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2020-09-17
A Como serviva la legge, non gli psichiatri
Ansa
La carità fa rima con la verità, ma non sempre coincide. Mentre il mondo laico ed ecclesiastico dell'accoglienza diffusa ha già emesso una (comoda) sentenza di infermità mentale, Mahmoudi Ridha è in isolamento nel carcere del Bassone a Como con l'accusa di omicidio volontario. «I miei guai sono anche colpa tua», avrebbe detto con una certa lucidità a don Roberto Malgesini prima di pugnalarlo alle spalle e poi sgozzarlo nell'alba agghiacciante di piazza San Rocco. Erano da poco trascorse le sette di mattina, il prete degli ultimi era chino sulla Panda grigia, dov'era solito stivare thermos con il caffè, biscotti, vestiti, medicine per i disperati e non poteva immaginare che la frase sarebbe stata l'inizio della tragedia.
Né in questura, né all'ospedale Sant'Anna, né presso gli assistenti sociali esistono fascicoli a nome dell'irregolare tunisino per problemi psichiatrici acclarati o trattamenti sanitari obbligatori. Un malato immaginario, ma la narrazione della diocesi di Como e della Caritas locale continua ad avere come punto di partenza la pazzia. Una tesi difensiva che somiglia a un film per uscire indenni da un tema scottante come quello del grande abbraccio indistinto. Oltre ogni ragionevolezza, oltre ogni regola. La tesi che prescinde dalla realtà è arrivata fin sulle labbra di papa Francesco. Ieri nell'udienza generale il pontefice ha voluto far sentire la sua vicinanza al martire don Roberto: «Desidero ricordare il sacerdote della diocesi di Como, ucciso da una persona bisognosa che lui stesso aiutava, una persona malata di testa». Parole molto simili a quelle pronunciate dal vescovo lariano, Oscar Cantoni, durante il rosario in duomo davanti a un migliaio di devoti. Parole, quelle del Santo Padre, che appongono alla bugia un sigillo di autorevolezza e allontanano ogni discussione. Che fai, contesti il Papa?
Il problema è che fino alle sette di mattina di due giorni fa Mahmoudi non era matto. E quando ha detto al magistrato «è morto come un cane» non sembrava neppure pentito. Imputava a don Roberto di avergli consigliato l'avvocato sbagliato. Era spaventato perché in procinto di affrontare in tribunale un'udienza decisiva per la sua espulsione con nessuna possibilità di scamparla. Si sentiva accerchiato da un sistema che lui riteneva punitivo («C'è un complotto contro di me per farmi tornare in Tunisia», ha rivelato ai magistrati con una frase fatta in queste situazioni). Era travolto dalle emozioni come chiunque - non essendo bounty killer - nell'affrontare un'azione violenta d'impeto. Ma per gli oltre 25 anni trascorsi a Como, fra le denunce penali che gonfiano il consistente dossier di reati, nessuno ha ancora trovato diagnosi di latente o patente pazzia.
La prima autorità ad accreditare la versione è stata la Caritas diocesana attraverso il martellamento del direttore, il diacono Roberto Bernasconi, che dal primo minuto e su tutti i media possibili ha ripetuto il mantra del delitto sociale. «La tragedia nasce dall'odio, basta con tutti questi veleni, spero che il suo martirio dia a tutti in questa città la capacità di mettersi al servizio degli altri». E ancora ieri a Radio24: «È arrivato a un gesto estremo perché non era stato accettato dalla città». Un disco rotto, una versione a senso unico, come se a Como non esistessero decine di associazioni che ogni giorno si occupano degli ultimi con grande dedizione ed enormi sforzi anche economici. Una tesi ambigua quella di Bernasconi, preconfezionata, buona per un talk show in prima serata, che fa sconfinare l'umanità nell'ideologia. E che non allontana dalla Caritas il sospetto di superficialità nel gestire un uomo prepotente, con eccessi di arroganza, che neppure si può definire senzatetto perché era in carico permanente all'oratorio di Sant'Orsola. Con un paradosso che aleggia: la più autorevole istituzione diocesana di accoglienza avrebbe coperto per anni un matto, lasciando don Roberto al suo destino?
Anche sul famigerato dormitorio pianificato dal Comune e non ancora realizzato, la posizione della Caritas gestita da Bernasconi è ambivalente. Da una parte imputa all'amministrazione di centrodestra uno scarso spirito inclusivo, dall'altra ha sempre sostenuto che «un dormitorio non serve perché la situazione dei senzatetto non è emergenziale ma strutturata. La città deve reinserire gli ultimi. Il dormitorio necessiterebbe di un bando, di burocrazia, e si saturerebbe in fretta. Servono lavoro, formazione, professionalizzazione». Vaste programme, direbbe Charles De Gaulle, in un'Italia piegata dal Covid e costretta a far fronte a un quotidiano e consistente ingresso di migranti economici destinati a disperdersi nel degrado delle periferie.
Sociologia spicciola mentre Como piange don Roberto. E corre il rischio di non poterlo salutare con le sue preghiere e le sue lacrime perché la famiglia ha confermato alla diocesi l'intenzione di portare il più presto possibile le spoglie dov'è nato, a Regoledo di Cosio Valtellino. Papà Bruno, mamma Ida, i fratelli Mario, Enrico e la sorella Caterina sono per ora irremovibili, come se qualcosa che sfugge stesse creando attrito nei confronti della soluzione più naturale: i funerali in duomo. Ieri Caterina Malgesini, interpretando la generosità evangelica di don Roberto, ha detto: «Sono sicura che lui ha già perdonato chi lo ha colpito. Era fatto così». Sempre lontano dai clamori e dai riflettori, sempre incondizionatamente vicino agli ultimi. Un piccolo San Francesco che attraversava il centro della città con uno zaino pesante. E a chi gli chiedeva cosa contenesse rispondeva: «Il pronto intervento per chi ha bisogno». Per lui carità e verità coincidevano sempre.
Sanatoria, ecco la beffa sui costi
«Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili». E giù lacrime. Era il 13 maggio quando il ministro dell'Agricoltura, Teresa Bellanova, in conferenza stampa a Palazzo Chigi per la presentazione del decreto Rilancio, si commuoveva presentando ai giornalisti la sua sanatoria dei lavoratori stranieri.
Ma la misura si è rivelata un vero pasticcio, dai risultati ben diversi rispetto a quelli annunciati. L'ultimo aspetto grottesco della sanatoria lo si è dovuto registrare qualche giorno fa e riguarda i costi per la regolarizzazione di un lavoratore che avesse prestato servizio in nero. Per poter aderire alla sanatoria, infatti, il datore doveva pagare 500 euro di ticket per ogni lavoratore. In caso di autodenuncia di un periodo di lavoro nero pregresso alla domanda andava tuttavia aggiunto un forfait a titolo retributivo, contributivo e fiscale, di cui si attendeva il preciso importo per decreto e che sarebbe andato per un terzo al fisco e per il resto all'Inps.
Tale decreto è apparso in Gazzetta ufficiale tre settimane dopo la scadenza della sanatoria (fissata per il 15 agosto scorso) e ha fissato la cifra in 300 euro per ogni mese di lavoro nero. Chiosa una nota di Cia - Agricoltori italiani: «Ma quante aziende non sapendo esattamente l'importo o temendo che fosse molto maggiore non hanno aderito? Quelli che lo hanno fatto si può dire lo abbiano fatto “alla cieca". Bisogna, dunque, ammettere che questa misura messa in campo dal governo per cercare di contrastare la carenza di manodopera si è rivelata inefficace e poco gradita dalle aziende agricole».
Insomma, un modo di procedere approssimativo che ha probabilmente vanificato anche quel poco di buono che poteva arrivare dalla riforma. Ci vuole un bel coraggio, in effetti, per aderire a una sanatoria i cui costi reali restano misteriosi fino a diverse settimane dopo la sua scadenza.
Per non parlare, come si accennava, della questione degli «invisibili». Dopo le critiche ricevute, un mesetto fa la Bellanova ha rivendicato il risultato di «207.000 persone, che erano consegnate alla invisibilità e che non potevano avere un normale e rapporto di lavoro perché non avevano con permesso di soggiorno non era riconosciuta la loro identità» erano state «liberate dai ghetti».
Peccato che anche qui la realtà sia diversa. Secondo i dati Cia, i lavoratori agricoli regolarizzati sono stati solo 30.000. È stato infatti il settore domestico quello in cui si è registrato il maggior numero di regolarizzazioni, circa 176.000. Insomma, la sanatoria 2020, lanciata al grido di «mancano braccia nei campi», ha visto un 15% di lavoratori agricoli regolarizzati contro un 85% domestici. Altro che «invisibili liberati dai ghetti» e settore agricolo sull'orlo del collasso, di questa riforma hanno goduto soprattutto le badanti. ma non è tutto.
I 30.000 regolarizzati, precisa ancora Cia, sono inoltre «per la maggior parte richiedenti asilo politico che hanno già un regolare contratto di lavoro ma che hanno aderito alla sanatoria per sanare le posizioni relative al titolo di soggiorno. Quindi non possiamo parlare di invisibili che hanno ottenuto un'identità come preventivato dalla ministra Bellanova». E qui sì che ci sarebbe da piangere.
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Francesco fa propria la versione di Caritas e diocesi e attribuisce l'omicidio di don Roberto Malgesini a una «persona malata di testa». Ma di questa follia non c'è alcuna prova. La famiglia del prete, intanto, chiede di celebrare funerali privati.Sanatoria: oltre ai 500 euro di ticket a migrante regolarizzato, gli imprenditori dovranno pagare 300 euro per ogni mese di lavoro in nero. La cifra resa nota tre mesi dopo la scadenza.Lo speciale contiene due articoli.La carità fa rima con la verità, ma non sempre coincide. Mentre il mondo laico ed ecclesiastico dell'accoglienza diffusa ha già emesso una (comoda) sentenza di infermità mentale, Mahmoudi Ridha è in isolamento nel carcere del Bassone a Como con l'accusa di omicidio volontario. «I miei guai sono anche colpa tua», avrebbe detto con una certa lucidità a don Roberto Malgesini prima di pugnalarlo alle spalle e poi sgozzarlo nell'alba agghiacciante di piazza San Rocco. Erano da poco trascorse le sette di mattina, il prete degli ultimi era chino sulla Panda grigia, dov'era solito stivare thermos con il caffè, biscotti, vestiti, medicine per i disperati e non poteva immaginare che la frase sarebbe stata l'inizio della tragedia.Né in questura, né all'ospedale Sant'Anna, né presso gli assistenti sociali esistono fascicoli a nome dell'irregolare tunisino per problemi psichiatrici acclarati o trattamenti sanitari obbligatori. Un malato immaginario, ma la narrazione della diocesi di Como e della Caritas locale continua ad avere come punto di partenza la pazzia. Una tesi difensiva che somiglia a un film per uscire indenni da un tema scottante come quello del grande abbraccio indistinto. Oltre ogni ragionevolezza, oltre ogni regola. La tesi che prescinde dalla realtà è arrivata fin sulle labbra di papa Francesco. Ieri nell'udienza generale il pontefice ha voluto far sentire la sua vicinanza al martire don Roberto: «Desidero ricordare il sacerdote della diocesi di Como, ucciso da una persona bisognosa che lui stesso aiutava, una persona malata di testa». Parole molto simili a quelle pronunciate dal vescovo lariano, Oscar Cantoni, durante il rosario in duomo davanti a un migliaio di devoti. Parole, quelle del Santo Padre, che appongono alla bugia un sigillo di autorevolezza e allontanano ogni discussione. Che fai, contesti il Papa? Il problema è che fino alle sette di mattina di due giorni fa Mahmoudi non era matto. E quando ha detto al magistrato «è morto come un cane» non sembrava neppure pentito. Imputava a don Roberto di avergli consigliato l'avvocato sbagliato. Era spaventato perché in procinto di affrontare in tribunale un'udienza decisiva per la sua espulsione con nessuna possibilità di scamparla. Si sentiva accerchiato da un sistema che lui riteneva punitivo («C'è un complotto contro di me per farmi tornare in Tunisia», ha rivelato ai magistrati con una frase fatta in queste situazioni). Era travolto dalle emozioni come chiunque - non essendo bounty killer - nell'affrontare un'azione violenta d'impeto. Ma per gli oltre 25 anni trascorsi a Como, fra le denunce penali che gonfiano il consistente dossier di reati, nessuno ha ancora trovato diagnosi di latente o patente pazzia.La prima autorità ad accreditare la versione è stata la Caritas diocesana attraverso il martellamento del direttore, il diacono Roberto Bernasconi, che dal primo minuto e su tutti i media possibili ha ripetuto il mantra del delitto sociale. «La tragedia nasce dall'odio, basta con tutti questi veleni, spero che il suo martirio dia a tutti in questa città la capacità di mettersi al servizio degli altri». E ancora ieri a Radio24: «È arrivato a un gesto estremo perché non era stato accettato dalla città». Un disco rotto, una versione a senso unico, come se a Como non esistessero decine di associazioni che ogni giorno si occupano degli ultimi con grande dedizione ed enormi sforzi anche economici. Una tesi ambigua quella di Bernasconi, preconfezionata, buona per un talk show in prima serata, che fa sconfinare l'umanità nell'ideologia. E che non allontana dalla Caritas il sospetto di superficialità nel gestire un uomo prepotente, con eccessi di arroganza, che neppure si può definire senzatetto perché era in carico permanente all'oratorio di Sant'Orsola. Con un paradosso che aleggia: la più autorevole istituzione diocesana di accoglienza avrebbe coperto per anni un matto, lasciando don Roberto al suo destino? Anche sul famigerato dormitorio pianificato dal Comune e non ancora realizzato, la posizione della Caritas gestita da Bernasconi è ambivalente. Da una parte imputa all'amministrazione di centrodestra uno scarso spirito inclusivo, dall'altra ha sempre sostenuto che «un dormitorio non serve perché la situazione dei senzatetto non è emergenziale ma strutturata. La città deve reinserire gli ultimi. Il dormitorio necessiterebbe di un bando, di burocrazia, e si saturerebbe in fretta. Servono lavoro, formazione, professionalizzazione». Vaste programme, direbbe Charles De Gaulle, in un'Italia piegata dal Covid e costretta a far fronte a un quotidiano e consistente ingresso di migranti economici destinati a disperdersi nel degrado delle periferie. Sociologia spicciola mentre Como piange don Roberto. E corre il rischio di non poterlo salutare con le sue preghiere e le sue lacrime perché la famiglia ha confermato alla diocesi l'intenzione di portare il più presto possibile le spoglie dov'è nato, a Regoledo di Cosio Valtellino. Papà Bruno, mamma Ida, i fratelli Mario, Enrico e la sorella Caterina sono per ora irremovibili, come se qualcosa che sfugge stesse creando attrito nei confronti della soluzione più naturale: i funerali in duomo. Ieri Caterina Malgesini, interpretando la generosità evangelica di don Roberto, ha detto: «Sono sicura che lui ha già perdonato chi lo ha colpito. Era fatto così». Sempre lontano dai clamori e dai riflettori, sempre incondizionatamente vicino agli ultimi. Un piccolo San Francesco che attraversava il centro della città con uno zaino pesante. E a chi gli chiedeva cosa contenesse rispondeva: «Il pronto intervento per chi ha bisogno». Per lui carità e verità coincidevano sempre. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fanno-dire-le-bugie-anche-al-papa-don-roberto-ucciso-da-un-pazzo-2647692882.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sanatoria-ecco-la-beffa-sui-costi" data-post-id="2647692882" data-published-at="1600313254" data-use-pagination="False"> Sanatoria, ecco la beffa sui costi «Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili». E giù lacrime. Era il 13 maggio quando il ministro dell'Agricoltura, Teresa Bellanova, in conferenza stampa a Palazzo Chigi per la presentazione del decreto Rilancio, si commuoveva presentando ai giornalisti la sua sanatoria dei lavoratori stranieri. Ma la misura si è rivelata un vero pasticcio, dai risultati ben diversi rispetto a quelli annunciati. L'ultimo aspetto grottesco della sanatoria lo si è dovuto registrare qualche giorno fa e riguarda i costi per la regolarizzazione di un lavoratore che avesse prestato servizio in nero. Per poter aderire alla sanatoria, infatti, il datore doveva pagare 500 euro di ticket per ogni lavoratore. In caso di autodenuncia di un periodo di lavoro nero pregresso alla domanda andava tuttavia aggiunto un forfait a titolo retributivo, contributivo e fiscale, di cui si attendeva il preciso importo per decreto e che sarebbe andato per un terzo al fisco e per il resto all'Inps. Tale decreto è apparso in Gazzetta ufficiale tre settimane dopo la scadenza della sanatoria (fissata per il 15 agosto scorso) e ha fissato la cifra in 300 euro per ogni mese di lavoro nero. Chiosa una nota di Cia - Agricoltori italiani: «Ma quante aziende non sapendo esattamente l'importo o temendo che fosse molto maggiore non hanno aderito? Quelli che lo hanno fatto si può dire lo abbiano fatto “alla cieca". Bisogna, dunque, ammettere che questa misura messa in campo dal governo per cercare di contrastare la carenza di manodopera si è rivelata inefficace e poco gradita dalle aziende agricole». Insomma, un modo di procedere approssimativo che ha probabilmente vanificato anche quel poco di buono che poteva arrivare dalla riforma. Ci vuole un bel coraggio, in effetti, per aderire a una sanatoria i cui costi reali restano misteriosi fino a diverse settimane dopo la sua scadenza. Per non parlare, come si accennava, della questione degli «invisibili». Dopo le critiche ricevute, un mesetto fa la Bellanova ha rivendicato il risultato di «207.000 persone, che erano consegnate alla invisibilità e che non potevano avere un normale e rapporto di lavoro perché non avevano con permesso di soggiorno non era riconosciuta la loro identità» erano state «liberate dai ghetti». Peccato che anche qui la realtà sia diversa. Secondo i dati Cia, i lavoratori agricoli regolarizzati sono stati solo 30.000. È stato infatti il settore domestico quello in cui si è registrato il maggior numero di regolarizzazioni, circa 176.000. Insomma, la sanatoria 2020, lanciata al grido di «mancano braccia nei campi», ha visto un 15% di lavoratori agricoli regolarizzati contro un 85% domestici. Altro che «invisibili liberati dai ghetti» e settore agricolo sull'orlo del collasso, di questa riforma hanno goduto soprattutto le badanti. ma non è tutto. I 30.000 regolarizzati, precisa ancora Cia, sono inoltre «per la maggior parte richiedenti asilo politico che hanno già un regolare contratto di lavoro ma che hanno aderito alla sanatoria per sanare le posizioni relative al titolo di soggiorno. Quindi non possiamo parlare di invisibili che hanno ottenuto un'identità come preventivato dalla ministra Bellanova». E qui sì che ci sarebbe da piangere.
Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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Hanno suonato all’improvviso degli amici per un tè di pomeriggio. In casa non c’era quasi niente e allora aguzziamo l’ingegno ed ecco una trovata che si fa in fretta super gustosa e dal costo irrisorio. L’ispirazione è venuta da una confezione di pasta fillo che sonnecchiava in frigorifero in attesa di farsi involtini Primavera e che invece si è trasformata in una delizi di stagione. E allora diamo luogo alla dolcezza.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di fragole di dimensioni generose, tre o quattro cucchiai di pinoli (vanno bene anche le mandorle o le nocciole in quel caso fatele a granella grossa), 100 gr di burro di primo affioramento, 2 cucchiai rasi di farina 00, due cucchiai colmi di zucchero semolato, 500 ml di latte, 2 uova, un cucchiaio di zucchero a velo, un limone non trattato.
Preparazione - Per prima cosa fate la crema. Battete a bianco le uova con lo zucchero, poi in un pentolino scaldate senza farlo bollire il latte, aggiungete le uova e la farina, la buccia del limone (attenti a non intaccare l’albedo) e procedete come per fare una besciamella girando sempre con una frusta per evitare che si formino grumi. Ora lavate le fragole e fatele in tre fettine per il verso della lunghezza. Fate sciogliere il burro che deve diventare liquido. Ora in una tortiera stendete un primo strato di fogli di pasta fillo, nappateli di burro con un pennello. Poi stendete un secondo strato in modo da incrociarlo col primo (per capirci prima in verticale poi in orizzontale) lasciando sborsare i fogli dalla teglia. Ora che la crema si è intiepidita, togliete le bucce di limone, versatela sopra i fogli di pasta fillo e aggiungete un po’ di pinoli qua e là e chiudete la pasta fillo a scrigno. Prendete i fogli di pasta rimanenti accartocciateli e sistemateli sopra la torta. Negli spazi che si creano tra un foglio arricciato e l’altro sistemate le fettine di fragola e poi fate cadere qua e là altri pinoli. Completate nappando appena con il burro rimasto, Infornate a 180 gradi per circa una ventina di minuti. Vedrete che si forma una bella crosta dorata e croccante. Servite dopo aver spolverizzato di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di arricciare i fogli di pasta fillo e di sistemare le fragole.
Abbinamento – Ottimo il Recioto della Valpolicella, in alternativa un Sagrantino passito o una Vernaccia nera di Serrapetrona passita.
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