True
2018-04-27
L’esercito degli immigrati intenzionati a sterminarci
ANSA
«Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito», disse Franco Gabrielli (ora capo della polizia) nell'agosto del 2016. Trattasi dello stesso Gabrielli che, esattamente un anno dopo, nell'agosto del 2017, dichiarò: «Se non si riesce a ottenere i rimpatri, non resta che l'integrazione, che peraltro è un'opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo». Ed è sempre il medesimo Gabrielli che, il 10 aprile scorso, è stato costretto ad ammettere: «Terroristi sui barconi dei migranti? È possibile». Insomma, ha negato fino all'ultimo (come del resto hanno fatto anche il ministro Marco Minniti e numerosi altri esponenti delle istituzioni). Ha minimizzato fino a quando la realtà non lo ha platealmente smentito, dimostrando che il legame tra immigrazione e terrorismo esiste, ed è fortissimo.
Non a caso, giusto ieri, Franco Gabrielli era a Napoli per commentare l'arresto di Alagie Touray, richiedente asilo nato in Gambia nel 1996, sbarcato a Messina un anno fa assieme ad altri 638 migranti, di cui 209 suoi connazionali. Touray aveva giurato fedeltà al califfo dello Stato islamico, Abu Bakr Al Baghdadi e meditava «di lanciare un'autovettura contro la folla». Lo abbiamo fatto entrare nel nostro Paese, lo abbiamo accolto, e lui progettava di ucciderci. Non è certo il primo. Gli immigrati intenzionati a farci la pelle compongono un vero esercito, che ha approfittato della nostra buona fede e della nostra ingenuità per favorire la nostra cancellazione dalla faccia della Terra.
Basta un elenco sommario per rendersi conto di quanti siano gli stranieri giunti sulle nostre coste che hanno maturato propositi di sterminio. Cominciamo dal più celebre, ovvero Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale di Berlino, fortunatamente ucciso dalle forze dell'ordine a Sesto San Giovanni nel 2016. Amri arrivò a Lampedusa a bordo di un barcone nell'aprile del 2011. Lo spedirono al centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania, e per ringraziare dell'ospitalità il manigoldo pensò bene di appiccare un incendio. Fu condannato a 4 anni di carcere e si prese un decreto di espulsione, che però non fu mai attuato. I risultati si sono visti: 12 morti e 56 feriti.
Un altro vip del jihadismo internazionale che si è installato dalle nostre parti è Eli Bombataliev, arrivato in Italia nel 2012. Lo hanno arrestato a Bari nel luglio del 2017, era in attesa del permesso di soggiorno. Ceceno, era un pezzo grosso del terrore: aveva combattuto a Grozny e in Siria, e dalle nostre parti si dedicava al reclutamento di aspiranti martiri. «Gli italiani sono animali, vanno puniti», amava ripetere. Voleva trasformare in una martire una delle sue mogli, la russa Marina Kamchmazova, residente a Napoli. Aveva instradato un paio di ragazzi albanesi che vivevano in Basilicata. Spesso predicava a Foggia, in una «associazione culturale» tramutata in moschea. Faceva le veci dell'imam locale, tale Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, 59 anni, egiziano con cittadinanza italiana. Quest'ultimo, sposato a un'italiana di 79 anni, è stato fermato alla fine di marzo di quest'anno. Si è scoperto che il simpatico Omer gestiva una scuola islamica in cui insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli.
Restiamo in Puglia, precisamente a Bari, città da cui transitò anche Salah Abdeslam, uno dei macellai del Bataclan. Il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) che sorge in città ha ospitato negli anni parecchi soggetti pericolosi, tutti mantenuti a spese della collettività italica. Lì era domiciliato l'afghano Hakim Nasri, arrestato con l'accusa di pianificare attentati nel nostro Paese e in altri Stati europei. Nello stesso luogo erano domiciliati anche Qari Khesta Mir Ahmadzai e Surgui Ahmadzai, pure loro decisi a mietere vittime italiane. Questi due sfuggirono alla cattura. In compenso, assieme a Nasri, furono arrestati un altro afghano e un pakistano. Piccola curiosità: Hakim Nasri si fece fotografare assieme al sindaco di Bari, Antonio Decaro, durante la «Marcia degli scalzi», organizzata da varie personalità della sinistra nel 2015 in difesa dei migranti.
I centri di accoglienza, luoghi deputati a ospitare le povere vittime in fuga dalla guerra e dalla carestia, hanno offerto riparo a un bel po' di fanatici. Per esempio l'iracheno Hussein Abss Hamyar, 29 anni, arrestato nel luglio 2017. Viveva in un centro Sprar di Crotone, dove istigava altri immigrati a giurare fedeltà al califfo dello Stato islamico. Lo hanno preso dopo che aveva festeggiato per l'attacco esplosivo alla Manchester arena, durante il concerto di Ariana Grande. Gioiva per i ragazzini feriti, sosteneva che agli italiani bisognava «tagliare la gola».
In un altro centro di accoglienza, a Licodia Eubea (Catania), si trovava un algerino di 48 anni, espulso dall'Italia nel luglio del 2017. Si vantava di aver sgozzato numerosi uomini e di aver combattuto con i jihadisti in patria. Aggrediva e molestava le operatrici del centro, e minacciava di compiere stragi qui da noi.
Sempre nel 2017, questa volta in aprile, fu il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a dichiarare che nel Nisseno e in provincia di Enna «sono emersi processi di radicalizzazione di alcuni soggetti nei centri per immigrati». Uno di questi, il pakistano Muhammad Bilal, 25 anni, fu espulso nel 2015. Nel gennaio del 2017, invece, è stato cacciato il tunisino Jilani Ben Mahmoud, clandestino arrestato a Siracusa che aveva tentato di reclutare jihadisti in carcere. Nello stesso periodo fu allontanato anche un uomo di 32 anni di Padova, marocchino, che aveva ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo.
Sempre in un centro accoglienza, questa volta a Campomarino, in provincia di Campobasso, fu arrestato dalla Digos Mohammed A., 22 anni, accusato di induzione al terrorismo. A segnalarlo furono altri immigrati musulmani.
L'elenco è ancora lungo, ma è destinato a essere incompleto. Non sappiamo esattamente quanti combattenti della jihad siano approdati nel nostro Paese. Da tempo si parla di rischio terrorismo legato ai cosiddetti «sbarchi fantasma» sulle spiagge siciliane, dove arrivano stranieri per lo più provenienti da Tunisia e Algeria.
Il 10 aprile scorso la Guardia di finanza di Palermo ha arrestato dieci persone, componenti di un'organizzazione che gestiva il traffico di clandestini proprio dalla Tunisia. Programmavano viaggi molto costosi (tra i 3.000 e i 5.000 euro) riservati a persone intenzionate a evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong e della successiva identificazione. Insomma, questi trafficanti garantivano l'anonimato ai loro passeggeri, tra cui c'erano pure jihadisti.
Su un banalissimo gommone, invece, è approdato in Italia Moftah Al Sllake, 34 anni, combattente libico che in queste ore è ricercato dalle autorità italiane su segnalazione dell'Fbi. Si sa che progettava un attentato a un centro commerciale di Genova, ma non dove si trovi attualmente. In un'intercettazione, Al Sllake spiega come è giunto qui: «Ho impiegato dodici ore in acqua litigando con i neri». Povera stella.
Con altri personaggi abbiamo fatto addirittura di meglio. Non solo li abbiamo fatti entrare e ospitati, ma li abbiamo anche omaggiati con sussidi e assegni di mantenimento.
È il caso di Abdul Rahman Nauroz, preso a Merano nel 2015 assieme a sei compari che pianificavano attentati in Europa. Costui, scrissero i carabinieri, viveva in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città». Nauroz aveva ottenuto l'asilo politico dichiarando di essere perseguitato dal gruppo jihadista Ansar al Islam. Fingeva di essere vittima della stessa organizzazione di cui faceva parte. Gli abbiamo concesso di restare qui, con la casa pagata e un sussidio gentilmente fornito dalla Provincia autonoma di Bolzano. Hassan Saman, un altro arrestato nel corso della medesima operazione, percepiva 2.000 euro di sussidio perché padre di 5 figli. Mohamed Koraichi, arrestato in provincia di Lecco nel 2016, percepiva 1.000 euro di soldi pubblici ogni trenta giorni. Ajman Veapi, macedone fermato a Mestre nello stesso anno, riceveva un assegno di 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli Venezia Giulia. Yahya Khan Ridi, afghano, viveva a Foggia con lo status di rifugiato e un contributo analogo. In Provincia di Bergamo stava un altro predicatore radicale, Hafiz Muhammad Zulkifal, che grazie ai suoi 8 figli incassava denaro dei contribuenti che gli consentiva di pagare l'affitto e mandare a scuola i pargoli (parliamo di migliaia di euro).
Per questa gente intenzionata ad ammazzarci spendiamo milioni e milioni di euro. E ci prepariamo a spenderne ancora di più, come spiega il Def (documento di economia e finanza) preparato dal governo. Ieri l'Ansa ha riportato alcuni stralci del testo: «La spesa per i migranti si è attestata nel 2017 a 4,3 miliardi, e salirà nel 2018, ferma restando la capacità di frenare gli arrivi, tra i 4,6 e 5 miliardi», si legge. «La diminuzione degli sbarchi non si riflette in una proporzionale riduzione della permanenza dei migranti nei centri di accoglienza (circa 174.000 le presenze nelle strutture a inizio aprile, ndr), anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento».
Capito? Anche se negli ultimi mesi sono arrivati meno migranti, spenderemo comunque di più dell'anno passato per ospitarli. E in ogni caso state tranquilli, gli sbarchi torneranno presto ad aumentare: l'esercito di chi ci odia non può rimanere privo di rinforzi.
Francesco Borgonovo
Il richiedente asilo che progettava un attentato in auto
Frequentava una moschea, presentava la zebiba sulla fronte, piaga che si crea dal prolungato urto nel tempo della testa sul pavimento, postura adottata durante la preghiera. Gli hanno trovato appunti in arabo su racconti antichi della tradizione coranica più integralista, che solo un fervente islamista terrebbe con sé, eppure lui dice di credere a intermittenza. Ha registrato per ben tre volte un video da combattente pronto al martirio (rivolgendo l'indice al cielo, segno della potenza di Allah) e l'ha diffuso sulla chat di Telegram, ma sostiene che era solo uno scherzo. Aveva ricevuto l'ordine di uccidere, come già avvenuto in altri attentati nel resto d'Europa, da Nizza a Berlino, ma afferma che era un gioco.
Per il giudice che l'ha privato della libertà, confermando il fermo d'indiziato di delitto disposto dalla Procura di Napoli, i gravi indizi di colpevolezza a suo carico ci sono tutti. Alagie Touray, 21 anni, gambiano, è stato fermato a Napoli il 20 aprile nel corso di un'operazione antiterrorismo condotta dai poliziotti della Digos e dai carabinieri del Ros. E non è un caso che sia stato bloccato proprio mentre usciva della moschea di Licola, piccola località flegrea a ridosso di Pozzuoli. Partito dalla Libia, è arrivato lì un anno fa, come è stato ricostruito dagli investigatori, dopo essere sbarcato a Messina il 22 marzo 2017. E da allora, come gli altri richiedenti asilo politico, vive in un centro d'accoglienza, con 77 euro al mese più vitto e alloggio. Touray era titolare di un foglio di soggiorno provvisorio e la sua pratica per la concessione dello status da rifugiato era ancora in valutazione. E mentre era nel centro e frequentava la moschea, studiava da combattente. Ora è accusato di «partecipazione all'associazione terroristica denominata Islamic State o Daesh». Perché si sentiva pronto. A provarlo, secondo gli investigatori, c'è il video in cui giurava fedeltà all'Isis e al califfo Al Baghdadi.
Il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, ha spiegato che dopo averlo diffuso su Telegram ha ricevuto l'ordine di preparare l'attentato. Lui, in un interrogatorio dai toni a tratti imbarazzanti, ha spiegato che non intendeva davvero lanciarsi sulla folla con l'auto in corsa.
Ma tra le prove elencate nell'atto d'accusa di 16 pagine, di cui la Verità è in possesso, ci sono i messaggi della chat con i confratelli islamisti (sui quali ora sono concentrate le indagini della Procura antiterrorismo napoletana). A loro chiedeva di pregare per lui perché era «in missione» e di non contattarlo se non l'avesse fatto lui per primo. E proprio in quel messaggio, stando all'accusa, c'è la prova che avesse davvero in testa di mettere in atto qualcosa di molto grave.
L'indagine è partita dopo una segnalazione dei servizi segreti spagnoli, che per primi hanno scoperto su Telegram il video del giuramento di fedeltà al califfo. Dal suo telefonino, però, Alagie aveva cancellato quella ripresa, recuperata grazie all'impegno degli esperti informatici scelti dai magistrati. L'inchiesta, coordinata personalmente dal procuratore Melillo, è stata condotta dall'aggiunto Rosa Volpe e dal pubblico ministero Gianfranco Scarfò del pool antiterrorismo. La segnalazione è arrivata nell'ufficio di Scarfò direttamente da Madrid, tramite l'Aise (l'intelligence italiana che si occupa di minaccia estera).
L'importanza di quel video è racchiusa nelle parole del capo della polizia Franco Gabrielli (in passato ai vertici dei servizi segreti): «Normalmente, negli attentati che ci sono stati, il giuramento è l'attività prodromica alla commissione di delitti». Se volesse far seguito al giuramento, dove e con quali modalità, al momento non è chiaro. Ma nell'atto giudiziario è spiegato che tutti gli indizi conducono alla possibilità di un imminente atto terroristico in territorio napoletano, con un'auto da lanciare sulla folla, a cui poi sarebbe dovuto seguire il martirio.
Spiega ancora Gabrielli: «Prima aveva detto che era uno scherzo, poi una proposta cui non avrebbe dato seguito, ma sono tutte cose che devono essere accertate. Ancora una volta il sistema di prevenzione ha funzionato. Soprattutto ha funzionato la corretta circuitazione delle informazioni tra l'intelligence e le forze di polizia».
L'aspetto importante di questa inchiesta, infatti, è legato alla prevenzione. È la prima volta che si intercetta e si riesce a entrare nei meccanismi che precedono un attentato. In tutti gli altri casi, i giuramenti sono stati accertati quando ormai era troppo tardi.
Fabio Amendolara
I messaggi sulla chat: «Sono in missione per Allah»
«Giuro di prestare fedeltà al Califfo dei musulmani Abu Bakr Al Quaraishi Al Baghdadi, nei momenti difficili e facili, nel mese di Rajab giorno 2». Inizia così, con questo giuramento, il video che Alagie Touray, ventunenne del Gambia richiedente asilo, registra e pubblica su una chat crittografata di un sistema di messaggistica per smartphone.
È l'ultima settimana di marzo quando gli investigatori della polizia di Stato e del Ros dell'Arma dei carabinieri intercettano la conversazione. Dieci secondi di filmato, seguiti da una seconda clip che il ragazzo decide di affidare ancora una volta a un canale islamico presente sull'applicazione per cellulari: «Allah, il compassionevole, il misericordioso, mi è testimone di quello che dico».
Aveva scelto Telegram, Touray. Un programma scaricabile gratuitamente sui cellulari. Un sistema del tutto simile al più famoso Whatsapp ma con una differenza fondamentale: la possibilità di creare chat segrete, crittografate e soprattutto con timer per stabilirne l'autodistruzione. Basta un semplice clic. Si sceglie di avviare una nuova conversazione, si imposta un conto alla rovescia e dopo un giorno, due o una settimana la chat - con tutti i suoi contenuti - viene distrutta. Addio tracce, file multimediali e utenti coinvolti. Uno stratagemma che però non è servito, in questo caso, a disorientare gli 007 italiani.
L'utilizzo di Telegram è piuttosto diffuso tra i fanatici dell'Isis, spiegano gli esperti. Un pericolo, quello delle conversazioni difficili da intercettare, che ha allarmato anche i vertici della sicurezza nazionale iraniana che proprio nelle scorse ore hanno proposto di vietare l'utilizzo dell'applicazione per cellulari. È sempre attraverso Telegram che Touray, residente a Pozzuoli, in provincia di Napoli, riceve una proposta per «diventare martire in nome del Jihad» lanciandosi con «un'auto sulla folla di infedeli». Proposta affiancata, secondo quanto si apprende, anche da un'offerta di denaro.
Quelli di Touray non erano semplici video promozionali, filmati in cui enfatizzare il proprio credo musulmano e l'adesione alla jihad. Il ventunenne interagiva con altri utenti. «Pregate Allah, l'Altissimo. Pregate per me», scriveva sul canale Telegram. E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare in Italia rispondeva laconico: «Sono in missione».
La Digos della Questura di Napoli, in stretta collaborazione con il Ros dell'Arma dei carabinieri e gli apparati d'intelligence dell'Aise e dell'Aisi continuano ad indagare per risalire agli altri partecipanti della chat. I contatti sul sistema di messaggistica per cellulari non erano frequenti, giornalieri. Touray scriveva e registrava messaggi vocali con una frequenza bisettimanale.
«Signore, infondi in noi la perseveranza, fai saldi i nostri assi e dacci la vittoria sul popolo dei miscredenti», questo uno degli ultimi messaggi scritti sul canale Telegram, un'invocazione di Allah tratta dal Corano e frequente nelle preghiere del venerdì in moschea.
Ed è proprio sui centri di preghiera clandestini del Napoletano che si concentrano ora le attività investigative degli 007. Su quel bacino incontrollabile in cui si annida la radicalizzazione e si concretizza l'arruolamento di nuovi soldati del Califfato.
Giancarlo Palombi
Continua a leggereRiduci
Nel 2018 spenderemo 5 miliardi per l'accoglienza, più dell'anno scorso. Soldi con cui manteniamo pure chi ci odia, come il gambiano fermato ieri.Il jihadista arrestato a Napoli comunicava tramite Telegram con i suoi contatti. A cui diceva: «Dovete pregare per me».Alagie Touray era arrivato un anno fa a Messina su un barcone. Aveva giurato fedeltà all'Isis e si diceva pronto a immolarsi.Lo speciale contiene tre articoli.«Ad oggi questo tanto sbandierato parallelismo tra flussi migratori e rischio terrorismo è quanto meno ardito», disse Franco Gabrielli (ora capo della polizia) nell'agosto del 2016. Trattasi dello stesso Gabrielli che, esattamente un anno dopo, nell'agosto del 2017, dichiarò: «Se non si riesce a ottenere i rimpatri, non resta che l'integrazione, che peraltro è un'opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo». Ed è sempre il medesimo Gabrielli che, il 10 aprile scorso, è stato costretto ad ammettere: «Terroristi sui barconi dei migranti? È possibile». Insomma, ha negato fino all'ultimo (come del resto hanno fatto anche il ministro Marco Minniti e numerosi altri esponenti delle istituzioni). Ha minimizzato fino a quando la realtà non lo ha platealmente smentito, dimostrando che il legame tra immigrazione e terrorismo esiste, ed è fortissimo. Non a caso, giusto ieri, Franco Gabrielli era a Napoli per commentare l'arresto di Alagie Touray, richiedente asilo nato in Gambia nel 1996, sbarcato a Messina un anno fa assieme ad altri 638 migranti, di cui 209 suoi connazionali. Touray aveva giurato fedeltà al califfo dello Stato islamico, Abu Bakr Al Baghdadi e meditava «di lanciare un'autovettura contro la folla». Lo abbiamo fatto entrare nel nostro Paese, lo abbiamo accolto, e lui progettava di ucciderci. Non è certo il primo. Gli immigrati intenzionati a farci la pelle compongono un vero esercito, che ha approfittato della nostra buona fede e della nostra ingenuità per favorire la nostra cancellazione dalla faccia della Terra.Basta un elenco sommario per rendersi conto di quanti siano gli stranieri giunti sulle nostre coste che hanno maturato propositi di sterminio. Cominciamo dal più celebre, ovvero Anis Amri, lo stragista del mercatino di Natale di Berlino, fortunatamente ucciso dalle forze dell'ordine a Sesto San Giovanni nel 2016. Amri arrivò a Lampedusa a bordo di un barcone nell'aprile del 2011. Lo spedirono al centro di accoglienza di Belpasso, vicino a Catania, e per ringraziare dell'ospitalità il manigoldo pensò bene di appiccare un incendio. Fu condannato a 4 anni di carcere e si prese un decreto di espulsione, che però non fu mai attuato. I risultati si sono visti: 12 morti e 56 feriti.Un altro vip del jihadismo internazionale che si è installato dalle nostre parti è Eli Bombataliev, arrivato in Italia nel 2012. Lo hanno arrestato a Bari nel luglio del 2017, era in attesa del permesso di soggiorno. Ceceno, era un pezzo grosso del terrore: aveva combattuto a Grozny e in Siria, e dalle nostre parti si dedicava al reclutamento di aspiranti martiri. «Gli italiani sono animali, vanno puniti», amava ripetere. Voleva trasformare in una martire una delle sue mogli, la russa Marina Kamchmazova, residente a Napoli. Aveva instradato un paio di ragazzi albanesi che vivevano in Basilicata. Spesso predicava a Foggia, in una «associazione culturale» tramutata in moschea. Faceva le veci dell'imam locale, tale Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, 59 anni, egiziano con cittadinanza italiana. Quest'ultimo, sposato a un'italiana di 79 anni, è stato fermato alla fine di marzo di quest'anno. Si è scoperto che il simpatico Omer gestiva una scuola islamica in cui insegnava ai bambini a «bere il sangue» degli infedeli. Restiamo in Puglia, precisamente a Bari, città da cui transitò anche Salah Abdeslam, uno dei macellai del Bataclan. Il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) che sorge in città ha ospitato negli anni parecchi soggetti pericolosi, tutti mantenuti a spese della collettività italica. Lì era domiciliato l'afghano Hakim Nasri, arrestato con l'accusa di pianificare attentati nel nostro Paese e in altri Stati europei. Nello stesso luogo erano domiciliati anche Qari Khesta Mir Ahmadzai e Surgui Ahmadzai, pure loro decisi a mietere vittime italiane. Questi due sfuggirono alla cattura. In compenso, assieme a Nasri, furono arrestati un altro afghano e un pakistano. Piccola curiosità: Hakim Nasri si fece fotografare assieme al sindaco di Bari, Antonio Decaro, durante la «Marcia degli scalzi», organizzata da varie personalità della sinistra nel 2015 in difesa dei migranti. I centri di accoglienza, luoghi deputati a ospitare le povere vittime in fuga dalla guerra e dalla carestia, hanno offerto riparo a un bel po' di fanatici. Per esempio l'iracheno Hussein Abss Hamyar, 29 anni, arrestato nel luglio 2017. Viveva in un centro Sprar di Crotone, dove istigava altri immigrati a giurare fedeltà al califfo dello Stato islamico. Lo hanno preso dopo che aveva festeggiato per l'attacco esplosivo alla Manchester arena, durante il concerto di Ariana Grande. Gioiva per i ragazzini feriti, sosteneva che agli italiani bisognava «tagliare la gola».In un altro centro di accoglienza, a Licodia Eubea (Catania), si trovava un algerino di 48 anni, espulso dall'Italia nel luglio del 2017. Si vantava di aver sgozzato numerosi uomini e di aver combattuto con i jihadisti in patria. Aggrediva e molestava le operatrici del centro, e minacciava di compiere stragi qui da noi. Sempre nel 2017, questa volta in aprile, fu il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a dichiarare che nel Nisseno e in provincia di Enna «sono emersi processi di radicalizzazione di alcuni soggetti nei centri per immigrati». Uno di questi, il pakistano Muhammad Bilal, 25 anni, fu espulso nel 2015. Nel gennaio del 2017, invece, è stato cacciato il tunisino Jilani Ben Mahmoud, clandestino arrestato a Siracusa che aveva tentato di reclutare jihadisti in carcere. Nello stesso periodo fu allontanato anche un uomo di 32 anni di Padova, marocchino, che aveva ottenuto un permesso di soggiorno di lungo periodo. Sempre in un centro accoglienza, questa volta a Campomarino, in provincia di Campobasso, fu arrestato dalla Digos Mohammed A., 22 anni, accusato di induzione al terrorismo. A segnalarlo furono altri immigrati musulmani.L'elenco è ancora lungo, ma è destinato a essere incompleto. Non sappiamo esattamente quanti combattenti della jihad siano approdati nel nostro Paese. Da tempo si parla di rischio terrorismo legato ai cosiddetti «sbarchi fantasma» sulle spiagge siciliane, dove arrivano stranieri per lo più provenienti da Tunisia e Algeria. Il 10 aprile scorso la Guardia di finanza di Palermo ha arrestato dieci persone, componenti di un'organizzazione che gestiva il traffico di clandestini proprio dalla Tunisia. Programmavano viaggi molto costosi (tra i 3.000 e i 5.000 euro) riservati a persone intenzionate a evitare la trafila del recupero in mare da parte delle Ong e della successiva identificazione. Insomma, questi trafficanti garantivano l'anonimato ai loro passeggeri, tra cui c'erano pure jihadisti. Su un banalissimo gommone, invece, è approdato in Italia Moftah Al Sllake, 34 anni, combattente libico che in queste ore è ricercato dalle autorità italiane su segnalazione dell'Fbi. Si sa che progettava un attentato a un centro commerciale di Genova, ma non dove si trovi attualmente. In un'intercettazione, Al Sllake spiega come è giunto qui: «Ho impiegato dodici ore in acqua litigando con i neri». Povera stella.Con altri personaggi abbiamo fatto addirittura di meglio. Non solo li abbiamo fatti entrare e ospitati, ma li abbiamo anche omaggiati con sussidi e assegni di mantenimento. È il caso di Abdul Rahman Nauroz, preso a Merano nel 2015 assieme a sei compari che pianificavano attentati in Europa. Costui, scrissero i carabinieri, viveva in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città». Nauroz aveva ottenuto l'asilo politico dichiarando di essere perseguitato dal gruppo jihadista Ansar al Islam. Fingeva di essere vittima della stessa organizzazione di cui faceva parte. Gli abbiamo concesso di restare qui, con la casa pagata e un sussidio gentilmente fornito dalla Provincia autonoma di Bolzano. Hassan Saman, un altro arrestato nel corso della medesima operazione, percepiva 2.000 euro di sussidio perché padre di 5 figli. Mohamed Koraichi, arrestato in provincia di Lecco nel 2016, percepiva 1.000 euro di soldi pubblici ogni trenta giorni. Ajman Veapi, macedone fermato a Mestre nello stesso anno, riceveva un assegno di 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli Venezia Giulia. Yahya Khan Ridi, afghano, viveva a Foggia con lo status di rifugiato e un contributo analogo. In Provincia di Bergamo stava un altro predicatore radicale, Hafiz Muhammad Zulkifal, che grazie ai suoi 8 figli incassava denaro dei contribuenti che gli consentiva di pagare l'affitto e mandare a scuola i pargoli (parliamo di migliaia di euro).Per questa gente intenzionata ad ammazzarci spendiamo milioni e milioni di euro. E ci prepariamo a spenderne ancora di più, come spiega il Def (documento di economia e finanza) preparato dal governo. Ieri l'Ansa ha riportato alcuni stralci del testo: «La spesa per i migranti si è attestata nel 2017 a 4,3 miliardi, e salirà nel 2018, ferma restando la capacità di frenare gli arrivi, tra i 4,6 e 5 miliardi», si legge. «La diminuzione degli sbarchi non si riflette in una proporzionale riduzione della permanenza dei migranti nei centri di accoglienza (circa 174.000 le presenze nelle strutture a inizio aprile, ndr), anche per i limitati esiti dei piani Ue di ricollocamento». Capito? Anche se negli ultimi mesi sono arrivati meno migranti, spenderemo comunque di più dell'anno passato per ospitarli. E in ogni caso state tranquilli, gli sbarchi torneranno presto ad aumentare: l'esercito di chi ci odia non può rimanere privo di rinforzi.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-degli-immigrati-intenzionati-a-sterminarci-2563594811.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-richiedente-asilo-che-progettava-un-attentato-in-auto" data-post-id="2563594811" data-published-at="1779389468" data-use-pagination="False"> Il richiedente asilo che progettava un attentato in auto Frequentava una moschea, presentava la zebiba sulla fronte, piaga che si crea dal prolungato urto nel tempo della testa sul pavimento, postura adottata durante la preghiera. Gli hanno trovato appunti in arabo su racconti antichi della tradizione coranica più integralista, che solo un fervente islamista terrebbe con sé, eppure lui dice di credere a intermittenza. Ha registrato per ben tre volte un video da combattente pronto al martirio (rivolgendo l'indice al cielo, segno della potenza di Allah) e l'ha diffuso sulla chat di Telegram, ma sostiene che era solo uno scherzo. Aveva ricevuto l'ordine di uccidere, come già avvenuto in altri attentati nel resto d'Europa, da Nizza a Berlino, ma afferma che era un gioco. Per il giudice che l'ha privato della libertà, confermando il fermo d'indiziato di delitto disposto dalla Procura di Napoli, i gravi indizi di colpevolezza a suo carico ci sono tutti. Alagie Touray, 21 anni, gambiano, è stato fermato a Napoli il 20 aprile nel corso di un'operazione antiterrorismo condotta dai poliziotti della Digos e dai carabinieri del Ros. E non è un caso che sia stato bloccato proprio mentre usciva della moschea di Licola, piccola località flegrea a ridosso di Pozzuoli. Partito dalla Libia, è arrivato lì un anno fa, come è stato ricostruito dagli investigatori, dopo essere sbarcato a Messina il 22 marzo 2017. E da allora, come gli altri richiedenti asilo politico, vive in un centro d'accoglienza, con 77 euro al mese più vitto e alloggio. Touray era titolare di un foglio di soggiorno provvisorio e la sua pratica per la concessione dello status da rifugiato era ancora in valutazione. E mentre era nel centro e frequentava la moschea, studiava da combattente. Ora è accusato di «partecipazione all'associazione terroristica denominata Islamic State o Daesh». Perché si sentiva pronto. A provarlo, secondo gli investigatori, c'è il video in cui giurava fedeltà all'Isis e al califfo Al Baghdadi. Il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, ha spiegato che dopo averlo diffuso su Telegram ha ricevuto l'ordine di preparare l'attentato. Lui, in un interrogatorio dai toni a tratti imbarazzanti, ha spiegato che non intendeva davvero lanciarsi sulla folla con l'auto in corsa. Ma tra le prove elencate nell'atto d'accusa di 16 pagine, di cui la Verità è in possesso, ci sono i messaggi della chat con i confratelli islamisti (sui quali ora sono concentrate le indagini della Procura antiterrorismo napoletana). A loro chiedeva di pregare per lui perché era «in missione» e di non contattarlo se non l'avesse fatto lui per primo. E proprio in quel messaggio, stando all'accusa, c'è la prova che avesse davvero in testa di mettere in atto qualcosa di molto grave. L'indagine è partita dopo una segnalazione dei servizi segreti spagnoli, che per primi hanno scoperto su Telegram il video del giuramento di fedeltà al califfo. Dal suo telefonino, però, Alagie aveva cancellato quella ripresa, recuperata grazie all'impegno degli esperti informatici scelti dai magistrati. L'inchiesta, coordinata personalmente dal procuratore Melillo, è stata condotta dall'aggiunto Rosa Volpe e dal pubblico ministero Gianfranco Scarfò del pool antiterrorismo. La segnalazione è arrivata nell'ufficio di Scarfò direttamente da Madrid, tramite l'Aise (l'intelligence italiana che si occupa di minaccia estera). L'importanza di quel video è racchiusa nelle parole del capo della polizia Franco Gabrielli (in passato ai vertici dei servizi segreti): «Normalmente, negli attentati che ci sono stati, il giuramento è l'attività prodromica alla commissione di delitti». Se volesse far seguito al giuramento, dove e con quali modalità, al momento non è chiaro. Ma nell'atto giudiziario è spiegato che tutti gli indizi conducono alla possibilità di un imminente atto terroristico in territorio napoletano, con un'auto da lanciare sulla folla, a cui poi sarebbe dovuto seguire il martirio. Spiega ancora Gabrielli: «Prima aveva detto che era uno scherzo, poi una proposta cui non avrebbe dato seguito, ma sono tutte cose che devono essere accertate. Ancora una volta il sistema di prevenzione ha funzionato. Soprattutto ha funzionato la corretta circuitazione delle informazioni tra l'intelligence e le forze di polizia». L'aspetto importante di questa inchiesta, infatti, è legato alla prevenzione. È la prima volta che si intercetta e si riesce a entrare nei meccanismi che precedono un attentato. In tutti gli altri casi, i giuramenti sono stati accertati quando ormai era troppo tardi. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-degli-immigrati-intenzionati-a-sterminarci-2563594811.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-messaggi-sulla-chat-sono-in-missione-per-allah" data-post-id="2563594811" data-published-at="1779389468" data-use-pagination="False"> I messaggi sulla chat: «Sono in missione per Allah» «Giuro di prestare fedeltà al Califfo dei musulmani Abu Bakr Al Quaraishi Al Baghdadi, nei momenti difficili e facili, nel mese di Rajab giorno 2». Inizia così, con questo giuramento, il video che Alagie Touray, ventunenne del Gambia richiedente asilo, registra e pubblica su una chat crittografata di un sistema di messaggistica per smartphone. È l'ultima settimana di marzo quando gli investigatori della polizia di Stato e del Ros dell'Arma dei carabinieri intercettano la conversazione. Dieci secondi di filmato, seguiti da una seconda clip che il ragazzo decide di affidare ancora una volta a un canale islamico presente sull'applicazione per cellulari: «Allah, il compassionevole, il misericordioso, mi è testimone di quello che dico». Aveva scelto Telegram, Touray. Un programma scaricabile gratuitamente sui cellulari. Un sistema del tutto simile al più famoso Whatsapp ma con una differenza fondamentale: la possibilità di creare chat segrete, crittografate e soprattutto con timer per stabilirne l'autodistruzione. Basta un semplice clic. Si sceglie di avviare una nuova conversazione, si imposta un conto alla rovescia e dopo un giorno, due o una settimana la chat - con tutti i suoi contenuti - viene distrutta. Addio tracce, file multimediali e utenti coinvolti. Uno stratagemma che però non è servito, in questo caso, a disorientare gli 007 italiani. L'utilizzo di Telegram è piuttosto diffuso tra i fanatici dell'Isis, spiegano gli esperti. Un pericolo, quello delle conversazioni difficili da intercettare, che ha allarmato anche i vertici della sicurezza nazionale iraniana che proprio nelle scorse ore hanno proposto di vietare l'utilizzo dell'applicazione per cellulari. È sempre attraverso Telegram che Touray, residente a Pozzuoli, in provincia di Napoli, riceve una proposta per «diventare martire in nome del Jihad» lanciandosi con «un'auto sulla folla di infedeli». Proposta affiancata, secondo quanto si apprende, anche da un'offerta di denaro. Quelli di Touray non erano semplici video promozionali, filmati in cui enfatizzare il proprio credo musulmano e l'adesione alla jihad. Il ventunenne interagiva con altri utenti. «Pregate Allah, l'Altissimo. Pregate per me», scriveva sul canale Telegram. E a chi gli chiedeva cosa dovesse fare in Italia rispondeva laconico: «Sono in missione». La Digos della Questura di Napoli, in stretta collaborazione con il Ros dell'Arma dei carabinieri e gli apparati d'intelligence dell'Aise e dell'Aisi continuano ad indagare per risalire agli altri partecipanti della chat. I contatti sul sistema di messaggistica per cellulari non erano frequenti, giornalieri. Touray scriveva e registrava messaggi vocali con una frequenza bisettimanale. «Signore, infondi in noi la perseveranza, fai saldi i nostri assi e dacci la vittoria sul popolo dei miscredenti», questo uno degli ultimi messaggi scritti sul canale Telegram, un'invocazione di Allah tratta dal Corano e frequente nelle preghiere del venerdì in moschea. Ed è proprio sui centri di preghiera clandestini del Napoletano che si concentrano ora le attività investigative degli 007. Su quel bacino incontrollabile in cui si annida la radicalizzazione e si concretizza l'arruolamento di nuovi soldati del Califfato. Giancarlo Palombi
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.