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2021-03-30
«Epurazioni e agevolazioni di amici». La denuncia dei sindacati su Agenas
Roberto Speranza (Ansa)
Si occupavano di ricerca in campo sanitario e di assistenza tecnica al ministero della Salute, ma anche di importanti monitoraggi come quelli sulle liste d'attesa negli ospedali. A dicembre, però, sono stati scaricati dal ministro Roberto Speranza, che gli aveva promesso la stabilizzazione intervenendo sulla legge di bilancio con un emendamento pasticciato costruito dai parlamentari di Liberi e uguali e bocciato dal ministero Funzione pubblica perché entrava in conflitto con la legge Madia. E, così, dopo il fallimento di ogni tentativo sindacale di trovare una soluzione, i 70 precari dell'Agenas, organo tecnico scientifico del Servizio sanitario nazionale che collabora con le Regioni, sono finiti a casa e senza uno straccio di ammortizzatore sociale.
«Il problema», spiega a La Verità Paolo Terrasi della Cgil, «è che ora il lavoro dell'agenzia rischia un blocco, perché quei lavoratori erano indispensabili». E per evitarlo il direttore generale Domenico Mantoan (quello che, come ricostruito da La Verità, è stato riconfermato da Speranza nei giorni della crisi sul vaccino Astrazeneca, dopo aver aggiornato il suo curriculum), descritto dai lavoratori come «un tagliatore di teste», ha tentato qualche gioco di prestigio, facendone rientrare una quindicina con contratti di collaborazione.
Gli altri li ha sostituiti, sempre tramite contratti di collaborazione, «creando altri precari», lamentano i sindacati, «in base a personali esigenze che vanno al di là di qualsiasi trattativa». E spaccando anche il fronte sindacale.
Per il personale, Agenas spende circa 10 milioni di euro all'anno (complessivamente l'ente costa circa 30 milioni di euro), 2 dei quali sono destinati ai lavoratori a tempo determinato. Ma a queste cifre, bisogna aggiungere i quasi 7 milioni che si spendono per le collaborazioni e per i contratti a progetto. Meccanismi da prima Repubblica, che fanno apparire l'Agenas come il solito carrozzone. Stando ai dati del 2018, monitorati dalla Sezione di controllo della Corte dei conti, le collaborazioni attive, tra partite Iva e cococo, superavano le 280. Tant'è che i giudici contabili raccomandavano di ridurre il ricorso ai consulenti esterni. Anche perché spesso si tratta di consulenti che hanno già posti di lavoro stabili o altre consulenze. In altri casi, invece, si tratta addirittura di consulenti da formare. E, così, l'Agenas continua a vivere di precariato, di comandi da altri ministeri o enti, di mobilità e di incarichi.
Insomma la puzza di raccomandazione sembra addensarsi all'interno dell'ente controllato dal ministero della Salute. E se, formalmente, il direttore generale ha dato indicazioni al ministero sull'allargamento della pianta organica, nella pratica, poi, attiva consulenze e contratti a progetto. «Scelte paradossali e poco trasparenti, che sanno di epurazione», le definiscono i sindacati. Che ora denunciano: «Ci continuano ad arrivare, purtroppo, segnalazioni circa l'agevolazione di amici (e forse anche parenti) con procedure che interessano anche l'Azienda Zero della Regione Veneto (la centrale regionale degli acquisti della sanità, ndr)». E annunciano ricorsi in tribunale ed esposti alla Corte dei conti.
Da una graduatoria dell'Azienda zero veneta sono stati pescati alcuni nuovi consulenti dell'Agenas. Coincidenza: Mantoan proviene proprio da una lunga esperienza da direttore generale della Sanità in Veneto. C'è un curriculum in particolare che i sindacalisti hanno puntato: riguarda un consulente di Agenas che percepisce 30.000 euro con una convenzione e che è ben piazzato nella graduatoria dell'Azienda zero. Il sospetto è che ci sia un tentativo di far scorrere la graduatoria fino al nome del professionista che per i sindacalisti più agguerriti pare possa contare su una spintarella che potrebbe creare più di un imbarazzo.
Forse anche per questo motivo i sindacati si sono rivolti a Speranza: «Ci stupisce che il ministro non vigili su quanto sta accadendo in Agenzia». Mantoan, contattato da La Verità, ha risposto telegrafico via sms: «Ci vuole una legge. Mi dispiace molto, ma i contratti sono scaduti a dicembre e non c'era la possibilità di proroga senza una norma. Come peraltro successo con Aifa». Dove un anno fa, in piena prima ondata, si è consumato un altro papocchio. In quel caso un centinaio di precari sono stati scaricati proprio nei giorni in cui erano stati annunciati nuovi programmi di assunzione per rafforzare il Servizio sanitario nazionale. Alla fine il «piano ricostituente» propagandato dal ministro Speranza sembra essersi trasformato nella culla delle vertenze e del precariato.
Agli ormai ex lavoratori Agenas non è rimasto altro che rivolgersi a Mario Draghi, ricordando al presidente del Consiglio che nel maggio 2012 aveva parlato «dell'iniqua distribuzione del peso della flessibilità solo sui giovani», definendola «una eterna flessibilità senza speranza di stabilizzazione che oltre a ferire l'equità, costituisce uno spreco che non possiamo permetterci». Ma forse erano solo parole.
Naufraghi del governo tutti in Salute
La «scialuppa Speranza» continua ad imbarcare i naufraghi del governo Draghi. O forse, far rientrare dalla finestra chi è uscito dalla porta, è un modo per il riconfermato ministro della salute Roberto Speranza di non sentirsi «troppo solo» dopo che il commissario all'emergenza Domenico Arcuri, il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e i vertici del Comitato tecnico scientifico sono stati silurati e rimpiazzati. Si sarebbe salvato, anche se sperava di diventare ministro, Gualtiero, alias Walter, Ricciardi, il suo consigliere di fiducia pro lockdown più ingombrante e più rigoroso, inciampato però in qualche gaffe di troppo. Fu lui a dire: «Le mascherine? Alle persone sane non servono a niente», ma anche «Il coronavirus va posto nei giusti termini. Su 100 malati, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili, muore solo il 5%». Oggi è più silente e meno appariscente, ma c'è.
E al ministero di Via Ripa hanno trovato una scrivania altri esuli della politica come, l'ex sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, non riconfermata e rimasta senza incarichi anche perché nel 2018 era stata pure trombata nella corsa a un seggio parlamentare: candidatasi per la terza volta consecutiva, era stata battuta in Senato da Alberto Balboni di Fdi. E così è stata arruolata per gestire gli «aspetti comunicativi relativi alle relazioni internazionali ed alle attività istituzionali nazionali del Ministero». Subito dopo l'ex prodiana è entrata anche nella nuova segreteria del Pd guidato da Enrico Letta con la delega alla «Salute».
E che il ministro di Leu non abbandonasse i politici amici era stato chiaro fin da quando ha garantito al suo stretto collaboratore Massimo Paolucci, ex eurodeputato del Pd, un posto nella mega struttura commissariale di Arcuri che ne aveva fatto il suo braccio destro con l'incarico di global advisor. Per Paolucci, già Capo della Segreteria del ministro un bell'incarico dopo aver ricoperto, in passato, ruoli di coordinamento all'interno della giunta regionale dell'allora presidente Antonio Bassolino ed essere stato in particolare ex commissario per l'emergenza rifiuti in Campania. In qualità di «esperta del ministro in politica sanitaria» faceva già parte del tavolo di lavoro tecnico sulla salute mentale presso la Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute istituito con decreto dell'ex sottosegretaria Zampa, Nerina Dirindin, economista, ex senatrice, ed ex direttore della programmazione dell'allora ministro della salute Rosy Bindi.
Ancora prima del rientro della Zampa, l'ex assessore all'urbanistica di Potenza, aveva riciclato l'ex compagno di partito Alfredo D'Attorre, ricercatore di filosofia del diritto presso l'università di Salerno, che ricopre il ruolo di «consigliere etico». Lo scorso 12 marzo, dall'alto dei suoi 48 anni twittava: «Stamattina ho fatto la prima dose di Astrazeneca alla Nuvola di Roma. Organizzazione perfetta, personale cortese ed efficiente, medici bravissimi a spiegare e a rassicurare tutti dopo le notizie degli ultimi giorni. Almeno qui a Roma una grande prova della nostra sanità». Un po' di pubblicità «aziendale» ci può stare…
Poi, come aveva già anticipato il quotidiano Libero, hanno trovato casa al ministero della Salute «i professionisti della politica» alla stregua di Armando Francesco Cirillo, che da giovane rampante del partito di Nicola Zingaretti con vari incarichi di collaborazione, è passato a essere consulente del ministro «per l'analisi dei dati e le attività di supporto a iniziative». E ancora, Carlo Roccio che assolve il compito di consigliare Speranza sui temi biotecnologici: è tornato al suo lavoro dopo essersi candidato nel 2014 alle europee.
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I 70 precari dell'organo tecnico del Servizio sanitario che collabora con le Regioni sono finiti a casa senza ammortizzatori sociali. Al loro posto, il dg Domenico Mantoan appena riconfermato ha imbarcato ex colleghi.Sulla scialuppa ministeriale salgono gli «esuli» rimasti a spasso. Dal «consigliere etico» Alfredo D'Attorre all'ex sottosegretario Sandra Zampa, ora comunicatrice, a consulenti vari.Lo speciale contiene due articoli.Si occupavano di ricerca in campo sanitario e di assistenza tecnica al ministero della Salute, ma anche di importanti monitoraggi come quelli sulle liste d'attesa negli ospedali. A dicembre, però, sono stati scaricati dal ministro Roberto Speranza, che gli aveva promesso la stabilizzazione intervenendo sulla legge di bilancio con un emendamento pasticciato costruito dai parlamentari di Liberi e uguali e bocciato dal ministero Funzione pubblica perché entrava in conflitto con la legge Madia. E, così, dopo il fallimento di ogni tentativo sindacale di trovare una soluzione, i 70 precari dell'Agenas, organo tecnico scientifico del Servizio sanitario nazionale che collabora con le Regioni, sono finiti a casa e senza uno straccio di ammortizzatore sociale. «Il problema», spiega a La Verità Paolo Terrasi della Cgil, «è che ora il lavoro dell'agenzia rischia un blocco, perché quei lavoratori erano indispensabili». E per evitarlo il direttore generale Domenico Mantoan (quello che, come ricostruito da La Verità, è stato riconfermato da Speranza nei giorni della crisi sul vaccino Astrazeneca, dopo aver aggiornato il suo curriculum), descritto dai lavoratori come «un tagliatore di teste», ha tentato qualche gioco di prestigio, facendone rientrare una quindicina con contratti di collaborazione. Gli altri li ha sostituiti, sempre tramite contratti di collaborazione, «creando altri precari», lamentano i sindacati, «in base a personali esigenze che vanno al di là di qualsiasi trattativa». E spaccando anche il fronte sindacale. Per il personale, Agenas spende circa 10 milioni di euro all'anno (complessivamente l'ente costa circa 30 milioni di euro), 2 dei quali sono destinati ai lavoratori a tempo determinato. Ma a queste cifre, bisogna aggiungere i quasi 7 milioni che si spendono per le collaborazioni e per i contratti a progetto. Meccanismi da prima Repubblica, che fanno apparire l'Agenas come il solito carrozzone. Stando ai dati del 2018, monitorati dalla Sezione di controllo della Corte dei conti, le collaborazioni attive, tra partite Iva e cococo, superavano le 280. Tant'è che i giudici contabili raccomandavano di ridurre il ricorso ai consulenti esterni. Anche perché spesso si tratta di consulenti che hanno già posti di lavoro stabili o altre consulenze. In altri casi, invece, si tratta addirittura di consulenti da formare. E, così, l'Agenas continua a vivere di precariato, di comandi da altri ministeri o enti, di mobilità e di incarichi. Insomma la puzza di raccomandazione sembra addensarsi all'interno dell'ente controllato dal ministero della Salute. E se, formalmente, il direttore generale ha dato indicazioni al ministero sull'allargamento della pianta organica, nella pratica, poi, attiva consulenze e contratti a progetto. «Scelte paradossali e poco trasparenti, che sanno di epurazione», le definiscono i sindacati. Che ora denunciano: «Ci continuano ad arrivare, purtroppo, segnalazioni circa l'agevolazione di amici (e forse anche parenti) con procedure che interessano anche l'Azienda Zero della Regione Veneto (la centrale regionale degli acquisti della sanità, ndr)». E annunciano ricorsi in tribunale ed esposti alla Corte dei conti. Da una graduatoria dell'Azienda zero veneta sono stati pescati alcuni nuovi consulenti dell'Agenas. Coincidenza: Mantoan proviene proprio da una lunga esperienza da direttore generale della Sanità in Veneto. C'è un curriculum in particolare che i sindacalisti hanno puntato: riguarda un consulente di Agenas che percepisce 30.000 euro con una convenzione e che è ben piazzato nella graduatoria dell'Azienda zero. Il sospetto è che ci sia un tentativo di far scorrere la graduatoria fino al nome del professionista che per i sindacalisti più agguerriti pare possa contare su una spintarella che potrebbe creare più di un imbarazzo. Forse anche per questo motivo i sindacati si sono rivolti a Speranza: «Ci stupisce che il ministro non vigili su quanto sta accadendo in Agenzia». Mantoan, contattato da La Verità, ha risposto telegrafico via sms: «Ci vuole una legge. Mi dispiace molto, ma i contratti sono scaduti a dicembre e non c'era la possibilità di proroga senza una norma. Come peraltro successo con Aifa». Dove un anno fa, in piena prima ondata, si è consumato un altro papocchio. In quel caso un centinaio di precari sono stati scaricati proprio nei giorni in cui erano stati annunciati nuovi programmi di assunzione per rafforzare il Servizio sanitario nazionale. Alla fine il «piano ricostituente» propagandato dal ministro Speranza sembra essersi trasformato nella culla delle vertenze e del precariato. Agli ormai ex lavoratori Agenas non è rimasto altro che rivolgersi a Mario Draghi, ricordando al presidente del Consiglio che nel maggio 2012 aveva parlato «dell'iniqua distribuzione del peso della flessibilità solo sui giovani», definendola «una eterna flessibilità senza speranza di stabilizzazione che oltre a ferire l'equità, costituisce uno spreco che non possiamo permetterci». Ma forse erano solo parole. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/epurazioni-e-agevolazioni-di-amici-la-denuncia-dei-sindacati-su-agenas-2651247770.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="naufraghi-del-governo-tutti-in-salute" data-post-id="2651247770" data-published-at="1617044485" data-use-pagination="False"> Naufraghi del governo tutti in Salute La «scialuppa Speranza» continua ad imbarcare i naufraghi del governo Draghi. O forse, far rientrare dalla finestra chi è uscito dalla porta, è un modo per il riconfermato ministro della salute Roberto Speranza di non sentirsi «troppo solo» dopo che il commissario all'emergenza Domenico Arcuri, il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e i vertici del Comitato tecnico scientifico sono stati silurati e rimpiazzati. Si sarebbe salvato, anche se sperava di diventare ministro, Gualtiero, alias Walter, Ricciardi, il suo consigliere di fiducia pro lockdown più ingombrante e più rigoroso, inciampato però in qualche gaffe di troppo. Fu lui a dire: «Le mascherine? Alle persone sane non servono a niente», ma anche «Il coronavirus va posto nei giusti termini. Su 100 malati, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili, muore solo il 5%». Oggi è più silente e meno appariscente, ma c'è. E al ministero di Via Ripa hanno trovato una scrivania altri esuli della politica come, l'ex sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, non riconfermata e rimasta senza incarichi anche perché nel 2018 era stata pure trombata nella corsa a un seggio parlamentare: candidatasi per la terza volta consecutiva, era stata battuta in Senato da Alberto Balboni di Fdi. E così è stata arruolata per gestire gli «aspetti comunicativi relativi alle relazioni internazionali ed alle attività istituzionali nazionali del Ministero». Subito dopo l'ex prodiana è entrata anche nella nuova segreteria del Pd guidato da Enrico Letta con la delega alla «Salute». E che il ministro di Leu non abbandonasse i politici amici era stato chiaro fin da quando ha garantito al suo stretto collaboratore Massimo Paolucci, ex eurodeputato del Pd, un posto nella mega struttura commissariale di Arcuri che ne aveva fatto il suo braccio destro con l'incarico di global advisor. Per Paolucci, già Capo della Segreteria del ministro un bell'incarico dopo aver ricoperto, in passato, ruoli di coordinamento all'interno della giunta regionale dell'allora presidente Antonio Bassolino ed essere stato in particolare ex commissario per l'emergenza rifiuti in Campania. In qualità di «esperta del ministro in politica sanitaria» faceva già parte del tavolo di lavoro tecnico sulla salute mentale presso la Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute istituito con decreto dell'ex sottosegretaria Zampa, Nerina Dirindin, economista, ex senatrice, ed ex direttore della programmazione dell'allora ministro della salute Rosy Bindi. Ancora prima del rientro della Zampa, l'ex assessore all'urbanistica di Potenza, aveva riciclato l'ex compagno di partito Alfredo D'Attorre, ricercatore di filosofia del diritto presso l'università di Salerno, che ricopre il ruolo di «consigliere etico». Lo scorso 12 marzo, dall'alto dei suoi 48 anni twittava: «Stamattina ho fatto la prima dose di Astrazeneca alla Nuvola di Roma. Organizzazione perfetta, personale cortese ed efficiente, medici bravissimi a spiegare e a rassicurare tutti dopo le notizie degli ultimi giorni. Almeno qui a Roma una grande prova della nostra sanità». Un po' di pubblicità «aziendale» ci può stare… Poi, come aveva già anticipato il quotidiano Libero, hanno trovato casa al ministero della Salute «i professionisti della politica» alla stregua di Armando Francesco Cirillo, che da giovane rampante del partito di Nicola Zingaretti con vari incarichi di collaborazione, è passato a essere consulente del ministro «per l'analisi dei dati e le attività di supporto a iniziative». E ancora, Carlo Roccio che assolve il compito di consigliare Speranza sui temi biotecnologici: è tornato al suo lavoro dopo essersi candidato nel 2014 alle europee.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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