True
2021-03-30
«Epurazioni e agevolazioni di amici». La denuncia dei sindacati su Agenas
Roberto Speranza (Ansa)
Si occupavano di ricerca in campo sanitario e di assistenza tecnica al ministero della Salute, ma anche di importanti monitoraggi come quelli sulle liste d'attesa negli ospedali. A dicembre, però, sono stati scaricati dal ministro Roberto Speranza, che gli aveva promesso la stabilizzazione intervenendo sulla legge di bilancio con un emendamento pasticciato costruito dai parlamentari di Liberi e uguali e bocciato dal ministero Funzione pubblica perché entrava in conflitto con la legge Madia. E, così, dopo il fallimento di ogni tentativo sindacale di trovare una soluzione, i 70 precari dell'Agenas, organo tecnico scientifico del Servizio sanitario nazionale che collabora con le Regioni, sono finiti a casa e senza uno straccio di ammortizzatore sociale.
«Il problema», spiega a La Verità Paolo Terrasi della Cgil, «è che ora il lavoro dell'agenzia rischia un blocco, perché quei lavoratori erano indispensabili». E per evitarlo il direttore generale Domenico Mantoan (quello che, come ricostruito da La Verità, è stato riconfermato da Speranza nei giorni della crisi sul vaccino Astrazeneca, dopo aver aggiornato il suo curriculum), descritto dai lavoratori come «un tagliatore di teste», ha tentato qualche gioco di prestigio, facendone rientrare una quindicina con contratti di collaborazione.
Gli altri li ha sostituiti, sempre tramite contratti di collaborazione, «creando altri precari», lamentano i sindacati, «in base a personali esigenze che vanno al di là di qualsiasi trattativa». E spaccando anche il fronte sindacale.
Per il personale, Agenas spende circa 10 milioni di euro all'anno (complessivamente l'ente costa circa 30 milioni di euro), 2 dei quali sono destinati ai lavoratori a tempo determinato. Ma a queste cifre, bisogna aggiungere i quasi 7 milioni che si spendono per le collaborazioni e per i contratti a progetto. Meccanismi da prima Repubblica, che fanno apparire l'Agenas come il solito carrozzone. Stando ai dati del 2018, monitorati dalla Sezione di controllo della Corte dei conti, le collaborazioni attive, tra partite Iva e cococo, superavano le 280. Tant'è che i giudici contabili raccomandavano di ridurre il ricorso ai consulenti esterni. Anche perché spesso si tratta di consulenti che hanno già posti di lavoro stabili o altre consulenze. In altri casi, invece, si tratta addirittura di consulenti da formare. E, così, l'Agenas continua a vivere di precariato, di comandi da altri ministeri o enti, di mobilità e di incarichi.
Insomma la puzza di raccomandazione sembra addensarsi all'interno dell'ente controllato dal ministero della Salute. E se, formalmente, il direttore generale ha dato indicazioni al ministero sull'allargamento della pianta organica, nella pratica, poi, attiva consulenze e contratti a progetto. «Scelte paradossali e poco trasparenti, che sanno di epurazione», le definiscono i sindacati. Che ora denunciano: «Ci continuano ad arrivare, purtroppo, segnalazioni circa l'agevolazione di amici (e forse anche parenti) con procedure che interessano anche l'Azienda Zero della Regione Veneto (la centrale regionale degli acquisti della sanità, ndr)». E annunciano ricorsi in tribunale ed esposti alla Corte dei conti.
Da una graduatoria dell'Azienda zero veneta sono stati pescati alcuni nuovi consulenti dell'Agenas. Coincidenza: Mantoan proviene proprio da una lunga esperienza da direttore generale della Sanità in Veneto. C'è un curriculum in particolare che i sindacalisti hanno puntato: riguarda un consulente di Agenas che percepisce 30.000 euro con una convenzione e che è ben piazzato nella graduatoria dell'Azienda zero. Il sospetto è che ci sia un tentativo di far scorrere la graduatoria fino al nome del professionista che per i sindacalisti più agguerriti pare possa contare su una spintarella che potrebbe creare più di un imbarazzo.
Forse anche per questo motivo i sindacati si sono rivolti a Speranza: «Ci stupisce che il ministro non vigili su quanto sta accadendo in Agenzia». Mantoan, contattato da La Verità, ha risposto telegrafico via sms: «Ci vuole una legge. Mi dispiace molto, ma i contratti sono scaduti a dicembre e non c'era la possibilità di proroga senza una norma. Come peraltro successo con Aifa». Dove un anno fa, in piena prima ondata, si è consumato un altro papocchio. In quel caso un centinaio di precari sono stati scaricati proprio nei giorni in cui erano stati annunciati nuovi programmi di assunzione per rafforzare il Servizio sanitario nazionale. Alla fine il «piano ricostituente» propagandato dal ministro Speranza sembra essersi trasformato nella culla delle vertenze e del precariato.
Agli ormai ex lavoratori Agenas non è rimasto altro che rivolgersi a Mario Draghi, ricordando al presidente del Consiglio che nel maggio 2012 aveva parlato «dell'iniqua distribuzione del peso della flessibilità solo sui giovani», definendola «una eterna flessibilità senza speranza di stabilizzazione che oltre a ferire l'equità, costituisce uno spreco che non possiamo permetterci». Ma forse erano solo parole.
Naufraghi del governo tutti in Salute
La «scialuppa Speranza» continua ad imbarcare i naufraghi del governo Draghi. O forse, far rientrare dalla finestra chi è uscito dalla porta, è un modo per il riconfermato ministro della salute Roberto Speranza di non sentirsi «troppo solo» dopo che il commissario all'emergenza Domenico Arcuri, il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e i vertici del Comitato tecnico scientifico sono stati silurati e rimpiazzati. Si sarebbe salvato, anche se sperava di diventare ministro, Gualtiero, alias Walter, Ricciardi, il suo consigliere di fiducia pro lockdown più ingombrante e più rigoroso, inciampato però in qualche gaffe di troppo. Fu lui a dire: «Le mascherine? Alle persone sane non servono a niente», ma anche «Il coronavirus va posto nei giusti termini. Su 100 malati, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili, muore solo il 5%». Oggi è più silente e meno appariscente, ma c'è.
E al ministero di Via Ripa hanno trovato una scrivania altri esuli della politica come, l'ex sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, non riconfermata e rimasta senza incarichi anche perché nel 2018 era stata pure trombata nella corsa a un seggio parlamentare: candidatasi per la terza volta consecutiva, era stata battuta in Senato da Alberto Balboni di Fdi. E così è stata arruolata per gestire gli «aspetti comunicativi relativi alle relazioni internazionali ed alle attività istituzionali nazionali del Ministero». Subito dopo l'ex prodiana è entrata anche nella nuova segreteria del Pd guidato da Enrico Letta con la delega alla «Salute».
E che il ministro di Leu non abbandonasse i politici amici era stato chiaro fin da quando ha garantito al suo stretto collaboratore Massimo Paolucci, ex eurodeputato del Pd, un posto nella mega struttura commissariale di Arcuri che ne aveva fatto il suo braccio destro con l'incarico di global advisor. Per Paolucci, già Capo della Segreteria del ministro un bell'incarico dopo aver ricoperto, in passato, ruoli di coordinamento all'interno della giunta regionale dell'allora presidente Antonio Bassolino ed essere stato in particolare ex commissario per l'emergenza rifiuti in Campania. In qualità di «esperta del ministro in politica sanitaria» faceva già parte del tavolo di lavoro tecnico sulla salute mentale presso la Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute istituito con decreto dell'ex sottosegretaria Zampa, Nerina Dirindin, economista, ex senatrice, ed ex direttore della programmazione dell'allora ministro della salute Rosy Bindi.
Ancora prima del rientro della Zampa, l'ex assessore all'urbanistica di Potenza, aveva riciclato l'ex compagno di partito Alfredo D'Attorre, ricercatore di filosofia del diritto presso l'università di Salerno, che ricopre il ruolo di «consigliere etico». Lo scorso 12 marzo, dall'alto dei suoi 48 anni twittava: «Stamattina ho fatto la prima dose di Astrazeneca alla Nuvola di Roma. Organizzazione perfetta, personale cortese ed efficiente, medici bravissimi a spiegare e a rassicurare tutti dopo le notizie degli ultimi giorni. Almeno qui a Roma una grande prova della nostra sanità». Un po' di pubblicità «aziendale» ci può stare…
Poi, come aveva già anticipato il quotidiano Libero, hanno trovato casa al ministero della Salute «i professionisti della politica» alla stregua di Armando Francesco Cirillo, che da giovane rampante del partito di Nicola Zingaretti con vari incarichi di collaborazione, è passato a essere consulente del ministro «per l'analisi dei dati e le attività di supporto a iniziative». E ancora, Carlo Roccio che assolve il compito di consigliare Speranza sui temi biotecnologici: è tornato al suo lavoro dopo essersi candidato nel 2014 alle europee.
Continua a leggereRiduci
I 70 precari dell'organo tecnico del Servizio sanitario che collabora con le Regioni sono finiti a casa senza ammortizzatori sociali. Al loro posto, il dg Domenico Mantoan appena riconfermato ha imbarcato ex colleghi.Sulla scialuppa ministeriale salgono gli «esuli» rimasti a spasso. Dal «consigliere etico» Alfredo D'Attorre all'ex sottosegretario Sandra Zampa, ora comunicatrice, a consulenti vari.Lo speciale contiene due articoli.Si occupavano di ricerca in campo sanitario e di assistenza tecnica al ministero della Salute, ma anche di importanti monitoraggi come quelli sulle liste d'attesa negli ospedali. A dicembre, però, sono stati scaricati dal ministro Roberto Speranza, che gli aveva promesso la stabilizzazione intervenendo sulla legge di bilancio con un emendamento pasticciato costruito dai parlamentari di Liberi e uguali e bocciato dal ministero Funzione pubblica perché entrava in conflitto con la legge Madia. E, così, dopo il fallimento di ogni tentativo sindacale di trovare una soluzione, i 70 precari dell'Agenas, organo tecnico scientifico del Servizio sanitario nazionale che collabora con le Regioni, sono finiti a casa e senza uno straccio di ammortizzatore sociale. «Il problema», spiega a La Verità Paolo Terrasi della Cgil, «è che ora il lavoro dell'agenzia rischia un blocco, perché quei lavoratori erano indispensabili». E per evitarlo il direttore generale Domenico Mantoan (quello che, come ricostruito da La Verità, è stato riconfermato da Speranza nei giorni della crisi sul vaccino Astrazeneca, dopo aver aggiornato il suo curriculum), descritto dai lavoratori come «un tagliatore di teste», ha tentato qualche gioco di prestigio, facendone rientrare una quindicina con contratti di collaborazione. Gli altri li ha sostituiti, sempre tramite contratti di collaborazione, «creando altri precari», lamentano i sindacati, «in base a personali esigenze che vanno al di là di qualsiasi trattativa». E spaccando anche il fronte sindacale. Per il personale, Agenas spende circa 10 milioni di euro all'anno (complessivamente l'ente costa circa 30 milioni di euro), 2 dei quali sono destinati ai lavoratori a tempo determinato. Ma a queste cifre, bisogna aggiungere i quasi 7 milioni che si spendono per le collaborazioni e per i contratti a progetto. Meccanismi da prima Repubblica, che fanno apparire l'Agenas come il solito carrozzone. Stando ai dati del 2018, monitorati dalla Sezione di controllo della Corte dei conti, le collaborazioni attive, tra partite Iva e cococo, superavano le 280. Tant'è che i giudici contabili raccomandavano di ridurre il ricorso ai consulenti esterni. Anche perché spesso si tratta di consulenti che hanno già posti di lavoro stabili o altre consulenze. In altri casi, invece, si tratta addirittura di consulenti da formare. E, così, l'Agenas continua a vivere di precariato, di comandi da altri ministeri o enti, di mobilità e di incarichi. Insomma la puzza di raccomandazione sembra addensarsi all'interno dell'ente controllato dal ministero della Salute. E se, formalmente, il direttore generale ha dato indicazioni al ministero sull'allargamento della pianta organica, nella pratica, poi, attiva consulenze e contratti a progetto. «Scelte paradossali e poco trasparenti, che sanno di epurazione», le definiscono i sindacati. Che ora denunciano: «Ci continuano ad arrivare, purtroppo, segnalazioni circa l'agevolazione di amici (e forse anche parenti) con procedure che interessano anche l'Azienda Zero della Regione Veneto (la centrale regionale degli acquisti della sanità, ndr)». E annunciano ricorsi in tribunale ed esposti alla Corte dei conti. Da una graduatoria dell'Azienda zero veneta sono stati pescati alcuni nuovi consulenti dell'Agenas. Coincidenza: Mantoan proviene proprio da una lunga esperienza da direttore generale della Sanità in Veneto. C'è un curriculum in particolare che i sindacalisti hanno puntato: riguarda un consulente di Agenas che percepisce 30.000 euro con una convenzione e che è ben piazzato nella graduatoria dell'Azienda zero. Il sospetto è che ci sia un tentativo di far scorrere la graduatoria fino al nome del professionista che per i sindacalisti più agguerriti pare possa contare su una spintarella che potrebbe creare più di un imbarazzo. Forse anche per questo motivo i sindacati si sono rivolti a Speranza: «Ci stupisce che il ministro non vigili su quanto sta accadendo in Agenzia». Mantoan, contattato da La Verità, ha risposto telegrafico via sms: «Ci vuole una legge. Mi dispiace molto, ma i contratti sono scaduti a dicembre e non c'era la possibilità di proroga senza una norma. Come peraltro successo con Aifa». Dove un anno fa, in piena prima ondata, si è consumato un altro papocchio. In quel caso un centinaio di precari sono stati scaricati proprio nei giorni in cui erano stati annunciati nuovi programmi di assunzione per rafforzare il Servizio sanitario nazionale. Alla fine il «piano ricostituente» propagandato dal ministro Speranza sembra essersi trasformato nella culla delle vertenze e del precariato. Agli ormai ex lavoratori Agenas non è rimasto altro che rivolgersi a Mario Draghi, ricordando al presidente del Consiglio che nel maggio 2012 aveva parlato «dell'iniqua distribuzione del peso della flessibilità solo sui giovani», definendola «una eterna flessibilità senza speranza di stabilizzazione che oltre a ferire l'equità, costituisce uno spreco che non possiamo permetterci». Ma forse erano solo parole. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/epurazioni-e-agevolazioni-di-amici-la-denuncia-dei-sindacati-su-agenas-2651247770.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="naufraghi-del-governo-tutti-in-salute" data-post-id="2651247770" data-published-at="1617044485" data-use-pagination="False"> Naufraghi del governo tutti in Salute La «scialuppa Speranza» continua ad imbarcare i naufraghi del governo Draghi. O forse, far rientrare dalla finestra chi è uscito dalla porta, è un modo per il riconfermato ministro della salute Roberto Speranza di non sentirsi «troppo solo» dopo che il commissario all'emergenza Domenico Arcuri, il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e i vertici del Comitato tecnico scientifico sono stati silurati e rimpiazzati. Si sarebbe salvato, anche se sperava di diventare ministro, Gualtiero, alias Walter, Ricciardi, il suo consigliere di fiducia pro lockdown più ingombrante e più rigoroso, inciampato però in qualche gaffe di troppo. Fu lui a dire: «Le mascherine? Alle persone sane non servono a niente», ma anche «Il coronavirus va posto nei giusti termini. Su 100 malati, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili, muore solo il 5%». Oggi è più silente e meno appariscente, ma c'è. E al ministero di Via Ripa hanno trovato una scrivania altri esuli della politica come, l'ex sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, non riconfermata e rimasta senza incarichi anche perché nel 2018 era stata pure trombata nella corsa a un seggio parlamentare: candidatasi per la terza volta consecutiva, era stata battuta in Senato da Alberto Balboni di Fdi. E così è stata arruolata per gestire gli «aspetti comunicativi relativi alle relazioni internazionali ed alle attività istituzionali nazionali del Ministero». Subito dopo l'ex prodiana è entrata anche nella nuova segreteria del Pd guidato da Enrico Letta con la delega alla «Salute». E che il ministro di Leu non abbandonasse i politici amici era stato chiaro fin da quando ha garantito al suo stretto collaboratore Massimo Paolucci, ex eurodeputato del Pd, un posto nella mega struttura commissariale di Arcuri che ne aveva fatto il suo braccio destro con l'incarico di global advisor. Per Paolucci, già Capo della Segreteria del ministro un bell'incarico dopo aver ricoperto, in passato, ruoli di coordinamento all'interno della giunta regionale dell'allora presidente Antonio Bassolino ed essere stato in particolare ex commissario per l'emergenza rifiuti in Campania. In qualità di «esperta del ministro in politica sanitaria» faceva già parte del tavolo di lavoro tecnico sulla salute mentale presso la Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute istituito con decreto dell'ex sottosegretaria Zampa, Nerina Dirindin, economista, ex senatrice, ed ex direttore della programmazione dell'allora ministro della salute Rosy Bindi. Ancora prima del rientro della Zampa, l'ex assessore all'urbanistica di Potenza, aveva riciclato l'ex compagno di partito Alfredo D'Attorre, ricercatore di filosofia del diritto presso l'università di Salerno, che ricopre il ruolo di «consigliere etico». Lo scorso 12 marzo, dall'alto dei suoi 48 anni twittava: «Stamattina ho fatto la prima dose di Astrazeneca alla Nuvola di Roma. Organizzazione perfetta, personale cortese ed efficiente, medici bravissimi a spiegare e a rassicurare tutti dopo le notizie degli ultimi giorni. Almeno qui a Roma una grande prova della nostra sanità». Un po' di pubblicità «aziendale» ci può stare… Poi, come aveva già anticipato il quotidiano Libero, hanno trovato casa al ministero della Salute «i professionisti della politica» alla stregua di Armando Francesco Cirillo, che da giovane rampante del partito di Nicola Zingaretti con vari incarichi di collaborazione, è passato a essere consulente del ministro «per l'analisi dei dati e le attività di supporto a iniziative». E ancora, Carlo Roccio che assolve il compito di consigliare Speranza sui temi biotecnologici: è tornato al suo lavoro dopo essersi candidato nel 2014 alle europee.
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
Continua a leggereRiduci
Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
Continua a leggereRiduci
Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
Continua a leggereRiduci