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2018-04-27
L’esercito degli immigrati intenzionati a sterminarci
ANSA
«Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito», disse Franco Gabrielli (ora capo della polizia) nell'agosto del 2016. Trattasi dello stesso Gabrielli che, esattamente un anno dopo, nell'agosto del 2017, dichiarò: «Se non si riesce a ottenere i rimpatri, non resta che l'integrazione, che peraltro è un'opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo». Ed è sempre il medesimo Gabrielli che, il 10 aprile scorso, è stato costretto ad ammettere: «Terroristi sui barconi dei migranti? È possibile». Insomma, ha negato fino all'ultimo (come del resto hanno fatto anche il ministro Marco Minniti e numerosi altri esponenti delle istituzioni). Ha minimizzato fino a quando la realtà non lo ha platealmente smentito, dimostrando che il legame tra immigrazione e terrorismo esiste, ed è fortissimo.
Non a caso, giusto ieri, Franco Gabrielli era a Napoli per commentare l'arresto di Alagie Touray, richiedente asilo nato in Gambia nel 1996, sbarcato a Messina un anno fa assieme ad altri 638 migranti, di cui 209 suoi connazionali. Touray aveva giurato fedeltà al califfo dello Stato islamico, Abu Bakr Al Baghdadi e meditava «di lanciare un'autovettura contro la folla». Lo abbiamo fatto entrare nel nostro Paese, lo abbiamo accolto, e lui progettava di ucciderci. Non è certo il primo. Gli immigrati intenzionati a farci la pelle compongono un vero esercito, che ha approfittato della nostra buona fede e della nostra ingenuità per favorire la nostra cancellazione dalla faccia della Terra.
Basta un elenco sommario per rendersi conto di quanti siano gli stranieri giunti sulle nostre coste che hanno maturato propositi di sterminio. Cominciamo dal più celebre, ovvero Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale di Berlino, fortunatamente ucciso dalle forze dell'ordine a Sesto San Giovanni nel 2016. Amri arrivò a Lampedusa a bordo di un barcone nell'aprile del 2011. Lo spedirono al centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania, e per ringraziare dell'ospitalità il manigoldo pensò bene di appiccare un incendio. Fu condannato a 4 anni di carcere e si prese un decreto di espulsione, che però non fu mai attuato. I risultati si sono visti: 12 morti e 56 feriti.
Un altro vip del jihadismo internazionale che si è installato dalle nostre parti è Eli Bombataliev, arrivato in Italia nel 2012. Lo hanno arrestato a Bari nel luglio del 2017, era in attesa del permesso di soggiorno. Ceceno, era un pezzo grosso del terrore: aveva combattuto a Grozny e in Siria, e dalle nostre parti si dedicava al reclutamento di aspiranti martiri. «Gli italiani sono animali, vanno puniti», amava ripetere. Voleva trasformare in una martire una delle sue mogli, la russa Marina Kamchmazova, residente a Napoli. Aveva instradato un paio di ragazzi albanesi che vivevano in Basilicata. Spesso predicava a Foggia, in una «associazione culturale» tramutata in moschea. Faceva le veci dell'imam locale, tale Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, 59 anni, egiziano con cittadinanza italiana. Quest'ultimo, sposato a un'italiana di 79 anni, è stato fermato alla fine di marzo di quest'anno. Si è scoperto che il simpatico Omer gestiva una scuola islamica in cui insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli.
Restiamo in Puglia, precisamente a Bari, città da cui transitò anche Salah Abdeslam, uno dei macellai del Bataclan. Il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) che sorge in città ha ospitato negli anni parecchi soggetti pericolosi, tutti mantenuti a spese della collettività italica. Lì era domiciliato l'afghano Hakim Nasri, arrestato con l'accusa di pianificare attentati nel nostro Paese e in altri Stati europei. Nello stesso luogo erano domiciliati anche Qari Khesta Mir Ahmadzai e Surgui Ahmadzai, pure loro decisi a mietere vittime italiane. Questi due sfuggirono alla cattura. In compenso, assieme a Nasri, furono arrestati un altro afghano e un pakistano. Piccola curiosità: Hakim Nasri si fece fotografare assieme al sindaco di Bari, Antonio Decaro, durante la «Marcia degli scalzi», organizzata da varie personalità della sinistra nel 2015 in difesa dei migranti.
I centri di accoglienza, luoghi deputati a ospitare le povere vittime in fuga dalla guerra e dalla carestia, hanno offerto riparo a un bel po' di fanatici. Per esempio l'iracheno Hussein Abss Hamyar, 29 anni, arrestato nel luglio 2017. Viveva in un centro Sprar di Crotone, dove istigava altri immigrati a giurare fedeltà al califfo dello Stato islamico. Lo hanno preso dopo che aveva festeggiato per l'attacco esplosivo alla Manchester arena, durante il concerto di Ariana Grande. Gioiva per i ragazzini feriti, sosteneva che agli italiani bisognava «tagliare la gola».
In un altro centro di accoglienza, a Licodia Eubea (Catania), si trovava un algerino di 48 anni, espulso dall'Italia nel luglio del 2017. Si vantava di aver sgozzato numerosi uomini e di aver combattuto con i jihadisti in patria. Aggrediva e molestava le operatrici del centro, e minacciava di compiere stragi qui da noi.
Sempre nel 2017, questa volta in aprile, fu il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a dichiarare che nel Nisseno e in provincia di Enna «sono emersi processi di radicalizzazione di alcuni soggetti nei centri per immigrati». Uno di questi, il pakistano Muhammad Bilal, 25 anni, fu espulso nel 2015. Nel gennaio del 2017, invece, è stato cacciato il tunisino Jilani Ben Mahmoud, clandestino arrestato a Siracusa che aveva tentato di reclutare jihadisti in carcere. Nello stesso periodo fu allontanato anche un uomo di 32 anni di Padova, marocchino, che aveva ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo.
Sempre in un centro accoglienza, questa volta a Campomarino, in provincia di Campobasso, fu arrestato dalla Digos Mohammed A., 22 anni, accusato di induzione al terrorismo. A segnalarlo furono altri immigrati musulmani.
L'elenco è ancora lungo, ma è destinato a essere incompleto. Non sappiamo esattamente quanti combattenti della jihad siano approdati nel nostro Paese. Da tempo si parla di rischio terrorismo legato ai cosiddetti «sbarchi fantasma» sulle spiagge siciliane, dove arrivano stranieri per lo più provenienti da Tunisia e Algeria.
Il 10 aprile scorso la Guardia di finanza di Palermo ha arrestato dieci persone, componenti di un'organizzazione che gestiva il traffico di clandestini proprio dalla Tunisia. Programmavano viaggi molto costosi (tra i 3.000 e i 5.000 euro) riservati a persone intenzionate a evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong e della successiva identificazione. Insomma, questi trafficanti garantivano l'anonimato ai loro passeggeri, tra cui c'erano pure jihadisti.
Su un banalissimo gommone, invece, è approdato in Italia Moftah Al Sllake, 34 anni, combattente libico che in queste ore è ricercato dalle autorità italiane su segnalazione dell'Fbi. Si sa che progettava un attentato a un centro commerciale di Genova, ma non dove si trovi attualmente. In un'intercettazione, Al Sllake spiega come è giunto qui: «Ho impiegato dodici ore in acqua litigando con i neri». Povera stella.
Con altri personaggi abbiamo fatto addirittura di meglio. Non solo li abbiamo fatti entrare e ospitati, ma li abbiamo anche omaggiati con sussidi e assegni di mantenimento.
È il caso di Abdul Rahman Nauroz, preso a Merano nel 2015 assieme a sei compari che pianificavano attentati in Europa. Costui, scrissero i carabinieri, viveva in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città». Nauroz aveva ottenuto l'asilo politico dichiarando di essere perseguitato dal gruppo jihadista Ansar al Islam. Fingeva di essere vittima della stessa organizzazione di cui faceva parte. Gli abbiamo concesso di restare qui, con la casa pagata e un sussidio gentilmente fornito dalla Provincia autonoma di Bolzano. Hassan Saman, un altro arrestato nel corso della medesima operazione, percepiva 2.000 euro di sussidio perché padre di 5 figli. Mohamed Koraichi, arrestato in provincia di Lecco nel 2016, percepiva 1.000 euro di soldi pubblici ogni trenta giorni. Ajman Veapi, macedone fermato a Mestre nello stesso anno, riceveva un assegno di 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli Venezia Giulia. Yahya Khan Ridi, afghano, viveva a Foggia con lo status di rifugiato e un contributo analogo. In Provincia di Bergamo stava un altro predicatore radicale, Hafiz Muhammad Zulkifal, che grazie ai suoi 8 figli incassava denaro dei contribuenti che gli consentiva di pagare l'affitto e mandare a scuola i pargoli (parliamo di migliaia di euro).
Per questa gente intenzionata ad ammazzarci spendiamo milioni e milioni di euro. E ci prepariamo a spenderne ancora di più, come spiega il Def (documento di economia e finanza) preparato dal governo. Ieri l'Ansa ha riportato alcuni stralci del testo: «La spesa per i migranti si è attestata nel 2017 a 4,3 miliardi, e salirà nel 2018, ferma restando la capacità di frenare gli arrivi, tra i 4,6 e 5 miliardi», si legge. «La diminuzione degli sbarchi non si riflette in una proporzionale riduzione della permanenza dei migranti nei centri di accoglienza (circa 174.000 le presenze nelle strutture a inizio aprile, ndr), anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento».
Capito? Anche se negli ultimi mesi sono arrivati meno migranti, spenderemo comunque di più dell'anno passato per ospitarli. E in ogni caso state tranquilli, gli sbarchi torneranno presto ad aumentare: l'esercito di chi ci odia non può rimanere privo di rinforzi.
Francesco Borgonovo
Il richiedente asilo che progettava un attentato in auto
Frequentava una moschea, presentava la zebiba sulla fronte, piaga che si crea dal prolungato urto nel tempo della testa sul pavimento, postura adottata durante la preghiera. Gli hanno trovato appunti in arabo su racconti antichi della tradizione coranica più integralista, che solo un fervente islamista terrebbe con sé, eppure lui dice di credere a intermittenza. Ha registrato per ben tre volte un video da combattente pronto al martirio (rivolgendo l'indice al cielo, segno della potenza di Allah) e l'ha diffuso sulla chat di Telegram, ma sostiene che era solo uno scherzo. Aveva ricevuto l'ordine di uccidere, come già avvenuto in altri attentati nel resto d'Europa, da Nizza a Berlino, ma afferma che era un gioco.
Per il giudice che l'ha privato della libertà, confermando il fermo d'indiziato di delitto disposto dalla Procura di Napoli, i gravi indizi di colpevolezza a suo carico ci sono tutti. Alagie Touray, 21 anni, gambiano, è stato fermato a Napoli il 20 aprile nel corso di un'operazione antiterrorismo condotta dai poliziotti della Digos e dai carabinieri del Ros. E non è un caso che sia stato bloccato proprio mentre usciva della moschea di Licola, piccola località flegrea a ridosso di Pozzuoli. Partito dalla Libia, è arrivato lì un anno fa, come è stato ricostruito dagli investigatori, dopo essere sbarcato a Messina il 22 marzo 2017. E da allora, come gli altri richiedenti asilo politico, vive in un centro d'accoglienza, con 77 euro al mese più vitto e alloggio. Touray era titolare di un foglio di soggiorno provvisorio e la sua pratica per la concessione dello status da rifugiato era ancora in valutazione. E mentre era nel centro e frequentava la moschea, studiava da combattente. Ora è accusato di «partecipazione all'associazione terroristica denominata Islamic State o Daesh». Perché si sentiva pronto. A provarlo, secondo gli investigatori, c'è il video in cui giurava fedeltà all'Isis e al califfo Al Baghdadi.
Il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, ha spiegato che dopo averlo diffuso su Telegram ha ricevuto l'ordine di preparare l'attentato. Lui, in un interrogatorio dai toni a tratti imbarazzanti, ha spiegato che non intendeva davvero lanciarsi sulla folla con l'auto in corsa.
Ma tra le prove elencate nell'atto d'accusa di 16 pagine, di cui la Verità è in possesso, ci sono i messaggi della chat con i confratelli islamisti (sui quali ora sono concentrate le indagini della Procura antiterrorismo napoletana). A loro chiedeva di pregare per lui perché era «in missione» e di non contattarlo se non l'avesse fatto lui per primo. E proprio in quel messaggio, stando all'accusa, c'è la prova che avesse davvero in testa di mettere in atto qualcosa di molto grave.
L'indagine è partita dopo una segnalazione dei servizi segreti spagnoli, che per primi hanno scoperto su Telegram il video del giuramento di fedeltà al califfo. Dal suo telefonino, però, Alagie aveva cancellato quella ripresa, recuperata grazie all'impegno degli esperti informatici scelti dai magistrati. L'inchiesta, coordinata personalmente dal procuratore Melillo, è stata condotta dall'aggiunto Rosa Volpe e dal pubblico ministero Gianfranco Scarfò del pool antiterrorismo. La segnalazione è arrivata nell'ufficio di Scarfò direttamente da Madrid, tramite l'Aise (l'intelligence italiana che si occupa di minaccia estera).
L'importanza di quel video è racchiusa nelle parole del capo della polizia Franco Gabrielli (in passato ai vertici dei servizi segreti): «Normalmente, negli attentati che ci sono stati, il giuramento è l'attività prodromica alla commissione di delitti». Se volesse far seguito al giuramento, dove e con quali modalità, al momento non è chiaro. Ma nell'atto giudiziario è spiegato che tutti gli indizi conducono alla possibilità di un imminente atto terroristico in territorio napoletano, con un'auto da lanciare sulla folla, a cui poi sarebbe dovuto seguire il martirio.
Spiega ancora Gabrielli: «Prima aveva detto che era uno scherzo, poi una proposta cui non avrebbe dato seguito, ma sono tutte cose che devono essere accertate. Ancora una volta il sistema di prevenzione ha funzionato. Soprattutto ha funzionato la corretta circuitazione delle informazioni tra l'intelligence e le forze di polizia».
L'aspetto importante di questa inchiesta, infatti, è legato alla prevenzione. È la prima volta che si intercetta e si riesce a entrare nei meccanismi che precedono un attentato. In tutti gli altri casi, i giuramenti sono stati accertati quando ormai era troppo tardi.
Fabio Amendolara
I messaggi sulla chat: «Sono in missione per Allah»
«Giuro di prestare fedeltà al Califfo dei musulmani Abu Bakr Al Quaraishi Al Baghdadi, nei momenti difficili e facili, nel mese di Rajab giorno 2». Inizia così, con questo giuramento, il video che Alagie Touray, ventunenne del Gambia richiedente asilo, registra e pubblica su una chat crittografata di un sistema di messaggistica per smartphone.
È l'ultima settimana di marzo quando gli investigatori della polizia di Stato e del Ros dell'Arma dei carabinieri intercettano la conversazione. Dieci secondi di filmato, seguiti da una seconda clip che il ragazzo decide di affidare ancora una volta a un canale islamico presente sull'applicazione per cellulari: «Allah, il compassionevole, il misericordioso, mi è testimone di quello che dico».
Aveva scelto Telegram, Touray. Un programma scaricabile gratuitamente sui cellulari. Un sistema del tutto simile al più famoso Whatsapp ma con una differenza fondamentale: la possibilità di creare chat segrete, crittografate e soprattutto con timer per stabilirne l'autodistruzione. Basta un semplice clic. Si sceglie di avviare una nuova conversazione, si imposta un conto alla rovescia e dopo un giorno, due o una settimana la chat - con tutti i suoi contenuti - viene distrutta. Addio tracce, file multimediali e utenti coinvolti. Uno stratagemma che però non è servito, in questo caso, a disorientare gli 007 italiani.
L'utilizzo di Telegram è piuttosto diffuso tra i fanatici dell'Isis, spiegano gli esperti. Un pericolo, quello delle conversazioni difficili da intercettare, che ha allarmato anche i vertici della sicurezza nazionale iraniana che proprio nelle scorse ore hanno proposto di vietare l'utilizzo dell'applicazione per cellulari. È sempre attraverso Telegram che Touray, residente a Pozzuoli, in provincia di Napoli, riceve una proposta per «diventare martire in nome del Jihad» lanciandosi con «un'auto sulla folla di infedeli». Proposta affiancata, secondo quanto si apprende, anche da un'offerta di denaro.
Quelli di Touray non erano semplici video promozionali, filmati in cui enfatizzare il proprio credo musulmano e l'adesione alla jihad. Il ventunenne interagiva con altri utenti. «Pregate Allah, l'Altissimo. Pregate per me», scriveva sul canale Telegram. E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare in Italia rispondeva laconico: «Sono in missione».
La Digos della Questura di Napoli, in stretta collaborazione con il Ros dell'Arma dei carabinieri e gli apparati d'intelligence dell'Aise e dell'Aisi continuano ad indagare per risalire agli altri partecipanti della chat. I contatti sul sistema di messaggistica per cellulari non erano frequenti, giornalieri. Touray scriveva e registrava messaggi vocali con una frequenza bisettimanale.
«Signore, infondi in noi la perseveranza, fai saldi i nostri assi e dacci la vittoria sul popolo dei miscredenti», questo uno degli ultimi messaggi scritti sul canale Telegram, un'invocazione di Allah tratta dal Corano e frequente nelle preghiere del venerdì in moschea.
Ed è proprio sui centri di preghiera clandestini del Napoletano che si concentrano ora le attività investigative degli 007. Su quel bacino incontrollabile in cui si annida la radicalizzazione e si concretizza l'arruolamento di nuovi soldati del Califfato.
Giancarlo Palombi
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Nel 2018 spenderemo 5 miliardi per l'accoglienza, più dell'anno scorso. Soldi con cui manteniamo pure chi ci odia, come il gambiano fermato ieri.Il jihadista arrestato a Napoli comunicava tramite Telegram con i suoi contatti. A cui diceva: «Dovete pregare per me».Alagie Touray era arrivato un anno fa a Messina su un barcone. Aveva giurato fedeltà all'Isis e si diceva pronto a immolarsi.Lo speciale contiene tre articoli.«Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito», disse Franco Gabrielli (ora capo della polizia) nell'agosto del 2016. Trattasi dello stesso Gabrielli che, esattamente un anno dopo, nell'agosto del 2017, dichiarò: «Se non si riesce a ottenere i rimpatri, non resta che l'integrazione, che peraltro è un'opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo». Ed è sempre il medesimo Gabrielli che, il 10 aprile scorso, è stato costretto ad ammettere: «Terroristi sui barconi dei migranti? È possibile». Insomma, ha negato fino all'ultimo (come del resto hanno fatto anche il ministro Marco Minniti e numerosi altri esponenti delle istituzioni). Ha minimizzato fino a quando la realtà non lo ha platealmente smentito, dimostrando che il legame tra immigrazione e terrorismo esiste, ed è fortissimo. Non a caso, giusto ieri, Franco Gabrielli era a Napoli per commentare l'arresto di Alagie Touray, richiedente asilo nato in Gambia nel 1996, sbarcato a Messina un anno fa assieme ad altri 638 migranti, di cui 209 suoi connazionali. Touray aveva giurato fedeltà al califfo dello Stato islamico, Abu Bakr Al Baghdadi e meditava «di lanciare un'autovettura contro la folla». Lo abbiamo fatto entrare nel nostro Paese, lo abbiamo accolto, e lui progettava di ucciderci. Non è certo il primo. Gli immigrati intenzionati a farci la pelle compongono un vero esercito, che ha approfittato della nostra buona fede e della nostra ingenuità per favorire la nostra cancellazione dalla faccia della Terra.Basta un elenco sommario per rendersi conto di quanti siano gli stranieri giunti sulle nostre coste che hanno maturato propositi di sterminio. Cominciamo dal più celebre, ovvero Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale di Berlino, fortunatamente ucciso dalle forze dell'ordine a Sesto San Giovanni nel 2016. Amri arrivò a Lampedusa a bordo di un barcone nell'aprile del 2011. Lo spedirono al centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania, e per ringraziare dell'ospitalità il manigoldo pensò bene di appiccare un incendio. Fu condannato a 4 anni di carcere e si prese un decreto di espulsione, che però non fu mai attuato. I risultati si sono visti: 12 morti e 56 feriti.Un altro vip del jihadismo internazionale che si è installato dalle nostre parti è Eli Bombataliev, arrivato in Italia nel 2012. Lo hanno arrestato a Bari nel luglio del 2017, era in attesa del permesso di soggiorno. Ceceno, era un pezzo grosso del terrore: aveva combattuto a Grozny e in Siria, e dalle nostre parti si dedicava al reclutamento di aspiranti martiri. «Gli italiani sono animali, vanno puniti», amava ripetere. Voleva trasformare in una martire una delle sue mogli, la russa Marina Kamchmazova, residente a Napoli. Aveva instradato un paio di ragazzi albanesi che vivevano in Basilicata. Spesso predicava a Foggia, in una «associazione culturale» tramutata in moschea. Faceva le veci dell'imam locale, tale Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, 59 anni, egiziano con cittadinanza italiana. Quest'ultimo, sposato a un'italiana di 79 anni, è stato fermato alla fine di marzo di quest'anno. Si è scoperto che il simpatico Omer gestiva una scuola islamica in cui insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli. Restiamo in Puglia, precisamente a Bari, città da cui transitò anche Salah Abdeslam, uno dei macellai del Bataclan. Il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) che sorge in città ha ospitato negli anni parecchi soggetti pericolosi, tutti mantenuti a spese della collettività italica. Lì era domiciliato l'afghano Hakim Nasri, arrestato con l'accusa di pianificare attentati nel nostro Paese e in altri Stati europei. Nello stesso luogo erano domiciliati anche Qari Khesta Mir Ahmadzai e Surgui Ahmadzai, pure loro decisi a mietere vittime italiane. Questi due sfuggirono alla cattura. In compenso, assieme a Nasri, furono arrestati un altro afghano e un pakistano. Piccola curiosità: Hakim Nasri si fece fotografare assieme al sindaco di Bari, Antonio Decaro, durante la «Marcia degli scalzi», organizzata da varie personalità della sinistra nel 2015 in difesa dei migranti. I centri di accoglienza, luoghi deputati a ospitare le povere vittime in fuga dalla guerra e dalla carestia, hanno offerto riparo a un bel po' di fanatici. Per esempio l'iracheno Hussein Abss Hamyar, 29 anni, arrestato nel luglio 2017. Viveva in un centro Sprar di Crotone, dove istigava altri immigrati a giurare fedeltà al califfo dello Stato islamico. Lo hanno preso dopo che aveva festeggiato per l'attacco esplosivo alla Manchester arena, durante il concerto di Ariana Grande. Gioiva per i ragazzini feriti, sosteneva che agli italiani bisognava «tagliare la gola».In un altro centro di accoglienza, a Licodia Eubea (Catania), si trovava un algerino di 48 anni, espulso dall'Italia nel luglio del 2017. Si vantava di aver sgozzato numerosi uomini e di aver combattuto con i jihadisti in patria. Aggrediva e molestava le operatrici del centro, e minacciava di compiere stragi qui da noi. Sempre nel 2017, questa volta in aprile, fu il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a dichiarare che nel Nisseno e in provincia di Enna «sono emersi processi di radicalizzazione di alcuni soggetti nei centri per immigrati». Uno di questi, il pakistano Muhammad Bilal, 25 anni, fu espulso nel 2015. Nel gennaio del 2017, invece, è stato cacciato il tunisino Jilani Ben Mahmoud, clandestino arrestato a Siracusa che aveva tentato di reclutare jihadisti in carcere. Nello stesso periodo fu allontanato anche un uomo di 32 anni di Padova, marocchino, che aveva ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo. Sempre in un centro accoglienza, questa volta a Campomarino, in provincia di Campobasso, fu arrestato dalla Digos Mohammed A., 22 anni, accusato di induzione al terrorismo. A segnalarlo furono altri immigrati musulmani.L'elenco è ancora lungo, ma è destinato a essere incompleto. Non sappiamo esattamente quanti combattenti della jihad siano approdati nel nostro Paese. Da tempo si parla di rischio terrorismo legato ai cosiddetti «sbarchi fantasma» sulle spiagge siciliane, dove arrivano stranieri per lo più provenienti da Tunisia e Algeria. Il 10 aprile scorso la Guardia di finanza di Palermo ha arrestato dieci persone, componenti di un'organizzazione che gestiva il traffico di clandestini proprio dalla Tunisia. Programmavano viaggi molto costosi (tra i 3.000 e i 5.000 euro) riservati a persone intenzionate a evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong e della successiva identificazione. Insomma, questi trafficanti garantivano l'anonimato ai loro passeggeri, tra cui c'erano pure jihadisti. Su un banalissimo gommone, invece, è approdato in Italia Moftah Al Sllake, 34 anni, combattente libico che in queste ore è ricercato dalle autorità italiane su segnalazione dell'Fbi. Si sa che progettava un attentato a un centro commerciale di Genova, ma non dove si trovi attualmente. In un'intercettazione, Al Sllake spiega come è giunto qui: «Ho impiegato dodici ore in acqua litigando con i neri». Povera stella.Con altri personaggi abbiamo fatto addirittura di meglio. Non solo li abbiamo fatti entrare e ospitati, ma li abbiamo anche omaggiati con sussidi e assegni di mantenimento. È il caso di Abdul Rahman Nauroz, preso a Merano nel 2015 assieme a sei compari che pianificavano attentati in Europa. Costui, scrissero i carabinieri, viveva in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città». Nauroz aveva ottenuto l'asilo politico dichiarando di essere perseguitato dal gruppo jihadista Ansar al Islam. Fingeva di essere vittima della stessa organizzazione di cui faceva parte. Gli abbiamo concesso di restare qui, con la casa pagata e un sussidio gentilmente fornito dalla Provincia autonoma di Bolzano. Hassan Saman, un altro arrestato nel corso della medesima operazione, percepiva 2.000 euro di sussidio perché padre di 5 figli. Mohamed Koraichi, arrestato in provincia di Lecco nel 2016, percepiva 1.000 euro di soldi pubblici ogni trenta giorni. Ajman Veapi, macedone fermato a Mestre nello stesso anno, riceveva un assegno di 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli Venezia Giulia. Yahya Khan Ridi, afghano, viveva a Foggia con lo status di rifugiato e un contributo analogo. In Provincia di Bergamo stava un altro predicatore radicale, Hafiz Muhammad Zulkifal, che grazie ai suoi 8 figli incassava denaro dei contribuenti che gli consentiva di pagare l'affitto e mandare a scuola i pargoli (parliamo di migliaia di euro).Per questa gente intenzionata ad ammazzarci spendiamo milioni e milioni di euro. E ci prepariamo a spenderne ancora di più, come spiega il Def (documento di economia e finanza) preparato dal governo. Ieri l'Ansa ha riportato alcuni stralci del testo: «La spesa per i migranti si è attestata nel 2017 a 4,3 miliardi, e salirà nel 2018, ferma restando la capacità di frenare gli arrivi, tra i 4,6 e 5 miliardi», si legge. «La diminuzione degli sbarchi non si riflette in una proporzionale riduzione della permanenza dei migranti nei centri di accoglienza (circa 174.000 le presenze nelle strutture a inizio aprile, ndr), anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento». Capito? Anche se negli ultimi mesi sono arrivati meno migranti, spenderemo comunque di più dell'anno passato per ospitarli. E in ogni caso state tranquilli, gli sbarchi torneranno presto ad aumentare: l'esercito di chi ci odia non può rimanere privo di rinforzi.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-degli-immigrati-intenzionati-a-sterminarci-2563594811.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-richiedente-asilo-che-progettava-un-attentato-in-auto" data-post-id="2563594811" data-published-at="1780669267" data-use-pagination="False"> Il richiedente asilo che progettava un attentato in auto Frequentava una moschea, presentava la zebiba sulla fronte, piaga che si crea dal prolungato urto nel tempo della testa sul pavimento, postura adottata durante la preghiera. Gli hanno trovato appunti in arabo su racconti antichi della tradizione coranica più integralista, che solo un fervente islamista terrebbe con sé, eppure lui dice di credere a intermittenza. Ha registrato per ben tre volte un video da combattente pronto al martirio (rivolgendo l'indice al cielo, segno della potenza di Allah) e l'ha diffuso sulla chat di Telegram, ma sostiene che era solo uno scherzo. Aveva ricevuto l'ordine di uccidere, come già avvenuto in altri attentati nel resto d'Europa, da Nizza a Berlino, ma afferma che era un gioco. Per il giudice che l'ha privato della libertà, confermando il fermo d'indiziato di delitto disposto dalla Procura di Napoli, i gravi indizi di colpevolezza a suo carico ci sono tutti. Alagie Touray, 21 anni, gambiano, è stato fermato a Napoli il 20 aprile nel corso di un'operazione antiterrorismo condotta dai poliziotti della Digos e dai carabinieri del Ros. E non è un caso che sia stato bloccato proprio mentre usciva della moschea di Licola, piccola località flegrea a ridosso di Pozzuoli. Partito dalla Libia, è arrivato lì un anno fa, come è stato ricostruito dagli investigatori, dopo essere sbarcato a Messina il 22 marzo 2017. E da allora, come gli altri richiedenti asilo politico, vive in un centro d'accoglienza, con 77 euro al mese più vitto e alloggio. Touray era titolare di un foglio di soggiorno provvisorio e la sua pratica per la concessione dello status da rifugiato era ancora in valutazione. E mentre era nel centro e frequentava la moschea, studiava da combattente. Ora è accusato di «partecipazione all'associazione terroristica denominata Islamic State o Daesh». Perché si sentiva pronto. A provarlo, secondo gli investigatori, c'è il video in cui giurava fedeltà all'Isis e al califfo Al Baghdadi. Il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, ha spiegato che dopo averlo diffuso su Telegram ha ricevuto l'ordine di preparare l'attentato. Lui, in un interrogatorio dai toni a tratti imbarazzanti, ha spiegato che non intendeva davvero lanciarsi sulla folla con l'auto in corsa. Ma tra le prove elencate nell'atto d'accusa di 16 pagine, di cui la Verità è in possesso, ci sono i messaggi della chat con i confratelli islamisti (sui quali ora sono concentrate le indagini della Procura antiterrorismo napoletana). A loro chiedeva di pregare per lui perché era «in missione» e di non contattarlo se non l'avesse fatto lui per primo. E proprio in quel messaggio, stando all'accusa, c'è la prova che avesse davvero in testa di mettere in atto qualcosa di molto grave. L'indagine è partita dopo una segnalazione dei servizi segreti spagnoli, che per primi hanno scoperto su Telegram il video del giuramento di fedeltà al califfo. Dal suo telefonino, però, Alagie aveva cancellato quella ripresa, recuperata grazie all'impegno degli esperti informatici scelti dai magistrati. L'inchiesta, coordinata personalmente dal procuratore Melillo, è stata condotta dall'aggiunto Rosa Volpe e dal pubblico ministero Gianfranco Scarfò del pool antiterrorismo. La segnalazione è arrivata nell'ufficio di Scarfò direttamente da Madrid, tramite l'Aise (l'intelligence italiana che si occupa di minaccia estera). L'importanza di quel video è racchiusa nelle parole del capo della polizia Franco Gabrielli (in passato ai vertici dei servizi segreti): «Normalmente, negli attentati che ci sono stati, il giuramento è l'attività prodromica alla commissione di delitti». Se volesse far seguito al giuramento, dove e con quali modalità, al momento non è chiaro. Ma nell'atto giudiziario è spiegato che tutti gli indizi conducono alla possibilità di un imminente atto terroristico in territorio napoletano, con un'auto da lanciare sulla folla, a cui poi sarebbe dovuto seguire il martirio. Spiega ancora Gabrielli: «Prima aveva detto che era uno scherzo, poi una proposta cui non avrebbe dato seguito, ma sono tutte cose che devono essere accertate. Ancora una volta il sistema di prevenzione ha funzionato. Soprattutto ha funzionato la corretta circuitazione delle informazioni tra l'intelligence e le forze di polizia». L'aspetto importante di questa inchiesta, infatti, è legato alla prevenzione. È la prima volta che si intercetta e si riesce a entrare nei meccanismi che precedono un attentato. In tutti gli altri casi, i giuramenti sono stati accertati quando ormai era troppo tardi. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-degli-immigrati-intenzionati-a-sterminarci-2563594811.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-messaggi-sulla-chat-sono-in-missione-per-allah" data-post-id="2563594811" data-published-at="1780669267" data-use-pagination="False"> I messaggi sulla chat: «Sono in missione per Allah» «Giuro di prestare fedeltà al Califfo dei musulmani Abu Bakr Al Quaraishi Al Baghdadi, nei momenti difficili e facili, nel mese di Rajab giorno 2». Inizia così, con questo giuramento, il video che Alagie Touray, ventunenne del Gambia richiedente asilo, registra e pubblica su una chat crittografata di un sistema di messaggistica per smartphone. È l'ultima settimana di marzo quando gli investigatori della polizia di Stato e del Ros dell'Arma dei carabinieri intercettano la conversazione. Dieci secondi di filmato, seguiti da una seconda clip che il ragazzo decide di affidare ancora una volta a un canale islamico presente sull'applicazione per cellulari: «Allah, il compassionevole, il misericordioso, mi è testimone di quello che dico». Aveva scelto Telegram, Touray. Un programma scaricabile gratuitamente sui cellulari. Un sistema del tutto simile al più famoso Whatsapp ma con una differenza fondamentale: la possibilità di creare chat segrete, crittografate e soprattutto con timer per stabilirne l'autodistruzione. Basta un semplice clic. Si sceglie di avviare una nuova conversazione, si imposta un conto alla rovescia e dopo un giorno, due o una settimana la chat - con tutti i suoi contenuti - viene distrutta. Addio tracce, file multimediali e utenti coinvolti. Uno stratagemma che però non è servito, in questo caso, a disorientare gli 007 italiani. L'utilizzo di Telegram è piuttosto diffuso tra i fanatici dell'Isis, spiegano gli esperti. Un pericolo, quello delle conversazioni difficili da intercettare, che ha allarmato anche i vertici della sicurezza nazionale iraniana che proprio nelle scorse ore hanno proposto di vietare l'utilizzo dell'applicazione per cellulari. È sempre attraverso Telegram che Touray, residente a Pozzuoli, in provincia di Napoli, riceve una proposta per «diventare martire in nome del Jihad» lanciandosi con «un'auto sulla folla di infedeli». Proposta affiancata, secondo quanto si apprende, anche da un'offerta di denaro. Quelli di Touray non erano semplici video promozionali, filmati in cui enfatizzare il proprio credo musulmano e l'adesione alla jihad. Il ventunenne interagiva con altri utenti. «Pregate Allah, l'Altissimo. Pregate per me», scriveva sul canale Telegram. E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare in Italia rispondeva laconico: «Sono in missione». La Digos della Questura di Napoli, in stretta collaborazione con il Ros dell'Arma dei carabinieri e gli apparati d'intelligence dell'Aise e dell'Aisi continuano ad indagare per risalire agli altri partecipanti della chat. I contatti sul sistema di messaggistica per cellulari non erano frequenti, giornalieri. Touray scriveva e registrava messaggi vocali con una frequenza bisettimanale. «Signore, infondi in noi la perseveranza, fai saldi i nostri assi e dacci la vittoria sul popolo dei miscredenti», questo uno degli ultimi messaggi scritti sul canale Telegram, un'invocazione di Allah tratta dal Corano e frequente nelle preghiere del venerdì in moschea. Ed è proprio sui centri di preghiera clandestini del Napoletano che si concentrano ora le attività investigative degli 007. Su quel bacino incontrollabile in cui si annida la radicalizzazione e si concretizza l'arruolamento di nuovi soldati del Califfato. Giancarlo Palombi
Donald Trump (Ansa)
Non si tratta soltanto di un aggiornamento tecnico delle strategie precedenti, ma di una vera e propria dichiarazione politica che riflette la visione dell'attuale presidente e la sua dottrina basata sul principio dell'«America First» e della «pace attraverso la forza». Nella prefazione, Trump sostiene che il suo ritorno alla Casa Bianca abbia segnato la fine di un periodo caratterizzato da «debolezza» e «umiliazioni» per gli Stati Uniti. Il presidente rivendica una serie di risultati ottenuti durante il primo anno del suo secondo mandato, tra cui il rilascio di oltre cento ostaggi americani detenuti all'estero, l'arresto del responsabile dell'attentato di Abbey Gate in Afghanistan e la designazione di importanti sezioni dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche. Il documento cita inoltre le operazioni militari «Midnight Hammer» ed «Epic Fury», presentate come azioni decisive contro il programma nucleare iraniano e contro le capacità militari della Repubblica Islamica. L'aspetto più innovativo della strategia riguarda la classificazione delle minacce. Secondo la Casa Bianca, il terrorismo contemporaneo non è rappresentato esclusivamente dalle organizzazioni jihadiste, ma si articola in tre grandi categorie. La prima è costituita dai cartelli della droga e dalle organizzazioni criminali transnazionali che operano soprattutto nell'emisfero occidentale. La seconda comprende i gruppi islamisti tradizionali come al-Qaeda e lo Stato Islamico. La terza categoria è invece rappresentata dagli estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e movimenti antifascisti radicali. Una definizione destinata a generare polemiche, poiché amplia notevolmente il concetto di minaccia terroristica adottato dall'amministrazione americana.
Nel documento emerge con chiarezza la convinzione che il terrorismo islamista continui a rappresentare un pericolo concreto per il territorio americano. Per questo motivo la strategia individua come priorità assoluta la neutralizzazione dei gruppi jihadisti che dispongono sia dell'intenzione sia delle capacità operative necessarie per colpire cittadini e interessi statunitensi. In particolare vengono menzionati al-Qaeda, soprattutto la sua branca nella Penisola Arabica, e l'ISIS-Khorasan, considerato uno dei segmenti più aggressivi e pericolosi dello Stato Islamico. Un intero capitolo è dedicato ai Fratelli Musulmani, descritti come l'origine ideologica del terrorismo islamista moderno. Secondo la Casa Bianca, tutte le principali organizzazioni jihadiste contemporanee, da Hamas ad al-Qaeda fino all'ISIS, affondano le proprie radici nella visione politica e religiosa sviluppata dalla Fratellanza musulmana. Per questo motivo l'amministrazione Trump annuncia l'intenzione di proseguire con la designazione come organizzazioni terroristiche straniere delle diverse ramificazioni del movimento presenti in Medio Oriente, Africa e Asia. Si tratta di una posizione che segna una netta discontinuità rispetto ad altre amministrazioni americane e che potrebbe avere conseguenze significative nei rapporti con numerosi Paesi della regione.
Ancora più severa è la valutazione nei confronti dell'Iran, definito senza mezzi termini il principale sponsor del terrorismo a livello globale. Secondo il documento, la minaccia iraniana si manifesta sia direttamente attraverso il programma nucleare e missilistico di Teheran sia indirettamente mediante il sostegno economico, militare e logistico fornito a una vasta rete di organizzazioni armate e gruppi estremisti. Hezbollah viene indicato come il più importante tra questi proxy e come uno degli strumenti principali utilizzati dalla Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza nella regione. La strategia sottolinea che le operazioni condotte contro le infrastrutture nucleari iraniane rappresentano soltanto una fase di una campagna più ampia. Washington afferma infatti che continuerà a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – militari, diplomatici, economici e informatici – fino a quando Teheran non sarà più in grado di minacciare direttamente gli Stati Uniti o di sostenere organizzazioni terroristiche. Allo stesso tempo viene ribadita la volontà di colpire i gruppi sostenuti dall'Iran che pianificano attacchi contro cittadini americani, obiettivi israeliani o dissidenti iraniani presenti all'estero.
Un'altra sezione destinata a far discutere è quella dedicata all'Europa. La Casa Bianca riconosce il ruolo storico degli alleati europei nella lotta al terrorismo ma sostiene che il continente sia diventato, negli ultimi anni, un ambiente operativo particolarmente favorevole alle reti estremiste. Secondo il documento, gruppi jihadisti, cartelli della droga e Stati ostili avrebbero approfittato delle frontiere deboli, delle carenze nei controlli e delle limitate risorse dedicate all'antiterrorismo per trasformare diverse aree europee in centri logistici, finanziari e di reclutamento. La strategia afferma esplicitamente che la migrazione di massa abbia rappresentato una delle principali vie di penetrazione utilizzate dai terroristi. Gli autori sostengono che l'Europa debba recuperare il controllo delle proprie frontiere, affrontare apertamente il problema dell'islamismo radicale e incrementare significativamente gli investimenti nelle attività di intelligence e sicurezza. Secondo Washington, la sopravvivenza della civiltà occidentale dipenderà anche dalla capacità degli Stati europei di contrastare efficacemente queste minacce.
Accanto alle tradizionali attività di intelligence e alle operazioni militari, il documento dedica particolare attenzione alla guerra informativa e alla propaganda. La Casa Bianca ritiene che le organizzazioni terroristiche abbiano saputo sfruttare efficacemente le nuove tecnologie per reclutare sostenitori, diffondere ideologie estremiste e coordinare operazioni. Di conseguenza gli Stati Uniti intendono rafforzare le capacità di contropropaganda e sviluppare nuovi strumenti per individuare e neutralizzare le campagne di radicalizzazione online. Particolare rilevanza viene attribuita anche alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Il documento definisce «imperativo» impedire che gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. Viene inoltre evidenziato come i progressi tecnologici, inclusi l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le nuove tecnologie energetiche, possano essere sfruttati da organizzazioni ostili per sviluppare nuove forme di attacco. Per questo motivo Washington prevede un rafforzamento delle capacità di monitoraggio, prevenzione e risposta. Nel complesso, la Strategia antiterrorismo 2026 segna una svolta profonda rispetto agli approcci adottati negli anni precedenti. Il documento abbandona molte delle formulazioni utilizzate durante l'amministrazione Biden e torna a una visione fondata sulla deterrenza, sulla superiorità militare e sulla centralità dell'interesse nazionale americano. Iran, Hezbollah, Hamas e Fratelli Musulmani vengono identificati come componenti di un'unica architettura della minaccia islamista, mentre l'Europa viene invitata ad assumersi una quota molto maggiore della responsabilità per la propria sicurezza. Una dottrina destinata a influenzare non soltanto la politica estera degli Stati Uniti, ma anche il dibattito internazionale sulla lotta al terrorismo negli anni a venire.
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Ansa
Un circuito verticale e gerarchico in cui il giudizio di un docente può pesare più di quanto accada in un normale liceo. In questo microcosmo la Procura di Milano colloca una storiaccia in cui la cifra penale, almeno secondo l’impostazione accusatoria, non sarebbe soltanto quella della sessualità o dell’invadenza fisica, ma soprattutto quella dell’abuso di potere. Perché nelle 24 pagine dell’ordinanza cautelare non sono centrali solo le palpatine o le fotografie intime richieste. L’inchiesta ruota principalmente attorno al presunto utilizzo della cattedra come strumento di pressione psicologica, del voto come leva e della maturità come elemento di condizionamento. Accuse che hanno portato un professore di italiano e latino in forza alla scuola militare dal 2024 (ma non un militare, lui) agli arresti domiciliari.
«Quanto ce l’hai lungo?», chiese, annota l’accusa, a uno degli alunni. E subito dopo: «Ho corretto il compito di italiano, è da otto, ma se mi racconti dettagli intimi con la tua fidanzata diventa otto e mezzo». L’indagato, scrive il gip del Tribunale di Milano Elio Sparacino nella sua ordinanza, «era solito, secondo quanto emerso, avvicinare gli studenti maschi, cingerli da dietro e accarezzarli sul collo, sulle spalle simulando un massaggio per scendere fino al petto e, come raccontato da tutte le persone offese, stringere per alcuni secondi i pettorali dei giovani facendo anche sovente apprezzamenti sulla loro tonicità muscolare». Un comportamento che per il gip «già di per sé» integrerebbe «pienamente» il reato di violenza sessuale. La Procura, poi, porta anche il conto delle vittime: «Sette». Ma, con due studenti in particolare, il prof avrebbe adottato «una condotta particolarmente aggressiva». Il loro «andamento scolastico traballante», secondo l’accusa, li avrebbe resi «più esposti alle azioni dell’indagato». E, così, sono scattate anche le accuse di «concussione e maltrattamenti». Gli studenti, infatti, stando alle accuse, non l’avrebbero percepito come un professore un po’ invadente. Ma come uno che poteva aiutarti o crearti problemi scolasticamente. Che avrebbe potuto «darti una mano» alla maturità. O lasciarti solo.
In una telefonata intercettata, il prof, un po’ spazientito, dice a uno studente che se non si fosse mostrato accondiscendente alle sue richieste «avrebbe dovuto farcela con le proprie forze». Nelle carte compare spesso la parola «aiuto». Aiuto con i voti, per i debiti, durante le verifiche, per arrivare all’esame. E poi c’erano «le lezioni private gratuite, dietro l’invio di foto e video a carattere erotico». Uno degli studenti ha raccontato che il prof gli avrebbe inviato dei bonifici e un «buono Amazon da cento euro». Un altro riferisce di essere stato portato in un’aula vuota e palpeggiato. Un altro ancora parla di richieste continue di video sessuali e fotografie intime. Oppure delle foto dei preservativi usati durante i suoi rapporti sessuali. Tutto sempre dentro un clima ambiguo, tra il paternalismo, la protezione e la pressione psicologica. «L’anno prossimo», avrebbe detto il prof, «quando sarai promosso mi racconterai le tue cose sconce». E lo studente, evidentemente preoccupato, ha ammesso in Procura: «Quest’anno abbiamo la maturità e lui è un membro interno».
Nel corso di chiacchierate private, con messaggi su Telegram, in chat che si autodistruggono. «Una volta, per esempio», racconta una delle vittime, «durante la lezione si è avvicinato e mi ha chiesto se avessi fatto sesso con la mia ragazza la notte precedente, con battute del tipo “Ma quanto sei durato?”». Un’intercettazione riportata nell’ordinanza colpisce per la normalità con cui viene evocato il rapporto di dipendenza. Il prof ricorda allo studente tutto quello che avrebbe fatto per lui durante l’anno scolastico. Gli parla dei voti, gli ricorda di essergli «sempre stato vicino». Fino alla frase che per gli investigatori rappresenta il cuore della vicenda: «Un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto». Un modo di fare che, secondo l’accusa, avrebbe prodotto negli studenti la percezione che il professore potesse influenzare il loro futuro. Uno dei ragazzi verbalizza proprio questa paura: «Io non vado molto bene a scuola e quindi potrei rischiare la bocciatura ed essere estromesso dalla scuola».
C’è però chi, nel marzo scorso, ha parlato con i superiori (con un colonnello), raccontando i comportamenti del professore. Addirittura scatta le fotografie degli abbracci. Finché alcuni studenti non hanno raccontato che il prof avrebbe fatto capire di essere già a conoscenza dell’attività investigativa grazie a «non precisati informatori». Solo un mese fa uno dei ragazzi è tornato dagli inquirenti per precisare che, «mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma», il prof si sarebbe avvicinato e, «dopo avergli offerto un lecca-lecca», gli avrebbe proposto «di distruggere il suo telefono dietro il pagamento della somma di 400 o 500 euro». Il gip tira le somme: «Pare evidente che, dopo aver saputo dell’indagine a suo carico» e «nella convinzione» che l’alunno «gli sarebbe rimasto fedele, ha cercato in tutti i modi di ostacolare gli accertamenti degli inquirenti». I domiciliari vengono motivati con l’assenza di precedenti penali e perché i fatti contestati sarebbero legati esclusivamente all’ambiente scolastico. Ma il rischio di inquinamento probatorio viene considerato concreto.
L’Esercito italiano ha assicurato «il proprio sostegno all’operato della magistratura e la massima disponibilità nei confronti delle autorità inquirenti». Poi ha condannato in modo fermo «ogni forma di abuso, prevaricazione o comportamento contrario e incompatibile con i propri valori e con la propria missione istituzionale». Tradita, secondo l’accusa, dal prof di italiano e latino.
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Come già noto, sono a disposizione per il triennio 2026-2028 circa 14 miliardi, cioè lo 0,3% del Pil annuo. La deroga, però, non riguarda le accise e qui si pone un problema. Anche se i prezzi dei carburanti sono in calo (in base ai dati del Mimit, il ministero delle Imprese, il prezzo medio del diesel self è di 1,988 euro/litro rispetto a 1,994 del 3 giugno e quello della benzina self è 1,930 euro contro 1,934 euro del 3 giugno), senza interventi il costo alla pompa domani subirebbe uno scatto al rialzo. La verde salirebbe a due euro il litro mentre il diesel a circa 2,1 euro. Il governo, però, ha intenzione di non lasciar cadere gli interventi contro il caro carburanti che, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, saranno rinnovati con un decreto ministeriale direttamente sabato, al momento della scadenza del taglio delle accise.
Escludendo un decreto legge o un disegno di legge, si avrebbe una attivazione rapida, demandando l’attuazione pratica al ministero dell’Economia. Questi verificherebbe le maggiori entrate Iva del mese precedente dovute al rincaro dei carburanti, sfruttando il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Ciò sarebbe possibile perché non si verrebbe a creare un extra deficit e quindi rientrerebbe nel solco delle indicazioni di Bruxelles. Il messaggio politico del governo è chiaro: al di là delle condizioni dettate dalla Ue, per abbattere i rincari dei carburanti useremo le risorse aggiuntive. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando viene contabilizzata la cifra del periodo precedente. Fino ad ora, dal 18 marzo, data del primo intervento, sono stati spesi circa 2 miliardi di euro.
Ancora, però, non è chiaro il risultato finale per il consumatore, cioè come l’intervento sarà modulato. «Dobbiamo effettivamente valutare quant’è la disponibilità e fino al giorno 6 non l’abbiamo per motivi tecnici. In base a quello e alle condizioni di mercato, vedremo come prorogare queste forme di intervento», ha detto Giorgetti al question time in aula al Senato in risposta a un’interrogazione del Pd sugli interventi per contrastare l’aumento del costo dei carburanti. Poi ha precisato che «l’esatto dimensionamento economico dello sgravio necessita di un monitoraggio in tempo reale, in modo da incrociare i margini di bilancio accertati alla scadenza esatta con i trend dei listini petroliferi globali, garantendo la sostenibilità dei conti pubblici».
Nei giorni scorsi si era diffusa l’ipotesi dell’introduzione di un contributo una tantum da 100 euro destinato ai nuclei con un Isee non superiore a 15.000 euro. La platea potenziale sarebbe di circa 1,2 milioni di famiglie. Il sostegno verrebbe erogato tramite il sistema della social card, già utilizzato per altre misure di contrasto al caro vita, con l’obiettivo di indirizzare le risorse verso chi risente maggiormente dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La differenza rispetto al taglio delle accise sarebbe significativa anche sotto il profilo finanziario. Il nuovo bonus avrebbe un costo stimato intorno ai 120 milioni di euro, una cifra decisamente inferiore rispetto ai circa 2 miliardi spesi dall’esecutivo negli ultimi mesi per mantenere ridotte le imposte sui carburanti.
La copertura potrebbe arrivare dall’incremento del gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi alla pompa. Di questa misura, però, Giorgetti ieri non ha parlato né è entrata all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Quanto ai 14 miliardi di flessibilità concessi da Bruxelles solo, però, per potenziare le rinnovabili, siccome l’Italia è ancora sotto procedura Ue sui conti, andrebbero contabilizzate nel deficit. Oppure, secondo ipotetico scenario, l’Italia potrebbe aspettare le nuove stime sul disavanzo a settembre e, si osserva nella maggioranza, se confermassero una soglia sotto il 3% e l’uscita dalla procedura, scorporare le spese. Il tutto, a ogni modo, solo dopo che la flessibilità sia operativa, dopo il via libera dell’Ecofin. Una scelta politica che, stando alle parole del ministro Giorgetti, «non avverrà nel chiuso del ministero» ma «imporrà un confronto con il Parlamento», e sulla quale c’è da immaginare che peseranno gli effetti dello choc energetico sulle famiglie e sulle imprese, effetti che «non si sono ancora pienamente manifestati».
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha sottolineato che, «oltre al taglio generalizzato delle accise, del quale beneficia in maniera proporzionale anche il settore agricolo, il governo ha previsto, con gli ultimi decreti legge, un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per l’acquisto di carburante a beneficio del comparto e della pesca con uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro».
L’Unione consumatori lamenta la vaghezza delle dichiarazioni di Giorgetti: «Mancano due giorni è ancora non sono stati chiariti i termini della proroga», ha affermato ieri il presidente Massimiliano Dona. «Non vorremmo che, dopo la riduzione dello sconto sulla benzina da 20 a 5 centesimi previsto dal decreto-legge numero 63 del 30 aprile 2026, dopo quella sul gasolio da 20 a 10 centesimi introdotto con il decreto legge numero 89 del 22 maggio 2026, ora seguisse un terzo taglio».
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