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2025-01-31
«Scandalo» gli espulsi a Guantanamo. Peccato che ce li spedisse già Obama
Kristi Noem, segretario alla Sicurezza interna degli Usa (Ansa)
Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».
Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.
A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.
Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.
Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.
Su Kennedy continua l’ostruzionismo
È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale.
Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano.
Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
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Il presidente annuncia l’ampliamento del campo aperto a Cuba nel 1991 e utilizzato dalle amministrazioni dem. Nuovo ordine esecutivo: saranno cacciati dal suolo Usa gli studenti stranieri che sostengano i movimenti pro Pal.I democratici puntano a trasformare l’audizione in una palude. E infatti The Donald sbotta: «Voglio conferme rapide». Rfk zittisce Bernie Sanders sui soldi da Big pharma.Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/espulsi-guantanamo-obama-2671040026.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-kennedy-continua-lostruzionismo" data-post-id="2671040026" data-published-at="1738330957" data-use-pagination="False"> Su Kennedy continua l’ostruzionismo È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale. Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano. Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Tradizione, innovazione e identità istituzionale si incontrano in un progetto inedito che porta il marchio dell’Esercito Italiano nel mondo del caffè. È stata presentata il 1° aprile, presso il Circolo Unificato «Pio IX», la nuova macchina da caffè a sistema ESE «Campagnola AR51», frutto della collaborazione tra DL Caffè e SIGIT S.p.A., con il supporto di Difesa Servizi S.p.A..
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del brand Esercito Italiano, sempre più orientato a costruire un dialogo concreto con il mondo produttivo nazionale e la società civile. Un progetto che non si limita al lancio di un prodotto, ma ambisce a rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini attraverso simboli riconoscibili e valori condivisi.
A moderare l’evento è stata la giornalista Filomena Greco, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali, partner industriali e operatori del settore. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulle potenzialità del co-branding tra pubblico e privato, evidenziando come queste sinergie possano generare valore sia in termini economici sia culturali.
Il nome «Campagnola AR51» richiama uno dei veicoli più iconici della storia militare italiana, la Fiat Campagnola AR51, simbolo di robustezza e affidabilità. Un richiamo non casuale, che intende trasferire questi stessi attributi al nuovo prodotto: una macchina da caffè progettata per garantire qualità, semplicità d’uso e sostenibilità.
La «Campagnola AR51» utilizza il sistema ESE (Easy Serving Espresso), uno standard sempre più diffuso in Europa. Le cialde in carta compostabile rappresentano infatti una soluzione attenta all’ambiente, senza rinunciare alla qualità dell’espresso, elemento centrale della tradizione italiana.
Oltre all’aspetto tecnico, il progetto assume una valenza strategica più ampia. La valorizzazione del marchio Esercito, infatti, non si limita alla dimensione simbolica, ma diventa uno strumento per promuovere il made in Italy e le competenze industriali del Paese. In questo contesto, la collaborazione con aziende italiane rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra istituzioni e sistema produttivo.
Walter Schiavone, titolare DL caffè, commenta così questa iniziativa: «Affiancare il nostro brand a quello dell'esercito è motivo di orgoglio e di sfida. Caffè Esercito ci sta aprendo porte importanti e avremo soddisfazioni al di là di un prodotto di alta qualità. Non solo un buon caffè ma anche per il fatto che abbiamo ricreato un'auto iconica in versione macchina da caffè».
La «Campagnola AR51» segna così l’inizio di una nuova piattaforma di prodotti a marchio Esercito, destinata a evolversi nel tempo e ad ampliare la propria presenza sul mercato. Un’iniziativa che dimostra come anche realtà tradizionalmente legate alla sfera pubblica possano innovare il proprio linguaggio, trovando nuove modalità per raccontarsi e per creare valore condiviso.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
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