Élite rossa specialista nel furto del voto Popolare
Emmanuel Macron (Getty Images)
Un sottile fil rouge collega Stati Uniti, Francia, Romania e Georgia: l’allergia di quanti si considerano progressisti e, dunque, per definizione migliori di tutti gli altri, al voto popolare.

In effetti, le ultime elezioni per la scelta dell’inquilino della Casa Bianca, come quelle che hanno portato alla formazione del governo a Parigi, ma anche le consultazioni per il presidente rumeno o per il rinnovo del Parlamento in Georgia, hanno tutte un minimo comune denominatore, ovvero l’avversione ai risultati da parte di un’élite composta da burocrati, intellettuali e politici di sinistra. Ogni volta che dalle urne scaturisce, o potrebbe scaturire, un responso che non piace alla gente che piace, l’internazionale rossa (che sia europea o americana, poco importa) si mobilita per denunciare complotti e mobilitare le masse.

Con Donald Trump, negli Usa, il fuoco di sbarramento è stato preventivo ed è andato avanti per ben quattro anni, ovvero dal giorno stesso in cui le contestate elezioni del 2020 assegnarono la vittoria a Joe Biden. Giornali, tv e magistratura da allora, non contenti di una vittoria strappata con i denti, si diedero da fare per impedire che il puzzone repubblicano potesse ricandidarsi. A pochi giorni dal voto del 4 novembre, visto che inchieste giudiziarie e giornalistiche non erano bastate ad azzopparlo, nei cinema di mezzo mondo è stata proiettata una pellicola che aveva il solo scopo di demolirne la reputazione. Tuttavia, il voto a favore di Trump è stato talmente massiccio e uniforme da spazzar via ogni barricata eretta per impedirgli di raggiungere lo studio ovale. Nemmeno i sondaggi che davano in vantaggio Kamala Harris sono serviti a piegare le intenzioni degli elettori, i quali, contro ogni previsione, sono andati a votare (molti immigrati e molti afroamericani) e hanno scelto The Donald.

Ma gli allarmi lanciati contro il candidato repubblicano nei mesi scorsi, in precedenza li avevamo sentiti usare contro Marine Le Pen, per impedire al suo movimento di conquistare la maggioranza in Parlamento. Allo scopo di intralciare un successo largamente annunciato, a sinistra e con la benedizione di Emmanuel Macron è stato creato un cartello che aveva il solo scopo di stendere un cordone sanitario intorno al Rassemblement national. Risultato, alla destra francese è stato impedito il governo del Paese ma, al tempo stesso, si sono create le premesse per una forte instabilità dell’esecutivo che, non avendo i numeri e dipendendo dai capricci di chi in apparenza sta all’opposizione, procede a tentoni. Tra una crisi e l’altra e con una situazione delle finanze pubbliche sempre più precaria. La soluzione dei problemi per tranquillizzare i mercati e, soprattutto, i francesi, consisterebbe nell’accettare ciò che gli elettori hanno deciso e cioè dare il mandato di formare un governo a Le Pen, ma Macron e l’élite parigina con la puzza sotto il naso questo non lo possono accettare e, dunque, si procede con esecutivi che nascono zoppi e incapaci di reggersi sulle proprie gambe.

Alla classe dirigente europea, che detesta Trump e pure Marine Le Pen, non piace neppure l’uomo uscito in vantaggio dalle elezioni in Romania, ovvero Călin Georgescu e, infatti, con l’accusa di essere di destra e filo putiniano, la Corte costituzionale di Bucarest ha annullato il voto sostenendo che sui social si sono registrate interferenze a favore del «candidato di Mosca», come se in passato l’internazionale rossa non si fosse mobilitata a favore del candidato reputato più vicino. Quando Frans Timmermans (quello che vorrebbe abbattere tutte le vacche per migliorare l’ambiente e mandarci tutti a piedi per fare un piacere alla Cina) fece campagna elettorale per il Pd, che cos’era se non un’interferenza? E tutte le entrate a gamba tesa dei socialisti francesi durante il voto del 2022 vinto dal centrodestra, invece, non erano un tentativo di piegare il risultato a vantaggio della sinistra? L’idea che bastino un po’ di spot oppure qualche messaggio Internet per convincere gli elettori a votare è frutto del complesso di superiorità dei compagni, non solo italiani, che reputano i cittadini totalmente stupidi e dunque facilmente condizionabili.

La realtà è che in America come in Francia, in Romania come in Georgia, la sinistra si rifiuta di accettare la libertà di voto quando non premia i «progressisti». I quali pensano di non essere i prediletti per colpa di un imbroglio. Con il risultato che, ogni volta, si cerca di invalidare il responso o annullando le elezioni, oppure escogitando escamotage come i governi del presidente, cioè senza maggioranza. Di conseguenza la democrazia, che attribuisce la sovranità al popolo, finisce violata da quanti dicono di difenderla e i cittadini sono privati del diritto di decidere da chi si riempie la bocca con i diritti. Così una casta di non eletti (che sia la Corte costituzionale o un qualche presidente, è la stessa cosa) decide per loro. Di questo passo viene da chiedersi come si possa ancora sostenere che l’Occidente si batte per garantire la libertà contro regimi liberticidi. Se non si restituisce la parola al popolo e non si fa la sua volontà, ci si può anche chiamare Repubblica ma si è, comunque, un regime.

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