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2018-04-27
L’esercito degli immigrati intenzionati a sterminarci
ANSA
«Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito», disse Franco Gabrielli (ora capo della polizia) nell'agosto del 2016. Trattasi dello stesso Gabrielli che, esattamente un anno dopo, nell'agosto del 2017, dichiarò: «Se non si riesce a ottenere i rimpatri, non resta che l'integrazione, che peraltro è un'opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo». Ed è sempre il medesimo Gabrielli che, il 10 aprile scorso, è stato costretto ad ammettere: «Terroristi sui barconi dei migranti? È possibile». Insomma, ha negato fino all'ultimo (come del resto hanno fatto anche il ministro Marco Minniti e numerosi altri esponenti delle istituzioni). Ha minimizzato fino a quando la realtà non lo ha platealmente smentito, dimostrando che il legame tra immigrazione e terrorismo esiste, ed è fortissimo.
Non a caso, giusto ieri, Franco Gabrielli era a Napoli per commentare l'arresto di Alagie Touray, richiedente asilo nato in Gambia nel 1996, sbarcato a Messina un anno fa assieme ad altri 638 migranti, di cui 209 suoi connazionali. Touray aveva giurato fedeltà al califfo dello Stato islamico, Abu Bakr Al Baghdadi e meditava «di lanciare un'autovettura contro la folla». Lo abbiamo fatto entrare nel nostro Paese, lo abbiamo accolto, e lui progettava di ucciderci. Non è certo il primo. Gli immigrati intenzionati a farci la pelle compongono un vero esercito, che ha approfittato della nostra buona fede e della nostra ingenuità per favorire la nostra cancellazione dalla faccia della Terra.
Basta un elenco sommario per rendersi conto di quanti siano gli stranieri giunti sulle nostre coste che hanno maturato propositi di sterminio. Cominciamo dal più celebre, ovvero Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale di Berlino, fortunatamente ucciso dalle forze dell'ordine a Sesto San Giovanni nel 2016. Amri arrivò a Lampedusa a bordo di un barcone nell'aprile del 2011. Lo spedirono al centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania, e per ringraziare dell'ospitalità il manigoldo pensò bene di appiccare un incendio. Fu condannato a 4 anni di carcere e si prese un decreto di espulsione, che però non fu mai attuato. I risultati si sono visti: 12 morti e 56 feriti.
Un altro vip del jihadismo internazionale che si è installato dalle nostre parti è Eli Bombataliev, arrivato in Italia nel 2012. Lo hanno arrestato a Bari nel luglio del 2017, era in attesa del permesso di soggiorno. Ceceno, era un pezzo grosso del terrore: aveva combattuto a Grozny e in Siria, e dalle nostre parti si dedicava al reclutamento di aspiranti martiri. «Gli italiani sono animali, vanno puniti», amava ripetere. Voleva trasformare in una martire una delle sue mogli, la russa Marina Kamchmazova, residente a Napoli. Aveva instradato un paio di ragazzi albanesi che vivevano in Basilicata. Spesso predicava a Foggia, in una «associazione culturale» tramutata in moschea. Faceva le veci dell'imam locale, tale Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, 59 anni, egiziano con cittadinanza italiana. Quest'ultimo, sposato a un'italiana di 79 anni, è stato fermato alla fine di marzo di quest'anno. Si è scoperto che il simpatico Omer gestiva una scuola islamica in cui insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli.
Restiamo in Puglia, precisamente a Bari, città da cui transitò anche Salah Abdeslam, uno dei macellai del Bataclan. Il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) che sorge in città ha ospitato negli anni parecchi soggetti pericolosi, tutti mantenuti a spese della collettività italica. Lì era domiciliato l'afghano Hakim Nasri, arrestato con l'accusa di pianificare attentati nel nostro Paese e in altri Stati europei. Nello stesso luogo erano domiciliati anche Qari Khesta Mir Ahmadzai e Surgui Ahmadzai, pure loro decisi a mietere vittime italiane. Questi due sfuggirono alla cattura. In compenso, assieme a Nasri, furono arrestati un altro afghano e un pakistano. Piccola curiosità: Hakim Nasri si fece fotografare assieme al sindaco di Bari, Antonio Decaro, durante la «Marcia degli scalzi», organizzata da varie personalità della sinistra nel 2015 in difesa dei migranti.
I centri di accoglienza, luoghi deputati a ospitare le povere vittime in fuga dalla guerra e dalla carestia, hanno offerto riparo a un bel po' di fanatici. Per esempio l'iracheno Hussein Abss Hamyar, 29 anni, arrestato nel luglio 2017. Viveva in un centro Sprar di Crotone, dove istigava altri immigrati a giurare fedeltà al califfo dello Stato islamico. Lo hanno preso dopo che aveva festeggiato per l'attacco esplosivo alla Manchester arena, durante il concerto di Ariana Grande. Gioiva per i ragazzini feriti, sosteneva che agli italiani bisognava «tagliare la gola».
In un altro centro di accoglienza, a Licodia Eubea (Catania), si trovava un algerino di 48 anni, espulso dall'Italia nel luglio del 2017. Si vantava di aver sgozzato numerosi uomini e di aver combattuto con i jihadisti in patria. Aggrediva e molestava le operatrici del centro, e minacciava di compiere stragi qui da noi.
Sempre nel 2017, questa volta in aprile, fu il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a dichiarare che nel Nisseno e in provincia di Enna «sono emersi processi di radicalizzazione di alcuni soggetti nei centri per immigrati». Uno di questi, il pakistano Muhammad Bilal, 25 anni, fu espulso nel 2015. Nel gennaio del 2017, invece, è stato cacciato il tunisino Jilani Ben Mahmoud, clandestino arrestato a Siracusa che aveva tentato di reclutare jihadisti in carcere. Nello stesso periodo fu allontanato anche un uomo di 32 anni di Padova, marocchino, che aveva ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo.
Sempre in un centro accoglienza, questa volta a Campomarino, in provincia di Campobasso, fu arrestato dalla Digos Mohammed A., 22 anni, accusato di induzione al terrorismo. A segnalarlo furono altri immigrati musulmani.
L'elenco è ancora lungo, ma è destinato a essere incompleto. Non sappiamo esattamente quanti combattenti della jihad siano approdati nel nostro Paese. Da tempo si parla di rischio terrorismo legato ai cosiddetti «sbarchi fantasma» sulle spiagge siciliane, dove arrivano stranieri per lo più provenienti da Tunisia e Algeria.
Il 10 aprile scorso la Guardia di finanza di Palermo ha arrestato dieci persone, componenti di un'organizzazione che gestiva il traffico di clandestini proprio dalla Tunisia. Programmavano viaggi molto costosi (tra i 3.000 e i 5.000 euro) riservati a persone intenzionate a evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong e della successiva identificazione. Insomma, questi trafficanti garantivano l'anonimato ai loro passeggeri, tra cui c'erano pure jihadisti.
Su un banalissimo gommone, invece, è approdato in Italia Moftah Al Sllake, 34 anni, combattente libico che in queste ore è ricercato dalle autorità italiane su segnalazione dell'Fbi. Si sa che progettava un attentato a un centro commerciale di Genova, ma non dove si trovi attualmente. In un'intercettazione, Al Sllake spiega come è giunto qui: «Ho impiegato dodici ore in acqua litigando con i neri». Povera stella.
Con altri personaggi abbiamo fatto addirittura di meglio. Non solo li abbiamo fatti entrare e ospitati, ma li abbiamo anche omaggiati con sussidi e assegni di mantenimento.
È il caso di Abdul Rahman Nauroz, preso a Merano nel 2015 assieme a sei compari che pianificavano attentati in Europa. Costui, scrissero i carabinieri, viveva in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città». Nauroz aveva ottenuto l'asilo politico dichiarando di essere perseguitato dal gruppo jihadista Ansar al Islam. Fingeva di essere vittima della stessa organizzazione di cui faceva parte. Gli abbiamo concesso di restare qui, con la casa pagata e un sussidio gentilmente fornito dalla Provincia autonoma di Bolzano. Hassan Saman, un altro arrestato nel corso della medesima operazione, percepiva 2.000 euro di sussidio perché padre di 5 figli. Mohamed Koraichi, arrestato in provincia di Lecco nel 2016, percepiva 1.000 euro di soldi pubblici ogni trenta giorni. Ajman Veapi, macedone fermato a Mestre nello stesso anno, riceveva un assegno di 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli Venezia Giulia. Yahya Khan Ridi, afghano, viveva a Foggia con lo status di rifugiato e un contributo analogo. In Provincia di Bergamo stava un altro predicatore radicale, Hafiz Muhammad Zulkifal, che grazie ai suoi 8 figli incassava denaro dei contribuenti che gli consentiva di pagare l'affitto e mandare a scuola i pargoli (parliamo di migliaia di euro).
Per questa gente intenzionata ad ammazzarci spendiamo milioni e milioni di euro. E ci prepariamo a spenderne ancora di più, come spiega il Def (documento di economia e finanza) preparato dal governo. Ieri l'Ansa ha riportato alcuni stralci del testo: «La spesa per i migranti si è attestata nel 2017 a 4,3 miliardi, e salirà nel 2018, ferma restando la capacità di frenare gli arrivi, tra i 4,6 e 5 miliardi», si legge. «La diminuzione degli sbarchi non si riflette in una proporzionale riduzione della permanenza dei migranti nei centri di accoglienza (circa 174.000 le presenze nelle strutture a inizio aprile, ndr), anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento».
Capito? Anche se negli ultimi mesi sono arrivati meno migranti, spenderemo comunque di più dell'anno passato per ospitarli. E in ogni caso state tranquilli, gli sbarchi torneranno presto ad aumentare: l'esercito di chi ci odia non può rimanere privo di rinforzi.
Francesco Borgonovo
Il richiedente asilo che progettava un attentato in auto
Frequentava una moschea, presentava la zebiba sulla fronte, piaga che si crea dal prolungato urto nel tempo della testa sul pavimento, postura adottata durante la preghiera. Gli hanno trovato appunti in arabo su racconti antichi della tradizione coranica più integralista, che solo un fervente islamista terrebbe con sé, eppure lui dice di credere a intermittenza. Ha registrato per ben tre volte un video da combattente pronto al martirio (rivolgendo l'indice al cielo, segno della potenza di Allah) e l'ha diffuso sulla chat di Telegram, ma sostiene che era solo uno scherzo. Aveva ricevuto l'ordine di uccidere, come già avvenuto in altri attentati nel resto d'Europa, da Nizza a Berlino, ma afferma che era un gioco.
Per il giudice che l'ha privato della libertà, confermando il fermo d'indiziato di delitto disposto dalla Procura di Napoli, i gravi indizi di colpevolezza a suo carico ci sono tutti. Alagie Touray, 21 anni, gambiano, è stato fermato a Napoli il 20 aprile nel corso di un'operazione antiterrorismo condotta dai poliziotti della Digos e dai carabinieri del Ros. E non è un caso che sia stato bloccato proprio mentre usciva della moschea di Licola, piccola località flegrea a ridosso di Pozzuoli. Partito dalla Libia, è arrivato lì un anno fa, come è stato ricostruito dagli investigatori, dopo essere sbarcato a Messina il 22 marzo 2017. E da allora, come gli altri richiedenti asilo politico, vive in un centro d'accoglienza, con 77 euro al mese più vitto e alloggio. Touray era titolare di un foglio di soggiorno provvisorio e la sua pratica per la concessione dello status da rifugiato era ancora in valutazione. E mentre era nel centro e frequentava la moschea, studiava da combattente. Ora è accusato di «partecipazione all'associazione terroristica denominata Islamic State o Daesh». Perché si sentiva pronto. A provarlo, secondo gli investigatori, c'è il video in cui giurava fedeltà all'Isis e al califfo Al Baghdadi.
Il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, ha spiegato che dopo averlo diffuso su Telegram ha ricevuto l'ordine di preparare l'attentato. Lui, in un interrogatorio dai toni a tratti imbarazzanti, ha spiegato che non intendeva davvero lanciarsi sulla folla con l'auto in corsa.
Ma tra le prove elencate nell'atto d'accusa di 16 pagine, di cui la Verità è in possesso, ci sono i messaggi della chat con i confratelli islamisti (sui quali ora sono concentrate le indagini della Procura antiterrorismo napoletana). A loro chiedeva di pregare per lui perché era «in missione» e di non contattarlo se non l'avesse fatto lui per primo. E proprio in quel messaggio, stando all'accusa, c'è la prova che avesse davvero in testa di mettere in atto qualcosa di molto grave.
L'indagine è partita dopo una segnalazione dei servizi segreti spagnoli, che per primi hanno scoperto su Telegram il video del giuramento di fedeltà al califfo. Dal suo telefonino, però, Alagie aveva cancellato quella ripresa, recuperata grazie all'impegno degli esperti informatici scelti dai magistrati. L'inchiesta, coordinata personalmente dal procuratore Melillo, è stata condotta dall'aggiunto Rosa Volpe e dal pubblico ministero Gianfranco Scarfò del pool antiterrorismo. La segnalazione è arrivata nell'ufficio di Scarfò direttamente da Madrid, tramite l'Aise (l'intelligence italiana che si occupa di minaccia estera).
L'importanza di quel video è racchiusa nelle parole del capo della polizia Franco Gabrielli (in passato ai vertici dei servizi segreti): «Normalmente, negli attentati che ci sono stati, il giuramento è l'attività prodromica alla commissione di delitti». Se volesse far seguito al giuramento, dove e con quali modalità, al momento non è chiaro. Ma nell'atto giudiziario è spiegato che tutti gli indizi conducono alla possibilità di un imminente atto terroristico in territorio napoletano, con un'auto da lanciare sulla folla, a cui poi sarebbe dovuto seguire il martirio.
Spiega ancora Gabrielli: «Prima aveva detto che era uno scherzo, poi una proposta cui non avrebbe dato seguito, ma sono tutte cose che devono essere accertate. Ancora una volta il sistema di prevenzione ha funzionato. Soprattutto ha funzionato la corretta circuitazione delle informazioni tra l'intelligence e le forze di polizia».
L'aspetto importante di questa inchiesta, infatti, è legato alla prevenzione. È la prima volta che si intercetta e si riesce a entrare nei meccanismi che precedono un attentato. In tutti gli altri casi, i giuramenti sono stati accertati quando ormai era troppo tardi.
Fabio Amendolara
I messaggi sulla chat: «Sono in missione per Allah»
«Giuro di prestare fedeltà al Califfo dei musulmani Abu Bakr Al Quaraishi Al Baghdadi, nei momenti difficili e facili, nel mese di Rajab giorno 2». Inizia così, con questo giuramento, il video che Alagie Touray, ventunenne del Gambia richiedente asilo, registra e pubblica su una chat crittografata di un sistema di messaggistica per smartphone.
È l'ultima settimana di marzo quando gli investigatori della polizia di Stato e del Ros dell'Arma dei carabinieri intercettano la conversazione. Dieci secondi di filmato, seguiti da una seconda clip che il ragazzo decide di affidare ancora una volta a un canale islamico presente sull'applicazione per cellulari: «Allah, il compassionevole, il misericordioso, mi è testimone di quello che dico».
Aveva scelto Telegram, Touray. Un programma scaricabile gratuitamente sui cellulari. Un sistema del tutto simile al più famoso Whatsapp ma con una differenza fondamentale: la possibilità di creare chat segrete, crittografate e soprattutto con timer per stabilirne l'autodistruzione. Basta un semplice clic. Si sceglie di avviare una nuova conversazione, si imposta un conto alla rovescia e dopo un giorno, due o una settimana la chat - con tutti i suoi contenuti - viene distrutta. Addio tracce, file multimediali e utenti coinvolti. Uno stratagemma che però non è servito, in questo caso, a disorientare gli 007 italiani.
L'utilizzo di Telegram è piuttosto diffuso tra i fanatici dell'Isis, spiegano gli esperti. Un pericolo, quello delle conversazioni difficili da intercettare, che ha allarmato anche i vertici della sicurezza nazionale iraniana che proprio nelle scorse ore hanno proposto di vietare l'utilizzo dell'applicazione per cellulari. È sempre attraverso Telegram che Touray, residente a Pozzuoli, in provincia di Napoli, riceve una proposta per «diventare martire in nome del Jihad» lanciandosi con «un'auto sulla folla di infedeli». Proposta affiancata, secondo quanto si apprende, anche da un'offerta di denaro.
Quelli di Touray non erano semplici video promozionali, filmati in cui enfatizzare il proprio credo musulmano e l'adesione alla jihad. Il ventunenne interagiva con altri utenti. «Pregate Allah, l'Altissimo. Pregate per me», scriveva sul canale Telegram. E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare in Italia rispondeva laconico: «Sono in missione».
La Digos della Questura di Napoli, in stretta collaborazione con il Ros dell'Arma dei carabinieri e gli apparati d'intelligence dell'Aise e dell'Aisi continuano ad indagare per risalire agli altri partecipanti della chat. I contatti sul sistema di messaggistica per cellulari non erano frequenti, giornalieri. Touray scriveva e registrava messaggi vocali con una frequenza bisettimanale.
«Signore, infondi in noi la perseveranza, fai saldi i nostri assi e dacci la vittoria sul popolo dei miscredenti», questo uno degli ultimi messaggi scritti sul canale Telegram, un'invocazione di Allah tratta dal Corano e frequente nelle preghiere del venerdì in moschea.
Ed è proprio sui centri di preghiera clandestini del Napoletano che si concentrano ora le attività investigative degli 007. Su quel bacino incontrollabile in cui si annida la radicalizzazione e si concretizza l'arruolamento di nuovi soldati del Califfato.
Giancarlo Palombi
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Nel 2018 spenderemo 5 miliardi per l'accoglienza, più dell'anno scorso. Soldi con cui manteniamo pure chi ci odia, come il gambiano fermato ieri.Il jihadista arrestato a Napoli comunicava tramite Telegram con i suoi contatti. A cui diceva: «Dovete pregare per me».Alagie Touray era arrivato un anno fa a Messina su un barcone. Aveva giurato fedeltà all'Isis e si diceva pronto a immolarsi.Lo speciale contiene tre articoli.«Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito», disse Franco Gabrielli (ora capo della polizia) nell'agosto del 2016. Trattasi dello stesso Gabrielli che, esattamente un anno dopo, nell'agosto del 2017, dichiarò: «Se non si riesce a ottenere i rimpatri, non resta che l'integrazione, che peraltro è un'opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo». Ed è sempre il medesimo Gabrielli che, il 10 aprile scorso, è stato costretto ad ammettere: «Terroristi sui barconi dei migranti? È possibile». Insomma, ha negato fino all'ultimo (come del resto hanno fatto anche il ministro Marco Minniti e numerosi altri esponenti delle istituzioni). Ha minimizzato fino a quando la realtà non lo ha platealmente smentito, dimostrando che il legame tra immigrazione e terrorismo esiste, ed è fortissimo. Non a caso, giusto ieri, Franco Gabrielli era a Napoli per commentare l'arresto di Alagie Touray, richiedente asilo nato in Gambia nel 1996, sbarcato a Messina un anno fa assieme ad altri 638 migranti, di cui 209 suoi connazionali. Touray aveva giurato fedeltà al califfo dello Stato islamico, Abu Bakr Al Baghdadi e meditava «di lanciare un'autovettura contro la folla». Lo abbiamo fatto entrare nel nostro Paese, lo abbiamo accolto, e lui progettava di ucciderci. Non è certo il primo. Gli immigrati intenzionati a farci la pelle compongono un vero esercito, che ha approfittato della nostra buona fede e della nostra ingenuità per favorire la nostra cancellazione dalla faccia della Terra.Basta un elenco sommario per rendersi conto di quanti siano gli stranieri giunti sulle nostre coste che hanno maturato propositi di sterminio. Cominciamo dal più celebre, ovvero Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale di Berlino, fortunatamente ucciso dalle forze dell'ordine a Sesto San Giovanni nel 2016. Amri arrivò a Lampedusa a bordo di un barcone nell'aprile del 2011. Lo spedirono al centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania, e per ringraziare dell'ospitalità il manigoldo pensò bene di appiccare un incendio. Fu condannato a 4 anni di carcere e si prese un decreto di espulsione, che però non fu mai attuato. I risultati si sono visti: 12 morti e 56 feriti.Un altro vip del jihadismo internazionale che si è installato dalle nostre parti è Eli Bombataliev, arrivato in Italia nel 2012. Lo hanno arrestato a Bari nel luglio del 2017, era in attesa del permesso di soggiorno. Ceceno, era un pezzo grosso del terrore: aveva combattuto a Grozny e in Siria, e dalle nostre parti si dedicava al reclutamento di aspiranti martiri. «Gli italiani sono animali, vanno puniti», amava ripetere. Voleva trasformare in una martire una delle sue mogli, la russa Marina Kamchmazova, residente a Napoli. Aveva instradato un paio di ragazzi albanesi che vivevano in Basilicata. Spesso predicava a Foggia, in una «associazione culturale» tramutata in moschea. Faceva le veci dell'imam locale, tale Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, 59 anni, egiziano con cittadinanza italiana. Quest'ultimo, sposato a un'italiana di 79 anni, è stato fermato alla fine di marzo di quest'anno. Si è scoperto che il simpatico Omer gestiva una scuola islamica in cui insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli. Restiamo in Puglia, precisamente a Bari, città da cui transitò anche Salah Abdeslam, uno dei macellai del Bataclan. Il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) che sorge in città ha ospitato negli anni parecchi soggetti pericolosi, tutti mantenuti a spese della collettività italica. Lì era domiciliato l'afghano Hakim Nasri, arrestato con l'accusa di pianificare attentati nel nostro Paese e in altri Stati europei. Nello stesso luogo erano domiciliati anche Qari Khesta Mir Ahmadzai e Surgui Ahmadzai, pure loro decisi a mietere vittime italiane. Questi due sfuggirono alla cattura. In compenso, assieme a Nasri, furono arrestati un altro afghano e un pakistano. Piccola curiosità: Hakim Nasri si fece fotografare assieme al sindaco di Bari, Antonio Decaro, durante la «Marcia degli scalzi», organizzata da varie personalità della sinistra nel 2015 in difesa dei migranti. I centri di accoglienza, luoghi deputati a ospitare le povere vittime in fuga dalla guerra e dalla carestia, hanno offerto riparo a un bel po' di fanatici. Per esempio l'iracheno Hussein Abss Hamyar, 29 anni, arrestato nel luglio 2017. Viveva in un centro Sprar di Crotone, dove istigava altri immigrati a giurare fedeltà al califfo dello Stato islamico. Lo hanno preso dopo che aveva festeggiato per l'attacco esplosivo alla Manchester arena, durante il concerto di Ariana Grande. Gioiva per i ragazzini feriti, sosteneva che agli italiani bisognava «tagliare la gola».In un altro centro di accoglienza, a Licodia Eubea (Catania), si trovava un algerino di 48 anni, espulso dall'Italia nel luglio del 2017. Si vantava di aver sgozzato numerosi uomini e di aver combattuto con i jihadisti in patria. Aggrediva e molestava le operatrici del centro, e minacciava di compiere stragi qui da noi. Sempre nel 2017, questa volta in aprile, fu il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a dichiarare che nel Nisseno e in provincia di Enna «sono emersi processi di radicalizzazione di alcuni soggetti nei centri per immigrati». Uno di questi, il pakistano Muhammad Bilal, 25 anni, fu espulso nel 2015. Nel gennaio del 2017, invece, è stato cacciato il tunisino Jilani Ben Mahmoud, clandestino arrestato a Siracusa che aveva tentato di reclutare jihadisti in carcere. Nello stesso periodo fu allontanato anche un uomo di 32 anni di Padova, marocchino, che aveva ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo. Sempre in un centro accoglienza, questa volta a Campomarino, in provincia di Campobasso, fu arrestato dalla Digos Mohammed A., 22 anni, accusato di induzione al terrorismo. A segnalarlo furono altri immigrati musulmani.L'elenco è ancora lungo, ma è destinato a essere incompleto. Non sappiamo esattamente quanti combattenti della jihad siano approdati nel nostro Paese. Da tempo si parla di rischio terrorismo legato ai cosiddetti «sbarchi fantasma» sulle spiagge siciliane, dove arrivano stranieri per lo più provenienti da Tunisia e Algeria. Il 10 aprile scorso la Guardia di finanza di Palermo ha arrestato dieci persone, componenti di un'organizzazione che gestiva il traffico di clandestini proprio dalla Tunisia. Programmavano viaggi molto costosi (tra i 3.000 e i 5.000 euro) riservati a persone intenzionate a evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong e della successiva identificazione. Insomma, questi trafficanti garantivano l'anonimato ai loro passeggeri, tra cui c'erano pure jihadisti. Su un banalissimo gommone, invece, è approdato in Italia Moftah Al Sllake, 34 anni, combattente libico che in queste ore è ricercato dalle autorità italiane su segnalazione dell'Fbi. Si sa che progettava un attentato a un centro commerciale di Genova, ma non dove si trovi attualmente. In un'intercettazione, Al Sllake spiega come è giunto qui: «Ho impiegato dodici ore in acqua litigando con i neri». Povera stella.Con altri personaggi abbiamo fatto addirittura di meglio. Non solo li abbiamo fatti entrare e ospitati, ma li abbiamo anche omaggiati con sussidi e assegni di mantenimento. È il caso di Abdul Rahman Nauroz, preso a Merano nel 2015 assieme a sei compari che pianificavano attentati in Europa. Costui, scrissero i carabinieri, viveva in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città». Nauroz aveva ottenuto l'asilo politico dichiarando di essere perseguitato dal gruppo jihadista Ansar al Islam. Fingeva di essere vittima della stessa organizzazione di cui faceva parte. Gli abbiamo concesso di restare qui, con la casa pagata e un sussidio gentilmente fornito dalla Provincia autonoma di Bolzano. Hassan Saman, un altro arrestato nel corso della medesima operazione, percepiva 2.000 euro di sussidio perché padre di 5 figli. Mohamed Koraichi, arrestato in provincia di Lecco nel 2016, percepiva 1.000 euro di soldi pubblici ogni trenta giorni. Ajman Veapi, macedone fermato a Mestre nello stesso anno, riceveva un assegno di 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli Venezia Giulia. Yahya Khan Ridi, afghano, viveva a Foggia con lo status di rifugiato e un contributo analogo. In Provincia di Bergamo stava un altro predicatore radicale, Hafiz Muhammad Zulkifal, che grazie ai suoi 8 figli incassava denaro dei contribuenti che gli consentiva di pagare l'affitto e mandare a scuola i pargoli (parliamo di migliaia di euro).Per questa gente intenzionata ad ammazzarci spendiamo milioni e milioni di euro. E ci prepariamo a spenderne ancora di più, come spiega il Def (documento di economia e finanza) preparato dal governo. Ieri l'Ansa ha riportato alcuni stralci del testo: «La spesa per i migranti si è attestata nel 2017 a 4,3 miliardi, e salirà nel 2018, ferma restando la capacità di frenare gli arrivi, tra i 4,6 e 5 miliardi», si legge. «La diminuzione degli sbarchi non si riflette in una proporzionale riduzione della permanenza dei migranti nei centri di accoglienza (circa 174.000 le presenze nelle strutture a inizio aprile, ndr), anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento». Capito? Anche se negli ultimi mesi sono arrivati meno migranti, spenderemo comunque di più dell'anno passato per ospitarli. E in ogni caso state tranquilli, gli sbarchi torneranno presto ad aumentare: l'esercito di chi ci odia non può rimanere privo di rinforzi.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-degli-immigrati-intenzionati-a-sterminarci-2563594811.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-richiedente-asilo-che-progettava-un-attentato-in-auto" data-post-id="2563594811" data-published-at="1782623244" data-use-pagination="False"> Il richiedente asilo che progettava un attentato in auto Frequentava una moschea, presentava la zebiba sulla fronte, piaga che si crea dal prolungato urto nel tempo della testa sul pavimento, postura adottata durante la preghiera. Gli hanno trovato appunti in arabo su racconti antichi della tradizione coranica più integralista, che solo un fervente islamista terrebbe con sé, eppure lui dice di credere a intermittenza. Ha registrato per ben tre volte un video da combattente pronto al martirio (rivolgendo l'indice al cielo, segno della potenza di Allah) e l'ha diffuso sulla chat di Telegram, ma sostiene che era solo uno scherzo. Aveva ricevuto l'ordine di uccidere, come già avvenuto in altri attentati nel resto d'Europa, da Nizza a Berlino, ma afferma che era un gioco. Per il giudice che l'ha privato della libertà, confermando il fermo d'indiziato di delitto disposto dalla Procura di Napoli, i gravi indizi di colpevolezza a suo carico ci sono tutti. Alagie Touray, 21 anni, gambiano, è stato fermato a Napoli il 20 aprile nel corso di un'operazione antiterrorismo condotta dai poliziotti della Digos e dai carabinieri del Ros. E non è un caso che sia stato bloccato proprio mentre usciva della moschea di Licola, piccola località flegrea a ridosso di Pozzuoli. Partito dalla Libia, è arrivato lì un anno fa, come è stato ricostruito dagli investigatori, dopo essere sbarcato a Messina il 22 marzo 2017. E da allora, come gli altri richiedenti asilo politico, vive in un centro d'accoglienza, con 77 euro al mese più vitto e alloggio. Touray era titolare di un foglio di soggiorno provvisorio e la sua pratica per la concessione dello status da rifugiato era ancora in valutazione. E mentre era nel centro e frequentava la moschea, studiava da combattente. Ora è accusato di «partecipazione all'associazione terroristica denominata Islamic State o Daesh». Perché si sentiva pronto. A provarlo, secondo gli investigatori, c'è il video in cui giurava fedeltà all'Isis e al califfo Al Baghdadi. Il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, ha spiegato che dopo averlo diffuso su Telegram ha ricevuto l'ordine di preparare l'attentato. Lui, in un interrogatorio dai toni a tratti imbarazzanti, ha spiegato che non intendeva davvero lanciarsi sulla folla con l'auto in corsa. Ma tra le prove elencate nell'atto d'accusa di 16 pagine, di cui la Verità è in possesso, ci sono i messaggi della chat con i confratelli islamisti (sui quali ora sono concentrate le indagini della Procura antiterrorismo napoletana). A loro chiedeva di pregare per lui perché era «in missione» e di non contattarlo se non l'avesse fatto lui per primo. E proprio in quel messaggio, stando all'accusa, c'è la prova che avesse davvero in testa di mettere in atto qualcosa di molto grave. L'indagine è partita dopo una segnalazione dei servizi segreti spagnoli, che per primi hanno scoperto su Telegram il video del giuramento di fedeltà al califfo. Dal suo telefonino, però, Alagie aveva cancellato quella ripresa, recuperata grazie all'impegno degli esperti informatici scelti dai magistrati. L'inchiesta, coordinata personalmente dal procuratore Melillo, è stata condotta dall'aggiunto Rosa Volpe e dal pubblico ministero Gianfranco Scarfò del pool antiterrorismo. La segnalazione è arrivata nell'ufficio di Scarfò direttamente da Madrid, tramite l'Aise (l'intelligence italiana che si occupa di minaccia estera). L'importanza di quel video è racchiusa nelle parole del capo della polizia Franco Gabrielli (in passato ai vertici dei servizi segreti): «Normalmente, negli attentati che ci sono stati, il giuramento è l'attività prodromica alla commissione di delitti». Se volesse far seguito al giuramento, dove e con quali modalità, al momento non è chiaro. Ma nell'atto giudiziario è spiegato che tutti gli indizi conducono alla possibilità di un imminente atto terroristico in territorio napoletano, con un'auto da lanciare sulla folla, a cui poi sarebbe dovuto seguire il martirio. Spiega ancora Gabrielli: «Prima aveva detto che era uno scherzo, poi una proposta cui non avrebbe dato seguito, ma sono tutte cose che devono essere accertate. Ancora una volta il sistema di prevenzione ha funzionato. Soprattutto ha funzionato la corretta circuitazione delle informazioni tra l'intelligence e le forze di polizia». L'aspetto importante di questa inchiesta, infatti, è legato alla prevenzione. È la prima volta che si intercetta e si riesce a entrare nei meccanismi che precedono un attentato. In tutti gli altri casi, i giuramenti sono stati accertati quando ormai era troppo tardi. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-degli-immigrati-intenzionati-a-sterminarci-2563594811.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-messaggi-sulla-chat-sono-in-missione-per-allah" data-post-id="2563594811" data-published-at="1782623244" data-use-pagination="False"> I messaggi sulla chat: «Sono in missione per Allah» «Giuro di prestare fedeltà al Califfo dei musulmani Abu Bakr Al Quaraishi Al Baghdadi, nei momenti difficili e facili, nel mese di Rajab giorno 2». Inizia così, con questo giuramento, il video che Alagie Touray, ventunenne del Gambia richiedente asilo, registra e pubblica su una chat crittografata di un sistema di messaggistica per smartphone. È l'ultima settimana di marzo quando gli investigatori della polizia di Stato e del Ros dell'Arma dei carabinieri intercettano la conversazione. Dieci secondi di filmato, seguiti da una seconda clip che il ragazzo decide di affidare ancora una volta a un canale islamico presente sull'applicazione per cellulari: «Allah, il compassionevole, il misericordioso, mi è testimone di quello che dico». Aveva scelto Telegram, Touray. Un programma scaricabile gratuitamente sui cellulari. Un sistema del tutto simile al più famoso Whatsapp ma con una differenza fondamentale: la possibilità di creare chat segrete, crittografate e soprattutto con timer per stabilirne l'autodistruzione. Basta un semplice clic. Si sceglie di avviare una nuova conversazione, si imposta un conto alla rovescia e dopo un giorno, due o una settimana la chat - con tutti i suoi contenuti - viene distrutta. Addio tracce, file multimediali e utenti coinvolti. Uno stratagemma che però non è servito, in questo caso, a disorientare gli 007 italiani. L'utilizzo di Telegram è piuttosto diffuso tra i fanatici dell'Isis, spiegano gli esperti. Un pericolo, quello delle conversazioni difficili da intercettare, che ha allarmato anche i vertici della sicurezza nazionale iraniana che proprio nelle scorse ore hanno proposto di vietare l'utilizzo dell'applicazione per cellulari. È sempre attraverso Telegram che Touray, residente a Pozzuoli, in provincia di Napoli, riceve una proposta per «diventare martire in nome del Jihad» lanciandosi con «un'auto sulla folla di infedeli». Proposta affiancata, secondo quanto si apprende, anche da un'offerta di denaro. Quelli di Touray non erano semplici video promozionali, filmati in cui enfatizzare il proprio credo musulmano e l'adesione alla jihad. Il ventunenne interagiva con altri utenti. «Pregate Allah, l'Altissimo. Pregate per me», scriveva sul canale Telegram. E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare in Italia rispondeva laconico: «Sono in missione». La Digos della Questura di Napoli, in stretta collaborazione con il Ros dell'Arma dei carabinieri e gli apparati d'intelligence dell'Aise e dell'Aisi continuano ad indagare per risalire agli altri partecipanti della chat. I contatti sul sistema di messaggistica per cellulari non erano frequenti, giornalieri. Touray scriveva e registrava messaggi vocali con una frequenza bisettimanale. «Signore, infondi in noi la perseveranza, fai saldi i nostri assi e dacci la vittoria sul popolo dei miscredenti», questo uno degli ultimi messaggi scritti sul canale Telegram, un'invocazione di Allah tratta dal Corano e frequente nelle preghiere del venerdì in moschea. Ed è proprio sui centri di preghiera clandestini del Napoletano che si concentrano ora le attività investigative degli 007. Su quel bacino incontrollabile in cui si annida la radicalizzazione e si concretizza l'arruolamento di nuovi soldati del Califfato. Giancarlo Palombi
Domenico Arcuri (Ansa)
Quasi per gioco ha inviato un messaggio a un amico per informarlo dell’avvistamento. Da qui è rimasto segnato sul cellulare l’orario d’arrivo. Ma dopo circa mezz’ora, il testimone ha avuto una visione che ha reso quell’incontro fortuito una notizia. Ebbene, verso le 20:30, nel portone si è infilato, a passo svelto, l’ex premier Giuseppe Conte.
Una coincidenza? Oppure il presidente del M5s è andato a discutere con il suo vecchio collaboratore? E di cosa?
Quel che è certo è che da giorni stanno montando le polemiche per la mancata audizione dell’ex premier in Commissione Covid.
Il motivo lo ricostruisce con La Verità il presidente Marco Lisei: «Un membro di una commissione d’inchiesta, quale è Conte, non può essere audito. Ma lui dice di essere disponibile a rispondere e, per questo, oltre un anno fa gli ho proposto di dimettersi, farsi audire e poi rientrare in commissione. Pochi giorni fa anche i presidenti di Camera e Senato hanno fatto capire che è una strada percorribile. Ma, di fronte a questa mia proposta, ha risposto negativamente. Mi pare che non abbia la volontà di rispondere alle domande dei commissari».
Ieri, in un’intervista alla Repubblica, Conte ha dato la sua versione: «Sono anni che ho dato la mia disponibilità a essere audito». E ha accusato Palazzo Chigi di avere dato l’ordine ai commissari di Fdi di screditare la sua persona: «È in corso un gioco sporco che non posso più permettere».
Il cuore del problema sono le provvigioni multimilionarie dietro all’appalto da 1,25 miliardi di euro e 800 milioni di mascherine cinesi rivelate da questo giornale nel novembre del 2020. Una vicenda che abbiamo sviscerato per più di un lustro e che, a distanza di anni, ha iniziato a interessare anche altre testate, sebbene a livello giudiziario e investigativo non ci siano reali novità rispetto a quanto da noi già raccontato. Conte ha respinto per l’ennesima volta i sospetti che lo inseguono dal nostro primo scoop, con queste parole: «Non mi sono mai occupato di contratti per l’acquisto di mascherine e respiratori, né di quali imprese o professionisti fossero coinvolti».
Di fronte all’incredulità dell’intervistatore («Come è possibile che lei non si occupasse delle forniture?»), l’ex premier non ha fatto un plissé: «Ma scusate, torniamo a quei mesi, con un’Italia in ginocchio e la riorganizzazione di un intero Paese da gestire, secondo voi è pensabile che un presidente del Consiglio possa pensare ai contratti delle mascherine?».
Purtroppo pm e giudici non hanno trovato nessun colpevole per quell’enorme spreco di denaro pubblico e Conte ha gioco facile nel rimarcare che «sono vicende che, da un punto di vista giudiziario, si sono tutte tradotte in un nulla di fatto». E per questo è meglio tornare alla nostra storia e alla bella piazza nel cuore di Roma.
Il 17 giugno, alle 8:30 del mattino, in commissione, succede qualcosa.
Durante la riunione dell’Ufficio di presidenza, convocato per discutere di nuove deleghe, è venuto fuori il tema, caro al Pd, di una seconda audizione di Arcuri. Una proposta su cui i dem insistono da inizio anno.
Il presidente Lisei, pur non sapendo che cosa Arcuri abbia di tanto importante da riferire, essendo già stato ascoltato per diverse ore, ha, però, ricordato che l’ex commissario non sarebbe più stato sentito in libera audizione, ma, come viene fatto da mesi, «a testimonianza», cioè come tutti i testi dei processi penali, a cui è fatto divieto assoluto di mentire, pena l’incriminazione per falsa testimonianza.
A quel punto sarebbe intervenuto il deputato pentastellato Alfonso Colucci, unico rappresentante delle opposizioni presente quel giorno: «No, Arcuri non si può sentire a testimonianza visto il ruolo che ha ricoperto», avrebbe dichiarato.
La notizia diventa subito virale e La Verità, il 18 giugno, titola: «Il Movimento 5 stelle pretende che Arcuri possa mentire sul Covid».
La stessa sera Arcuri e Conte si incontrano a casa del primo. Il giorno dopo l’ex commissario Covid invia al presidente Lisei una lettera in cui spiega di essere pronto a dire tutta la sua verità, alle condizioni della commissione: «Avendo appreso da alcuni organi di stampa i contenuti di discussioni che si sarebbero tenute in seno all’Ufficio di Presidenza della Commissione che Lei presiede e che riguarderebbero una mia futura audizione, ritengo doveroso comunicarLe con questa mia che non sussiste da parte del sottoscritto alcun problema né alcun impedimento ad essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale, come peraltro previsto dalla vigente normativa» si legge nella missiva.
Che prosegue così: «Colgo altresì l’occasione per ribadire a Lei, come ho già fatto con gli Uffici della Commissione, il mio auspicio ad essere audito, Le ripeto in qualsiasi forma si riterrà opportuna, con l’esclusivo fine di dare ai componenti la Commissione un contributo autentico e complessivo intorno all’effettivo svolgimento dei fatti che hanno caratterizzato una stagione così drammatica per il nostro Paese, come quella della pandemia, fornendo loro il più adeguato materiale probatorio».
La lettera è stata concordata con Conte la sera precedente? Entrambi negano. L’ex premier prima ci spiega la natura del suo rapporto con il manager: «Da quando Arcuri è stato attaccato, pur essendo uscito indenne dalle inchieste della magistratura, gli ho offerto la mia solidarietà, apprezzando l’impegno con cui ha servito il Paese. La campagna di fango contro di lui è assolutamente indegna». E la cena del 18 giugno? Lo staff del presidente del Movimento è netto: «Arcuri e Conte non hanno mai parlato di eventuali lettere che Arcuri avrebbe fatto pervenire nei giorni successivi alla Commissione».
L’ex ad di Invitalia, dal suo buen retiro toscano, è molto meno sintetico: «Visto quello che leggo da parte di altri giornali, ho nostalgia di voi. Fate con profondità il vostro lavoro, poi certo, ognuno ha le sue idee, ma lo fate con un tasso di professionalità informativa che altrove non trovo».
Per questo accetta di spiegare il legame con Giuseppi, la cena del 18 giugno e che cosa potrebbe svelare nella sua possibile prossima audizione.
La prima risposta è sulla frequentazione: «Quando Conte è diventato presidente del Consiglio, io non l’avevo mai visto in vita mia. Abbiamo collaborato per questioni legate al Mezzogiorno per il mio ruolo di amministratore delegato di Invitalia. Quando mi ha chiesto di fare il commissario ho accettato e abbiamo stabilito, come con tutti gli attori di quella stagione, un rapporto di consuetudine. Lo chiami lei come vuole. Dopodiché, viste le tristi vicende che mi hanno colpito, diciamo che questo rapporto di consuetudine e di collaborazione si è trasformato in un rapporto di amicizia».
Gli chiediamo se il trait d’union possa essere stato Massimo D’Alema, in buoni rapporti con entrambi, e Arcuri risponde: «No, il rapporto tra me e Conte è nato, dimostrabilmente, sulle politiche innovative per lo sviluppo del Mezzogiorno che il governo Conte 1 avviò con Invitalia protagonista. Non ho nessun problema a dirle che mi capita di vedere Conte anche in questo periodo, mentre D’Alema io non lo incontro da molti anni». E con Giuseppi ogni quanto vi incrociate? L’ex commissario resta sul vago: «Ci capita di vederci, ma non è che abbiamo appuntamenti fissi, né ricorrenti».
Quindi il discorso passa alla lettera inviata alla Commissione: «È un anno e mezzo che io chiedo di essere audito. Sono stato sentito solo per la vicenda Jc electronics (società che per il Tribunale di Roma sarebbe stata ingiustamente estromessa dalla fornitura di mascherine, ndr) e, in quell’occasione, ero limitato, non potevo raccontare l’emergenza». Arcuri non si tiene: «Le opposizioni chiedono invano da un anno e mezzo che io venga chiamato. Sono stato inserito inutilmente nella loro lista delle persone da audire. Dopodiché ho letto che in un ufficio di presidenza si è detto che io dovessi essere sentito in libera audizione e che per alcuni media questo significava che si voleva che io andassi a dire menzogne. Allora ho preso carta e penna e ho detto: “Io vengo nella forma che volete voi”». Arcuri insiste sul fatto che è pronto a portare in commissione «adeguato materiale probatorio».
L’ex ad di Invitalia nega che la missiva sia da collegare all’incontro con Conte: «Si immagini se abbiamo parlato della lettera, quella è stata un mio automatismo, scattato dopo che mi sono indignato la mattina di fronte ai titoli dei giornali… con tutto quello che mi è successo, secondo lei, ho problemi ad andare in escussione testimoniale?».
A questo punto ci promette un’esclusiva, ma solo dopo l’audizione e ci annuncia che è pronto a mostrarci documenti inediti: «Facciamo un’intervista aperta in cui mi chiedete quello che volete. Avrei piacere di darvi anche un po’ di carte, perché ormai sono pubbliche, soltanto che non tutti hanno accesso. Il mio problema, sempre perché sono uno stupido amante delle istituzioni, è che io vorrei capire se questi signori mi audiscono, perché se non lo faranno, mi sentirò libero di venire da voi e dire ciò che voglio, visto che ho chiesto di farlo in commissione, senza riuscirci».
Gli spieghiamo che ci risulta difficile credere che, dopo gli articoli del 18 giugno, lui e Conte non abbiano discusso della lettera, ma Arcuri è irremovibile: «Il tema della serata non è stato quello. Con lui parliamo di tutto e di niente come persone che hanno condiviso una stagione brutta, e noi solo sappiamo quanto brutta, e che si sentono ingiustamente perseguitati».
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Carlo Messina (Ansa)
Un’accelerazione per chiudere la partita prima che il fronte opposto trovi il tempo di organizzare una difesa. Ammesso, naturalmente, che qualcuno la stia concretamente preparando.
L’offerta, annunciata l’8 giugno, valuta Mps 10,091 euro per azione ed è costruita con una formula mista: per ogni titolo del Monte vengono offerte 1,6 azioni Intesa Sanpaolo più un euro in contanti, con un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni precedenti all'annuncio. Se tutti aderissero, il conto arriverebbe a 30,6 miliardi. Nascerebbe il secondo gruppo bancario dell’Eurozona per capitalizzazione, con 27 milioni di clienti, circa 16 miliardi di utile netto, quasi 2.000 miliardi di masse gestite entro il 2029 e sinergie stimate in 2,9 miliardi.
A dare ulteriore slancio all’operazione ci penserà martedì Unipol, chiamata a votare l’aumento di capitale da 2,5 miliardi destinato a sostenere l’Opas attraverso l’acquisto di 650 sportelli che dovranno essere ceduti per ragioni di Antitrust. Anche questo tassello sembra ormai destinato ad andare al suo posto considerato che il sistema delle Coop, cui fa capo metà del capitale del gruppo assicurativo ha già dato la sua disponibilità.
La sensazione, almeno per ora, è che sulla strada di Intesa e Unipol non ci siano barricate degne di questo nome. Più che un fronte organizzato, il campo avversario assomiglia a un cantiere dove tutti discutono e nessuno versa il cemento. Monte Paschi, nelle due settimane trascorse dall’annuncio dell'offerta, ha riunito il consiglio di amministrazione. Ma solo per l’integrazione con Mediobanca, senza che, al di là degli impedimenti imposti dalla passivity rule, emergesse un progetto capace di contrastare l’avanzata del gruppo guidato da Carlo Messina. Anche Banco Bpm, che nelle prime ore del risiko aveva manifestato la volontà di costruire un polo alternativo insieme a Siena, è rimasto fermo ai blocchi di partenza. Nel frattempo è successo l’esatto contrario di quello che avrebbe rafforzato il fronte opposto a Intesa: Crédit Agricole ha aumentato ulteriormente la sua partecipazione in Banco Bpm fino al 29%. Prima di qualunque iniziativa l’amministratore delegato della banca milanese Giuseppe Castagna dovrà ottenere il via libera di un socio ingombrante e anche del governo italiano. Difficile pensare ad un polo bancario fra Mps e Banco-Bpm a guida francese. Ma è soprattutto sul fronte dell’azionariato di Mps che le difese appaiono fragili.
Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che possiede il 17,5% del gruppo senese ed è l’azionista di maggior peso nel determinare negli equilibri del risiko, è oggi paralizzata dai problemi interni. Il riassetto immaginato da Leonardo Maria Del Vecchio si è fermato davanti ai contrasti familiari e ai dubbi del consiglio della holding.
A quattro anni dalla scomparsa del fondatore la lite in famiglia appare ancora lontana da una ricomposizione. Il consiglio di amministrazione ha bocciato la lettera di patronage che avrebbe consentito alle banche di finanziare per 11 miliardi il progetto con cui Leonardo Maria puntava ad acquistare le quote di Luca e Paola, conquistando la maggioranza relativa di Delfin. Un voto che certifica la spaccatura e rimanda ogni decisione all’assemblea convocata per il 30 giugno.
Non basta. All’ordine del giorno compare anche una novità che fotografa meglio di tante parole il clima che si respira nella holding: la nomina di tre commissari per l’audit, una figura prevista dallo statuto ma mai attivata finora, con funzioni che ricordano da vicino un collegio sindacale. Quando una cassaforte decide di rafforzare i controllori interni significa che, prima ancora di guardare fuori, sente il bisogno di fare ordine dentro casa.
Come se non bastasse, il Corriere della Sera ha acceso i riflettori anche sulla posizione finanziaria di Leonardo Maria. Secondo quanto riportato dal quotidiano e confermato da fonti finanziarie, tra prestiti personali, finanziamenti alle società e altre esposizioni, l’indebitamento complessivo supera gli 1,3 miliardi. Un elemento che aiuta a spiegare perché il progetto di riassetto si sia progressivamente inceppato, complice anche il calo delle quotazioni di EssilorLuxottica, che ha fatto venir meno i parametri richiesti dalle banche.
Così il paradosso è servito. Mentre Intesa corre e Unipol prepara il carburante finanziario per accompagnarla al traguardo, chi avrebbe potuto organizzare la resistenza è impegnato a risolvere partite interne. Difficile così costruire barricate.
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Il marito, Roberto Santilli, è invece riuscito a mettersi in salvo e ora si trova ricoverato in stato di shock. A dare la notizia della morte è stata la famiglia che ha postato sui social un messaggio dello zio e del fratello, quando la donna risultava ancora fra i dispersi. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha precisato che ci sono anche quattro feriti e circa 42 dispersi con cittadinanza italiana.
Intanto il Venezuela continua a tremare e una nuova scossa di terremoto di magnitudo 4.9 è stata registrata nel centro del Paese, a una quarantina di chilometri da Maracay nello Stato di Aragua. Il numero dei dispersi ha già superato le 50.000 unità, mentre i morti al momento sono 1.430 compresi diversi cittadini stranieri, tra cui molti portoghesi e spagnoli. Il conteggio attuale riporta 28 cittadini portoghesi, cinque spagnoli, tre brasiliani, e sette cinesi che lavoravano nei cantieri della capitale.
L’Italia è in prima linea per aiutare Caracas e sono già stanziati 5 milioni di euro che arriveranno subito a 10: 3 milioni sono destinati a organizzazioni della società civile italiane attive in Venezuela, mentre è in volo il secondo aereo di aiuti decollato da Pratica di mare con destinazione il Paese sudamericano. Il primo volo è atterrato all’aeroporto militare El Libertador, a Maracay con a bordo un team, formato da 97 persone tra soccorritori, sanitari, Vigili del fuoco e funzionari dell’Unita di crisi della Farnesina che ha come destinazione La Guaira, l’area delle operazioni di soccorso. Sono arrivati circa 1600 soccorritori da undici nazioni europee e sudamericane, ha raccontato il viceministro degli Esteri venezuelano Oliver Blanco, che prevede l’atterraggio di altri 25 voli di aiuti nelle prossime 24 ore. Israele ha mobilitato una missione di soccorso altamente professionale, formato da ex membri dell’Home front command per il recupero ed il salvataggio delle persone.
Gli Stati Uniti hanno riconfermato il loro totale sostegno al governo della presidente ad interim Delcy Rodriguez dicendosi pronti a inviare squadre di soccorso di 250 persone, attrezzature specializzate, supporto per i rifugi temporanei e assistenza umanitaria alle famiglie colpite. La Rodriguez, raccolta dei fischi in una visita ai quartieri devastati, ha detto di aver ricevuto un messaggio dal premier Giorgia Meloni: rimasta molto colpita dalle immagini della tragedia, prova profondo dolore anche perché c’è una comunità italiana importante in Venezuela, Paese che aveva aperto le sue braccia a chi arrivava e ora l’Italia è commossa di fronte a questa situazione.
L’esecutivo di Caracas ha limitato gli accessi alla zone più colpite, mentre il generale della fanteria di marina degli Stati Uniti, Kevin J. Jarrard, ha incontrato il capo della Difesa del Venezuela, il generale Gustavo González López per coordinare le operazioni di assistenza umanitaria. Il dipartimento della Difesa e il dipartimento di Stato di Washington hanno dichiarato che stanno lavorando con gli alleati per aiutare il popolo venezuelano.
Gli ospedali di Caracas sono però al collasso e i servizi funebri paralizzati con i parenti che sono costretti a trasportare i cadaveri personalmente all’obitorio. Arrivano però anche storie di speranza come quella di un neonato di appena 18 giorni estratto incolume dalle macerie di un edificio dopo 32 ore o quella della quindicenne Camila Sofía Medina Rivas e la sua cagnolina Chanel salvate dopo più di 50 ore, mentre una donna è riuscita a partorire senza energia elettrica con l’aiuto di un gruppo di soccorritori provenienti da El Salvador.
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