True
2023-03-23
«Fermiamo gli sbarchi con il blocco navale»
Ansa
«Non ho mai cambiato idea sul blocco navale, voglio ancora una missione europea in accordo con le autorità africane per bloccare le partenze». In una seduta più calda e indisciplinata di quella di martedì al Senato, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato nell’aula di Montecitorio in modo ancora più chiaro all’Europa sul dossier migranti. E lo ha fatto rivendicando uno dei cardini della campagna elettorale, che gli avversari avevano accusato di aver sacrificato sull’altare della realpolitik.
Invece, proprio alla vigilia di un Consiglio Ue che rischia di risolversi nell’ennesima bolla di sapone e all’indomani di una telefonata con la leader della Commissione, Ursula von der Leyen, incentrata sulle misure per contrastare l’emergenza sbarchi clandestini, Meloni è tornata all’attacco, intensificando il pressing su Bruxelles affinché assuma finalmente iniziative concrete. «Ci accusavate di voler instaurare da soli un blocco navale», ha affermato il premier in sede di replica guardando la parte sinistra dell’emiciclo, «ma io ho sempre detto che andava istituito con le autorità europee in accordo con quelle africane. Io non ho cambiato idea». «Fermare le partenze illegali», ha spiegato ancora Meloni, «è il lavoro che il governo sta cercando di fare con un piano articolato rispetto al quale non mi sono chiare le alternative che vengono proposte».
A questo punto, il riferimento diretto al vertice europeo di oggi e domani: «Vedremo cosa la Commissione riferirà, c’è tantissimo lavoro da fare». Meloni ha ribadito che quelle del nostro Paese a Bruxelles sono «proposte ragionevoli», dunque non vi dovranno essere alibi dalla controparte europea: «Se si riesce a limitare i movimenti primari è più facile governare i movimenti secondari, perché non possiamo neanche accettare che l’Italia sia il campo profughi d’Europa. È una posizione di buonsenso su cui ho trovato un approccio interessato, tanto che questo cambio di paradigma è nelle conclusioni dell’ultimo Consiglio Ue». Viceversa, per il premier, dalle opposizioni «non si è capito quale sia la proposta alternativa: sento parlare di Dublino che sicuramente va rivisto ma non è la soluzione per l’Italia, serve un approccio più globale, che non può prescindere dal dialogo con Paesi africani».
E a questo proposito, proprio perché il Consiglio Ue di oggi non ha formalmente all’ordine del giorno il contenimento degli sbarchi illegali e la difesa delle frontiere esterne europee ma solo un «aggiornamento» sul tema sollecitato previa lettera ai 27 dalla von der Leyen, la via che sta perseguendo il governo è quella degli accordi bilaterali coi Paesi da cui i migranti provengono.
È il caso della Costa d’Avorio, dalla quale sono arrivati la maggior parte di migranti sbarcati illegalmente sulle nostre coste nel primo trimestre di quest’anno (circa 3.500 su 20.000) e nella quale è volato in missione il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, negli ultimi due giorni. Alla base della visita, la sottoscrizione di una serie di accordi di cooperazione, mirati ad aumentare l’efficacia del controllo delle frontiere interne africane e dell’attività dei trafficanti di essere umani, oltre ovviamente ad accordi di sostegno economico.
Tornando a Montecitorio, va detto che nei corridoi di Palazzo, mentre si svolgeva l’informativa, ha tenuto banco per tutta la mattinata il caso dei ministri leghisti non presenti sui banchi del governo. Un evento in cui molti hanno visto una certa insofferenza del Carroccio per la posizione espressa al Senato da Meloni sull’invio di armi a Kiev, sottolineata in chiaro martedì dall’intervento del capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Il tema della linea che il nostro Paese deve assumere nel medio termine rispetto al conflitto ucraino, in ogni caso, resta sul tavolo, come testimoniato dalle presenze bipartisan (tranne Fratelli d’Italia) a un convegno che si è tenuto nei pressi di Montecitorio organizzato da «Avvocatura in missione», nel corso del quale sia Romeo sia altri esponenti politici hanno ribadito l’esigenza di andare oltre la fornitura di armi e l’ex-sindaco di Roma Gianni Alemanno ha prospettato l’idea di un referendum antiguerra.
In ogni caso, per la Lega sono stati presenti alla seduta i ministri dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, e quello per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, che hanno dato vita a una sorta di «staffetta». A incalzare la maggioranza su questo, in apertura di seduta, il leader del Terzo polo, Carlo Calenda, mentre il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, interpellato dai giornalisti, minimizzava rispondendo che «non c’è alcun problema politico» e che «i ministri avranno altri impegni», riferendosi in particolare al vicepremier Matteo Salvini impegnato al Mit e a quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «impegnatissimo sulle crisi bancarie».
Al netto delle fibrillazioni, al momento del voto delle risoluzioni nessuna sorpresa, col documento di maggioranza approvato senza problemi e quello del Terzo polo parzialmente votato anche dal centrodestra. Opposizioni anche stavolta in ordine sparso. Con il leader del M5s, Giuseppe Conte, protagonista dell’ennesima gaffe: «I vostri esperti manager che motivano la squadra citando il discorso di Benito Mussolini all'indomani del delitto Andreotti... Matteotti, scusate», ha detto l’ex premier.
Giù le mani dalla Guardia costiera. «Non bisogna toglierle funzioni»
L’allarme proviene da Conftrasporto, che ne ha fatto oggetto di una breve nota diffusa nei giorni scorsi, al sentore di intenzioni, non meglio precisate, di ridefinire il ruolo della Guardia costiera. E così Conftrasporto e le sue federazioni Assarmatori, Federagenti, Federlogistica e Fise Uniport hanno manifestato al Comandante generale del corpo delle capitanerie di porto - Guardia costiera, ammiraglio Nicola Carlone, la loro «preoccupazione» rispetto a queste notizie durante l’assemblea pubblica di Federagenti. Il corpo, scrivono nella nota, «con la propria autonomia operativa e la professionalità delle sue donne e dei suoi uomini, ha sempre rappresentato un’eccellenza nel garantire la sicurezza in mare e il rispetto di tutte le norme internazionali e nazionali che regolano le attività marittime e portuali. Ci appelliamo dunque al governo affinché non si modifichi l’attuale equilibrio relativo alla governance della blue economy, manifestando totale appoggio al delicato lavoro del corpo e del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti».
Non è ancora chiaro, da queste anticipazioni, quali funzioni e attività s’intenderebbe togliere alle capitanerie di porto e a chi sarebbero attribuite. Non è certo da escludere che vi sia chi cerca di rivendicare un ruolo che l’istituzione della Guardia costiera ha frustrato. Ricordo, essendomi occupato per incarico dell’allora ministro della Marina mercantile, Giovanni Prandini, di predisporre gli atti relativi alla istituzione di questo speciale reparto delle capitanerie di porto, quanti ostacoli venivano frapposti da alcuni corpi dello Stato in quel momento non disponibili ad individuare, come si voleva, forme di collaborazione coordinate in relazione alle varie esigenze del controllo della navigazione e delle attività lecite e illecite che si svolgono in mare, questione non di poco conto per l’Italia che ha una notevole estensione delle coste e una rilevante attività peschereccia e di navigazione da trasporto e da diporto, considerata anche la rilevante attività turistica che vede impegnate importanti compagnie di navigazione, italiane e straniere. Ci fu perfino chi indusse il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a esprimere dubbi sulla legittimità del provvedimento istitutivo della Guardia costiera. Cosa che il presidente, uomo di buon senso e fine giurista, superò quando gli furono spiegate le ragioni della istituzione di questo speciale reparto, nel rispetto del Codice della navigazione e della normativa convenzionale sulla navigazione e sulla salvaguardia della vita umana in mare.
L’ipotesi, che mi auguro, destituita di fondamento, nasce nel clima delle polemiche alimentate dalle sinistre che speculano senza vergogna sulle salme raccolte a riva, a Cutro, soprattutto sui bambini morti, fidando dei sentimenti degli italiani, certamente buoni e capaci di piangere quelle vite spezzate, ma non incapaci di far di conto e di constatare che se nei giorni precedenti ed in quelli successivi la Guardia costiera ha salvato centinaia di migranti in procinto di annegare, non è possibile immaginare, neppure per ipotesi, che ci sia stata «disattenzione» per il naufragio sulle rive di Calabria.
Non ha certamente bisogno di difensori d’ufficio la Guardia Costiera. Dicono del suo impegno la contabilità dei salvataggi in mare, spesso in condizioni meteomarine estreme, come abbiamo visto in mille filmati delle televisioni, quando il trasbordo dei naufraghi da imbarcazioni dove sono ammassate molte decine di persone è opera ai limiti dell’umano che per gli uomini e le donne delle capitanerie di porto costituisce un dovere, come per ogni marinaio, ben prima che lo impongano le convenzioni internazionali.
E questo dice inequivocabilmente che il naufragio del barcone di migranti sulla spiaggia di Cutro è stato conseguenza di una manovra sbagliata a pochi metri dalla battigia a causa di un ostacolo che il pilota inesperto e privo di mezzi di diagnosi dei fondali non era stato in condizione di prevedere.
Naturalmente, a parte l’opposizione alla ricerca di visibilità, c’è anche chi, tra le istituzioni, pensa di fare i conti con questa articolazione delle capitanerie di porto che si è conquistata un’immagine di grande efficienza e, forse, ha oscurato di fatto il ruolo di altri.
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni alla Camera in vista del Consiglio Ue di oggi: «Non ho mai cambiato idea, dovrà essere europeo e condiviso con la Libia». Matteo Piantedosi firma un accordo con la Costa d’Avorio contro i trafficanti di uomini. Malumore Lega sulle armi a Kiev: ministri assenti.Conftrasporto lancia l’allarme sul presunto rischio di ridimensionamento del corpo.Lo speciale contiene due articoli«Non ho mai cambiato idea sul blocco navale, voglio ancora una missione europea in accordo con le autorità africane per bloccare le partenze». In una seduta più calda e indisciplinata di quella di martedì al Senato, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato nell’aula di Montecitorio in modo ancora più chiaro all’Europa sul dossier migranti. E lo ha fatto rivendicando uno dei cardini della campagna elettorale, che gli avversari avevano accusato di aver sacrificato sull’altare della realpolitik.Invece, proprio alla vigilia di un Consiglio Ue che rischia di risolversi nell’ennesima bolla di sapone e all’indomani di una telefonata con la leader della Commissione, Ursula von der Leyen, incentrata sulle misure per contrastare l’emergenza sbarchi clandestini, Meloni è tornata all’attacco, intensificando il pressing su Bruxelles affinché assuma finalmente iniziative concrete. «Ci accusavate di voler instaurare da soli un blocco navale», ha affermato il premier in sede di replica guardando la parte sinistra dell’emiciclo, «ma io ho sempre detto che andava istituito con le autorità europee in accordo con quelle africane. Io non ho cambiato idea». «Fermare le partenze illegali», ha spiegato ancora Meloni, «è il lavoro che il governo sta cercando di fare con un piano articolato rispetto al quale non mi sono chiare le alternative che vengono proposte».A questo punto, il riferimento diretto al vertice europeo di oggi e domani: «Vedremo cosa la Commissione riferirà, c’è tantissimo lavoro da fare». Meloni ha ribadito che quelle del nostro Paese a Bruxelles sono «proposte ragionevoli», dunque non vi dovranno essere alibi dalla controparte europea: «Se si riesce a limitare i movimenti primari è più facile governare i movimenti secondari, perché non possiamo neanche accettare che l’Italia sia il campo profughi d’Europa. È una posizione di buonsenso su cui ho trovato un approccio interessato, tanto che questo cambio di paradigma è nelle conclusioni dell’ultimo Consiglio Ue». Viceversa, per il premier, dalle opposizioni «non si è capito quale sia la proposta alternativa: sento parlare di Dublino che sicuramente va rivisto ma non è la soluzione per l’Italia, serve un approccio più globale, che non può prescindere dal dialogo con Paesi africani».E a questo proposito, proprio perché il Consiglio Ue di oggi non ha formalmente all’ordine del giorno il contenimento degli sbarchi illegali e la difesa delle frontiere esterne europee ma solo un «aggiornamento» sul tema sollecitato previa lettera ai 27 dalla von der Leyen, la via che sta perseguendo il governo è quella degli accordi bilaterali coi Paesi da cui i migranti provengono.È il caso della Costa d’Avorio, dalla quale sono arrivati la maggior parte di migranti sbarcati illegalmente sulle nostre coste nel primo trimestre di quest’anno (circa 3.500 su 20.000) e nella quale è volato in missione il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, negli ultimi due giorni. Alla base della visita, la sottoscrizione di una serie di accordi di cooperazione, mirati ad aumentare l’efficacia del controllo delle frontiere interne africane e dell’attività dei trafficanti di essere umani, oltre ovviamente ad accordi di sostegno economico.Tornando a Montecitorio, va detto che nei corridoi di Palazzo, mentre si svolgeva l’informativa, ha tenuto banco per tutta la mattinata il caso dei ministri leghisti non presenti sui banchi del governo. Un evento in cui molti hanno visto una certa insofferenza del Carroccio per la posizione espressa al Senato da Meloni sull’invio di armi a Kiev, sottolineata in chiaro martedì dall’intervento del capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Il tema della linea che il nostro Paese deve assumere nel medio termine rispetto al conflitto ucraino, in ogni caso, resta sul tavolo, come testimoniato dalle presenze bipartisan (tranne Fratelli d’Italia) a un convegno che si è tenuto nei pressi di Montecitorio organizzato da «Avvocatura in missione», nel corso del quale sia Romeo sia altri esponenti politici hanno ribadito l’esigenza di andare oltre la fornitura di armi e l’ex-sindaco di Roma Gianni Alemanno ha prospettato l’idea di un referendum antiguerra.In ogni caso, per la Lega sono stati presenti alla seduta i ministri dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, e quello per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, che hanno dato vita a una sorta di «staffetta». A incalzare la maggioranza su questo, in apertura di seduta, il leader del Terzo polo, Carlo Calenda, mentre il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, interpellato dai giornalisti, minimizzava rispondendo che «non c’è alcun problema politico» e che «i ministri avranno altri impegni», riferendosi in particolare al vicepremier Matteo Salvini impegnato al Mit e a quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «impegnatissimo sulle crisi bancarie».Al netto delle fibrillazioni, al momento del voto delle risoluzioni nessuna sorpresa, col documento di maggioranza approvato senza problemi e quello del Terzo polo parzialmente votato anche dal centrodestra. Opposizioni anche stavolta in ordine sparso. Con il leader del M5s, Giuseppe Conte, protagonista dell’ennesima gaffe: «I vostri esperti manager che motivano la squadra citando il discorso di Benito Mussolini all'indomani del delitto Andreotti... Matteotti, scusate», ha detto l’ex premier.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermiamo-gli-sbarchi-con-il-blocco-navale-2659639168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giu-le-mani-dalla-guardia-costiera-non-bisogna-toglierle-funzioni" data-post-id="2659639168" data-published-at="1679517410" data-use-pagination="False"> Giù le mani dalla Guardia costiera. «Non bisogna toglierle funzioni» L’allarme proviene da Conftrasporto, che ne ha fatto oggetto di una breve nota diffusa nei giorni scorsi, al sentore di intenzioni, non meglio precisate, di ridefinire il ruolo della Guardia costiera. E così Conftrasporto e le sue federazioni Assarmatori, Federagenti, Federlogistica e Fise Uniport hanno manifestato al Comandante generale del corpo delle capitanerie di porto - Guardia costiera, ammiraglio Nicola Carlone, la loro «preoccupazione» rispetto a queste notizie durante l’assemblea pubblica di Federagenti. Il corpo, scrivono nella nota, «con la propria autonomia operativa e la professionalità delle sue donne e dei suoi uomini, ha sempre rappresentato un’eccellenza nel garantire la sicurezza in mare e il rispetto di tutte le norme internazionali e nazionali che regolano le attività marittime e portuali. Ci appelliamo dunque al governo affinché non si modifichi l’attuale equilibrio relativo alla governance della blue economy, manifestando totale appoggio al delicato lavoro del corpo e del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti». Non è ancora chiaro, da queste anticipazioni, quali funzioni e attività s’intenderebbe togliere alle capitanerie di porto e a chi sarebbero attribuite. Non è certo da escludere che vi sia chi cerca di rivendicare un ruolo che l’istituzione della Guardia costiera ha frustrato. Ricordo, essendomi occupato per incarico dell’allora ministro della Marina mercantile, Giovanni Prandini, di predisporre gli atti relativi alla istituzione di questo speciale reparto delle capitanerie di porto, quanti ostacoli venivano frapposti da alcuni corpi dello Stato in quel momento non disponibili ad individuare, come si voleva, forme di collaborazione coordinate in relazione alle varie esigenze del controllo della navigazione e delle attività lecite e illecite che si svolgono in mare, questione non di poco conto per l’Italia che ha una notevole estensione delle coste e una rilevante attività peschereccia e di navigazione da trasporto e da diporto, considerata anche la rilevante attività turistica che vede impegnate importanti compagnie di navigazione, italiane e straniere. Ci fu perfino chi indusse il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a esprimere dubbi sulla legittimità del provvedimento istitutivo della Guardia costiera. Cosa che il presidente, uomo di buon senso e fine giurista, superò quando gli furono spiegate le ragioni della istituzione di questo speciale reparto, nel rispetto del Codice della navigazione e della normativa convenzionale sulla navigazione e sulla salvaguardia della vita umana in mare. L’ipotesi, che mi auguro, destituita di fondamento, nasce nel clima delle polemiche alimentate dalle sinistre che speculano senza vergogna sulle salme raccolte a riva, a Cutro, soprattutto sui bambini morti, fidando dei sentimenti degli italiani, certamente buoni e capaci di piangere quelle vite spezzate, ma non incapaci di far di conto e di constatare che se nei giorni precedenti ed in quelli successivi la Guardia costiera ha salvato centinaia di migranti in procinto di annegare, non è possibile immaginare, neppure per ipotesi, che ci sia stata «disattenzione» per il naufragio sulle rive di Calabria. Non ha certamente bisogno di difensori d’ufficio la Guardia Costiera. Dicono del suo impegno la contabilità dei salvataggi in mare, spesso in condizioni meteomarine estreme, come abbiamo visto in mille filmati delle televisioni, quando il trasbordo dei naufraghi da imbarcazioni dove sono ammassate molte decine di persone è opera ai limiti dell’umano che per gli uomini e le donne delle capitanerie di porto costituisce un dovere, come per ogni marinaio, ben prima che lo impongano le convenzioni internazionali. E questo dice inequivocabilmente che il naufragio del barcone di migranti sulla spiaggia di Cutro è stato conseguenza di una manovra sbagliata a pochi metri dalla battigia a causa di un ostacolo che il pilota inesperto e privo di mezzi di diagnosi dei fondali non era stato in condizione di prevedere. Naturalmente, a parte l’opposizione alla ricerca di visibilità, c’è anche chi, tra le istituzioni, pensa di fare i conti con questa articolazione delle capitanerie di porto che si è conquistata un’immagine di grande efficienza e, forse, ha oscurato di fatto il ruolo di altri.
Il generale lascia la Lega e Salvini lo attacca: è come Fini. Ma per Mario Adinolfi ha ragione Vannacci. Secondo Francesco Giubilei il generale sta sbagliando, Emanuele Pozzolo è entrato nella sua truppa. Voi che ne pensate?
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
Continua a leggereRiduci
Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
Continua a leggereRiduci