True
2023-03-23
«Fermiamo gli sbarchi con il blocco navale»
Ansa
«Non ho mai cambiato idea sul blocco navale, voglio ancora una missione europea in accordo con le autorità africane per bloccare le partenze». In una seduta più calda e indisciplinata di quella di martedì al Senato, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato nell’aula di Montecitorio in modo ancora più chiaro all’Europa sul dossier migranti. E lo ha fatto rivendicando uno dei cardini della campagna elettorale, che gli avversari avevano accusato di aver sacrificato sull’altare della realpolitik.
Invece, proprio alla vigilia di un Consiglio Ue che rischia di risolversi nell’ennesima bolla di sapone e all’indomani di una telefonata con la leader della Commissione, Ursula von der Leyen, incentrata sulle misure per contrastare l’emergenza sbarchi clandestini, Meloni è tornata all’attacco, intensificando il pressing su Bruxelles affinché assuma finalmente iniziative concrete. «Ci accusavate di voler instaurare da soli un blocco navale», ha affermato il premier in sede di replica guardando la parte sinistra dell’emiciclo, «ma io ho sempre detto che andava istituito con le autorità europee in accordo con quelle africane. Io non ho cambiato idea». «Fermare le partenze illegali», ha spiegato ancora Meloni, «è il lavoro che il governo sta cercando di fare con un piano articolato rispetto al quale non mi sono chiare le alternative che vengono proposte».
A questo punto, il riferimento diretto al vertice europeo di oggi e domani: «Vedremo cosa la Commissione riferirà, c’è tantissimo lavoro da fare». Meloni ha ribadito che quelle del nostro Paese a Bruxelles sono «proposte ragionevoli», dunque non vi dovranno essere alibi dalla controparte europea: «Se si riesce a limitare i movimenti primari è più facile governare i movimenti secondari, perché non possiamo neanche accettare che l’Italia sia il campo profughi d’Europa. È una posizione di buonsenso su cui ho trovato un approccio interessato, tanto che questo cambio di paradigma è nelle conclusioni dell’ultimo Consiglio Ue». Viceversa, per il premier, dalle opposizioni «non si è capito quale sia la proposta alternativa: sento parlare di Dublino che sicuramente va rivisto ma non è la soluzione per l’Italia, serve un approccio più globale, che non può prescindere dal dialogo con Paesi africani».
E a questo proposito, proprio perché il Consiglio Ue di oggi non ha formalmente all’ordine del giorno il contenimento degli sbarchi illegali e la difesa delle frontiere esterne europee ma solo un «aggiornamento» sul tema sollecitato previa lettera ai 27 dalla von der Leyen, la via che sta perseguendo il governo è quella degli accordi bilaterali coi Paesi da cui i migranti provengono.
È il caso della Costa d’Avorio, dalla quale sono arrivati la maggior parte di migranti sbarcati illegalmente sulle nostre coste nel primo trimestre di quest’anno (circa 3.500 su 20.000) e nella quale è volato in missione il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, negli ultimi due giorni. Alla base della visita, la sottoscrizione di una serie di accordi di cooperazione, mirati ad aumentare l’efficacia del controllo delle frontiere interne africane e dell’attività dei trafficanti di essere umani, oltre ovviamente ad accordi di sostegno economico.
Tornando a Montecitorio, va detto che nei corridoi di Palazzo, mentre si svolgeva l’informativa, ha tenuto banco per tutta la mattinata il caso dei ministri leghisti non presenti sui banchi del governo. Un evento in cui molti hanno visto una certa insofferenza del Carroccio per la posizione espressa al Senato da Meloni sull’invio di armi a Kiev, sottolineata in chiaro martedì dall’intervento del capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Il tema della linea che il nostro Paese deve assumere nel medio termine rispetto al conflitto ucraino, in ogni caso, resta sul tavolo, come testimoniato dalle presenze bipartisan (tranne Fratelli d’Italia) a un convegno che si è tenuto nei pressi di Montecitorio organizzato da «Avvocatura in missione», nel corso del quale sia Romeo sia altri esponenti politici hanno ribadito l’esigenza di andare oltre la fornitura di armi e l’ex-sindaco di Roma Gianni Alemanno ha prospettato l’idea di un referendum antiguerra.
In ogni caso, per la Lega sono stati presenti alla seduta i ministri dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, e quello per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, che hanno dato vita a una sorta di «staffetta». A incalzare la maggioranza su questo, in apertura di seduta, il leader del Terzo polo, Carlo Calenda, mentre il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, interpellato dai giornalisti, minimizzava rispondendo che «non c’è alcun problema politico» e che «i ministri avranno altri impegni», riferendosi in particolare al vicepremier Matteo Salvini impegnato al Mit e a quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «impegnatissimo sulle crisi bancarie».
Al netto delle fibrillazioni, al momento del voto delle risoluzioni nessuna sorpresa, col documento di maggioranza approvato senza problemi e quello del Terzo polo parzialmente votato anche dal centrodestra. Opposizioni anche stavolta in ordine sparso. Con il leader del M5s, Giuseppe Conte, protagonista dell’ennesima gaffe: «I vostri esperti manager che motivano la squadra citando il discorso di Benito Mussolini all'indomani del delitto Andreotti... Matteotti, scusate», ha detto l’ex premier.
Giù le mani dalla Guardia costiera. «Non bisogna toglierle funzioni»
L’allarme proviene da Conftrasporto, che ne ha fatto oggetto di una breve nota diffusa nei giorni scorsi, al sentore di intenzioni, non meglio precisate, di ridefinire il ruolo della Guardia costiera. E così Conftrasporto e le sue federazioni Assarmatori, Federagenti, Federlogistica e Fise Uniport hanno manifestato al Comandante generale del corpo delle capitanerie di porto - Guardia costiera, ammiraglio Nicola Carlone, la loro «preoccupazione» rispetto a queste notizie durante l’assemblea pubblica di Federagenti. Il corpo, scrivono nella nota, «con la propria autonomia operativa e la professionalità delle sue donne e dei suoi uomini, ha sempre rappresentato un’eccellenza nel garantire la sicurezza in mare e il rispetto di tutte le norme internazionali e nazionali che regolano le attività marittime e portuali. Ci appelliamo dunque al governo affinché non si modifichi l’attuale equilibrio relativo alla governance della blue economy, manifestando totale appoggio al delicato lavoro del corpo e del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti».
Non è ancora chiaro, da queste anticipazioni, quali funzioni e attività s’intenderebbe togliere alle capitanerie di porto e a chi sarebbero attribuite. Non è certo da escludere che vi sia chi cerca di rivendicare un ruolo che l’istituzione della Guardia costiera ha frustrato. Ricordo, essendomi occupato per incarico dell’allora ministro della Marina mercantile, Giovanni Prandini, di predisporre gli atti relativi alla istituzione di questo speciale reparto delle capitanerie di porto, quanti ostacoli venivano frapposti da alcuni corpi dello Stato in quel momento non disponibili ad individuare, come si voleva, forme di collaborazione coordinate in relazione alle varie esigenze del controllo della navigazione e delle attività lecite e illecite che si svolgono in mare, questione non di poco conto per l’Italia che ha una notevole estensione delle coste e una rilevante attività peschereccia e di navigazione da trasporto e da diporto, considerata anche la rilevante attività turistica che vede impegnate importanti compagnie di navigazione, italiane e straniere. Ci fu perfino chi indusse il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a esprimere dubbi sulla legittimità del provvedimento istitutivo della Guardia costiera. Cosa che il presidente, uomo di buon senso e fine giurista, superò quando gli furono spiegate le ragioni della istituzione di questo speciale reparto, nel rispetto del Codice della navigazione e della normativa convenzionale sulla navigazione e sulla salvaguardia della vita umana in mare.
L’ipotesi, che mi auguro, destituita di fondamento, nasce nel clima delle polemiche alimentate dalle sinistre che speculano senza vergogna sulle salme raccolte a riva, a Cutro, soprattutto sui bambini morti, fidando dei sentimenti degli italiani, certamente buoni e capaci di piangere quelle vite spezzate, ma non incapaci di far di conto e di constatare che se nei giorni precedenti ed in quelli successivi la Guardia costiera ha salvato centinaia di migranti in procinto di annegare, non è possibile immaginare, neppure per ipotesi, che ci sia stata «disattenzione» per il naufragio sulle rive di Calabria.
Non ha certamente bisogno di difensori d’ufficio la Guardia Costiera. Dicono del suo impegno la contabilità dei salvataggi in mare, spesso in condizioni meteomarine estreme, come abbiamo visto in mille filmati delle televisioni, quando il trasbordo dei naufraghi da imbarcazioni dove sono ammassate molte decine di persone è opera ai limiti dell’umano che per gli uomini e le donne delle capitanerie di porto costituisce un dovere, come per ogni marinaio, ben prima che lo impongano le convenzioni internazionali.
E questo dice inequivocabilmente che il naufragio del barcone di migranti sulla spiaggia di Cutro è stato conseguenza di una manovra sbagliata a pochi metri dalla battigia a causa di un ostacolo che il pilota inesperto e privo di mezzi di diagnosi dei fondali non era stato in condizione di prevedere.
Naturalmente, a parte l’opposizione alla ricerca di visibilità, c’è anche chi, tra le istituzioni, pensa di fare i conti con questa articolazione delle capitanerie di porto che si è conquistata un’immagine di grande efficienza e, forse, ha oscurato di fatto il ruolo di altri.
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni alla Camera in vista del Consiglio Ue di oggi: «Non ho mai cambiato idea, dovrà essere europeo e condiviso con la Libia». Matteo Piantedosi firma un accordo con la Costa d’Avorio contro i trafficanti di uomini. Malumore Lega sulle armi a Kiev: ministri assenti.Conftrasporto lancia l’allarme sul presunto rischio di ridimensionamento del corpo.Lo speciale contiene due articoli«Non ho mai cambiato idea sul blocco navale, voglio ancora una missione europea in accordo con le autorità africane per bloccare le partenze». In una seduta più calda e indisciplinata di quella di martedì al Senato, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato nell’aula di Montecitorio in modo ancora più chiaro all’Europa sul dossier migranti. E lo ha fatto rivendicando uno dei cardini della campagna elettorale, che gli avversari avevano accusato di aver sacrificato sull’altare della realpolitik.Invece, proprio alla vigilia di un Consiglio Ue che rischia di risolversi nell’ennesima bolla di sapone e all’indomani di una telefonata con la leader della Commissione, Ursula von der Leyen, incentrata sulle misure per contrastare l’emergenza sbarchi clandestini, Meloni è tornata all’attacco, intensificando il pressing su Bruxelles affinché assuma finalmente iniziative concrete. «Ci accusavate di voler instaurare da soli un blocco navale», ha affermato il premier in sede di replica guardando la parte sinistra dell’emiciclo, «ma io ho sempre detto che andava istituito con le autorità europee in accordo con quelle africane. Io non ho cambiato idea». «Fermare le partenze illegali», ha spiegato ancora Meloni, «è il lavoro che il governo sta cercando di fare con un piano articolato rispetto al quale non mi sono chiare le alternative che vengono proposte».A questo punto, il riferimento diretto al vertice europeo di oggi e domani: «Vedremo cosa la Commissione riferirà, c’è tantissimo lavoro da fare». Meloni ha ribadito che quelle del nostro Paese a Bruxelles sono «proposte ragionevoli», dunque non vi dovranno essere alibi dalla controparte europea: «Se si riesce a limitare i movimenti primari è più facile governare i movimenti secondari, perché non possiamo neanche accettare che l’Italia sia il campo profughi d’Europa. È una posizione di buonsenso su cui ho trovato un approccio interessato, tanto che questo cambio di paradigma è nelle conclusioni dell’ultimo Consiglio Ue». Viceversa, per il premier, dalle opposizioni «non si è capito quale sia la proposta alternativa: sento parlare di Dublino che sicuramente va rivisto ma non è la soluzione per l’Italia, serve un approccio più globale, che non può prescindere dal dialogo con Paesi africani».E a questo proposito, proprio perché il Consiglio Ue di oggi non ha formalmente all’ordine del giorno il contenimento degli sbarchi illegali e la difesa delle frontiere esterne europee ma solo un «aggiornamento» sul tema sollecitato previa lettera ai 27 dalla von der Leyen, la via che sta perseguendo il governo è quella degli accordi bilaterali coi Paesi da cui i migranti provengono.È il caso della Costa d’Avorio, dalla quale sono arrivati la maggior parte di migranti sbarcati illegalmente sulle nostre coste nel primo trimestre di quest’anno (circa 3.500 su 20.000) e nella quale è volato in missione il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, negli ultimi due giorni. Alla base della visita, la sottoscrizione di una serie di accordi di cooperazione, mirati ad aumentare l’efficacia del controllo delle frontiere interne africane e dell’attività dei trafficanti di essere umani, oltre ovviamente ad accordi di sostegno economico.Tornando a Montecitorio, va detto che nei corridoi di Palazzo, mentre si svolgeva l’informativa, ha tenuto banco per tutta la mattinata il caso dei ministri leghisti non presenti sui banchi del governo. Un evento in cui molti hanno visto una certa insofferenza del Carroccio per la posizione espressa al Senato da Meloni sull’invio di armi a Kiev, sottolineata in chiaro martedì dall’intervento del capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo. Il tema della linea che il nostro Paese deve assumere nel medio termine rispetto al conflitto ucraino, in ogni caso, resta sul tavolo, come testimoniato dalle presenze bipartisan (tranne Fratelli d’Italia) a un convegno che si è tenuto nei pressi di Montecitorio organizzato da «Avvocatura in missione», nel corso del quale sia Romeo sia altri esponenti politici hanno ribadito l’esigenza di andare oltre la fornitura di armi e l’ex-sindaco di Roma Gianni Alemanno ha prospettato l’idea di un referendum antiguerra.In ogni caso, per la Lega sono stati presenti alla seduta i ministri dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, e quello per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, che hanno dato vita a una sorta di «staffetta». A incalzare la maggioranza su questo, in apertura di seduta, il leader del Terzo polo, Carlo Calenda, mentre il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, interpellato dai giornalisti, minimizzava rispondendo che «non c’è alcun problema politico» e che «i ministri avranno altri impegni», riferendosi in particolare al vicepremier Matteo Salvini impegnato al Mit e a quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «impegnatissimo sulle crisi bancarie».Al netto delle fibrillazioni, al momento del voto delle risoluzioni nessuna sorpresa, col documento di maggioranza approvato senza problemi e quello del Terzo polo parzialmente votato anche dal centrodestra. Opposizioni anche stavolta in ordine sparso. Con il leader del M5s, Giuseppe Conte, protagonista dell’ennesima gaffe: «I vostri esperti manager che motivano la squadra citando il discorso di Benito Mussolini all'indomani del delitto Andreotti... Matteotti, scusate», ha detto l’ex premier.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fermiamo-gli-sbarchi-con-il-blocco-navale-2659639168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giu-le-mani-dalla-guardia-costiera-non-bisogna-toglierle-funzioni" data-post-id="2659639168" data-published-at="1679517410" data-use-pagination="False"> Giù le mani dalla Guardia costiera. «Non bisogna toglierle funzioni» L’allarme proviene da Conftrasporto, che ne ha fatto oggetto di una breve nota diffusa nei giorni scorsi, al sentore di intenzioni, non meglio precisate, di ridefinire il ruolo della Guardia costiera. E così Conftrasporto e le sue federazioni Assarmatori, Federagenti, Federlogistica e Fise Uniport hanno manifestato al Comandante generale del corpo delle capitanerie di porto - Guardia costiera, ammiraglio Nicola Carlone, la loro «preoccupazione» rispetto a queste notizie durante l’assemblea pubblica di Federagenti. Il corpo, scrivono nella nota, «con la propria autonomia operativa e la professionalità delle sue donne e dei suoi uomini, ha sempre rappresentato un’eccellenza nel garantire la sicurezza in mare e il rispetto di tutte le norme internazionali e nazionali che regolano le attività marittime e portuali. Ci appelliamo dunque al governo affinché non si modifichi l’attuale equilibrio relativo alla governance della blue economy, manifestando totale appoggio al delicato lavoro del corpo e del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti». Non è ancora chiaro, da queste anticipazioni, quali funzioni e attività s’intenderebbe togliere alle capitanerie di porto e a chi sarebbero attribuite. Non è certo da escludere che vi sia chi cerca di rivendicare un ruolo che l’istituzione della Guardia costiera ha frustrato. Ricordo, essendomi occupato per incarico dell’allora ministro della Marina mercantile, Giovanni Prandini, di predisporre gli atti relativi alla istituzione di questo speciale reparto delle capitanerie di porto, quanti ostacoli venivano frapposti da alcuni corpi dello Stato in quel momento non disponibili ad individuare, come si voleva, forme di collaborazione coordinate in relazione alle varie esigenze del controllo della navigazione e delle attività lecite e illecite che si svolgono in mare, questione non di poco conto per l’Italia che ha una notevole estensione delle coste e una rilevante attività peschereccia e di navigazione da trasporto e da diporto, considerata anche la rilevante attività turistica che vede impegnate importanti compagnie di navigazione, italiane e straniere. Ci fu perfino chi indusse il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, a esprimere dubbi sulla legittimità del provvedimento istitutivo della Guardia costiera. Cosa che il presidente, uomo di buon senso e fine giurista, superò quando gli furono spiegate le ragioni della istituzione di questo speciale reparto, nel rispetto del Codice della navigazione e della normativa convenzionale sulla navigazione e sulla salvaguardia della vita umana in mare. L’ipotesi, che mi auguro, destituita di fondamento, nasce nel clima delle polemiche alimentate dalle sinistre che speculano senza vergogna sulle salme raccolte a riva, a Cutro, soprattutto sui bambini morti, fidando dei sentimenti degli italiani, certamente buoni e capaci di piangere quelle vite spezzate, ma non incapaci di far di conto e di constatare che se nei giorni precedenti ed in quelli successivi la Guardia costiera ha salvato centinaia di migranti in procinto di annegare, non è possibile immaginare, neppure per ipotesi, che ci sia stata «disattenzione» per il naufragio sulle rive di Calabria. Non ha certamente bisogno di difensori d’ufficio la Guardia Costiera. Dicono del suo impegno la contabilità dei salvataggi in mare, spesso in condizioni meteomarine estreme, come abbiamo visto in mille filmati delle televisioni, quando il trasbordo dei naufraghi da imbarcazioni dove sono ammassate molte decine di persone è opera ai limiti dell’umano che per gli uomini e le donne delle capitanerie di porto costituisce un dovere, come per ogni marinaio, ben prima che lo impongano le convenzioni internazionali. E questo dice inequivocabilmente che il naufragio del barcone di migranti sulla spiaggia di Cutro è stato conseguenza di una manovra sbagliata a pochi metri dalla battigia a causa di un ostacolo che il pilota inesperto e privo di mezzi di diagnosi dei fondali non era stato in condizione di prevedere. Naturalmente, a parte l’opposizione alla ricerca di visibilità, c’è anche chi, tra le istituzioni, pensa di fare i conti con questa articolazione delle capitanerie di porto che si è conquistata un’immagine di grande efficienza e, forse, ha oscurato di fatto il ruolo di altri.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
Continua a leggereRiduci
Ilaria Salis con Angelo Bonelli (Ansa)
I fatti, per chi ha ancora la pazienza di frequentarli, dicono questo: le forze dell’ordine si presentano all’alba per un controllo preventivo, atto dovuto dopo una segnalazione internazionale. La polizia tedesca aveva emanato qualche settimana fa un alert nei confronti della Salis - il motivo non è noto - che è scattato in automatico nel momento in cui la signora ha presentato i documenti nell’albergo romano in cui ha soggiornato per partecipare alla manifestazione «No Kings» indetta dalle sinistre contro le guerre. In base ai trattati internazionali, l’Italia non poteva che aderire alla richiesta, insomma routine amministrativa, roba che capita a chiunque abbia un curriculum giudiziario «movimentato» all’estero. Ma per la Salis no. Per lei è «Stato di polizia», è il «regime della Meloni» che le bussa alla porta per intimidirla. Insomma, la solita cagnara.
Siamo alle solite: la sinistra ha bisogno di martiri come l’ossigeno e, se non ci sono, se li inventa. Non le è bastato farsi eleggere per sfuggire alle carceri ungheresi - operazione simpatia riuscita grazie alla complicità di chi scambia l’antifascismo militante con il diritto a spaccare teste -, ora pretende anche un’immunità speciale: quella dal buon senso. Secondo la narrazione di Avs, un’europarlamentare dovrebbe essere intoccabile, una sorta di divinità laica sopra ogni controllo, specialmente se quel controllo ricorda al mondo che il suo passato non è esattamente quello di una damigella di San Vincenzo.
La verità è che la Salis soffre di una forma acuta di narcisismo politico che, per altro, ha trasformato una banale richiesta di documenti in una «perquisizione» mai avvenuta (gli agenti sono rimasti sulla porta della camera). Ogni divisa è un nemico, ogni regola è un sopruso, ogni procedura è un attentato alla democrazia. Grida al regime mentre siede comodamente su uno scranno pagato dai contribuenti europei, gli stessi a cui chiede di ignorare le accuse pendenti a Budapest.
La questura ha chiarito subito: «atto dovuto». Ma per la «maestrina» e per i suoi sponsor, la chiarezza è un optional fastidioso. Meglio urlare alla dittatura, meglio alimentare il fuoco di una piazza che non aspetta altro che un pretesto per incendiare il clima. Cara Salis, rassegnati: farsi controllare i documenti non è una persecuzione politica, è la legge. Quella cosa che per voi vale solo quando colpisce gli avversari, ma che diventa «fascismo» quando osa bussare alla vostra porta.
Continua a leggereRiduci