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2022-12-21
«Effetti avversi, rischi per gli over 65». Ma Schillaci insiste per fare altri vaccini
Orazio Schillaci (Imagoeconomica)
«Vacciniamo i più fragili e mettiamo la mascherina»: le risposte delle istituzioni (nella fattispecie, del ministro Orazio Schillaci, intervistato ieri dal Messaggero, ) alla fine, sono sempre le stesse da due anni. Anche adesso che basta un picco influenzale per far precipitare nuovamente la popolazione nell’ennesima percezione di emergenza. Reale o virtuale?
La situazione in realtà è, come al solito, molto amplificata dai media, che ogni giorno titolano sui «pronto soccorso allo stremo» e ancora non hanno deciso se il Covid sia più o meno grave dell’influenza. Le virostar sul tema si accapigliano: ieri il docente di parassitologia molecolare Andrea Crisanti, oggi senatore del Partito Democratico, si è scagliato duramente contro il presidente Aifa, Giorgio Palù, reo di aver dichiarato che il Covid è meno letale dell’influenza: «Questa è una manifestazione di analfabetismo di sanità pubblica», ha attaccato Crisanti. Anche l’ex consigliere scientifico di Roberto Speranza, l’igienista Walter Ricciardi, ha dichiarato in televisione che «il Covid non è affatto meno letale dell’influenza, dato che fa sempre 80-100 morti al giorno». Ma dimentica che, per fare un esempio, durante la prima settimana del 2019, la mortalità, solo da sindrome influenzale, aveva una media giornaliera di 235 decessi (dati ISS-Epicentro). Ed è Ricciardi stesso ad aver partecipato, nel 2019, a uno studio che certificava che nella stagione invernale 2016-2017 i decessi in eccesso attribuibili alle epidemie influenzali sono stati 24.981: non pochi. Eppure all’epoca nessun medico invocava la vaccinazione antinfluenzale di massa, anche per i bambini, come sta accadendo adesso. Sarà forse per non scontentare nessuno che il ministro della Salute, Orazio Schillaci, dovendo fare il sunto delle mille posizioni dei virologi da salotto, ha dovuto da un lato assicurare che gli ospedali non sono in crisi, dall’altro suggerire sempre il solito protocollo: vaccinazione dei fragili e mascherina.
La raccomandazione delle istituzioni italiane per gli over 65 è di fare la quarta dose (per qualcuno addirittura la quinta) e il vaccino antinfluenzale insieme: doppio shot. Eppure, da oltreoceano, continuano ad arrivare informazioni che suggeriscono maggiore prudenza. Il ministro della salute della Florida Joseph A. Ladapo, ad esempio, ha lamentato «il ritardo di due anni nella pubblicazione dei risultati secondo cui il vaccino anti Covid di Pfizer può aumentare il rischio di coaguli di sangue nei polmoni (emboli polmonari) e attacchi di cuore». Ladapo ha ripubblicato uno studio di Science Direct, in collaborazione con Fda, effettuato su anziani over 65 che segnala una possibile correlazione tra vaccinazione Pfizer ed embolia polmonare, infarto miocardico acuto, coagulazione intravascolare e trombocitopenia.
Come per altri segnali, deve essere preso sul serio e studiato più a fondo, dato che negli Stati Uniti, ma anche in Germania e soprattutto in Italia, è mancata completamente una farmacovigilanza adeguata sui vaccini anti Covid. Le evidenze che, giorno dopo giorno, stimolano maggiori approfondimenti sui potenziali danni dei vaccini anti Covid a mRna, si fanno sempre più frequenti: Joseph Ladapo, ad esempio, martedì 13 dicembre ha convocato una riunione sostenendo che la sua decisione di indagare sulle morti improvvise per miocardite da vaccino è stata ispirata da uno studio dalla Germania, pubblicato sul Clinical research in Cardiology. Lo studio ha trovato tracce di miocardite nelle autopsie di 5 persone, su 25, morte improvvisamente dopo la vaccinazione anti Covid. E sempre dalla Germania sono arrivati la scorsa settimana i dati, abbastanza preoccupanti, ricavati dal database di KBV, l’associazione di tutte le assicurazioni malattia a pagamento, che copre circa 72 milioni di tedeschi. In sostanza, i dati resi pubblici dal deputato Martin Sichert rivelano che i casi di «morte improvvisa» nel 2021 si sono più che decuplicati rispetto agli anni precedenti (dai meno di 1.000 negli anni 2016-2020 agli oltre 10.000 del 2021). Non solo: anche il Partito Conservatore britannico ha denunciato in Parlamento che la British Heart Foundation starebbe sopprimendo le prove che i vaccini anti Covid causano danni cardiaci, inviando persino accordi di non divulgazione al suo gruppo di ricerca. Non rassicura neanche la curiosa variazione dei dati sull’eccesso di mortalità osservata su Euromomo, che due giorni fa, il 19 dicembre, registrava 186.083 decessi in più, mentre lo scorso 1 dicembre ne riferiva circa 308.000: risuscitati?
È per questi «segnali», riscontrati ovunque nel mondo, che il governatore repubblicano Ron De Santis ha istituito un «Grand Jury» per indagare sui vaccini a mRNA, sui decessi correlati al cuore legati ai vaccini a mRNA e costituirà un «Comitato per l’integrità della Salute pubblica». Sarebbe opportuno anche qui in Italia. Ma per ora dobbiamo accontentarci delle raccomandazioni del ministro Schillaci su come affrontare le prossime festività: «Con senso di responsabilità e con la vaccinazione dei più fragili». Dal cilindro non esce fuori altro.
Primo arresto nell’inchiesta sui legali vicini a Conte
L’inchiesta di Roma sull’avvocato Luca Di Donna e sul giro di legali legati all’ex premier Giuseppe Conte miete la prima vittima: Federico Tedeschini, pure lui noto civilista della Capitale che, mentre con La Verità scherzava, con un gusto tutto romano per la battuta, sull’inconsistenza del traffico di influenze illecite, avrebbe commesso, secondo il giudice che per lui ha disposto gli arresti domiciliari, un reato più grave, la corruzione. «Per noi avvocati il traffico di influenze che vol di’?», giocherellava mentre i cronisti della Verità gli chiedevano un anno fa se era stato perquisito. Prima di congedarsi fece una previsione: «Con questa accusa nel processo mi assolvono, ma prima mi rompono le scatole». E con la consueta arguzia affermò che li stava aspettando: «Vengano pure, non sono uno che si spaventa». L’altro giorno i carabinieri si sono presentati a casa sua. E del collega Pierfrancesco Sicco (finito pure lui ai domiciliari). Ma sono state notificate anche altre misure cautelari: la sospensione dai pubblici uffici per 12 mesi per il magistrato presidente della Terza sezione del Tar del Lazio, Silvestro Maria Russo, per l’avvocato Giammaria Covino e per il commissario ad acta dell’Ato di Imperia, Gaia Checcucci (ieri inibita dal governatore ligure Giovanni Toti).
L’inchiesta, proprio come aveva ricostruito La Verità, parte da quella su Di Donna, nella quale emerse che nello studio Alpa-Di Donna durante la pandemia si sarebbe consumato un incontro per l’affare mascherine, con un imprenditore in cerca di contatti per ottenere commesse dal commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri. E dopo l’articolo della Verità dell’ottobre 2021, i carabinieri, con due informative del febbraio 2022, segnalano alla Procura di Roma alcune «conversazioni [...] costituenti autonome notizie di reato in tema di corruzione». Tedeschini con Di Donna ha condiviso più di una causa civile. Tra queste ne spicca una a difesa del presidente del porto di Trieste Zeno D’Agostino, silurato da una decisione dell’Anac che aveva ritenuto inconferibile l’incarico. I giornali notarono subito il dream team messo in campo da D’Agostino: il professor Guido Alpa, mentore di Conte, e con lui anche Di Donna (l’Autorità portuale lo ha pagato 15.000 euro) e Tedeschini. Il prestigioso collegio difensivo incassò una vittoria davanti al Tribunale amministrativo e D’Agostino tornò in sella.
Ma i carabinieri si sono concentrati su alcuni contenziosi amministrativi. E le due strade di Di Donna e di Tedeschini si sono divise. Dalle chiacchierate intercettate nello studio Tedeschini, annotano i carabinieri, sarebbe emerso che l’avvocato «non solo avrebbe messo a disposizione dei clienti la sua professionalità, ma soprattutto collaudati rapporti con pubblici ufficiali in posizioni apicali». E, così, intercettazione dopo intercettazione, è stata ricostruita quella che secondo i pm era la volontà di interferire con le centrali del potere romano. Con trucchetti per pilotare provvedimenti amministrativi e strategie per tentare di influenzare le nomine all’interno del Consiglio di Stato (con tanto di «cavallo di Troia» con il compito di informare il presidente Franco Frattini che l’eventuale pubblicazione di notizie in merito avrebbe screditato il Consiglio), ma anche «la nomina ai vertici delle unità di struttura per la realizzazione del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza)».
E non solo. A Tedeschini si rivolgeva chiunque aspirasse a ricoprire incarichi di rilievo per trovare quello che i magistrati definiscono «il giusto canale istituzionale». E lui si faceva forte di un’amicizia col marito del capo di gabinetto di Mara Carfagna al ministero per il Sud e la Coesione Territoriale, Francesca Quadri (che non è indagata). Proprio Checcucci, per esempio, mirava «a essere nominata capo dipartimento della struttura per il Pnrr». Tedeschini, invitando Covino a una cena con la Quadri, torna a ironizzare: «Me l’ha chiesto la Checcucci... è una marchetta... mo’ ci danno il traffico di influenze». Alla fine, invece, è spuntata l’accusa di corruzione.
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Uno studio mostra la possibile correlazione del siero con embolie e infarti tra anziani. Che qui sono invitati all’ennesimo richiamo.Primo arresto nell’inchiesta sui legali vicini a Giuseppe Conte. L’avvocato Federico Tedeschini ai domiciliari per corruzione. Indagini partite dal fascicolo su Luca Di Donna, coinvolto nell’affare mascherine.Lo speciale contiene due articoli.«Vacciniamo i più fragili e mettiamo la mascherina»: le risposte delle istituzioni (nella fattispecie, del ministro Orazio Schillaci, intervistato ieri dal Messaggero, ) alla fine, sono sempre le stesse da due anni. Anche adesso che basta un picco influenzale per far precipitare nuovamente la popolazione nell’ennesima percezione di emergenza. Reale o virtuale? La situazione in realtà è, come al solito, molto amplificata dai media, che ogni giorno titolano sui «pronto soccorso allo stremo» e ancora non hanno deciso se il Covid sia più o meno grave dell’influenza. Le virostar sul tema si accapigliano: ieri il docente di parassitologia molecolare Andrea Crisanti, oggi senatore del Partito Democratico, si è scagliato duramente contro il presidente Aifa, Giorgio Palù, reo di aver dichiarato che il Covid è meno letale dell’influenza: «Questa è una manifestazione di analfabetismo di sanità pubblica», ha attaccato Crisanti. Anche l’ex consigliere scientifico di Roberto Speranza, l’igienista Walter Ricciardi, ha dichiarato in televisione che «il Covid non è affatto meno letale dell’influenza, dato che fa sempre 80-100 morti al giorno». Ma dimentica che, per fare un esempio, durante la prima settimana del 2019, la mortalità, solo da sindrome influenzale, aveva una media giornaliera di 235 decessi (dati ISS-Epicentro). Ed è Ricciardi stesso ad aver partecipato, nel 2019, a uno studio che certificava che nella stagione invernale 2016-2017 i decessi in eccesso attribuibili alle epidemie influenzali sono stati 24.981: non pochi. Eppure all’epoca nessun medico invocava la vaccinazione antinfluenzale di massa, anche per i bambini, come sta accadendo adesso. Sarà forse per non scontentare nessuno che il ministro della Salute, Orazio Schillaci, dovendo fare il sunto delle mille posizioni dei virologi da salotto, ha dovuto da un lato assicurare che gli ospedali non sono in crisi, dall’altro suggerire sempre il solito protocollo: vaccinazione dei fragili e mascherina. La raccomandazione delle istituzioni italiane per gli over 65 è di fare la quarta dose (per qualcuno addirittura la quinta) e il vaccino antinfluenzale insieme: doppio shot. Eppure, da oltreoceano, continuano ad arrivare informazioni che suggeriscono maggiore prudenza. Il ministro della salute della Florida Joseph A. Ladapo, ad esempio, ha lamentato «il ritardo di due anni nella pubblicazione dei risultati secondo cui il vaccino anti Covid di Pfizer può aumentare il rischio di coaguli di sangue nei polmoni (emboli polmonari) e attacchi di cuore». Ladapo ha ripubblicato uno studio di Science Direct, in collaborazione con Fda, effettuato su anziani over 65 che segnala una possibile correlazione tra vaccinazione Pfizer ed embolia polmonare, infarto miocardico acuto, coagulazione intravascolare e trombocitopenia. Come per altri segnali, deve essere preso sul serio e studiato più a fondo, dato che negli Stati Uniti, ma anche in Germania e soprattutto in Italia, è mancata completamente una farmacovigilanza adeguata sui vaccini anti Covid. Le evidenze che, giorno dopo giorno, stimolano maggiori approfondimenti sui potenziali danni dei vaccini anti Covid a mRna, si fanno sempre più frequenti: Joseph Ladapo, ad esempio, martedì 13 dicembre ha convocato una riunione sostenendo che la sua decisione di indagare sulle morti improvvise per miocardite da vaccino è stata ispirata da uno studio dalla Germania, pubblicato sul Clinical research in Cardiology. Lo studio ha trovato tracce di miocardite nelle autopsie di 5 persone, su 25, morte improvvisamente dopo la vaccinazione anti Covid. E sempre dalla Germania sono arrivati la scorsa settimana i dati, abbastanza preoccupanti, ricavati dal database di KBV, l’associazione di tutte le assicurazioni malattia a pagamento, che copre circa 72 milioni di tedeschi. In sostanza, i dati resi pubblici dal deputato Martin Sichert rivelano che i casi di «morte improvvisa» nel 2021 si sono più che decuplicati rispetto agli anni precedenti (dai meno di 1.000 negli anni 2016-2020 agli oltre 10.000 del 2021). Non solo: anche il Partito Conservatore britannico ha denunciato in Parlamento che la British Heart Foundation starebbe sopprimendo le prove che i vaccini anti Covid causano danni cardiaci, inviando persino accordi di non divulgazione al suo gruppo di ricerca. Non rassicura neanche la curiosa variazione dei dati sull’eccesso di mortalità osservata su Euromomo, che due giorni fa, il 19 dicembre, registrava 186.083 decessi in più, mentre lo scorso 1 dicembre ne riferiva circa 308.000: risuscitati? È per questi «segnali», riscontrati ovunque nel mondo, che il governatore repubblicano Ron De Santis ha istituito un «Grand Jury» per indagare sui vaccini a mRNA, sui decessi correlati al cuore legati ai vaccini a mRNA e costituirà un «Comitato per l’integrità della Salute pubblica». Sarebbe opportuno anche qui in Italia. Ma per ora dobbiamo accontentarci delle raccomandazioni del ministro Schillaci su come affrontare le prossime festività: «Con senso di responsabilità e con la vaccinazione dei più fragili». Dal cilindro non esce fuori altro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/effetti-avversi-rischi-over-65-2658990689.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="primo-arresto-nellinchiesta-sui-legali-vicini-a-conte" data-post-id="2658990689" data-published-at="1671604708" data-use-pagination="False"> Primo arresto nell’inchiesta sui legali vicini a Conte L’inchiesta di Roma sull’avvocato Luca Di Donna e sul giro di legali legati all’ex premier Giuseppe Conte miete la prima vittima: Federico Tedeschini, pure lui noto civilista della Capitale che, mentre con La Verità scherzava, con un gusto tutto romano per la battuta, sull’inconsistenza del traffico di influenze illecite, avrebbe commesso, secondo il giudice che per lui ha disposto gli arresti domiciliari, un reato più grave, la corruzione. «Per noi avvocati il traffico di influenze che vol di’?», giocherellava mentre i cronisti della Verità gli chiedevano un anno fa se era stato perquisito. Prima di congedarsi fece una previsione: «Con questa accusa nel processo mi assolvono, ma prima mi rompono le scatole». E con la consueta arguzia affermò che li stava aspettando: «Vengano pure, non sono uno che si spaventa». L’altro giorno i carabinieri si sono presentati a casa sua. E del collega Pierfrancesco Sicco (finito pure lui ai domiciliari). Ma sono state notificate anche altre misure cautelari: la sospensione dai pubblici uffici per 12 mesi per il magistrato presidente della Terza sezione del Tar del Lazio, Silvestro Maria Russo, per l’avvocato Giammaria Covino e per il commissario ad acta dell’Ato di Imperia, Gaia Checcucci (ieri inibita dal governatore ligure Giovanni Toti). L’inchiesta, proprio come aveva ricostruito La Verità, parte da quella su Di Donna, nella quale emerse che nello studio Alpa-Di Donna durante la pandemia si sarebbe consumato un incontro per l’affare mascherine, con un imprenditore in cerca di contatti per ottenere commesse dal commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri. E dopo l’articolo della Verità dell’ottobre 2021, i carabinieri, con due informative del febbraio 2022, segnalano alla Procura di Roma alcune «conversazioni [...] costituenti autonome notizie di reato in tema di corruzione». Tedeschini con Di Donna ha condiviso più di una causa civile. Tra queste ne spicca una a difesa del presidente del porto di Trieste Zeno D’Agostino, silurato da una decisione dell’Anac che aveva ritenuto inconferibile l’incarico. I giornali notarono subito il dream team messo in campo da D’Agostino: il professor Guido Alpa, mentore di Conte, e con lui anche Di Donna (l’Autorità portuale lo ha pagato 15.000 euro) e Tedeschini. Il prestigioso collegio difensivo incassò una vittoria davanti al Tribunale amministrativo e D’Agostino tornò in sella. Ma i carabinieri si sono concentrati su alcuni contenziosi amministrativi. E le due strade di Di Donna e di Tedeschini si sono divise. Dalle chiacchierate intercettate nello studio Tedeschini, annotano i carabinieri, sarebbe emerso che l’avvocato «non solo avrebbe messo a disposizione dei clienti la sua professionalità, ma soprattutto collaudati rapporti con pubblici ufficiali in posizioni apicali». E, così, intercettazione dopo intercettazione, è stata ricostruita quella che secondo i pm era la volontà di interferire con le centrali del potere romano. Con trucchetti per pilotare provvedimenti amministrativi e strategie per tentare di influenzare le nomine all’interno del Consiglio di Stato (con tanto di «cavallo di Troia» con il compito di informare il presidente Franco Frattini che l’eventuale pubblicazione di notizie in merito avrebbe screditato il Consiglio), ma anche «la nomina ai vertici delle unità di struttura per la realizzazione del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza)». E non solo. A Tedeschini si rivolgeva chiunque aspirasse a ricoprire incarichi di rilievo per trovare quello che i magistrati definiscono «il giusto canale istituzionale». E lui si faceva forte di un’amicizia col marito del capo di gabinetto di Mara Carfagna al ministero per il Sud e la Coesione Territoriale, Francesca Quadri (che non è indagata). Proprio Checcucci, per esempio, mirava «a essere nominata capo dipartimento della struttura per il Pnrr». Tedeschini, invitando Covino a una cena con la Quadri, torna a ironizzare: «Me l’ha chiesto la Checcucci... è una marchetta... mo’ ci danno il traffico di influenze». Alla fine, invece, è spuntata l’accusa di corruzione.
Una concessionaria Ford Motor Company a Stoneham nel Massachusetts (Ansa)
La notizia l’ha data il Wall Street Journal: il Pentagono è in contatto con i vertici di diverse aziende, alle quali ha chiesto di fabbricare armi e munizioni. Già da mesi - da prima, cioè, che scoppiasse la guerra in Iran - alcuni alti funzionari hanno tenuto una serie di incontri con le società statunitensi, convocando, tra gli altri, gli amministratori delegati di General Motors, Mary Barra, e di Ford, Jim Farley. Ai colloqui hanno partecipato anche Ge Aerospace e, dal mese di novembre, la Oshkosh, compagnia del Wisconsin, che già assembla mezzi per il trasporto delle truppe, ma che ancora trae il grosso dei suoi 10 miliardi e mezzo di dollari di ricavi dal mercato civile. Un rappresentante del ministero di Pete Hegseth, al quotidiano newyorkese, ha detto che il Dipartimento è «impegnato ad allargare rapidamente la base industriale della difesa, facendo leva su tutte le soluzioni commerciali e le tecnologie disponibili, allo scopo di assicurare che i nostri combattenti mantengano un vantaggio decisivo». Di recente, il dicastero della Virginia ha proposto l’approvazione di un bilancio monstre da 1.500 miliardi, giustificandolo con la volontà di investire in munizionamento e droni. Due asset cruciali per i conflitti del futuro, che saranno sempre più automatizzati, ma che - e lo si è visto nell’Est Europa - possono anche inasprirsi lungo linee d’attrito, nelle quali le capacità di rifornire di continuo l’artiglieria fanno la differenza.
In effetti, la mossa del governo Usa si è resa necessaria a causa del progressivo assottigliamento delle scorte, dopo anni di aiuti all’Ucraina, sostegno a Israele e, ovviamente, in seguito ai quaranta giorni di pesanti bombardamenti contro il regime degli ayatollah. Forse è anche per risparmiare risorse che gli Stati Uniti si sono risolti a stabilire una tregua, mentre negoziano con Teheran.
Il fatto che il Pentagono abbia raggiunto le prime imprese verso la fine del 2025 dimostra che gli apparati avevano ben presente il vulnus. Secondo una ricostruzione pubblicata dal New York Times, lo stesso Trump, durante le discussioni nella Situation room sull’invito di Benjamin Netanyahu a unirsi a Tel Aviv contro i pasdaran, sarebbe stato messo in guardia dal generale Dan Caine, il capo dello Stato maggiore congiunto. Quest’ultimo avrebbe segnalato che «una grande campagna contro l’Iran avrebbe ridotto drasticamente le riserve di armamenti americani, compresi i missili intercettori, la cui fabbricazione era stata compromessa da anni di sostengo all’Ucraina e a Israele. Il generale Caine», aggiungeva il giornale della Grande Mela, «non intravedeva alcun percorso chiaro per rimpinguare velocemente queste scorte». Nella sfortunata eventualità in cui si fosse aperto un ulteriore teatro di guerra, quindi, Washington si sarebbe trovata scoperta. Per dire: se domattina la Cina invadesse Taiwan, gli Usa faticherebbero a tenere botta nell’Indo-Pacifico.
L’idea di «precettare» le industrie non è un’esclusiva di The Donald. La Russia e l’Ucraina, per ovvi motivi, hanno messo da tempo gli elmetti sulle catene di montaggio. Anche l’Italia ci aveva fatto un pensierino: giusto un anno fa, il ministro Adolfo Urso aveva proposto di sopperire al calo delle vendite di vetture con la riconversione dell’automotive ai settori della difesa e dell’aerospazio. Gli apripista dovevano essere i tedeschi. A marzo 2025, Rheinmetall aveva manifestato interesse per l’acquisizione dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück, da dove sarebbero uscite non più le Golf bensì i carri armati. Non se ne è fatto nulla. Qualche settimana fa, il ceo della casa di Wolfsburg ha quindi annunciato contatti con l’israeliana Rafael advanced defense systems: la Bassa Sassonia sarebbe diventata il sito di produzione di alcuni componenti di Iron dome. La notizia, però, è stata smentita dalla stessa Volkswagen. Passi concreti, invece, li ha compiuti la divisione camion di Daimler, che raddoppierà le dimensioni del suo business militare entro il 2030. Il guaio è che eliminerà 5.000 posti di lavoro, pari al 14% dell’organico: il superiore livello di automazione delle linee belliche non è amico degli operai. Stesso destino toccherà alla Alstom: ci fu un’epoca in cui costruiva treni; adesso ha ceduto l’impianto di Görlitz a Knds, che sforna i tank Leopard 2 e i corazzati Puma. Di 2.000 occupati, al momento della vendita ne erano rimasti 700; Knds ha promesso che ne manterrà solo la metà.
Proprio ieri, peraltro, Ursula von der Leyen si è sentita con il segretario della Nato, Mark Rutte, con il quale ha discusso «di come aumentare la produzione industriale nel settore della difesa in Europa. Dobbiamo investire di più», ha detto la presidente della Commissione Ue, «produrre di più e fare entrambe le cose più rapidamente». A scapito dei lavoratori? Nel frattempo, l’Iran ha comunicato di aver addirittura decuplicato la sua produzione di droni. Se fosse vero, significherebbe che le bombe Usa non sono bastate a tagliare tutte le teste dell’idra islamica.
Chissà se lo svuotamento degli arsenali, oltre alla svolta industriale, favorirà una soluzione diplomatica ai conflitti. Sia in Medio Oriente sia nel Donbass, dove sarebbe vicina un’intesa tra Kiev e gli Usa sulle garanzie di sicurezza. E dove il Cremlino dovrà prendere atto dello stallo sul terreno. Non sarebbe una pace «disarmante», come la vuole Leone XIV, cioè in grado di «aprire i cuori» e di «generare fiducia». Ma di certo, sarebbe «disarmata».
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Ansa
L’Iea (l’Agenzia internazionale dell’energia), organizzazione intergovernativa fondata da 29 Paesi, ha lanciato l’allarme. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia, in una intervista ha detto che l’Europa potrebbe trovarsi a breve di fronte a una grave emergenza per il trasporto aereo. Le scorte potrebbero addirittura durare solo 6 settimane a causa del blocco di Hormuz, che fa registrare pesanti ripercussioni sulle forniture di jet fuel. Secondo Birol in assenza di una rapida risoluzione del conflitto le compagnie aeree saranno costrette a introdurre cancellazioni di voli nel medio periodo. Prospettiva che potrebbe avere impatti significativi sulla mobilità dei passeggeri, sul turismo, il commercio e le catene logistiche con un impatto negativo importante su tutta l’economia.
Intanto la Ue è al lavoro per mettere a punto un piano rivolto al carburante per aerei, prodotto che l’Europa importa per circa il 75% dal Medio Oriente con una dipendenza superiore a quella di qualsiasi altro combustibile per trasporto. La Commissione sta elaborando una strategia che dovrebbe essere presentata il 22 aprile basata su tre punti: monitoraggio della capacità di raffinazione per massimizzare la produzione interna; misure per garantire che le raffinerie operino nella massima capacità evitando fermi per manutenzione; infine acquisti congiunti di cherosene. Un altro capitolo riguarderebbe la possibilità di coordinare i membri della Ue per le scorte di jet fuel, un prodotto per il quale non esiste un obbligo di riserve e che quindi vede comportamenti disomogenei tra i vari Stati.
In attesa di Bruxelles, le compagnie cominciano a fare i conti con le difficoltà.
Klm, ad esempio, ha annunciato la cancellazione di 160 voli in Europa nel prossimo mese con la motivazione dei rincari del cherosene ma precisando che non ha problemi di carenza di jet fuel. Peraltro, nonostante i disagi, i voli soppressi rappresentano meno dell’1% dell’offerta della compagnia. Decisione simile anche per l’elvetica Edelweiss che ha modificato il planning relativo agli Stati Uniti e all’Oman, in questo caso a causa del calo della domanda oltre all’aumento del prezzo del carburante. L’adeguamento riguarda in particolare i collegamenti con il Nord America nel programma estivo. I voli verso Denver e Seattle sono stati eliminati completamente, mentre sulla rotta per Las Vegas le frequenze verranno ridotte nella tarda primavera e in autunno. Nel programma invernale 2026/27 verranno cancellati i collegamenti verso Mascate e Salalah, in Oman. I passeggeri già in possesso di biglietti per le destinazioni interessate saranno reindirizzati su collegamenti alternativi, oppure saranno rimborsati.
La crisi energetica sta facendo sentire i suoi effetti sui conti economici di alcuni vettori. La britannica low cost EasyJet ha annunciato una perdita pre tasse tra 540 e 560 milioni di sterline per il semestre ottobre-marzo, a fronte dei 394 milioni di sterline della prima metà del 2024-25 e ha segnalato che il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei costi del carburante di 25 milioni nel mese di marzo. Con l’estate alle porte, la situazione già grave, rischia di esplodere. Il ceo, Kenton Jarvis, ha affermato che la domanda resta sostenuta ma i risultati finanziari sono peggiorati. Pesa anche l’atteggiamento prudente dei passeggeri che a fronte della situazione incerta, tendono a posticipare le prenotazioni. Nonostante questo EasyJet dice di aver registrato a Pasqua la sua migliore performance di questo periodo a dimostrazione che la situazione è caratterizzata da estrema volatilità. Secondo quanto riporta The Guardian, EasyJet resta comunque fiduciosa riguardo alle forniture di carburante: sebbene abbia coperto il 70% del proprio fabbisogno per il resto dell’anno fiscale fino a settembre, ha però evidenziato che ogni variazione di 100 dollari nel prezzo spot del carburante per aerei per tonnellata metrica comporta un aumento di 40 milioni di sterline nei costi per le forniture non coperte – e attualmente il prezzo è di circa 800 dollari superiore a quello precedente all’inizio del conflitto. Jarvis, come riferito dal quotidiano londinese, ha definito pura speculazione qualsiasi ipotesi di dover cancellare voli. Una possibilità che invece era stata sollevata dal ceo di Ryanair, Michael O’Leary per la fine dell’estate qualora lo stretto di Hormuz dovesse restare chiuso.
Jarvis ha infine dichiarato: «Abbiamo visibilità fino a metà maggio e non abbiamo preoccupazioni».
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La spettacolare rivisitazione europea del racconto di Robert Louis Stevenson, Dottor Jekyll e Mr. Hyde, si sostanzia nell’acquisto di 2,46 miliardi di metri cubi di Gnl a marzo (dati Istituto Bruegel), record assoluto in volume, e in un istruttivo elenco dei maggiori acquirenti.
La prima della classe nelle rinnovabili, la Spagna, infatti, zitta zitta, è stata anche il primo e migliore cliente di Vladimir Putin, con acquisti per 355 milioni di euro (+124% rispetto al mese precedente). Niente male anche la Francia, con 287 milioni di euro di acquisti in un solo mese, poi Belgio e Olanda, da cui i volumi vanno, in gran parte, in Germania. Da aprile questo non sarà più possibile, essendo scattato il bando progressivo del gas russo, un processo che si concluderà tra un anno e mezzo. Tutti i terminali spagnoli hanno aumentato i ritiri di gas russo, con Bilbao come principale punto di ingresso.
Questo dato si inserisce in una dinamica che prosegue da tempo. Dal dicembre 2022 a marzo 2026 l’Unione europea ha acquistato più Gnl russo rispetto a Cina e Giappone messi insieme, rappresentando la metà delle esportazioni totali di Gnl della Russia. Nello stesso periodo l’Ue si è confermata anche il principale acquirente di gas russo via gasdotto, con una quota del 33% sull’export. Dunque l’Ue, mentre presta decine di miliardi a Kiev per difendersi dall’orso russo, allo stesso tempo fornisce a quest’ultimo centinaia di milioni di euro freschi di stampa.
Tra il blocco dello Stretto di Hormuz e il bando del gas russo, l’Europa si trova ancora una volta nel mezzo, senza una strategia energetica credibile. Niente di nuovo. Nel frattempo, il Dipartimento dell’energia americano informa che nel 2025 le esportazioni di Gnl verso l’Europa hanno raggiunto il record di 107 miliardi di metri cubi, di cui 5,1 diretti in Italia. Il nostro Paese fa segnare il maggiore incremento di import dagli Usa rispetto all’anno precedente. Nel complesso, l’Europa ha rappresentato il 68% dell’export americano, con un aumento del 63% rispetto al 2024.
Se però i prezzi del gas a marzo non sono andati alle stelle è anche perché le importazioni cinesi di Gnl sono diminuite del 10,7% su base annua, scendendo a 11,3 mld Smc. Alcune compagnie cinesi hanno addirittura rivenduto sul mercato asiatico tra 8 e 10 carichi di Gnl. Questo ha aumentato l’offerta disponibile nell’area e ha contribuito a ridurre la pressione sui prezzi internazionali, ampliando la liquidità del mercato nel breve periodo.
La riduzione dei flussi dal Qatar, legata alla crisi nel Golfo Persico, si è inserita in questo contesto. I minori volumi attesi non si sono tradotti in una compressione dell’offerta disponibile in Europa, perché compensati dalla maggiore disponibilità derivante dalla domanda asiatica più debole e dalla continuità dei flussi russi verso l’Europa. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma la concomitanza della crisi di Hormuz con l’inizio del bando del gas russo non è esattamente un modello di sicurezza energetica, né di garanzia di costi bassi.
Tanto che la stessa Commissione europea, in preda ad evidente stordimento, si avvia barcollando a cercare qualche crepa nel suo stesso furore ideologico. Green ad ogni costo, Patto di stabilità e divieto di aiuti di stato: una scarica di diretti che manderebbe al tappeto qualunque economia mondiale e che invece a Bruxelles è una specie di Trinità.
Bruxelles ha elaborato un quadro temporaneo per gestire gli effetti della crisi iraniana. Il Temporary Iran Crisis Energy Framework (ancora in bozza di discussione) consente agli Stati membri di introdurre misure di sostegno per famiglie e imprese, con l’obiettivo dichiarato di limitare l’impatto economico dello shock. La Commissione prevede la possibilità di intervenire sul prezzo dell’elettricità attraverso un abbattimento (temporaneo) del costo del gas utilizzato nella generazione, includendo strumenti di riduzione diretta del prezzo finale. Qui si inserisce la trattativa Stato-Commissione sul famigerato articolo 6 del Decreto bollette del governo di Giorgia Meloni, già convertito in legge. La norma italiana prevede che i costi dell’Ets (la tassa sulla CO2 emessa) vengano rimborsati ai produttori termoelettrici per abbassare il prezzo dell’energia elettrica. Il quadro temporaneo della Commissione, invece, dice che qualunque aiuto di Stato deve preservare i segnali di investimento di lungo periodo e compensare esclusivamente l’aumento del prezzo del gas, senza includere il costo delle emissioni Ets.
Detta così non sembra esserci speranza per il decreto italiano sull’Ets. Ma pochi giorni fa il direttore generale della Direzione Mercati e Infrastrutture energetiche presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), Alessandro Noce, ha detto che in realtà il documento della Commissione consente la misura italiana sull’Ets perché formalmente non è una cancellazione dell’Ets, ma un rimborso parametrato ad esso. Posizione ardita e assai sottile. Può sembrare un cavillo, ma non lo è. In effetti, il decreto non tocca l’impianto normativo dell’Ets, che resta in vigore, ma stabilisce un rimborso ai termoelettrici di un valore pari al costo dell’Ets. Intanto, il sottosegretario Vannia Gava è incaricata della trattativa con Bruxelles.
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