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2024-09-04
Altro che sanzioni allo zar. L’Europa fa scorpacciate di gas russo e Gazprom gode
Gazprom è la multinazionale russa attiva nell'estrazione e vendita di gas naturale (Getty)
A dispetto dei proclami e nonostante la guerra in Ucraina in pieno corso, il cordone ombelicale che unisce l’Europa alla Russia è ancora pieno di gas. Nel primo semestre di quest’anno l’Unione europea ha importato gas dalla Russia per complessivi 26,4 miliardi di metri cubi (8 dal gasdotto ucraino, 7,7 dal Turkstream e 10,6 di Lng), pari a un secco +25% rispetto allo stesso periodo del 2023.
Nel solo secondo trimestre di quest’anno nell’Unione europea sono entrati 12,8 miliardi di metri cubi di gas russo (somma di Lng e di gas via gasdotti), mentre il gas in arrivo dagli USA è risultato poco sotto (12,3 miliardi di metri cubi, tutto Lng).
Siamo lontani dai livelli pre guerra, quando dalla Russia arrivavano 40 miliardi di metri cubi a trimestre. Tuttavia, si tratta di volumi ancora importanti, soprattutto per i Paesi dell’Est riforniti dal Turkstream e per il gas liquido che approda nel Nord Europa.
Per quanto riguarda l’Italia, in questo 2024 anche il nostro Paese ha importato di più dalla Russia rispetto allo scorso anno. È vero che il rigassificatore di Piombino è entrato in funzione e sta lavorando bene, avendo immesso nei gasdotti italiani tra gennaio e agosto circa 2,2 miliardi di metri cubi di gas. Ma in contemporanea il rigassificatore di Livorno è andato in manutenzione già dallo scorso marzo, lasciando un buco di 2 miliardi di metri cubi rispetto allo scorso anno. Non è un caso che proprio da marzo siano tornati ad aumentare i volumi di gas russo in ingresso in Italia da Tarvisio, tanto che tra gennaio e agosto da lì sono arrivati circa 3,7 miliardi di metri cubi, pari al 9,5% delle importazioni totali nel periodo. Si tratta di una variazione del +76% rispetto allo stesso periodo del 2023.
Dunque, l’Europa sta importando più gas dalla Russia rispetto allo scorso anno, pure in un contesto di minori importazioni complessive. La cosa ha avuto un impatto sui conti del gigante russo del gas, Gazprom, che dopo aver fatto registrare importanti perdite nel 2023, nel primo semestre ha visto un utile di circa 11 miliardi di dollari (frutto anche di una congiuntura favorevole sul petrolio, con il price cap del G7 facilmente aggirato).
Troncato di netto il collegamento diretto con la Germania, il Nord Stream, nel cuore dell’Europa arriva ancora gas dal gasdotto ucraino, che al momento porta circa 40 milioni di metri cubi al giorno in Slovacchia e da lì ad Austria e Italia. L’accordo di trasporto a tre tra Ucraina, Ue e Russia per l’utilizzo di tale gasdotto termina però a dicembre di quest’anno e l’Ucraina ha già avvisato gli europei che non intende rinnovarlo.
A questo punto sono due i fronti dai quali il gas russo continua a fluire in Europa in maggiori quantità. Il primo è il fronte marittimo a Nord, dove il gas naturale liquefatto siberiano approda dalla Russia nei rigassificatori di Francia, Olanda e Belgio. Il secondo è il fronte sudorientale, con il gasdotto Turkstream.
Proprio quell’area rappresenta oggi un punto di vulnerabilità dell’Europa rispetto alla questione del gas dalla Russia. In Turchia approda il gasdotto Turkstream che passa sotto il Mar Nero trasportando il gas russo verso Bulgaria e Ungheria. Proprio questi due governi non hanno intenzione di abbandonare le forniture russe, dati i rapporti storici consolidati ma data soprattutto la mancanza di alternative. La direzione di flusso del gas è sempre stata da Est verso Ovest e non c’è la possibilità di invertire i flussi, almeno senza corposi investimenti cui al momento nessuno sta pensando.
Ne consegue che la Turchia sta cercando di ricavarsi un ruolo di regista dei flussi di gas nella zona, con l’obiettivo dichiarato di diventare il centro di smistamento del gas nell’Europa orientale. La Turchia riceve anche il gas dall’Azerbaijan, con il gasdotto Tanap, che poi si unisce al gasdotto Tap che arriva in Italia con approdo in Puglia. Da lì In Italia quest’anno (gennaio-agosto) sono arrivati 6,7 miliardi di metri cubi. L’Unione europea ha chiesto all’Azerbaijan di aumentare i flussi, con un accordo siglato nel luglio 2022 per portare i volumi a 20 miliardi di metri cubi l’anno, dai poco più di 10 attuali. Come abbiamo spiegato sulla Verità del 23 luglio scorso, però, nessuna azienda europea ha siglato contratti di lungo termine con gli azeri, che considerano questo un passo necessario prima di fare ulteriori investimenti sul gasdotto. Risultato: nessun aumento di capacità in vista verso l’Europa.
Di questa situazione di stallo sembra approfittare proprio la Turchia, che ha dichiarato di essere in grado di esportare fino a 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno, frutto di una miscela che l’operatore turco Botas, ha ribattezzato «Turkish blend», composta da gas di estrazione turca (poco) e gas russo e azero. Le spine dall’Est per Bruxelles, dunque, permangono. Il gas di Gazprom circola nei tubi europei, a dispetto dei proclami. Del resto, se il gas russo non è mai stato sanzionato ufficialmente, un motivo ci sarà.
Turchia nei Brics, l’Ue cala le braghe: «Può avere le alleanze che desidera»
Nuova mossa spregiudicata di Recep Tayyip Erdogan. Secondo Bloomberg News, la Turchia ha fatto richiesta di essere ammessa nei Brics. Il gruppo - storicamente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica - si era recentemente aperto ad altri Paesi, come Emirati arabi, Iran, Egitto ed Etiopia. Qualora si concretizzasse, l’ingresso di Ankara rappresenterebbe una svolta notevole e, sotto certi aspetti, piuttosto preoccupante. La Turchia è infatti un Paese membro della Nato e ha attualmente una procedura aperta per aderire all’Unione europea. Guarda caso, secondo quanto sottolineato dal Daily Sabah, la mossa del sultano nascerebbe anche dalla sua irritazione per le lungaggini relative all’adesione turca all’Ue, oltre che dai disaccordi con i vertici della Nato per i suoi stretti legami con Mosca: negli scorsi anni, Erdogan ha infatti rafforzato i rapporti con Vladimir Putin nel settore della Difesa e sta al contempo cercando di avviare una partnership strategica con Pechino nel delicato settore delle terre rare. Stupisce quindi la reazione di Bruxelles alla notizia della richiesta turca di entrare nei Brics. Il portavoce della Commissione europea, Peter Stano, ha detto che Ankara resta comunque candidata a entrare nell’Unione europea, che ha il diritto a fare le sue scelte, purché rispetti i valori dell’Ue stessa. Una posizione un po’ difficile da capire.
Innanzitutto, non è chiaro come la Turchia possa rispettare i valori europei, facendosi ammettere in un consesso che include Russia e Cina. In secondo luogo, emerge un problema in termini di sicurezza: e questo vale tanto per l’Ue quanto per l’Alleanza atlantica. Quella stessa Alleanza atlantica che, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, è sempre più ai ferri corti con Mosca e che ha anche progressivamente messo nel mirino la minaccia cinese. Dal canto suo, Erdogan sa di potersi permettere una tale spregiudicatezza. Bruxelles non ha alcun peso geopolitico e non tocca palla in alcuno scenario decisivo (a partire dal Medio Oriente). Gli Stati Uniti sono invece guidati da un presidente, Joe Biden, che, ritiratosi dalla competizione elettorale per la riconferma, è attualmente un’anatra zoppa. Non solo. La credibilità internazionale dell’attuale inquilino della Casa Bianca era già compromessa prima dell’addio alla ricandidatura. Quando entrò in carica, disse che voleva tenere una linea dura nei confronti di Erdogan: addirittura, durante la campagna elettorale del 2020, lo aveva definito un «autocrate». Poi, quel proposito si è sciolto come neve al sole. Tanto che la sua amministrazione ha alla fine approvato la vendita dei caccia F-16 ad Ankara, ritirando inoltre l’appoggio americano al progetto del gasdotto Eastmed. Non va infine dimenticato che, per lungo tempo, il sultano si era rivelato in grado di tenere in scacco la Nato, con il suo veto sull’ingresso della Svezia nell’Alleanza stessa.
Insomma, il presidente turco non teme né la Commissione Von der Leyen né l’amministrazione Biden. Questo gli consente di continuare a muoversi con spregiudicatezza. E spiega, in definitiva, la sua richiesta di entrare nei Brics. A complicare ulteriormente la situazione sta il fatto che, l’altro ieri, due marines statunitensi sono stati aggrediti da un’associazione giovanile turca nazionalista e antiamericana nei pressi del porto di Izmir. Si tratta di una questione che potrebbe entrare nella campagna elettorale in vista delle presidenziali di novembre. «Kamala Harris deve esigere che la Turchia si assuma le proprie responsabilità per coloro che intendevano far del male ai nostri marines», ha tuonato l’ex ambasciatrice statunitense all’Onu, Nikki Haley, che ha dato il proprio endorsement alla candidatura presidenziale di Donald Trump. L’ombra del sultano incombe, insomma, anche sulle elezioni americane.
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Nel primo semestre l’Unione ha importato 26,4 miliardi di metri cubi (+25%). E gli utili del colosso di Mosca salgono a 11 miliardi di dollari. Grazie anche alla regia di Ankara.Brics, il sultano Recep Tayyip Erdogan vuole entrare nel club di Vladimir Putin e Xi Jinping e Bruxelles non ha nulla da dire.Lo speciale contiene due articoli A dispetto dei proclami e nonostante la guerra in Ucraina in pieno corso, il cordone ombelicale che unisce l’Europa alla Russia è ancora pieno di gas. Nel primo semestre di quest’anno l’Unione europea ha importato gas dalla Russia per complessivi 26,4 miliardi di metri cubi (8 dal gasdotto ucraino, 7,7 dal Turkstream e 10,6 di Lng), pari a un secco +25% rispetto allo stesso periodo del 2023.Nel solo secondo trimestre di quest’anno nell’Unione europea sono entrati 12,8 miliardi di metri cubi di gas russo (somma di Lng e di gas via gasdotti), mentre il gas in arrivo dagli USA è risultato poco sotto (12,3 miliardi di metri cubi, tutto Lng).Siamo lontani dai livelli pre guerra, quando dalla Russia arrivavano 40 miliardi di metri cubi a trimestre. Tuttavia, si tratta di volumi ancora importanti, soprattutto per i Paesi dell’Est riforniti dal Turkstream e per il gas liquido che approda nel Nord Europa.Per quanto riguarda l’Italia, in questo 2024 anche il nostro Paese ha importato di più dalla Russia rispetto allo scorso anno. È vero che il rigassificatore di Piombino è entrato in funzione e sta lavorando bene, avendo immesso nei gasdotti italiani tra gennaio e agosto circa 2,2 miliardi di metri cubi di gas. Ma in contemporanea il rigassificatore di Livorno è andato in manutenzione già dallo scorso marzo, lasciando un buco di 2 miliardi di metri cubi rispetto allo scorso anno. Non è un caso che proprio da marzo siano tornati ad aumentare i volumi di gas russo in ingresso in Italia da Tarvisio, tanto che tra gennaio e agosto da lì sono arrivati circa 3,7 miliardi di metri cubi, pari al 9,5% delle importazioni totali nel periodo. Si tratta di una variazione del +76% rispetto allo stesso periodo del 2023.Dunque, l’Europa sta importando più gas dalla Russia rispetto allo scorso anno, pure in un contesto di minori importazioni complessive. La cosa ha avuto un impatto sui conti del gigante russo del gas, Gazprom, che dopo aver fatto registrare importanti perdite nel 2023, nel primo semestre ha visto un utile di circa 11 miliardi di dollari (frutto anche di una congiuntura favorevole sul petrolio, con il price cap del G7 facilmente aggirato).Troncato di netto il collegamento diretto con la Germania, il Nord Stream, nel cuore dell’Europa arriva ancora gas dal gasdotto ucraino, che al momento porta circa 40 milioni di metri cubi al giorno in Slovacchia e da lì ad Austria e Italia. L’accordo di trasporto a tre tra Ucraina, Ue e Russia per l’utilizzo di tale gasdotto termina però a dicembre di quest’anno e l’Ucraina ha già avvisato gli europei che non intende rinnovarlo. A questo punto sono due i fronti dai quali il gas russo continua a fluire in Europa in maggiori quantità. Il primo è il fronte marittimo a Nord, dove il gas naturale liquefatto siberiano approda dalla Russia nei rigassificatori di Francia, Olanda e Belgio. Il secondo è il fronte sudorientale, con il gasdotto Turkstream. Proprio quell’area rappresenta oggi un punto di vulnerabilità dell’Europa rispetto alla questione del gas dalla Russia. In Turchia approda il gasdotto Turkstream che passa sotto il Mar Nero trasportando il gas russo verso Bulgaria e Ungheria. Proprio questi due governi non hanno intenzione di abbandonare le forniture russe, dati i rapporti storici consolidati ma data soprattutto la mancanza di alternative. La direzione di flusso del gas è sempre stata da Est verso Ovest e non c’è la possibilità di invertire i flussi, almeno senza corposi investimenti cui al momento nessuno sta pensando.Ne consegue che la Turchia sta cercando di ricavarsi un ruolo di regista dei flussi di gas nella zona, con l’obiettivo dichiarato di diventare il centro di smistamento del gas nell’Europa orientale. La Turchia riceve anche il gas dall’Azerbaijan, con il gasdotto Tanap, che poi si unisce al gasdotto Tap che arriva in Italia con approdo in Puglia. Da lì In Italia quest’anno (gennaio-agosto) sono arrivati 6,7 miliardi di metri cubi. L’Unione europea ha chiesto all’Azerbaijan di aumentare i flussi, con un accordo siglato nel luglio 2022 per portare i volumi a 20 miliardi di metri cubi l’anno, dai poco più di 10 attuali. Come abbiamo spiegato sulla Verità del 23 luglio scorso, però, nessuna azienda europea ha siglato contratti di lungo termine con gli azeri, che considerano questo un passo necessario prima di fare ulteriori investimenti sul gasdotto. Risultato: nessun aumento di capacità in vista verso l’Europa.Di questa situazione di stallo sembra approfittare proprio la Turchia, che ha dichiarato di essere in grado di esportare fino a 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno, frutto di una miscela che l’operatore turco Botas, ha ribattezzato «Turkish blend», composta da gas di estrazione turca (poco) e gas russo e azero. Le spine dall’Est per Bruxelles, dunque, permangono. Il gas di Gazprom circola nei tubi europei, a dispetto dei proclami. Del resto, se il gas russo non è mai stato sanzionato ufficialmente, un motivo ci sarà.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/europa-incamera-gas-russo-2669122369.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="turchia-nei-brics-lue-cala-le-braghe-puo-avere-le-alleanze-che-desidera" data-post-id="2669122369" data-published-at="1725391598" data-use-pagination="False"> Turchia nei Brics, l’Ue cala le braghe: «Può avere le alleanze che desidera» Nuova mossa spregiudicata di Recep Tayyip Erdogan. Secondo Bloomberg News, la Turchia ha fatto richiesta di essere ammessa nei Brics. Il gruppo - storicamente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica - si era recentemente aperto ad altri Paesi, come Emirati arabi, Iran, Egitto ed Etiopia. Qualora si concretizzasse, l’ingresso di Ankara rappresenterebbe una svolta notevole e, sotto certi aspetti, piuttosto preoccupante. La Turchia è infatti un Paese membro della Nato e ha attualmente una procedura aperta per aderire all’Unione europea. Guarda caso, secondo quanto sottolineato dal Daily Sabah, la mossa del sultano nascerebbe anche dalla sua irritazione per le lungaggini relative all’adesione turca all’Ue, oltre che dai disaccordi con i vertici della Nato per i suoi stretti legami con Mosca: negli scorsi anni, Erdogan ha infatti rafforzato i rapporti con Vladimir Putin nel settore della Difesa e sta al contempo cercando di avviare una partnership strategica con Pechino nel delicato settore delle terre rare. Stupisce quindi la reazione di Bruxelles alla notizia della richiesta turca di entrare nei Brics. Il portavoce della Commissione europea, Peter Stano, ha detto che Ankara resta comunque candidata a entrare nell’Unione europea, che ha il diritto a fare le sue scelte, purché rispetti i valori dell’Ue stessa. Una posizione un po’ difficile da capire. Innanzitutto, non è chiaro come la Turchia possa rispettare i valori europei, facendosi ammettere in un consesso che include Russia e Cina. In secondo luogo, emerge un problema in termini di sicurezza: e questo vale tanto per l’Ue quanto per l’Alleanza atlantica. Quella stessa Alleanza atlantica che, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, è sempre più ai ferri corti con Mosca e che ha anche progressivamente messo nel mirino la minaccia cinese. Dal canto suo, Erdogan sa di potersi permettere una tale spregiudicatezza. Bruxelles non ha alcun peso geopolitico e non tocca palla in alcuno scenario decisivo (a partire dal Medio Oriente). Gli Stati Uniti sono invece guidati da un presidente, Joe Biden, che, ritiratosi dalla competizione elettorale per la riconferma, è attualmente un’anatra zoppa. Non solo. La credibilità internazionale dell’attuale inquilino della Casa Bianca era già compromessa prima dell’addio alla ricandidatura. Quando entrò in carica, disse che voleva tenere una linea dura nei confronti di Erdogan: addirittura, durante la campagna elettorale del 2020, lo aveva definito un «autocrate». Poi, quel proposito si è sciolto come neve al sole. Tanto che la sua amministrazione ha alla fine approvato la vendita dei caccia F-16 ad Ankara, ritirando inoltre l’appoggio americano al progetto del gasdotto Eastmed. Non va infine dimenticato che, per lungo tempo, il sultano si era rivelato in grado di tenere in scacco la Nato, con il suo veto sull’ingresso della Svezia nell’Alleanza stessa. Insomma, il presidente turco non teme né la Commissione Von der Leyen né l’amministrazione Biden. Questo gli consente di continuare a muoversi con spregiudicatezza. E spiega, in definitiva, la sua richiesta di entrare nei Brics. A complicare ulteriormente la situazione sta il fatto che, l’altro ieri, due marines statunitensi sono stati aggrediti da un’associazione giovanile turca nazionalista e antiamericana nei pressi del porto di Izmir. Si tratta di una questione che potrebbe entrare nella campagna elettorale in vista delle presidenziali di novembre. «Kamala Harris deve esigere che la Turchia si assuma le proprie responsabilità per coloro che intendevano far del male ai nostri marines», ha tuonato l’ex ambasciatrice statunitense all’Onu, Nikki Haley, che ha dato il proprio endorsement alla candidatura presidenziale di Donald Trump. L’ombra del sultano incombe, insomma, anche sulle elezioni americane.
Il premier ungherese Viktor Orbán (Ansa)
Il 12 aprile sfida decisiva tra Orbán e Magyar: in gioco i rapporti con Ue, Russia e Ucraina. Dalla visita di JD Vance a sostegno del premier al caso delle telefonate Szijjártó-Lavrov, tra accuse di interferenze straniere, scandali e sondaggi opposti, il voto ungherese diventa un test per gli equilibri europei e per i finanziamenti a Kiev.
Il 12 aprile si sancirà il futuro dell’Ungheria. Questa domenica, infatti, i cittadini ungheresi saranno chiamati a rinnovare il Parlamento e il governo del proprio Paese nelle elezioni parlamentari. Di più, perché i due principali schieramenti che si affronteranno, ovvero Fidesz, guidato dell’attuale premier Viktor Orbán, e Tisza, dello sfidante Péter Magyar, sono latori di interessi sostanzialmente antitetici.
Relazioni con le istituzioni europee, supporto all’Ucraina, rapporti con la Russia, economia e immigrazione. I due candidati, appartenenti entrambi al campo politico sommariamente definibile come «destra», non potevano tuttavia essere più diversi. Da una parte Orbán, grande nemico di Bruxelles e degli euroburocrati, contrario ai finanziamenti multimiliardari all’Ucraina, alle sanzioni autolesionistiche alla Russia e fautore di una politica di tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina. Dall’altra Magyar, europarlamentare che potremmo definire vera e propria incarnazione dell’ortodossia «bruxelliana».
L’importanza del voto di domenica è testimoniata anche dalla visita del Vicepresidente americano JD Vance, che il 7 e l’8 aprile sarà a Budapest; una missione pensata appositamente per dare all’alleato Orbán la giusta spinta elettorale in vista del voto di fine settimana.
Quella che si avvia alla sua conclusione è stata, senza esagerazioni, una campagna elettorale brutale, con reciproche accuse di interferenze da parte di servizi d’intelligence stranieri. L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è quello che vede protagonista il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un consorzio di testate giornalistiche investigative dell'Europa orientale (The Insider, VSquare e Delfi) ha pubblicato nelle scorse settimane registrazioni e trascrizioni di telefonate in cui il capo della diplomazia di Budapest avrebbe fornito a Mosca un accesso privilegiato a «informazioni strategiche riservate». In una delle conversazioni diffuse, Szijjártó si rivolge al suo omologo russo Sergej Lavrov con toni amichevoli, promettendo di adoperarsi, insieme al governo slovacco, per ottenere la rimozione di una parente di un oligarca russo dalla lista delle sanzioni europee. Dall’Europa si sono subito alzate le voci che hanno urlato al tradimento, non è chiaro di cosa, non essendo l’Ungheria in guerra con la Russia.
Ma come sono state ottenute tali informazioni? In un video pubblicato sui propri canali social, Szijjártó ha descritto l'episodio come «l'intervento di intelligence straniera più grave, serio e vergognoso della storia» del Paese, sostenendo che i servizi segreti di altri stati avrebbero intercettato sistematicamente le sue comunicazioni telefoniche e reso pubbliche le registrazioni a una settimana e mezza dal voto nell'interesse dell'Ucraina. Ciò sembrerebbe essere confermato da una conversazione telefonica trapelata sui media ungheresi tra il giornalista investigativo Szabolcs Panyi e una donna, in cui il primo ammette di aver dato «due numeri», quello di Szijjártó e della donna, a un «servizio statale di un paese dell’Unione Europea», conscio del fatto che quel servizio potesse monitorare «chi chiama chi e quando».
Un altro polverone si era sollevato a metà febbraio, quando Magyar era finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione ad un festino a base di «sesso e droga» dopo una festa di partito, risalente all'agosto del 2024. Il leader di Tisza ha confermato di aver avuto una relazione consensuale con la sua ex fidanzata, negando tuttavia con fermezza di aver fatto uso di droghe, pur riconoscendo che nella stanza erano presenti sostanze stupefacenti. Magyar ha definito l'accaduto una classica «operazione di compromissione in stile russo», sostenendo di essere stato deliberatamente attirato in una trappola.
Per non farci mancare niente, il candidato dell’opposizione ha dichiarato che ufficiali dell'intelligence militare russa sarebbero giunti a Budapest sotto copertura diplomatica, con il preciso mandato di influenzare il voto a favore di Orbán, senza tuttavia fornire alcuna prova. Orbán ha risposto con un contrattacco altrettanto aggressivo. In un videomessaggio diffuso a fine marzo, il premier ha dichiarato di non aver mai assistito a un'elezione in cui «i servizi segreti stranieri avessero interferito» con tale intensità, accusando Tisza di essere un «girevole» per le spie ucraine e facendo riferimento a un rapporto di intelligence declassificato secondo cui alcuni tecnici informatici legati al partito di Magyar avrebbero contatti con la cosiddetta «IT Army of Ukraine» e con l'ambasciata di Kiev a Budapest.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce la situazione dei sondaggi, che in questa tornata elettorale si rivelano di fatto inaffidabili, o quanto meno fortemente condizionati dall'orientamento politico degli istituti che li realizzano. Quelli vicini all'opposizione, come Medián o Závecz Research, attribuiscono a Tisza un netto vantaggio, che oscilla tra i dieci e i quindici punti. Gli istituti legati al governo, invece, come il Nézőpont Institute, dipingono uno scenario opposto, con Fidesz stabilmente avanti.
Le elezioni ungheresi faranno sentire i loro effetti in tutta Europa. In caso di riconferma del partito di Orbán (sarebbe il quinto di fila), il maxi-prestito da 90 miliardi in favore di Kiev continuerebbe ad essere bloccato, come allo stato attuale delle cose; se a trionfare dovesse essere invece Magyar, l’ennesimo salasso di soldi pubblici europei verrà quasi certamente elargito in favore dell’Ucraina. agli ungheresi l’ultima parola.
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Donald Trump (Ansa)
Donald Trump rilancia la pressione su Teheran minacciando nuove azioni in caso di mancato accordo e lasciando aperta l’ipotesi di una breve proroga dell’ultimatum legato allo Stretto di Hormuz. L’Iran replica duramente, accusando Washington di «crimini di guerra» e respingendo ogni ultimatum. Sullo sfondo, l’Opec+ aumenta le quote di produzione di petrolio di 206.000 barili al giorno.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più sensibile del conflitto tra Stati Uniti e Iran, mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, ritorsioni e messaggi incrociati che mantengono alta la tensione nel Golfo Persico e oltre. La giornata di domenica si è aperta con la conferma del recupero del secondo pilota americano disperso dopo l’abbattimento dell’F-15E avvenuto nei giorni scorsi in territorio iraniano. L’operazione, condotta da forze speciali statunitensi con il supporto di un dispositivo aereo, si è conclusa con il rientro del militare e senza ulteriori perdite tra i commando, secondo quanto riferito da fonti americane.
Il presidente Donald Trump ha rivendicato il successo dell’intervento, parlando di un’azione seguita direttamente dalla Situation Room e definendola «tra le più audaci». La missione ha però lasciato dietro di sé un ulteriore elemento di frizione: Teheran sostiene infatti che durante le operazioni di ricerca sarebbero stati abbattuti mezzi militari statunitensi, mentre Washington non ha confermato questa ricostruzione.
Sul piano politico e diplomatico, la linea dello scontro resta netta. Trump ha rilanciato la pressione su Teheran, lasciando intendere che la scadenza dell’ultimatum per una soluzione negoziata o per la riapertura dello Stretto potrebbe essere oggetto di una breve proroga, come suggerito da un messaggio pubblicato su Truth con riferimento a martedì sera. In parallelo, la Repubblica islamica ha risposto con toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X che «non otterrete nulla commettendo crimini di guerra», accusando gli Stati Uniti di trascinare la regione verso un’escalation più ampia e indicando come unica via possibile il rispetto dei diritti iraniani e la fine della pressione militare ed economica.
Il nodo strategico resta Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che lo stretto «non tornerà mai più al suo stato precedente», lasciando intendere un cambiamento strutturale nella gestione di una delle principali rotte mondiali del petrolio. La dichiarazione si inserisce in un quadro già segnato da transiti irregolari e interruzioni parziali del traffico navale, con ripercussioni immediate sul mercato energetico globale.
Sul fronte economico, l’Opec+ ha deciso un aumento teorico della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio. La misura, confermata da diverse fonti dell’organizzazione, arriva in un contesto in cui la capacità reale di incremento appare limitata dalle tensioni militari e dalle difficoltà operative in diversi Paesi produttori. L’Opec+ ha inoltre espresso preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche e per l’instabilità delle rotte marittime, sottolineando come tali fattori stiano contribuendo a una maggiore volatilità dei mercati.
La dinamica militare resta diffusa su più fronti. In Israele, un missile iraniano ha colpito un edificio a Haifa causando feriti e gravi danni strutturali. In Libano, nuovi raid israeliani nei pressi di Beirut hanno provocato vittime e feriti, mentre l’Unifil ha avvertito del rischio di ulteriori rappresaglie lungo la linea di contatto tra Hezbollah e Israele. Nel Golfo, i pasdaran hanno rivendicato anche un attacco contro una nave legata a Israele nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, episodio non ancora confermato dalle autorità locali.
In questo quadro, anche le grandi potenze cercano di mantenere aperti canali diplomatici. La Russia, attraverso il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha invitato Washington ad «abbandonare il linguaggio degli ultimatum» per favorire un ritorno ai negoziati, mentre ha ribadito la richiesta di cessare gli attacchi contro infrastrutture civili, inclusa la centrale di Bushehr dove operano tecnici russi. La giornata si chiude quindi con un equilibrio ancora instabile: da un lato la pressione militare e le operazioni mirate sul terreno, dall’altro tentativi di gestione diplomatica e contenimento degli effetti economici del conflitto. Ma lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, continua a rappresentare la variabile che può spostare rapidamente lo scenario da una crisi regionale a un confronto più ampio.
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Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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