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2018-04-27
L’esercito degli immigrati intenzionati a sterminarci
ANSA
«Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito», disse Franco Gabrielli (ora capo della polizia) nell'agosto del 2016. Trattasi dello stesso Gabrielli che, esattamente un anno dopo, nell'agosto del 2017, dichiarò: «Se non si riesce a ottenere i rimpatri, non resta che l'integrazione, che peraltro è un'opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo». Ed è sempre il medesimo Gabrielli che, il 10 aprile scorso, è stato costretto ad ammettere: «Terroristi sui barconi dei migranti? È possibile». Insomma, ha negato fino all'ultimo (come del resto hanno fatto anche il ministro Marco Minniti e numerosi altri esponenti delle istituzioni). Ha minimizzato fino a quando la realtà non lo ha platealmente smentito, dimostrando che il legame tra immigrazione e terrorismo esiste, ed è fortissimo.
Non a caso, giusto ieri, Franco Gabrielli era a Napoli per commentare l'arresto di Alagie Touray, richiedente asilo nato in Gambia nel 1996, sbarcato a Messina un anno fa assieme ad altri 638 migranti, di cui 209 suoi connazionali. Touray aveva giurato fedeltà al califfo dello Stato islamico, Abu Bakr Al Baghdadi e meditava «di lanciare un'autovettura contro la folla». Lo abbiamo fatto entrare nel nostro Paese, lo abbiamo accolto, e lui progettava di ucciderci. Non è certo il primo. Gli immigrati intenzionati a farci la pelle compongono un vero esercito, che ha approfittato della nostra buona fede e della nostra ingenuità per favorire la nostra cancellazione dalla faccia della Terra.
Basta un elenco sommario per rendersi conto di quanti siano gli stranieri giunti sulle nostre coste che hanno maturato propositi di sterminio. Cominciamo dal più celebre, ovvero Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale di Berlino, fortunatamente ucciso dalle forze dell'ordine a Sesto San Giovanni nel 2016. Amri arrivò a Lampedusa a bordo di un barcone nell'aprile del 2011. Lo spedirono al centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania, e per ringraziare dell'ospitalità il manigoldo pensò bene di appiccare un incendio. Fu condannato a 4 anni di carcere e si prese un decreto di espulsione, che però non fu mai attuato. I risultati si sono visti: 12 morti e 56 feriti.
Un altro vip del jihadismo internazionale che si è installato dalle nostre parti è Eli Bombataliev, arrivato in Italia nel 2012. Lo hanno arrestato a Bari nel luglio del 2017, era in attesa del permesso di soggiorno. Ceceno, era un pezzo grosso del terrore: aveva combattuto a Grozny e in Siria, e dalle nostre parti si dedicava al reclutamento di aspiranti martiri. «Gli italiani sono animali, vanno puniti», amava ripetere. Voleva trasformare in una martire una delle sue mogli, la russa Marina Kamchmazova, residente a Napoli. Aveva instradato un paio di ragazzi albanesi che vivevano in Basilicata. Spesso predicava a Foggia, in una «associazione culturale» tramutata in moschea. Faceva le veci dell'imam locale, tale Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, 59 anni, egiziano con cittadinanza italiana. Quest'ultimo, sposato a un'italiana di 79 anni, è stato fermato alla fine di marzo di quest'anno. Si è scoperto che il simpatico Omer gestiva una scuola islamica in cui insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli.
Restiamo in Puglia, precisamente a Bari, città da cui transitò anche Salah Abdeslam, uno dei macellai del Bataclan. Il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) che sorge in città ha ospitato negli anni parecchi soggetti pericolosi, tutti mantenuti a spese della collettività italica. Lì era domiciliato l'afghano Hakim Nasri, arrestato con l'accusa di pianificare attentati nel nostro Paese e in altri Stati europei. Nello stesso luogo erano domiciliati anche Qari Khesta Mir Ahmadzai e Surgui Ahmadzai, pure loro decisi a mietere vittime italiane. Questi due sfuggirono alla cattura. In compenso, assieme a Nasri, furono arrestati un altro afghano e un pakistano. Piccola curiosità: Hakim Nasri si fece fotografare assieme al sindaco di Bari, Antonio Decaro, durante la «Marcia degli scalzi», organizzata da varie personalità della sinistra nel 2015 in difesa dei migranti.
I centri di accoglienza, luoghi deputati a ospitare le povere vittime in fuga dalla guerra e dalla carestia, hanno offerto riparo a un bel po' di fanatici. Per esempio l'iracheno Hussein Abss Hamyar, 29 anni, arrestato nel luglio 2017. Viveva in un centro Sprar di Crotone, dove istigava altri immigrati a giurare fedeltà al califfo dello Stato islamico. Lo hanno preso dopo che aveva festeggiato per l'attacco esplosivo alla Manchester arena, durante il concerto di Ariana Grande. Gioiva per i ragazzini feriti, sosteneva che agli italiani bisognava «tagliare la gola».
In un altro centro di accoglienza, a Licodia Eubea (Catania), si trovava un algerino di 48 anni, espulso dall'Italia nel luglio del 2017. Si vantava di aver sgozzato numerosi uomini e di aver combattuto con i jihadisti in patria. Aggrediva e molestava le operatrici del centro, e minacciava di compiere stragi qui da noi.
Sempre nel 2017, questa volta in aprile, fu il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a dichiarare che nel Nisseno e in provincia di Enna «sono emersi processi di radicalizzazione di alcuni soggetti nei centri per immigrati». Uno di questi, il pakistano Muhammad Bilal, 25 anni, fu espulso nel 2015. Nel gennaio del 2017, invece, è stato cacciato il tunisino Jilani Ben Mahmoud, clandestino arrestato a Siracusa che aveva tentato di reclutare jihadisti in carcere. Nello stesso periodo fu allontanato anche un uomo di 32 anni di Padova, marocchino, che aveva ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo.
Sempre in un centro accoglienza, questa volta a Campomarino, in provincia di Campobasso, fu arrestato dalla Digos Mohammed A., 22 anni, accusato di induzione al terrorismo. A segnalarlo furono altri immigrati musulmani.
L'elenco è ancora lungo, ma è destinato a essere incompleto. Non sappiamo esattamente quanti combattenti della jihad siano approdati nel nostro Paese. Da tempo si parla di rischio terrorismo legato ai cosiddetti «sbarchi fantasma» sulle spiagge siciliane, dove arrivano stranieri per lo più provenienti da Tunisia e Algeria.
Il 10 aprile scorso la Guardia di finanza di Palermo ha arrestato dieci persone, componenti di un'organizzazione che gestiva il traffico di clandestini proprio dalla Tunisia. Programmavano viaggi molto costosi (tra i 3.000 e i 5.000 euro) riservati a persone intenzionate a evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong e della successiva identificazione. Insomma, questi trafficanti garantivano l'anonimato ai loro passeggeri, tra cui c'erano pure jihadisti.
Su un banalissimo gommone, invece, è approdato in Italia Moftah Al Sllake, 34 anni, combattente libico che in queste ore è ricercato dalle autorità italiane su segnalazione dell'Fbi. Si sa che progettava un attentato a un centro commerciale di Genova, ma non dove si trovi attualmente. In un'intercettazione, Al Sllake spiega come è giunto qui: «Ho impiegato dodici ore in acqua litigando con i neri». Povera stella.
Con altri personaggi abbiamo fatto addirittura di meglio. Non solo li abbiamo fatti entrare e ospitati, ma li abbiamo anche omaggiati con sussidi e assegni di mantenimento.
È il caso di Abdul Rahman Nauroz, preso a Merano nel 2015 assieme a sei compari che pianificavano attentati in Europa. Costui, scrissero i carabinieri, viveva in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città». Nauroz aveva ottenuto l'asilo politico dichiarando di essere perseguitato dal gruppo jihadista Ansar al Islam. Fingeva di essere vittima della stessa organizzazione di cui faceva parte. Gli abbiamo concesso di restare qui, con la casa pagata e un sussidio gentilmente fornito dalla Provincia autonoma di Bolzano. Hassan Saman, un altro arrestato nel corso della medesima operazione, percepiva 2.000 euro di sussidio perché padre di 5 figli. Mohamed Koraichi, arrestato in provincia di Lecco nel 2016, percepiva 1.000 euro di soldi pubblici ogni trenta giorni. Ajman Veapi, macedone fermato a Mestre nello stesso anno, riceveva un assegno di 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli Venezia Giulia. Yahya Khan Ridi, afghano, viveva a Foggia con lo status di rifugiato e un contributo analogo. In Provincia di Bergamo stava un altro predicatore radicale, Hafiz Muhammad Zulkifal, che grazie ai suoi 8 figli incassava denaro dei contribuenti che gli consentiva di pagare l'affitto e mandare a scuola i pargoli (parliamo di migliaia di euro).
Per questa gente intenzionata ad ammazzarci spendiamo milioni e milioni di euro. E ci prepariamo a spenderne ancora di più, come spiega il Def (documento di economia e finanza) preparato dal governo. Ieri l'Ansa ha riportato alcuni stralci del testo: «La spesa per i migranti si è attestata nel 2017 a 4,3 miliardi, e salirà nel 2018, ferma restando la capacità di frenare gli arrivi, tra i 4,6 e 5 miliardi», si legge. «La diminuzione degli sbarchi non si riflette in una proporzionale riduzione della permanenza dei migranti nei centri di accoglienza (circa 174.000 le presenze nelle strutture a inizio aprile, ndr), anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento».
Capito? Anche se negli ultimi mesi sono arrivati meno migranti, spenderemo comunque di più dell'anno passato per ospitarli. E in ogni caso state tranquilli, gli sbarchi torneranno presto ad aumentare: l'esercito di chi ci odia non può rimanere privo di rinforzi.
Francesco Borgonovo
Il richiedente asilo che progettava un attentato in auto
Frequentava una moschea, presentava la zebiba sulla fronte, piaga che si crea dal prolungato urto nel tempo della testa sul pavimento, postura adottata durante la preghiera. Gli hanno trovato appunti in arabo su racconti antichi della tradizione coranica più integralista, che solo un fervente islamista terrebbe con sé, eppure lui dice di credere a intermittenza. Ha registrato per ben tre volte un video da combattente pronto al martirio (rivolgendo l'indice al cielo, segno della potenza di Allah) e l'ha diffuso sulla chat di Telegram, ma sostiene che era solo uno scherzo. Aveva ricevuto l'ordine di uccidere, come già avvenuto in altri attentati nel resto d'Europa, da Nizza a Berlino, ma afferma che era un gioco.
Per il giudice che l'ha privato della libertà, confermando il fermo d'indiziato di delitto disposto dalla Procura di Napoli, i gravi indizi di colpevolezza a suo carico ci sono tutti. Alagie Touray, 21 anni, gambiano, è stato fermato a Napoli il 20 aprile nel corso di un'operazione antiterrorismo condotta dai poliziotti della Digos e dai carabinieri del Ros. E non è un caso che sia stato bloccato proprio mentre usciva della moschea di Licola, piccola località flegrea a ridosso di Pozzuoli. Partito dalla Libia, è arrivato lì un anno fa, come è stato ricostruito dagli investigatori, dopo essere sbarcato a Messina il 22 marzo 2017. E da allora, come gli altri richiedenti asilo politico, vive in un centro d'accoglienza, con 77 euro al mese più vitto e alloggio. Touray era titolare di un foglio di soggiorno provvisorio e la sua pratica per la concessione dello status da rifugiato era ancora in valutazione. E mentre era nel centro e frequentava la moschea, studiava da combattente. Ora è accusato di «partecipazione all'associazione terroristica denominata Islamic State o Daesh». Perché si sentiva pronto. A provarlo, secondo gli investigatori, c'è il video in cui giurava fedeltà all'Isis e al califfo Al Baghdadi.
Il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, ha spiegato che dopo averlo diffuso su Telegram ha ricevuto l'ordine di preparare l'attentato. Lui, in un interrogatorio dai toni a tratti imbarazzanti, ha spiegato che non intendeva davvero lanciarsi sulla folla con l'auto in corsa.
Ma tra le prove elencate nell'atto d'accusa di 16 pagine, di cui la Verità è in possesso, ci sono i messaggi della chat con i confratelli islamisti (sui quali ora sono concentrate le indagini della Procura antiterrorismo napoletana). A loro chiedeva di pregare per lui perché era «in missione» e di non contattarlo se non l'avesse fatto lui per primo. E proprio in quel messaggio, stando all'accusa, c'è la prova che avesse davvero in testa di mettere in atto qualcosa di molto grave.
L'indagine è partita dopo una segnalazione dei servizi segreti spagnoli, che per primi hanno scoperto su Telegram il video del giuramento di fedeltà al califfo. Dal suo telefonino, però, Alagie aveva cancellato quella ripresa, recuperata grazie all'impegno degli esperti informatici scelti dai magistrati. L'inchiesta, coordinata personalmente dal procuratore Melillo, è stata condotta dall'aggiunto Rosa Volpe e dal pubblico ministero Gianfranco Scarfò del pool antiterrorismo. La segnalazione è arrivata nell'ufficio di Scarfò direttamente da Madrid, tramite l'Aise (l'intelligence italiana che si occupa di minaccia estera).
L'importanza di quel video è racchiusa nelle parole del capo della polizia Franco Gabrielli (in passato ai vertici dei servizi segreti): «Normalmente, negli attentati che ci sono stati, il giuramento è l'attività prodromica alla commissione di delitti». Se volesse far seguito al giuramento, dove e con quali modalità, al momento non è chiaro. Ma nell'atto giudiziario è spiegato che tutti gli indizi conducono alla possibilità di un imminente atto terroristico in territorio napoletano, con un'auto da lanciare sulla folla, a cui poi sarebbe dovuto seguire il martirio.
Spiega ancora Gabrielli: «Prima aveva detto che era uno scherzo, poi una proposta cui non avrebbe dato seguito, ma sono tutte cose che devono essere accertate. Ancora una volta il sistema di prevenzione ha funzionato. Soprattutto ha funzionato la corretta circuitazione delle informazioni tra l'intelligence e le forze di polizia».
L'aspetto importante di questa inchiesta, infatti, è legato alla prevenzione. È la prima volta che si intercetta e si riesce a entrare nei meccanismi che precedono un attentato. In tutti gli altri casi, i giuramenti sono stati accertati quando ormai era troppo tardi.
Fabio Amendolara
I messaggi sulla chat: «Sono in missione per Allah»
«Giuro di prestare fedeltà al Califfo dei musulmani Abu Bakr Al Quaraishi Al Baghdadi, nei momenti difficili e facili, nel mese di Rajab giorno 2». Inizia così, con questo giuramento, il video che Alagie Touray, ventunenne del Gambia richiedente asilo, registra e pubblica su una chat crittografata di un sistema di messaggistica per smartphone.
È l'ultima settimana di marzo quando gli investigatori della polizia di Stato e del Ros dell'Arma dei carabinieri intercettano la conversazione. Dieci secondi di filmato, seguiti da una seconda clip che il ragazzo decide di affidare ancora una volta a un canale islamico presente sull'applicazione per cellulari: «Allah, il compassionevole, il misericordioso, mi è testimone di quello che dico».
Aveva scelto Telegram, Touray. Un programma scaricabile gratuitamente sui cellulari. Un sistema del tutto simile al più famoso Whatsapp ma con una differenza fondamentale: la possibilità di creare chat segrete, crittografate e soprattutto con timer per stabilirne l'autodistruzione. Basta un semplice clic. Si sceglie di avviare una nuova conversazione, si imposta un conto alla rovescia e dopo un giorno, due o una settimana la chat - con tutti i suoi contenuti - viene distrutta. Addio tracce, file multimediali e utenti coinvolti. Uno stratagemma che però non è servito, in questo caso, a disorientare gli 007 italiani.
L'utilizzo di Telegram è piuttosto diffuso tra i fanatici dell'Isis, spiegano gli esperti. Un pericolo, quello delle conversazioni difficili da intercettare, che ha allarmato anche i vertici della sicurezza nazionale iraniana che proprio nelle scorse ore hanno proposto di vietare l'utilizzo dell'applicazione per cellulari. È sempre attraverso Telegram che Touray, residente a Pozzuoli, in provincia di Napoli, riceve una proposta per «diventare martire in nome del Jihad» lanciandosi con «un'auto sulla folla di infedeli». Proposta affiancata, secondo quanto si apprende, anche da un'offerta di denaro.
Quelli di Touray non erano semplici video promozionali, filmati in cui enfatizzare il proprio credo musulmano e l'adesione alla jihad. Il ventunenne interagiva con altri utenti. «Pregate Allah, l'Altissimo. Pregate per me», scriveva sul canale Telegram. E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare in Italia rispondeva laconico: «Sono in missione».
La Digos della Questura di Napoli, in stretta collaborazione con il Ros dell'Arma dei carabinieri e gli apparati d'intelligence dell'Aise e dell'Aisi continuano ad indagare per risalire agli altri partecipanti della chat. I contatti sul sistema di messaggistica per cellulari non erano frequenti, giornalieri. Touray scriveva e registrava messaggi vocali con una frequenza bisettimanale.
«Signore, infondi in noi la perseveranza, fai saldi i nostri assi e dacci la vittoria sul popolo dei miscredenti», questo uno degli ultimi messaggi scritti sul canale Telegram, un'invocazione di Allah tratta dal Corano e frequente nelle preghiere del venerdì in moschea.
Ed è proprio sui centri di preghiera clandestini del Napoletano che si concentrano ora le attività investigative degli 007. Su quel bacino incontrollabile in cui si annida la radicalizzazione e si concretizza l'arruolamento di nuovi soldati del Califfato.
Giancarlo Palombi
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Nel 2018 spenderemo 5 miliardi per l'accoglienza, più dell'anno scorso. Soldi con cui manteniamo pure chi ci odia, come il gambiano fermato ieri.Il jihadista arrestato a Napoli comunicava tramite Telegram con i suoi contatti. A cui diceva: «Dovete pregare per me».Alagie Touray era arrivato un anno fa a Messina su un barcone. Aveva giurato fedeltà all'Isis e si diceva pronto a immolarsi.Lo speciale contiene tre articoli.«Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito», disse Franco Gabrielli (ora capo della polizia) nell'agosto del 2016. Trattasi dello stesso Gabrielli che, esattamente un anno dopo, nell'agosto del 2017, dichiarò: «Se non si riesce a ottenere i rimpatri, non resta che l'integrazione, che peraltro è un'opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo». Ed è sempre il medesimo Gabrielli che, il 10 aprile scorso, è stato costretto ad ammettere: «Terroristi sui barconi dei migranti? È possibile». Insomma, ha negato fino all'ultimo (come del resto hanno fatto anche il ministro Marco Minniti e numerosi altri esponenti delle istituzioni). Ha minimizzato fino a quando la realtà non lo ha platealmente smentito, dimostrando che il legame tra immigrazione e terrorismo esiste, ed è fortissimo. Non a caso, giusto ieri, Franco Gabrielli era a Napoli per commentare l'arresto di Alagie Touray, richiedente asilo nato in Gambia nel 1996, sbarcato a Messina un anno fa assieme ad altri 638 migranti, di cui 209 suoi connazionali. Touray aveva giurato fedeltà al califfo dello Stato islamico, Abu Bakr Al Baghdadi e meditava «di lanciare un'autovettura contro la folla». Lo abbiamo fatto entrare nel nostro Paese, lo abbiamo accolto, e lui progettava di ucciderci. Non è certo il primo. Gli immigrati intenzionati a farci la pelle compongono un vero esercito, che ha approfittato della nostra buona fede e della nostra ingenuità per favorire la nostra cancellazione dalla faccia della Terra.Basta un elenco sommario per rendersi conto di quanti siano gli stranieri giunti sulle nostre coste che hanno maturato propositi di sterminio. Cominciamo dal più celebre, ovvero Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale di Berlino, fortunatamente ucciso dalle forze dell'ordine a Sesto San Giovanni nel 2016. Amri arrivò a Lampedusa a bordo di un barcone nell'aprile del 2011. Lo spedirono al centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania, e per ringraziare dell'ospitalità il manigoldo pensò bene di appiccare un incendio. Fu condannato a 4 anni di carcere e si prese un decreto di espulsione, che però non fu mai attuato. I risultati si sono visti: 12 morti e 56 feriti.Un altro vip del jihadismo internazionale che si è installato dalle nostre parti è Eli Bombataliev, arrivato in Italia nel 2012. Lo hanno arrestato a Bari nel luglio del 2017, era in attesa del permesso di soggiorno. Ceceno, era un pezzo grosso del terrore: aveva combattuto a Grozny e in Siria, e dalle nostre parti si dedicava al reclutamento di aspiranti martiri. «Gli italiani sono animali, vanno puniti», amava ripetere. Voleva trasformare in una martire una delle sue mogli, la russa Marina Kamchmazova, residente a Napoli. Aveva instradato un paio di ragazzi albanesi che vivevano in Basilicata. Spesso predicava a Foggia, in una «associazione culturale» tramutata in moschea. Faceva le veci dell'imam locale, tale Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, 59 anni, egiziano con cittadinanza italiana. Quest'ultimo, sposato a un'italiana di 79 anni, è stato fermato alla fine di marzo di quest'anno. Si è scoperto che il simpatico Omer gestiva una scuola islamica in cui insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli. Restiamo in Puglia, precisamente a Bari, città da cui transitò anche Salah Abdeslam, uno dei macellai del Bataclan. Il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) che sorge in città ha ospitato negli anni parecchi soggetti pericolosi, tutti mantenuti a spese della collettività italica. Lì era domiciliato l'afghano Hakim Nasri, arrestato con l'accusa di pianificare attentati nel nostro Paese e in altri Stati europei. Nello stesso luogo erano domiciliati anche Qari Khesta Mir Ahmadzai e Surgui Ahmadzai, pure loro decisi a mietere vittime italiane. Questi due sfuggirono alla cattura. In compenso, assieme a Nasri, furono arrestati un altro afghano e un pakistano. Piccola curiosità: Hakim Nasri si fece fotografare assieme al sindaco di Bari, Antonio Decaro, durante la «Marcia degli scalzi», organizzata da varie personalità della sinistra nel 2015 in difesa dei migranti. I centri di accoglienza, luoghi deputati a ospitare le povere vittime in fuga dalla guerra e dalla carestia, hanno offerto riparo a un bel po' di fanatici. Per esempio l'iracheno Hussein Abss Hamyar, 29 anni, arrestato nel luglio 2017. Viveva in un centro Sprar di Crotone, dove istigava altri immigrati a giurare fedeltà al califfo dello Stato islamico. Lo hanno preso dopo che aveva festeggiato per l'attacco esplosivo alla Manchester arena, durante il concerto di Ariana Grande. Gioiva per i ragazzini feriti, sosteneva che agli italiani bisognava «tagliare la gola».In un altro centro di accoglienza, a Licodia Eubea (Catania), si trovava un algerino di 48 anni, espulso dall'Italia nel luglio del 2017. Si vantava di aver sgozzato numerosi uomini e di aver combattuto con i jihadisti in patria. Aggrediva e molestava le operatrici del centro, e minacciava di compiere stragi qui da noi. Sempre nel 2017, questa volta in aprile, fu il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a dichiarare che nel Nisseno e in provincia di Enna «sono emersi processi di radicalizzazione di alcuni soggetti nei centri per immigrati». Uno di questi, il pakistano Muhammad Bilal, 25 anni, fu espulso nel 2015. Nel gennaio del 2017, invece, è stato cacciato il tunisino Jilani Ben Mahmoud, clandestino arrestato a Siracusa che aveva tentato di reclutare jihadisti in carcere. Nello stesso periodo fu allontanato anche un uomo di 32 anni di Padova, marocchino, che aveva ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo. Sempre in un centro accoglienza, questa volta a Campomarino, in provincia di Campobasso, fu arrestato dalla Digos Mohammed A., 22 anni, accusato di induzione al terrorismo. A segnalarlo furono altri immigrati musulmani.L'elenco è ancora lungo, ma è destinato a essere incompleto. Non sappiamo esattamente quanti combattenti della jihad siano approdati nel nostro Paese. Da tempo si parla di rischio terrorismo legato ai cosiddetti «sbarchi fantasma» sulle spiagge siciliane, dove arrivano stranieri per lo più provenienti da Tunisia e Algeria. Il 10 aprile scorso la Guardia di finanza di Palermo ha arrestato dieci persone, componenti di un'organizzazione che gestiva il traffico di clandestini proprio dalla Tunisia. Programmavano viaggi molto costosi (tra i 3.000 e i 5.000 euro) riservati a persone intenzionate a evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong e della successiva identificazione. Insomma, questi trafficanti garantivano l'anonimato ai loro passeggeri, tra cui c'erano pure jihadisti. Su un banalissimo gommone, invece, è approdato in Italia Moftah Al Sllake, 34 anni, combattente libico che in queste ore è ricercato dalle autorità italiane su segnalazione dell'Fbi. Si sa che progettava un attentato a un centro commerciale di Genova, ma non dove si trovi attualmente. In un'intercettazione, Al Sllake spiega come è giunto qui: «Ho impiegato dodici ore in acqua litigando con i neri». Povera stella.Con altri personaggi abbiamo fatto addirittura di meglio. Non solo li abbiamo fatti entrare e ospitati, ma li abbiamo anche omaggiati con sussidi e assegni di mantenimento. È il caso di Abdul Rahman Nauroz, preso a Merano nel 2015 assieme a sei compari che pianificavano attentati in Europa. Costui, scrissero i carabinieri, viveva in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città». Nauroz aveva ottenuto l'asilo politico dichiarando di essere perseguitato dal gruppo jihadista Ansar al Islam. Fingeva di essere vittima della stessa organizzazione di cui faceva parte. Gli abbiamo concesso di restare qui, con la casa pagata e un sussidio gentilmente fornito dalla Provincia autonoma di Bolzano. Hassan Saman, un altro arrestato nel corso della medesima operazione, percepiva 2.000 euro di sussidio perché padre di 5 figli. Mohamed Koraichi, arrestato in provincia di Lecco nel 2016, percepiva 1.000 euro di soldi pubblici ogni trenta giorni. Ajman Veapi, macedone fermato a Mestre nello stesso anno, riceveva un assegno di 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli Venezia Giulia. Yahya Khan Ridi, afghano, viveva a Foggia con lo status di rifugiato e un contributo analogo. In Provincia di Bergamo stava un altro predicatore radicale, Hafiz Muhammad Zulkifal, che grazie ai suoi 8 figli incassava denaro dei contribuenti che gli consentiva di pagare l'affitto e mandare a scuola i pargoli (parliamo di migliaia di euro).Per questa gente intenzionata ad ammazzarci spendiamo milioni e milioni di euro. E ci prepariamo a spenderne ancora di più, come spiega il Def (documento di economia e finanza) preparato dal governo. Ieri l'Ansa ha riportato alcuni stralci del testo: «La spesa per i migranti si è attestata nel 2017 a 4,3 miliardi, e salirà nel 2018, ferma restando la capacità di frenare gli arrivi, tra i 4,6 e 5 miliardi», si legge. «La diminuzione degli sbarchi non si riflette in una proporzionale riduzione della permanenza dei migranti nei centri di accoglienza (circa 174.000 le presenze nelle strutture a inizio aprile, ndr), anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento». Capito? Anche se negli ultimi mesi sono arrivati meno migranti, spenderemo comunque di più dell'anno passato per ospitarli. E in ogni caso state tranquilli, gli sbarchi torneranno presto ad aumentare: l'esercito di chi ci odia non può rimanere privo di rinforzi.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-degli-immigrati-intenzionati-a-sterminarci-2563594811.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-richiedente-asilo-che-progettava-un-attentato-in-auto" data-post-id="2563594811" data-published-at="1781402164" data-use-pagination="False"> Il richiedente asilo che progettava un attentato in auto Frequentava una moschea, presentava la zebiba sulla fronte, piaga che si crea dal prolungato urto nel tempo della testa sul pavimento, postura adottata durante la preghiera. Gli hanno trovato appunti in arabo su racconti antichi della tradizione coranica più integralista, che solo un fervente islamista terrebbe con sé, eppure lui dice di credere a intermittenza. Ha registrato per ben tre volte un video da combattente pronto al martirio (rivolgendo l'indice al cielo, segno della potenza di Allah) e l'ha diffuso sulla chat di Telegram, ma sostiene che era solo uno scherzo. Aveva ricevuto l'ordine di uccidere, come già avvenuto in altri attentati nel resto d'Europa, da Nizza a Berlino, ma afferma che era un gioco. Per il giudice che l'ha privato della libertà, confermando il fermo d'indiziato di delitto disposto dalla Procura di Napoli, i gravi indizi di colpevolezza a suo carico ci sono tutti. Alagie Touray, 21 anni, gambiano, è stato fermato a Napoli il 20 aprile nel corso di un'operazione antiterrorismo condotta dai poliziotti della Digos e dai carabinieri del Ros. E non è un caso che sia stato bloccato proprio mentre usciva della moschea di Licola, piccola località flegrea a ridosso di Pozzuoli. Partito dalla Libia, è arrivato lì un anno fa, come è stato ricostruito dagli investigatori, dopo essere sbarcato a Messina il 22 marzo 2017. E da allora, come gli altri richiedenti asilo politico, vive in un centro d'accoglienza, con 77 euro al mese più vitto e alloggio. Touray era titolare di un foglio di soggiorno provvisorio e la sua pratica per la concessione dello status da rifugiato era ancora in valutazione. E mentre era nel centro e frequentava la moschea, studiava da combattente. Ora è accusato di «partecipazione all'associazione terroristica denominata Islamic State o Daesh». Perché si sentiva pronto. A provarlo, secondo gli investigatori, c'è il video in cui giurava fedeltà all'Isis e al califfo Al Baghdadi. Il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, ha spiegato che dopo averlo diffuso su Telegram ha ricevuto l'ordine di preparare l'attentato. Lui, in un interrogatorio dai toni a tratti imbarazzanti, ha spiegato che non intendeva davvero lanciarsi sulla folla con l'auto in corsa. Ma tra le prove elencate nell'atto d'accusa di 16 pagine, di cui la Verità è in possesso, ci sono i messaggi della chat con i confratelli islamisti (sui quali ora sono concentrate le indagini della Procura antiterrorismo napoletana). A loro chiedeva di pregare per lui perché era «in missione» e di non contattarlo se non l'avesse fatto lui per primo. E proprio in quel messaggio, stando all'accusa, c'è la prova che avesse davvero in testa di mettere in atto qualcosa di molto grave. L'indagine è partita dopo una segnalazione dei servizi segreti spagnoli, che per primi hanno scoperto su Telegram il video del giuramento di fedeltà al califfo. Dal suo telefonino, però, Alagie aveva cancellato quella ripresa, recuperata grazie all'impegno degli esperti informatici scelti dai magistrati. L'inchiesta, coordinata personalmente dal procuratore Melillo, è stata condotta dall'aggiunto Rosa Volpe e dal pubblico ministero Gianfranco Scarfò del pool antiterrorismo. La segnalazione è arrivata nell'ufficio di Scarfò direttamente da Madrid, tramite l'Aise (l'intelligence italiana che si occupa di minaccia estera). L'importanza di quel video è racchiusa nelle parole del capo della polizia Franco Gabrielli (in passato ai vertici dei servizi segreti): «Normalmente, negli attentati che ci sono stati, il giuramento è l'attività prodromica alla commissione di delitti». Se volesse far seguito al giuramento, dove e con quali modalità, al momento non è chiaro. Ma nell'atto giudiziario è spiegato che tutti gli indizi conducono alla possibilità di un imminente atto terroristico in territorio napoletano, con un'auto da lanciare sulla folla, a cui poi sarebbe dovuto seguire il martirio. Spiega ancora Gabrielli: «Prima aveva detto che era uno scherzo, poi una proposta cui non avrebbe dato seguito, ma sono tutte cose che devono essere accertate. Ancora una volta il sistema di prevenzione ha funzionato. Soprattutto ha funzionato la corretta circuitazione delle informazioni tra l'intelligence e le forze di polizia». L'aspetto importante di questa inchiesta, infatti, è legato alla prevenzione. È la prima volta che si intercetta e si riesce a entrare nei meccanismi che precedono un attentato. In tutti gli altri casi, i giuramenti sono stati accertati quando ormai era troppo tardi. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-degli-immigrati-intenzionati-a-sterminarci-2563594811.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-messaggi-sulla-chat-sono-in-missione-per-allah" data-post-id="2563594811" data-published-at="1781402164" data-use-pagination="False"> I messaggi sulla chat: «Sono in missione per Allah» «Giuro di prestare fedeltà al Califfo dei musulmani Abu Bakr Al Quaraishi Al Baghdadi, nei momenti difficili e facili, nel mese di Rajab giorno 2». Inizia così, con questo giuramento, il video che Alagie Touray, ventunenne del Gambia richiedente asilo, registra e pubblica su una chat crittografata di un sistema di messaggistica per smartphone. È l'ultima settimana di marzo quando gli investigatori della polizia di Stato e del Ros dell'Arma dei carabinieri intercettano la conversazione. Dieci secondi di filmato, seguiti da una seconda clip che il ragazzo decide di affidare ancora una volta a un canale islamico presente sull'applicazione per cellulari: «Allah, il compassionevole, il misericordioso, mi è testimone di quello che dico». Aveva scelto Telegram, Touray. Un programma scaricabile gratuitamente sui cellulari. Un sistema del tutto simile al più famoso Whatsapp ma con una differenza fondamentale: la possibilità di creare chat segrete, crittografate e soprattutto con timer per stabilirne l'autodistruzione. Basta un semplice clic. Si sceglie di avviare una nuova conversazione, si imposta un conto alla rovescia e dopo un giorno, due o una settimana la chat - con tutti i suoi contenuti - viene distrutta. Addio tracce, file multimediali e utenti coinvolti. Uno stratagemma che però non è servito, in questo caso, a disorientare gli 007 italiani. L'utilizzo di Telegram è piuttosto diffuso tra i fanatici dell'Isis, spiegano gli esperti. Un pericolo, quello delle conversazioni difficili da intercettare, che ha allarmato anche i vertici della sicurezza nazionale iraniana che proprio nelle scorse ore hanno proposto di vietare l'utilizzo dell'applicazione per cellulari. È sempre attraverso Telegram che Touray, residente a Pozzuoli, in provincia di Napoli, riceve una proposta per «diventare martire in nome del Jihad» lanciandosi con «un'auto sulla folla di infedeli». Proposta affiancata, secondo quanto si apprende, anche da un'offerta di denaro. Quelli di Touray non erano semplici video promozionali, filmati in cui enfatizzare il proprio credo musulmano e l'adesione alla jihad. Il ventunenne interagiva con altri utenti. «Pregate Allah, l'Altissimo. Pregate per me», scriveva sul canale Telegram. E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare in Italia rispondeva laconico: «Sono in missione». La Digos della Questura di Napoli, in stretta collaborazione con il Ros dell'Arma dei carabinieri e gli apparati d'intelligence dell'Aise e dell'Aisi continuano ad indagare per risalire agli altri partecipanti della chat. I contatti sul sistema di messaggistica per cellulari non erano frequenti, giornalieri. Touray scriveva e registrava messaggi vocali con una frequenza bisettimanale. «Signore, infondi in noi la perseveranza, fai saldi i nostri assi e dacci la vittoria sul popolo dei miscredenti», questo uno degli ultimi messaggi scritti sul canale Telegram, un'invocazione di Allah tratta dal Corano e frequente nelle preghiere del venerdì in moschea. Ed è proprio sui centri di preghiera clandestini del Napoletano che si concentrano ora le attività investigative degli 007. Su quel bacino incontrollabile in cui si annida la radicalizzazione e si concretizza l'arruolamento di nuovi soldati del Califfato. Giancarlo Palombi
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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