Un passante coraggioso, Luca Signorelli, lo rincorre, si piglia due colpi potenzialmente fatali, ma lo blocca. Accorrono poi altri comuni cittadini, alcuni stranieri, che immobilizzano lo stragista. Si scopre che l’uomo si chiama Salim El Koudri, 31 anni, nato in Italia da marocchini, divenuto cittadino italiano a 14 anni. Laureato, ha svolto qualche lavoro. Vive con la famiglia, possiede svariati dispositivi digitali. È stato seguito per qualche tempo da un centro di salute mentale dove, però, non si è più presentato. Non ha un passato violento, ma ha mandato alcune mail minatorie all’Università di Modena e Reggio Emilia prendendosela con i «bastardi cristiani» che non gli trovano un lavoro corrispondente alle sue aspettative. Missive per cui ha anche presentato qualche scusa.
Ed ecco che accade. In un lampo, la grandissima parte dei media comincia a descrivere Salim come un malato psichiatrico. Non gli è stata fatta una perizia, ma la diagnosi la fanno i giornali: è un pazzo. Il fatto che abbia compiuto una strage con modalità teorizzare e praticate da gruppi islamisti radicali come Isis, il fatto che sia stato almeno per qualche tempo in collera con i «bastardi cristiani» non rileva. Tutto è ridotto a sintomo della sua follia. Non si attendono nemmeno le analisi dei suoi dispositivi digitali, non si considera minimamente la possibilità che sia venuto in contatto con testi di propaganda sulla Rete che potrebbero averlo per lo meno influenzato. Non rilevano, manco a dirlo, le sue origini nordafricane. Pure il gip di Modena sembra confermare questa lettura: sostiene che Salim voleva fare una strage e che tale strage non dipende da sue eventuali patologie. Però El Koudri non è considerato un terrorista e non gli si riconosce la premeditazione dell’atto.
Praticamente all’unisono, i media (soprattutto progressisti, ovviamente) forniscono di fatto questa ricostruzione. In sintesi: Salim è un italiano al 100%. Un italiano che ha dato di matto, ma fortunatamente è stato fermato da alcuni eroici immigrati. Tra cui Osama Shalaby, muratore egiziano di 56 anni che - vigliacca ironia della sorte - lo scorso anno ha chiesto di diventare cittadino italiano ma non ha ancora ricevuto risposta. A rimarcare quest’ultimo particolare della vicenda, cioè il ruolo degli eroici stranieri, provvede una nutrita pattuglia di commentatori tipo quella esibita dalla Stampa. Che, nello stesso giorno, sfodera in prima pagina tre robusti articoli. Il primo spiega perché sia giusto dare la cittadinanza agli immigrati eroi. Nel secondo, Rula Jebreal attacca la destra spiegando che Matteo Salvini vorrebbe remigrare gli stranieri che hanno fermato lo stragista italiano El Koudri. Nel terzo, la scrittrice Igiaba Scego racconta che anche il glorioso Alessandro de’ Medici era un «afrodiscendente» figlio di una schiava, come a dire che senza i migranti non saremmo niente e senza gli africani l’Europa non potrebbe godere di tanto benessere. Fine. Null’altro compare nel racconto: di problemi di integrazione non si può ragionare. Di terrorismo figuriamoci. Pazzia, solo pazzia.
Perché? Beh, è evidente. Perché chiunque - consapevole o meno - sfugga al racconto predominante deve per forza essere matto, un deviante, un errore che conferma la regola. Salim con la sua stessa esistenza contraddice la narrazione secondo cui l’immigrazione è una ricchezza di cui non possiamo fare a meno, con il suo gesto smentisce le corbellerie sulla concessione della cittadinanza quale principale strumento di integrazione delle seconde e terze generazioni di stranieri. Dunque è per forza pazzo, deviante, assurdo. Di più: è una anomalia prodotta dal nostro sistema di accoglienza. Siamo già molto accoglienti, ma dovremmo esserlo di più, se lo fossimo eviteremmo casi del genere. Oppure, in una variante più rigida: non siamo accoglienti e non siamo nemmeno attenti ai più deboli, se prestassimo più attenzione al disagio psichico, non avremmo guai.
Davvero curioso. Coloro che di solito spiegano tutto attraverso «il contesto sociale» eliminando la responsabilità individuale, nel caso dello stragista fanno eccezione: la colpa è tutta sua perché è matto. Oppure restano fedeli alla linea, ma incolpando il contesto sociale italiano che ha creato un italiano deviante.
Comunque la si giri, la narrazione va confermata: l’immigrazione è un bene, il male viene tutto dalle carenze europee e italiane, dalle destre o dall’Occidente bianco. Se qualcuno contesta scientemente questo racconto, è un pazzo o un malato, cioè un razzista o un islamofobo o uno affetto da altra patologia. Se El Koudri contesta involontariamente la narrazione con il suo agire, beh, è matto pure lui, perché non esiste che la favoletta sia smentita.
Non esiste perché il dominio del pensiero va ribadito, e non esiste perché tale dominio consiste di gestire potere e indirizzare denaro. Infatti ecco pronta Elly Schlein: «Servono più risorse per la salute mentale, ce lo chiedono anche le ragazze e i ragazzi nelle scuole e nelle università», dice il segretario del Pd, chiedendo che venga istituito lo psicologo di base (chiedendo, cioè, di assumere nel pubblico un sacco di gente che magari ringrazierà votandola).
Così funziona il pensiero unico, che è meglio battezzare pensiero prevalente. Un gruppo ristretto di auto eletti illuminati tratteggia il paradiso in Terra, che è ovviamente un paradiso artificiale senza legami con la triste realtà. Lo stesso gruppo chiarisce come questo paradiso vada raggiunto e articola un racconto che assume biblica rilevanza. Se qualcuno se ne discosta è un sabotatore, un malfattore, un pericoloso eversore. La maggioranza dei media collabora all’affermazione di tale racconto, il quale incidentalmente corrisponde all’interesse politico e economico dell’élite che lo ha prodotto.
E tutti vissero felici e contenti, in un mondo fatato di italiani terroristi e razzisti che alimentano il male perché non si rassegnano a seguire i comandamenti progressisti.