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2020-09-17
A Como serviva la legge, non gli psichiatri
Ansa
La carità fa rima con la verità, ma non sempre coincide. Mentre il mondo laico ed ecclesiastico dell'accoglienza diffusa ha già emesso una (comoda) sentenza di infermità mentale, Mahmoudi Ridha è in isolamento nel carcere del Bassone a Como con l'accusa di omicidio volontario. «I miei guai sono anche colpa tua», avrebbe detto con una certa lucidità a don Roberto Malgesini prima di pugnalarlo alle spalle e poi sgozzarlo nell'alba agghiacciante di piazza San Rocco. Erano da poco trascorse le sette di mattina, il prete degli ultimi era chino sulla Panda grigia, dov'era solito stivare thermos con il caffè, biscotti, vestiti, medicine per i disperati e non poteva immaginare che la frase sarebbe stata l'inizio della tragedia.
Né in questura, né all'ospedale Sant'Anna, né presso gli assistenti sociali esistono fascicoli a nome dell'irregolare tunisino per problemi psichiatrici acclarati o trattamenti sanitari obbligatori. Un malato immaginario, ma la narrazione della diocesi di Como e della Caritas locale continua ad avere come punto di partenza la pazzia. Una tesi difensiva che somiglia a un film per uscire indenni da un tema scottante come quello del grande abbraccio indistinto. Oltre ogni ragionevolezza, oltre ogni regola. La tesi che prescinde dalla realtà è arrivata fin sulle labbra di papa Francesco. Ieri nell'udienza generale il pontefice ha voluto far sentire la sua vicinanza al martire don Roberto: «Desidero ricordare il sacerdote della diocesi di Como, ucciso da una persona bisognosa che lui stesso aiutava, una persona malata di testa». Parole molto simili a quelle pronunciate dal vescovo lariano, Oscar Cantoni, durante il rosario in duomo davanti a un migliaio di devoti. Parole, quelle del Santo Padre, che appongono alla bugia un sigillo di autorevolezza e allontanano ogni discussione. Che fai, contesti il Papa?
Il problema è che fino alle sette di mattina di due giorni fa Mahmoudi non era matto. E quando ha detto al magistrato «è morto come un cane» non sembrava neppure pentito. Imputava a don Roberto di avergli consigliato l'avvocato sbagliato. Era spaventato perché in procinto di affrontare in tribunale un'udienza decisiva per la sua espulsione con nessuna possibilità di scamparla. Si sentiva accerchiato da un sistema che lui riteneva punitivo («C'è un complotto contro di me per farmi tornare in Tunisia», ha rivelato ai magistrati con una frase fatta in queste situazioni). Era travolto dalle emozioni come chiunque - non essendo bounty killer - nell'affrontare un'azione violenta d'impeto. Ma per gli oltre 25 anni trascorsi a Como, fra le denunce penali che gonfiano il consistente dossier di reati, nessuno ha ancora trovato diagnosi di latente o patente pazzia.
La prima autorità ad accreditare la versione è stata la Caritas diocesana attraverso il martellamento del direttore, il diacono Roberto Bernasconi, che dal primo minuto e su tutti i media possibili ha ripetuto il mantra del delitto sociale. «La tragedia nasce dall'odio, basta con tutti questi veleni, spero che il suo martirio dia a tutti in questa città la capacità di mettersi al servizio degli altri». E ancora ieri a Radio24: «È arrivato a un gesto estremo perché non era stato accettato dalla città». Un disco rotto, una versione a senso unico, come se a Como non esistessero decine di associazioni che ogni giorno si occupano degli ultimi con grande dedizione ed enormi sforzi anche economici. Una tesi ambigua quella di Bernasconi, preconfezionata, buona per un talk show in prima serata, che fa sconfinare l'umanità nell'ideologia. E che non allontana dalla Caritas il sospetto di superficialità nel gestire un uomo prepotente, con eccessi di arroganza, che neppure si può definire senzatetto perché era in carico permanente all'oratorio di Sant'Orsola. Con un paradosso che aleggia: la più autorevole istituzione diocesana di accoglienza avrebbe coperto per anni un matto, lasciando don Roberto al suo destino?
Anche sul famigerato dormitorio pianificato dal Comune e non ancora realizzato, la posizione della Caritas gestita da Bernasconi è ambivalente. Da una parte imputa all'amministrazione di centrodestra uno scarso spirito inclusivo, dall'altra ha sempre sostenuto che «un dormitorio non serve perché la situazione dei senzatetto non è emergenziale ma strutturata. La città deve reinserire gli ultimi. Il dormitorio necessiterebbe di un bando, di burocrazia, e si saturerebbe in fretta. Servono lavoro, formazione, professionalizzazione». Vaste programme, direbbe Charles De Gaulle, in un'Italia piegata dal Covid e costretta a far fronte a un quotidiano e consistente ingresso di migranti economici destinati a disperdersi nel degrado delle periferie.
Sociologia spicciola mentre Como piange don Roberto. E corre il rischio di non poterlo salutare con le sue preghiere e le sue lacrime perché la famiglia ha confermato alla diocesi l'intenzione di portare il più presto possibile le spoglie dov'è nato, a Regoledo di Cosio Valtellino. Papà Bruno, mamma Ida, i fratelli Mario, Enrico e la sorella Caterina sono per ora irremovibili, come se qualcosa che sfugge stesse creando attrito nei confronti della soluzione più naturale: i funerali in duomo. Ieri Caterina Malgesini, interpretando la generosità evangelica di don Roberto, ha detto: «Sono sicura che lui ha già perdonato chi lo ha colpito. Era fatto così». Sempre lontano dai clamori e dai riflettori, sempre incondizionatamente vicino agli ultimi. Un piccolo San Francesco che attraversava il centro della città con uno zaino pesante. E a chi gli chiedeva cosa contenesse rispondeva: «Il pronto intervento per chi ha bisogno». Per lui carità e verità coincidevano sempre.
Sanatoria, ecco la beffa sui costi
«Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili». E giù lacrime. Era il 13 maggio quando il ministro dell'Agricoltura, Teresa Bellanova, in conferenza stampa a Palazzo Chigi per la presentazione del decreto Rilancio, si commuoveva presentando ai giornalisti la sua sanatoria dei lavoratori stranieri.
Ma la misura si è rivelata un vero pasticcio, dai risultati ben diversi rispetto a quelli annunciati. L'ultimo aspetto grottesco della sanatoria lo si è dovuto registrare qualche giorno fa e riguarda i costi per la regolarizzazione di un lavoratore che avesse prestato servizio in nero. Per poter aderire alla sanatoria, infatti, il datore doveva pagare 500 euro di ticket per ogni lavoratore. In caso di autodenuncia di un periodo di lavoro nero pregresso alla domanda andava tuttavia aggiunto un forfait a titolo retributivo, contributivo e fiscale, di cui si attendeva il preciso importo per decreto e che sarebbe andato per un terzo al fisco e per il resto all'Inps.
Tale decreto è apparso in Gazzetta ufficiale tre settimane dopo la scadenza della sanatoria (fissata per il 15 agosto scorso) e ha fissato la cifra in 300 euro per ogni mese di lavoro nero. Chiosa una nota di Cia - Agricoltori italiani: «Ma quante aziende non sapendo esattamente l'importo o temendo che fosse molto maggiore non hanno aderito? Quelli che lo hanno fatto si può dire lo abbiano fatto “alla cieca". Bisogna, dunque, ammettere che questa misura messa in campo dal governo per cercare di contrastare la carenza di manodopera si è rivelata inefficace e poco gradita dalle aziende agricole».
Insomma, un modo di procedere approssimativo che ha probabilmente vanificato anche quel poco di buono che poteva arrivare dalla riforma. Ci vuole un bel coraggio, in effetti, per aderire a una sanatoria i cui costi reali restano misteriosi fino a diverse settimane dopo la sua scadenza.
Per non parlare, come si accennava, della questione degli «invisibili». Dopo le critiche ricevute, un mesetto fa la Bellanova ha rivendicato il risultato di «207.000 persone, che erano consegnate alla invisibilità e che non potevano avere un normale e rapporto di lavoro perché non avevano con permesso di soggiorno non era riconosciuta la loro identità» erano state «liberate dai ghetti».
Peccato che anche qui la realtà sia diversa. Secondo i dati Cia, i lavoratori agricoli regolarizzati sono stati solo 30.000. È stato infatti il settore domestico quello in cui si è registrato il maggior numero di regolarizzazioni, circa 176.000. Insomma, la sanatoria 2020, lanciata al grido di «mancano braccia nei campi», ha visto un 15% di lavoratori agricoli regolarizzati contro un 85% domestici. Altro che «invisibili liberati dai ghetti» e settore agricolo sull'orlo del collasso, di questa riforma hanno goduto soprattutto le badanti. ma non è tutto.
I 30.000 regolarizzati, precisa ancora Cia, sono inoltre «per la maggior parte richiedenti asilo politico che hanno già un regolare contratto di lavoro ma che hanno aderito alla sanatoria per sanare le posizioni relative al titolo di soggiorno. Quindi non possiamo parlare di invisibili che hanno ottenuto un'identità come preventivato dalla ministra Bellanova». E qui sì che ci sarebbe da piangere.
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Francesco fa propria la versione di Caritas e diocesi e attribuisce l'omicidio di don Roberto Malgesini a una «persona malata di testa». Ma di questa follia non c'è alcuna prova. La famiglia del prete, intanto, chiede di celebrare funerali privati.Sanatoria: oltre ai 500 euro di ticket a migrante regolarizzato, gli imprenditori dovranno pagare 300 euro per ogni mese di lavoro in nero. La cifra resa nota tre mesi dopo la scadenza.Lo speciale contiene due articoli.La carità fa rima con la verità, ma non sempre coincide. Mentre il mondo laico ed ecclesiastico dell'accoglienza diffusa ha già emesso una (comoda) sentenza di infermità mentale, Mahmoudi Ridha è in isolamento nel carcere del Bassone a Como con l'accusa di omicidio volontario. «I miei guai sono anche colpa tua», avrebbe detto con una certa lucidità a don Roberto Malgesini prima di pugnalarlo alle spalle e poi sgozzarlo nell'alba agghiacciante di piazza San Rocco. Erano da poco trascorse le sette di mattina, il prete degli ultimi era chino sulla Panda grigia, dov'era solito stivare thermos con il caffè, biscotti, vestiti, medicine per i disperati e non poteva immaginare che la frase sarebbe stata l'inizio della tragedia.Né in questura, né all'ospedale Sant'Anna, né presso gli assistenti sociali esistono fascicoli a nome dell'irregolare tunisino per problemi psichiatrici acclarati o trattamenti sanitari obbligatori. Un malato immaginario, ma la narrazione della diocesi di Como e della Caritas locale continua ad avere come punto di partenza la pazzia. Una tesi difensiva che somiglia a un film per uscire indenni da un tema scottante come quello del grande abbraccio indistinto. Oltre ogni ragionevolezza, oltre ogni regola. La tesi che prescinde dalla realtà è arrivata fin sulle labbra di papa Francesco. Ieri nell'udienza generale il pontefice ha voluto far sentire la sua vicinanza al martire don Roberto: «Desidero ricordare il sacerdote della diocesi di Como, ucciso da una persona bisognosa che lui stesso aiutava, una persona malata di testa». Parole molto simili a quelle pronunciate dal vescovo lariano, Oscar Cantoni, durante il rosario in duomo davanti a un migliaio di devoti. Parole, quelle del Santo Padre, che appongono alla bugia un sigillo di autorevolezza e allontanano ogni discussione. Che fai, contesti il Papa? Il problema è che fino alle sette di mattina di due giorni fa Mahmoudi non era matto. E quando ha detto al magistrato «è morto come un cane» non sembrava neppure pentito. Imputava a don Roberto di avergli consigliato l'avvocato sbagliato. Era spaventato perché in procinto di affrontare in tribunale un'udienza decisiva per la sua espulsione con nessuna possibilità di scamparla. Si sentiva accerchiato da un sistema che lui riteneva punitivo («C'è un complotto contro di me per farmi tornare in Tunisia», ha rivelato ai magistrati con una frase fatta in queste situazioni). Era travolto dalle emozioni come chiunque - non essendo bounty killer - nell'affrontare un'azione violenta d'impeto. Ma per gli oltre 25 anni trascorsi a Como, fra le denunce penali che gonfiano il consistente dossier di reati, nessuno ha ancora trovato diagnosi di latente o patente pazzia.La prima autorità ad accreditare la versione è stata la Caritas diocesana attraverso il martellamento del direttore, il diacono Roberto Bernasconi, che dal primo minuto e su tutti i media possibili ha ripetuto il mantra del delitto sociale. «La tragedia nasce dall'odio, basta con tutti questi veleni, spero che il suo martirio dia a tutti in questa città la capacità di mettersi al servizio degli altri». E ancora ieri a Radio24: «È arrivato a un gesto estremo perché non era stato accettato dalla città». Un disco rotto, una versione a senso unico, come se a Como non esistessero decine di associazioni che ogni giorno si occupano degli ultimi con grande dedizione ed enormi sforzi anche economici. Una tesi ambigua quella di Bernasconi, preconfezionata, buona per un talk show in prima serata, che fa sconfinare l'umanità nell'ideologia. E che non allontana dalla Caritas il sospetto di superficialità nel gestire un uomo prepotente, con eccessi di arroganza, che neppure si può definire senzatetto perché era in carico permanente all'oratorio di Sant'Orsola. Con un paradosso che aleggia: la più autorevole istituzione diocesana di accoglienza avrebbe coperto per anni un matto, lasciando don Roberto al suo destino? Anche sul famigerato dormitorio pianificato dal Comune e non ancora realizzato, la posizione della Caritas gestita da Bernasconi è ambivalente. Da una parte imputa all'amministrazione di centrodestra uno scarso spirito inclusivo, dall'altra ha sempre sostenuto che «un dormitorio non serve perché la situazione dei senzatetto non è emergenziale ma strutturata. La città deve reinserire gli ultimi. Il dormitorio necessiterebbe di un bando, di burocrazia, e si saturerebbe in fretta. Servono lavoro, formazione, professionalizzazione». Vaste programme, direbbe Charles De Gaulle, in un'Italia piegata dal Covid e costretta a far fronte a un quotidiano e consistente ingresso di migranti economici destinati a disperdersi nel degrado delle periferie. Sociologia spicciola mentre Como piange don Roberto. E corre il rischio di non poterlo salutare con le sue preghiere e le sue lacrime perché la famiglia ha confermato alla diocesi l'intenzione di portare il più presto possibile le spoglie dov'è nato, a Regoledo di Cosio Valtellino. Papà Bruno, mamma Ida, i fratelli Mario, Enrico e la sorella Caterina sono per ora irremovibili, come se qualcosa che sfugge stesse creando attrito nei confronti della soluzione più naturale: i funerali in duomo. Ieri Caterina Malgesini, interpretando la generosità evangelica di don Roberto, ha detto: «Sono sicura che lui ha già perdonato chi lo ha colpito. Era fatto così». Sempre lontano dai clamori e dai riflettori, sempre incondizionatamente vicino agli ultimi. Un piccolo San Francesco che attraversava il centro della città con uno zaino pesante. E a chi gli chiedeva cosa contenesse rispondeva: «Il pronto intervento per chi ha bisogno». Per lui carità e verità coincidevano sempre. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fanno-dire-le-bugie-anche-al-papa-don-roberto-ucciso-da-un-pazzo-2647692882.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sanatoria-ecco-la-beffa-sui-costi" data-post-id="2647692882" data-published-at="1600313254" data-use-pagination="False"> Sanatoria, ecco la beffa sui costi «Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili». E giù lacrime. Era il 13 maggio quando il ministro dell'Agricoltura, Teresa Bellanova, in conferenza stampa a Palazzo Chigi per la presentazione del decreto Rilancio, si commuoveva presentando ai giornalisti la sua sanatoria dei lavoratori stranieri. Ma la misura si è rivelata un vero pasticcio, dai risultati ben diversi rispetto a quelli annunciati. L'ultimo aspetto grottesco della sanatoria lo si è dovuto registrare qualche giorno fa e riguarda i costi per la regolarizzazione di un lavoratore che avesse prestato servizio in nero. Per poter aderire alla sanatoria, infatti, il datore doveva pagare 500 euro di ticket per ogni lavoratore. In caso di autodenuncia di un periodo di lavoro nero pregresso alla domanda andava tuttavia aggiunto un forfait a titolo retributivo, contributivo e fiscale, di cui si attendeva il preciso importo per decreto e che sarebbe andato per un terzo al fisco e per il resto all'Inps. Tale decreto è apparso in Gazzetta ufficiale tre settimane dopo la scadenza della sanatoria (fissata per il 15 agosto scorso) e ha fissato la cifra in 300 euro per ogni mese di lavoro nero. Chiosa una nota di Cia - Agricoltori italiani: «Ma quante aziende non sapendo esattamente l'importo o temendo che fosse molto maggiore non hanno aderito? Quelli che lo hanno fatto si può dire lo abbiano fatto “alla cieca". Bisogna, dunque, ammettere che questa misura messa in campo dal governo per cercare di contrastare la carenza di manodopera si è rivelata inefficace e poco gradita dalle aziende agricole». Insomma, un modo di procedere approssimativo che ha probabilmente vanificato anche quel poco di buono che poteva arrivare dalla riforma. Ci vuole un bel coraggio, in effetti, per aderire a una sanatoria i cui costi reali restano misteriosi fino a diverse settimane dopo la sua scadenza. Per non parlare, come si accennava, della questione degli «invisibili». Dopo le critiche ricevute, un mesetto fa la Bellanova ha rivendicato il risultato di «207.000 persone, che erano consegnate alla invisibilità e che non potevano avere un normale e rapporto di lavoro perché non avevano con permesso di soggiorno non era riconosciuta la loro identità» erano state «liberate dai ghetti». Peccato che anche qui la realtà sia diversa. Secondo i dati Cia, i lavoratori agricoli regolarizzati sono stati solo 30.000. È stato infatti il settore domestico quello in cui si è registrato il maggior numero di regolarizzazioni, circa 176.000. Insomma, la sanatoria 2020, lanciata al grido di «mancano braccia nei campi», ha visto un 15% di lavoratori agricoli regolarizzati contro un 85% domestici. Altro che «invisibili liberati dai ghetti» e settore agricolo sull'orlo del collasso, di questa riforma hanno goduto soprattutto le badanti. ma non è tutto. I 30.000 regolarizzati, precisa ancora Cia, sono inoltre «per la maggior parte richiedenti asilo politico che hanno già un regolare contratto di lavoro ma che hanno aderito alla sanatoria per sanare le posizioni relative al titolo di soggiorno. Quindi non possiamo parlare di invisibili che hanno ottenuto un'identità come preventivato dalla ministra Bellanova». E qui sì che ci sarebbe da piangere.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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