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2018-09-29
Ex deputati aggrappati al vitalizio. I ricorsi contro il taglio sono 1.176
Ansa
Se la sono presa parecchio gli ex deputati per il taglio dei loro vitalizi e sono già ben 1176 i ricorsi, numero che peraltro, da qui alla scadenza di presentazione dell'11 ottobre, potrebbe aumentare. «Non ci stiamo a essere processati per quello che abbiamo fatto nella nostra attività politica», ha tuonato il presidente dell'associazione ex parlamentari Antonello Falomi durante conferenza stampa tenutasi ieri a Montecitorio. «Ci hanno definito ladri e parassiti, ma gli ex parlamentari hanno servito il Paese con onestà e dignità».
Una rappresaglia «di massa», come l'ha definita il presidente della Camera Roberto Fico, promotore della delibera che ricalcola i vitalizi secondo il sistema contributivo. Il 10 per cento dei ricorrenti, inoltre, ha anche fatto richiesta urgente di sospensiva della delibera (che ricordiamo entrerà in vigore dal prossimo anno). «Ci sono persone», ha spiegato Falomi, «che si trovano di fronte a danni irrimediabili derivanti dal taglio, persone che hanno un pessimo stato di salute, senza redditi sufficienti e che hanno contratto degli obblighi con degli istituti finanziari. Sono situazioni drammatiche e gravi». Ma Fico replica: «Lo rifarei cento volte!».
Gli ex parlamentari, dal canto loro, sembrano comunque disposti a fare dei sacrifici, «purché siano previsti in una forma ragionevole e costituzionalmente sostenibile», sottolinea il presidente dell'Associazione, che poi avanza la richiesta ufficiale di un incontro con la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. «Secondo quanto emerge dal parere chiesto dal Senato al Consiglio di Stato (a cui quest'ultimo ha risposto con il parare della Commissione speciale il 26 luglio scorso) l'unica misura costituzionale sarebbe un contributo di solidarietà».
Fonti della Verità ci informano che nella fase preparatoria all'approvazione della delibera di sforbiciata ai vitalizi, avvenuta in luglio in Ufficio di presidenza, la Lega insistette per la formula del contributo di solidarietà al posto del vero e proprio taglio: «Noi sapevamo che saremmo andati incontro a un fiume di ricorsi e quindi ci sembrava più prudente, e anche più umano, optare per il contributo di solidarietà, già adottato negli anni passati per ritoccare i vitalizi e pensioni, ma i 5 stelle hanno insistito senza tregua».
Sul fronte giuridico la situazione verrà affrontata dagli organi interni delle Camere, secondo il principio dell'autodichia (potere, assegnato appunto alle Camere, di giudicare in merito ai ricorsi presentati sugli atti amministrativi da loro stessi emanati) a partire dal consiglio giurisdizionale di Montecitorio, che comincerà a esaminare i ricorsi dal prossimo novembre. Ma anche su questo aspetto gli ex deputati hanno promesso battaglia, annunciando che «esiste un grande spazio per non essere soggetti all'autodichia, dalla quale non ci faremo imprigionare».
La strategia, come ha spiegato Peppino Gargani, vicepresidente dell'Associazione ex parlamentari, è quella di rivolgersi alla Cassazione e, come ultima ratio, alla Corte europea dei Diritti umani. Secondo Falomi, infatti, i giudici che saranno indicati dagli organi parlamentari non sono in grado di garantire una valutazione equa: «Esprimiamo grande preoccupazione per le parole che abbiamo ascoltato dal vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio, il quale ha sostenuto che l'autodichia verrà usata contro gli ex-parlamentari, perché i giudici avranno la stessa sensibilità di chi ha fatto la delibera. Siamo di fronte a una violazione di legge». Il presidente della Camera Fico, a margine di una commemorazione degli ebrei romani vittime delle leggi razziali fasciste, rivendicato però «la responsabilità piena» del suo operato: «L'ho fatta io ed è una delibera salda che ripara delle ingiustizie. Possono ricorrere perché è loro diritto, ma la delibera è salda, è giusta averla fatta».
A rendere la situazione ancor più tesa, arriva l'esposto con denuncia a Luigi Di Maio da parte dell'ex senatore leghista Marco Preioni (1994-2001, poi, fino al 2006, vice capo di gabinetto di Roberto Castelli al ministero della Giustizia) per le dichiarazioni ritenute da quest'ultimo «minacciose» agli ex parlamentari che promettono ricorso contro il taglio dei vitalizi. L'ha presentata alla Procura di Roma e inoltre ha denunciato lo stesso al Consiglio di Giurisdizione, organo giudiziario della Camera, «per avere pubblicamente affermato che gli ex parlamentari che avessero fatto ricorso avrebbero affrontato un giudice che “è lo stesso organo che ha le stesse sensibilità politiche di chi ha tagliato i vitalizi': commettendo un grave atto d'implicita intimidazione verso un corpo giudiziario».
E infine contesta il vice premier per le «minacciose pressioni nei confronti della presidenza del Senato perché disponga anche per il Senato una deliberazione identica a quella della Camera». A sostegno di questa tesi, l'ex senatore cita una frase di Di Maio: «Settecento ex deputati hanno fatto ricorso per riavere i vitalizi che noi abbiamo abolito e continuare a essere mantenuti a vita dallo Stato come fossero dei nababbi. Ma questi ex dis-onorevoli lo sanno cosa è la giustizia sociale? Il Senato abolisca subito i vitalizi». Frase indirizzata alla presidente del Senato Alberti Casellati, «accusata da alcuni esponenti del movimento di temporeggiare nella convocazione del consiglio di presidenza», ha concluso Preioni.
Maria Elena Capitanio
Ordinanza della Casellati mette il bavaglio ai senatori
Basta con queste interrogazioni parlamentari troppo precise, che magari citano perfino i giornali, e soprattutto niente domande su Bankitalia, Consob, AgCom, Antitrust eccetera. Al Senato c'è una circolare del presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati che tenta di mettere il bavaglio ai senatori impiccioni. Una circolare del mese scorso, che all'inizio forse non è stata valutata con la dovuta attenzione dai partiti, ma che nella scorsa settimana ha iniziato ad allarmare M5s e ha visto le perplessità del gruppo Misto, specie nella parte che sembra un «salva-authority».
Gli atti di sindacato ispettivo spesso sono un po' ridondanti e magari anche polemici nei toni, ma sono una miniera inesauribile di storie, fatti, ingiustizie grandi e piccine, affari più o meno sporchi, che altrimenti passerebbero sotto silenzio. All'inizio di questa legislatura, probabilmente qualche deputato con poca esperienza ha un po' esagerato: ci sono state interrogazioni e interpellanze di 10 pagine, alcune anche con allegati come fossero delle proposte di legge e non delle domande da porre al ministro competente.
E così la Casellati, da bravo avvocato amante della sintesi, ha pensato bene di darci un taglio, sfornando però una circolare che sembra cucita su misura per gli interessi dei poteri forti. Nella circolare, il presidente del Senato richiama tutti i colleghi al rispetto delle norme vigenti e, in particolare, all'articolo 145 del regolamento, dove l'interrogazione viene definita «la semplice domanda rivolta al ministro competente per avere informazioni o spiegazioni». Casellati ne ricava che sarebbe «evidente come l'articolata descrizione di vicende in premessa o la estesa citazione di articoli giornalistici o di altre fonti appaia estranea allo spirito della norma». Peccato che, specie quando su una notizia di quelle che i lettori della Verità sono abituati a leggere cala una coltre di silenzio totale, l'interrogazione parlamentare sia uno dei pochi modi per provare a forzare il blocco informativo e il mutismo del governo di turno. Il presidente del Senato scrive poi che lo stesso regolamento prevede che il governo debba indicare «quali provvedimenti sono stati adottati o s'intendono adottare» sui fatti oggetto dell'interrogazione. Ebbene, per la Casellati «la disposizione appare inequivoca nel collegare la funzione dell'atto ispettivo alla concreta sfera di competenza dell'esecutivo».
Sarebbero dunque illegittime tutte le domande che vanno a toccare temi che non sono di competenza del governo. E qui la circolare fa una serie di esempi: «Organi costituzionali, attribuzioni di altri poteri dello Stato, autorità indipendenti, organi territoriali o sovranazionali, attività di partiti politici». Interrogazioni su, ad esempio, Csm o Antitrust, rivolte come sempre al ministro della Giustizia o dell'Economia, sarebbero quindi «improponibili». E qui viene in mente il recente caso dell'ex presidente della Consob, Mario Nava, che aveva mantenuto l'impiego a Bruxelles per pagare meno tasse e che alla fine si è dimesso dopo una serie di interrogazioni parlamentari dei 5 stelle.
Il senatore pentastellato Elio Lannutti non ha dubbi: «Con queste regole della Casellati sarebbero rimasti nell'ombra un sacco di scandali, sui truffati dalle banche, oltre all'ultimo caso della Consob».
Più articolata la posizione di Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto e storico volto della sinistra romana: «Qualche abuso c'è stato e anche il fatto della lunghezza eccessiva in effetti è un problema, ma il passaggio della circolare sulle autorità indipendenti credo che vada assolutamente ripensato».
Francesco Bonazzi
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«Non vogliamo essere processati per aver fatto politica», tuona il presidente degli ex parlamentari Antonello Falomi. Ma il presidente della Camera Roberto Fico, promotore della delibera, non molla: «Lo rifarei altre cento volte».Per il nuovo regolamento, i ministri potranno essere interrogati solo sull'attività del governo. E senza citare articoli di giornale.Lo speciale contiene due articoliSe la sono presa parecchio gli ex deputati per il taglio dei loro vitalizi e sono già ben 1176 i ricorsi, numero che peraltro, da qui alla scadenza di presentazione dell'11 ottobre, potrebbe aumentare. «Non ci stiamo a essere processati per quello che abbiamo fatto nella nostra attività politica», ha tuonato il presidente dell'associazione ex parlamentari Antonello Falomi durante conferenza stampa tenutasi ieri a Montecitorio. «Ci hanno definito ladri e parassiti, ma gli ex parlamentari hanno servito il Paese con onestà e dignità». Una rappresaglia «di massa», come l'ha definita il presidente della Camera Roberto Fico, promotore della delibera che ricalcola i vitalizi secondo il sistema contributivo. Il 10 per cento dei ricorrenti, inoltre, ha anche fatto richiesta urgente di sospensiva della delibera (che ricordiamo entrerà in vigore dal prossimo anno). «Ci sono persone», ha spiegato Falomi, «che si trovano di fronte a danni irrimediabili derivanti dal taglio, persone che hanno un pessimo stato di salute, senza redditi sufficienti e che hanno contratto degli obblighi con degli istituti finanziari. Sono situazioni drammatiche e gravi». Ma Fico replica: «Lo rifarei cento volte!». Gli ex parlamentari, dal canto loro, sembrano comunque disposti a fare dei sacrifici, «purché siano previsti in una forma ragionevole e costituzionalmente sostenibile», sottolinea il presidente dell'Associazione, che poi avanza la richiesta ufficiale di un incontro con la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. «Secondo quanto emerge dal parere chiesto dal Senato al Consiglio di Stato (a cui quest'ultimo ha risposto con il parare della Commissione speciale il 26 luglio scorso) l'unica misura costituzionale sarebbe un contributo di solidarietà». Fonti della Verità ci informano che nella fase preparatoria all'approvazione della delibera di sforbiciata ai vitalizi, avvenuta in luglio in Ufficio di presidenza, la Lega insistette per la formula del contributo di solidarietà al posto del vero e proprio taglio: «Noi sapevamo che saremmo andati incontro a un fiume di ricorsi e quindi ci sembrava più prudente, e anche più umano, optare per il contributo di solidarietà, già adottato negli anni passati per ritoccare i vitalizi e pensioni, ma i 5 stelle hanno insistito senza tregua». Sul fronte giuridico la situazione verrà affrontata dagli organi interni delle Camere, secondo il principio dell'autodichia (potere, assegnato appunto alle Camere, di giudicare in merito ai ricorsi presentati sugli atti amministrativi da loro stessi emanati) a partire dal consiglio giurisdizionale di Montecitorio, che comincerà a esaminare i ricorsi dal prossimo novembre. Ma anche su questo aspetto gli ex deputati hanno promesso battaglia, annunciando che «esiste un grande spazio per non essere soggetti all'autodichia, dalla quale non ci faremo imprigionare». La strategia, come ha spiegato Peppino Gargani, vicepresidente dell'Associazione ex parlamentari, è quella di rivolgersi alla Cassazione e, come ultima ratio, alla Corte europea dei Diritti umani. Secondo Falomi, infatti, i giudici che saranno indicati dagli organi parlamentari non sono in grado di garantire una valutazione equa: «Esprimiamo grande preoccupazione per le parole che abbiamo ascoltato dal vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio, il quale ha sostenuto che l'autodichia verrà usata contro gli ex-parlamentari, perché i giudici avranno la stessa sensibilità di chi ha fatto la delibera. Siamo di fronte a una violazione di legge». Il presidente della Camera Fico, a margine di una commemorazione degli ebrei romani vittime delle leggi razziali fasciste, rivendicato però «la responsabilità piena» del suo operato: «L'ho fatta io ed è una delibera salda che ripara delle ingiustizie. Possono ricorrere perché è loro diritto, ma la delibera è salda, è giusta averla fatta». A rendere la situazione ancor più tesa, arriva l'esposto con denuncia a Luigi Di Maio da parte dell'ex senatore leghista Marco Preioni (1994-2001, poi, fino al 2006, vice capo di gabinetto di Roberto Castelli al ministero della Giustizia) per le dichiarazioni ritenute da quest'ultimo «minacciose» agli ex parlamentari che promettono ricorso contro il taglio dei vitalizi. L'ha presentata alla Procura di Roma e inoltre ha denunciato lo stesso al Consiglio di Giurisdizione, organo giudiziario della Camera, «per avere pubblicamente affermato che gli ex parlamentari che avessero fatto ricorso avrebbero affrontato un giudice che “è lo stesso organo che ha le stesse sensibilità politiche di chi ha tagliato i vitalizi': commettendo un grave atto d'implicita intimidazione verso un corpo giudiziario». E infine contesta il vice premier per le «minacciose pressioni nei confronti della presidenza del Senato perché disponga anche per il Senato una deliberazione identica a quella della Camera». A sostegno di questa tesi, l'ex senatore cita una frase di Di Maio: «Settecento ex deputati hanno fatto ricorso per riavere i vitalizi che noi abbiamo abolito e continuare a essere mantenuti a vita dallo Stato come fossero dei nababbi. Ma questi ex dis-onorevoli lo sanno cosa è la giustizia sociale? Il Senato abolisca subito i vitalizi». Frase indirizzata alla presidente del Senato Alberti Casellati, «accusata da alcuni esponenti del movimento di temporeggiare nella convocazione del consiglio di presidenza», ha concluso Preioni. Maria Elena Capitanio<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ex-deputati-aggrappati-al-vitalizio-i-ricorsi-contro-il-taglio-sono-1-176-2608644778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ordinanza-della-casellati-mette-il-bavaglio-ai-senatori" data-post-id="2608644778" data-published-at="1773900941" data-use-pagination="False"> Ordinanza della Casellati mette il bavaglio ai senatori Basta con queste interrogazioni parlamentari troppo precise, che magari citano perfino i giornali, e soprattutto niente domande su Bankitalia, Consob, AgCom, Antitrust eccetera. Al Senato c'è una circolare del presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati che tenta di mettere il bavaglio ai senatori impiccioni. Una circolare del mese scorso, che all'inizio forse non è stata valutata con la dovuta attenzione dai partiti, ma che nella scorsa settimana ha iniziato ad allarmare M5s e ha visto le perplessità del gruppo Misto, specie nella parte che sembra un «salva-authority». Gli atti di sindacato ispettivo spesso sono un po' ridondanti e magari anche polemici nei toni, ma sono una miniera inesauribile di storie, fatti, ingiustizie grandi e piccine, affari più o meno sporchi, che altrimenti passerebbero sotto silenzio. All'inizio di questa legislatura, probabilmente qualche deputato con poca esperienza ha un po' esagerato: ci sono state interrogazioni e interpellanze di 10 pagine, alcune anche con allegati come fossero delle proposte di legge e non delle domande da porre al ministro competente. E così la Casellati, da bravo avvocato amante della sintesi, ha pensato bene di darci un taglio, sfornando però una circolare che sembra cucita su misura per gli interessi dei poteri forti. Nella circolare, il presidente del Senato richiama tutti i colleghi al rispetto delle norme vigenti e, in particolare, all'articolo 145 del regolamento, dove l'interrogazione viene definita «la semplice domanda rivolta al ministro competente per avere informazioni o spiegazioni». Casellati ne ricava che sarebbe «evidente come l'articolata descrizione di vicende in premessa o la estesa citazione di articoli giornalistici o di altre fonti appaia estranea allo spirito della norma». Peccato che, specie quando su una notizia di quelle che i lettori della Verità sono abituati a leggere cala una coltre di silenzio totale, l'interrogazione parlamentare sia uno dei pochi modi per provare a forzare il blocco informativo e il mutismo del governo di turno. Il presidente del Senato scrive poi che lo stesso regolamento prevede che il governo debba indicare «quali provvedimenti sono stati adottati o s'intendono adottare» sui fatti oggetto dell'interrogazione. Ebbene, per la Casellati «la disposizione appare inequivoca nel collegare la funzione dell'atto ispettivo alla concreta sfera di competenza dell'esecutivo». Sarebbero dunque illegittime tutte le domande che vanno a toccare temi che non sono di competenza del governo. E qui la circolare fa una serie di esempi: «Organi costituzionali, attribuzioni di altri poteri dello Stato, autorità indipendenti, organi territoriali o sovranazionali, attività di partiti politici». Interrogazioni su, ad esempio, Csm o Antitrust, rivolte come sempre al ministro della Giustizia o dell'Economia, sarebbero quindi «improponibili». E qui viene in mente il recente caso dell'ex presidente della Consob, Mario Nava, che aveva mantenuto l'impiego a Bruxelles per pagare meno tasse e che alla fine si è dimesso dopo una serie di interrogazioni parlamentari dei 5 stelle. Il senatore pentastellato Elio Lannutti non ha dubbi: «Con queste regole della Casellati sarebbero rimasti nell'ombra un sacco di scandali, sui truffati dalle banche, oltre all'ultimo caso della Consob». Più articolata la posizione di Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto e storico volto della sinistra romana: «Qualche abuso c'è stato e anche il fatto della lunghezza eccessiva in effetti è un problema, ma il passaggio della circolare sulle autorità indipendenti credo che vada assolutamente ripensato». Francesco Bonazzi
Giorgia Meloni (Ansa)
Il provvedimento è tutt’altro che un «pannicello caldo»: il taglio delle accise è una misura che già da questa mattina si tradurrà in un corposo risparmio per automobilisti e autotrasportatori che faranno rifornimento alla pompa di benzina, vedendo finalmente sparire il famigerato numero 2 dalle tabelle dei distributori: il diesel scenderà sotto i 2 euro al litro. Una misura che vale per tutti, mentre una delle ipotesi circolate nei giorni scorsi, quella di un bonus per le sole famiglie con un Isee basso, avrebbe escluso dal beneficio milioni e milioni di italiani. Ieri mattina, a Palazzo Chigi, si è svolta una riunione alla quale hanno partecipato il premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, con al centro il dossier carburanti, al quale il governo ha lavorato incessantemente in questi giorni, per cercare il modo migliore per fronteggiare l’aumento dei prezzi dopo la crisi in Medio Oriente per la guerra in Iran. Nel primo pomeriggio poi, è stato il vicepremier Matteo Salvini a riunire in Prefettura, a Milano, le compagnie petrolifere. Curiosità: il tavolo avrebbe dovuto in teoria convocarlo, per competenza, il ministro delle Imprese Adolfo Urso, ma è sceso in campo direttamente il vicepremier. Del resto, pochi giorni fa, Urso aveva dichiarato di considerare inefficace il taglio delle accise, criticando i benefici del provvedimento preso nel marzo 2022 dal governo allora guidato da Mario Draghi. Troppo importante fare presto e bene: il malcontento per l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra si stava saldando con la campagna elettorale del No al referendum, giunta agli sgoccioli. «Occhio ai rincari», ha scritto domenica scorsa il nostro direttore Maurizio Belpietro, «il portafogli spinge il No. Prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti dei rincari di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì». Una riflessione che evidentemente ha fatto breccia anche a Palazzo Chigi, convincendo il governo che fosse necessario un provvedimento forte per togliere ai sostenitori del No un’arma impropria, assolutamente strumentale ma potenzialmente efficace.
«Siamo intervenuti in consiglio dei ministri», dice il premier Giorgia Meloni al Tg1, al termine del cdm, «con un decreto che riguarda il prezzo del carburante, la priorità in questo momento. Siamo intervenuti con tre misure: tagliamo di 25 centesimi al litro, introduciamo il credito d’imposta per gli autotrasportatori, perché non vogliamo che l’aumento del prezzo si trasferisca sui prezzi di consumo, e diamo vita al meccanismo antispeculazione che, di fatto, lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi. Quindi combattiamo la speculazione», aggiunge la Meloni, «e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo».
«Con il taglio delle accise deciso dal governo», esulta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, «considerando i prezzi medi resi noti oggi dal Mimit, il gasolio in modalità self service in autostrada, nell’ipotesi di prezzi industriali costanti, scenderà a 1,864 euro, con un risparmio per un pieno di 50 litri pari a 15,25 euro; la benzina diminuirà a 1,645 euro con una minor spesa a rifornimento sempre pari a 15,25 euro, mentre nella rete stradale nazionale il gasolio calerà a 1,798 euro e la benzina a 1,562 euro. Il fatto che l'intervento duri solo 20 giorni, non è un problema. Anche il decreto di Draghi durava inizialmente solo 30 giorni e poi veniva prorogato di mese in mese, sia per poter trovare nel frattempo le coperture, sia perché, se la guerra finisce i prezzi scendono, anche se più lentamente, quindi l'abbassamento può essere modulato».
Il cdm di ieri ha inoltre deciso un credito d’imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti per il settore ittico, per un valore di 10 milioni di euro. «Il governo», commenta il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, «dà un sostegno concreto al settore ittico italiano, con il credito di imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti. A partire da domani le nostre marinerie, i nostri pescatori, potranno attutire i rincari del costo del carburante necessario a far lavorare le imbarcazioni. È una misura che ha un impatto sia sulle nostre imprese ittiche che sui cittadini che potranno continuare a scegliere cibo di qualità senza ulteriori aumenti derivanti dall’aumento dei costi di produzione sopportati dai pescatori».
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Oscar Luigi Scalfaro (Ansa)
Fin dai tempi di Scalfaro ho sempre pensato che la par condicio fosse una scemenza. Innanzitutto, perché si basa sul convincimento che gli italiani siano fessi, e dunque abbiano bisogno che l’informazione venga loro somministrata a piccole dosi, con particolari precauzioni e con un antidoto, quasi che gli elettori non siano in grado di intendere e di volere, ma soprattutto di cambiare canale. Ma poi la lottizzazione dell’informazione istituzionalizzata da una legge (questo, infatti, è ciò che di fatto impone la par condicio) si basa sul convincimento che la tv sia il centro del mondo e anche dell’informazione, frutto dell’ossessione che Scalfaro, al secolo il Campanaro, aveva nei confronti di Silvio Berlusconi. Secondo lui le tv del Cavaliere erano l’oppio dei popoli e dunque era necessario sottoporre gli italiani a una cura disintossicante, perché non fossero vittima dell’overdose di propaganda politica. Tuttavia, se già nel secolo scorso, quello per intenderci in cui Scalfaro era capo dello Stato, la televisione non era l’unica fonte, perché la comunicazione politica era già affidata anche ad altri mezzi (la stampa è da sempre schierata a sinistra e nessuno si sogna di riequilibrare editoriali ed articoli), ora lo è ancor meno.
Sui social e in Rete si discute liberamente, senza che nessuno si preoccupi di percentuali a favore di un fronte o dell’altro. Nessuno si chiede quanti siano i post a favore del Sì e quanti quelli per il No. E soprattutto nessuno si interroga su quante visualizzazioni abbia un video rispetto a un altro e dunque quale sia la platea che ha avuto accesso a una posizione. Forse in base alla par condicio, l’occhiuta Agcom ha chiesto a Meta, TikTok o Youtube di controbilanciare i messaggi di un opinionista o di un politico? Eppure, ci sono milioni di utenti che ogni giorno si abbeverano all’informazione che circola sui social network. E allora, che facciamo delle norme prodotte da Scalfaro e che ancora sono in circolazione? Continuiamo a tappare la bocca in tv a chi la pensa diversamente calcolando con il bilancino ogni parola? Ma avete presente che cosa accadrà a breve, anzi, che cosa è già accaduto con l’Intelligenza artificiale, che è in grado di generare milioni di informazioni scarsamente certificate, ma soprattutto senza un padre o una madre che si assumano la responsabilità di ciò che viene diffuso? E che farà la temutissima Agcom, che infligge multe se si sfora di qualche minuto con un intervento in tv e fissa regole rigide per le campagne elettorali? Immagino nulla, anche perché saranno le piattaforme a farsi un baffo delle norme che apparivano già datate all’epoca di Scalfaro e del suo «io non ci sto», ma adesso sono fuori dal mondo. Proprio come i commissari che insistono ad applicarle.
Vista la situazione, e visto che non mi piace essere né classificato né imbavagliato, propongo di abolire l’Agcom. Risparmieremmo un sacco di soldi. Di sicuro quelli che preoccupano il comitato del No, che - fra i tanti argomenti usati per contestare la riforma della giustizia - ha schierato anche la questione dell’istituzione di due Csm e dell’Alta corte disciplinare per parlare di spreco. Beh, non sprechiamo i soldi dell’Agenzia garante della comunicazione, che - anche se non a carico della fiscalità generale - sono pagati dalle aziende editoriali in un periodo in cui le aziende editoriali, stante la crisi di giornali, radio e tv, non se la passano bene.
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Sandra Zampa (Imagoeconomica)
Lo ha detto senza mezzi termini a chi scrive, un paio di giorni fa, il senatore dem Walter Verini: «Bisogna avere fiducia nell’apparato», intendendo con questo che non si deve dubitare di assistenti sociali e giudici che hanno deciso di separare la famiglia silvestre, per quanto surreali e pretestuose siano le loro argomentazioni.
Si spiega con questa fedeltà al potere burocratico l’astio che il Partito democratico riversa da giorni sui Trevallion e chi li difende. Prima i progressisti si sono scatenati contro Ignazio La Russa, reo di aver detto che avrebbe incontrato la famiglia. L’accusa mossa al presidente del Senato era di voler strumentalizzare le vicende di mamma Catherine e papà Nathan per fare propaganda a favore del referendum (perché ovviamente c’è anche questo: il terrore di perdere alle urne, dunque guai a sfiorare il potere giudiziario, anche se c’è di mezzo una famigliola innocente).
Ha detto bene, a riguardo, Lucio Malan: i Trevallion hanno meno diritti dei carcerati, perché i detenuti possono ricevere e in effetti ricevono visite dai politici, mentre questi genitori non possono incontrare una autorità a meno che il Pd non abbia espresso assenso preventivo.
Lo conferma il comportamento di un’altra illustre esponente piddina che risponde al nome di Sandra Zampa. Quest’ultima, già distintasi per le posizioni aperte e tolleranti sul Covid (si fa per scherzare, ovviamente), se l’è presa addirittura con la Garante nazionale dell’infanzia Marina Terragni, colpevole a suo dire di avere fatto visita ai bambini nella casa protetta di Vasto e di avere espresso valutazioni a riguardo.
«La Garante nazionale dell’infanzia Terragni che in diretta televisiva dà notizie sui bambini della casa del bosco e ne interpreta i sentimenti e le reazioni a spanne», ha attaccato Zampa via social. «Una cosa così non l’avevo mai vista. Spero di non vederla mai più. Farò una interrogazione al Senato».
Se non ci fosse di mezzo una faccenda serissima, sarebbe una esternazione semplicemente esilarante, se non altro perché l’esponente dem dimostra di ignorare del tutto che cosa sia un garante e quali poteri abbia. L’autorità, infatti, è indipendente, motivo per cui non si capisce a chi dovrebbe presentare una interrogazione la Zampa. Alla stessa Terragni? O forse al presidente del Senato o un ministro che non ha potere sulla Garante? Mistero buffo.
Non solo la Terragni rappresenta un organismo indipendente, ma il suo compito consiste precisamente nel vigilare sulle condizioni dei minori e nel valutare se siano o meno trattati dignitosamente. Dunque aver fatto visita ai Trevallion non solo è un gesto che rientra nei suoi poteri, ma si potrebbe affermare che incontrare quei fanciulli fosse anche un suo dovere. Che il Pd lo ignori è curioso, soprattutto se si considera quanto il partito insista sui diritti e sulla salute delle minoranze.
C’è poi un altro aspetto della questione. Se la Zampa ritiene che le valutazioni della garante siano spannometriche (su che base, poi?) allora dovrebbe prendersela con il tribunale dei minori dell’Aquila. È stato infatti quel tribunale, per la penna di Cecilia Angrisano, a stabilire che la Terragni non avrebbe potuto essere accompagnata nella visita da esperti indipendenti e titolati che potessero osservare la situazione e valutare la condizione dei minori. Con tutta evidenza, però, qui il problema è un altro. Semplicemente i dem non sono in grado di tollerare i dissenzienti, apprezzano soltanto le minoranze che possono controllare e infieriscono su tutte le altre. Se a questa violenza discriminatoria si aggiunge il terrore folle di perdere il referendum, capite bene che i Trevallion sono i nemici perfetti, assoluti. Qualsiasi cosa li favorisca va combattuta, osteggiata. Chi difende i loro diritti va contestato, anche se sta agendo a norma di legge e ha tutte le ragioni per farlo.
Vivere nei boschi è rischioso: talvolta ci sono i lupi. Ma vivere fuori è molto peggio: ci sono i progressisti.
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