Fallito l’assalto della sinistra, tocca all’Anm
Giuseppe Santalucia (Imagoeconomica)
L’opposizione aveva tentato di far saltare il ddl su abuso d’ufficio e intercettazioni sfruttando l’assist dell’Ue, ma il blitz della maggioranza ha blindato il provvedimento. Il capo dei pm, Giuseppe Santalucia, «minaccia» sulla separazione delle carriere.

Qualcuno dell’opposizione aveva accarezzato l’idea che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella potesse sbarrare la strada alla ddl Nordio, che cancella il reato di abuso d’ufficio. O addirittura che il governo facesse marcia indietro, intimorito dalla direttiva Ue che ne raccomanda la permanenza delle legislazioni dei 27 Paesi membri (in ossequio anche stavolta a un tempismo sospetto). Non è successo niente di tutto questo, e sul fronte giustizia, la giornata di mercoledì e quella di ieri hanno – se non altro – decretato l’avvio dell’iter del primo di una serie di provvedimenti annunciati dall’esecutivo per cambiare il volto della giustizia italiana, ma hanno anche certificato l’entrata dell’Ue a gamba tesa in favore dell’opposizione e delle toghe di sinistra.

Andiamo per ordine: ieri l’altro il Colle ha apposto la sua firma sul disegno di legge firmato dal Guardasigilli che introduce nuove norme sulle intercettazioni, e sulla custodia cautelare, ma soprattutto rimuove dal Codice penale l’abuso d’ufficio. Un atto che ha innescato una levata di scudi da parte del M5s e del Pd, sebbene quest’ultimo presenti una larga parte di eletti (il cosiddetto «partito dei sindaci» e degli amministratori locali in generale) che hanno sollecitato più di un esecutivo ad andare in questo senso. Un atto dovuto, quello del Quirinale, mai in discussione (al netto delle usuali interlocuzioni tra uffici della presidenza della Repubblica e di via Arenula) a maggior ragione per un provvedimento che, non essendo un decreto bensì un semplice ddl, ha davanti a sé un approfondito iter parlamentare che lo potrebbe modificare in più di un punto.

Il «piano B» dei giallorossi contro il ddl poggia, a questo punto, su una direttiva «anticorruzione» che la Ue ha proposto e che sarà a breve discussa dall’Europarlamento, che chiede a tutti i governi nazionali di non toccare l’abuso d’ufficio, paradossalmente sull’onda di uno scandalo (il Qatargate) emerso a causa delle malefatte degli esponenti della sinistra europea. In questo schema, l’incombenza della direttiva avrebbe già dovuto rappresentare il motivo per Mattarella di negare il via libera al ddl, dato il rischio che una legge italiana andasse in collisione frontale con la normativa comunitaria. C’è stata allora un’iniziativa della maggioranza che, pur causando la reazione scomposta delle sinistre, ha, reso più coerente la vidimazione da parte del Colle: la commissione Politiche Ue, in parlamento, ha infatti approvato una risoluzione contraria alla citata direttiva, potendo contare su una maggioranza più ampia di quella del centrodestra. Per il responsabile giustizia di Azione, Enrico Costa, la direttiva «è la reazione istintiva e scomposta al Qatargate ed è una proposta del tutto sproporzionata e contrasta con le convenzioni internazionali firmate anche dalla Ue». Che si tratti di materia di competenza dei governi nazionali lo ha ribadito la stessa commissione Ue, prima masticando amaro e poi non riuscendo a trattenere l’ormai consueta vena minatoria nei confronti del nostro Paese: commentando il voto alla Camera, il portavoce della commissione Giustizia di Strasburgo Christian Wigand ha parlato di una «procedura normale e del diritto democratico dei parlamenti nazionali», ma poi un altro portavoce di Bruxelles è stato meno diplomatico, ammonendo che le norme contenute nel ddl Nordio «depenalizzerebbero importanti forme di corruzione e potrebbero avere un impatto sull’efficace individuazione e lotta alla corruzione», aggiungendo sibillino: «Continueremo a seguire gli sviluppi». La firma di Mattarella, però, ha immediatamente sbloccato il cammino del provvedimento, che è stato trasmesso al Parlamento e inizierà il suo cammino al Senato, in commissione Giustizia, la prossima settimana, con all’orizzonte la possibilità di un ostruzionismo «giallorosso».

Sgomberato il campo dalle polemiche sull’abuso d’ufficio e sul concorso esterno in associazione mafiosa, resta ora da vedere come si muoveranno gli attori in campo, e cioè il governo e il Quirinale, per i dossier più sostanziosi e come tali più scottanti, a partire dalla separazione delle carriere, sul quale non mancherà la necessità di un check interno alla stessa maggioranza. Ieri il vicepremier e neosegretario di Fi, Antonio Tajani, ha ribadito che «a noi quello che interessa è la separazione delle carriere per avere un processo giusto», così come ha fatto il suo compagno di partito e viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, affermando che il governo è determinato a scrivere «riforme fortemente costituzionali». Non poteva mancare, in questa guerra di trincea, la risposta del presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, a confermare quale sarà il quadro dei prossimi mesi: «Il tema della separazione delle carriere», ha detto, «vede un passo verso la sottoposizione al controllo politico. Questo è il sentiero che io vedo tracciato», ha concluso, «da chi porta avanti questo disegno istituzionale».

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