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2018-06-07
Fiducia, sì della Camera. Conte rassicura su tasse e reddito di cittadinanza
ANSA
Il governo guidato da Giuseppe Conte incassa la fiducia anche alla Camera. Una fiducia ampia: 350 sì, 35 astenuti, 236 no. Dopo il via libera di Montecitorio, il governo del cambiamento è nella pienezza delle sue funzioni. Il risultato della votazione scatena un vero e proprio boato in aula: M5s e Lega si stringono intorno al presidente del Consiglio e all'intero governo. Tonico e determinato, sempre più a suo agio sul palcoscenico politico e istituzionale, il premier rintuzza gli attacchi delle opposizioni e tranquillizza, nella sua replica, sia l'Europa che la Nato, preparandosi ad affrontare il suo primo, importantissimo, impegno internazionale: il G7 in programma in Canada domani e dopodomani. «La prima cosa al G7 per l'Italia», spiega Conte, «sarà farsi conoscere, la seconda farsi rispettare».
Conte, con al suo fianco i due pilastri della maggioranza M5s-Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si rivolge agli alleati del Patto atlantico: «Per quanto riguarda», dice Conte, «la posizione a livello internazionale, siamo nella Nato e vogliamo rimanerci optime». Un passaggio apprezzato dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al quale Conte rivolge il suo saluto e ringraziamento, esprimendo anche la sua amarezza per gli attacchi rivolti nelle scorse settimane al capo dello Stato, che hanno coinvolto anche la memoria di Piersanti, il fratello di Sergio Mattarella trucidato dalla mafia. «Questo esecutivo», aggiunge Conte, «oltre al contratto di governo, ha presente la Costituzione e iscriveremo tutte le nostre iniziative sotto l'architettura costituzionale, la carta europea dei diritti fondamentali e il sistema della Corte europea dei diritti dell'uomo».
Conte si sofferma sulla necessità di ridiscutere le regole europee senza strappi ma attraverso un dialogo costante quanto fermo con Bruxelles: «Questo governo», scandisce Giuseppe Conte, «ha l'ardire di voler promuovere delle nuove politiche economiche. Questo significa evidentemente, favorire la crescita nel rispetto di una discesa progressiva del debito. Bisogna vedere come arrivarci», aggiunge Conte, «negozieremo anche a livello europeo e quindi ci siederemo a quei tavoli volendo esprimere un indirizzo politico. E ci auguriamo di avere la fermezza e la risolutezza necessari per essere ascoltati dai nostri partner». Entra nel merito delle questioni più urgenti e determinanti, Conte, nella sua replica alla Camera, scatenando l'entusiasmo della sua maggioranza, compatta nell'applaudire il premier in moltissime occasioni.
Conte fa chiarezza sulla flat tax e sul reddito di cittadinanza, argomenti che le opposizioni, strumentalmente, utilizzano in queste ore per attaccare il governo del cambiamento: «Sulla flat tax», sottolinea Conte, «siamo tutti d'accordo, il sistema fiscale e tributario oggi lascia molto a desiderare, c'è da operare una riforma. È molto chiaro che è previsto un sistema di aliquote, bisogna recuperare un sistema di progressività e ci sarà anche un sistema di no tax area. Il reddito di cittadinanza non sarà una misura assistenziale», precisa Conte, «lo abbiamo concepito come un sostegno per il reinserimento lavorativo. Il reddito di cittadinanza sarà articolato in più di una fase. La prima fase è potenziare i centri dell'impiego, diversamente siamo di fronte all'erogazione di misure che abbiamo già sperimentato. Abbiamo scelto di progettare questa misura in modo molto oculato e articolato».
Sarà una rivoluzione, quella del governo del cambiamento, condotta all'insegna della saggezza e del realismo. Conte garantisce che ciò che di buono è stato fatto in precedenza, sulla scuola, sull'immigrazione, non verrà smantellato ma migliorato. «Non siamo qui per stravolgere. Sull'immigrazione», sottolinea Conte, «c'è l'esigenza di gestire flussi migratori, finora a livello europeo la gestione si è rivelata fallimentare, penso possiamo concordare tutti. Intendiamo promuovere una più equa ripartizione della responsabilità a livello europeo, non è una questione solo economica, lo ha detto anche Angela Merkel, ma è il concetto di cittadinanza europea». «Vogliamo operare», precisa il presidente del Consiglio, «un ragionamento costi-benefici per le infrastrutture. Non ci sottrarremo agli investimenti sulle infrastrutture».
Le dichiarazioni di voto dei capigruppo rispecchiano le posizioni dei partiti. Mariastella Gelmini di Forza Italia, e Graziano Delrio del Pd attaccano Conte con argomentazioni trite e ritrite: la presunta vaghezza del programma, «intrisi di pauperismo e giustizialismo», i conti pubblici. Curioso il nervosismo con il quale i «Nazareni» reagiscono all'unisono quando Conte parla di conflitto di interessi. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, conferma l'astensione benevola, nell'attesa di entrare organicamente in maggioranza: «Non daremo la fiducia a questo governo», annuncia la Meloni, «ma tiferemo affinché faccia bene perché noi siamo prima di ogni cosa e di ogni interesse sempre e comunque dalla parte degli italiani».
«E le coperture?», mantra ignorato dai predecessori
Come grida l'opposizione, il discorso d'insediamento di Giuseppe Conte non contiene cenni a tempistiche puntuali e coperture economiche. Le critiche si sono sprecate e abbiamo avuto una curiosità: andare a rileggere gli interventi per chiedere la fiducia pronunciati da Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ebbene, nessuno dei precedenti premier forniva garanzie né spiegazioni su dove andare a pescare i soldi per realizzare il programma. Queste informazioni sono sempre state delegate alla successiva Finanziaria, dove bisogna specificare le coperture.
Anche se in molti fanno finta di non saperlo, il discorso d'insediamento deve dare un indirizzo politico al governo e non conteggiare con il pallottoliere quanto serve per questo o per quell'altro. Questo è compito dei vari ministri, in primis quello delle Finanze. Rileggendo le parole dei predecessori di Conte, non solo non si pronunciano quasi mai cifre o scadenze, ma capita di imbattersi in provvedimenti annunciati a gran voce e rimasti nel mondo dei desideri oppure in altri che sono stati taciuti al momento della fiducia, come per esempio la riforma dell'articolo 18.
Matteo RenziIl discorso pronunciato da Matteo Renzi il 25 febbraio 2014, e durato circa un'ora e 10 minuti, conteneva molte visioni e pochissime cifre. Oltre a una serie di promesse sparpagliate in un eloquio coinvolgente che negli anni a seguire sarebbero rimaste tali. Assicurava che avrebbe «immediatamente» presentato in Parlamento una riduzione «a due cifre del cuneo fiscale» e annunciava lo «sblocco totale dei crediti dello Stato».
Non ci risulta che alle parole siano mai seguiti i fatti. E il taglio del cuneo fiscale ha mai visto la luce, nonostante Renzi assicurasse genericamente «risultati concreti nel primo semestre 2014». Ovvero subito. Sul lavoro, invece, l'attuale senatore aveva parlato in maniera generica e vaga di lotta alla disoccupazione, come «interesse nazionale», senza però mai citare la modifica dell'articolo 18. Comunque, nel suo intervento mancano i numeri e anche i provvedimenti specifici. Vaghi gli accenni alla riforma della giustizia affidata al ministro Andrea Orlando e all'allentamento del patto di stabilità per i Comuni. Infine anche l'annunciato «grande piano per la scuola l'edilizia scolastica», copiato dal programma del premier britannico Tony Blair: anche qui parole non supportate da alcuna copertura. Ultima nota del discorso, tenuto a braccio, di Matteo Renzi è la conclusione altamente enfatica: «Sulla realizzazione dei punti illustrati non ci sono più alibi per nessuno, abbiamo una sola chance e se perdiamo è colpa mia».
Enrico Letta Il premier in seguito liquidato con l'hashtag renziano #staiserenoenrico, tiene il suo discorso d'insediamento il 29 aprile 2013. Per contestualizzarlo, bisogna ricordare che segue il governo di «lacrime e sangue» di Mario Monti. Anche l'attuale direttore della Scuola di affari internazionali dell'Istituto di studi politici di Parigi non fa riferimento alcuno a coperture o cifre, sebbene il suo intervento sia decisamente più puntuale e meno retorico rispetto a quello che terrà il suo successore e Bruto, Matteo Renzi. Letta mette il lavoro e la lotta alla disoccupazione al centro della sua agenda di governo. Si tratta di buoni propositi che però mal si conciliano e si concilieranno con la zelante accettazione dei vincoli europei più volte ribadita dallo stesso premier. Il primo ministro parla per circa 50 minuti e paragona il suo governo a Davide, che deve abbattere un Golia di problemi colossali. Per esempio quello delle pensioni e di chi è rimasto incastrato nelle ruote dentate della riforma Fornero: «Con questi lavoratori la società», dice Letta, «ha rotto un patto e la soluzione strutturale di questo problema è un impegno prioritario di questo governo». Ma della riforma del sistema pensionistico si sta discutendo ancora oggi. Per dovere di cronaca, bisogna ricordare che Letta dice che a giugno non si pagherà la rata Imu in attesa di «una riforma complessiva» delle imposte sulla casa. E si prende anche l'impegno a rinunciare all'inasprimento dell'Iva. Promesse entrambe mantenute.
Paolo Gentiloni In linea con il personaggio, Paolo Gentiloni il 13 dicembre 2016 tiene un discorso breve, meno di 20 minuti, e di colore grigio. Peraltro davanti a un emiciclo semivuoto, poiché Lega e 5 Stelle disertano l'aula e anche Forza Italia e Fratelli d'Italia sono presenti con una sparuta rappresentanza. Siamo all'indomani del referendum, disastroso per il Pd, che ha spazzato via Matteo Renzi da Palazzo Chigi. Gentiloni, chiedendo la fiducia al Parlamento, non snocciola una cifra né una copertura per quello che intende in concreto fare. Per esempio su lavoro e sistema previdenziale: «Partite Iva e lavoro dipendente sono i due punti su cui dobbiamo lavorare maggiormente per far ripartire il Paese. Il governo lavorerà per completare la riforma del lavoro e delle pensioni», dice il premier senza però spiegare quali saranno i passi né con quali fondi verranno finanziati. Per quanto riguarda l'Unione europea spiega che «non è accettabile, e ancor meno lo sarebbe nel quadro di un'ipotetica riforma del regolamento di Dublino, che passi un principio di un'Europa troppo severa su alcuni aspetti delle politiche di austerity, e troppo tollerante nei confronti di Paesi che non accettano di assumere responsabilità comuni sui temi dell'immigrazione». Su questo punto le sue parole, a dire il vero, non si discostano troppo da quelle pronunciate in Senato da Conte. Mentre dissonante è la linea sulla politica estera, che l'attuale premier vuole più collaborativa Russia: «Noi siamo pronti a collaborare con quello che è da sempre il nostro principale partner e alleato, gli Usa», spiega Gentiloni. Un ultimo passaggio, che suona comico, riguarda la legge elettorale, la stessa che ha bloccato l'Italia per tre mesi prima che si riuscisse a mettere assieme un esecutivo: «Occorre avere regole chiare che consentano di votare per Camera e Senato in modo armonico». Come fare, naturalmente, non lo spiega.
Alfredo Arduino
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Larga maggioranza: 350 voti. Il premier: «Non smantelleremo quanto c'è di buono». Forza Italia alleata del Pd: «Programma intriso di pauperismo e giustizialismo».Da Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni promesse e bugie ma mai cifre. Perché il capo del governo dà l'indirizzo politico, non usa il pallottoliere.Lo speciale contiene due articoli.Il governo guidato da Giuseppe Conte incassa la fiducia anche alla Camera. Una fiducia ampia: 350 sì, 35 astenuti, 236 no. Dopo il via libera di Montecitorio, il governo del cambiamento è nella pienezza delle sue funzioni. Il risultato della votazione scatena un vero e proprio boato in aula: M5s e Lega si stringono intorno al presidente del Consiglio e all'intero governo. Tonico e determinato, sempre più a suo agio sul palcoscenico politico e istituzionale, il premier rintuzza gli attacchi delle opposizioni e tranquillizza, nella sua replica, sia l'Europa che la Nato, preparandosi ad affrontare il suo primo, importantissimo, impegno internazionale: il G7 in programma in Canada domani e dopodomani. «La prima cosa al G7 per l'Italia», spiega Conte, «sarà farsi conoscere, la seconda farsi rispettare». Conte, con al suo fianco i due pilastri della maggioranza M5s-Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si rivolge agli alleati del Patto atlantico: «Per quanto riguarda», dice Conte, «la posizione a livello internazionale, siamo nella Nato e vogliamo rimanerci optime». Un passaggio apprezzato dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al quale Conte rivolge il suo saluto e ringraziamento, esprimendo anche la sua amarezza per gli attacchi rivolti nelle scorse settimane al capo dello Stato, che hanno coinvolto anche la memoria di Piersanti, il fratello di Sergio Mattarella trucidato dalla mafia. «Questo esecutivo», aggiunge Conte, «oltre al contratto di governo, ha presente la Costituzione e iscriveremo tutte le nostre iniziative sotto l'architettura costituzionale, la carta europea dei diritti fondamentali e il sistema della Corte europea dei diritti dell'uomo».Conte si sofferma sulla necessità di ridiscutere le regole europee senza strappi ma attraverso un dialogo costante quanto fermo con Bruxelles: «Questo governo», scandisce Giuseppe Conte, «ha l'ardire di voler promuovere delle nuove politiche economiche. Questo significa evidentemente, favorire la crescita nel rispetto di una discesa progressiva del debito. Bisogna vedere come arrivarci», aggiunge Conte, «negozieremo anche a livello europeo e quindi ci siederemo a quei tavoli volendo esprimere un indirizzo politico. E ci auguriamo di avere la fermezza e la risolutezza necessari per essere ascoltati dai nostri partner». Entra nel merito delle questioni più urgenti e determinanti, Conte, nella sua replica alla Camera, scatenando l'entusiasmo della sua maggioranza, compatta nell'applaudire il premier in moltissime occasioni. Conte fa chiarezza sulla flat tax e sul reddito di cittadinanza, argomenti che le opposizioni, strumentalmente, utilizzano in queste ore per attaccare il governo del cambiamento: «Sulla flat tax», sottolinea Conte, «siamo tutti d'accordo, il sistema fiscale e tributario oggi lascia molto a desiderare, c'è da operare una riforma. È molto chiaro che è previsto un sistema di aliquote, bisogna recuperare un sistema di progressività e ci sarà anche un sistema di no tax area. Il reddito di cittadinanza non sarà una misura assistenziale», precisa Conte, «lo abbiamo concepito come un sostegno per il reinserimento lavorativo. Il reddito di cittadinanza sarà articolato in più di una fase. La prima fase è potenziare i centri dell'impiego, diversamente siamo di fronte all'erogazione di misure che abbiamo già sperimentato. Abbiamo scelto di progettare questa misura in modo molto oculato e articolato».Sarà una rivoluzione, quella del governo del cambiamento, condotta all'insegna della saggezza e del realismo. Conte garantisce che ciò che di buono è stato fatto in precedenza, sulla scuola, sull'immigrazione, non verrà smantellato ma migliorato. «Non siamo qui per stravolgere. Sull'immigrazione», sottolinea Conte, «c'è l'esigenza di gestire flussi migratori, finora a livello europeo la gestione si è rivelata fallimentare, penso possiamo concordare tutti. Intendiamo promuovere una più equa ripartizione della responsabilità a livello europeo, non è una questione solo economica, lo ha detto anche Angela Merkel, ma è il concetto di cittadinanza europea». «Vogliamo operare», precisa il presidente del Consiglio, «un ragionamento costi-benefici per le infrastrutture. Non ci sottrarremo agli investimenti sulle infrastrutture».Le dichiarazioni di voto dei capigruppo rispecchiano le posizioni dei partiti. Mariastella Gelmini di Forza Italia, e Graziano Delrio del Pd attaccano Conte con argomentazioni trite e ritrite: la presunta vaghezza del programma, «intrisi di pauperismo e giustizialismo», i conti pubblici. Curioso il nervosismo con il quale i «Nazareni» reagiscono all'unisono quando Conte parla di conflitto di interessi. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, conferma l'astensione benevola, nell'attesa di entrare organicamente in maggioranza: «Non daremo la fiducia a questo governo», annuncia la Meloni, «ma tiferemo affinché faccia bene perché noi siamo prima di ogni cosa e di ogni interesse sempre e comunque dalla parte degli italiani». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fiducia-si-della-camera-conte-rassicura-su-tasse-e-reddito-di-cittadinanza-2575763199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-le-coperture-mantra-ignorato-dai-predecessori" data-post-id="2575763199" data-published-at="1767883653" data-use-pagination="False"> «E le coperture?», mantra ignorato dai predecessori Come grida l'opposizione, il discorso d'insediamento di Giuseppe Conte non contiene cenni a tempistiche puntuali e coperture economiche. Le critiche si sono sprecate e abbiamo avuto una curiosità: andare a rileggere gli interventi per chiedere la fiducia pronunciati da Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ebbene, nessuno dei precedenti premier forniva garanzie né spiegazioni su dove andare a pescare i soldi per realizzare il programma. Queste informazioni sono sempre state delegate alla successiva Finanziaria, dove bisogna specificare le coperture. Anche se in molti fanno finta di non saperlo, il discorso d'insediamento deve dare un indirizzo politico al governo e non conteggiare con il pallottoliere quanto serve per questo o per quell'altro. Questo è compito dei vari ministri, in primis quello delle Finanze. Rileggendo le parole dei predecessori di Conte, non solo non si pronunciano quasi mai cifre o scadenze, ma capita di imbattersi in provvedimenti annunciati a gran voce e rimasti nel mondo dei desideri oppure in altri che sono stati taciuti al momento della fiducia, come per esempio la riforma dell'articolo 18. Matteo RenziIl discorso pronunciato da Matteo Renzi il 25 febbraio 2014, e durato circa un'ora e 10 minuti, conteneva molte visioni e pochissime cifre. Oltre a una serie di promesse sparpagliate in un eloquio coinvolgente che negli anni a seguire sarebbero rimaste tali. Assicurava che avrebbe «immediatamente» presentato in Parlamento una riduzione «a due cifre del cuneo fiscale» e annunciava lo «sblocco totale dei crediti dello Stato». Non ci risulta che alle parole siano mai seguiti i fatti. E il taglio del cuneo fiscale ha mai visto la luce, nonostante Renzi assicurasse genericamente «risultati concreti nel primo semestre 2014». Ovvero subito. Sul lavoro, invece, l'attuale senatore aveva parlato in maniera generica e vaga di lotta alla disoccupazione, come «interesse nazionale», senza però mai citare la modifica dell'articolo 18. Comunque, nel suo intervento mancano i numeri e anche i provvedimenti specifici. Vaghi gli accenni alla riforma della giustizia affidata al ministro Andrea Orlando e all'allentamento del patto di stabilità per i Comuni. Infine anche l'annunciato «grande piano per la scuola l'edilizia scolastica», copiato dal programma del premier britannico Tony Blair: anche qui parole non supportate da alcuna copertura. Ultima nota del discorso, tenuto a braccio, di Matteo Renzi è la conclusione altamente enfatica: «Sulla realizzazione dei punti illustrati non ci sono più alibi per nessuno, abbiamo una sola chance e se perdiamo è colpa mia». Enrico Letta Il premier in seguito liquidato con l'hashtag renziano #staiserenoenrico, tiene il suo discorso d'insediamento il 29 aprile 2013. Per contestualizzarlo, bisogna ricordare che segue il governo di «lacrime e sangue» di Mario Monti. Anche l'attuale direttore della Scuola di affari internazionali dell'Istituto di studi politici di Parigi non fa riferimento alcuno a coperture o cifre, sebbene il suo intervento sia decisamente più puntuale e meno retorico rispetto a quello che terrà il suo successore e Bruto, Matteo Renzi. Letta mette il lavoro e la lotta alla disoccupazione al centro della sua agenda di governo. Si tratta di buoni propositi che però mal si conciliano e si concilieranno con la zelante accettazione dei vincoli europei più volte ribadita dallo stesso premier. Il primo ministro parla per circa 50 minuti e paragona il suo governo a Davide, che deve abbattere un Golia di problemi colossali. Per esempio quello delle pensioni e di chi è rimasto incastrato nelle ruote dentate della riforma Fornero: «Con questi lavoratori la società», dice Letta, «ha rotto un patto e la soluzione strutturale di questo problema è un impegno prioritario di questo governo». Ma della riforma del sistema pensionistico si sta discutendo ancora oggi. Per dovere di cronaca, bisogna ricordare che Letta dice che a giugno non si pagherà la rata Imu in attesa di «una riforma complessiva» delle imposte sulla casa. E si prende anche l'impegno a rinunciare all'inasprimento dell'Iva. Promesse entrambe mantenute. Paolo Gentiloni In linea con il personaggio, Paolo Gentiloni il 13 dicembre 2016 tiene un discorso breve, meno di 20 minuti, e di colore grigio. Peraltro davanti a un emiciclo semivuoto, poiché Lega e 5 Stelle disertano l'aula e anche Forza Italia e Fratelli d'Italia sono presenti con una sparuta rappresentanza. Siamo all'indomani del referendum, disastroso per il Pd, che ha spazzato via Matteo Renzi da Palazzo Chigi. Gentiloni, chiedendo la fiducia al Parlamento, non snocciola una cifra né una copertura per quello che intende in concreto fare. Per esempio su lavoro e sistema previdenziale: «Partite Iva e lavoro dipendente sono i due punti su cui dobbiamo lavorare maggiormente per far ripartire il Paese. Il governo lavorerà per completare la riforma del lavoro e delle pensioni», dice il premier senza però spiegare quali saranno i passi né con quali fondi verranno finanziati. Per quanto riguarda l'Unione europea spiega che «non è accettabile, e ancor meno lo sarebbe nel quadro di un'ipotetica riforma del regolamento di Dublino, che passi un principio di un'Europa troppo severa su alcuni aspetti delle politiche di austerity, e troppo tollerante nei confronti di Paesi che non accettano di assumere responsabilità comuni sui temi dell'immigrazione». Su questo punto le sue parole, a dire il vero, non si discostano troppo da quelle pronunciate in Senato da Conte. Mentre dissonante è la linea sulla politica estera, che l'attuale premier vuole più collaborativa Russia: «Noi siamo pronti a collaborare con quello che è da sempre il nostro principale partner e alleato, gli Usa», spiega Gentiloni. Un ultimo passaggio, che suona comico, riguarda la legge elettorale, la stessa che ha bloccato l'Italia per tre mesi prima che si riuscisse a mettere assieme un esecutivo: «Occorre avere regole chiare che consentano di votare per Camera e Senato in modo armonico». Come fare, naturalmente, non lo spiega. Alfredo Arduino
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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