
È bastato un sindaco con la gastrite a bucare il pallone. Il gesto d’imperio di Matteo Lepore ha mostrato la fragilità di un sistema che si regge su compromessi e debolezze, ed è sottoposto all’antica legge della fiera del bestiame: chi grida di più porta a casa la vacca. Bologna-Milan doveva essere giocata perché c’erano tutti i presupposti per farlo: stadio Dall’Ara agibile nella struttura e nelle peculiarità organizzative, campo in ottime condizioni, nessun uragano Katrina alle porte. Eventualmente avrebbe dovuto essere l’arbitro Maurizio Mariani a decidere un rinvio per terreno impraticabile o condizioni meteo avverse (ieri 18 gradi ed è uscito pure il sole), non certo il borgomastro per motivazioni politiche e con giustificazioni che odorano di retorica lontano un chilometro.
Alla fine hanno perso tutti tranne il gatto e la volpe: Claudio Lotito e Aurelio de Laurentiis. Con il primo a fare proseliti pro rinvio nelle pause delle due riunioni dello speciale Consiglio di Lega di venerdì e il secondo (suo alleato in ogni battaglia di corridoio) a beneficiarne; il surreale stop consentirà infatti al Napoli di affrontare martedì a San Siro un Milan privo di Theo Hernandez e Tijjani Rejnders, che avrebbero dovuto scontare la squalifica contro il Bologna e invece la sconteranno contro la capolista. Ha vinto chi si è avvalso della nobile arte della camarilla, tutti gli altri sono usciti dalla partita a poker con le ossa rotte.
Il primo è proprio il sindaco Lepore che con la sua intransigenza (ha pure bypassato il prefetto) ha mostrato tratti da don Rodrigo fuori dal tempo: «Questa partita non s’ha da fare». E ha rivelato lo scopo non secondario del blitz: forzare la mano al governo di Giorgia Meloni, restio a concedere un altro stato di «calamità naturale». Non solo, prefigurando all’orizzonte scenari da apocalisse, la giunta bolognese di sinistra tende ad addossare tutte le colpe della propria inadeguatezza al cambiamento climatico, in vista delle elezioni regionali di metà novembre che per proprietà transitiva si annunciano difficili per il Pd. Non fosse così, Lepore non avrebbe avuto alcun motivo di opporsi alla sfida a porte chiuse, senza quei 35.000 spettatori ritenuti un intralcio ai lavori di ripristino della normalità nelle zone colpite dall’alluvione. Non fosse così, il sindaco avrebbe fermato anche altre manifestazioni del weekend in città, regolarmente avvenute come il «Bologna boxing night» e l’«Auto Moto show» alla Fiera.
Ha perso male la Lega Calcio che si è fatta strumentalizzare da «mister 30 all’ora» senza muovere un dito, ha allargato le braccia senza difendere le prerogative di indipendenza del pallone. E ha mostrato un’incapacità disarmante nel compattarsi quando gli interessi spiccioli cominciano a divergere. Il gotha del calcio non poteva opporsi a un’ordinanza comunale di chiusura, ma non ha neppure saputo aggrapparsi alla forza delle regole, minacciando il Bologna di perdere 0-3 in caso di inadempienza. Non solo, la Lega si è vista bocciare ogni soluzione alternativa: porte chiuse no, spostamento a Verona, Como, Empoli no. Un’imbarazzante impotenza proprio nella stagione più intasata delle highway di Los Angeles. Ad inizio campionato il presidente Lorenzo Casini aveva sottolineato che le partite rinviate si sarebbero dovute recuperare «alla prima data utile»: 28 febbraio.
Ha perso il Bologna Football Club, che si è appiattito sui desiderata del sindaco e ha rifiutato ogni soluzione alternativa al rinvio a babbo morto con motivazioni nobili ma opinabili. No alle porte chiuse «perché così avremmo dovuto rinunciare all’incasso da devolvere ai cittadini vittime dell’alluvione», ha spiegato l’ad rossoblu Claudio Fenucci. Stessa giustificazione per il diniego a giocare altrove. Come se il gesto di solidarietà fosse a scadenza come lo yogurt e non potesse essere concretizzato nella prossima serata di Champions contro il Monaco (5 novembre) o nelle prossime di campionato in casa contro il Lecce e il Venezia. Paradossalmente, la raccolta fondi è stata spostata la sera del recupero con i rossoneri, a fine febbraio. Campa cavallo.
In questo sabba irrazionale ha perso anche il Milan. E non soltanto perché è stato preso in mezzo da interessi diversi da quelli del pallone e da speculazioni da oratorio, ma perché non ha saputo difendere i propri diritti e il proprio blasone, facendo indignare i tifosi sui social. Ha dovuto preparare quattro trasferte in 24 ore (Bologna, Como, Verona, Empoli) per poi farsele bocciare tutte. E il presidente Paolo Scaroni, all’uscita dalla Lega, non ha saputo dire altro che «decisione incomprensibile ma di fronte all’ordinanza comunale abbassiamo la testa». È la conferma di una debolezza intrinseca delle proprietà straniere, ben fornite di fondi e di progetti ma del tutto digiune dei codici comportamentali da Far West necessari per farsi rispettare in Italia. Abbassare la testa? Con Silvio Berlusconi e Adriano Galliani non sarebbe mai accaduto. A proposito, ieri il tramonto su Bologna era dolcissimo.






