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2022-12-21
«Effetti avversi, rischi per gli over 65». Ma Schillaci insiste per fare altri vaccini
Orazio Schillaci (Imagoeconomica)
«Vacciniamo i più fragili e mettiamo la mascherina»: le risposte delle istituzioni (nella fattispecie, del ministro Orazio Schillaci, intervistato ieri dal Messaggero, ) alla fine, sono sempre le stesse da due anni. Anche adesso che basta un picco influenzale per far precipitare nuovamente la popolazione nell’ennesima percezione di emergenza. Reale o virtuale?
La situazione in realtà è, come al solito, molto amplificata dai media, che ogni giorno titolano sui «pronto soccorso allo stremo» e ancora non hanno deciso se il Covid sia più o meno grave dell’influenza. Le virostar sul tema si accapigliano: ieri il docente di parassitologia molecolare Andrea Crisanti, oggi senatore del Partito Democratico, si è scagliato duramente contro il presidente Aifa, Giorgio Palù, reo di aver dichiarato che il Covid è meno letale dell’influenza: «Questa è una manifestazione di analfabetismo di sanità pubblica», ha attaccato Crisanti. Anche l’ex consigliere scientifico di Roberto Speranza, l’igienista Walter Ricciardi, ha dichiarato in televisione che «il Covid non è affatto meno letale dell’influenza, dato che fa sempre 80-100 morti al giorno». Ma dimentica che, per fare un esempio, durante la prima settimana del 2019, la mortalità, solo da sindrome influenzale, aveva una media giornaliera di 235 decessi (dati ISS-Epicentro). Ed è Ricciardi stesso ad aver partecipato, nel 2019, a uno studio che certificava che nella stagione invernale 2016-2017 i decessi in eccesso attribuibili alle epidemie influenzali sono stati 24.981: non pochi. Eppure all’epoca nessun medico invocava la vaccinazione antinfluenzale di massa, anche per i bambini, come sta accadendo adesso. Sarà forse per non scontentare nessuno che il ministro della Salute, Orazio Schillaci, dovendo fare il sunto delle mille posizioni dei virologi da salotto, ha dovuto da un lato assicurare che gli ospedali non sono in crisi, dall’altro suggerire sempre il solito protocollo: vaccinazione dei fragili e mascherina.
La raccomandazione delle istituzioni italiane per gli over 65 è di fare la quarta dose (per qualcuno addirittura la quinta) e il vaccino antinfluenzale insieme: doppio shot. Eppure, da oltreoceano, continuano ad arrivare informazioni che suggeriscono maggiore prudenza. Il ministro della salute della Florida Joseph A. Ladapo, ad esempio, ha lamentato «il ritardo di due anni nella pubblicazione dei risultati secondo cui il vaccino anti Covid di Pfizer può aumentare il rischio di coaguli di sangue nei polmoni (emboli polmonari) e attacchi di cuore». Ladapo ha ripubblicato uno studio di Science Direct, in collaborazione con Fda, effettuato su anziani over 65 che segnala una possibile correlazione tra vaccinazione Pfizer ed embolia polmonare, infarto miocardico acuto, coagulazione intravascolare e trombocitopenia.
Come per altri segnali, deve essere preso sul serio e studiato più a fondo, dato che negli Stati Uniti, ma anche in Germania e soprattutto in Italia, è mancata completamente una farmacovigilanza adeguata sui vaccini anti Covid. Le evidenze che, giorno dopo giorno, stimolano maggiori approfondimenti sui potenziali danni dei vaccini anti Covid a mRna, si fanno sempre più frequenti: Joseph Ladapo, ad esempio, martedì 13 dicembre ha convocato una riunione sostenendo che la sua decisione di indagare sulle morti improvvise per miocardite da vaccino è stata ispirata da uno studio dalla Germania, pubblicato sul Clinical research in Cardiology. Lo studio ha trovato tracce di miocardite nelle autopsie di 5 persone, su 25, morte improvvisamente dopo la vaccinazione anti Covid. E sempre dalla Germania sono arrivati la scorsa settimana i dati, abbastanza preoccupanti, ricavati dal database di KBV, l’associazione di tutte le assicurazioni malattia a pagamento, che copre circa 72 milioni di tedeschi. In sostanza, i dati resi pubblici dal deputato Martin Sichert rivelano che i casi di «morte improvvisa» nel 2021 si sono più che decuplicati rispetto agli anni precedenti (dai meno di 1.000 negli anni 2016-2020 agli oltre 10.000 del 2021). Non solo: anche il Partito Conservatore britannico ha denunciato in Parlamento che la British Heart Foundation starebbe sopprimendo le prove che i vaccini anti Covid causano danni cardiaci, inviando persino accordi di non divulgazione al suo gruppo di ricerca. Non rassicura neanche la curiosa variazione dei dati sull’eccesso di mortalità osservata su Euromomo, che due giorni fa, il 19 dicembre, registrava 186.083 decessi in più, mentre lo scorso 1 dicembre ne riferiva circa 308.000: risuscitati?
È per questi «segnali», riscontrati ovunque nel mondo, che il governatore repubblicano Ron De Santis ha istituito un «Grand Jury» per indagare sui vaccini a mRNA, sui decessi correlati al cuore legati ai vaccini a mRNA e costituirà un «Comitato per l’integrità della Salute pubblica». Sarebbe opportuno anche qui in Italia. Ma per ora dobbiamo accontentarci delle raccomandazioni del ministro Schillaci su come affrontare le prossime festività: «Con senso di responsabilità e con la vaccinazione dei più fragili». Dal cilindro non esce fuori altro.
Primo arresto nell’inchiesta sui legali vicini a Conte
L’inchiesta di Roma sull’avvocato Luca Di Donna e sul giro di legali legati all’ex premier Giuseppe Conte miete la prima vittima: Federico Tedeschini, pure lui noto civilista della Capitale che, mentre con La Verità scherzava, con un gusto tutto romano per la battuta, sull’inconsistenza del traffico di influenze illecite, avrebbe commesso, secondo il giudice che per lui ha disposto gli arresti domiciliari, un reato più grave, la corruzione. «Per noi avvocati il traffico di influenze che vol di’?», giocherellava mentre i cronisti della Verità gli chiedevano un anno fa se era stato perquisito. Prima di congedarsi fece una previsione: «Con questa accusa nel processo mi assolvono, ma prima mi rompono le scatole». E con la consueta arguzia affermò che li stava aspettando: «Vengano pure, non sono uno che si spaventa». L’altro giorno i carabinieri si sono presentati a casa sua. E del collega Pierfrancesco Sicco (finito pure lui ai domiciliari). Ma sono state notificate anche altre misure cautelari: la sospensione dai pubblici uffici per 12 mesi per il magistrato presidente della Terza sezione del Tar del Lazio, Silvestro Maria Russo, per l’avvocato Giammaria Covino e per il commissario ad acta dell’Ato di Imperia, Gaia Checcucci (ieri inibita dal governatore ligure Giovanni Toti).
L’inchiesta, proprio come aveva ricostruito La Verità, parte da quella su Di Donna, nella quale emerse che nello studio Alpa-Di Donna durante la pandemia si sarebbe consumato un incontro per l’affare mascherine, con un imprenditore in cerca di contatti per ottenere commesse dal commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri. E dopo l’articolo della Verità dell’ottobre 2021, i carabinieri, con due informative del febbraio 2022, segnalano alla Procura di Roma alcune «conversazioni [...] costituenti autonome notizie di reato in tema di corruzione». Tedeschini con Di Donna ha condiviso più di una causa civile. Tra queste ne spicca una a difesa del presidente del porto di Trieste Zeno D’Agostino, silurato da una decisione dell’Anac che aveva ritenuto inconferibile l’incarico. I giornali notarono subito il dream team messo in campo da D’Agostino: il professor Guido Alpa, mentore di Conte, e con lui anche Di Donna (l’Autorità portuale lo ha pagato 15.000 euro) e Tedeschini. Il prestigioso collegio difensivo incassò una vittoria davanti al Tribunale amministrativo e D’Agostino tornò in sella.
Ma i carabinieri si sono concentrati su alcuni contenziosi amministrativi. E le due strade di Di Donna e di Tedeschini si sono divise. Dalle chiacchierate intercettate nello studio Tedeschini, annotano i carabinieri, sarebbe emerso che l’avvocato «non solo avrebbe messo a disposizione dei clienti la sua professionalità, ma soprattutto collaudati rapporti con pubblici ufficiali in posizioni apicali». E, così, intercettazione dopo intercettazione, è stata ricostruita quella che secondo i pm era la volontà di interferire con le centrali del potere romano. Con trucchetti per pilotare provvedimenti amministrativi e strategie per tentare di influenzare le nomine all’interno del Consiglio di Stato (con tanto di «cavallo di Troia» con il compito di informare il presidente Franco Frattini che l’eventuale pubblicazione di notizie in merito avrebbe screditato il Consiglio), ma anche «la nomina ai vertici delle unità di struttura per la realizzazione del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza)».
E non solo. A Tedeschini si rivolgeva chiunque aspirasse a ricoprire incarichi di rilievo per trovare quello che i magistrati definiscono «il giusto canale istituzionale». E lui si faceva forte di un’amicizia col marito del capo di gabinetto di Mara Carfagna al ministero per il Sud e la Coesione Territoriale, Francesca Quadri (che non è indagata). Proprio Checcucci, per esempio, mirava «a essere nominata capo dipartimento della struttura per il Pnrr». Tedeschini, invitando Covino a una cena con la Quadri, torna a ironizzare: «Me l’ha chiesto la Checcucci... è una marchetta... mo’ ci danno il traffico di influenze». Alla fine, invece, è spuntata l’accusa di corruzione.
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Uno studio mostra la possibile correlazione del siero con embolie e infarti tra anziani. Che qui sono invitati all’ennesimo richiamo.Primo arresto nell’inchiesta sui legali vicini a Giuseppe Conte. L’avvocato Federico Tedeschini ai domiciliari per corruzione. Indagini partite dal fascicolo su Luca Di Donna, coinvolto nell’affare mascherine.Lo speciale contiene due articoli.«Vacciniamo i più fragili e mettiamo la mascherina»: le risposte delle istituzioni (nella fattispecie, del ministro Orazio Schillaci, intervistato ieri dal Messaggero, ) alla fine, sono sempre le stesse da due anni. Anche adesso che basta un picco influenzale per far precipitare nuovamente la popolazione nell’ennesima percezione di emergenza. Reale o virtuale? La situazione in realtà è, come al solito, molto amplificata dai media, che ogni giorno titolano sui «pronto soccorso allo stremo» e ancora non hanno deciso se il Covid sia più o meno grave dell’influenza. Le virostar sul tema si accapigliano: ieri il docente di parassitologia molecolare Andrea Crisanti, oggi senatore del Partito Democratico, si è scagliato duramente contro il presidente Aifa, Giorgio Palù, reo di aver dichiarato che il Covid è meno letale dell’influenza: «Questa è una manifestazione di analfabetismo di sanità pubblica», ha attaccato Crisanti. Anche l’ex consigliere scientifico di Roberto Speranza, l’igienista Walter Ricciardi, ha dichiarato in televisione che «il Covid non è affatto meno letale dell’influenza, dato che fa sempre 80-100 morti al giorno». Ma dimentica che, per fare un esempio, durante la prima settimana del 2019, la mortalità, solo da sindrome influenzale, aveva una media giornaliera di 235 decessi (dati ISS-Epicentro). Ed è Ricciardi stesso ad aver partecipato, nel 2019, a uno studio che certificava che nella stagione invernale 2016-2017 i decessi in eccesso attribuibili alle epidemie influenzali sono stati 24.981: non pochi. Eppure all’epoca nessun medico invocava la vaccinazione antinfluenzale di massa, anche per i bambini, come sta accadendo adesso. Sarà forse per non scontentare nessuno che il ministro della Salute, Orazio Schillaci, dovendo fare il sunto delle mille posizioni dei virologi da salotto, ha dovuto da un lato assicurare che gli ospedali non sono in crisi, dall’altro suggerire sempre il solito protocollo: vaccinazione dei fragili e mascherina. La raccomandazione delle istituzioni italiane per gli over 65 è di fare la quarta dose (per qualcuno addirittura la quinta) e il vaccino antinfluenzale insieme: doppio shot. Eppure, da oltreoceano, continuano ad arrivare informazioni che suggeriscono maggiore prudenza. Il ministro della salute della Florida Joseph A. Ladapo, ad esempio, ha lamentato «il ritardo di due anni nella pubblicazione dei risultati secondo cui il vaccino anti Covid di Pfizer può aumentare il rischio di coaguli di sangue nei polmoni (emboli polmonari) e attacchi di cuore». Ladapo ha ripubblicato uno studio di Science Direct, in collaborazione con Fda, effettuato su anziani over 65 che segnala una possibile correlazione tra vaccinazione Pfizer ed embolia polmonare, infarto miocardico acuto, coagulazione intravascolare e trombocitopenia. Come per altri segnali, deve essere preso sul serio e studiato più a fondo, dato che negli Stati Uniti, ma anche in Germania e soprattutto in Italia, è mancata completamente una farmacovigilanza adeguata sui vaccini anti Covid. Le evidenze che, giorno dopo giorno, stimolano maggiori approfondimenti sui potenziali danni dei vaccini anti Covid a mRna, si fanno sempre più frequenti: Joseph Ladapo, ad esempio, martedì 13 dicembre ha convocato una riunione sostenendo che la sua decisione di indagare sulle morti improvvise per miocardite da vaccino è stata ispirata da uno studio dalla Germania, pubblicato sul Clinical research in Cardiology. Lo studio ha trovato tracce di miocardite nelle autopsie di 5 persone, su 25, morte improvvisamente dopo la vaccinazione anti Covid. E sempre dalla Germania sono arrivati la scorsa settimana i dati, abbastanza preoccupanti, ricavati dal database di KBV, l’associazione di tutte le assicurazioni malattia a pagamento, che copre circa 72 milioni di tedeschi. In sostanza, i dati resi pubblici dal deputato Martin Sichert rivelano che i casi di «morte improvvisa» nel 2021 si sono più che decuplicati rispetto agli anni precedenti (dai meno di 1.000 negli anni 2016-2020 agli oltre 10.000 del 2021). Non solo: anche il Partito Conservatore britannico ha denunciato in Parlamento che la British Heart Foundation starebbe sopprimendo le prove che i vaccini anti Covid causano danni cardiaci, inviando persino accordi di non divulgazione al suo gruppo di ricerca. Non rassicura neanche la curiosa variazione dei dati sull’eccesso di mortalità osservata su Euromomo, che due giorni fa, il 19 dicembre, registrava 186.083 decessi in più, mentre lo scorso 1 dicembre ne riferiva circa 308.000: risuscitati? È per questi «segnali», riscontrati ovunque nel mondo, che il governatore repubblicano Ron De Santis ha istituito un «Grand Jury» per indagare sui vaccini a mRNA, sui decessi correlati al cuore legati ai vaccini a mRNA e costituirà un «Comitato per l’integrità della Salute pubblica». Sarebbe opportuno anche qui in Italia. Ma per ora dobbiamo accontentarci delle raccomandazioni del ministro Schillaci su come affrontare le prossime festività: «Con senso di responsabilità e con la vaccinazione dei più fragili». Dal cilindro non esce fuori altro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/effetti-avversi-rischi-over-65-2658990689.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="primo-arresto-nellinchiesta-sui-legali-vicini-a-conte" data-post-id="2658990689" data-published-at="1671604708" data-use-pagination="False"> Primo arresto nell’inchiesta sui legali vicini a Conte L’inchiesta di Roma sull’avvocato Luca Di Donna e sul giro di legali legati all’ex premier Giuseppe Conte miete la prima vittima: Federico Tedeschini, pure lui noto civilista della Capitale che, mentre con La Verità scherzava, con un gusto tutto romano per la battuta, sull’inconsistenza del traffico di influenze illecite, avrebbe commesso, secondo il giudice che per lui ha disposto gli arresti domiciliari, un reato più grave, la corruzione. «Per noi avvocati il traffico di influenze che vol di’?», giocherellava mentre i cronisti della Verità gli chiedevano un anno fa se era stato perquisito. Prima di congedarsi fece una previsione: «Con questa accusa nel processo mi assolvono, ma prima mi rompono le scatole». E con la consueta arguzia affermò che li stava aspettando: «Vengano pure, non sono uno che si spaventa». L’altro giorno i carabinieri si sono presentati a casa sua. E del collega Pierfrancesco Sicco (finito pure lui ai domiciliari). Ma sono state notificate anche altre misure cautelari: la sospensione dai pubblici uffici per 12 mesi per il magistrato presidente della Terza sezione del Tar del Lazio, Silvestro Maria Russo, per l’avvocato Giammaria Covino e per il commissario ad acta dell’Ato di Imperia, Gaia Checcucci (ieri inibita dal governatore ligure Giovanni Toti). L’inchiesta, proprio come aveva ricostruito La Verità, parte da quella su Di Donna, nella quale emerse che nello studio Alpa-Di Donna durante la pandemia si sarebbe consumato un incontro per l’affare mascherine, con un imprenditore in cerca di contatti per ottenere commesse dal commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri. E dopo l’articolo della Verità dell’ottobre 2021, i carabinieri, con due informative del febbraio 2022, segnalano alla Procura di Roma alcune «conversazioni [...] costituenti autonome notizie di reato in tema di corruzione». Tedeschini con Di Donna ha condiviso più di una causa civile. Tra queste ne spicca una a difesa del presidente del porto di Trieste Zeno D’Agostino, silurato da una decisione dell’Anac che aveva ritenuto inconferibile l’incarico. I giornali notarono subito il dream team messo in campo da D’Agostino: il professor Guido Alpa, mentore di Conte, e con lui anche Di Donna (l’Autorità portuale lo ha pagato 15.000 euro) e Tedeschini. Il prestigioso collegio difensivo incassò una vittoria davanti al Tribunale amministrativo e D’Agostino tornò in sella. Ma i carabinieri si sono concentrati su alcuni contenziosi amministrativi. E le due strade di Di Donna e di Tedeschini si sono divise. Dalle chiacchierate intercettate nello studio Tedeschini, annotano i carabinieri, sarebbe emerso che l’avvocato «non solo avrebbe messo a disposizione dei clienti la sua professionalità, ma soprattutto collaudati rapporti con pubblici ufficiali in posizioni apicali». E, così, intercettazione dopo intercettazione, è stata ricostruita quella che secondo i pm era la volontà di interferire con le centrali del potere romano. Con trucchetti per pilotare provvedimenti amministrativi e strategie per tentare di influenzare le nomine all’interno del Consiglio di Stato (con tanto di «cavallo di Troia» con il compito di informare il presidente Franco Frattini che l’eventuale pubblicazione di notizie in merito avrebbe screditato il Consiglio), ma anche «la nomina ai vertici delle unità di struttura per la realizzazione del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza)». E non solo. A Tedeschini si rivolgeva chiunque aspirasse a ricoprire incarichi di rilievo per trovare quello che i magistrati definiscono «il giusto canale istituzionale». E lui si faceva forte di un’amicizia col marito del capo di gabinetto di Mara Carfagna al ministero per il Sud e la Coesione Territoriale, Francesca Quadri (che non è indagata). Proprio Checcucci, per esempio, mirava «a essere nominata capo dipartimento della struttura per il Pnrr». Tedeschini, invitando Covino a una cena con la Quadri, torna a ironizzare: «Me l’ha chiesto la Checcucci... è una marchetta... mo’ ci danno il traffico di influenze». Alla fine, invece, è spuntata l’accusa di corruzione.
Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
Anzi, è altamente probabile che il capo dello Stato farebbe ciò che è abilissimo a fare: un governo tecnico o di larghe intese. Matteo Renzi, che pure lo aveva fatto eleggere presidente della Repubblica, quando lasciò Palazzo Chigi scelse Paolo Gentiloni come suo sostituto, convinto che sarebbe rimasto a scaldargli la sedia per qualche mese, giusto il tempo di tornare a votare. Come sia finita si sa: per un anno e mezzo Er Moviola (questo il soprannome dell’ex commissario Ue) restò incollato alla poltrona, concludendo la legislatura e bruciando le ambizioni del Bullo toscano. Dunque, nessuno potrebbe assicurare a Meloni un anticipo del voto. Anzi, semmai si rischia un posticipo, perché l’ultima volta che si sono tenute le Politiche era il 25 settembre del 2022 e dunque, a rigor di logica, si dovrebbe tornare ai seggi dopo cinque anni e non dopo quattro e mezzo. Quindi, l’idea di puntare allo scioglimento anticipato delle Camere per non dare tempo alla sinistra di organizzarsi, di trovare un leader e mettere da parte le divisioni (che già si intravedono), è un azzardo. Con la guerra alle porte, la crisi energetica e i dazi che pesano sulle esportazioni, Mattarella avrebbe gioco facile a piazzare a Palazzo Chigi qualche riserva dello Stato, come già ha fatto nel 2021 con Mario Draghi e come fece Giorgio Napolitano nel 2011 con Mario Monti. Dopo un rettore e un banchiere potrebbe toccarci in sorte un ragioniere (dello Stato) e nel caso non se ne trovasse uno disponibile potrebbe pure capitarci un magistrato, magari della Corte dei conti, così la Repubblica giudiziaria sarebbe perfetta.
No, mettiamo da parte le scorciatoie: il governo ha davanti a sé almeno un altro anno, se non 18 mesi; dunque, urge riempire questo periodo di contenuti e, soprattutto, di decisioni. È vero che, come diceva Giulio Andreotti, tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia, ma se conosco appena un poco Giorgia Meloni non è certo sua intenzione restare a Palazzo Chigi con il solo obiettivo di diventare la premier più longeva della storia repubblicana. Affondata la riforma della giustizia, bisogna trovare qualche misura che caratterizzi l’ultimo periodo della legislatura e di sicuro non può essere la legge elettorale. Le regole del gioco interessano ai politici, che devono puntare all’elezione, ma non appassionano di certo chi vota. Quanto al premierato e all’autonomia regionale, dopo la bocciatura della riforma sulla giustizia credo sia meglio rimettere tutto nel cassetto, prima di essere vittima di altre delusioni. Che resta, dunque? L’economia. Bisogna cercare di attutire gli effetti dell’instabilità dei mercati causa guerra nel Golfo. Non so se si possa fare riprendendo le forniture con la Russia o ignorando un po’ di regole europee, ma credo che per recuperare consensi il solo modo efficace sia aprire il portafogli, per mettere un po’ di soldi in quello degli italiani. Il caro benzina, l’aumento delle bollette e l’inflazione spaventano gli elettori e per tranquillizzarli c’è un solo modo: far tintinnare i contanti. Certo, il pareggio di bilancio è importante, soprattutto per chi ha un debito pubblico come quello italiano, ma è indispensabile anche quello del bilancio familiare. E direi che quest’ultimo smuove le intenzioni di voto, come Renzi insegnò alle Europee del 2014.
Se poi a questo si potesse aggiungere pure un’altra cosa concreta, come il Piano casa, cominciando a spendere quegli 8 miliardi necessari per offrire «100.000 alloggi a chi la casa non ce l’ha», di certo l’entusiasmo per il governo crescerebbe. Insomma, citando sempre Andreotti, il potere logora chi non ce l’ha, ma se chi ce l’ha lo esercita è destinato a durare nel tempo. Il divino Giulio insegna.
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Giorgia Meloni (Imagoeconomica)
Basterà mostrare lo scalpo del trio per calmare le acque? Ho qualche dubbio: il tempo di un pieno di benzina, il tempo della spesa importante o il tempo di una bolletta e i nodi torneranno al pettine. È su questo che premier e governo dovranno decidere la rotta e la velocità di navigazione.
La crisi si farà sempre più importante e se i venti di guerra non si calmeranno, soprattutto in Iran e nell’area mediorientale, saranno dolori lancinanti. Se qualcuno si era fatto l’idea di poter dare mance elettorali con la manovra del prossimo anno, dovrà ripensarci. La questione energetica sarà molto più pesante della (pur seria) questione «morale» posta dalle vicende di Santanché e Delmastro o dalle bizze della ex capo di gabinetto di Nordio; dalle famiglie alle aziende nessuno è al riparo dall’aumento del costo della vita. Ecco perché la questione che La Verità pone da tempo si fa urgente: che intende fare Giorgia Meloni con la Russia? Davvero ritiene che basterà il repulisti delle ultime ore per poter navigare in tranquillità da qui al 2027? Suggeriamo la risposta: no. Il premier dà l’impressione che il record di longevità sia simbolicamente il segnale di serietà per eccellenza o forse ritiene che sia meglio non scombinare troppo la squadra per evitare che il caos diventi totale. Può avere ragione. Ciò detto, non possiamo non sottolineare che cinque anni di Schillaci alla Sanità, di Calderone al Lavoro o Urso allo Sviluppo economico non costituiranno un asset vincente. Ma la Meloni si sarà fatta i suoi calcoli. Non ci mettiamo becco. Dove invece non intendiamo mollare - e ci perdonerà - è sull’energia e su un robusto aggiustamento dei tempi d’attesa nella Sanità. Su quest’ultimo aspetto diciamo che il pressing è più agevole: prende Schillaci e lo invita a darsi una mossa. Sull’energia russa invece è più complesso e ce ne rendiamo conto. Però la situazione è davvero al limite. La sciagurata idea di Donald Trump di bombardare l’Iran la stiamo pagando tutti. Gli americani avranno la possibilità di fargli barba e capelli col tagliando di medio termine e mi sembra che già qualche avviso lo stiano mandando con i recenti appuntamenti elettorali; ma noi? Noi italiani, intendo.
Anche noi, che pure avevamo ben salutato il bis del tycoon alla Casa Bianca, iniziamo a vedere storto il numero uno americano, i suoi capricci e i suoi deliri. Non potendo intervenire su Trump, chiediamo alla Meloni un atto sovranista, all’insegna dell’interesse nazionale: riallacciare i rapporti con la Russia, cioè con Putin. Il viaggio in Algeria è importante e può tamponare il deficit di gas dal Qatar dovuto al conflitto nell’area mediorientale, ma non possiamo scordare il contesto generale delle politiche energetiche italiane: noi - come gli altri Paesi in Europa - ci stiamo smarcando obtorto collo dal gas e dal petrolio russo, fonti energetiche che avevamo in grande quantità e a costi molto competitivi; tuttavia quella combinazione vantaggiosa (quantità e prezzo) non ci è stato possibile rimodularla: gli «amici» americani ci stanno facendo pagare il gas naturale il triplo e pure gli altri non ce lo regalano.
Quanto al pedigree dei fornitori, diciamo che è meglio non fare l’esame del sangue ai presidenti dei Paesi che ci fanno comodo: ci rimarremmo male. Inoltre, più ci avvitiamo con i Paesi fornitori, soprattutto in Africa, e più avremo difficoltà nella gestione dei rimpatri. Il gas e il petrolio russo servono all’Italia come servono al cartello energetico per una stabilità dei prezzi globale. Con Putin ci stanno parlando in tanti, parecchi lo fanno segretamente e il via vai di navi fantasma è un indicatore. Con la Russia le relazioni industriali e finanziarie non mancano. L’Italia e questo governo non hanno mai fatto mancare il proprio sostegno all’Ucraina, però è arrivato il tempo di essere realisti nell’interesse degli italiani: torniamo a parlare con Mosca. Aveva davvero senso biasimare Buttafuoco? L’apertura della Biennale al Cremlino poteva costituire un canale relazionale; davvero Giuli ha agito con il pieno sostegno del governo? Beh, presidente Meloni, se pensa di medicare la sconfitta referendaria con la sostituzione di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi, e non affrontare il tema scottante dell’energia russa, il rischio di un malcontento crescente è alto. Ci pensi.
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La scuola di Trescore dove è avvenuta l'aggressione. Nel riquadro, tre frame dal video postato dal tredicenne che ha accoltellato la sua prof (Ansa)
Dura un minuto e 53 secondi il video trasmesso mercoledì mattina alle 7.41 su Telegram dallo studente tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi, di 57 anni, davanti a un’aula della scuola Leonardo da Vinci di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. Il filmato, che è agli atti dell’inchiesta, ieri mattina ha mostrato in diretta tutte le fasi dell’aggressione alla docente che ha tentato di difendersi e che poi, caduta a terra ferita, è stata nuovamente colpita dallo studente.
Il video, che per quanto verificato dalla Verità non sembra più essere accessibile sull’app di messaggistica, nonostante la minore età dell’autore è stato diffuso, con varie modalità, da numerose testate giornalistiche, in alcuni casi con riferimenti che rendevano identificabile senza troppa fatica il ragazzo, tanto da scatenare le dure prese di posizione dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale stampa italiana. Nel filmato, pubblicato su Telegram dallo stesso aggressore, si vede il ragazzo avvicinarsi a scuola, in strada, poi sulle scale, infine nel corridoio delle aule. Sullo sfondo appare poi la sagoma della professoressa di francese ferita. Si intravede anche la punta del coltello usato dal ragazzo, quindi la sua fuga. Un video drammatico, che ha fatto il giro dei social e che, come detto, è stato poi pubblicato anche da alcune testate.
Il segretario della Fnsi, Alessandra Costabile, ha di fatto invocato sanzioni disciplinari: «Questo è uno dei pochi temi sui quali deve intervenire l’Ordine dei giornalisti, che si occupa della tenuta dell’Albo, della formazione e degli obblighi deontologici dei colleghi. Questi i compiti previsti dalla legge istitutiva per l’Ordine, nessun altro».
E la presa di posizione del presidente dell’Ordine Carlo Bartoli non si è fatta attendere: «La pubblicazione del video dell’aggressione, sia pure con qualche timido taglio o pixelatura, rappresenta un fatto grave», ha denunciato Bartoli, che poi ha aggiunto: «L’informazione non può emulare quanto di peggio troviamo sui social media e in questo caso dare amplificazione a un evento che il ragazzo ha voluto mettere in scena e pubblicare. Ci sono elementi che possono indurre all’emulazione e che devono fare riflettere». «Io credo che in alcune redazioni», ha concluso, «si debba riprendere una riflessione attenta su quelle che sono le carte deontologiche e il ruolo dell’informazione».
Parole durissime, in parte motivate dalle modalità con cui alcune testate hanno raccontato nei loro articoli il video che stavano pubblicando, lasciando riferimenti piuttosto espliciti alla denominazione del canale Telegram aperto dal tredicenne il giorno prima dell’accoltellamento e specificando perfino che il link per entrare nel canale era fissato in alto in un profilo social del ragazzo, anche in questo caso con riferimenti al nome dell’account. Dettagli irrilevanti per la cronaca, ma che espongono il tredicenne al rischio di essere identificato.
Ad aggravare il quadro, quasi certamente, è proprio la modalità di diffusione del filmato, che non è stato solo stato rinvenuto dagli inquirenti sul cellulare del tredicenne, ma che era appunto stato reso pubblico da quest’ultimo. Nel primo caso, al netto della spettacolarizzazione della vicenda, i rischi di rendere il minore identificabile sarebbero stati molto più bassi.
Ma il comitato esecutivo del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti va oltre e punta dritto sulla diffusione delle immagini e sulla tutela della docente: «La pubblicazione del video dell’aggressione da parte di molte testate, anche autorevoli, è un fatto grave e ignora le norme deontologiche della professione. Riteniamo che il video dell’accoltellamento nulla aggiunga al racconto dei fatti. Quanto accaduto interpella prima di tutto i giornalisti sull’esercizio responsabile della professione e sulla necessità di non cadere nella spettacolarizzazione. Riteniamo, inoltre, che sia necessario tutelare sia i minori coinvolti che la persona gravemente colpita ed evitare il pericolo di emulazione. L’informazione di qualità si misura anche rinunciando alla caccia dei clic».
Sul banco degli imputati rischiano però di finire anche i social network e le app di messaggistica. Interpellato dall’Ansa, Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di diritto delle tecnologie ha evidenziato come «questo caso dimostra drammaticamente l’attualità del dibattito giuridico sulla protezione dei minori online». In particolare, il legale evidenzia il fatto che «un tredicenne, verosimilmente esposto a contenuti violenti, ha annunciato un’aggressione su una piattaforma di messaggistica, l’ha trasmessa in diretta e pubblicato contenuti pericolosi, senza che alcun sistema di protezione intervenisse», lasciando quindi i follower del ragazzino liberi di vedere l’accoltellamento in diretta. Per Belisario «questo conferma l’urgenza di un’applicazione effettiva degli obblighi già previsti dal Digital services act per i fornitori di piattaforme, e dà ragione a chi, dall’Australia alle proposte dello Special panel europeo riunito proprio questo mese, chiede restrizioni di accesso ai social per gli adolescenti al di sotto di una certa età», anche per «non lasciare da soli i genitori».
Il «manifesto» per il piano omicida: «Voglio rompere la noiosa routine»
A confermare che sarebbe stata una vendetta consumata in un minuto e 53 secondi, c’è il presunto «manifesto» del tredicenne della Bergamasca, pubblicato nel canale Telegram e inoltrato dal suo profilo. Un testo scritto in inglese, forse servendosi dell’Intelligenza artificiale per articolare frasi, riflessioni che si fatica a credere possano essere tutte di un adolescente.
In diversi punti, quella sorta di proclama dal titolo «La soluzione finale» sembra nascere da un malessere autentico, represso e non condiviso al punto da degenerare in un disegno omicida; in molti passaggi, però, il dubbio è forte: altri possono avere suggerito al ragazzino le «farneticazioni» o addirittura quel gesto estremo, il coltello per eliminare la professoressa Chiara Mocchi che era arrivato a odiare.
«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese», così inizia il testamento del tredicenne. Accenna a un dramma, che se vero deve essere spaventoso: «Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre», si limita a scrivere, ma quella frase è già un pugno nello stomaco. La violenza era forse nata in ambito familiare?
Le indagini e gli psicologi aiuteranno a fare chiarezza, anche se è già intervenuta un’amica del giovane a fornire una spiegazione su Telegram. «Inizialmente aveva pianificato di uccidere suo padre colpendolo con un martello. Poi aveva intenzione di andare a casa di sua madre il giorno dopo e ucciderla. Il metodo non è noto. In seguito aveva pianificato di andare a scuola e uccidere la sua insegnante. Non ha ucciso suo padre perché era spaventato», ha scritto. Per poi aggiungere: «Ha deciso di risparmiare i suoi genitori e di attaccare solo la sua insegnante. Questo piano è stato elaborato sabato, dopo il rifiuto della sua diagnosi di Adhd. Dopo anni di tormenti e maltrattamenti, è crollato e ha colpito».
Il tredicenne avrebbe sofferto del disturbo da deficit d’attenzione e rimproverava alla Mocchi di penalizzarlo, per questo suo disordine dello sviluppo neuro psichico. «Quando mi hanno fatto fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato un punteggio basso per la distrazione e non ha esitato a sottolinearlo in classe e questo mi fa infuriare. Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza solo perché non le piaccio», si legge nel lungo post.
Per il ragazzino l’obiettivo da colpire era la prof. «La scelta non è casuale, è mirata», scrive. «Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima». Descrive un episodio: «Quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito. Gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti. Sono dovuto andare da loro e spiegare l’accaduto […] Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla. È rimasta impunita per una cosa così grave».
Era solo l’Adhd a complicare la vita di questo adolescente o soffriva di qualche forma di bullismo che non trovava il coraggio di denunciare? Al Giorno, alcuni genitori hanno parlato di «gravi episodi, aggressioni ad alunni […] sono due anni che c’è questa situazione». Il tredicenne voleva vendetta, lucidamente scrive di sapere che non verrà processato grazie alla sua età, poi aggiunge considerazioni che sembrano suggerite o prese in prestito.
Spiega che colpire l’insegnante è anche «un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile […] Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che la vendetta, punire chi mi ha fatto un torto. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano. E se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia».
Di sé fornisce altri particolari, scrive di non riconoscersi in alcuna ideologia, di non avere molti amici «perché la maggior parte delle persone mi considera strano o insopportabile. Mi piace socializzare, ma allo stesso tempo detesto uscire. Vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare». Un ragazzino piuttosto solo, non per scelta malgrado tenti di esibire una superiorità che suona artefatta: «Mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei […] mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto a tutti questi comuni mortali. Non sono più uno di loro, sono qualcuno di migliore».
Per questo tredicenne, la vendetta esibita un mercoledì mattina anche sulla maglietta non era «una parola scelta a caso». Davvero tanta rabbia, tanta ostilità non potevano essere intercettate prima dell’esplosione in un’aula di terza media?
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Matteo Salvini (Ansa)
È un segnale che pesa molto dentro il partito, in via Bellerio, perché conferma una sensazione diffusa da tempo tra i vecchi militanti e i dirigenti: la Lega funziona ancora quando parla al Nord, mentre fatica di più quando insiste su una vocazione nazionale che negli anni del salvinismo ha allargato il perimetro, ma ha anche sfilacciato l’identità originaria. Salvini proverà comunque a trasformare questo risultato in un rilancio politico con la manifestazione del 18 aprile in piazza Duomo, a Milano.
Ma il referendum si intreccia anche con il dopo Bossi. Il funerale del Senatùr, più che chiudere una stagione, sembra aver riaperto la partita sull’eredità politica della Lega. Attorno alla famiglia Bossi e al vecchio mondo nordista si è rimesso in movimento un pezzo di partito che immagina un ritorno a casa dei transfughi, da Marco Reguzzoni a Paolo Grimoldi, fino a figure simboliche come Roberto Castelli. Non si può però attribuire direttamente a Manuela Marrone, la moglie del Capo, una linea ostile a Salvini: sarebbe una forzatura, anche perché nelle ore della morte di Bossi, Salvini è stato accolto a Gemonio. Il malumore esiste, ma appartiene soprattutto a quei rivali interni che vedono nel dopo Bossi l’occasione per riaprire i giochi e ridimensionare il segretario.
In questo quadro resta centrale anche la figura di Luca Zaia. Per una parte del mondo leghista, soprattutto quello più legato ai territori, l’ex governatore veneto continua a rappresentare un modello politico forte, concreto, spendibile, e non a caso c’è chi in queste ore continua a immaginarlo in un ruolo di governo nazionale (magari al posto di Daniela Santanchè). Ma Zaia, al tempo stesso, resta soprattutto il simbolo di una Lega territoriale, amministrativa, profondamente radicata nel Nord: esattamente il profilo che molti dentro il partito considerano oggi da recuperare.
È questo il clima con cui la Lega Nord arriva al consiglio federale di oggi, il primo dopo la morte di Bossi. E non è secondario che il primo punto all’ordine del giorno sia il tesseramento: in un partito come la Lega significa misurare i rapporti di forza reali, capire chi controlla i territori e chi prova a riportare dentro il recinto i pezzi dispersi del vecchio mondo leghista. Prima ancora della linea politica, c’è il controllo della macchina.
Il punto vero è che il referendum rafforza la tesi di chi vuole riportare il partito soprattutto al Nord, dove il consenso tiene, e non inseguire troppo il Sud, dove Salvini continua a fare fatica. Ma qui si apre anche la contraddizione più seria: se la Lega torna nei territori del Lombardo-veneto, ammette che il suo nucleo vitale è ancora quello originario; se invece insiste sulla Lega nazionale e d’assalto, rischia di perdere voti sul terreno più radicale, anche a vantaggio di figure come Roberto Vannacci che organizza le truppe in vista delle Politiche.
Così il partito esce dal referendum senza troppi danni, anzi con la possibilità di rivendicare una tenuta nel suo vecchio cuore settentrionale. Ma esce anche con una domanda aperta su Lega Salvini premier. Perché il Nord risponde ancora, mentre dentro la Lega cresce il malumore di chi pensa che per ripartire serva un nuovo equilibrio, e forse anche una nuova fase politica per affrontare le prossime sfide.
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