True
2025-01-31
«Scandalo» gli espulsi a Guantanamo. Peccato che ce li spedisse già Obama
Kristi Noem, segretario alla Sicurezza interna degli Usa (Ansa)
Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».
Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.
A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.
Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.
Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.
Su Kennedy continua l’ostruzionismo
È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale.
Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano.
Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
Continua a leggereRiduci
Il presidente annuncia l’ampliamento del campo aperto a Cuba nel 1991 e utilizzato dalle amministrazioni dem. Nuovo ordine esecutivo: saranno cacciati dal suolo Usa gli studenti stranieri che sostengano i movimenti pro Pal.I democratici puntano a trasformare l’audizione in una palude. E infatti The Donald sbotta: «Voglio conferme rapide». Rfk zittisce Bernie Sanders sui soldi da Big pharma.Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/espulsi-guantanamo-obama-2671040026.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-kennedy-continua-lostruzionismo" data-post-id="2671040026" data-published-at="1738330957" data-use-pagination="False"> Su Kennedy continua l’ostruzionismo È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale. Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano. Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
Le major americane già in pista a Caracas. Rio Tinto-Glencore, fusione miliardaria? Gli USA escono da 65 organizzazioni internazionali. Blackout a Berlino nel gelo.
Donald Trump (Ansa)
Eppure, nonostante il significativo aumento della pressione statunitense sulla Repubblica islamica, Trump non ha per ora abbandonato una certa cautela. Giovedì, il presidente americano ha infatti reso noto di non essere ancora pronto a ricevere il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era offerto di guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran. «Penso che dovremmo lasciare che tutti escano e vedere chi emerge», ha affermato Trump. È quindi possibile ipotizzare che l’inquilino della Casa Bianca punti, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana» per l’Iran. Qualora Khamenei dovesse cadere, il presidente americano potrebbe, cioè, cercare di «addomesticare» un pezzo del vecchio regime, guardando probabilmente al settore delle forze armate. Questo non significa che Trump escluda del tutto un futuro sostegno a Reza Pahlavi. Significa semmai che, nel breve termine, potrebbe far leva su uno scenario intermedio: come fatto in Venezuela, dove, anziché appoggiare María Corina Machado, ha scelto come interlocutrice, almeno per ora, la vice di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.
Al di là del suo storico scetticismo nei confronti delle operazioni di nation building, Trump vuole ridurre al minimo il rischio di instabilità tanto a Caracas quanto a Teheran. E, venendo specificamente all’Iran, guarda con interesse a due dossier principali: quello nucleare e quello petrolifero. Per quanto riguarda il primo, non è un mistero che il presidente americano punti a firmare con Teheran un nuovo accordo che impedisca all’Iran di conseguire l’arma atomica. Un obiettivo, questo, a cui tendono anche gli israeliani e i sauditi. La risoluzione della questione nucleare iraniana è quindi, agli occhi di Trump, una delle precondizioni essenziali per rilanciare ed espandere gli Accordi di Abramo: quegli accordi il cui futuro appare oggi a rischio per almeno tre ragioni. Le tensioni tra Riad e Gerusalemme sullo Stato palestinese, le fibrillazioni tra sauditi ed emiratini sullo Yemen e sul Sudan, senza infine trascurare la crescente instabilità che si registra in seno alla Siria. In tal senso, in caso di (probabile) caduta di Khamenei, il presidente americano spera in un governo stabile, che, messo adeguatamente sotto pressione, gli consenta di arrivare il prima possibile a un accordo sul nucleare.
Ma anche il secondo dossier, quello petrolifero, è particolarmente attenzionato da Trump. Il che lega, in qualche modo, la questione iraniana a quella venezuelana. L’altro ieri, il presidente americano ha affermato che gli Usa sono pronti a vendere a Cina e Russia il greggio di Caracas, finito sotto il controllo statunitense a seguito della cattura di Maduro. Segno, questo, del fatto che, oltre alla lotta al narcotraffico e alle esigenze di approvvigionamento energetico, l’operazione Absolute Resolve è stata condotta anche per riaffermare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere e per disarticolare i Brics sul fronte energetico e finanziario. È vero che il Venezuela non fa formalmente parte di questo blocco, ma è altrettanto vero che Maduro intratteneva solide relazioni con tre membri dei Brics, come Pechino, Mosca e la stessa Teheran. Ricordiamo, per inciso, che la Cina era il principale acquirente di greggio venezuelano così come è il principale acquirente di greggio iraniano. In entrambi i casi, la Repubblica popolare aggirava le sanzioni statunitensi ed effettuava pagamenti in renminbi. Il che, insieme alla corsa all’oro degli ultimi due anni, era ed è fonte di preoccupazione per Washington.
Ora, l’ex presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e attuale membro del board dei governatori della Fed, Stephen Miran, ha ripetutamente sostenuto la necessità di preservare lo status globale del dollaro. E infatti, già a gennaio 2025 Trump minacciò i Brics di pesanti dazi, qualora avessero continuato a portare avanti i loro propositi di de-dollarizzazione. È quindi altamente verosimile che il presidente americano punti a controllare anche il greggio iraniano, per ribadire la supremazia del dollaro in funzione anti cinese. Ma attenzione: Pechino è nel mirino di Washington anche su un altro fronte. Sbloccando e incamerando il petrolio di Caracas e (forse) di Teheran, Trump mira a far crollare ulteriormente il costo dell’energia: il che, oltre a combattere l’inflazione statunitense in vista delle elezioni di metà mandato, ha l’obiettivo di indebolire la dipendenza degli Usa dalla tecnologia green. Tecnologia che è notoriamente in buona parte in mano ai cinesi. Ecco quindi che anche il recente annuncio dell’addio americano all’Unfccc assume una chiara connotazione di carattere geopolitico in funzione anti Pechino.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
Continua a leggereRiduci