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2025-01-31
«Scandalo» gli espulsi a Guantanamo. Peccato che ce li spedisse già Obama
Kristi Noem, segretario alla Sicurezza interna degli Usa (Ansa)
Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».
Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.
A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.
Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.
Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.
Su Kennedy continua l’ostruzionismo
È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale.
Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano.
Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
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Il presidente annuncia l’ampliamento del campo aperto a Cuba nel 1991 e utilizzato dalle amministrazioni dem. Nuovo ordine esecutivo: saranno cacciati dal suolo Usa gli studenti stranieri che sostengano i movimenti pro Pal.I democratici puntano a trasformare l’audizione in una palude. E infatti The Donald sbotta: «Voglio conferme rapide». Rfk zittisce Bernie Sanders sui soldi da Big pharma.Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/espulsi-guantanamo-obama-2671040026.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-kennedy-continua-lostruzionismo" data-post-id="2671040026" data-published-at="1738330957" data-use-pagination="False"> Su Kennedy continua l’ostruzionismo È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale. Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano. Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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iStock
Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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