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2018-06-07
Fiducia, sì della Camera. Conte rassicura su tasse e reddito di cittadinanza
ANSA
Il governo guidato da Giuseppe Conte incassa la fiducia anche alla Camera. Una fiducia ampia: 350 sì, 35 astenuti, 236 no. Dopo il via libera di Montecitorio, il governo del cambiamento è nella pienezza delle sue funzioni. Il risultato della votazione scatena un vero e proprio boato in aula: M5s e Lega si stringono intorno al presidente del Consiglio e all'intero governo. Tonico e determinato, sempre più a suo agio sul palcoscenico politico e istituzionale, il premier rintuzza gli attacchi delle opposizioni e tranquillizza, nella sua replica, sia l'Europa che la Nato, preparandosi ad affrontare il suo primo, importantissimo, impegno internazionale: il G7 in programma in Canada domani e dopodomani. «La prima cosa al G7 per l'Italia», spiega Conte, «sarà farsi conoscere, la seconda farsi rispettare».
Conte, con al suo fianco i due pilastri della maggioranza M5s-Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si rivolge agli alleati del Patto atlantico: «Per quanto riguarda», dice Conte, «la posizione a livello internazionale, siamo nella Nato e vogliamo rimanerci optime». Un passaggio apprezzato dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al quale Conte rivolge il suo saluto e ringraziamento, esprimendo anche la sua amarezza per gli attacchi rivolti nelle scorse settimane al capo dello Stato, che hanno coinvolto anche la memoria di Piersanti, il fratello di Sergio Mattarella trucidato dalla mafia. «Questo esecutivo», aggiunge Conte, «oltre al contratto di governo, ha presente la Costituzione e iscriveremo tutte le nostre iniziative sotto l'architettura costituzionale, la carta europea dei diritti fondamentali e il sistema della Corte europea dei diritti dell'uomo».
Conte si sofferma sulla necessità di ridiscutere le regole europee senza strappi ma attraverso un dialogo costante quanto fermo con Bruxelles: «Questo governo», scandisce Giuseppe Conte, «ha l'ardire di voler promuovere delle nuove politiche economiche. Questo significa evidentemente, favorire la crescita nel rispetto di una discesa progressiva del debito. Bisogna vedere come arrivarci», aggiunge Conte, «negozieremo anche a livello europeo e quindi ci siederemo a quei tavoli volendo esprimere un indirizzo politico. E ci auguriamo di avere la fermezza e la risolutezza necessari per essere ascoltati dai nostri partner». Entra nel merito delle questioni più urgenti e determinanti, Conte, nella sua replica alla Camera, scatenando l'entusiasmo della sua maggioranza, compatta nell'applaudire il premier in moltissime occasioni.
Conte fa chiarezza sulla flat tax e sul reddito di cittadinanza, argomenti che le opposizioni, strumentalmente, utilizzano in queste ore per attaccare il governo del cambiamento: «Sulla flat tax», sottolinea Conte, «siamo tutti d'accordo, il sistema fiscale e tributario oggi lascia molto a desiderare, c'è da operare una riforma. È molto chiaro che è previsto un sistema di aliquote, bisogna recuperare un sistema di progressività e ci sarà anche un sistema di no tax area. Il reddito di cittadinanza non sarà una misura assistenziale», precisa Conte, «lo abbiamo concepito come un sostegno per il reinserimento lavorativo. Il reddito di cittadinanza sarà articolato in più di una fase. La prima fase è potenziare i centri dell'impiego, diversamente siamo di fronte all'erogazione di misure che abbiamo già sperimentato. Abbiamo scelto di progettare questa misura in modo molto oculato e articolato».
Sarà una rivoluzione, quella del governo del cambiamento, condotta all'insegna della saggezza e del realismo. Conte garantisce che ciò che di buono è stato fatto in precedenza, sulla scuola, sull'immigrazione, non verrà smantellato ma migliorato. «Non siamo qui per stravolgere. Sull'immigrazione», sottolinea Conte, «c'è l'esigenza di gestire flussi migratori, finora a livello europeo la gestione si è rivelata fallimentare, penso possiamo concordare tutti. Intendiamo promuovere una più equa ripartizione della responsabilità a livello europeo, non è una questione solo economica, lo ha detto anche Angela Merkel, ma è il concetto di cittadinanza europea». «Vogliamo operare», precisa il presidente del Consiglio, «un ragionamento costi-benefici per le infrastrutture. Non ci sottrarremo agli investimenti sulle infrastrutture».
Le dichiarazioni di voto dei capigruppo rispecchiano le posizioni dei partiti. Mariastella Gelmini di Forza Italia, e Graziano Delrio del Pd attaccano Conte con argomentazioni trite e ritrite: la presunta vaghezza del programma, «intrisi di pauperismo e giustizialismo», i conti pubblici. Curioso il nervosismo con il quale i «Nazareni» reagiscono all'unisono quando Conte parla di conflitto di interessi. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, conferma l'astensione benevola, nell'attesa di entrare organicamente in maggioranza: «Non daremo la fiducia a questo governo», annuncia la Meloni, «ma tiferemo affinché faccia bene perché noi siamo prima di ogni cosa e di ogni interesse sempre e comunque dalla parte degli italiani».
«E le coperture?», mantra ignorato dai predecessori
Come grida l'opposizione, il discorso d'insediamento di Giuseppe Conte non contiene cenni a tempistiche puntuali e coperture economiche. Le critiche si sono sprecate e abbiamo avuto una curiosità: andare a rileggere gli interventi per chiedere la fiducia pronunciati da Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ebbene, nessuno dei precedenti premier forniva garanzie né spiegazioni su dove andare a pescare i soldi per realizzare il programma. Queste informazioni sono sempre state delegate alla successiva Finanziaria, dove bisogna specificare le coperture.
Anche se in molti fanno finta di non saperlo, il discorso d'insediamento deve dare un indirizzo politico al governo e non conteggiare con il pallottoliere quanto serve per questo o per quell'altro. Questo è compito dei vari ministri, in primis quello delle Finanze. Rileggendo le parole dei predecessori di Conte, non solo non si pronunciano quasi mai cifre o scadenze, ma capita di imbattersi in provvedimenti annunciati a gran voce e rimasti nel mondo dei desideri oppure in altri che sono stati taciuti al momento della fiducia, come per esempio la riforma dell'articolo 18.
Matteo RenziIl discorso pronunciato da Matteo Renzi il 25 febbraio 2014, e durato circa un'ora e 10 minuti, conteneva molte visioni e pochissime cifre. Oltre a una serie di promesse sparpagliate in un eloquio coinvolgente che negli anni a seguire sarebbero rimaste tali. Assicurava che avrebbe «immediatamente» presentato in Parlamento una riduzione «a due cifre del cuneo fiscale» e annunciava lo «sblocco totale dei crediti dello Stato».
Non ci risulta che alle parole siano mai seguiti i fatti. E il taglio del cuneo fiscale ha mai visto la luce, nonostante Renzi assicurasse genericamente «risultati concreti nel primo semestre 2014». Ovvero subito. Sul lavoro, invece, l'attuale senatore aveva parlato in maniera generica e vaga di lotta alla disoccupazione, come «interesse nazionale», senza però mai citare la modifica dell'articolo 18. Comunque, nel suo intervento mancano i numeri e anche i provvedimenti specifici. Vaghi gli accenni alla riforma della giustizia affidata al ministro Andrea Orlando e all'allentamento del patto di stabilità per i Comuni. Infine anche l'annunciato «grande piano per la scuola l'edilizia scolastica», copiato dal programma del premier britannico Tony Blair: anche qui parole non supportate da alcuna copertura. Ultima nota del discorso, tenuto a braccio, di Matteo Renzi è la conclusione altamente enfatica: «Sulla realizzazione dei punti illustrati non ci sono più alibi per nessuno, abbiamo una sola chance e se perdiamo è colpa mia».
Enrico Letta Il premier in seguito liquidato con l'hashtag renziano #staiserenoenrico, tiene il suo discorso d'insediamento il 29 aprile 2013. Per contestualizzarlo, bisogna ricordare che segue il governo di «lacrime e sangue» di Mario Monti. Anche l'attuale direttore della Scuola di affari internazionali dell'Istituto di studi politici di Parigi non fa riferimento alcuno a coperture o cifre, sebbene il suo intervento sia decisamente più puntuale e meno retorico rispetto a quello che terrà il suo successore e Bruto, Matteo Renzi. Letta mette il lavoro e la lotta alla disoccupazione al centro della sua agenda di governo. Si tratta di buoni propositi che però mal si conciliano e si concilieranno con la zelante accettazione dei vincoli europei più volte ribadita dallo stesso premier. Il primo ministro parla per circa 50 minuti e paragona il suo governo a Davide, che deve abbattere un Golia di problemi colossali. Per esempio quello delle pensioni e di chi è rimasto incastrato nelle ruote dentate della riforma Fornero: «Con questi lavoratori la società», dice Letta, «ha rotto un patto e la soluzione strutturale di questo problema è un impegno prioritario di questo governo». Ma della riforma del sistema pensionistico si sta discutendo ancora oggi. Per dovere di cronaca, bisogna ricordare che Letta dice che a giugno non si pagherà la rata Imu in attesa di «una riforma complessiva» delle imposte sulla casa. E si prende anche l'impegno a rinunciare all'inasprimento dell'Iva. Promesse entrambe mantenute.
Paolo Gentiloni In linea con il personaggio, Paolo Gentiloni il 13 dicembre 2016 tiene un discorso breve, meno di 20 minuti, e di colore grigio. Peraltro davanti a un emiciclo semivuoto, poiché Lega e 5 Stelle disertano l'aula e anche Forza Italia e Fratelli d'Italia sono presenti con una sparuta rappresentanza. Siamo all'indomani del referendum, disastroso per il Pd, che ha spazzato via Matteo Renzi da Palazzo Chigi. Gentiloni, chiedendo la fiducia al Parlamento, non snocciola una cifra né una copertura per quello che intende in concreto fare. Per esempio su lavoro e sistema previdenziale: «Partite Iva e lavoro dipendente sono i due punti su cui dobbiamo lavorare maggiormente per far ripartire il Paese. Il governo lavorerà per completare la riforma del lavoro e delle pensioni», dice il premier senza però spiegare quali saranno i passi né con quali fondi verranno finanziati. Per quanto riguarda l'Unione europea spiega che «non è accettabile, e ancor meno lo sarebbe nel quadro di un'ipotetica riforma del regolamento di Dublino, che passi un principio di un'Europa troppo severa su alcuni aspetti delle politiche di austerity, e troppo tollerante nei confronti di Paesi che non accettano di assumere responsabilità comuni sui temi dell'immigrazione». Su questo punto le sue parole, a dire il vero, non si discostano troppo da quelle pronunciate in Senato da Conte. Mentre dissonante è la linea sulla politica estera, che l'attuale premier vuole più collaborativa Russia: «Noi siamo pronti a collaborare con quello che è da sempre il nostro principale partner e alleato, gli Usa», spiega Gentiloni. Un ultimo passaggio, che suona comico, riguarda la legge elettorale, la stessa che ha bloccato l'Italia per tre mesi prima che si riuscisse a mettere assieme un esecutivo: «Occorre avere regole chiare che consentano di votare per Camera e Senato in modo armonico». Come fare, naturalmente, non lo spiega.
Alfredo Arduino
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Larga maggioranza: 350 voti. Il premier: «Non smantelleremo quanto c'è di buono». Forza Italia alleata del Pd: «Programma intriso di pauperismo e giustizialismo».Da Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni promesse e bugie ma mai cifre. Perché il capo del governo dà l'indirizzo politico, non usa il pallottoliere.Lo speciale contiene due articoli.Il governo guidato da Giuseppe Conte incassa la fiducia anche alla Camera. Una fiducia ampia: 350 sì, 35 astenuti, 236 no. Dopo il via libera di Montecitorio, il governo del cambiamento è nella pienezza delle sue funzioni. Il risultato della votazione scatena un vero e proprio boato in aula: M5s e Lega si stringono intorno al presidente del Consiglio e all'intero governo. Tonico e determinato, sempre più a suo agio sul palcoscenico politico e istituzionale, il premier rintuzza gli attacchi delle opposizioni e tranquillizza, nella sua replica, sia l'Europa che la Nato, preparandosi ad affrontare il suo primo, importantissimo, impegno internazionale: il G7 in programma in Canada domani e dopodomani. «La prima cosa al G7 per l'Italia», spiega Conte, «sarà farsi conoscere, la seconda farsi rispettare». Conte, con al suo fianco i due pilastri della maggioranza M5s-Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si rivolge agli alleati del Patto atlantico: «Per quanto riguarda», dice Conte, «la posizione a livello internazionale, siamo nella Nato e vogliamo rimanerci optime». Un passaggio apprezzato dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al quale Conte rivolge il suo saluto e ringraziamento, esprimendo anche la sua amarezza per gli attacchi rivolti nelle scorse settimane al capo dello Stato, che hanno coinvolto anche la memoria di Piersanti, il fratello di Sergio Mattarella trucidato dalla mafia. «Questo esecutivo», aggiunge Conte, «oltre al contratto di governo, ha presente la Costituzione e iscriveremo tutte le nostre iniziative sotto l'architettura costituzionale, la carta europea dei diritti fondamentali e il sistema della Corte europea dei diritti dell'uomo».Conte si sofferma sulla necessità di ridiscutere le regole europee senza strappi ma attraverso un dialogo costante quanto fermo con Bruxelles: «Questo governo», scandisce Giuseppe Conte, «ha l'ardire di voler promuovere delle nuove politiche economiche. Questo significa evidentemente, favorire la crescita nel rispetto di una discesa progressiva del debito. Bisogna vedere come arrivarci», aggiunge Conte, «negozieremo anche a livello europeo e quindi ci siederemo a quei tavoli volendo esprimere un indirizzo politico. E ci auguriamo di avere la fermezza e la risolutezza necessari per essere ascoltati dai nostri partner». Entra nel merito delle questioni più urgenti e determinanti, Conte, nella sua replica alla Camera, scatenando l'entusiasmo della sua maggioranza, compatta nell'applaudire il premier in moltissime occasioni. Conte fa chiarezza sulla flat tax e sul reddito di cittadinanza, argomenti che le opposizioni, strumentalmente, utilizzano in queste ore per attaccare il governo del cambiamento: «Sulla flat tax», sottolinea Conte, «siamo tutti d'accordo, il sistema fiscale e tributario oggi lascia molto a desiderare, c'è da operare una riforma. È molto chiaro che è previsto un sistema di aliquote, bisogna recuperare un sistema di progressività e ci sarà anche un sistema di no tax area. Il reddito di cittadinanza non sarà una misura assistenziale», precisa Conte, «lo abbiamo concepito come un sostegno per il reinserimento lavorativo. Il reddito di cittadinanza sarà articolato in più di una fase. La prima fase è potenziare i centri dell'impiego, diversamente siamo di fronte all'erogazione di misure che abbiamo già sperimentato. Abbiamo scelto di progettare questa misura in modo molto oculato e articolato».Sarà una rivoluzione, quella del governo del cambiamento, condotta all'insegna della saggezza e del realismo. Conte garantisce che ciò che di buono è stato fatto in precedenza, sulla scuola, sull'immigrazione, non verrà smantellato ma migliorato. «Non siamo qui per stravolgere. Sull'immigrazione», sottolinea Conte, «c'è l'esigenza di gestire flussi migratori, finora a livello europeo la gestione si è rivelata fallimentare, penso possiamo concordare tutti. Intendiamo promuovere una più equa ripartizione della responsabilità a livello europeo, non è una questione solo economica, lo ha detto anche Angela Merkel, ma è il concetto di cittadinanza europea». «Vogliamo operare», precisa il presidente del Consiglio, «un ragionamento costi-benefici per le infrastrutture. Non ci sottrarremo agli investimenti sulle infrastrutture».Le dichiarazioni di voto dei capigruppo rispecchiano le posizioni dei partiti. Mariastella Gelmini di Forza Italia, e Graziano Delrio del Pd attaccano Conte con argomentazioni trite e ritrite: la presunta vaghezza del programma, «intrisi di pauperismo e giustizialismo», i conti pubblici. Curioso il nervosismo con il quale i «Nazareni» reagiscono all'unisono quando Conte parla di conflitto di interessi. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, conferma l'astensione benevola, nell'attesa di entrare organicamente in maggioranza: «Non daremo la fiducia a questo governo», annuncia la Meloni, «ma tiferemo affinché faccia bene perché noi siamo prima di ogni cosa e di ogni interesse sempre e comunque dalla parte degli italiani». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fiducia-si-della-camera-conte-rassicura-su-tasse-e-reddito-di-cittadinanza-2575763199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-le-coperture-mantra-ignorato-dai-predecessori" data-post-id="2575763199" data-published-at="1771684345" data-use-pagination="False"> «E le coperture?», mantra ignorato dai predecessori Come grida l'opposizione, il discorso d'insediamento di Giuseppe Conte non contiene cenni a tempistiche puntuali e coperture economiche. Le critiche si sono sprecate e abbiamo avuto una curiosità: andare a rileggere gli interventi per chiedere la fiducia pronunciati da Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ebbene, nessuno dei precedenti premier forniva garanzie né spiegazioni su dove andare a pescare i soldi per realizzare il programma. Queste informazioni sono sempre state delegate alla successiva Finanziaria, dove bisogna specificare le coperture. Anche se in molti fanno finta di non saperlo, il discorso d'insediamento deve dare un indirizzo politico al governo e non conteggiare con il pallottoliere quanto serve per questo o per quell'altro. Questo è compito dei vari ministri, in primis quello delle Finanze. Rileggendo le parole dei predecessori di Conte, non solo non si pronunciano quasi mai cifre o scadenze, ma capita di imbattersi in provvedimenti annunciati a gran voce e rimasti nel mondo dei desideri oppure in altri che sono stati taciuti al momento della fiducia, come per esempio la riforma dell'articolo 18. Matteo RenziIl discorso pronunciato da Matteo Renzi il 25 febbraio 2014, e durato circa un'ora e 10 minuti, conteneva molte visioni e pochissime cifre. Oltre a una serie di promesse sparpagliate in un eloquio coinvolgente che negli anni a seguire sarebbero rimaste tali. Assicurava che avrebbe «immediatamente» presentato in Parlamento una riduzione «a due cifre del cuneo fiscale» e annunciava lo «sblocco totale dei crediti dello Stato». Non ci risulta che alle parole siano mai seguiti i fatti. E il taglio del cuneo fiscale ha mai visto la luce, nonostante Renzi assicurasse genericamente «risultati concreti nel primo semestre 2014». Ovvero subito. Sul lavoro, invece, l'attuale senatore aveva parlato in maniera generica e vaga di lotta alla disoccupazione, come «interesse nazionale», senza però mai citare la modifica dell'articolo 18. Comunque, nel suo intervento mancano i numeri e anche i provvedimenti specifici. Vaghi gli accenni alla riforma della giustizia affidata al ministro Andrea Orlando e all'allentamento del patto di stabilità per i Comuni. Infine anche l'annunciato «grande piano per la scuola l'edilizia scolastica», copiato dal programma del premier britannico Tony Blair: anche qui parole non supportate da alcuna copertura. Ultima nota del discorso, tenuto a braccio, di Matteo Renzi è la conclusione altamente enfatica: «Sulla realizzazione dei punti illustrati non ci sono più alibi per nessuno, abbiamo una sola chance e se perdiamo è colpa mia». Enrico Letta Il premier in seguito liquidato con l'hashtag renziano #staiserenoenrico, tiene il suo discorso d'insediamento il 29 aprile 2013. Per contestualizzarlo, bisogna ricordare che segue il governo di «lacrime e sangue» di Mario Monti. Anche l'attuale direttore della Scuola di affari internazionali dell'Istituto di studi politici di Parigi non fa riferimento alcuno a coperture o cifre, sebbene il suo intervento sia decisamente più puntuale e meno retorico rispetto a quello che terrà il suo successore e Bruto, Matteo Renzi. Letta mette il lavoro e la lotta alla disoccupazione al centro della sua agenda di governo. Si tratta di buoni propositi che però mal si conciliano e si concilieranno con la zelante accettazione dei vincoli europei più volte ribadita dallo stesso premier. Il primo ministro parla per circa 50 minuti e paragona il suo governo a Davide, che deve abbattere un Golia di problemi colossali. Per esempio quello delle pensioni e di chi è rimasto incastrato nelle ruote dentate della riforma Fornero: «Con questi lavoratori la società», dice Letta, «ha rotto un patto e la soluzione strutturale di questo problema è un impegno prioritario di questo governo». Ma della riforma del sistema pensionistico si sta discutendo ancora oggi. Per dovere di cronaca, bisogna ricordare che Letta dice che a giugno non si pagherà la rata Imu in attesa di «una riforma complessiva» delle imposte sulla casa. E si prende anche l'impegno a rinunciare all'inasprimento dell'Iva. Promesse entrambe mantenute. Paolo Gentiloni In linea con il personaggio, Paolo Gentiloni il 13 dicembre 2016 tiene un discorso breve, meno di 20 minuti, e di colore grigio. Peraltro davanti a un emiciclo semivuoto, poiché Lega e 5 Stelle disertano l'aula e anche Forza Italia e Fratelli d'Italia sono presenti con una sparuta rappresentanza. Siamo all'indomani del referendum, disastroso per il Pd, che ha spazzato via Matteo Renzi da Palazzo Chigi. Gentiloni, chiedendo la fiducia al Parlamento, non snocciola una cifra né una copertura per quello che intende in concreto fare. Per esempio su lavoro e sistema previdenziale: «Partite Iva e lavoro dipendente sono i due punti su cui dobbiamo lavorare maggiormente per far ripartire il Paese. Il governo lavorerà per completare la riforma del lavoro e delle pensioni», dice il premier senza però spiegare quali saranno i passi né con quali fondi verranno finanziati. Per quanto riguarda l'Unione europea spiega che «non è accettabile, e ancor meno lo sarebbe nel quadro di un'ipotetica riforma del regolamento di Dublino, che passi un principio di un'Europa troppo severa su alcuni aspetti delle politiche di austerity, e troppo tollerante nei confronti di Paesi che non accettano di assumere responsabilità comuni sui temi dell'immigrazione». Su questo punto le sue parole, a dire il vero, non si discostano troppo da quelle pronunciate in Senato da Conte. Mentre dissonante è la linea sulla politica estera, che l'attuale premier vuole più collaborativa Russia: «Noi siamo pronti a collaborare con quello che è da sempre il nostro principale partner e alleato, gli Usa», spiega Gentiloni. Un ultimo passaggio, che suona comico, riguarda la legge elettorale, la stessa che ha bloccato l'Italia per tre mesi prima che si riuscisse a mettere assieme un esecutivo: «Occorre avere regole chiare che consentano di votare per Camera e Senato in modo armonico». Come fare, naturalmente, non lo spiega. Alfredo Arduino