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2019-11-18
Ecoballe. Tutte le zone grigie della mania verde
Ansa
Non sempre le buone intenzioni partoriscono buoni risultati. Anzi, quando nascono sull'onda di infatuazioni ideologiche e alla ricerca del facile consenso, spesso si traducono in veri e propri boomerang. È quanto sta accadendo alle politiche di salvaguardia dell'ambiente. È scattata una specie di gara tra gli enti locali a chi è più green, con il risultato che, nella fretta degli annunci, vengono sfornate misure pasticciate, contraddittorie o addirittura dannose sia per l'ambiente sia per i cittadini. Come non c'è impresa che si rispetti che non abbia inserito in bilancio una voce sugli investimenti in sostenibilità (spesso limitandosi a mettere qualche pannello solare) così gli enti locali che si considerano più «progressisti» si sbizzarriscono in iniziative bio.
In quella che sta diventando una fatwa contro la plastica, alcune amministrazioni pubbliche, ad esempio, hanno messo al bando le famigerate bottigliette inquinanti. Sulla scia di Greta Thunberg, che beve acqua dalla sua borraccia color bordeaux, la Toscana ha distribuito a 850 scuole in più di 150 Comuni 55.000 bottigliette in alluminio. Confservizi Cispel Toscana parlava entusiasta di «un risparmio di 130 tonnellate di plastica e per le famiglie di oltre un milione di euro». Peccato che dopo nemmeno un mese le famiglie sono corse nei municipi a lamentarsi: le borracce erano difettose, si scheggiavano proprio nel punto dove i bambini poggiano la bocca. Di qui il tam tam: forse sono made in Cina e senza la dovute garanzie. Il Comune di Scandicci ne ha sospeso l'uso, mentre il consigliere regionale Maurizio Marchetti ha chiesto alla Regione di ritirarle. Immancabile, come in ogni storia italiana, il rimpallo delle responsabilità e il fuoco incrociato dei comunicati, con i consorzi protagonisti dell'operazione che si sono fatti garanti della certificazione del prodotto. E c'è chi ha diffuso un vademecum su come dovrebbe essere la borraccia perfetta.
Questi contenitori infatti richiedono alcune accortezze nell'uso che nessuno spiega. Se non vengono lavati accuratamente tutti i giorni e asciugati senza chiuderli, facilitano il proliferare dei batteri che vivono in ambienti umidi e al buio. A dirlo è uno studio condotto da Ruben Gonzalez, direttore del laboratorio di microbiologia dell'Università di Cordoba in Argentina. Inoltre, più che l'alluminio, il materiale migliore sarebbe il rame, metallo usato fin dall'antichità proprio per disinfettare e purificare l'acqua. Chissà se i genitori dei bimbi toscani hanno ricevuto tutte queste informazioni.
Il diktat dell'ecosostenibilità ha nell'architettura la sua massima espressione. È il caso della nuova stazione Fal (Ferrovie Appulo lucano) di Matera, appena inaugurata, griffatissimo scalo su rotaia, firmato dall'architetto Stefano Boeri (quello delle città sostenibili e del bosco verticale a Milano). Il fiore all'occhiello di questa opera (costo 7 milioni) sono i vasti pannelli fotovoltaici che garantiscono l'autosufficienza energetica alla stazione e anche all'intera piazza. Peccato che questo gioiello rischi di essere una cattedrale nel deserto. Qui l'alta velocità non arriva. Matera è l'unico capoluogo di provincia italiano non raggiunto dalle Ferrovie dello Stato. C'è una sola Freccia al giorno da Salerno ma si ferma a Ferrandina, e per arrivare a Matera occorrono 20 minuti di bus, quando lo si trova. Senza contare i disservizi della navetta che collega il centro della città all'aeroporto di Bari. E manca un servizio di metropolitana cittadino a trazione esclusivamente elettrica.
Della competizione tra rotaie e gomma si parla da tempo, come pure dell'inquinamento delle auto. E qui siamo ad altri provvedimenti più di bandiera che di sostanza. È ormai dimostrato che il blocco cittadino delle auto o il sistema delle targhe alterne non riescono ad abbassare lo smog. Dice Nicola Pirrone, dirigente di ricerca dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr: «È una strategia che mitiga l'effetto smog ma per la salute dei cittadini, sulla prevenzione di gravi conseguenze sanitarie, fa poco e nulla. A volte, con determinate condizioni climatiche, non basta neanche il blocco per far diminuire lo smog. È una misura dimostrativa, ma ha poco a che fare con la riduzione dell'esposizione all'inquinamento». Eppure i sindaci si nascondo dietro la foglia di fico delle domeniche ecologiche.
L'altra favola green è quella delle auto elettriche. A parte i costi esagerati e la scarsità di centraline per la ricarica, il tema principale è lo smaltimento delle batterie al litio. Che senso ha avere un'auto che non emette gas inquinanti se poi la batteria che ha a bordo è difficile da riciclare? Recentemente il Cobat ha affidato all'Istituto di chimica dei composti organometallici di Firenze una ricerca per il recupero di nichel, cobalto e manganese contenuti negli accumulatori. Attualmente le batterie al litio finiscono in gran parte all'estero, dove vengono trattate. Ben venga che la Regione Lombardia dia 8.000 euro di contributi per chi acquista un'auto elettrica, ma poi come si risolve il problema delle batterie? Né ci si può illudere che abbracciando l'elettrico si risolva il problema dello smog. Le vecchie caldaie a gasolio - a Milano sono circa il 50% - producono molte più polveri sottili delle auto.
Sempre in tema di riscaldamento, c'è il caso del pellet. È un derivato del legno e quindi a impatto zero in termini di CO2, ma molto dannoso per la salute umana e la qualità dell'aria a causa delle emissioni di ossidi di azoto e composti organici volatili, che provocano malattie respiratorie anche mortali. Tra le alternative all'auto, viene citata spesso la bicicletta. Peccato che manchino le infrastrutture. Il caso di Roma è emblematico. Dopo il flop del primo progetto della giunta Raggi, con bici vandalizzate e disperse, il sindaco ci riprova con quelle elettriche. Ma le piste ciclabili restano un miraggio: poche e sporche. Chi usa le due ruote spesso deve fare la gimcana tra cumuli di immondizia.
La raccolta differenziata è l'altra operazione lodevole nelle intenzioni quanto fallimentare nell'attuazione. Tutti hanno ben presenti i video denuncia della raccolta dei rifiuti, mescolati tutti insieme, anche se presi da cassonetti diversi. L'operazione della differenziata non è riuscita a evitare situazioni, a Roma e a Napoli, al limite dell'emergenza sanitaria. Il problema è a monte, dello smaltimento dei rifiuti, che si porta dietro le polemiche sui termovalorizzatori.
Un altro cavallo di battaglia dei nemici della plastica è stato quello dei sacchetti bio. Introdotti dal governo Gentiloni, che ci chiese di pagare pochi centesimi quando compravamo frutta e verdura per il bene dell'ecologia, pare non siano così rispettosi dell'ambiente. Uno studio, condotto dall'Università di Plymouth in Inghilterra, ha rivelato che i sacchetti biodegradabili possono rimanere intatti anche dopo tre anni dal loro abbandono in natura. Quelli compostabili (i più sottili che non reggono il peso di un paio di mele) ci mettono 3 mesi a distruggersi in mare, ma sotto terra restano intatti anche dopo 27 mesi. Per di più, secondo Assobioplastiche, degli 80 milioni di chili di buste della spesa in circolazione, circa la metà non è a norma.
E infine c'è il tema controverso dei parchi eolici, un dogma dell'ortodossia ambientalista. Per farci piacere quelle orribili pale, ci è stato detto che il vento è gratis oltre a essere pulito e che ogni chilowattora prodotto fa risparmiare combustibili fossili. Tuttavia queste affermazioni non sono mai state dimostrate con dati attendibili, neanche dopo l'istallazione di più di 100 gigawatt di pale nella sola Europa. L'energia dal vento non è disponibile su richiesta ma solamente se e quando il vento soffia con forza sufficiente. E i risparmi per i consumatori non sono così tangibili: la Sardegna, che è diventata il più grande parco eolico d'Italia, non ha avuto vantaggi sulla bolletta.
«Vogliamo ridurre l’inquinamento? Accendiamo i reattori nucleari»
Dalla tassa sulla plastica a quella per entrare in centro città, sono davvero tante le misure di stampo ecologico lanciate negli ultimi anni nel nostro Paese. Promettono di rendere più sostenibile la vita, ma spesso si rivelano vere e proprie bufale. La più colossale di tutte? «Quella che vuole che si viva oggi in emergenza climatica: invece non esiste alcuna emergenza climatica». Parola di scienziato, a sostenerlo è Franco Battaglia, docente di chimica e fisica all'Università di Modena.
In questi giorni si parla di plastic tax, la tassa sulla plastica che il governo intende inserire nella manovra di bilancio. È questa la soluzione contro l'inquinamento?
«La plastica non è un inquinante. È un materiale prezioso. Quando un oggetto di plastica diventa rifiuto, allora potrebbe diventare un inquinante, ma solo se lo si introduce nell'ambiente nel modo sbagliato. Per esempio riversandolo nel mare. La fine più indicata del rifiuto di plastica è l'inceneritore: il materiale è un ottimo combustibile e produce calore che, se utilizzato, fa risparmiare altro combustibile, per esempio il gasolio».
Però molte scuole e amministrazioni locali stanno mettendo al bando le bottigliette di plastica e stanno distribuendo borracce in alluminio. Che ne pensa?
«Credo che sia una misura stupida. Come detto, la plastica non è un inquinante. Non vi è alcuna ragione al mondo di bandire le bottigliette composte in questo materiale».
Sembra anche che le borracce, se non lavate correttamente, possano rivelarsi più dannose per la salute rispetto alla plastica usa e getta...
«Infatti è esattamente così».
Altra misura riguarda l'accesso limitato o a pagamento delle auto nelle città, come per esempio l'area C a Milano. Serve davvero a limitare l'emissione delle polveri sottili?
«Assolutamente no. Le polveri sottili di Milano provengono innanzitutto dagli impianti di riscaldamento. Se a Caorso, vicino Piacenza, si installasse un reattore nucleare, questo potrebbe dare al capoluogo lombardo l'elettricità che serve alla città per alimentare, senza alcun inquinamento, le caldaie».
Allora cosa sarebbe necessario fare per ridurre l'inquinamento nelle grandi città?
«Dovremmo avere reattori nucleari e scaldarci elettricamente. Diminuire l'intasamento da traffico eliminando dalla strada le auto in sosta, mediante la realizzazione di parcheggi multi piano, e obbligare gli automobilisti a usarli, per esempio raddoppiando la tariffa di parcheggio nelle aree limitrofe a queste zone di sosta».
A proposito di auto, in molti puntano il dito contro il diesel. Eliminarlo risolverebbe il problema?
«Le auto diesel sono ottime e non inquinano più di quelle normali a benzina».
E le vetture elettriche?
«Bisogna distinguere le ibride dalle full electric. Le prime sono ottime e bisognerebbe incentivarne l'uso in modalità elettrica quando si viaggia in città. Le seconde non esistono: sono poco efficienti, eccessivamente costose. Finché abbiamo benzina, dimentichiamoci l'auto elettrica».
C'è anche la raccolta differenziata dei rifiuti fra le misure più popolari…
«Ma non funziona perché è fatta in modo sciocco. Dovrebbe essere limitata alle aziende, che hanno già rifiuti selezionati. Quanto al comune cittadino, basterebbe il vuoto a rendere per metallo e vetro. Tutto il resto dovrebbe andare nell'inceneritore. Dovremmo avere in Italia un impianto di incenerimento per provincia».
Sono stati introdotti i sacchetti bio, che però pare non rispettino l'ambiente. Perché sono stati imposti?
«Probabilmente per favorire qualche azienda che li produce. Oggettivamente sono inadeguati: si rompono facilmente e la loro fine non può che essere l'inceneritore. Bisognerebbe tornare a poter usare le borse della spesa ordinarie».
Passando ai pannelli fotovoltaici, si vogliono incentivare. Esiste secondo lei un'alternativa migliore?
«Dovrebbero essere vietati. O, comunque, bisognerebbe tassare chi li usa: deturpano il paesaggio, che sarebbe costituzionalmente protetto. E chi inquina deve pagare. Non hanno alcuna funzione nel sistema elettrico. L'Italia ha speso 100 miliardi solo per l'installazione degli impianti che abbiamo: sono 20 gigawatt che però erogano solo 2 gigawatt elettrici. Ma per farlo sarebbe bastato impegnare meno di 5 miliardi in due impianti a carbone o meno di 10 miliardi in due reattori nucleari».
E i parchi eolici?
«Il discorso non cambia. In proporzione richiedono un impegno economico minore rispetto al fotovoltaico, ma più che doppio rispetto al nucleare. Inoltre erogano elettricità quando brilla il sole o soffia il vento e non quando vogliamo noi. Sono impianti totalmente inutili. Noi in Italia siamo i primi della classe su questi impianti. Infatti la nostra bolletta elettrica è oggi è quasi tripla rispetto a quella del 2007».
E il riscaldamento davvero non esiste?
«Si tratta di un fenomeno reale, nel senso che oggi il pianeta è più caldo di 450 anni fa, quando si era al minimo della piccola era glaciale. Ma non è l'uomo il responsabile di questo riscaldamento. Intanto perché cominciò 450 anni fa quando l'uomo non emetteva CO2. Chi sostiene che l'attuale situazione sia antropica, in realtà non ha mai dimostrato la propria affermazione».
Dietro il «bio» è in agguato la truffa
I fanatici del bio li riconosci subito. Al supermercato indietreggiano inorriditi di fronte a qualsiasi composizione che sa di chimico. Sono quelli che in ufficio, a pranzo, tirano fuori il contenitore in alluminio, zeppo di quinoa, o grano saraceno doc, e dispensano consigli su dove trovare le uova da galline allevate nell'aia. Per una colazione, rigorosamente certificata, sono disposti a spendere anche 15 euro.
A questa tavola dei fanatici del viver sano e dell'alimentazione sostenibile, si sono seduti anche gli speculatori. Dietro al biologico, uno dei più grandi business della nostra epoca, si celano truffe di ogni genere e altrettante falsità. Cominciamo da queste ultime. Innanzitutto non è vero che l'agricoltura biologica non fa uso di pesticidi. Il rame, uno dei più antichi pesticidi bio della storia, è un metallo pesante che inquina più ed è molto più dannoso per uomini e animali di alcuni prodotti di sintesi con funzioni analoghe. L'erbicida glifosato ha caratteristiche tossicologiche meno pericolose. Inoltre nessuno ha ancora dimostrato che tra i prodotti «naturali» e gli altri ci siano differenze qualitative. Eppure i consumatori sono disposti a pagare il doppio del prezzo. I produttori si difendono dicendo che la resa delle coltivazioni bio è bassa e che, se il prezzo è basso, è una bufala.
successo commerciale
Le scelte green nel carrello della spesa sono in aumento esponenziale. La Coldiretti ci dice che circa due italiani su tre (64%) acquistano prodotti alimentari biologici regolarmente (22%) o occasionalmente (42%). Inoltre quasi sei italiani su dieci (59%) hanno fatto la spesa dal contadino almeno una volta al mese nell'ultimo anno, per acquistare prodotti locali a chilometri zero. È un business che vale 3,6 miliardi, in aumento, nell'ultimo anno, del 178%. L'Italia è leader in Europa per il numero di imprese (circa 79.000 operatori) e per superficie coltivata a biologico, il 15,5% di quella totale nazionale, una percentuale di gran lunga superiore alla media Ue. E siccome il piatto è ricco, le truffe proliferano.
i disonesti
Nel 2018 il numero è quintuplicato rispetto al 2017: due anni fa ci furono 19 casi, l'anno scorso ben 88. Per lo più questi prodotti venivano presentati come biologici italiani, ma erano prodotti importanti dall'estero e che di bio avevano ben poco.
Il made in Italy, anche in questo settore, subisce la concorrenza sleale di imprese estere, soprattutto extra Ue, abili nel taroccare a prezzi più bassi.
Recentemente, ad esempio, con una maxi operazione, l'Ispettorato centrale per la repressione delle frodi e la Procura di Pisa hanno sequestrato ben 1.441 tonnellate di succhi, confetture e conserve alimentari, di provenienza extra Ue, spacciati per cibo bio ma adulterati. Una truffa del valore di 8 milioni è stata scoperta addirittura per una segnalazione arrivata dall'Inghilterra, dove alcune zucchine italiane biologiche erano risultate piene di pesticidi. Quando si tratta di frodi la fantasia si scatena. È stato il caso del lattughino etichettato «bio» prodotto a Poggiomarino, che da un'indagine dei carabinieri risultava coltivato in un ufficio perché l'imprenditore non aveva denunciato l'utilizzo di un terreno.
E le ecotruffe sono diffuse anche nella cosmesi. I produttori spesso usano un packaging gradevole con fiorellini e prati, per convincere i consumatori. E il bello è che non infrangono la legge perché a oggi non ci sono restrizioni all'uso di parole come «puro», «naturale» e, appunto, «bio». Le associazioni dei consumatori mettono in guardia dalle «frodi camuffate». Sono prodotti con la scritta «bio» in evidenza, ma che di biologico hanno solo il principio attivo, mentre tutti gli eccipienti non lo sono affatto. Per cautelarsi bisognerebbe verificare se sulla confezione c'è il logo dell'ente certificatore. Ma quanti consumatori lo sanno e soprattutto quanti leggono le etichette microscopiche, prima dell'acquisto?
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Le borracce di metallo, distribuite a scuola al posto delle bottigliette, si sono rivelate un flop. I sacchetti biodegradabili? Non sempre sono norma. E grazie al le energie pulite prosperano gli affari sporchi.Il fisico dell'Università di Modena Franco Battaglia: «L'Italia ha speso 100 miliardi per installare 20 gigawatt di impianti solari che ne erogano soltanto 2. Il blocco del traffico? Inutile: le polveri sottili provengono dalle caldaie»..Il mercato dell'organico è un business da 3,6 miliardi, ma con i profitti si moltiplicano i raggiri. Ci spacciano per «naturale» cibo extra Ue (e ce lo fanno pagare un occhio).Lo speciale contiene tre articoliNon sempre le buone intenzioni partoriscono buoni risultati. Anzi, quando nascono sull'onda di infatuazioni ideologiche e alla ricerca del facile consenso, spesso si traducono in veri e propri boomerang. È quanto sta accadendo alle politiche di salvaguardia dell'ambiente. È scattata una specie di gara tra gli enti locali a chi è più green, con il risultato che, nella fretta degli annunci, vengono sfornate misure pasticciate, contraddittorie o addirittura dannose sia per l'ambiente sia per i cittadini. Come non c'è impresa che si rispetti che non abbia inserito in bilancio una voce sugli investimenti in sostenibilità (spesso limitandosi a mettere qualche pannello solare) così gli enti locali che si considerano più «progressisti» si sbizzarriscono in iniziative bio.In quella che sta diventando una fatwa contro la plastica, alcune amministrazioni pubbliche, ad esempio, hanno messo al bando le famigerate bottigliette inquinanti. Sulla scia di Greta Thunberg, che beve acqua dalla sua borraccia color bordeaux, la Toscana ha distribuito a 850 scuole in più di 150 Comuni 55.000 bottigliette in alluminio. Confservizi Cispel Toscana parlava entusiasta di «un risparmio di 130 tonnellate di plastica e per le famiglie di oltre un milione di euro». Peccato che dopo nemmeno un mese le famiglie sono corse nei municipi a lamentarsi: le borracce erano difettose, si scheggiavano proprio nel punto dove i bambini poggiano la bocca. Di qui il tam tam: forse sono made in Cina e senza la dovute garanzie. Il Comune di Scandicci ne ha sospeso l'uso, mentre il consigliere regionale Maurizio Marchetti ha chiesto alla Regione di ritirarle. Immancabile, come in ogni storia italiana, il rimpallo delle responsabilità e il fuoco incrociato dei comunicati, con i consorzi protagonisti dell'operazione che si sono fatti garanti della certificazione del prodotto. E c'è chi ha diffuso un vademecum su come dovrebbe essere la borraccia perfetta. Questi contenitori infatti richiedono alcune accortezze nell'uso che nessuno spiega. Se non vengono lavati accuratamente tutti i giorni e asciugati senza chiuderli, facilitano il proliferare dei batteri che vivono in ambienti umidi e al buio. A dirlo è uno studio condotto da Ruben Gonzalez, direttore del laboratorio di microbiologia dell'Università di Cordoba in Argentina. Inoltre, più che l'alluminio, il materiale migliore sarebbe il rame, metallo usato fin dall'antichità proprio per disinfettare e purificare l'acqua. Chissà se i genitori dei bimbi toscani hanno ricevuto tutte queste informazioni. Il diktat dell'ecosostenibilità ha nell'architettura la sua massima espressione. È il caso della nuova stazione Fal (Ferrovie Appulo lucano) di Matera, appena inaugurata, griffatissimo scalo su rotaia, firmato dall'architetto Stefano Boeri (quello delle città sostenibili e del bosco verticale a Milano). Il fiore all'occhiello di questa opera (costo 7 milioni) sono i vasti pannelli fotovoltaici che garantiscono l'autosufficienza energetica alla stazione e anche all'intera piazza. Peccato che questo gioiello rischi di essere una cattedrale nel deserto. Qui l'alta velocità non arriva. Matera è l'unico capoluogo di provincia italiano non raggiunto dalle Ferrovie dello Stato. C'è una sola Freccia al giorno da Salerno ma si ferma a Ferrandina, e per arrivare a Matera occorrono 20 minuti di bus, quando lo si trova. Senza contare i disservizi della navetta che collega il centro della città all'aeroporto di Bari. E manca un servizio di metropolitana cittadino a trazione esclusivamente elettrica.Della competizione tra rotaie e gomma si parla da tempo, come pure dell'inquinamento delle auto. E qui siamo ad altri provvedimenti più di bandiera che di sostanza. È ormai dimostrato che il blocco cittadino delle auto o il sistema delle targhe alterne non riescono ad abbassare lo smog. Dice Nicola Pirrone, dirigente di ricerca dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr: «È una strategia che mitiga l'effetto smog ma per la salute dei cittadini, sulla prevenzione di gravi conseguenze sanitarie, fa poco e nulla. A volte, con determinate condizioni climatiche, non basta neanche il blocco per far diminuire lo smog. È una misura dimostrativa, ma ha poco a che fare con la riduzione dell'esposizione all'inquinamento». Eppure i sindaci si nascondo dietro la foglia di fico delle domeniche ecologiche.L'altra favola green è quella delle auto elettriche. A parte i costi esagerati e la scarsità di centraline per la ricarica, il tema principale è lo smaltimento delle batterie al litio. Che senso ha avere un'auto che non emette gas inquinanti se poi la batteria che ha a bordo è difficile da riciclare? Recentemente il Cobat ha affidato all'Istituto di chimica dei composti organometallici di Firenze una ricerca per il recupero di nichel, cobalto e manganese contenuti negli accumulatori. Attualmente le batterie al litio finiscono in gran parte all'estero, dove vengono trattate. Ben venga che la Regione Lombardia dia 8.000 euro di contributi per chi acquista un'auto elettrica, ma poi come si risolve il problema delle batterie? Né ci si può illudere che abbracciando l'elettrico si risolva il problema dello smog. Le vecchie caldaie a gasolio - a Milano sono circa il 50% - producono molte più polveri sottili delle auto.Sempre in tema di riscaldamento, c'è il caso del pellet. È un derivato del legno e quindi a impatto zero in termini di CO2, ma molto dannoso per la salute umana e la qualità dell'aria a causa delle emissioni di ossidi di azoto e composti organici volatili, che provocano malattie respiratorie anche mortali. Tra le alternative all'auto, viene citata spesso la bicicletta. Peccato che manchino le infrastrutture. Il caso di Roma è emblematico. Dopo il flop del primo progetto della giunta Raggi, con bici vandalizzate e disperse, il sindaco ci riprova con quelle elettriche. Ma le piste ciclabili restano un miraggio: poche e sporche. Chi usa le due ruote spesso deve fare la gimcana tra cumuli di immondizia.La raccolta differenziata è l'altra operazione lodevole nelle intenzioni quanto fallimentare nell'attuazione. Tutti hanno ben presenti i video denuncia della raccolta dei rifiuti, mescolati tutti insieme, anche se presi da cassonetti diversi. L'operazione della differenziata non è riuscita a evitare situazioni, a Roma e a Napoli, al limite dell'emergenza sanitaria. Il problema è a monte, dello smaltimento dei rifiuti, che si porta dietro le polemiche sui termovalorizzatori.Un altro cavallo di battaglia dei nemici della plastica è stato quello dei sacchetti bio. Introdotti dal governo Gentiloni, che ci chiese di pagare pochi centesimi quando compravamo frutta e verdura per il bene dell'ecologia, pare non siano così rispettosi dell'ambiente. Uno studio, condotto dall'Università di Plymouth in Inghilterra, ha rivelato che i sacchetti biodegradabili possono rimanere intatti anche dopo tre anni dal loro abbandono in natura. Quelli compostabili (i più sottili che non reggono il peso di un paio di mele) ci mettono 3 mesi a distruggersi in mare, ma sotto terra restano intatti anche dopo 27 mesi. Per di più, secondo Assobioplastiche, degli 80 milioni di chili di buste della spesa in circolazione, circa la metà non è a norma.E infine c'è il tema controverso dei parchi eolici, un dogma dell'ortodossia ambientalista. Per farci piacere quelle orribili pale, ci è stato detto che il vento è gratis oltre a essere pulito e che ogni chilowattora prodotto fa risparmiare combustibili fossili. Tuttavia queste affermazioni non sono mai state dimostrate con dati attendibili, neanche dopo l'istallazione di più di 100 gigawatt di pale nella sola Europa. L'energia dal vento non è disponibile su richiesta ma solamente se e quando il vento soffia con forza sufficiente. E i risparmi per i consumatori non sono così tangibili: la Sardegna, che è diventata il più grande parco eolico d'Italia, non ha avuto vantaggi sulla bolletta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ecoballe-tutte-le-zone-grigie-della-mania-verde-2641370607.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vogliamo-ridurre-linquinamento-accendiamo-i-reattori-nucleari" data-post-id="2641370607" data-published-at="1774132281" data-use-pagination="False"> «Vogliamo ridurre l’inquinamento? Accendiamo i reattori nucleari» Dalla tassa sulla plastica a quella per entrare in centro città, sono davvero tante le misure di stampo ecologico lanciate negli ultimi anni nel nostro Paese. Promettono di rendere più sostenibile la vita, ma spesso si rivelano vere e proprie bufale. La più colossale di tutte? «Quella che vuole che si viva oggi in emergenza climatica: invece non esiste alcuna emergenza climatica». Parola di scienziato, a sostenerlo è Franco Battaglia, docente di chimica e fisica all'Università di Modena. In questi giorni si parla di plastic tax, la tassa sulla plastica che il governo intende inserire nella manovra di bilancio. È questa la soluzione contro l'inquinamento? «La plastica non è un inquinante. È un materiale prezioso. Quando un oggetto di plastica diventa rifiuto, allora potrebbe diventare un inquinante, ma solo se lo si introduce nell'ambiente nel modo sbagliato. Per esempio riversandolo nel mare. La fine più indicata del rifiuto di plastica è l'inceneritore: il materiale è un ottimo combustibile e produce calore che, se utilizzato, fa risparmiare altro combustibile, per esempio il gasolio». Però molte scuole e amministrazioni locali stanno mettendo al bando le bottigliette di plastica e stanno distribuendo borracce in alluminio. Che ne pensa? «Credo che sia una misura stupida. Come detto, la plastica non è un inquinante. Non vi è alcuna ragione al mondo di bandire le bottigliette composte in questo materiale». Sembra anche che le borracce, se non lavate correttamente, possano rivelarsi più dannose per la salute rispetto alla plastica usa e getta... «Infatti è esattamente così». Altra misura riguarda l'accesso limitato o a pagamento delle auto nelle città, come per esempio l'area C a Milano. Serve davvero a limitare l'emissione delle polveri sottili? «Assolutamente no. Le polveri sottili di Milano provengono innanzitutto dagli impianti di riscaldamento. Se a Caorso, vicino Piacenza, si installasse un reattore nucleare, questo potrebbe dare al capoluogo lombardo l'elettricità che serve alla città per alimentare, senza alcun inquinamento, le caldaie». Allora cosa sarebbe necessario fare per ridurre l'inquinamento nelle grandi città? «Dovremmo avere reattori nucleari e scaldarci elettricamente. Diminuire l'intasamento da traffico eliminando dalla strada le auto in sosta, mediante la realizzazione di parcheggi multi piano, e obbligare gli automobilisti a usarli, per esempio raddoppiando la tariffa di parcheggio nelle aree limitrofe a queste zone di sosta». A proposito di auto, in molti puntano il dito contro il diesel. Eliminarlo risolverebbe il problema? «Le auto diesel sono ottime e non inquinano più di quelle normali a benzina». E le vetture elettriche? «Bisogna distinguere le ibride dalle full electric. Le prime sono ottime e bisognerebbe incentivarne l'uso in modalità elettrica quando si viaggia in città. Le seconde non esistono: sono poco efficienti, eccessivamente costose. Finché abbiamo benzina, dimentichiamoci l'auto elettrica». C'è anche la raccolta differenziata dei rifiuti fra le misure più popolari… «Ma non funziona perché è fatta in modo sciocco. Dovrebbe essere limitata alle aziende, che hanno già rifiuti selezionati. Quanto al comune cittadino, basterebbe il vuoto a rendere per metallo e vetro. Tutto il resto dovrebbe andare nell'inceneritore. Dovremmo avere in Italia un impianto di incenerimento per provincia». Sono stati introdotti i sacchetti bio, che però pare non rispettino l'ambiente. Perché sono stati imposti? «Probabilmente per favorire qualche azienda che li produce. Oggettivamente sono inadeguati: si rompono facilmente e la loro fine non può che essere l'inceneritore. Bisognerebbe tornare a poter usare le borse della spesa ordinarie». Passando ai pannelli fotovoltaici, si vogliono incentivare. Esiste secondo lei un'alternativa migliore? «Dovrebbero essere vietati. O, comunque, bisognerebbe tassare chi li usa: deturpano il paesaggio, che sarebbe costituzionalmente protetto. E chi inquina deve pagare. Non hanno alcuna funzione nel sistema elettrico. L'Italia ha speso 100 miliardi solo per l'installazione degli impianti che abbiamo: sono 20 gigawatt che però erogano solo 2 gigawatt elettrici. Ma per farlo sarebbe bastato impegnare meno di 5 miliardi in due impianti a carbone o meno di 10 miliardi in due reattori nucleari». E i parchi eolici? «Il discorso non cambia. In proporzione richiedono un impegno economico minore rispetto al fotovoltaico, ma più che doppio rispetto al nucleare. Inoltre erogano elettricità quando brilla il sole o soffia il vento e non quando vogliamo noi. Sono impianti totalmente inutili. Noi in Italia siamo i primi della classe su questi impianti. Infatti la nostra bolletta elettrica è oggi è quasi tripla rispetto a quella del 2007». E il riscaldamento davvero non esiste? «Si tratta di un fenomeno reale, nel senso che oggi il pianeta è più caldo di 450 anni fa, quando si era al minimo della piccola era glaciale. Ma non è l'uomo il responsabile di questo riscaldamento. Intanto perché cominciò 450 anni fa quando l'uomo non emetteva CO2. Chi sostiene che l'attuale situazione sia antropica, in realtà non ha mai dimostrato la propria affermazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ecoballe-tutte-le-zone-grigie-della-mania-verde-2641370607.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dietro-il-bio-e-in-agguato-la-truffa" data-post-id="2641370607" data-published-at="1774132281" data-use-pagination="False"> Dietro il «bio» è in agguato la truffa I fanatici del bio li riconosci subito. Al supermercato indietreggiano inorriditi di fronte a qualsiasi composizione che sa di chimico. Sono quelli che in ufficio, a pranzo, tirano fuori il contenitore in alluminio, zeppo di quinoa, o grano saraceno doc, e dispensano consigli su dove trovare le uova da galline allevate nell'aia. Per una colazione, rigorosamente certificata, sono disposti a spendere anche 15 euro. A questa tavola dei fanatici del viver sano e dell'alimentazione sostenibile, si sono seduti anche gli speculatori. Dietro al biologico, uno dei più grandi business della nostra epoca, si celano truffe di ogni genere e altrettante falsità. Cominciamo da queste ultime. Innanzitutto non è vero che l'agricoltura biologica non fa uso di pesticidi. Il rame, uno dei più antichi pesticidi bio della storia, è un metallo pesante che inquina più ed è molto più dannoso per uomini e animali di alcuni prodotti di sintesi con funzioni analoghe. L'erbicida glifosato ha caratteristiche tossicologiche meno pericolose. Inoltre nessuno ha ancora dimostrato che tra i prodotti «naturali» e gli altri ci siano differenze qualitative. Eppure i consumatori sono disposti a pagare il doppio del prezzo. I produttori si difendono dicendo che la resa delle coltivazioni bio è bassa e che, se il prezzo è basso, è una bufala. successo commerciale Le scelte green nel carrello della spesa sono in aumento esponenziale. La Coldiretti ci dice che circa due italiani su tre (64%) acquistano prodotti alimentari biologici regolarmente (22%) o occasionalmente (42%). Inoltre quasi sei italiani su dieci (59%) hanno fatto la spesa dal contadino almeno una volta al mese nell'ultimo anno, per acquistare prodotti locali a chilometri zero. È un business che vale 3,6 miliardi, in aumento, nell'ultimo anno, del 178%. L'Italia è leader in Europa per il numero di imprese (circa 79.000 operatori) e per superficie coltivata a biologico, il 15,5% di quella totale nazionale, una percentuale di gran lunga superiore alla media Ue. E siccome il piatto è ricco, le truffe proliferano. i disonesti Nel 2018 il numero è quintuplicato rispetto al 2017: due anni fa ci furono 19 casi, l'anno scorso ben 88. Per lo più questi prodotti venivano presentati come biologici italiani, ma erano prodotti importanti dall'estero e che di bio avevano ben poco. Il made in Italy, anche in questo settore, subisce la concorrenza sleale di imprese estere, soprattutto extra Ue, abili nel taroccare a prezzi più bassi. Recentemente, ad esempio, con una maxi operazione, l'Ispettorato centrale per la repressione delle frodi e la Procura di Pisa hanno sequestrato ben 1.441 tonnellate di succhi, confetture e conserve alimentari, di provenienza extra Ue, spacciati per cibo bio ma adulterati. Una truffa del valore di 8 milioni è stata scoperta addirittura per una segnalazione arrivata dall'Inghilterra, dove alcune zucchine italiane biologiche erano risultate piene di pesticidi. Quando si tratta di frodi la fantasia si scatena. È stato il caso del lattughino etichettato «bio» prodotto a Poggiomarino, che da un'indagine dei carabinieri risultava coltivato in un ufficio perché l'imprenditore non aveva denunciato l'utilizzo di un terreno. E le ecotruffe sono diffuse anche nella cosmesi. I produttori spesso usano un packaging gradevole con fiorellini e prati, per convincere i consumatori. E il bello è che non infrangono la legge perché a oggi non ci sono restrizioni all'uso di parole come «puro», «naturale» e, appunto, «bio». Le associazioni dei consumatori mettono in guardia dalle «frodi camuffate». Sono prodotti con la scritta «bio» in evidenza, ma che di biologico hanno solo il principio attivo, mentre tutti gli eccipienti non lo sono affatto. Per cautelarsi bisognerebbe verificare se sulla confezione c'è il logo dell'ente certificatore. Ma quanti consumatori lo sanno e soprattutto quanti leggono le etichette microscopiche, prima dell'acquisto?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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