True
2019-11-18
Ecoballe. Tutte le zone grigie della mania verde
Ansa
Non sempre le buone intenzioni partoriscono buoni risultati. Anzi, quando nascono sull'onda di infatuazioni ideologiche e alla ricerca del facile consenso, spesso si traducono in veri e propri boomerang. È quanto sta accadendo alle politiche di salvaguardia dell'ambiente. È scattata una specie di gara tra gli enti locali a chi è più green, con il risultato che, nella fretta degli annunci, vengono sfornate misure pasticciate, contraddittorie o addirittura dannose sia per l'ambiente sia per i cittadini. Come non c'è impresa che si rispetti che non abbia inserito in bilancio una voce sugli investimenti in sostenibilità (spesso limitandosi a mettere qualche pannello solare) così gli enti locali che si considerano più «progressisti» si sbizzarriscono in iniziative bio.
In quella che sta diventando una fatwa contro la plastica, alcune amministrazioni pubbliche, ad esempio, hanno messo al bando le famigerate bottigliette inquinanti. Sulla scia di Greta Thunberg, che beve acqua dalla sua borraccia color bordeaux, la Toscana ha distribuito a 850 scuole in più di 150 Comuni 55.000 bottigliette in alluminio. Confservizi Cispel Toscana parlava entusiasta di «un risparmio di 130 tonnellate di plastica e per le famiglie di oltre un milione di euro». Peccato che dopo nemmeno un mese le famiglie sono corse nei municipi a lamentarsi: le borracce erano difettose, si scheggiavano proprio nel punto dove i bambini poggiano la bocca. Di qui il tam tam: forse sono made in Cina e senza la dovute garanzie. Il Comune di Scandicci ne ha sospeso l'uso, mentre il consigliere regionale Maurizio Marchetti ha chiesto alla Regione di ritirarle. Immancabile, come in ogni storia italiana, il rimpallo delle responsabilità e il fuoco incrociato dei comunicati, con i consorzi protagonisti dell'operazione che si sono fatti garanti della certificazione del prodotto. E c'è chi ha diffuso un vademecum su come dovrebbe essere la borraccia perfetta.
Questi contenitori infatti richiedono alcune accortezze nell'uso che nessuno spiega. Se non vengono lavati accuratamente tutti i giorni e asciugati senza chiuderli, facilitano il proliferare dei batteri che vivono in ambienti umidi e al buio. A dirlo è uno studio condotto da Ruben Gonzalez, direttore del laboratorio di microbiologia dell'Università di Cordoba in Argentina. Inoltre, più che l'alluminio, il materiale migliore sarebbe il rame, metallo usato fin dall'antichità proprio per disinfettare e purificare l'acqua. Chissà se i genitori dei bimbi toscani hanno ricevuto tutte queste informazioni.
Il diktat dell'ecosostenibilità ha nell'architettura la sua massima espressione. È il caso della nuova stazione Fal (Ferrovie Appulo lucano) di Matera, appena inaugurata, griffatissimo scalo su rotaia, firmato dall'architetto Stefano Boeri (quello delle città sostenibili e del bosco verticale a Milano). Il fiore all'occhiello di questa opera (costo 7 milioni) sono i vasti pannelli fotovoltaici che garantiscono l'autosufficienza energetica alla stazione e anche all'intera piazza. Peccato che questo gioiello rischi di essere una cattedrale nel deserto. Qui l'alta velocità non arriva. Matera è l'unico capoluogo di provincia italiano non raggiunto dalle Ferrovie dello Stato. C'è una sola Freccia al giorno da Salerno ma si ferma a Ferrandina, e per arrivare a Matera occorrono 20 minuti di bus, quando lo si trova. Senza contare i disservizi della navetta che collega il centro della città all'aeroporto di Bari. E manca un servizio di metropolitana cittadino a trazione esclusivamente elettrica.
Della competizione tra rotaie e gomma si parla da tempo, come pure dell'inquinamento delle auto. E qui siamo ad altri provvedimenti più di bandiera che di sostanza. È ormai dimostrato che il blocco cittadino delle auto o il sistema delle targhe alterne non riescono ad abbassare lo smog. Dice Nicola Pirrone, dirigente di ricerca dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr: «È una strategia che mitiga l'effetto smog ma per la salute dei cittadini, sulla prevenzione di gravi conseguenze sanitarie, fa poco e nulla. A volte, con determinate condizioni climatiche, non basta neanche il blocco per far diminuire lo smog. È una misura dimostrativa, ma ha poco a che fare con la riduzione dell'esposizione all'inquinamento». Eppure i sindaci si nascondo dietro la foglia di fico delle domeniche ecologiche.
L'altra favola green è quella delle auto elettriche. A parte i costi esagerati e la scarsità di centraline per la ricarica, il tema principale è lo smaltimento delle batterie al litio. Che senso ha avere un'auto che non emette gas inquinanti se poi la batteria che ha a bordo è difficile da riciclare? Recentemente il Cobat ha affidato all'Istituto di chimica dei composti organometallici di Firenze una ricerca per il recupero di nichel, cobalto e manganese contenuti negli accumulatori. Attualmente le batterie al litio finiscono in gran parte all'estero, dove vengono trattate. Ben venga che la Regione Lombardia dia 8.000 euro di contributi per chi acquista un'auto elettrica, ma poi come si risolve il problema delle batterie? Né ci si può illudere che abbracciando l'elettrico si risolva il problema dello smog. Le vecchie caldaie a gasolio - a Milano sono circa il 50% - producono molte più polveri sottili delle auto.
Sempre in tema di riscaldamento, c'è il caso del pellet. È un derivato del legno e quindi a impatto zero in termini di CO2, ma molto dannoso per la salute umana e la qualità dell'aria a causa delle emissioni di ossidi di azoto e composti organici volatili, che provocano malattie respiratorie anche mortali. Tra le alternative all'auto, viene citata spesso la bicicletta. Peccato che manchino le infrastrutture. Il caso di Roma è emblematico. Dopo il flop del primo progetto della giunta Raggi, con bici vandalizzate e disperse, il sindaco ci riprova con quelle elettriche. Ma le piste ciclabili restano un miraggio: poche e sporche. Chi usa le due ruote spesso deve fare la gimcana tra cumuli di immondizia.
La raccolta differenziata è l'altra operazione lodevole nelle intenzioni quanto fallimentare nell'attuazione. Tutti hanno ben presenti i video denuncia della raccolta dei rifiuti, mescolati tutti insieme, anche se presi da cassonetti diversi. L'operazione della differenziata non è riuscita a evitare situazioni, a Roma e a Napoli, al limite dell'emergenza sanitaria. Il problema è a monte, dello smaltimento dei rifiuti, che si porta dietro le polemiche sui termovalorizzatori.
Un altro cavallo di battaglia dei nemici della plastica è stato quello dei sacchetti bio. Introdotti dal governo Gentiloni, che ci chiese di pagare pochi centesimi quando compravamo frutta e verdura per il bene dell'ecologia, pare non siano così rispettosi dell'ambiente. Uno studio, condotto dall'Università di Plymouth in Inghilterra, ha rivelato che i sacchetti biodegradabili possono rimanere intatti anche dopo tre anni dal loro abbandono in natura. Quelli compostabili (i più sottili che non reggono il peso di un paio di mele) ci mettono 3 mesi a distruggersi in mare, ma sotto terra restano intatti anche dopo 27 mesi. Per di più, secondo Assobioplastiche, degli 80 milioni di chili di buste della spesa in circolazione, circa la metà non è a norma.
E infine c'è il tema controverso dei parchi eolici, un dogma dell'ortodossia ambientalista. Per farci piacere quelle orribili pale, ci è stato detto che il vento è gratis oltre a essere pulito e che ogni chilowattora prodotto fa risparmiare combustibili fossili. Tuttavia queste affermazioni non sono mai state dimostrate con dati attendibili, neanche dopo l'istallazione di più di 100 gigawatt di pale nella sola Europa. L'energia dal vento non è disponibile su richiesta ma solamente se e quando il vento soffia con forza sufficiente. E i risparmi per i consumatori non sono così tangibili: la Sardegna, che è diventata il più grande parco eolico d'Italia, non ha avuto vantaggi sulla bolletta.
«Vogliamo ridurre l’inquinamento? Accendiamo i reattori nucleari»
Dalla tassa sulla plastica a quella per entrare in centro città, sono davvero tante le misure di stampo ecologico lanciate negli ultimi anni nel nostro Paese. Promettono di rendere più sostenibile la vita, ma spesso si rivelano vere e proprie bufale. La più colossale di tutte? «Quella che vuole che si viva oggi in emergenza climatica: invece non esiste alcuna emergenza climatica». Parola di scienziato, a sostenerlo è Franco Battaglia, docente di chimica e fisica all'Università di Modena.
In questi giorni si parla di plastic tax, la tassa sulla plastica che il governo intende inserire nella manovra di bilancio. È questa la soluzione contro l'inquinamento?
«La plastica non è un inquinante. È un materiale prezioso. Quando un oggetto di plastica diventa rifiuto, allora potrebbe diventare un inquinante, ma solo se lo si introduce nell'ambiente nel modo sbagliato. Per esempio riversandolo nel mare. La fine più indicata del rifiuto di plastica è l'inceneritore: il materiale è un ottimo combustibile e produce calore che, se utilizzato, fa risparmiare altro combustibile, per esempio il gasolio».
Però molte scuole e amministrazioni locali stanno mettendo al bando le bottigliette di plastica e stanno distribuendo borracce in alluminio. Che ne pensa?
«Credo che sia una misura stupida. Come detto, la plastica non è un inquinante. Non vi è alcuna ragione al mondo di bandire le bottigliette composte in questo materiale».
Sembra anche che le borracce, se non lavate correttamente, possano rivelarsi più dannose per la salute rispetto alla plastica usa e getta...
«Infatti è esattamente così».
Altra misura riguarda l'accesso limitato o a pagamento delle auto nelle città, come per esempio l'area C a Milano. Serve davvero a limitare l'emissione delle polveri sottili?
«Assolutamente no. Le polveri sottili di Milano provengono innanzitutto dagli impianti di riscaldamento. Se a Caorso, vicino Piacenza, si installasse un reattore nucleare, questo potrebbe dare al capoluogo lombardo l'elettricità che serve alla città per alimentare, senza alcun inquinamento, le caldaie».
Allora cosa sarebbe necessario fare per ridurre l'inquinamento nelle grandi città?
«Dovremmo avere reattori nucleari e scaldarci elettricamente. Diminuire l'intasamento da traffico eliminando dalla strada le auto in sosta, mediante la realizzazione di parcheggi multi piano, e obbligare gli automobilisti a usarli, per esempio raddoppiando la tariffa di parcheggio nelle aree limitrofe a queste zone di sosta».
A proposito di auto, in molti puntano il dito contro il diesel. Eliminarlo risolverebbe il problema?
«Le auto diesel sono ottime e non inquinano più di quelle normali a benzina».
E le vetture elettriche?
«Bisogna distinguere le ibride dalle full electric. Le prime sono ottime e bisognerebbe incentivarne l'uso in modalità elettrica quando si viaggia in città. Le seconde non esistono: sono poco efficienti, eccessivamente costose. Finché abbiamo benzina, dimentichiamoci l'auto elettrica».
C'è anche la raccolta differenziata dei rifiuti fra le misure più popolari…
«Ma non funziona perché è fatta in modo sciocco. Dovrebbe essere limitata alle aziende, che hanno già rifiuti selezionati. Quanto al comune cittadino, basterebbe il vuoto a rendere per metallo e vetro. Tutto il resto dovrebbe andare nell'inceneritore. Dovremmo avere in Italia un impianto di incenerimento per provincia».
Sono stati introdotti i sacchetti bio, che però pare non rispettino l'ambiente. Perché sono stati imposti?
«Probabilmente per favorire qualche azienda che li produce. Oggettivamente sono inadeguati: si rompono facilmente e la loro fine non può che essere l'inceneritore. Bisognerebbe tornare a poter usare le borse della spesa ordinarie».
Passando ai pannelli fotovoltaici, si vogliono incentivare. Esiste secondo lei un'alternativa migliore?
«Dovrebbero essere vietati. O, comunque, bisognerebbe tassare chi li usa: deturpano il paesaggio, che sarebbe costituzionalmente protetto. E chi inquina deve pagare. Non hanno alcuna funzione nel sistema elettrico. L'Italia ha speso 100 miliardi solo per l'installazione degli impianti che abbiamo: sono 20 gigawatt che però erogano solo 2 gigawatt elettrici. Ma per farlo sarebbe bastato impegnare meno di 5 miliardi in due impianti a carbone o meno di 10 miliardi in due reattori nucleari».
E i parchi eolici?
«Il discorso non cambia. In proporzione richiedono un impegno economico minore rispetto al fotovoltaico, ma più che doppio rispetto al nucleare. Inoltre erogano elettricità quando brilla il sole o soffia il vento e non quando vogliamo noi. Sono impianti totalmente inutili. Noi in Italia siamo i primi della classe su questi impianti. Infatti la nostra bolletta elettrica è oggi è quasi tripla rispetto a quella del 2007».
E il riscaldamento davvero non esiste?
«Si tratta di un fenomeno reale, nel senso che oggi il pianeta è più caldo di 450 anni fa, quando si era al minimo della piccola era glaciale. Ma non è l'uomo il responsabile di questo riscaldamento. Intanto perché cominciò 450 anni fa quando l'uomo non emetteva CO2. Chi sostiene che l'attuale situazione sia antropica, in realtà non ha mai dimostrato la propria affermazione».
Dietro il «bio» è in agguato la truffa
I fanatici del bio li riconosci subito. Al supermercato indietreggiano inorriditi di fronte a qualsiasi composizione che sa di chimico. Sono quelli che in ufficio, a pranzo, tirano fuori il contenitore in alluminio, zeppo di quinoa, o grano saraceno doc, e dispensano consigli su dove trovare le uova da galline allevate nell'aia. Per una colazione, rigorosamente certificata, sono disposti a spendere anche 15 euro.
A questa tavola dei fanatici del viver sano e dell'alimentazione sostenibile, si sono seduti anche gli speculatori. Dietro al biologico, uno dei più grandi business della nostra epoca, si celano truffe di ogni genere e altrettante falsità. Cominciamo da queste ultime. Innanzitutto non è vero che l'agricoltura biologica non fa uso di pesticidi. Il rame, uno dei più antichi pesticidi bio della storia, è un metallo pesante che inquina più ed è molto più dannoso per uomini e animali di alcuni prodotti di sintesi con funzioni analoghe. L'erbicida glifosato ha caratteristiche tossicologiche meno pericolose. Inoltre nessuno ha ancora dimostrato che tra i prodotti «naturali» e gli altri ci siano differenze qualitative. Eppure i consumatori sono disposti a pagare il doppio del prezzo. I produttori si difendono dicendo che la resa delle coltivazioni bio è bassa e che, se il prezzo è basso, è una bufala.
successo commerciale
Le scelte green nel carrello della spesa sono in aumento esponenziale. La Coldiretti ci dice che circa due italiani su tre (64%) acquistano prodotti alimentari biologici regolarmente (22%) o occasionalmente (42%). Inoltre quasi sei italiani su dieci (59%) hanno fatto la spesa dal contadino almeno una volta al mese nell'ultimo anno, per acquistare prodotti locali a chilometri zero. È un business che vale 3,6 miliardi, in aumento, nell'ultimo anno, del 178%. L'Italia è leader in Europa per il numero di imprese (circa 79.000 operatori) e per superficie coltivata a biologico, il 15,5% di quella totale nazionale, una percentuale di gran lunga superiore alla media Ue. E siccome il piatto è ricco, le truffe proliferano.
i disonesti
Nel 2018 il numero è quintuplicato rispetto al 2017: due anni fa ci furono 19 casi, l'anno scorso ben 88. Per lo più questi prodotti venivano presentati come biologici italiani, ma erano prodotti importanti dall'estero e che di bio avevano ben poco.
Il made in Italy, anche in questo settore, subisce la concorrenza sleale di imprese estere, soprattutto extra Ue, abili nel taroccare a prezzi più bassi.
Recentemente, ad esempio, con una maxi operazione, l'Ispettorato centrale per la repressione delle frodi e la Procura di Pisa hanno sequestrato ben 1.441 tonnellate di succhi, confetture e conserve alimentari, di provenienza extra Ue, spacciati per cibo bio ma adulterati. Una truffa del valore di 8 milioni è stata scoperta addirittura per una segnalazione arrivata dall'Inghilterra, dove alcune zucchine italiane biologiche erano risultate piene di pesticidi. Quando si tratta di frodi la fantasia si scatena. È stato il caso del lattughino etichettato «bio» prodotto a Poggiomarino, che da un'indagine dei carabinieri risultava coltivato in un ufficio perché l'imprenditore non aveva denunciato l'utilizzo di un terreno.
E le ecotruffe sono diffuse anche nella cosmesi. I produttori spesso usano un packaging gradevole con fiorellini e prati, per convincere i consumatori. E il bello è che non infrangono la legge perché a oggi non ci sono restrizioni all'uso di parole come «puro», «naturale» e, appunto, «bio». Le associazioni dei consumatori mettono in guardia dalle «frodi camuffate». Sono prodotti con la scritta «bio» in evidenza, ma che di biologico hanno solo il principio attivo, mentre tutti gli eccipienti non lo sono affatto. Per cautelarsi bisognerebbe verificare se sulla confezione c'è il logo dell'ente certificatore. Ma quanti consumatori lo sanno e soprattutto quanti leggono le etichette microscopiche, prima dell'acquisto?
Continua a leggereRiduci
Le borracce di metallo, distribuite a scuola al posto delle bottigliette, si sono rivelate un flop. I sacchetti biodegradabili? Non sempre sono norma. E grazie al le energie pulite prosperano gli affari sporchi.Il fisico dell'Università di Modena Franco Battaglia: «L'Italia ha speso 100 miliardi per installare 20 gigawatt di impianti solari che ne erogano soltanto 2. Il blocco del traffico? Inutile: le polveri sottili provengono dalle caldaie»..Il mercato dell'organico è un business da 3,6 miliardi, ma con i profitti si moltiplicano i raggiri. Ci spacciano per «naturale» cibo extra Ue (e ce lo fanno pagare un occhio).Lo speciale contiene tre articoliNon sempre le buone intenzioni partoriscono buoni risultati. Anzi, quando nascono sull'onda di infatuazioni ideologiche e alla ricerca del facile consenso, spesso si traducono in veri e propri boomerang. È quanto sta accadendo alle politiche di salvaguardia dell'ambiente. È scattata una specie di gara tra gli enti locali a chi è più green, con il risultato che, nella fretta degli annunci, vengono sfornate misure pasticciate, contraddittorie o addirittura dannose sia per l'ambiente sia per i cittadini. Come non c'è impresa che si rispetti che non abbia inserito in bilancio una voce sugli investimenti in sostenibilità (spesso limitandosi a mettere qualche pannello solare) così gli enti locali che si considerano più «progressisti» si sbizzarriscono in iniziative bio.In quella che sta diventando una fatwa contro la plastica, alcune amministrazioni pubbliche, ad esempio, hanno messo al bando le famigerate bottigliette inquinanti. Sulla scia di Greta Thunberg, che beve acqua dalla sua borraccia color bordeaux, la Toscana ha distribuito a 850 scuole in più di 150 Comuni 55.000 bottigliette in alluminio. Confservizi Cispel Toscana parlava entusiasta di «un risparmio di 130 tonnellate di plastica e per le famiglie di oltre un milione di euro». Peccato che dopo nemmeno un mese le famiglie sono corse nei municipi a lamentarsi: le borracce erano difettose, si scheggiavano proprio nel punto dove i bambini poggiano la bocca. Di qui il tam tam: forse sono made in Cina e senza la dovute garanzie. Il Comune di Scandicci ne ha sospeso l'uso, mentre il consigliere regionale Maurizio Marchetti ha chiesto alla Regione di ritirarle. Immancabile, come in ogni storia italiana, il rimpallo delle responsabilità e il fuoco incrociato dei comunicati, con i consorzi protagonisti dell'operazione che si sono fatti garanti della certificazione del prodotto. E c'è chi ha diffuso un vademecum su come dovrebbe essere la borraccia perfetta. Questi contenitori infatti richiedono alcune accortezze nell'uso che nessuno spiega. Se non vengono lavati accuratamente tutti i giorni e asciugati senza chiuderli, facilitano il proliferare dei batteri che vivono in ambienti umidi e al buio. A dirlo è uno studio condotto da Ruben Gonzalez, direttore del laboratorio di microbiologia dell'Università di Cordoba in Argentina. Inoltre, più che l'alluminio, il materiale migliore sarebbe il rame, metallo usato fin dall'antichità proprio per disinfettare e purificare l'acqua. Chissà se i genitori dei bimbi toscani hanno ricevuto tutte queste informazioni. Il diktat dell'ecosostenibilità ha nell'architettura la sua massima espressione. È il caso della nuova stazione Fal (Ferrovie Appulo lucano) di Matera, appena inaugurata, griffatissimo scalo su rotaia, firmato dall'architetto Stefano Boeri (quello delle città sostenibili e del bosco verticale a Milano). Il fiore all'occhiello di questa opera (costo 7 milioni) sono i vasti pannelli fotovoltaici che garantiscono l'autosufficienza energetica alla stazione e anche all'intera piazza. Peccato che questo gioiello rischi di essere una cattedrale nel deserto. Qui l'alta velocità non arriva. Matera è l'unico capoluogo di provincia italiano non raggiunto dalle Ferrovie dello Stato. C'è una sola Freccia al giorno da Salerno ma si ferma a Ferrandina, e per arrivare a Matera occorrono 20 minuti di bus, quando lo si trova. Senza contare i disservizi della navetta che collega il centro della città all'aeroporto di Bari. E manca un servizio di metropolitana cittadino a trazione esclusivamente elettrica.Della competizione tra rotaie e gomma si parla da tempo, come pure dell'inquinamento delle auto. E qui siamo ad altri provvedimenti più di bandiera che di sostanza. È ormai dimostrato che il blocco cittadino delle auto o il sistema delle targhe alterne non riescono ad abbassare lo smog. Dice Nicola Pirrone, dirigente di ricerca dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr: «È una strategia che mitiga l'effetto smog ma per la salute dei cittadini, sulla prevenzione di gravi conseguenze sanitarie, fa poco e nulla. A volte, con determinate condizioni climatiche, non basta neanche il blocco per far diminuire lo smog. È una misura dimostrativa, ma ha poco a che fare con la riduzione dell'esposizione all'inquinamento». Eppure i sindaci si nascondo dietro la foglia di fico delle domeniche ecologiche.L'altra favola green è quella delle auto elettriche. A parte i costi esagerati e la scarsità di centraline per la ricarica, il tema principale è lo smaltimento delle batterie al litio. Che senso ha avere un'auto che non emette gas inquinanti se poi la batteria che ha a bordo è difficile da riciclare? Recentemente il Cobat ha affidato all'Istituto di chimica dei composti organometallici di Firenze una ricerca per il recupero di nichel, cobalto e manganese contenuti negli accumulatori. Attualmente le batterie al litio finiscono in gran parte all'estero, dove vengono trattate. Ben venga che la Regione Lombardia dia 8.000 euro di contributi per chi acquista un'auto elettrica, ma poi come si risolve il problema delle batterie? Né ci si può illudere che abbracciando l'elettrico si risolva il problema dello smog. Le vecchie caldaie a gasolio - a Milano sono circa il 50% - producono molte più polveri sottili delle auto.Sempre in tema di riscaldamento, c'è il caso del pellet. È un derivato del legno e quindi a impatto zero in termini di CO2, ma molto dannoso per la salute umana e la qualità dell'aria a causa delle emissioni di ossidi di azoto e composti organici volatili, che provocano malattie respiratorie anche mortali. Tra le alternative all'auto, viene citata spesso la bicicletta. Peccato che manchino le infrastrutture. Il caso di Roma è emblematico. Dopo il flop del primo progetto della giunta Raggi, con bici vandalizzate e disperse, il sindaco ci riprova con quelle elettriche. Ma le piste ciclabili restano un miraggio: poche e sporche. Chi usa le due ruote spesso deve fare la gimcana tra cumuli di immondizia.La raccolta differenziata è l'altra operazione lodevole nelle intenzioni quanto fallimentare nell'attuazione. Tutti hanno ben presenti i video denuncia della raccolta dei rifiuti, mescolati tutti insieme, anche se presi da cassonetti diversi. L'operazione della differenziata non è riuscita a evitare situazioni, a Roma e a Napoli, al limite dell'emergenza sanitaria. Il problema è a monte, dello smaltimento dei rifiuti, che si porta dietro le polemiche sui termovalorizzatori.Un altro cavallo di battaglia dei nemici della plastica è stato quello dei sacchetti bio. Introdotti dal governo Gentiloni, che ci chiese di pagare pochi centesimi quando compravamo frutta e verdura per il bene dell'ecologia, pare non siano così rispettosi dell'ambiente. Uno studio, condotto dall'Università di Plymouth in Inghilterra, ha rivelato che i sacchetti biodegradabili possono rimanere intatti anche dopo tre anni dal loro abbandono in natura. Quelli compostabili (i più sottili che non reggono il peso di un paio di mele) ci mettono 3 mesi a distruggersi in mare, ma sotto terra restano intatti anche dopo 27 mesi. Per di più, secondo Assobioplastiche, degli 80 milioni di chili di buste della spesa in circolazione, circa la metà non è a norma.E infine c'è il tema controverso dei parchi eolici, un dogma dell'ortodossia ambientalista. Per farci piacere quelle orribili pale, ci è stato detto che il vento è gratis oltre a essere pulito e che ogni chilowattora prodotto fa risparmiare combustibili fossili. Tuttavia queste affermazioni non sono mai state dimostrate con dati attendibili, neanche dopo l'istallazione di più di 100 gigawatt di pale nella sola Europa. L'energia dal vento non è disponibile su richiesta ma solamente se e quando il vento soffia con forza sufficiente. E i risparmi per i consumatori non sono così tangibili: la Sardegna, che è diventata il più grande parco eolico d'Italia, non ha avuto vantaggi sulla bolletta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ecoballe-tutte-le-zone-grigie-della-mania-verde-2641370607.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vogliamo-ridurre-linquinamento-accendiamo-i-reattori-nucleari" data-post-id="2641370607" data-published-at="1781413161" data-use-pagination="False"> «Vogliamo ridurre l’inquinamento? Accendiamo i reattori nucleari» Dalla tassa sulla plastica a quella per entrare in centro città, sono davvero tante le misure di stampo ecologico lanciate negli ultimi anni nel nostro Paese. Promettono di rendere più sostenibile la vita, ma spesso si rivelano vere e proprie bufale. La più colossale di tutte? «Quella che vuole che si viva oggi in emergenza climatica: invece non esiste alcuna emergenza climatica». Parola di scienziato, a sostenerlo è Franco Battaglia, docente di chimica e fisica all'Università di Modena. In questi giorni si parla di plastic tax, la tassa sulla plastica che il governo intende inserire nella manovra di bilancio. È questa la soluzione contro l'inquinamento? «La plastica non è un inquinante. È un materiale prezioso. Quando un oggetto di plastica diventa rifiuto, allora potrebbe diventare un inquinante, ma solo se lo si introduce nell'ambiente nel modo sbagliato. Per esempio riversandolo nel mare. La fine più indicata del rifiuto di plastica è l'inceneritore: il materiale è un ottimo combustibile e produce calore che, se utilizzato, fa risparmiare altro combustibile, per esempio il gasolio». Però molte scuole e amministrazioni locali stanno mettendo al bando le bottigliette di plastica e stanno distribuendo borracce in alluminio. Che ne pensa? «Credo che sia una misura stupida. Come detto, la plastica non è un inquinante. Non vi è alcuna ragione al mondo di bandire le bottigliette composte in questo materiale». Sembra anche che le borracce, se non lavate correttamente, possano rivelarsi più dannose per la salute rispetto alla plastica usa e getta... «Infatti è esattamente così». Altra misura riguarda l'accesso limitato o a pagamento delle auto nelle città, come per esempio l'area C a Milano. Serve davvero a limitare l'emissione delle polveri sottili? «Assolutamente no. Le polveri sottili di Milano provengono innanzitutto dagli impianti di riscaldamento. Se a Caorso, vicino Piacenza, si installasse un reattore nucleare, questo potrebbe dare al capoluogo lombardo l'elettricità che serve alla città per alimentare, senza alcun inquinamento, le caldaie». Allora cosa sarebbe necessario fare per ridurre l'inquinamento nelle grandi città? «Dovremmo avere reattori nucleari e scaldarci elettricamente. Diminuire l'intasamento da traffico eliminando dalla strada le auto in sosta, mediante la realizzazione di parcheggi multi piano, e obbligare gli automobilisti a usarli, per esempio raddoppiando la tariffa di parcheggio nelle aree limitrofe a queste zone di sosta». A proposito di auto, in molti puntano il dito contro il diesel. Eliminarlo risolverebbe il problema? «Le auto diesel sono ottime e non inquinano più di quelle normali a benzina». E le vetture elettriche? «Bisogna distinguere le ibride dalle full electric. Le prime sono ottime e bisognerebbe incentivarne l'uso in modalità elettrica quando si viaggia in città. Le seconde non esistono: sono poco efficienti, eccessivamente costose. Finché abbiamo benzina, dimentichiamoci l'auto elettrica». C'è anche la raccolta differenziata dei rifiuti fra le misure più popolari… «Ma non funziona perché è fatta in modo sciocco. Dovrebbe essere limitata alle aziende, che hanno già rifiuti selezionati. Quanto al comune cittadino, basterebbe il vuoto a rendere per metallo e vetro. Tutto il resto dovrebbe andare nell'inceneritore. Dovremmo avere in Italia un impianto di incenerimento per provincia». Sono stati introdotti i sacchetti bio, che però pare non rispettino l'ambiente. Perché sono stati imposti? «Probabilmente per favorire qualche azienda che li produce. Oggettivamente sono inadeguati: si rompono facilmente e la loro fine non può che essere l'inceneritore. Bisognerebbe tornare a poter usare le borse della spesa ordinarie». Passando ai pannelli fotovoltaici, si vogliono incentivare. Esiste secondo lei un'alternativa migliore? «Dovrebbero essere vietati. O, comunque, bisognerebbe tassare chi li usa: deturpano il paesaggio, che sarebbe costituzionalmente protetto. E chi inquina deve pagare. Non hanno alcuna funzione nel sistema elettrico. L'Italia ha speso 100 miliardi solo per l'installazione degli impianti che abbiamo: sono 20 gigawatt che però erogano solo 2 gigawatt elettrici. Ma per farlo sarebbe bastato impegnare meno di 5 miliardi in due impianti a carbone o meno di 10 miliardi in due reattori nucleari». E i parchi eolici? «Il discorso non cambia. In proporzione richiedono un impegno economico minore rispetto al fotovoltaico, ma più che doppio rispetto al nucleare. Inoltre erogano elettricità quando brilla il sole o soffia il vento e non quando vogliamo noi. Sono impianti totalmente inutili. Noi in Italia siamo i primi della classe su questi impianti. Infatti la nostra bolletta elettrica è oggi è quasi tripla rispetto a quella del 2007». E il riscaldamento davvero non esiste? «Si tratta di un fenomeno reale, nel senso che oggi il pianeta è più caldo di 450 anni fa, quando si era al minimo della piccola era glaciale. Ma non è l'uomo il responsabile di questo riscaldamento. Intanto perché cominciò 450 anni fa quando l'uomo non emetteva CO2. Chi sostiene che l'attuale situazione sia antropica, in realtà non ha mai dimostrato la propria affermazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ecoballe-tutte-le-zone-grigie-della-mania-verde-2641370607.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dietro-il-bio-e-in-agguato-la-truffa" data-post-id="2641370607" data-published-at="1781413161" data-use-pagination="False"> Dietro il «bio» è in agguato la truffa I fanatici del bio li riconosci subito. Al supermercato indietreggiano inorriditi di fronte a qualsiasi composizione che sa di chimico. Sono quelli che in ufficio, a pranzo, tirano fuori il contenitore in alluminio, zeppo di quinoa, o grano saraceno doc, e dispensano consigli su dove trovare le uova da galline allevate nell'aia. Per una colazione, rigorosamente certificata, sono disposti a spendere anche 15 euro. A questa tavola dei fanatici del viver sano e dell'alimentazione sostenibile, si sono seduti anche gli speculatori. Dietro al biologico, uno dei più grandi business della nostra epoca, si celano truffe di ogni genere e altrettante falsità. Cominciamo da queste ultime. Innanzitutto non è vero che l'agricoltura biologica non fa uso di pesticidi. Il rame, uno dei più antichi pesticidi bio della storia, è un metallo pesante che inquina più ed è molto più dannoso per uomini e animali di alcuni prodotti di sintesi con funzioni analoghe. L'erbicida glifosato ha caratteristiche tossicologiche meno pericolose. Inoltre nessuno ha ancora dimostrato che tra i prodotti «naturali» e gli altri ci siano differenze qualitative. Eppure i consumatori sono disposti a pagare il doppio del prezzo. I produttori si difendono dicendo che la resa delle coltivazioni bio è bassa e che, se il prezzo è basso, è una bufala. successo commerciale Le scelte green nel carrello della spesa sono in aumento esponenziale. La Coldiretti ci dice che circa due italiani su tre (64%) acquistano prodotti alimentari biologici regolarmente (22%) o occasionalmente (42%). Inoltre quasi sei italiani su dieci (59%) hanno fatto la spesa dal contadino almeno una volta al mese nell'ultimo anno, per acquistare prodotti locali a chilometri zero. È un business che vale 3,6 miliardi, in aumento, nell'ultimo anno, del 178%. L'Italia è leader in Europa per il numero di imprese (circa 79.000 operatori) e per superficie coltivata a biologico, il 15,5% di quella totale nazionale, una percentuale di gran lunga superiore alla media Ue. E siccome il piatto è ricco, le truffe proliferano. i disonesti Nel 2018 il numero è quintuplicato rispetto al 2017: due anni fa ci furono 19 casi, l'anno scorso ben 88. Per lo più questi prodotti venivano presentati come biologici italiani, ma erano prodotti importanti dall'estero e che di bio avevano ben poco. Il made in Italy, anche in questo settore, subisce la concorrenza sleale di imprese estere, soprattutto extra Ue, abili nel taroccare a prezzi più bassi. Recentemente, ad esempio, con una maxi operazione, l'Ispettorato centrale per la repressione delle frodi e la Procura di Pisa hanno sequestrato ben 1.441 tonnellate di succhi, confetture e conserve alimentari, di provenienza extra Ue, spacciati per cibo bio ma adulterati. Una truffa del valore di 8 milioni è stata scoperta addirittura per una segnalazione arrivata dall'Inghilterra, dove alcune zucchine italiane biologiche erano risultate piene di pesticidi. Quando si tratta di frodi la fantasia si scatena. È stato il caso del lattughino etichettato «bio» prodotto a Poggiomarino, che da un'indagine dei carabinieri risultava coltivato in un ufficio perché l'imprenditore non aveva denunciato l'utilizzo di un terreno. E le ecotruffe sono diffuse anche nella cosmesi. I produttori spesso usano un packaging gradevole con fiorellini e prati, per convincere i consumatori. E il bello è che non infrangono la legge perché a oggi non ci sono restrizioni all'uso di parole come «puro», «naturale» e, appunto, «bio». Le associazioni dei consumatori mettono in guardia dalle «frodi camuffate». Sono prodotti con la scritta «bio» in evidenza, ma che di biologico hanno solo il principio attivo, mentre tutti gli eccipienti non lo sono affatto. Per cautelarsi bisognerebbe verificare se sulla confezione c'è il logo dell'ente certificatore. Ma quanti consumatori lo sanno e soprattutto quanti leggono le etichette microscopiche, prima dell'acquisto?
Alberto Stasi (Ansa)
Stasi è tornato nel penitenziario milanese per portare via i suoi effetti personali. Era già fuori per una licenza. Sarebbe dovuto tornare domenica sera. Ma la decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano di accogliere la richiesta per l’affidamento in prova ai servizi sociali (ottenuto con il parere positivo della Procura generale) ha cambiato tutto nel giro di poche ore. E, così, si è presentato a Bollate per raccogliere gli ultimi pezzi della sua vita da detenuto. Tre valigie con vestiti, documenti ed effetti personali accumulati negli anni. Al compagno di cella ha lasciato il ventilatore e il frigorifero. Piccoli oggetti che fuori sembrano dettagli insignificanti e che invece in un carcere diventano comfort, abitudini, elementi di sopravvivenza quotidiana.
Poi i saluti: il direttore Giorgio Leggieri, gli agenti della polizia penitenziaria, gli educatori, i detenuti. La liturgia silenziosa di chi esce dal carcere dopo aver passato una fetta della propria vita all’interno di quelle mura. Subito dopo ha incontrato la madre Elisabetta Ligabò, come accade quasi ogni sabato da anni. La nuova vita dell’ex bocconiano condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi riparte da un alloggio che ha preso in affitto nel Milanese. Continuerà a lavorare come contabile, ma non dovrà più fare ritorno ogni sera a Bollate.
Non tornerà nemmeno a vivere a Garlasco. Nessun divieto specifico però: potrà muoversi liberamente in Lombardia e anche tornare nel paese del delitto. Anche se la libertà resta piena di condizioni: obbligo di residenza, orari da rispettare, controlli periodici, divieto di frequentare pregiudicati e impossibilità di uscire dalla Lombardia senza autorizzazione del magistrato di sorveglianza. Perfino una vacanza dovrà essere autorizzata con il parere dell’Uepe, l’Ufficio locale di esecuzione penale esterna. «Non c’è niente di diverso, di particolare rispetto alla misura che gli è stata concessa», ha assicurato l’avvocato Giada Bocellari.
Ma è qui che si inserisce un dettaglio che colpisce. Rileggendo l’ultimo interrogatorio reso davanti ai magistrati di Pavia (che risale a soli cinque mesi fa), infatti, il carcere compare più volte nei dialoghi. Stasi richiama il giorno in cui è stato fermato per collocare gli avvenimenti nel tempo. E fa lo stesso per ricordare il momento preciso in cui si sono interrotti i rapporti con i Poggi: «Dopo che sono stato fermato e portato al Piccolini, al carcere
di Vigevano». Ma non è una ossessione. È una costante delle sue giornate. Una routine. Durante una pausa informale, che è stata fonoregistrata ed è finita nella trascrizione, è l’avvocato Antonio De Rensis a chiedergli: «A che ora torni in carcere?». Una frase pronunciata quasi automaticamente. E lui si preoccupa della burocrazia penitenziaria: «Mi devo far dare la giustificazione». È probabilmente il passaggio che racconta meglio cosa sia diventata la detenzione per Alberto dopo oltre dieci anni: un’abitudine da detenuto modello. Un luogo da cui uscire per lavorare e in cui rientrare la sera come accade a chiunque torni a casa dopo l’ufficio. Una vita sospesa tra libertà e carcere, scandita da automatismi penitenziari diventati normalità.
Adesso quella routine si è interrotta. O almeno ha cambiato forma. Il presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Marcello Bortolato, ha voluto precisare che il beneficio non è stato concesso automaticamente. «La valutazione per la concessione dell’affidamento è fatta esclusivamente sugli atti di osservazione e sui comportamenti dentro e fuori dal carcere e tenendo conto dei pareri degli organi competenti». E ancora: «Non è automatico, altrimenti il beneficio verrebbe concesso a tutti i detenuti che hanno meno di quattro anni da scontare». Hanno pesato la buona condotta, il lavoro stabile, il comportamento tenuto durante la semilibertà, le relazioni positive con il personale penitenziario, il basso profilo mediatico mantenuto in questi anni, il risarcimento che continua a versare alla famiglia Poggi e il percorso costruito all’interno di Bollate. Un percorso che ha convinto i magistrati di sorveglianza a concedergli la misura alternativa.
Intanto i suoi difensori lavorano alla richiesta di revisione del processo. «Verrà presentata quando la difesa sarà pronta. È un lavoro lungo e tecnico, che richiede grande attenzione e che va fatto bene», ha spiegato Bocellari. Qualcosa però è cambiato anche per i difensori: «Ora», ammette la Bocellari, «siamo in grado di lavorare con più serenità perché Alberto è a tutti gli effetti un uomo che può riprendere in maniera sostanzialmente normale la propria vita».
Continua a leggereRiduci
iStock
È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
Continua a leggereRiduci
Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
Continua a leggereRiduci
iStock
Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
Continua a leggereRiduci