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2018-09-29
Ex deputati aggrappati al vitalizio. I ricorsi contro il taglio sono 1.176
Ansa
Se la sono presa parecchio gli ex deputati per il taglio dei loro vitalizi e sono già ben 1176 i ricorsi, numero che peraltro, da qui alla scadenza di presentazione dell'11 ottobre, potrebbe aumentare. «Non ci stiamo a essere processati per quello che abbiamo fatto nella nostra attività politica», ha tuonato il presidente dell'associazione ex parlamentari Antonello Falomi durante conferenza stampa tenutasi ieri a Montecitorio. «Ci hanno definito ladri e parassiti, ma gli ex parlamentari hanno servito il Paese con onestà e dignità».
Una rappresaglia «di massa», come l'ha definita il presidente della Camera Roberto Fico, promotore della delibera che ricalcola i vitalizi secondo il sistema contributivo. Il 10 per cento dei ricorrenti, inoltre, ha anche fatto richiesta urgente di sospensiva della delibera (che ricordiamo entrerà in vigore dal prossimo anno). «Ci sono persone», ha spiegato Falomi, «che si trovano di fronte a danni irrimediabili derivanti dal taglio, persone che hanno un pessimo stato di salute, senza redditi sufficienti e che hanno contratto degli obblighi con degli istituti finanziari. Sono situazioni drammatiche e gravi». Ma Fico replica: «Lo rifarei cento volte!».
Gli ex parlamentari, dal canto loro, sembrano comunque disposti a fare dei sacrifici, «purché siano previsti in una forma ragionevole e costituzionalmente sostenibile», sottolinea il presidente dell'Associazione, che poi avanza la richiesta ufficiale di un incontro con la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. «Secondo quanto emerge dal parere chiesto dal Senato al Consiglio di Stato (a cui quest'ultimo ha risposto con il parare della Commissione speciale il 26 luglio scorso) l'unica misura costituzionale sarebbe un contributo di solidarietà».
Fonti della Verità ci informano che nella fase preparatoria all'approvazione della delibera di sforbiciata ai vitalizi, avvenuta in luglio in Ufficio di presidenza, la Lega insistette per la formula del contributo di solidarietà al posto del vero e proprio taglio: «Noi sapevamo che saremmo andati incontro a un fiume di ricorsi e quindi ci sembrava più prudente, e anche più umano, optare per il contributo di solidarietà, già adottato negli anni passati per ritoccare i vitalizi e pensioni, ma i 5 stelle hanno insistito senza tregua».
Sul fronte giuridico la situazione verrà affrontata dagli organi interni delle Camere, secondo il principio dell'autodichia (potere, assegnato appunto alle Camere, di giudicare in merito ai ricorsi presentati sugli atti amministrativi da loro stessi emanati) a partire dal consiglio giurisdizionale di Montecitorio, che comincerà a esaminare i ricorsi dal prossimo novembre. Ma anche su questo aspetto gli ex deputati hanno promesso battaglia, annunciando che «esiste un grande spazio per non essere soggetti all'autodichia, dalla quale non ci faremo imprigionare».
La strategia, come ha spiegato Peppino Gargani, vicepresidente dell'Associazione ex parlamentari, è quella di rivolgersi alla Cassazione e, come ultima ratio, alla Corte europea dei Diritti umani. Secondo Falomi, infatti, i giudici che saranno indicati dagli organi parlamentari non sono in grado di garantire una valutazione equa: «Esprimiamo grande preoccupazione per le parole che abbiamo ascoltato dal vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio, il quale ha sostenuto che l'autodichia verrà usata contro gli ex-parlamentari, perché i giudici avranno la stessa sensibilità di chi ha fatto la delibera. Siamo di fronte a una violazione di legge». Il presidente della Camera Fico, a margine di una commemorazione degli ebrei romani vittime delle leggi razziali fasciste, rivendicato però «la responsabilità piena» del suo operato: «L'ho fatta io ed è una delibera salda che ripara delle ingiustizie. Possono ricorrere perché è loro diritto, ma la delibera è salda, è giusta averla fatta».
A rendere la situazione ancor più tesa, arriva l'esposto con denuncia a Luigi Di Maio da parte dell'ex senatore leghista Marco Preioni (1994-2001, poi, fino al 2006, vice capo di gabinetto di Roberto Castelli al ministero della Giustizia) per le dichiarazioni ritenute da quest'ultimo «minacciose» agli ex parlamentari che promettono ricorso contro il taglio dei vitalizi. L'ha presentata alla Procura di Roma e inoltre ha denunciato lo stesso al Consiglio di Giurisdizione, organo giudiziario della Camera, «per avere pubblicamente affermato che gli ex parlamentari che avessero fatto ricorso avrebbero affrontato un giudice che “è lo stesso organo che ha le stesse sensibilità politiche di chi ha tagliato i vitalizi': commettendo un grave atto d'implicita intimidazione verso un corpo giudiziario».
E infine contesta il vice premier per le «minacciose pressioni nei confronti della presidenza del Senato perché disponga anche per il Senato una deliberazione identica a quella della Camera». A sostegno di questa tesi, l'ex senatore cita una frase di Di Maio: «Settecento ex deputati hanno fatto ricorso per riavere i vitalizi che noi abbiamo abolito e continuare a essere mantenuti a vita dallo Stato come fossero dei nababbi. Ma questi ex dis-onorevoli lo sanno cosa è la giustizia sociale? Il Senato abolisca subito i vitalizi». Frase indirizzata alla presidente del Senato Alberti Casellati, «accusata da alcuni esponenti del movimento di temporeggiare nella convocazione del consiglio di presidenza», ha concluso Preioni.
Maria Elena Capitanio
Ordinanza della Casellati mette il bavaglio ai senatori
Basta con queste interrogazioni parlamentari troppo precise, che magari citano perfino i giornali, e soprattutto niente domande su Bankitalia, Consob, AgCom, Antitrust eccetera. Al Senato c'è una circolare del presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati che tenta di mettere il bavaglio ai senatori impiccioni. Una circolare del mese scorso, che all'inizio forse non è stata valutata con la dovuta attenzione dai partiti, ma che nella scorsa settimana ha iniziato ad allarmare M5s e ha visto le perplessità del gruppo Misto, specie nella parte che sembra un «salva-authority».
Gli atti di sindacato ispettivo spesso sono un po' ridondanti e magari anche polemici nei toni, ma sono una miniera inesauribile di storie, fatti, ingiustizie grandi e piccine, affari più o meno sporchi, che altrimenti passerebbero sotto silenzio. All'inizio di questa legislatura, probabilmente qualche deputato con poca esperienza ha un po' esagerato: ci sono state interrogazioni e interpellanze di 10 pagine, alcune anche con allegati come fossero delle proposte di legge e non delle domande da porre al ministro competente.
E così la Casellati, da bravo avvocato amante della sintesi, ha pensato bene di darci un taglio, sfornando però una circolare che sembra cucita su misura per gli interessi dei poteri forti. Nella circolare, il presidente del Senato richiama tutti i colleghi al rispetto delle norme vigenti e, in particolare, all'articolo 145 del regolamento, dove l'interrogazione viene definita «la semplice domanda rivolta al ministro competente per avere informazioni o spiegazioni». Casellati ne ricava che sarebbe «evidente come l'articolata descrizione di vicende in premessa o la estesa citazione di articoli giornalistici o di altre fonti appaia estranea allo spirito della norma». Peccato che, specie quando su una notizia di quelle che i lettori della Verità sono abituati a leggere cala una coltre di silenzio totale, l'interrogazione parlamentare sia uno dei pochi modi per provare a forzare il blocco informativo e il mutismo del governo di turno. Il presidente del Senato scrive poi che lo stesso regolamento prevede che il governo debba indicare «quali provvedimenti sono stati adottati o s'intendono adottare» sui fatti oggetto dell'interrogazione. Ebbene, per la Casellati «la disposizione appare inequivoca nel collegare la funzione dell'atto ispettivo alla concreta sfera di competenza dell'esecutivo».
Sarebbero dunque illegittime tutte le domande che vanno a toccare temi che non sono di competenza del governo. E qui la circolare fa una serie di esempi: «Organi costituzionali, attribuzioni di altri poteri dello Stato, autorità indipendenti, organi territoriali o sovranazionali, attività di partiti politici». Interrogazioni su, ad esempio, Csm o Antitrust, rivolte come sempre al ministro della Giustizia o dell'Economia, sarebbero quindi «improponibili». E qui viene in mente il recente caso dell'ex presidente della Consob, Mario Nava, che aveva mantenuto l'impiego a Bruxelles per pagare meno tasse e che alla fine si è dimesso dopo una serie di interrogazioni parlamentari dei 5 stelle.
Il senatore pentastellato Elio Lannutti non ha dubbi: «Con queste regole della Casellati sarebbero rimasti nell'ombra un sacco di scandali, sui truffati dalle banche, oltre all'ultimo caso della Consob».
Più articolata la posizione di Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto e storico volto della sinistra romana: «Qualche abuso c'è stato e anche il fatto della lunghezza eccessiva in effetti è un problema, ma il passaggio della circolare sulle autorità indipendenti credo che vada assolutamente ripensato».
Francesco Bonazzi
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«Non vogliamo essere processati per aver fatto politica», tuona il presidente degli ex parlamentari Antonello Falomi. Ma il presidente della Camera Roberto Fico, promotore della delibera, non molla: «Lo rifarei altre cento volte».Per il nuovo regolamento, i ministri potranno essere interrogati solo sull'attività del governo. E senza citare articoli di giornale.Lo speciale contiene due articoliSe la sono presa parecchio gli ex deputati per il taglio dei loro vitalizi e sono già ben 1176 i ricorsi, numero che peraltro, da qui alla scadenza di presentazione dell'11 ottobre, potrebbe aumentare. «Non ci stiamo a essere processati per quello che abbiamo fatto nella nostra attività politica», ha tuonato il presidente dell'associazione ex parlamentari Antonello Falomi durante conferenza stampa tenutasi ieri a Montecitorio. «Ci hanno definito ladri e parassiti, ma gli ex parlamentari hanno servito il Paese con onestà e dignità». Una rappresaglia «di massa», come l'ha definita il presidente della Camera Roberto Fico, promotore della delibera che ricalcola i vitalizi secondo il sistema contributivo. Il 10 per cento dei ricorrenti, inoltre, ha anche fatto richiesta urgente di sospensiva della delibera (che ricordiamo entrerà in vigore dal prossimo anno). «Ci sono persone», ha spiegato Falomi, «che si trovano di fronte a danni irrimediabili derivanti dal taglio, persone che hanno un pessimo stato di salute, senza redditi sufficienti e che hanno contratto degli obblighi con degli istituti finanziari. Sono situazioni drammatiche e gravi». Ma Fico replica: «Lo rifarei cento volte!». Gli ex parlamentari, dal canto loro, sembrano comunque disposti a fare dei sacrifici, «purché siano previsti in una forma ragionevole e costituzionalmente sostenibile», sottolinea il presidente dell'Associazione, che poi avanza la richiesta ufficiale di un incontro con la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. «Secondo quanto emerge dal parere chiesto dal Senato al Consiglio di Stato (a cui quest'ultimo ha risposto con il parare della Commissione speciale il 26 luglio scorso) l'unica misura costituzionale sarebbe un contributo di solidarietà». Fonti della Verità ci informano che nella fase preparatoria all'approvazione della delibera di sforbiciata ai vitalizi, avvenuta in luglio in Ufficio di presidenza, la Lega insistette per la formula del contributo di solidarietà al posto del vero e proprio taglio: «Noi sapevamo che saremmo andati incontro a un fiume di ricorsi e quindi ci sembrava più prudente, e anche più umano, optare per il contributo di solidarietà, già adottato negli anni passati per ritoccare i vitalizi e pensioni, ma i 5 stelle hanno insistito senza tregua». Sul fronte giuridico la situazione verrà affrontata dagli organi interni delle Camere, secondo il principio dell'autodichia (potere, assegnato appunto alle Camere, di giudicare in merito ai ricorsi presentati sugli atti amministrativi da loro stessi emanati) a partire dal consiglio giurisdizionale di Montecitorio, che comincerà a esaminare i ricorsi dal prossimo novembre. Ma anche su questo aspetto gli ex deputati hanno promesso battaglia, annunciando che «esiste un grande spazio per non essere soggetti all'autodichia, dalla quale non ci faremo imprigionare». La strategia, come ha spiegato Peppino Gargani, vicepresidente dell'Associazione ex parlamentari, è quella di rivolgersi alla Cassazione e, come ultima ratio, alla Corte europea dei Diritti umani. Secondo Falomi, infatti, i giudici che saranno indicati dagli organi parlamentari non sono in grado di garantire una valutazione equa: «Esprimiamo grande preoccupazione per le parole che abbiamo ascoltato dal vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio, il quale ha sostenuto che l'autodichia verrà usata contro gli ex-parlamentari, perché i giudici avranno la stessa sensibilità di chi ha fatto la delibera. Siamo di fronte a una violazione di legge». Il presidente della Camera Fico, a margine di una commemorazione degli ebrei romani vittime delle leggi razziali fasciste, rivendicato però «la responsabilità piena» del suo operato: «L'ho fatta io ed è una delibera salda che ripara delle ingiustizie. Possono ricorrere perché è loro diritto, ma la delibera è salda, è giusta averla fatta». A rendere la situazione ancor più tesa, arriva l'esposto con denuncia a Luigi Di Maio da parte dell'ex senatore leghista Marco Preioni (1994-2001, poi, fino al 2006, vice capo di gabinetto di Roberto Castelli al ministero della Giustizia) per le dichiarazioni ritenute da quest'ultimo «minacciose» agli ex parlamentari che promettono ricorso contro il taglio dei vitalizi. L'ha presentata alla Procura di Roma e inoltre ha denunciato lo stesso al Consiglio di Giurisdizione, organo giudiziario della Camera, «per avere pubblicamente affermato che gli ex parlamentari che avessero fatto ricorso avrebbero affrontato un giudice che “è lo stesso organo che ha le stesse sensibilità politiche di chi ha tagliato i vitalizi': commettendo un grave atto d'implicita intimidazione verso un corpo giudiziario». E infine contesta il vice premier per le «minacciose pressioni nei confronti della presidenza del Senato perché disponga anche per il Senato una deliberazione identica a quella della Camera». A sostegno di questa tesi, l'ex senatore cita una frase di Di Maio: «Settecento ex deputati hanno fatto ricorso per riavere i vitalizi che noi abbiamo abolito e continuare a essere mantenuti a vita dallo Stato come fossero dei nababbi. Ma questi ex dis-onorevoli lo sanno cosa è la giustizia sociale? Il Senato abolisca subito i vitalizi». Frase indirizzata alla presidente del Senato Alberti Casellati, «accusata da alcuni esponenti del movimento di temporeggiare nella convocazione del consiglio di presidenza», ha concluso Preioni. Maria Elena Capitanio<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ex-deputati-aggrappati-al-vitalizio-i-ricorsi-contro-il-taglio-sono-1-176-2608644778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ordinanza-della-casellati-mette-il-bavaglio-ai-senatori" data-post-id="2608644778" data-published-at="1782246335" data-use-pagination="False"> Ordinanza della Casellati mette il bavaglio ai senatori Basta con queste interrogazioni parlamentari troppo precise, che magari citano perfino i giornali, e soprattutto niente domande su Bankitalia, Consob, AgCom, Antitrust eccetera. Al Senato c'è una circolare del presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati che tenta di mettere il bavaglio ai senatori impiccioni. Una circolare del mese scorso, che all'inizio forse non è stata valutata con la dovuta attenzione dai partiti, ma che nella scorsa settimana ha iniziato ad allarmare M5s e ha visto le perplessità del gruppo Misto, specie nella parte che sembra un «salva-authority». Gli atti di sindacato ispettivo spesso sono un po' ridondanti e magari anche polemici nei toni, ma sono una miniera inesauribile di storie, fatti, ingiustizie grandi e piccine, affari più o meno sporchi, che altrimenti passerebbero sotto silenzio. All'inizio di questa legislatura, probabilmente qualche deputato con poca esperienza ha un po' esagerato: ci sono state interrogazioni e interpellanze di 10 pagine, alcune anche con allegati come fossero delle proposte di legge e non delle domande da porre al ministro competente. E così la Casellati, da bravo avvocato amante della sintesi, ha pensato bene di darci un taglio, sfornando però una circolare che sembra cucita su misura per gli interessi dei poteri forti. Nella circolare, il presidente del Senato richiama tutti i colleghi al rispetto delle norme vigenti e, in particolare, all'articolo 145 del regolamento, dove l'interrogazione viene definita «la semplice domanda rivolta al ministro competente per avere informazioni o spiegazioni». Casellati ne ricava che sarebbe «evidente come l'articolata descrizione di vicende in premessa o la estesa citazione di articoli giornalistici o di altre fonti appaia estranea allo spirito della norma». Peccato che, specie quando su una notizia di quelle che i lettori della Verità sono abituati a leggere cala una coltre di silenzio totale, l'interrogazione parlamentare sia uno dei pochi modi per provare a forzare il blocco informativo e il mutismo del governo di turno. Il presidente del Senato scrive poi che lo stesso regolamento prevede che il governo debba indicare «quali provvedimenti sono stati adottati o s'intendono adottare» sui fatti oggetto dell'interrogazione. Ebbene, per la Casellati «la disposizione appare inequivoca nel collegare la funzione dell'atto ispettivo alla concreta sfera di competenza dell'esecutivo». Sarebbero dunque illegittime tutte le domande che vanno a toccare temi che non sono di competenza del governo. E qui la circolare fa una serie di esempi: «Organi costituzionali, attribuzioni di altri poteri dello Stato, autorità indipendenti, organi territoriali o sovranazionali, attività di partiti politici». Interrogazioni su, ad esempio, Csm o Antitrust, rivolte come sempre al ministro della Giustizia o dell'Economia, sarebbero quindi «improponibili». E qui viene in mente il recente caso dell'ex presidente della Consob, Mario Nava, che aveva mantenuto l'impiego a Bruxelles per pagare meno tasse e che alla fine si è dimesso dopo una serie di interrogazioni parlamentari dei 5 stelle. Il senatore pentastellato Elio Lannutti non ha dubbi: «Con queste regole della Casellati sarebbero rimasti nell'ombra un sacco di scandali, sui truffati dalle banche, oltre all'ultimo caso della Consob». Più articolata la posizione di Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto e storico volto della sinistra romana: «Qualche abuso c'è stato e anche il fatto della lunghezza eccessiva in effetti è un problema, ma il passaggio della circolare sulle autorità indipendenti credo che vada assolutamente ripensato». Francesco Bonazzi
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?