere le strutture.
Ad aiutare l'imprenditore su questo versante era, sempre secondo gli inquirenti, il funzionario Panzone, delegato alla gestione dei centri di accoglienza, con poteri di controllo e vigilanza. «Verranno a farvi un controllo, passate la cera»: avrebbe detto in più di una occasione ai gestori delle strutture per segnalare l'arrivo delle verifiche.
Sempre lui, secondo l'accusa, tra l'ottobre 2015 e il febbraio 2016, pur essendo a conoscenza delle gravi condizioni igieniche e sanitarie dei centri gestiti dal Consorzio Maleventum, avrebbe evitato di applicare i provvedimenti di chiusura che sarebbero stati necessari.
Inoltre, sempre utilizzando i suoi poteri, avrebbe anche attribuito e spostato verso centri gestiti da Di Donato numerosi extracomunitari, ricevendo cospicui vantaggi personali.
Il volume d'affari, in effetti, era enorme: le 13 strutture coinvolte erano distribuite in tutta la provincia e i richiedenti asilo ospitati erano circa 800. Più volte i militari del Nas le avevano visitate riscontrando irregolarità sull'agibilità degli edifici, la presenza di documentazioni false, il sovraffollamento e la fatiscenza dei locali. Ma nonostante nessun provvedimento, poi, era stato preso.
Un ruolo chiave aveva anche il carabiniere in servizio presso la Compagnia di Montesarchio, finito in manette. Avrebbe fornito a Di Donato informazioni coperte dal segreto d'ufficio, avvisandolo di un controllo dei Nas e informandolo sulle indagini in corso nei suoi confronti.
Stessa accusa per Pavone, dipendente della procura sannita, che avrebbe riferito a Di Donato altre notizie coperte dal segreto d'ufficio. A farlo scoprire, una serie di accessi al sistema informatizzato alla ricerca di dati passati poi sottobanco all'imprenditore arrestato.
Le condizioni dei richiedenti asilo ospitati erano spesso aberranti. Nel centro di accoglienza di contrada Ponte delle Tavole, alla periferia di Benevento, gli immigrati per mancanza di indumenti puliti «presentavano evidenti vesciche, sintomo di gravi infezioni cutanee, nonché veniva fornito cibo di scarsissima quantità e qualità e latte diluito con acqua ed inoltre non veniva erogata d'inverno aria riscaldata».
In un altro centro, in contrada Madonna della Salute, «non veniva erogata acqua potabile, né acqua calda, che veniva riscaldata con degli elettrodi», così come non veniva consegnato agli immigrati il pocket money.
Alessia Pedrielli
Finte assunzioni e nozze simulate per clandestini
È il classico caso in cui l'immigrazione è davvero «una risorsa». O almeno tale era per la banda di italiani che, agli stranieri, offriva viaggio, lavoro, casa e persino una moglie. E pazienza se non era vero amore, l'importante era avviare tutte le pratiche che potessero garantire la permanenza fraudolenta in Italia, dietro un modico compenso che poteva andare dai 1.500 ai diecimila euro. Il caso era emerso più di un anno fa, portando anche ad alcuni arresti. Due giorni fa, invece, dopo che i primi imputati avevano patteggiato o incassato con rito abbreviato pene intorno ai tre anni, altri sei componenti della banda sono stati condannati a pene da sei mesi a quattro anni.
Sono stati invece assolti per non avere commesso il fatto altri quattro imputati. È stato anche disposto un risarcimento da stabilire in sede civile per l'Aler, l'Azienda lombarda per l'edilizia residenziale, che si era costituita in giudizio in quanto, nel pacchetto offerto dalla banda ai clandestini, figuravano anche appartamenti fittizi affidati agli immigrati. L'inchiesta era partita dalla denuncia di una giovane marocchina che dichiarò di essere entrata in Italia da minorenne, riuscendo però a ottenere documenti falsi che dimostravano la sua maggiore età dietro un congruo pagamento al gruppo criminale. La ragazza ha patteggiato otto mesi. Le accuse a vario titolo sono associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e alla permanenza di irregolari in Italia, all'occupazione abusiva di case popolari e altri reati minori come sostituzione di persona. Al clandestino in cerca di prove della sua presunta integrazione, al fine di ottenere il permesso di soggiorno, veniva offerto un vero «pacchetto di servizi» che andava dal matrimonio simulato con cittadini italiani al contratto di lavoro fittizio, fino alle assegnazioni illegali di case occupate abusivamente.
Il gruppetto era perfettamente organizzato e con contatti decisamente influenti. Secondo il pubblico ministero, la banda «aveva disponibilità di contatti» tra i pubblici ufficiali deputati al rilascio di permessi di soggiorno e «di molti strumenti informatici». Uno di loro sarebbe stato persino in contatto con un affiliato della 'ndrangheta. I servizi offerti prevedevano un vero e proprio listino prezzi. Secondo Procura e Finanza, la banda prendeva almeno 1.500 euro per un'assunzione fasulla che testimoniasse il lavoro svolto dall'immigrato. Quanto a loro, i datori di lavoro erano compiacenti e ricevevano una ricompensa, mentre altre volte erano ignari. Le nozze combinate costavano invece sui 4.000 euro, mentre gli italiani che si prestavano al gioco ricevevano un compenso di 400 euro. In almeno un caso, un uomo di 71 anni è andato fino in Marocco per sposarsi con una giovane. Per far arrivare in Italia dall'estero il migrante si arrivava a spendere fino a 10.000 euro. Insomma, il « cliente» era seguito in tutti i passaggi della filiera.
Un'efficienza lodevole, se non fosse stata finalizzata ad attività totalmente illegali. Non mancava chi si spacciava per un funzionario Aler, truffando gli immigrati che versavano dai 2 ai 4.000 euro credendo di riuscire così a facilitare la pratica per l'assegnazione di un appartamento.
Fabrizio La Rocca
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La nave che batte finta bandiera olandese alle strette. Danilo Toninelli: «Sono illegali, sbarchino e sequestriamo l'imbarcazione». Duro Matteo Salvini: «Questa gente aiuta il traffico di esseri umani, nei porti italiani le Ong non devono più mettere piede».Nuovo scandalo su Medici senza frontiere, le accuse anonime divulgate dalla Bbc.Maxi frode sulle strutture per l'accoglienza a Benevento, in manette Paolo Di Donato e altre quattro persone Gli stranieri tenuti in condizioni agghiaccianti, ma un funzionario complice avvisava prima dei controlli.Sei condanne a Milano, offerti servizi per far ottenere il permesso di soggiorno.Lo speciale contiene quattro articoliTuoni sul mar libico, più ingolfato di una tangenziale il venerdì pomeriggio. Guardia costiera di Tripoli, guardia costiera italiana, guardia costiera maltese, mercantili sulle rotte orientali, scafisti che ingrassano il loro business traghettando disperati veri e finti. E la Lifeline, un ex peschereccio uscito dai cantieri di Aberdeen, oggi adibito ad ammiraglia della Ong tedesca più agguerrita, che ha deciso di ingaggiare un braccio di ferro con l'Italia. Una settimana dopo la vicenda Aquarius, ecco l'identica intenzione da parte dei turbovolontari di creare l'incidente, di mettere in mezzo degli innocenti per costringere alle corde un paese come l'Italia che nella sua storia ha accolto sempre, ha accolto tutti, ha accolto anche per gli altri.Questa volta è difficile fare surf sull'equivoco, anche perché il finale sarà diverso: la Lifeline batte bandiera olandese illegalmente, quindi verrà fatta entrare in un porto italiano e sequestrata. Lo ha annunciato il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, dopo avere ricevuto dall'ambasciata olandese la risposta che da giorni chiedeva: quella è tecnicamente una nave pirata. Ieri mattina la Lifeline era entrata in acque libiche per raccogliere direttamente dalle carrette degli scafisti 224 migranti, infrangendo le regole d'ingaggio stabilite dall'Europa che prevedono il trasbordo sulle navi militari della Guardia costiera più vicina. In questo caso era una corvetta libica, che ha chiesto di poter intervenire. Ma la Lifeline ha effettuato l'operazione e ha subito indirizzato la prua verso la Sicilia, annunciando l'operazione con un tweet sibillino: «Ci aspettiamo un comportamento professionale e che la Libia rispetti la legalità internazionale». Poiché la legge prevede che i migranti presi in carico dai libici vengano ricondotti in patria, la Ong ha quel che si dice «messo le mani avanti». La sua destinazione preferita è ovviamente l'Italia. Quella nave non è nuova alle scorribande e i volontari che la gestiscono sono ben noti alle polizie del mare. Il loro simbolo più popolare è lo skinhead di sinistra Soren Moje - cresta rossa e pittoresco anello al naso - che una settimana fa ha dato allegramente del fascista al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, scrivendo su Twitter: «Wenn faschisten für uns werben» (quando i fascisti ci fanno pubblicità). Il nuovo blitz del dolore ha suscitato l'immediata reazione del leader della Lega: «Avete fatto un atto di forza non ascoltando la Guardia costiera italiana e libica? Bene, questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po' largo». Aquarius 2, ormai è scontro frontale. Altro che Frontex. Il successore di Marco Minniti (che avrebbe voluto comportarsi allo stesso modo se non fosse stato frenato da logiche di partito) ha aggiunto: «Le navi di queste pseudo-Ong non toccheranno più il suolo italiano perché non fanno volontariato, ma aiutano il traffico di esseri umani. Questa Lifeline non ascolta la guardia costiera italiana, ostacola la guardia costiera libica, usa questi disperati come merce. Avviso ai naviganti: le Ong nei porti italiani non metteranno più piede». Questa lo farà, ma per l'ultima volta. La compattezza del governo nel gestire la nuova emergenza si evince dalla presa di posizione di Toninelli, che dopo avere chiesto un'indagine alla guardia costiera italiana, ha commentato: «È notizia di queste ore che la nave Ong Lifeline sta agendo in acque libiche fuori da ogni regola, fuori dal diritto internazionale. Hanno imbarcato circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l'incolumità degli stessi naufraghi e dell'equipaggio. La Lifeline non collabora con la guardia costiera libica che stava intervenendo per salvare i migranti e riportarli suo suolo libico. Operazione di sua stretta competenza, trattandosi di eventi accaduti in mare libico. Non abbiamo nulla contro le Ong, ma siamo e continuiamo ad essere per il rispetto della legalità. Soprattutto quando si parla di vite umane». Poi a sera la conferma: «È illegale, non può navigare, la sequestriamo».L'inchiesta ordinata da Toninelli aveva l'obiettivo di stabilire l'effettiva appartenenza all'Olanda della nave (come anche della gemella Seefuchs per la quale non è arrivata risposta). Al di là di alcune ricostruzioni televisive da diportisti da windsurf, per il diritto internazionale ogni imbarcazione è territorio dello Stato cui il vessillo a bordo fa capo, quindi Amsterdam non poteva nascondere la testa sott'acqua. Lunga 32 metri e larga 8, la Lifeline ha avuto una prima vita da peschereccio di salmoni in Scozia, poi è stata acquistata dalla Ong Sea Watch che nel 2015 l'ha ceduta per 200.000 euro alla Lifeline Mission, un'organizzazione non governativa di Dresda che prima di dedicarsi ai migranti di mare si occupò di quelli di terra, sulla rotta dei Balcani. Il suo motto è: «Stai calmo e salva vite». Ha un target di donazioni di 48.000 euro l'anno, con questo blitz lo ha praticamente raggiunto. Probabilmente è stato l'ultimo.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fine-della-corsa-per-i-pirati-di-lifeline-2580104707.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="medicine-regalate-in-cambio-di-sesso-e-cosi-che-i-buoni-aiutano-lafrica" data-post-id="2580104707" data-published-at="1774532209" data-use-pagination="False"> Medicine regalate in cambio di sesso. È così che i «buoni» aiutano l’Africa E meno male che loro sono i «buoni», figurarsi se fossero stati i cattivi. Un nuovo scandalo sessuale travolge il mondo delle Ong, stavolta, nello specifico, Medici senza frontiere, alla quale la Bbc ha rivolto un'accusa pesantissima: i volontari avrebbero barattato farmaci in cambio di sesso con alcune prostitute africane. Non si tratterebbe solo dei soliti, comunque censurabili, «festini», ma di un vero e proprio ricatto sulla pelle dei più deboli che, pure, si pretenderebbe di voler aiutare. La rivelazione è stata fatta nel corso del programma della giornalista Victoria Derbyshire. Le accuse partono dai racconti di alcune volontarie dell'associazione. La pratica, hanno detto, sarebbe stata molto diffusa tra i loro colleghi. Comportamenti di questo genere sarebbero avvenute in Kenya e in Liberia, ma episodi analoghi avrebbero avuto luogo anche in Asia. I rapporti sarebbero stati consumati negli ospedali da campo allestiti da Msf in territorio africano. In Liberia, i volontari non si sarebbero tirati indietro neanche di fronte a una popolazione prostrata dall'emergenza Ebola. Le denunce sono arrivate in forma anonima e riguarderebbero personale addetto alla logistica, non, al momento, medici o infermieri. Gli accusati vengono descritti come veri e propri «predatori sessuali». Una ex dipendente, che ha lavorato presso l'ufficio londinese di Medici senza frontiere, ha detto di aver visto un membro anziano del personale portare delle ragazze negli alloggi destinati a Msf durante una missione umanitaria in Kenya. «Le ragazze erano molto giovani e si vociferava che fossero delle prostitute. È implicito che fossero lì per avere rapporti sessuali. E il mio collega che soggiornava all'interno di quella residenza ha ritenuto che quel comportamento fosse normale», ha detto la volontaria che ha denunciato la pratica. E se molti dei volontari incriminati sono descritti come «anziani», non manca tuttavia qualche giovane: «Ho visto uno dei miei colleghi, era un ragazzo molto più giovane, andare in bagno con una prostituta locale. L'ho conosciuta in uno dei bar del posto, poi mi ha detto che avevano fatto sesso e che lui l'aveva pagata», ha dichiarato la donna. La quale, peraltro, ha dichiarato di essere stata vittima di molestie anche in prima persona. E in un episodio, dopo essersi allontanata per un periodo dal suo alloggio, lo avrebbe ritrovato pieno di preservativi usati. Dopo aver riferito il comportamento del collega al suo capo sul campo, avrebbe ricevuto l'offerta di una mediazione, con la precisazione, però, che sarebbe stata licenziata se non si fosse accordata. Msf attende di avere più particolari prima di far partire un'indagine interna, ma ha fatto presente di avere già licenziato, da febbraio, 19 dipendenti colpevoli di atti contrari al proprio statuto. La Bbc ha peraltro promesso di fornire al pubblico nuovi particolari dello scandalo, conditi da ulteriori testimonianze. Il primo ministro Theresa May ha espresso la propria costernazione per il fatto che persone pronte a denunciare abusi rischino intimidazioni e decurtazioni salariali. La May, di conseguenza, ha promesso una modifica normativa diretta ad accordare maggiori tutele a coloro che decidono di uscire allo scoperto, denunciando i comportamenti poco corretti. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fine-della-corsa-per-i-pirati-di-lifeline-2580104707.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="immigrati-senza-cibo-ne-acqua-calda-arrestato-il-ras-dei-centri-profughi" data-post-id="2580104707" data-published-at="1774532209" data-use-pagination="False"> Immigrati senza cibo né acqua calda. Arrestato il ras dei centri profughi Hanno vissuto ammassati in strutture senza riscaldamento, senza acqua calda, con vestiti così logori e sporchi da far venire le piaghe sulla pelle. Niente pocket money, poco cibo e di scarsa qualità e persino il latte, servito a colazione, veniva diluito con l'acqua. E intanto qualcuno, sulla loro pelle faceva i soldi. Tanti soldi. Ecco un altro bell'esempio di accoglienza dei sedicenti profughi nel nostro Paese. Gli sbarcati che la sinistra brama ogni giorno, finivano anche qui, a Benevento, nelle strutture di accoglienza gestite dal Consorzio Maleventum a cui la prefettura aveva regolarmente assegnato gli appalti, gestito di fatto da quello che in zona era noto come il re dell'accoglienza, sempre pronto a farsi fotografare a bordo del suo motoscafo o alla guida delle sue auto di lusso. Cinque persone finite in manette e altre 36 risultano indagate per un giro ben organizzato che coinvolgeva 13 centri profughi tutti nella provincia di Benevento, che andava avanti da anni e si reggeva sulla connivenza di personaggi chiave, tra cui anche dipendenti pubblici e delle forze dell'ordine. Paolo Di Donato, ex amministratore e consulente del Consorzio Maleventum, Giuseppe Pavone, dipendente del ministero della Giustizia, Felice Panzone, funzionario irpino della Prefettura, ma non più in servizio, il carabiniere Salvatore Ruta e l'imprenditore Angelo Collarile sono accusati, a vario titolo, di diversi reati di truffa ai danni dello Stato per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode in pubbliche forniture, corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio. L'indagine è durata tre anni: partita nel novembre 2015 da un esposto di un cittadino e rafforzata poi da quello del sindacato Cgil di Benevento che ha denunciato gravi irregolarità. Tutte perpetrate alla luce del sole, ma che poi sparivano al momento dei controlli. Al centro di quello che gli inquirenti hanno definito un «sistema criminale» c'era proprio Di Donato, ben noto alle cronache locali per lo sfarzo in cui amava vivere e farsi immortalare. Di Donato era, secondo la ricostruzione, il tramite tra il Consorzio e la prefettura di Benevento. Pur non rivestendo cariche ufficiali nel Consorzio avrebbe presentato dichiarazioni false per ottenere l'erogazione dei contributi previsti dai bandi per la gestione profughi e falsificato il numero degli immigrati ospitati per ricevere anche in loro assenza i contributi. Da un lato il Consorzio, per suo tramite, partecipava ai bandi, vinceva e volta ottenuta l'assegnazione ammassava gli immigrati assegnati in camere sovraffollate, ricavate in edifici fatiscenti e malsani mantenendoli in condizioni disumane. Dall'altro, per evitare di perdere l'assegnazione dei fondi, quando i richiedenti asilo lasciavano le strutture, secondo le ipotesi investigative, era lui a presentare alla prefettura false attestazioni che gonfiavano il numero dei presenti, ottenendo così altro denaro. I controlli nei centri che Di Donato seguiva, avvenivano, ma non sono mai bastati a far chiudere le strutture. Ad aiutare l'imprenditore su questo versante era, sempre secondo gli inquirenti, il funzionario Panzone, delegato alla gestione dei centri di accoglienza, con poteri di controllo e vigilanza. «Verranno a farvi un controllo, passate la cera»: avrebbe detto in più di una occasione ai gestori delle strutture per segnalare l'arrivo delle verifiche. Sempre lui, secondo l'accusa, tra l'ottobre 2015 e il febbraio 2016, pur essendo a conoscenza delle gravi condizioni igieniche e sanitarie dei centri gestiti dal Consorzio Maleventum, avrebbe evitato di applicare i provvedimenti di chiusura che sarebbero stati necessari. Inoltre, sempre utilizzando i suoi poteri, avrebbe anche attribuito e spostato verso centri gestiti da Di Donato numerosi extracomunitari, ricevendo cospicui vantaggi personali. Il volume d'affari, in effetti, era enorme: le 13 strutture coinvolte erano distribuite in tutta la provincia e i richiedenti asilo ospitati erano circa 800. Più volte i militari del Nas le avevano visitate riscontrando irregolarità sull'agibilità degli edifici, la presenza di documentazioni false, il sovraffollamento e la fatiscenza dei locali. Ma nonostante nessun provvedimento, poi, era stato preso. Un ruolo chiave aveva anche il carabiniere in servizio presso la Compagnia di Montesarchio, finito in manette. Avrebbe fornito a Di Donato informazioni coperte dal segreto d'ufficio, avvisandolo di un controllo dei Nas e informandolo sulle indagini in corso nei suoi confronti. Stessa accusa per Pavone, dipendente della procura sannita, che avrebbe riferito a Di Donato altre notizie coperte dal segreto d'ufficio. A farlo scoprire, una serie di accessi al sistema informatizzato alla ricerca di dati passati poi sottobanco all'imprenditore arrestato. Le condizioni dei richiedenti asilo ospitati erano spesso aberranti. Nel centro di accoglienza di contrada Ponte delle Tavole, alla periferia di Benevento, gli immigrati per mancanza di indumenti puliti «presentavano evidenti vesciche, sintomo di gravi infezioni cutanee, nonché veniva fornito cibo di scarsissima quantità e qualità e latte diluito con acqua ed inoltre non veniva erogata d'inverno aria riscaldata». In un altro centro, in contrada Madonna della Salute, «non veniva erogata acqua potabile, né acqua calda, che veniva riscaldata con degli elettrodi», così come non veniva consegnato agli immigrati il pocket money. Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fine-della-corsa-per-i-pirati-di-lifeline-2580104707.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="finte-assunzioni-e-nozze-simulate-per-clandestini" data-post-id="2580104707" data-published-at="1774532209" data-use-pagination="False"> Finte assunzioni e nozze simulate per clandestini È il classico caso in cui l'immigrazione è davvero «una risorsa». O almeno tale era per la banda di italiani che, agli stranieri, offriva viaggio, lavoro, casa e persino una moglie. E pazienza se non era vero amore, l'importante era avviare tutte le pratiche che potessero garantire la permanenza fraudolenta in Italia, dietro un modico compenso che poteva andare dai 1.500 ai diecimila euro. Il caso era emerso più di un anno fa, portando anche ad alcuni arresti. Due giorni fa, invece, dopo che i primi imputati avevano patteggiato o incassato con rito abbreviato pene intorno ai tre anni, altri sei componenti della banda sono stati condannati a pene da sei mesi a quattro anni. Sono stati invece assolti per non avere commesso il fatto altri quattro imputati. È stato anche disposto un risarcimento da stabilire in sede civile per l'Aler, l'Azienda lombarda per l'edilizia residenziale, che si era costituita in giudizio in quanto, nel pacchetto offerto dalla banda ai clandestini, figuravano anche appartamenti fittizi affidati agli immigrati. L'inchiesta era partita dalla denuncia di una giovane marocchina che dichiarò di essere entrata in Italia da minorenne, riuscendo però a ottenere documenti falsi che dimostravano la sua maggiore età dietro un congruo pagamento al gruppo criminale. La ragazza ha patteggiato otto mesi. Le accuse a vario titolo sono associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e alla permanenza di irregolari in Italia, all'occupazione abusiva di case popolari e altri reati minori come sostituzione di persona. Al clandestino in cerca di prove della sua presunta integrazione, al fine di ottenere il permesso di soggiorno, veniva offerto un vero «pacchetto di servizi» che andava dal matrimonio simulato con cittadini italiani al contratto di lavoro fittizio, fino alle assegnazioni illegali di case occupate abusivamente. Il gruppetto era perfettamente organizzato e con contatti decisamente influenti. Secondo il pubblico ministero, la banda «aveva disponibilità di contatti» tra i pubblici ufficiali deputati al rilascio di permessi di soggiorno e «di molti strumenti informatici». Uno di loro sarebbe stato persino in contatto con un affiliato della 'ndrangheta. I servizi offerti prevedevano un vero e proprio listino prezzi. Secondo Procura e Finanza, la banda prendeva almeno 1.500 euro per un'assunzione fasulla che testimoniasse il lavoro svolto dall'immigrato. Quanto a loro, i datori di lavoro erano compiacenti e ricevevano una ricompensa, mentre altre volte erano ignari. Le nozze combinate costavano invece sui 4.000 euro, mentre gli italiani che si prestavano al gioco ricevevano un compenso di 400 euro. In almeno un caso, un uomo di 71 anni è andato fino in Marocco per sposarsi con una giovane. Per far arrivare in Italia dall'estero il migrante si arrivava a spendere fino a 10.000 euro. Insomma, il « cliente» era seguito in tutti i passaggi della filiera. Un'efficienza lodevole, se non fosse stata finalizzata ad attività totalmente illegali. Non mancava chi si spacciava per un funzionario Aler, truffando gli immigrati che versavano dai 2 ai 4.000 euro credendo di riuscire così a facilitare la pratica per l'assegnazione di un appartamento. Fabrizio La Rocca
La petroliera Devon naviga nel Golfo Persico verso il terminal petrolifero dell'isola di Kharg per trasportare greggio (Getty Images)
L’isola di Kharg è tornata al centro della guerra tra Stati Uniti e Iran. Secondo le informazioni diffuse da media internazionali e rilanciate dalla Cnn, negli ultimi giorni Teheran avrebbe intensificato le misure difensive sul piccolo avamposto del Golfo Persico, tra cui il posizionamento di mine e «trappole» lungo le coste e nelle aree interne. Un segnale che viene letto come preparazione a un’eventuale operazione di terra americana, mentre la crisi militare tra Washington e Teheran continua ad allargarsi su più fronti.
Kharg si trova in una posizione cruciale nel Golfo Persico, vicino allo Stretto di Hormuz, il principale corridoio mondiale per il transito del petrolio. Da qui passa circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano. Non si tratta quindi solo di un’area militare sensibile, ma di un’infrastruttura strategica per la sopravvivenza economica del Paese. Il controllo o la neutralizzazione dell’isola avrebbe effetti immediati sulla capacità dell’Iran di esportare petrolio e, di conseguenza, sulla stabilità energetica globale.
Lo scorso 14 marzo, le forze statunitensi del Centcom hanno condotto un attacco di precisione contro Kharg, colpendo depositi di mine navali, bunker per missili e oltre 90 obiettivi militari. L’operazione, secondo quanto riportato, avrebbe evitato danni diretti agli impianti petroliferi, concentrandosi sulle infrastrutture militari. Da allora, l’isola è diventata uno dei punti più sensibili dell’intero conflitto. Le ultime informazioni diffuse in queste ore indicano un ulteriore irrigidimento della situazione. L’Iran, secondo fonti citate dai media statunitensi, avrebbe rafforzato le difese sull’isola trasferendo sistemi missilistici e aumentando la presenza di reparti militari. In particolare, viene segnalata la diffusione di mine antiuomo e anticarro, anche lungo le aree costiere, dove un eventuale sbarco anfibio statunitense potrebbe teoricamente avvenire.
La scelta delle mine non è solo difensiva, ma cambia la natura stessa dello scenario operativo. Rende infatti più complessa qualsiasi ipotesi di intervento diretto via mare e segnala la volontà iraniana di trasformare Kharg in un’area di interdizione, difficile da occupare o controllare senza perdite rilevanti. È anche per questo che diversi analisti militari, citati dai media internazionali, considerano l’isola uno dei possibili epicentri di una ulteriore escalation.
La tensione si inserisce in un quadro già esteso. Nelle stesse ore, gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza nella regione con l’invio di ulteriori truppe aviotrasportate e unità dei Marines. Parallelamente, si moltiplicano le segnalazioni di attacchi reciproci tra Iran, Israele e forze alleate nella regione, mentre il conflitto si estende dal Golfo Persico al Mar Nero e al Mediterraneo. Secondo alcune ricostruzioni, la Casa Bianca continua a sostenere una linea che combina pressione militare e apertura diplomatica. Donald Trump avrebbe espresso ai propri collaboratori la volontà di chiudere il conflitto in poche settimane, anche se sul terreno gli scontri continuano e non emergono segnali concreti di una tregua imminente. Nel frattempo, si parla di possibili colloqui mediati da Paesi terzi, tra cui Pakistan e Turchia, ma senza conferme ufficiali. Sul fronte iraniano, la posizione resta improntata alla deterrenza. Teheran, attraverso i propri vertici militari e politici, ha più volte lasciato intendere che ogni tentativo di occupazione di isole strategiche verrebbe risposto con attacchi contro infrastrutture considerate vitali in Paesi terzi della regione. Un messaggio che si inserisce nella logica di una guerra che si combatte anche attraverso la minaccia di ritorsioni su scala regionale. Kharg, in questo contesto, rappresenta un nodo doppio: militare ed economico. Oltre al suo valore strategico diretto, è anche una leva negoziale. La sua vulnerabilità o il suo controllo potrebbero influenzare eventuali trattative future sul programma nucleare iraniano e sugli assetti di sicurezza nello Stretto di Hormuz.
Resta però un elemento centrale: l’isola è oggi al tempo stesso obiettivo, scudo e potenziale detonatore. Le mine segnalate lungo le coste non sono solo un dettaglio tattico, ma il segnale più evidente di un conflitto che si sta avvicinando a una fase più rischiosa, in cui il controllo del territorio potrebbe diventare la variabile decisiva.
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Shehbaz Sharif (Ansa)
Islamabad vanta un rapporto molto forte con l’amministrazione di Donald Trump, grazie soprattutto al brigadier generale Asim Munir, comandante in capo delle forze armate del paese asiatico. Munir è particolarmente vicino ai vertici militari del Pentagono e anche allo staff del tycoon americano. Negli ultimi mesi il generale pachistano ha incontrato più volte inviati di Washington e a giugno 2025 è stato il primo capo militare del Pakistan ad essere ricevuto alla Casa Bianca, non in veste di leader politico. In questo colloquio Trump aveva pubblicamente lodato la profonda conoscenza di Munir della realtà iraniana ed i due si sarebbero sentiti telefonicamente anche la settimana scorsa. Dopo questo incontro il primo ministro di Islamabad Shehbaz Sharif ha chiamato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dimostrando concretamente come il Pakistan possa fare da tramite fra i due.
Islamabad infatti continua ad avere rapporti stabili anche con Teheran, nonostante una presa di posizione particolarmente dura dopo l’attacco contro l’Arabia Saudita, nazione con cui il Pakistan ha siglato un accordo di mutua difesa, anche nucleare. Nel 2024 si erano verificati una serie di attacchi lungo il confine fra Iran e Pakistan, ma quella volta era stata la Cina a mediare una tregua. Un ruolo crescente quello pachistano, come sottolinea Tahir Andrabi, portavoce del ministero degli Esteri. «Se le parti lo desiderano, Islamabad è disposta ad ospitare dei colloqui significativi e conclusivi tra Stati Uniti e Iran, per una soluzione globale che ponga fine alla guerra in Medio Oriente. Siamo una grande nazione, rispettata da tutti e accogliamo con grande favore gli sforzi per perseguire il dialogo con l’obiettivo di porre fine allo scontro e per la stabilità di tutta la regione».
Alcuni media turchi hanno riportato la notizia che una delegazione statunitense dovrebbe arrivare in Pakistan entro due o tre giorni per aprire colloqui con l’Iran, una sorta di sherpa da entrambe le parti per capire se ci sia spazio di manovra. «Non ho nessun commento sul possibile arrivo di inviati da Washington in questi giorni, ma posso dire che la diplomazia ed i negoziati spesso richiedono che certe questioni vengano affrontate con estrema discrezione e per questo motivo invito i media ad evitare ogni tipo di speculazione che potrebbe danneggiare il percorso che stiamo faticosamente avviando. Il Pakistan è in prima linea per far terminare la guerra, possiamo e vogliamo essere un ponte e lo facciamo perché il Medio Oriente possa trovare finalmente una pace definitiva».
Per Islamabad questa è una grande occasione per acquisire uno status di potenza geopolitica che non ha mai realmente avuto. Ti avrebbe già informato il Pakistan di ritenere inaccettabile il piano in 15 punti proposto dal presidente statunitense, ma la diplomazia pachistana continua a lavorare. Il suo ruolo da mediatore sarebbe visto molto negativamente dallo storico nemico indiano.
Nonostante la soluzione del conflitto avvantaggerebbe anche Nuova Delhi, garantendole la sicurezza dei rifornimenti energetici, il successo di Islamabad farebbe naufragare la strategia di isolamento del rivale che il Primo ministro indiano Narendra Modi persegue da tempo. L’India ha firmato un accordo commerciale con gli Stati Uniti ad inizio febbraio che alleggerisce i dazi sui prodotti indiani, ma se il Premier Shehbaz Sharif riuscirà a farsi garante del cessate il fuoco, il peso pachistano crescerà enormemente, sia a livello regionale che globale.
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