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2025-01-31
«Scandalo» gli espulsi a Guantanamo. Peccato che ce li spedisse già Obama
Kristi Noem, segretario alla Sicurezza interna degli Usa (Ansa)
Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».
Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.
A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.
Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.
Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.
Su Kennedy continua l’ostruzionismo
È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale.
Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano.
Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
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Il presidente annuncia l’ampliamento del campo aperto a Cuba nel 1991 e utilizzato dalle amministrazioni dem. Nuovo ordine esecutivo: saranno cacciati dal suolo Usa gli studenti stranieri che sostengano i movimenti pro Pal.I democratici puntano a trasformare l’audizione in una palude. E infatti The Donald sbotta: «Voglio conferme rapide». Rfk zittisce Bernie Sanders sui soldi da Big pharma.Lo speciale contiene due articoli.Donald Trump continua a seguire la strada della deterrenza nei confronti dell’immigrazione irregolare. Mercoledì sera, il presidente americano ha annunciato che i clandestini più pericolosi saranno inviati in un centro migratorio situato a Guantanamo. «Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo per trattenere i peggiori criminali clandestini che minacciano il popolo americano», ha affermato, per poi aggiungere: «Alcuni di loro sono così cattivi che non ci fidiamo nemmeno dei Paesi che li trattengono, perché non vogliamo che tornino. Quindi li manderemo a Guantanamo». In particolare, l’inquilino della Casa Bianca ha incaricato il Pentagono e il Dipartimento per la sicurezza interna di ampliare un centro per migranti collocato nella baia. «Stiamo solo ampliando il centro per migranti già esistente», ha dichiarato il responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. Tutto questo, mentre il regime castrista ha criticato Trump, accusandolo di «brutalità».Risalente al 1991, il centro per migranti, a cui si sta facendo riferimento, è chiamato Migrant Operations Center: si tratta di una struttura separata dal noto campo di detenzione utilizzato per i terroristi. E comunque non è la prima volta che se ne parla. «Secondo un rapporto del settembre 2024 dell’International Refugee Assistance Project, per decenni gli Stati Uniti hanno trattenuto i migranti intercettati in mare nel Migrant Operations Center di Guantanamo Bay in condizioni simili a quelle carcerarie», riferiva, mercoledì, Voice of America. «I migranti sono stati trattenuti a Guantanamo Bay prima dell’ordine di Trump», ha inoltre titolato ieri il Washington Post.A marzo dell’anno scorso, la Cnn aveva riportato che l’amministrazione Biden stava considerando di utilizzare il centro migranti di Guantanamo per ospitare gli immigrati haitiani in caso di un loro esodo di massa. D’altronde, a settembre 2021 la stessa amministrazione Biden aveva indetto un bando per rilanciare la gestione di questa struttura. Sempre lì, nel 2010, il governo americano, ai tempi dell’amministrazione Obama, predispose il campo di accoglienza per coloro che erano in fuga a causa del violento terremoto che, quell’anno, aveva colpito Haiti. La novità annunciata da Trump risiede nel fatto che adesso l’obiettivo è quello di ampliare il centro e che, nelle intenzioni del presidente, dovrà essere usato per ospitare i clandestini considerati più pericolosi. In riferimento invece alla nota prigione per i terroristi, né Barack Obama né Joe Biden sono riusciti a chiuderla definitivamente: al momento ospita una quindicina di detenuti.Tornando a Trump, l’annuncio relativo a Guantanamo è stato fatto mentre il presidente firmava il Laken Riley Act: una norma che, approvata recentemente dal Congresso anche con l’appoggio di alcuni parlamentari dem, prescrive la detenzione dei clandestini che si sono macchiati di reati particolarmente gravi. Il nome della legge deriva d’altronde da Laken Riley: la ragazza uccisa un anno fa, in Georgia, da un immigrato irregolare venezuelano. In tutto questo, sembra che la strategia deterrente di Trump stia funzionando. Domenica, gli attraversamenti illegali della frontiera meridionale sono stati 582: secondo Fox News, durante gli ultimi giorni dell’amministrazione Biden, se ne contavano circa 1.200 al giorno. Inoltre, sempre domenica, sono stati effettuati 1.179 arresti di immigrati irregolari: di questi, poco più della metà avevano precedenti penali. Ricordiamo che Homan ha adottato la politica dei cosiddetti «arresti collaterali»: la priorità è fermare i clandestini che hanno commesso dei reati. Tuttavia, se durante le retate vengono scovati anche irregolari privi di precedenti penali, questi ultimi sono comunque trattenuti. Nel frattempo, mercoledì, Trump ha anche firmato un ordine esecutivo che prevede l’espulsione di studenti stranieri che, anche se in possesso di visto, si siano macchiati di atti antisemiti e di propaganda pro Hamas. Si tratta di un provvedimento che mira a dare una risposta energica alle proteste anti-israeliane tenutesi, lo scorso anno, in vari atenei americani.Come che sia, mentre tira dritto contro l’immigrazione clandestina, il presidente americano guarda con attenzione al Senato, dove ieri sono iniziate le audizioni per la ratifica di due sue nomine cruciali: Tulsi Gabbard, come direttrice dell’Intelligence nazionale, e Kash Patel, come capo dell’Fbi. Per il presidente, si tratta di due designazioni fondamentali in vista del progetto di riforma delle istituzioni che ha in mente: dal siluramento della filiera di funzionari di derivazione obamiana allo sradicamento delle politiche ultra-progressiste, promosse da Joe Biden in seno agli apparati. È quindi chiaro come, per Trump, si stia giocando una partita assai delicata al Senato in questi giorni. Al di là dei progetti di riforma degli apparati governativi, il presidente ha anche la necessità di dimostrare che il gruppo parlamentare dei repubblicani è compattamente a favore delle sue nomine e della sua agenda politica. È questo che, ai suoi occhi, rende le eventuali conferme al Senato di Patel e della Gabbard ancora più decisive.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/espulsi-guantanamo-obama-2671040026.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="su-kennedy-continua-lostruzionismo" data-post-id="2671040026" data-published-at="1738330957" data-use-pagination="False"> Su Kennedy continua l’ostruzionismo È vero che dovendo gestire un budget di 1,7 miliardi di dollari è importante conoscere le sue posizioni, ma la seconda audizione di Robert F. Kennedy che si è tenuta ieri alla commissione salute del Senato è stata, ancor più di quella di mercoledì, improntata sull’attacco ideologico e sul filibustering da parte dei democratici, che hanno scatenato la rissa contro Kennedy. Il partito dell’asinello vuole ritardare la sua nomina, nonostante quella di ieri fosse soltanto una riunione di cortesia, dato che sarà la commissione finanze, che ha audito Rfk l’altroieri, a pronunciarsi sulla sua nomina, mandandola al Senato per il voto finale. Ieri Rfk era più tranquillo e si è preso il suo tempo non soltanto per ribattere al fuoco di fila di «sì o no?» che i democratici gli ponevano per metterlo in difficoltà - «nessuna risposta secca, devo avere il tempo per poter argomentare», ha obiettato Kennedy - ma anche per precisare la sua posizione riguardo ai due temi che hanno dominato la seconda audizione: i vaccini e l’aborto. E non solo questi: alcuni senatori democratici si sono spinti perfino a chieder conto a Kennedy dell’11 settembre e delle sue relazioni sessuali. «Vogliamo conferme rapide», ha protestato ieri Trump, «i democratici come sapete stanno facendo tutto il possibile per ritardare. Ci hanno messo troppo tempo. Stiamo lottando per avere nella nuova amministrazione persone molto brave che tutti sanno che saranno confermate», ha tagliato corto il presidente degli Stati Uniti, cercando di mettere un punto alle speculazioni della stampa americana su una possibile offensiva interna da parte dello stesso partito repubblicano. Non è un caso che sia toccato al senatore Rand Paul (protagonista di una delle più accese discussioni con Anthony Fauci nel corso di una delle sue audizioni al Congresso), e non a Kennedy, mettere a tacere il collega repubblicano Bill Cassidy, uno dei nemici interni di Trump, riguardo la posizione sui vaccini di Rfk. Cassidy, che presiede la commissione Salute, ha dichiarato di essere totalmente allineato a quasi tutte le posizioni di Rfk, tranne quella sulla correlazione tra vaccini e autismo e ha chiuso la seduta esprimendo forti dubbi: «Questo voto rappresenta per me un vero dilemma». Ma Kennedy ha tenuto il punto, limitandosi a promettere che promuoverà le vaccinazioni e chiederà scusa per le sue eventuali dichiarazioni fuorvianti soltanto se avrà tutte le prove scientifiche che confermeranno questa affermazione. È stato però Paul a difenderlo, tra applausi scroscianti, ricordando a Cassidy che le persone non si fidano più di «questa» scienza: «Non posso essere etichettato come un no vax soltanto perché pongo domande su vaccini», ha asserito Paul, «fermo restando che la scienza ha dimostrato che nessun bambino sano è morto di covid». È sbagliato eliminare il dibattito, ha dichiarato, spiegando che la popolazione non si fida più del governo perché non le consentiamo di porre domande. E sulla relazione vaccini autismo», ha affermato Paul, «non è vero che la scienza esclude totalmente la correlazione: dobbiamo essere più umili». Sull’aborto, Kennedy si sta posizionando nettamente con i repubblicani. Ma lo scontro più feroce è stato sui conflitti d’interessi: Kennedy ha accusato «quasi tutti i membri» della commissione salute di accettare «milioni di dollari dall’industria farmaceutica», l’indipendente Bernie Sanders ha negato ma Kennedy lo ha stroncato: «Nel 2020, sei stato il più grande destinatario di finanziamenti dell’industria farmaceutica».
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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