True
2025-01-31
«Scandalo» gli espulsi a Guantanamo. Peccato che ce li spedisse già Obama
Kristi Noem, segretario alla Sicurezza interna degli Usa (Ansa)
Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».
Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.
A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.
Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.
Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.
Su Kennedy continua l’ostruzionismo
È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale.
Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano.
Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
Continua a leggereRiduci
Il presidente annuncia l’ampliamento del campo aperto a Cuba nel 1991 e utilizzato dalle amministrazioni dem. Nuovo ordine esecutivo: saranno cacciati dal suolo Usa gli studenti stranieri che sostengano i movimenti pro Pal.I democratici puntano a trasformare l’audizione in una palude. E infatti The Donald sbotta: «Voglio conferme rapide». Rfk zittisce Bernie Sanders sui soldi da Big pharma.Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/espulsi-guantanamo-obama-2671040026.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-kennedy-continua-lostruzionismo" data-post-id="2671040026" data-published-at="1738330957" data-use-pagination="False"> Su Kennedy continua l’ostruzionismo È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale. Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano. Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
L'esercito di Taiwan schiera un sistema missilistico di difesa aerea all'interno di una base aerea a Hsinchu (Ansa)
«Come presidente, la mia posizione è sempre stata chiara: salvaguardare fermamente la sovranità nazionale, rafforzare la difesa nazionale e la resilienza dell'intera società e costruire in modo completo un meccanismo efficace di deterrenza e di difesa democratica», ha proseguito.
«Le attività militari e la retorica della Cina nei confronti di Taiwan e di altri Paesi della regione aumentano inutilmente le tensioni. Esortiamo Pechino a dar prova di moderazione, a cessare la pressione militare su Taiwan e a impegnarsi invece in un dialogo significativo», ha dichiarato, dal canto suo, il Dipartimento di Stato americano, per poi aggiungere: «Gli Stati Uniti sostengono la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan e si oppongono a cambiamenti unilaterali dello status quo, anche tramite forza o coercizione». Ricordiamo che, a metà dicembre, l’amministrazione Trump aveva approvato una vendita di armi per 11 miliardi di dollari a Taipei: una mossa, questa, che aveva irritato Pechino.
Adesso, nuova incertezza sul dossier taiwanese è arrivata a seguito della cattura di Nicolas Maduro da parte di Washington. Analisti ascoltati dalla Reuters hanno riferito che «l'attacco degli Stati Uniti al Venezuela incoraggerà la Cina a rafforzare le sue rivendicazioni territoriali su aree come Taiwan e parti del Mar Cinese Meridionale, ma non accelererà una potenziale invasione di Taiwan». Tuttavia, dall’altra parte, Bloomberg News domenica titolava: «I social media cinesi la mossa degli Usa su Maduro come un modello per Taiwan».
Non è del resto ancora chiaro come debba essere interpretata la cattura del leader chavista. Un’ipotesi è che vada inserita in una sorta di tacita Jalta 2.0: il che porterebbe a un incremento della pressione cinese su Taipei all’interno di una logica di spartizione dello scacchiere internazionale in zone d’influenza tra grandi potenze. L’altra ipotesi è che la tensione tra Washington e Pechino aumenti proprio perché gli Stati Uniti non avrebbero intenzione di abbandonare l’isola al suo destino. Isola che, ricordiamolo, per Washington risulta strategica soprattutto per quanto concerne il delicato settore dei semiconduttori.
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
Design, ingegneria e sviluppo veicoli al servizio delle case automobilistiche e del network accademico statunitense. L'intervista a Fabrizio Mina, ceo di Italdesign Usa.
Papa Leone XIV (Ansa)
Ieri, però, Donald Trump in una intervista a The Atlantic ha rincarato la dose: «Gli Usa hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa». Ed è certo che ora chi, dopo il blitz di Caracas, grida alle mire espansionistiche del presidente americano avrà nuovi argomenti. Eppure ieri sulla cattura di Maduro si è andati dal minimo sindacale della Cina alla temporanea resurrezione di Kamala Harris. Con una sola voce altissima: quella del Papa.
Robert Francis Prevost è americano e all’Angelus parlava anche a JD Vance, vice di Trump e fervente cattolico: «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando diritti umani e civili. Speciale attenzione ai poveri per la dura crisi economica». La voce del Papa ha un particolare interesse per gli italiani: a Caracas è in carcere da più di un anno senza alcun motivo Alberto Trentini. È uno degli ostaggi su cui si fondava la diplomazia del ricatto di Maduro. Lo lascia intendere il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ribadito: «Stiamo lavorando per vedere cosa si può fare per la liberazione degli italiani detenuti, compreso il cooperante Trentini, speriamo che col cambio di regime si possa riuscire a riportarli a casa».
Una liberazione la chiede anche il ministro degli esteri cinese, ma quella di Maduro: «La Cina chiede agli Usa di garantire la sicurezza del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, di rilasciarli e di fermare il rovesciamento del governo in Venezuela che è una chiara violazione del diritto internazionale». Il minimo sindacale, appunto, che fa sembrare rivoluzionaria Kamala Harris, l’antagonista democratica di Donald Trump. Sostiene su X: «Il fatto che Maduro sia un dittatore brutale e illegittimo non cambia il fatto che questa azione sia stata illegale e imprudente. Guerre per il cambio di regime o per il petrolio che vengono vendute come forza si trasformano in caos e le famiglie americane, stanche di menzogne, ne pagano il prezzo». La Corea del Nord s’impanca: «Siamo di fronte a una grave violazione del diritto internazionale, che conferma la natura canaglia e brutale degli Usa». E il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha telefonato al suo omologo venezuelano, Yvan Eduardo Gil Pinto, per dirgli: «L’Iran condanna fermamente l’aggressione militare statunitense e la considera un chiaro esempio di terrorismo di Stato». Pinto ha risposto: «Siamo determinati a difendere il diritto all’autodeterminazione contro le politiche prepotenti e illegali degli Usa». Luiz Inácio Lula da Silva, dal Brasile, sostiene che l’azione ricorda i peggiori momenti dell’interferenza nella politica dell’America Latina, ma Javier Milei, presidente argentino, brinda alla cattura di Maduro. Mosca cerca di compattare i Brics sulla posizione espressa da Sergej Lavrov: «Gli Usa hanno compiuto un atto di aggressione basato su pretesti insostenibili». Anche Matteo Salvini prende una qualche distanza e cita Prevost: «Nessuno avrà nostalgia di Maduro. Per la Lega la strada maestra deve tornare a essere la diplomazia. Illuminanti le parole del Papa».
Continua a leggereRiduci
Manifestazione pro Maduro davanti al consolato Usa a Milano (Ansa)
Nell’attesa di assistere a un più imponente schieramento di forze, ci limitiamo a notare qualche contraddizione fra le varie che emergono dalle profonde esternazioni di ambito geopolitico della sinistra italiana. I più coerenti sono, manco a dirlo, i più radicali della compagine parlamentare sinistrorsa. «L’attacco militare degli Stati Uniti al Venezuela è gravissimo e inaccettabile. Occorre che la comunità internazionale e il nostro Paese condannino immediatamente quanto accaduto e si attivino per fermare questa aggressione», dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E non c’è dubbio: gli Stati Uniti hanno aggredito. Ma rimane curioso che Bonelli e Fratoianni, antifascisti di professione pronti a sbracciarsi ogni ora per il presunto ritorno del fascismo, non notino le analogie fra quanto compiuto da Trump nei riguardi del Venezuela e quanto fatto dagli americani con il regime italiano alla fine della Seconda guerra mondiale. Hanno forse dimenticato, i nostri formidabili antifascisti, come si tolgano dalle scene i capi carismatici sgraditi? Sul versante moderato la memoria non pare più robusta e i cortocircuiti sono egualmente scoppiettanti. Secondo Elly Schlein l’azione degli Usa «viola palesemente il diritto internazionale». Certo, il Pd condanna «il regime brutale di Maduro», ma spiega che «la democrazia non si esporta con le bombe». Tesi interessante, che tuttavia non fu granché applicata dall’amico Barack Obama. Il Pd, nella persona di Peppe Provenzano, incita pure l’Ue «a essere meno timida contro le violazioni americane». Ma lo sdegno appunto si ferma lì. Non risulta che vi siano, per ora, pesanti censure ai danni di autori o direttori d’orchestra americani, o che vengano cancellati pubblici eventi con partecipanti trumpiani. Il doppio standard rispetto a Putin (o il triplo se inseriamo nella partita pure Netanyahu e Israele) è piuttosto evidente. Evitiamo, per pietà, di ricordare i casi del libico Gheddafi e del siriano Assad. Tuttavia, a voler essere puntigliosi, si potrebbe anche ricordare come la sinistra italiana abbia, nel recente passato, approvato altre forme di golpe, meno esplicitamente violente ma altrettanto unilaterali e autoritarie. Ai tempi di Silvio Berlusconi i nostri eroi progressisti invocavano ogni giorno il cambio di regime, la liberazione dal fascismo berlusconiano. Quando in effetti il golpetto avvenne, con la collaborazione dell’allora inquilino del Colle, fu accolto dagli applausi. Eppure anche il Cavaliere era un presidente del Consiglio regolarmente eletto. Solo che in quel frangente la rimozione forzata, poiché il rimosso era sgradito, fu largamente apprezzata. Niente di sorprendente: la sinistra italica appoggia ogni intervento extraparlamentare (giudiziario, europeo o internazionale) a patto che sia rivolto contro i suoi nemici. Quando i cambi di regime invece non giovano al racconto progressista del mondo si tende a rimuoverli. Si dimentica tutto: da Euromaidan in Ucraina alla cacciata di Berlusconi. Maduro, in compenso, può servire per sostenere la tesi della particolare ferocia di Trump, dunque può essere trattato da vittima. Al solito, ai sinceri democratici la democrazia va bene soltanto se al comando ci sono loro.
Continua a leggereRiduci