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2019-01-01
Elezioni anticipate in Israele. Con Netanyahu o contro Netanyahu, come da noi ai tempi di Berlusconi
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Ansa
I motivi sono numerosi, vuoi per l'uscita di scena degli Stati Uniti dalla Siria (un ritiro che rischia di favorire l'avanzata della Russia e soprattutto dell'Iran, ormai l'unico Stato arabo a minacciare Gerusalemme), vuoi perché l'unico che potrebbe fermare la corsa del premier uscente Benjamin Netanyahu verso il record di longevità al potere detenuto dal padre fondatore dello Stato, David Ben Gurion (che è rimasto in carica per oltre 13 anni, fra il 1948 e il 1963), è un ex capo dell'esercito, Benjamin Gantz, detto Benny, che ha da poco sciolto le sue riserve sulla candidatura. In pratica, una sfida tra due Benjamin.
Il giorno dopo Natale, il 26 dicembre, 102 dei 120 deputati della Knesset hanno votato a favore dello scioglimento dell'Aula. Da settimane i partner della maggioranza chiedevano al premier Netanyahu di indire elezioni anticipate dopo le dimissioni del ministro della Difesa, Avigdor Liberman, uscito dall'esecutivo dopo uno scontro con il primo ministro sulla politica da adottare nei confronti di Hamas: il numero uno della Difesa chiedeva un'operazione contro il gruppo terroristico palestinese, il premier ha preferito un cessato il fuoco su Gaza, ritenuto dall'ala destra della sua coalizione una resa ai terroristi. Dopo l'uscita dalla maggioranza di governo del partito populista di Liberman, Israel Beiteinu (Israele, casa nostra), la coalizione di maggioranza poteva contare su una risicatissima maggioranza, di soli 61 seggi sui 120 dell'Assemblea. In pratica, con l'uscita dei cinque deputati di Liberman, sarebbe bastato un ribelle per affossare il governo.
Netanyahu, 69 anni, in carica da quasi dieci (e con un triennio alle spalle, tra 1996 e 1999), è favorito nei sondaggi. Lui punta su una coalizione simile a quella attuale, che ha dato vita al governo considerato da molti il più a destra della storia di Israele. «La coalizione attuale costituisce il cuore della prossima» e «chiederemo un mandato chiaro agli elettori per continuare a guidare il Paese con la nostra politica», ha detto. Il premier ha preferito tornare alle urne non soltanto alla luce dei sondaggi a lui favorevoli ma anche viste le grosse difficoltà a far votare una legge sulla coscrizione degli ebrei ultraortodossi nell'esercito, a cui si oppongono i due partiti religiosi della maggioranza.
Con Netanyahu o contro Netanyahu: per l'assenza di un'opposizione organizzata e credibile, la campagna elettorale si combatterà sulla figura del premier uscente, un po' com'è stato per anni in Italia per Silvio Berlusconi. Netanyahu si presenterà come l'usato sicuro, l'unico con esperienza e credibilità tali da riuscire a proteggere Israele. I suoi avversari lo dipingeranno come un pericolo per la democrazia vista la serie di indagini per corruzione: la polizia ha, infatti, raccomandato la sua incriminazione in tre diverse indagini e il procuratore generale sta valutando come procedere. Tutto questo però non sembra, secondo gli analisti, cambiare di molto il numeri di seggi che il partito del premier, il Likud, e la sua coalizione conquisteranno ad aprile.
Nelle elezioni si intravedono elementi comuni alla politica occidentale, dalla preoccupazione per il bilancio pubblico, alle proteste dei gilet gialli, dalla crisi della sinistra (rischia di perdere 15 seggi, passando da 24 a 9, secondo gli ultimi sondaggi) fino al ruolo di Donald Trump. Proprio la posizione del presidente degli Stati Uniti, grande alleato e sostenitore di Netanyahu, rischia di mettere in difficoltà la coalizione del premier. Trump ha infatti recentemente promosso, dopo l'apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemme, un piano di pace tra Israele e palestinesi. Un'idea che però, se rinnovata in questi mesi di campagna elettorale, rischia di mettere alle corde Netanyahu, che potrebbe essere costretto a scegliere tra la destra populista e il suo principale alleato. Una scelta che il premier non vorrà fare ma che lascerà automaticamente ampi spazi alla sua destra.
Il Times of Israel è arrivato a sostenere che il Paese potrebbe risparmiare 1,8 miliardi di shekel (420 milioni di euro circa, cioè il costo stimato per la tornata elettorale) proclamando subito Netanyahu vincitore. Nessuno tra i suoi rivali annunciati sembra infatti in grado di soffiargli la guida del Paese. Ma a frenare tutto è la possibile candidatura di Benny Gantz, ex capo dell'esercito che, dopo pochi giorni dall'annuncio della creazione di un suo partito, già gode di buoni sondaggi. Tuttavia, la storia dei vertici dell'Idf che hanno tentato la via della politica è controversa: da una parte i successi di Yitzhak Rabin ed Ehud Barak, ma dall'altra il clamoroso flop di Amnon Lipkin-Shahak. E Gantz, secondo gli osservatori israeliani, è più simile come temperamento, appoggi politici e orientamenti a quest'ultimo piuttosto che ai primi due. L'unica strada per lui sarebbe quella di puntare sugli anti Netanyahu, dalla sinistra ai centristi fino ai falchi di destra, ma una campagna elettorale contro chi da dieci anni guida il Paese, è in testa ai sondaggi e ha ottimi alleati internazionali non si imbastisce in tre mesi.
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Il fatto che, a poche ore dalla votazione con cui la Knesset (il parlamento israeliano) ha chiuso in anticipo la ventesima legislatura per andare alle elezioni il 9 aprile, i militari dello Stato ebraico abbiano portato a termine raid sulla Siria e nuove operazioni nei tunnel di Hezbollah in Libano offre più di un indizio sulla prossima tornata elettorale. Sarà una campagna con la sicurezza di Israele come tema centrale. Tutti contro l'attuale numero uno anche se il solo a poter concorrere è Benny Gantz, ex capo dell'esercito che già gode di buoni sondaggi.I motivi sono numerosi, vuoi per l'uscita di scena degli Stati Uniti dalla Siria (un ritiro che rischia di favorire l'avanzata della Russia e soprattutto dell'Iran, ormai l'unico Stato arabo a minacciare Gerusalemme), vuoi perché l'unico che potrebbe fermare la corsa del premier uscente Benjamin Netanyahu verso il record di longevità al potere detenuto dal padre fondatore dello Stato, David Ben Gurion (che è rimasto in carica per oltre 13 anni, fra il 1948 e il 1963), è un ex capo dell'esercito, Benjamin Gantz, detto Benny, che ha da poco sciolto le sue riserve sulla candidatura. In pratica, una sfida tra due Benjamin.Il giorno dopo Natale, il 26 dicembre, 102 dei 120 deputati della Knesset hanno votato a favore dello scioglimento dell'Aula. Da settimane i partner della maggioranza chiedevano al premier Netanyahu di indire elezioni anticipate dopo le dimissioni del ministro della Difesa, Avigdor Liberman, uscito dall'esecutivo dopo uno scontro con il primo ministro sulla politica da adottare nei confronti di Hamas: il numero uno della Difesa chiedeva un'operazione contro il gruppo terroristico palestinese, il premier ha preferito un cessato il fuoco su Gaza, ritenuto dall'ala destra della sua coalizione una resa ai terroristi. Dopo l'uscita dalla maggioranza di governo del partito populista di Liberman, Israel Beiteinu (Israele, casa nostra), la coalizione di maggioranza poteva contare su una risicatissima maggioranza, di soli 61 seggi sui 120 dell'Assemblea. In pratica, con l'uscita dei cinque deputati di Liberman, sarebbe bastato un ribelle per affossare il governo.Netanyahu, 69 anni, in carica da quasi dieci (e con un triennio alle spalle, tra 1996 e 1999), è favorito nei sondaggi. Lui punta su una coalizione simile a quella attuale, che ha dato vita al governo considerato da molti il più a destra della storia di Israele. «La coalizione attuale costituisce il cuore della prossima» e «chiederemo un mandato chiaro agli elettori per continuare a guidare il Paese con la nostra politica», ha detto. Il premier ha preferito tornare alle urne non soltanto alla luce dei sondaggi a lui favorevoli ma anche viste le grosse difficoltà a far votare una legge sulla coscrizione degli ebrei ultraortodossi nell'esercito, a cui si oppongono i due partiti religiosi della maggioranza. Con Netanyahu o contro Netanyahu: per l'assenza di un'opposizione organizzata e credibile, la campagna elettorale si combatterà sulla figura del premier uscente, un po' com'è stato per anni in Italia per Silvio Berlusconi. Netanyahu si presenterà come l'usato sicuro, l'unico con esperienza e credibilità tali da riuscire a proteggere Israele. I suoi avversari lo dipingeranno come un pericolo per la democrazia vista la serie di indagini per corruzione: la polizia ha, infatti, raccomandato la sua incriminazione in tre diverse indagini e il procuratore generale sta valutando come procedere. Tutto questo però non sembra, secondo gli analisti, cambiare di molto il numeri di seggi che il partito del premier, il Likud, e la sua coalizione conquisteranno ad aprile.Nelle elezioni si intravedono elementi comuni alla politica occidentale, dalla preoccupazione per il bilancio pubblico, alle proteste dei gilet gialli, dalla crisi della sinistra (rischia di perdere 15 seggi, passando da 24 a 9, secondo gli ultimi sondaggi) fino al ruolo di Donald Trump. Proprio la posizione del presidente degli Stati Uniti, grande alleato e sostenitore di Netanyahu, rischia di mettere in difficoltà la coalizione del premier. Trump ha infatti recentemente promosso, dopo l'apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemme, un piano di pace tra Israele e palestinesi. Un'idea che però, se rinnovata in questi mesi di campagna elettorale, rischia di mettere alle corde Netanyahu, che potrebbe essere costretto a scegliere tra la destra populista e il suo principale alleato. Una scelta che il premier non vorrà fare ma che lascerà automaticamente ampi spazi alla sua destra. Il Times of Israel è arrivato a sostenere che il Paese potrebbe risparmiare 1,8 miliardi di shekel (420 milioni di euro circa, cioè il costo stimato per la tornata elettorale) proclamando subito Netanyahu vincitore. Nessuno tra i suoi rivali annunciati sembra infatti in grado di soffiargli la guida del Paese. Ma a frenare tutto è la possibile candidatura di Benny Gantz, ex capo dell'esercito che, dopo pochi giorni dall'annuncio della creazione di un suo partito, già gode di buoni sondaggi. Tuttavia, la storia dei vertici dell'Idf che hanno tentato la via della politica è controversa: da una parte i successi di Yitzhak Rabin ed Ehud Barak, ma dall'altra il clamoroso flop di Amnon Lipkin-Shahak. E Gantz, secondo gli osservatori israeliani, è più simile come temperamento, appoggi politici e orientamenti a quest'ultimo piuttosto che ai primi due. L'unica strada per lui sarebbe quella di puntare sugli anti Netanyahu, dalla sinistra ai centristi fino ai falchi di destra, ma una campagna elettorale contro chi da dieci anni guida il Paese, è in testa ai sondaggi e ha ottimi alleati internazionali non si imbastisce in tre mesi. media3.giphy.com
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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