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2023-03-23
«Fermiamo gli sbarchi con il blocco navale»
Ansa
«Non ho mai cambiato idea sul blocco navale, voglio ancora una missione europea in accordo con le autorità africane per bloccare le partenze». In una seduta più calda e indisciplinata di quella di martedì al Senato, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato nell’aula di Montecitorio in modo ancora più chiaro all’Europa sul dossier migranti. E lo ha fatto rivendicando uno dei cardini della campagna elettorale, che gli avversari avevano accusato di aver sacrificato sull’altare della realpolitik.
Invece, proprio alla vigilia di un Consiglio Ue che rischia di risolversi nell’ennesima bolla di sapone e all’indomani di una telefonata con la leader della Commissione, Ursula von der Leyen, incentrata sulle misure per contrastare l’emergenza sbarchi clandestini, Meloni è tornata all’attacco, intensificando il pressing su Bruxelles affinché assuma finalmente iniziative concrete. «Ci accusavate di voler instaurare da soli un blocco navale», ha affermato il premier in sede di replica guardando la parte sinistra dell’emiciclo, «ma io ho sempre detto che andava istituito con le autorità europee in accordo con quelle africane. Io non ho cambiato idea». «Fermare le partenze illegali», ha spiegato ancora Meloni, «è il lavoro che il governo sta cercando di fare con un piano articolato rispetto al quale non mi sono chiare le alternative che vengono proposte».
A questo punto, il riferimento diretto al vertice europeo di oggi e domani: «Vedremo cosa la Commissione riferirà, c’è tantissimo lavoro da fare». Meloni ha ribadito che quelle del nostro Paese a Bruxelles sono «proposte ragionevoli», dunque non vi dovranno essere alibi dalla controparte europea: «Se si riesce a limitare i movimenti primari è più facile governare i movimenti secondari, perché non possiamo neanche accettare che l’Italia sia il campo profughi d’Europa. È una posizione di buonsenso su cui ho trovato un approccio interessato, tanto che questo cambio di paradigma è nelle conclusioni dell’ultimo Consiglio Ue». Viceversa, per il premier, dalle opposizioni «non si è capito quale sia la proposta alternativa: sento parlare di Dublino che sicuramente va rivisto ma non è la soluzione per l’Italia, serve un approccio più globale, che non può prescindere dal dialogo con Paesi africani».
E a questo proposito, proprio perché il Consiglio Ue di oggi non ha formalmente all’ordine del giorno il contenimento degli sbarchi illegali e la difesa delle frontiere esterne europee ma solo un «aggiornamento» sul tema sollecitato previa lettera ai 27 dalla von der Leyen, la via che sta perseguendo il governo è quella degli accordi bilaterali coi Paesi da cui i migranti provengono.
È il caso della Costa d’Avorio, dalla quale sono arrivati la maggior parte di migranti sbarcati illegalmente sulle nostre coste nel primo trimestre di quest’anno (circa 3.500 su 20.000) e nella quale è volato in missione il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, negli ultimi due giorni. Alla base della visita, la sottoscrizione di una serie di accordi di cooperazione, mirati ad aumentare l’efficacia del controllo delle frontiere interne africane e dell’attività dei trafficanti di essere umani, oltre ovviamente ad accordi di sostegno economico.
Tornando a Montecitorio, va detto che nei corridoi di Palazzo, mentre si svolgeva l’informativa, ha tenuto banco per tutta la mattinata il caso dei ministri leghisti non presenti sui banchi del governo. Un evento in cui molti hanno visto una certa insofferenza del Carroccio per la posizione espressa al Senato da Meloni sull’invio di armi a Kiev, sottolineata in chiaro martedì dall’intervento del capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Il tema della linea che il nostro Paese deve assumere nel medio termine rispetto al conflitto ucraino, in ogni caso, resta sul tavolo, come testimoniato dalle presenze bipartisan (tranne Fratelli d’Italia) a un convegno che si è tenuto nei pressi di Montecitorio organizzato da «Avvocatura in missione», nel corso del quale sia Romeo sia altri esponenti politici hanno ribadito l’esigenza di andare oltre la fornitura di armi e l’ex-sindaco di Roma Gianni Alemanno ha prospettato l’idea di un referendum antiguerra.
In ogni caso, per la Lega sono stati presenti alla seduta i ministri dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, e quello per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, che hanno dato vita a una sorta di «staffetta». A incalzare la maggioranza su questo, in apertura di seduta, il leader del Terzo polo, Carlo Calenda, mentre il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, interpellato dai giornalisti, minimizzava rispondendo che «non c’è alcun problema politico» e che «i ministri avranno altri impegni», riferendosi in particolare al vicepremier Matteo Salvini impegnato al Mit e a quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «impegnatissimo sulle crisi bancarie».
Al netto delle fibrillazioni, al momento del voto delle risoluzioni nessuna sorpresa, col documento di maggioranza approvato senza problemi e quello del Terzo polo parzialmente votato anche dal centrodestra. Opposizioni anche stavolta in ordine sparso. Con il leader del M5s, Giuseppe Conte, protagonista dell’ennesima gaffe: «I vostri esperti manager che motivano la squadra citando il discorso di Benito Mussolini all'indomani del delitto Andreotti... Matteotti, scusate», ha detto l’ex premier.
Giù le mani dalla Guardia costiera. «Non bisogna toglierle funzioni»
L’allarme proviene da Conftrasporto, che ne ha fatto oggetto di una breve nota diffusa nei giorni scorsi, al sentore di intenzioni, non meglio precisate, di ridefinire il ruolo della Guardia costiera. E così Conftrasporto e le sue federazioni Assarmatori, Federagenti, Federlogistica e Fise Uniport hanno manifestato al Comandante generale del corpo delle capitanerie di porto - Guardia costiera, ammiraglio Nicola Carlone, la loro «preoccupazione» rispetto a queste notizie durante l’assemblea pubblica di Federagenti. Il corpo, scrivono nella nota, «con la propria autonomia operativa e la professionalità delle sue donne e dei suoi uomini, ha sempre rappresentato un’eccellenza nel garantire la sicurezza in mare e il rispetto di tutte le norme internazionali e nazionali che regolano le attività marittime e portuali. Ci appelliamo dunque al governo affinché non si modifichi l’attuale equilibrio relativo alla governance della blue economy, manifestando totale appoggio al delicato lavoro del corpo e del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti».
Non è ancora chiaro, da queste anticipazioni, quali funzioni e attività s’intenderebbe togliere alle capitanerie di porto e a chi sarebbero attribuite. Non è certo da escludere che vi sia chi cerca di rivendicare un ruolo che l’istituzione della Guardia costiera ha frustrato. Ricordo, essendomi occupato per incarico dell’allora ministro della Marina mercantile, Giovanni Prandini, di predisporre gli atti relativi alla istituzione di questo speciale reparto delle capitanerie di porto, quanti ostacoli venivano frapposti da alcuni corpi dello Stato in quel momento non disponibili ad individuare, come si voleva, forme di collaborazione coordinate in relazione alle varie esigenze del controllo della navigazione e delle attività lecite e illecite che si svolgono in mare, questione non di poco conto per l’Italia che ha una notevole estensione delle coste e una rilevante attività peschereccia e di navigazione da trasporto e da diporto, considerata anche la rilevante attività turistica che vede impegnate importanti compagnie di navigazione, italiane e straniere. Ci fu perfino chi indusse il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a esprimere dubbi sulla legittimità del provvedimento istitutivo della Guardia costiera. Cosa che il presidente, uomo di buon senso e fine giurista, superò quando gli furono spiegate le ragioni della istituzione di questo speciale reparto, nel rispetto del Codice della navigazione e della normativa convenzionale sulla navigazione e sulla salvaguardia della vita umana in mare.
L’ipotesi, che mi auguro, destituita di fondamento, nasce nel clima delle polemiche alimentate dalle sinistre che speculano senza vergogna sulle salme raccolte a riva, a Cutro, soprattutto sui bambini morti, fidando dei sentimenti degli italiani, certamente buoni e capaci di piangere quelle vite spezzate, ma non incapaci di far di conto e di constatare che se nei giorni precedenti ed in quelli successivi la Guardia costiera ha salvato centinaia di migranti in procinto di annegare, non è possibile immaginare, neppure per ipotesi, che ci sia stata «disattenzione» per il naufragio sulle rive di Calabria.
Non ha certamente bisogno di difensori d’ufficio la Guardia Costiera. Dicono del suo impegno la contabilità dei salvataggi in mare, spesso in condizioni meteomarine estreme, come abbiamo visto in mille filmati delle televisioni, quando il trasbordo dei naufraghi da imbarcazioni dove sono ammassate molte decine di persone è opera ai limiti dell’umano che per gli uomini e le donne delle capitanerie di porto costituisce un dovere, come per ogni marinaio, ben prima che lo impongano le convenzioni internazionali.
E questo dice inequivocabilmente che il naufragio del barcone di migranti sulla spiaggia di Cutro è stato conseguenza di una manovra sbagliata a pochi metri dalla battigia a causa di un ostacolo che il pilota inesperto e privo di mezzi di diagnosi dei fondali non era stato in condizione di prevedere.
Naturalmente, a parte l’opposizione alla ricerca di visibilità, c’è anche chi, tra le istituzioni, pensa di fare i conti con questa articolazione delle capitanerie di porto che si è conquistata un’immagine di grande efficienza e, forse, ha oscurato di fatto il ruolo di altri.
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Giorgia Meloni alla Camera in vista del Consiglio Ue di oggi: «Non ho mai cambiato idea, dovrà essere europeo e condiviso con la Libia». Matteo Piantedosi firma un accordo con la Costa d’Avorio contro i trafficanti di uomini. Malumore Lega sulle armi a Kiev: ministri assenti.Conftrasporto lancia l’allarme sul presunto rischio di ridimensionamento del corpo.Lo speciale contiene due articoli«Non ho mai cambiato idea sul blocco navale, voglio ancora una missione europea in accordo con le autorità africane per bloccare le partenze». In una seduta più calda e indisciplinata di quella di martedì al Senato, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato nell’aula di Montecitorio in modo ancora più chiaro all’Europa sul dossier migranti. E lo ha fatto rivendicando uno dei cardini della campagna elettorale, che gli avversari avevano accusato di aver sacrificato sull’altare della realpolitik.Invece, proprio alla vigilia di un Consiglio Ue che rischia di risolversi nell’ennesima bolla di sapone e all’indomani di una telefonata con la leader della Commissione, Ursula von der Leyen, incentrata sulle misure per contrastare l’emergenza sbarchi clandestini, Meloni è tornata all’attacco, intensificando il pressing su Bruxelles affinché assuma finalmente iniziative concrete. «Ci accusavate di voler instaurare da soli un blocco navale», ha affermato il premier in sede di replica guardando la parte sinistra dell’emiciclo, «ma io ho sempre detto che andava istituito con le autorità europee in accordo con quelle africane. Io non ho cambiato idea». «Fermare le partenze illegali», ha spiegato ancora Meloni, «è il lavoro che il governo sta cercando di fare con un piano articolato rispetto al quale non mi sono chiare le alternative che vengono proposte».A questo punto, il riferimento diretto al vertice europeo di oggi e domani: «Vedremo cosa la Commissione riferirà, c’è tantissimo lavoro da fare». Meloni ha ribadito che quelle del nostro Paese a Bruxelles sono «proposte ragionevoli», dunque non vi dovranno essere alibi dalla controparte europea: «Se si riesce a limitare i movimenti primari è più facile governare i movimenti secondari, perché non possiamo neanche accettare che l’Italia sia il campo profughi d’Europa. È una posizione di buonsenso su cui ho trovato un approccio interessato, tanto che questo cambio di paradigma è nelle conclusioni dell’ultimo Consiglio Ue». Viceversa, per il premier, dalle opposizioni «non si è capito quale sia la proposta alternativa: sento parlare di Dublino che sicuramente va rivisto ma non è la soluzione per l’Italia, serve un approccio più globale, che non può prescindere dal dialogo con Paesi africani».E a questo proposito, proprio perché il Consiglio Ue di oggi non ha formalmente all’ordine del giorno il contenimento degli sbarchi illegali e la difesa delle frontiere esterne europee ma solo un «aggiornamento» sul tema sollecitato previa lettera ai 27 dalla von der Leyen, la via che sta perseguendo il governo è quella degli accordi bilaterali coi Paesi da cui i migranti provengono.È il caso della Costa d’Avorio, dalla quale sono arrivati la maggior parte di migranti sbarcati illegalmente sulle nostre coste nel primo trimestre di quest’anno (circa 3.500 su 20.000) e nella quale è volato in missione il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, negli ultimi due giorni. Alla base della visita, la sottoscrizione di una serie di accordi di cooperazione, mirati ad aumentare l’efficacia del controllo delle frontiere interne africane e dell’attività dei trafficanti di essere umani, oltre ovviamente ad accordi di sostegno economico.Tornando a Montecitorio, va detto che nei corridoi di Palazzo, mentre si svolgeva l’informativa, ha tenuto banco per tutta la mattinata il caso dei ministri leghisti non presenti sui banchi del governo. Un evento in cui molti hanno visto una certa insofferenza del Carroccio per la posizione espressa al Senato da Meloni sull’invio di armi a Kiev, sottolineata in chiaro martedì dall’intervento del capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Il tema della linea che il nostro Paese deve assumere nel medio termine rispetto al conflitto ucraino, in ogni caso, resta sul tavolo, come testimoniato dalle presenze bipartisan (tranne Fratelli d’Italia) a un convegno che si è tenuto nei pressi di Montecitorio organizzato da «Avvocatura in missione», nel corso del quale sia Romeo sia altri esponenti politici hanno ribadito l’esigenza di andare oltre la fornitura di armi e l’ex-sindaco di Roma Gianni Alemanno ha prospettato l’idea di un referendum antiguerra.In ogni caso, per la Lega sono stati presenti alla seduta i ministri dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, e quello per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, che hanno dato vita a una sorta di «staffetta». A incalzare la maggioranza su questo, in apertura di seduta, il leader del Terzo polo, Carlo Calenda, mentre il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, interpellato dai giornalisti, minimizzava rispondendo che «non c’è alcun problema politico» e che «i ministri avranno altri impegni», riferendosi in particolare al vicepremier Matteo Salvini impegnato al Mit e a quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «impegnatissimo sulle crisi bancarie».Al netto delle fibrillazioni, al momento del voto delle risoluzioni nessuna sorpresa, col documento di maggioranza approvato senza problemi e quello del Terzo polo parzialmente votato anche dal centrodestra. Opposizioni anche stavolta in ordine sparso. Con il leader del M5s, Giuseppe Conte, protagonista dell’ennesima gaffe: «I vostri esperti manager che motivano la squadra citando il discorso di Benito Mussolini all'indomani del delitto Andreotti... Matteotti, scusate», ha detto l’ex premier.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermiamo-gli-sbarchi-con-il-blocco-navale-2659639168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giu-le-mani-dalla-guardia-costiera-non-bisogna-toglierle-funzioni" data-post-id="2659639168" data-published-at="1679517410" data-use-pagination="False"> Giù le mani dalla Guardia costiera. «Non bisogna toglierle funzioni» L’allarme proviene da Conftrasporto, che ne ha fatto oggetto di una breve nota diffusa nei giorni scorsi, al sentore di intenzioni, non meglio precisate, di ridefinire il ruolo della Guardia costiera. E così Conftrasporto e le sue federazioni Assarmatori, Federagenti, Federlogistica e Fise Uniport hanno manifestato al Comandante generale del corpo delle capitanerie di porto - Guardia costiera, ammiraglio Nicola Carlone, la loro «preoccupazione» rispetto a queste notizie durante l’assemblea pubblica di Federagenti. Il corpo, scrivono nella nota, «con la propria autonomia operativa e la professionalità delle sue donne e dei suoi uomini, ha sempre rappresentato un’eccellenza nel garantire la sicurezza in mare e il rispetto di tutte le norme internazionali e nazionali che regolano le attività marittime e portuali. Ci appelliamo dunque al governo affinché non si modifichi l’attuale equilibrio relativo alla governance della blue economy, manifestando totale appoggio al delicato lavoro del corpo e del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti». Non è ancora chiaro, da queste anticipazioni, quali funzioni e attività s’intenderebbe togliere alle capitanerie di porto e a chi sarebbero attribuite. Non è certo da escludere che vi sia chi cerca di rivendicare un ruolo che l’istituzione della Guardia costiera ha frustrato. Ricordo, essendomi occupato per incarico dell’allora ministro della Marina mercantile, Giovanni Prandini, di predisporre gli atti relativi alla istituzione di questo speciale reparto delle capitanerie di porto, quanti ostacoli venivano frapposti da alcuni corpi dello Stato in quel momento non disponibili ad individuare, come si voleva, forme di collaborazione coordinate in relazione alle varie esigenze del controllo della navigazione e delle attività lecite e illecite che si svolgono in mare, questione non di poco conto per l’Italia che ha una notevole estensione delle coste e una rilevante attività peschereccia e di navigazione da trasporto e da diporto, considerata anche la rilevante attività turistica che vede impegnate importanti compagnie di navigazione, italiane e straniere. Ci fu perfino chi indusse il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a esprimere dubbi sulla legittimità del provvedimento istitutivo della Guardia costiera. Cosa che il presidente, uomo di buon senso e fine giurista, superò quando gli furono spiegate le ragioni della istituzione di questo speciale reparto, nel rispetto del Codice della navigazione e della normativa convenzionale sulla navigazione e sulla salvaguardia della vita umana in mare. L’ipotesi, che mi auguro, destituita di fondamento, nasce nel clima delle polemiche alimentate dalle sinistre che speculano senza vergogna sulle salme raccolte a riva, a Cutro, soprattutto sui bambini morti, fidando dei sentimenti degli italiani, certamente buoni e capaci di piangere quelle vite spezzate, ma non incapaci di far di conto e di constatare che se nei giorni precedenti ed in quelli successivi la Guardia costiera ha salvato centinaia di migranti in procinto di annegare, non è possibile immaginare, neppure per ipotesi, che ci sia stata «disattenzione» per il naufragio sulle rive di Calabria. Non ha certamente bisogno di difensori d’ufficio la Guardia Costiera. Dicono del suo impegno la contabilità dei salvataggi in mare, spesso in condizioni meteomarine estreme, come abbiamo visto in mille filmati delle televisioni, quando il trasbordo dei naufraghi da imbarcazioni dove sono ammassate molte decine di persone è opera ai limiti dell’umano che per gli uomini e le donne delle capitanerie di porto costituisce un dovere, come per ogni marinaio, ben prima che lo impongano le convenzioni internazionali. E questo dice inequivocabilmente che il naufragio del barcone di migranti sulla spiaggia di Cutro è stato conseguenza di una manovra sbagliata a pochi metri dalla battigia a causa di un ostacolo che il pilota inesperto e privo di mezzi di diagnosi dei fondali non era stato in condizione di prevedere. Naturalmente, a parte l’opposizione alla ricerca di visibilità, c’è anche chi, tra le istituzioni, pensa di fare i conti con questa articolazione delle capitanerie di porto che si è conquistata un’immagine di grande efficienza e, forse, ha oscurato di fatto il ruolo di altri.
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?