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2025-05-06
L’effetto Simion scuote la Romania. Si dimette il premier socialista
Chi l’ha detta meglio è probabilmente Marine Le Pen che, esclusa – almeno per ora – dalla competizione elettorale per iniziativa dei magistrati in Francia, scrive su X: «La Romania ha appena regalato alla signora Ursula von der Leyen un bel boomerang». Il giorno dopo del primo turno delle presidenziali a Bucarest è tristissimo per Bruxelles e agitatissimo nell’immenso Palatul Parlamentului, sede della politica rumena, il secondo palazzo più grande al mondo in stile sovietico. Si è dimesso il primo ministro Marcel Ciolacu, socialdemocratico, che è stato sfiduciato dal suo partito dopo la durissima sconfitta che la fu maggioranza di governo (Psd, Partito liberale e partito filo ungherese) ha subìto al primo turno delle presidenziali domenica con il trionfo del candidato di destra George Simion (Aur, unione dei rumeni). A scrutinio ancora aperto uno degli esponenti di punta del Psd Robert Sighiartau, aveva liquidato il premier: «È evidente che ci deve essere un governo senza Marcel Ciolacu, poiché egli non ha più alcuna legittimità». Dopo una serie di vertici ieri pomeriggio Ciolacu si è recato dal presidente della Repubblica ad interim Ilie Bolojan e ha rassegnato le dimissioni con tutti i ministri socialdemocratici, che restano in carica per l’ordinaria amministrazione per i prossimi 45 giorni, quando si dovrà nominare un nuovo governo. Con tutta probabilità a nominarlo sarà George Simion visto che il ballottaggio per il presidente della Repubblica si terrà il 18 maggio. E, quasi una nemesi, presidente del Consiglio sarà allora quel Calin Georgescu che al primo turno delle presidenziali del novembre scorso aveva sconfitto proprio Ciolacu , che anche allora aveva presentato le dimissioni poi respinte. Rientrate però a seguito dell’intervento a gamba tesa della Corte Costituzionale rumena che aveva annullato quelle elezioni impedendo a Georgescu anche di ricandidarsi perché sarebbero state inficiate da ingerenze russe.
Viene da dire che quei giudici hanno fatto un favore a Simion e alla destra. Georgescu a novembre aveva vinto con circa il 22% dei voti. Ieri Simion ne ha presi quasi il doppio perché i rumeni si sono ribellati. Peraltro George Simion - si è presentato al seggio in compagnia di Georgescu - ha dichiarato già domenica sera: «Farò di tutto per nominare Georgescu primo ministro». Le dimissioni di Ciolacu spianano la strada, tant’è che i liberali fino all’ultimo hanno cercato di far nascere un governo di emergenza presieduto da Ilie Bolojan che – con una forzatura costituzionale – avrebbe retto la presidenza della Repubblica e quella del consiglio dei ministri.
In Romania dunque è successo ciò che l’Ue si augurava che non accadesse: il candidato di destra, trumpiano convinto tanto da ispirarsi al Maga, George Simion, ha stravinto con il 41% dei consensi. Hanno provato anche questa volta ad agitare il sospetto degli hacker russi, ma senza esito. Al ballottaggio avrà di fronte il sindaco di Bucarest Nicusor Dan, che corre da solo e ha preso il 20,9% dei voti, dunque la metà del suo sfidante. Dan giura fedeltà all’Ue e la sua prima dichiarazione è stata: «Al ballottaggio sarà una sfida tra chi crede nell’Europa, noi, e chi vuole portare la Romania allo sbando». Pare però argomento debole; analizzando il voto emerge che Dan ha raccolto consensi solo nella capitale e dalla componente magiara (in Romania c’è una forte presenza di ungheresi), ma non ha un seguito ampio (il voto all’estero gli ha dato appena il 19%). Simion ha stravinto tra i rumeni all’estero (quasi il 61% degli 860.000 voti espressi), in tutte le zone rurali e anche nelle regioni di confine con la Moldavia (Paese che lo ha espulso come l’Ucraina), che lui sogna di riunificare alla Romania. Può recuperare i voti di Viktor Ponta (14%), anche lui approdato su posizioni nazionaliste. Una sorpresa potrebbe venire dall’elettorato socialdemocratico, che sta abbandonando fin dalle prime ore dopo lo scrutinio Crin Antonescu che era sostenuto dalla triade dei partiti di governo: il Pnl (Partito nazional liberale), il Psd (Partito socialdemocratico) e il partito filo ungherese. Antonescu è arrivato terzo con il 20,4% dei voti e questo segna la fine di un lungo periodo di potere dei socialdemocratici.
Simion ieri ha confermato la sua fedeltà atlantica e ha detto di non voler uscire dall’Europa, ma di voler cambiare l’Europa. Del resto è anche vicepresidente di Ecr, il gruppo dei conservatori a cui appartiene Fdi e che fino a qualche mese fa era guidato da Giorgia Meloni. Tant’è che ieri accanto a Simion c’era Carlo Fidanza, capodelegazione a Bruxelles per FdI, che ha ribadito: «Voglio congratularmi con l’amico George Simion per il suo fantastico lavoro. Ma mi congratulo soprattutto col popolo rumeno, perché riafferma il suo diritto alla libertà, alla democrazia e alla sovranità».
Per una strana coincidenza Bruxelles deve temere il 18 maggio, perché assieme al ballottaggio rumeno si tiene anche il primo turno delle presidenziali in Polonia. E anche lì la destra prepara la sorpresa.
«Ora nessuno osi più interferire»
La vittoria del leader di Aur George Simion al primo turno delle elezioni presidenziali rumene divide il continente europeo: l’entusiasmo ha contagiato i partiti di destra, mentre il risultato preoccupa Bruxelles e il Ppe.
Una tendenza che è in qualche modo già visibile all’interno degli stessi confini italiani. C’è chi ha celebrato il trionfo come il vicepremier Matteo Salvini e chi ha avuto una reazione contenuta come il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani.
Il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha infatti subito commentato su X: «In Romania il popolo ha finalmente votato, liberamente, con testa e cuore. Con buona pace dei signori di Bruxelles e dei loro sporchi trucchi». E ieri il leader della Lega, facendo riferimento alle elezioni annullate alla fine dello scorso anno, ha specificato: «Spero che nessuno osi più interferire con la democrazia in un Paese membro dell’Unione europea. Fermare le elezioni a urne aperte e arrestare un candidato è roba da regime, non da Europa». Invece, il segretario di Forza Italia non ha voluto commentare le parole di Salvini, sostenendo che «ognuno fa quello che vuole». Tajani, pur sottolineando che la Romania «è un Paese libero» e che «bisogna sempre rispettare il voto», si augura che nel secondo turno non ci sia «troppo antieuropeismo», visto anche che «la Romania ha avuto tanto dall’Unione europea».
È interessante notare che è proprio dai cittadini rumeni presenti in Italia che Simion ha ricevuto un vasto consenso. Lo stesso Salvini ha ricordato che «oltre il 70%» della comunità rumena che vive nel nostro Paese «ha sostenuto George Simion».
Il partito dei conservatori e dei riformisti europei (Ecr), di cui Simion è vicepresidente, si è subito congratulato per il risultato ottenuto. Anzi, il vicepresidente di Ecr e capodelegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles Carlo Fidanza era proprio a fianco di Simion sul palco per celebrare il «voto di libertà». Con il leader di Aur che si trova «nelle condizioni concrete di poter vincere al ballottaggio», la speranza è che «questa breve campagna per il ballottaggio non veda interferenze esterne né da Bruxelles né da altrove e i rumeni possano votare liberamente», ha detto Fidanza. E ha ricordato anche: «Per la nostra famiglia politica si tratterebbe di una grande vittoria, vorrebbe dire anche avere il quarto membro del Consiglio europeo (insieme a Meloni e ai premier di Belgio e Repubblica Ceca) superando addirittura i socialisti».
A lanciare una stoccata direttamente contro il presidente della Commissione Ue è stata Marine Le Pen, che su X, entusiasta dell’esito, ha scritto: «La Romania ha appena regalato alla signora Von der Leyen un bel boomerang». Anche il presidente di Vox, Santiago Abascal, non si è risparmiato nelle valutazioni, spiegando che «la libertà di espressione e la democrazia si stanno facendo strada».
Che Simion piaccia poco a Bruxelles pare assodato. E proprio dalle fila del Ppe, il suo vicepresidente, l’eurodeputato rumeno, Siegfried Muresan, ha commentato la vittoria del primo turno: «L’elezione di George Simion a presidente della Romania sarebbe una cattiva notizia non solo per la Romania, ma per l’Europa», visto che «sarebbe una vittoria strategica della Russia». L’eurodeputato ha attaccato Simion su diversi fronti, dalle posizioni anti Ue a quelle ritenute filorusse. Muresan ha sottolineato che al candidato presidenziale «è stato vietato di entrare in Ucraina e in Moldavia per aver minacciato l’integrità territoriale di questi due Paesi candidati all’Ue». Simion, a detta del vicepresidente del Ppe, è colpevole di aver teso una mano all’ex candidato Calin Georgescu, ma anche di aver paragonato l’Ue «all’Unione Sovietica».
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Il sovranista ottiene il 41% dei voti, il doppio di quelli presi a novembre da Georgescu, poi eliminato dai giudici Il 18 maggio. Ballottaggio con Dan, sindaco della capitale, che già chiama in soccorso «chi crede nell’Unione».Salvini: «Arrestare un candidato è da regime». Fidanza (Fdi): «Al secondo turno il voto sia libero». Le Pen: «Un boomerang per Ursula». Freddi il Ppe e Forza Italia.Lo speciale contiene due articoli.Chi l’ha detta meglio è probabilmente Marine Le Pen che, esclusa – almeno per ora – dalla competizione elettorale per iniziativa dei magistrati in Francia, scrive su X: «La Romania ha appena regalato alla signora Ursula von der Leyen un bel boomerang». Il giorno dopo del primo turno delle presidenziali a Bucarest è tristissimo per Bruxelles e agitatissimo nell’immenso Palatul Parlamentului, sede della politica rumena, il secondo palazzo più grande al mondo in stile sovietico. Si è dimesso il primo ministro Marcel Ciolacu, socialdemocratico, che è stato sfiduciato dal suo partito dopo la durissima sconfitta che la fu maggioranza di governo (Psd, Partito liberale e partito filo ungherese) ha subìto al primo turno delle presidenziali domenica con il trionfo del candidato di destra George Simion (Aur, unione dei rumeni). A scrutinio ancora aperto uno degli esponenti di punta del Psd Robert Sighiartau, aveva liquidato il premier: «È evidente che ci deve essere un governo senza Marcel Ciolacu, poiché egli non ha più alcuna legittimità». Dopo una serie di vertici ieri pomeriggio Ciolacu si è recato dal presidente della Repubblica ad interim Ilie Bolojan e ha rassegnato le dimissioni con tutti i ministri socialdemocratici, che restano in carica per l’ordinaria amministrazione per i prossimi 45 giorni, quando si dovrà nominare un nuovo governo. Con tutta probabilità a nominarlo sarà George Simion visto che il ballottaggio per il presidente della Repubblica si terrà il 18 maggio. E, quasi una nemesi, presidente del Consiglio sarà allora quel Calin Georgescu che al primo turno delle presidenziali del novembre scorso aveva sconfitto proprio Ciolacu , che anche allora aveva presentato le dimissioni poi respinte. Rientrate però a seguito dell’intervento a gamba tesa della Corte Costituzionale rumena che aveva annullato quelle elezioni impedendo a Georgescu anche di ricandidarsi perché sarebbero state inficiate da ingerenze russe. Viene da dire che quei giudici hanno fatto un favore a Simion e alla destra. Georgescu a novembre aveva vinto con circa il 22% dei voti. Ieri Simion ne ha presi quasi il doppio perché i rumeni si sono ribellati. Peraltro George Simion - si è presentato al seggio in compagnia di Georgescu - ha dichiarato già domenica sera: «Farò di tutto per nominare Georgescu primo ministro». Le dimissioni di Ciolacu spianano la strada, tant’è che i liberali fino all’ultimo hanno cercato di far nascere un governo di emergenza presieduto da Ilie Bolojan che – con una forzatura costituzionale – avrebbe retto la presidenza della Repubblica e quella del consiglio dei ministri. In Romania dunque è successo ciò che l’Ue si augurava che non accadesse: il candidato di destra, trumpiano convinto tanto da ispirarsi al Maga, George Simion, ha stravinto con il 41% dei consensi. Hanno provato anche questa volta ad agitare il sospetto degli hacker russi, ma senza esito. Al ballottaggio avrà di fronte il sindaco di Bucarest Nicusor Dan, che corre da solo e ha preso il 20,9% dei voti, dunque la metà del suo sfidante. Dan giura fedeltà all’Ue e la sua prima dichiarazione è stata: «Al ballottaggio sarà una sfida tra chi crede nell’Europa, noi, e chi vuole portare la Romania allo sbando». Pare però argomento debole; analizzando il voto emerge che Dan ha raccolto consensi solo nella capitale e dalla componente magiara (in Romania c’è una forte presenza di ungheresi), ma non ha un seguito ampio (il voto all’estero gli ha dato appena il 19%). Simion ha stravinto tra i rumeni all’estero (quasi il 61% degli 860.000 voti espressi), in tutte le zone rurali e anche nelle regioni di confine con la Moldavia (Paese che lo ha espulso come l’Ucraina), che lui sogna di riunificare alla Romania. Può recuperare i voti di Viktor Ponta (14%), anche lui approdato su posizioni nazionaliste. Una sorpresa potrebbe venire dall’elettorato socialdemocratico, che sta abbandonando fin dalle prime ore dopo lo scrutinio Crin Antonescu che era sostenuto dalla triade dei partiti di governo: il Pnl (Partito nazional liberale), il Psd (Partito socialdemocratico) e il partito filo ungherese. Antonescu è arrivato terzo con il 20,4% dei voti e questo segna la fine di un lungo periodo di potere dei socialdemocratici. Simion ieri ha confermato la sua fedeltà atlantica e ha detto di non voler uscire dall’Europa, ma di voler cambiare l’Europa. Del resto è anche vicepresidente di Ecr, il gruppo dei conservatori a cui appartiene Fdi e che fino a qualche mese fa era guidato da Giorgia Meloni. Tant’è che ieri accanto a Simion c’era Carlo Fidanza, capodelegazione a Bruxelles per FdI, che ha ribadito: «Voglio congratularmi con l’amico George Simion per il suo fantastico lavoro. Ma mi congratulo soprattutto col popolo rumeno, perché riafferma il suo diritto alla libertà, alla democrazia e alla sovranità». Per una strana coincidenza Bruxelles deve temere il 18 maggio, perché assieme al ballottaggio rumeno si tiene anche il primo turno delle presidenziali in Polonia. 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Il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha infatti subito commentato su X: «In Romania il popolo ha finalmente votato, liberamente, con testa e cuore. Con buona pace dei signori di Bruxelles e dei loro sporchi trucchi». E ieri il leader della Lega, facendo riferimento alle elezioni annullate alla fine dello scorso anno, ha specificato: «Spero che nessuno osi più interferire con la democrazia in un Paese membro dell’Unione europea. Fermare le elezioni a urne aperte e arrestare un candidato è roba da regime, non da Europa». Invece, il segretario di Forza Italia non ha voluto commentare le parole di Salvini, sostenendo che «ognuno fa quello che vuole». Tajani, pur sottolineando che la Romania «è un Paese libero» e che «bisogna sempre rispettare il voto», si augura che nel secondo turno non ci sia «troppo antieuropeismo», visto anche che «la Romania ha avuto tanto dall’Unione europea». È interessante notare che è proprio dai cittadini rumeni presenti in Italia che Simion ha ricevuto un vasto consenso. Lo stesso Salvini ha ricordato che «oltre il 70%» della comunità rumena che vive nel nostro Paese «ha sostenuto George Simion». Il partito dei conservatori e dei riformisti europei (Ecr), di cui Simion è vicepresidente, si è subito congratulato per il risultato ottenuto. Anzi, il vicepresidente di Ecr e capodelegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles Carlo Fidanza era proprio a fianco di Simion sul palco per celebrare il «voto di libertà». Con il leader di Aur che si trova «nelle condizioni concrete di poter vincere al ballottaggio», la speranza è che «questa breve campagna per il ballottaggio non veda interferenze esterne né da Bruxelles né da altrove e i rumeni possano votare liberamente», ha detto Fidanza. E ha ricordato anche: «Per la nostra famiglia politica si tratterebbe di una grande vittoria, vorrebbe dire anche avere il quarto membro del Consiglio europeo (insieme a Meloni e ai premier di Belgio e Repubblica Ceca) superando addirittura i socialisti». A lanciare una stoccata direttamente contro il presidente della Commissione Ue è stata Marine Le Pen, che su X, entusiasta dell’esito, ha scritto: «La Romania ha appena regalato alla signora Von der Leyen un bel boomerang». Anche il presidente di Vox, Santiago Abascal, non si è risparmiato nelle valutazioni, spiegando che «la libertà di espressione e la democrazia si stanno facendo strada». Che Simion piaccia poco a Bruxelles pare assodato. E proprio dalle fila del Ppe, il suo vicepresidente, l’eurodeputato rumeno, Siegfried Muresan, ha commentato la vittoria del primo turno: «L’elezione di George Simion a presidente della Romania sarebbe una cattiva notizia non solo per la Romania, ma per l’Europa», visto che «sarebbe una vittoria strategica della Russia». L’eurodeputato ha attaccato Simion su diversi fronti, dalle posizioni anti Ue a quelle ritenute filorusse. Muresan ha sottolineato che al candidato presidenziale «è stato vietato di entrare in Ucraina e in Moldavia per aver minacciato l’integrità territoriale di questi due Paesi candidati all’Ue». Simion, a detta del vicepresidente del Ppe, è colpevole di aver teso una mano all’ex candidato Calin Georgescu, ma anche di aver paragonato l’Ue «all’Unione Sovietica».
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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