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2024-06-05
Torino, 1884: l'Esposizione che anticipò il futuro dell'industria italiana
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Il Salone dell'Elettricità all'Esposizione Generale italiana del 1884
Fa impressione leggere oggi i dati statistici sull’Esposizione Generale Italiana di Torino, che si tenne dall’aprile al novembre del 1884. Nel capoluogo piemontese sull’area dell’attuale Parco del Valentino lungo le rive del Po, nei sette mesi dell’evento si avvicendarono 14.237 espositori tra piccoli e grandi attività, enti, società e istituzioni del giovane Paese che aveva avuto in Torino il fulcro dell’Unità nazionale. I visitatori, tenendo conto anche delle difficoltà di viaggio che l’epoca ancora presentava, furono una vera e propria marea: oltre tre milioni. Lungo le rive del fiume, tra i viali nel verde del Valentino che si vide trasformato in una sorta di «cittadina delle meraviglie», i frutti della seconda rivoluzione industriale si misero in mostra. E, come vedremo in seguito, anticiperanno molte delle soluzioni tecnologiche e produttive che vedranno il proprio sviluppo nel Ventesimo secolo divenendo oggetti largamente diffusi nella vita quotidiana. Altrettanto sorprendente fu l’efficienza del comitato organizzatore, di cui il Principe Amedeo di Savoia fu presidente. Nel giro di due anni furono fissati gli appalti per i lavori di costruzione, approvati i progetti dei padiglioni, stabiliti gli espositori grazie a una fitta rete di sottocomitati in tutto il territorio nazionale. Plasmata sullo stile francese, data anche la vicinanza culturale tra Parigi e l’ex capitale sabauda, l’esposizione si caratterizzava per il massimo eclettismo (ed esotismo tipico del periodo) nello stile dei tanti padiglioni e chioschi, che costellavano un’area espositiva di 440 mila metri quadrati, dominata da tre grandi costruzioni principali: le Gallerie del Lavoro e dell’Industria e il Villaggio Medioevale. Le prime erano strutture in ferro, che ricordavano quanto visto nelle grandi esposizioni inglesi, mentre il secondo era la ricostruzione di un borgo ispirato allo stile del medioevo piemontese. Il villaggio esiste ancora oggi e rappresenta una delle più gettonate attrazioni della città. L’esposizione di Torino era suddivisa in otto grandi aree tematiche: belle arti, didattica, produzioni letterarie e scientifiche, previdenza e assistenza pubblica, industrie estrattive e chimiche, industrie meccaniche industrie manifatturiere economia rurale, orticola, forestale e zootecnica. Nelle grandi gallerie dell’Industria e della meccanica, popolate tutti i giorni da uomini in cilindro e donne in crinoline era possibile incappare in prototipi e progetti che, in alcuni casi, sono attualità dopo un secolo e mezzo. Come il modello in scala di una galleria sotto lo Stretto di Messina, presentato dalla Società Veneta e Impresa Costruzioni Pubbliche. La società era stata fondata nel 1872 da Vincenzo Stefano Breda, cugino del più famoso Ernesto. L’azienda si era occupata inizialmente di grandi opere infrastrutturali, tra le più importanti del neonato Regno d’Italia, tra cui quelle idrauliche agli argini dei grandi fiumi. Tra le costruzioni civili più importanti realizzate dalla società figura il palazzo delle Finanze, attuale sede del Ministero a Roma in via XX Settembre. Nella galleria dell’Industria erano concentrate le innovazioni principali, descritte minuziosamente e tramandate al giorno d’oggi dal catalogo ufficiale curato da un illustre ingegnere, Orazio Chiazzari de Torres, uno dei più importanti nel nascente campo delle costruzioni ferroviarie. E proprio su quest’ultimo Chiazzari si concentra nel descrivere le novità presentate all’esposizione, tutte rivolte a migliorare l’efficienza dei motori a vapore delle locomotive. Tra le soluzioni esposte, primeggiavano il sistema di iniezione automatica di acqua nelle caldaie, in grado di rendere molto più efficiente il rendimento del motore a vapore. L’iniezione automatica riguardava anche il sistema di lubrificazione delle macchine a vapore, sia fisse per l’uso industriale che per le locomotive. Queste pompe automatiche sostituivano i sistemi manuali, spesso resi inefficienti da agenti esterni come la polvere e i residui. Questi sistemi innovativi, tra cui quello brevettato dallo stesso Chiazzari, avevano anche un importante ruolo nella sicurezza operativa delle macchine a vapore. Fino ad allora, infatti, la lubrificazione degli organi veniva effettuata anche con il treno in corsa, rendendo pericolosissimo il lavoro del macchinista. E proprio al nuovo tema della sicurezza sul lavoro si concentrarono gli organizzatori e gli espositori di Torino. A stimolare la crescita nella prevenzione (un aspetto anche oggi primario nel campo industriale) vi fu un grave incidente che si verificò proprio in una fabbrica di Torino l’anno precedente l’esposizione e che produsse un vero e proprio choc nella cittadinanza. Il 16 maggio 1883 presso lo stabilimento Mazzucchetti di saponi e olii scoppiò una caldaia durante un collaudo, provocando la morte di un ingegnere e di due addetti, oltre a numerosi feriti. All’esposizione, l’ingegner Chiazzari portò il suo prototipo di «caldaia inesplodibile», una soluzione ingegneristica che si avvicinava a quelli che sarebbero poi stati gli standard di sicurezza adottati nel secolo successivo. Il suo brevetto fu utilizzato da una delle più importanti industrie italiane, l’Ansaldo. Ma non soltanto la sicurezza fu protagonista alla kermesse torinese del 1884: anche la salute e la prevenzione, oggetto dello slancio del progresso positivista, furono tra le novità dell’esposizione. Una delle soluzioni ingegneristiche in mostra nella galleria dell’industria ne rappresentava la sintesi. Tra le tante proposte e prototipi, trovò spazio un forno industriale «portatile» per l’essicazione del granoturco. Dalla semplice descrizione, non parrebbe un’invenzione tanto rivoluzionaria. Invece farà da apripista nel miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie in particolare del mondo agricolo. Il secolo XIX era stato funestato dalla piaga della pellagra, che colpiva in particolare modo le fasce più umili della popolazione a causa della dieta a base di mais, alimento che se non essiccato correttamente portava ad una sempre maggiore diffusione della malattia. Scriveva Chiazzari nel libretto-guida dell’esposizione: «Ma pel granturco la bisogna corre diversa, perché la sua fermentazione va congiunta ad un altro e più tremendo malanno, dovuto indubbiamente alla ingestione del mais guasto per umidità. Si allude allo sviluppo di quella maledetta pellagra, che miete annualmente un numero spaventoso di vittime, e mille e mille ne riduce a stato peggiore di morte. Né la malattia accenna punto a scomparire od a mitigarsi; che anzi va rapidamente estendendosi anche in quelle località che ne erano affatto immuni solo pochi anni in addietro». Il forno mobile alimentato a gas ad azione continua era l’antesignano dei moderni forni industriali. Formato da due parti principali, una camera di riscaldamento dell’aria e una di cottura a forma di campana, il forno poteva essere trainato su ruote e su affusto ferroviario. All’interno, su una base girevole dove venivano alloggiati i cestelli contenenti il cereale come nei moderni microonde, il granoturco seccava alla temperatura costante di 150°C. L’apparecchio garantiva il riscaldamento di ben 7 milioni di litri d’aria all’ora. Tra le pagine del catalogo dei prototipi, accanto ai brevetti di forni essiccatori per cereali, le primissime asciugatrici di panni antenate di quelle moderne. Anche in questo caso concepite per un uso diretto a migliorare le condizioni igieniche dei lavoratori tramite l’asciugatura rapida dei loro abiti da lavoro, furono presentate a Torino da diverse piccole realtà industriali del Nord.
Ma l’invenzione che forse anticipò maggiormente il futuro venne dal settore alimentare e della ristorazione, che all’expo di Torino fu tra le attrazioni più apprezzate dal vasto pubblico che la visitò. Si trattava di una macchina per fare il caffè «istantaneo», il prototipo delle macchine per caffè espresso di cui l’Italia diventerà leader mondiale nel secolo XX. Al numero 6.143 del catalogo generale appariva la breve descrizione di una «macchina privilegiata per la preparazione istantanea del caffè in bevanda», messa in funzione all’interno di uno stand-chiosco nella Galleria del Lavoro. L’inventore era Angelo Moriondo, proveniente da una dinastia torinese di produttori di cioccolato, ristoratore e albergatore. All’expo del 1884 comparve la prima macchina per il caffè espresso del mondo, un apparecchio color bronzo a forma di campana, dell’altezza di circa un metro. Alimentata da un fornelletto a gas (o in alternativa a carbone di legna) nella parte inferiore, aveva la peculiarità di poter controllare separatamente il flusso di acqua e vapori, ancora oggi alla base del funzionamento delle macchine del caffè espresso. L’inventore brevettò la sua creazione poco prima dell’apertura dell’Esposizione del Valentino, riuscendo a stupire migliaia di visitatori del suo stand e mese in funzione due macchine nei suoi prestigiosi locali nel cuore della città piemontese, l’«American Bar» e «Gran Caffè Ligure», dove le uniche due macchine lavoravano al ritmo di ben 5 tazze di caffè al minuto. Moriondo non sfruttò mai il brevetto per avviare la produzione industriale delle macchine per il caffè espresso, considerando le poche prodotte artigianalmente come una «meraviglia» riservata ai suoi locali. Quasi vent’anni più tardi, chiaramente ispirati al prototipo presentato a Torino nel 1884, Bezzera e Pavoni esposero alla grande Esposizione di Milano del 1906 le loro macchine per espresso, che avrebbero in futuro prodotto in serie con il marchio «La Pavone».
L’Esposizione Generale di Torino chiuse i battenti il 17 novembre 1884, quando già le foglie del parco Valentino erano cadute a terra. Ma all’orizzonte delle colline torinesi, per sette mesi, aveva brillato il sole del progresso scientifico e industriale, i cui raggi erano stati gli imprenditori che negli anni a venire traghetteranno l’Italia tra le «grandi» del mondo. E Torino, la ex capitale del Regno sotto le cui insegne il Paese si era unificato, sarà uno dei vertici del triangolo industriale assieme a Milano e Genova.
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L'Esposizione Generale italiana del 1884 al Valentino fu un grande successo. Migliaia di espositori, milioni di visitatori. Tracciò la strada alla crescita industriale del secolo successivo. Fa impressione leggere oggi i dati statistici sull’Esposizione Generale Italiana di Torino, che si tenne dall’aprile al novembre del 1884. Nel capoluogo piemontese sull’area dell’attuale Parco del Valentino lungo le rive del Po, nei sette mesi dell’evento si avvicendarono 14.237 espositori tra piccoli e grandi attività, enti, società e istituzioni del giovane Paese che aveva avuto in Torino il fulcro dell’Unità nazionale. I visitatori, tenendo conto anche delle difficoltà di viaggio che l’epoca ancora presentava, furono una vera e propria marea: oltre tre milioni. Lungo le rive del fiume, tra i viali nel verde del Valentino che si vide trasformato in una sorta di «cittadina delle meraviglie», i frutti della seconda rivoluzione industriale si misero in mostra. E, come vedremo in seguito, anticiperanno molte delle soluzioni tecnologiche e produttive che vedranno il proprio sviluppo nel Ventesimo secolo divenendo oggetti largamente diffusi nella vita quotidiana. Altrettanto sorprendente fu l’efficienza del comitato organizzatore, di cui il Principe Amedeo di Savoia fu presidente. Nel giro di due anni furono fissati gli appalti per i lavori di costruzione, approvati i progetti dei padiglioni, stabiliti gli espositori grazie a una fitta rete di sottocomitati in tutto il territorio nazionale. Plasmata sullo stile francese, data anche la vicinanza culturale tra Parigi e l’ex capitale sabauda, l’esposizione si caratterizzava per il massimo eclettismo (ed esotismo tipico del periodo) nello stile dei tanti padiglioni e chioschi, che costellavano un’area espositiva di 440 mila metri quadrati, dominata da tre grandi costruzioni principali: le Gallerie del Lavoro e dell’Industria e il Villaggio Medioevale. Le prime erano strutture in ferro, che ricordavano quanto visto nelle grandi esposizioni inglesi, mentre il secondo era la ricostruzione di un borgo ispirato allo stile del medioevo piemontese. Il villaggio esiste ancora oggi e rappresenta una delle più gettonate attrazioni della città. L’esposizione di Torino era suddivisa in otto grandi aree tematiche: belle arti, didattica, produzioni letterarie e scientifiche, previdenza e assistenza pubblica, industrie estrattive e chimiche, industrie meccaniche industrie manifatturiere economia rurale, orticola, forestale e zootecnica. Nelle grandi gallerie dell’Industria e della meccanica, popolate tutti i giorni da uomini in cilindro e donne in crinoline era possibile incappare in prototipi e progetti che, in alcuni casi, sono attualità dopo un secolo e mezzo. Come il modello in scala di una galleria sotto lo Stretto di Messina, presentato dalla Società Veneta e Impresa Costruzioni Pubbliche. La società era stata fondata nel 1872 da Vincenzo Stefano Breda, cugino del più famoso Ernesto. L’azienda si era occupata inizialmente di grandi opere infrastrutturali, tra le più importanti del neonato Regno d’Italia, tra cui quelle idrauliche agli argini dei grandi fiumi. Tra le costruzioni civili più importanti realizzate dalla società figura il palazzo delle Finanze, attuale sede del Ministero a Roma in via XX Settembre. Nella galleria dell’Industria erano concentrate le innovazioni principali, descritte minuziosamente e tramandate al giorno d’oggi dal catalogo ufficiale curato da un illustre ingegnere, Orazio Chiazzari de Torres, uno dei più importanti nel nascente campo delle costruzioni ferroviarie. E proprio su quest’ultimo Chiazzari si concentra nel descrivere le novità presentate all’esposizione, tutte rivolte a migliorare l’efficienza dei motori a vapore delle locomotive. Tra le soluzioni esposte, primeggiavano il sistema di iniezione automatica di acqua nelle caldaie, in grado di rendere molto più efficiente il rendimento del motore a vapore. L’iniezione automatica riguardava anche il sistema di lubrificazione delle macchine a vapore, sia fisse per l’uso industriale che per le locomotive. Queste pompe automatiche sostituivano i sistemi manuali, spesso resi inefficienti da agenti esterni come la polvere e i residui. Questi sistemi innovativi, tra cui quello brevettato dallo stesso Chiazzari, avevano anche un importante ruolo nella sicurezza operativa delle macchine a vapore. Fino ad allora, infatti, la lubrificazione degli organi veniva effettuata anche con il treno in corsa, rendendo pericolosissimo il lavoro del macchinista. E proprio al nuovo tema della sicurezza sul lavoro si concentrarono gli organizzatori e gli espositori di Torino. A stimolare la crescita nella prevenzione (un aspetto anche oggi primario nel campo industriale) vi fu un grave incidente che si verificò proprio in una fabbrica di Torino l’anno precedente l’esposizione e che produsse un vero e proprio choc nella cittadinanza. Il 16 maggio 1883 presso lo stabilimento Mazzucchetti di saponi e olii scoppiò una caldaia durante un collaudo, provocando la morte di un ingegnere e di due addetti, oltre a numerosi feriti. All’esposizione, l’ingegner Chiazzari portò il suo prototipo di «caldaia inesplodibile», una soluzione ingegneristica che si avvicinava a quelli che sarebbero poi stati gli standard di sicurezza adottati nel secolo successivo. Il suo brevetto fu utilizzato da una delle più importanti industrie italiane, l’Ansaldo. Ma non soltanto la sicurezza fu protagonista alla kermesse torinese del 1884: anche la salute e la prevenzione, oggetto dello slancio del progresso positivista, furono tra le novità dell’esposizione. Una delle soluzioni ingegneristiche in mostra nella galleria dell’industria ne rappresentava la sintesi. Tra le tante proposte e prototipi, trovò spazio un forno industriale «portatile» per l’essicazione del granoturco. Dalla semplice descrizione, non parrebbe un’invenzione tanto rivoluzionaria. Invece farà da apripista nel miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie in particolare del mondo agricolo. Il secolo XIX era stato funestato dalla piaga della pellagra, che colpiva in particolare modo le fasce più umili della popolazione a causa della dieta a base di mais, alimento che se non essiccato correttamente portava ad una sempre maggiore diffusione della malattia. Scriveva Chiazzari nel libretto-guida dell’esposizione: «Ma pel granturco la bisogna corre diversa, perché la sua fermentazione va congiunta ad un altro e più tremendo malanno, dovuto indubbiamente alla ingestione del mais guasto per umidità. Si allude allo sviluppo di quella maledetta pellagra, che miete annualmente un numero spaventoso di vittime, e mille e mille ne riduce a stato peggiore di morte. Né la malattia accenna punto a scomparire od a mitigarsi; che anzi va rapidamente estendendosi anche in quelle località che ne erano affatto immuni solo pochi anni in addietro». Il forno mobile alimentato a gas ad azione continua era l’antesignano dei moderni forni industriali. Formato da due parti principali, una camera di riscaldamento dell’aria e una di cottura a forma di campana, il forno poteva essere trainato su ruote e su affusto ferroviario. All’interno, su una base girevole dove venivano alloggiati i cestelli contenenti il cereale come nei moderni microonde, il granoturco seccava alla temperatura costante di 150°C. L’apparecchio garantiva il riscaldamento di ben 7 milioni di litri d’aria all’ora. Tra le pagine del catalogo dei prototipi, accanto ai brevetti di forni essiccatori per cereali, le primissime asciugatrici di panni antenate di quelle moderne. Anche in questo caso concepite per un uso diretto a migliorare le condizioni igieniche dei lavoratori tramite l’asciugatura rapida dei loro abiti da lavoro, furono presentate a Torino da diverse piccole realtà industriali del Nord. Ma l’invenzione che forse anticipò maggiormente il futuro venne dal settore alimentare e della ristorazione, che all’expo di Torino fu tra le attrazioni più apprezzate dal vasto pubblico che la visitò. Si trattava di una macchina per fare il caffè «istantaneo», il prototipo delle macchine per caffè espresso di cui l’Italia diventerà leader mondiale nel secolo XX. Al numero 6.143 del catalogo generale appariva la breve descrizione di una «macchina privilegiata per la preparazione istantanea del caffè in bevanda», messa in funzione all’interno di uno stand-chiosco nella Galleria del Lavoro. L’inventore era Angelo Moriondo, proveniente da una dinastia torinese di produttori di cioccolato, ristoratore e albergatore. All’expo del 1884 comparve la prima macchina per il caffè espresso del mondo, un apparecchio color bronzo a forma di campana, dell’altezza di circa un metro. Alimentata da un fornelletto a gas (o in alternativa a carbone di legna) nella parte inferiore, aveva la peculiarità di poter controllare separatamente il flusso di acqua e vapori, ancora oggi alla base del funzionamento delle macchine del caffè espresso. L’inventore brevettò la sua creazione poco prima dell’apertura dell’Esposizione del Valentino, riuscendo a stupire migliaia di visitatori del suo stand e mese in funzione due macchine nei suoi prestigiosi locali nel cuore della città piemontese, l’«American Bar» e «Gran Caffè Ligure», dove le uniche due macchine lavoravano al ritmo di ben 5 tazze di caffè al minuto. Moriondo non sfruttò mai il brevetto per avviare la produzione industriale delle macchine per il caffè espresso, considerando le poche prodotte artigianalmente come una «meraviglia» riservata ai suoi locali. Quasi vent’anni più tardi, chiaramente ispirati al prototipo presentato a Torino nel 1884, Bezzera e Pavoni esposero alla grande Esposizione di Milano del 1906 le loro macchine per espresso, che avrebbero in futuro prodotto in serie con il marchio «La Pavone». L’Esposizione Generale di Torino chiuse i battenti il 17 novembre 1884, quando già le foglie del parco Valentino erano cadute a terra. Ma all’orizzonte delle colline torinesi, per sette mesi, aveva brillato il sole del progresso scientifico e industriale, i cui raggi erano stati gli imprenditori che negli anni a venire traghetteranno l’Italia tra le «grandi» del mondo. E Torino, la ex capitale del Regno sotto le cui insegne il Paese si era unificato, sarà uno dei vertici del triangolo industriale assieme a Milano e Genova.
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
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Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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Getty Images
La formano, oltre ai sindacalisti e ai partigiani Nonna Roma, Arci e «oltre trenta realtà associative antifasciste». Nel testo esprimono «la più netta contrarietà e preoccupazione in merito alla manifestazione annunciata per il 13 giugno a Roma sulla cosiddetta remigrazione, una proposta razzista e xenofoba, in aperto contrasto con i valori della Costituzione, con i principi fondamentali della democrazia e con la natura antifascista della nostra Repubblica. Riteniamo estremamente grave», dicono Cgil e soci, «che nella Capitale d’Italia possano trovare spazio soggetti che diffondono e promuovono il rimpatrio forzato delle persone straniere nei Paesi di provenienza, riproponendo nei fatti ideologie fondate sulla superiorità razziale, sull’esclusione e sull’odio, che richiamano le pagine più oscure e vergognose della storia italiana. Roma è una città multiculturale per storia e per tradizione, da sempre attraversata dall’intreccio di popoli, culture e differenze. È inoltre Città Medaglia d’Oro per la Resistenza. Proprio per questo, lo svolgimento di una manifestazione che intende richiamarsi a una nuova marcia su Roma appare ancora più inaccettabile e provocatorio, perché colpisce direttamente l’identità democratica, antifascista e inclusiva della città».
Insomma, Anpi e sindacato ritengono che «le istituzioni abbiano il dovere di dare un segnale netto, a difesa della convivenza civile, della dignità delle persone e dei principi democratici su cui si fonda la nostra Repubblica». In nome dell’antifascismo e della democrazia, i progressisti pretendono che sindaco e prefetto di Roma intervengano «nei rispettivi ambiti di competenza, affinché venga impedito lo svolgimento di questa manifestazione e di ogni altra iniziativa fondata sull’odio razziale, sulla discriminazione e sulla negazione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione».
La solfa la conosciamo, è la stessa di sempre: se non sei d’accordo con loro, devi essere ridotto al silenzio. Ci sarebbe perfino da ignorarli, se questi continui appelli alla cancellazione delle idee divergenti non avessero ogni volta un effetto. Di solito infatti funziona così: viene annunciata una manifestazione di destra, Anpi e compagni fanno caciara, si alza il polverone e le autorità decidono di spostare la manifestazione per «ragioni di ordine pubblico». È accaduto di recente a Bologna, dove l’evento sulla remigrazione è stato confinato in periferia, perdendo ovviamente appeal. Ma anche qualora il programma non cambi il danno c’è ugualmente: qualcuno che magari avrebbe voluto presentarsi in piazza potrebbe rimanere a casa per evitare problemi. Già, perché non solo i simpatici antifa hanno chiesto la censura. Esattamente come accaduto a Milano in occasione di una manifestazione della Lega, Cgil, Anpi e altri hanno convocato un contro corteo, con tanto di locandina disegnata da Zerocalcare, antifascista di professione al servizio di Netflix.
In pratica i nostri eroi protestano contro altri cittadini che protestano. Fantastico, democrazia in purezza. Come spesso accade, poi, alla contro manifestazione della Cgil se ne affiancherà un’altra organizzata da Potere al popolo e affini. Vecchia tecnica: partigiani, sindacato e sinistra di palazzo forniscono la copertura istituzionale. Poi arrivano gli antagonisti a fare il lavoro sporco. Qualora ci fossero disordini, ovviamente, darebbero tutti la colpa alla destra.
È un sistema patetico, che tuttavia porta ancora qualche risultato. Ha addirittura un piccolo aspetto di utilità: mostra cioè quale sia la funzione esclusiva di Cgil e Anpi. E fa riflettere sul ruolo del sindacato: continua da anni a chiedere frontiere aperte e accoglienza, poi però frigna e si sbraccia se i caporali pakistani bruciano vivi quattro connazionali schiavi. Forse se perdessero meno tempo a chiedere di tappare la bocca agli altri e si occupassero con più serietà dei diritti dei lavoratori oggi saremmo in una situazione diversa e non ci sarebbe bisogno di chiedere la remigrazione.
Quello che Cgil e sinistra tutta non capiscono è che la remigrazione è semplicemente la soluzione più umana e pacifica a un problema che potrebbe provocare ben altre reazioni. Basti guardare che cosa accade nel Regno Unito. Dopo un rifugiato ha cercato di sgozzare un uomo in Irlanda del Nord, a Belfast sono esplose manifestazioni piuttosto ruvide. Altre si sono viste in Inghilterra, anzi si vedono ormai da un paio di anni almeno. Finora i governi d’Albione hanno duramente represso ogni protesta, arrivando a incarcerare perfino chi osava pubblicare commenti online a supporto dei cortei. Il premier britannico Starmer non sembra avere cambiato atteggiamento: ieri ha condannato con durezza i disordini di Belfast. Ebbene, la Cgil (più in piccolo) e Starmer fanno le stesse cose: ostacolano e biasimano chi protesta, e intanto alimentano il caos migratorio. Tacciono di fronte a delitti, stupri e disagi, ma strepitano contro il fascismo immaginario.
Proprio l’Irlanda però dovrebbe offrire una importante lezione. A forza di comprimere il malcontento, a forza di censurare, prima o poi si ottiene una deflagrazione. La remigrazione è l’unico modo per evitarla.
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Il sindaco di Genova Ilaria Salis (Ansa)
Titolo: «Il vero anno della giunta Salis». Con una precisazione che ha tutta l’aria di una stilettata: «Per i giornalisti accesso libero e domande libere». È il cuore dello scontro politico su una città in preda ad aggressioni, risse, accoltellamenti, degrado, bivacchi, paura nei quartieri centrali e polemiche sulla sicurezza. Il centrodestra genovese vuole mettere in fila tutto. E la conferenza arriva dopo una giornata pesantissima in Consiglio comunale. L’opposizione aveva chiesto alla sindaca di scusarsi per gli insulti rivolti alla minoranza. Salis, in quel momento, non era tra i banchi. Al suo rientro è stata nuovamente sollecitata a chiedere scusa. Non lo ha fatto. Poi, a fine seduta, ha dichiarato pubblicamente di essere rientrata in un’aula vuota.
Ma secondo i gruppi di opposizione quella ricostruzione sarebbe stata smentita dalle riprese ufficiali del Consiglio comunale. In aula, sostengono, erano presenti consiglieri di entrambi gli schieramenti. «Salis non si permetta più di parlare di trasparenza, perché è chiaro ed evidente che si tratta di un concetto a lei sconosciuto e che non le appartiene». La nota a firma dei capigruppo dell’opposizione, Alessandra Bianchi per Fratelli d’Italia, Paola Bordilli per la Lega, Pietro Piciocchi per Vince Genova, Ilaria Cavo (più votata in Consiglio comunale e parlamentare) per Orgoglio Genova-Noi moderati, Mario Mascia per Forza Italia e Sergio Gambino per il Gruppo misto, rende l’idea del clima.
Ma il vero fronte resta la sicurezza. Nelle stesse ore dello scontro politico a Palazzo Tursi, Genova era già dentro una nuova sequenza di cronaca. Martedì mattina, in poche ore, un uomo è finito accoltellato in vico delle Vigne dopo una spedizione punitiva a casa di tre algerini arrivati da poco in città, una quattordicenne, sulla Darsena, si è beccata un pugno in pieno volto da una ragazza che voleva rapinarla del cellulare, dei turisti hanno dovuto schivare un lancio di bottiglie scagliate da spacciatori e una lite tra due senza tetto finita a bastonate.
In Consiglio comunale era esploso sul tema sicurezza dopo il delitto di Pietro Alberto Paolo Signor ai giardini di villetta Di Negro. «Non fate gli avvoltoi su quello che è un problema endemico del Paese, l’assassino di Signor avrebbe dovuto essere rimpatriato quattro anni fa, dall’inizio del 2026 la polizia locale ha fermato 35 irregolari, sapete quanti ne sono stati rimpatriati? Zero», aveva attaccato Salis rivolgendosi al centrodestra. Una frase che, nel tentativo di scaricare sul governo il problema dei rimpatri, finisce però per certificare un dato politico: 35 irregolari fermati e nessun rimpatrio. Il tema torna anche nell’interrogazione presentata in aula dal consigliere di Fratelli d’Italia Valeriano Vacalebre sulla situazione di piazza Brignole e dei giardini vicini a via Galata. Secondo quanto riferito dal consigliere, i residenti denunciano frequentazioni problematiche soprattutto nelle ore serali e notturne, bivacchi, consumo di alcol, rifiuti lasciati ovunque e molestie ai passanti. Vacalebre sostiene che alcuni cittadini abbiano documentato tutto con fotografie e inviato ripetute segnalazioni alle forze dell’ordine e alla polizia locale. E riferisce anche che, secondo diverse testimonianze raccolte nella zona, tra le persone che gravitano negli assembramenti vi sarebbero minori non accompagnati provenienti da una struttura vicina. La sequenza, però, va avanti da mesi. Il 6 maggio Genova si sveglia con l’ennesima rissa nel centro storico, tra via Gramsci e ponte Parodi. Quattro stranieri senza fissa dimora e irregolari sul territorio si inseguono e si colpiscono a bottigliate poco prima dell’alba. Due i feriti.
Ma la sicurezza non è l’unico tema al centro del dibattito locale. Ieri è scoppiato il caso dei posti vip al concerto. Che, in una città già attraversata dalle polemiche, rischia di diventare il simbolo perfetto del modello Salis. La scena è questa: piazza della Vittoria trasformata nel grande palco dell’Rds Summer festival, migliaia di persone attese sotto il palco e un messaggio interno che comincia a circolare nelle chat della maggioranza. «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza». Accesso garantito all’area privilegiata davanti al palco, quella blindata dalle transenne e normalmente riservata agli ospiti vip. Settantadue posti in totale. Tutti destinati ai consiglieri della maggioranza e ai loro accompagnatori. Mentre il resto della piazza resta al di là dalle transenne. Il messaggio, che invita i consiglieri a ritirare «tassativamente» i biglietti al sesto piano di Palazzo Tursi, dettaglia persino la logistica dell’operazione: i ticket arriveranno venerdì mattina e dovranno essere ritirati durante la giornata. La sindaca salirà sul palco alle 21 per il saluto istituzionale. Politicamente è benzina. Perché l’immagine che passa è questa: la piazza è pubblica, ma la prima fila no. Da una parte i cittadini compressi dietro le barriere. Dall’altra gli amministratori con pass privilegiato sotto il palco. Mentre Genova discute di aggressioni e degrado, a Palazzo Tursi si organizzano gli ingressi vip per il concerto.
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