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2022-01-07
Trent'anni fa il sacrificio dei militari Italiani caduti a Podrute
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L'AB-205 (EI-305/mm 80557) in missione in Croazia nel 1992. Nel riquadro i resti dell'elicottero italiano dopo l'abbattimento. (courtesy Il Basco Azzurro)
Cielo di Podrute (Croazia settentrionale). Ore 14:07 del 7 gennaio 1992.
Il relitto fumante di un elicottero bianco giaceva contorto a ridosso di una zona boschiva nel cuore della Croazia, a poca distanza dal borgo rurale di Podrute, a circa 70 chilometri a Nord di Zagabria. Erano da poco passate le ore 14:00 del 7 gennaio 1992. L’aeromobile era italiano, un Agusta Bell AB-205 appartenente al 5° Reggimento “Rigel” dell’allora ALE (Aviazione Leggera dell’Esercito). Riversi sul terreno circostante, i corpi di quattro militari italiani e di un francese: Il tenente colonnello pilota Enzo Venturini, il sergente maggiore pilota Marco Matta, il maresciallo capo Silvano Natale e il maresciallo maggiore Fiorenzo Ramacci. Accanto ai loro corpi quello del tenente di vascello della Marina francese Jean-Loup Eychenne.
A poca distanza dal relitto un altro elicottero italiano, un AB-206 che fino a pochi minuti prima volava in formazione con il 205 precipitato, atterrava fortunosamente in una radura di quella zona remota della Croazia in guerra. Non fu un incidente di volo: l’elicottero fu abbattuto deliberatamente nei giorni che segnarono la fine della prima fase della lunga e sanguinosa guerra nella ex-Jugoslavia, una tregua stabilita su pressione delle Nazioni Unite che molti dei signori della guerra avversavano.
Antefatto: la Jugoslavia nel gennaio 1992
La presenza di un contingente dell’Aviazione Leggera dell’Esercito italiano era dovuta alla tregua temporanea e al conseguente intervento degli osservatori Onu sulla Croazia, impegnata in una sanguinosa guerra civile contro i Serbi in seguito al disfacimento della federazione jugoslava dell’anno precedente. Anche la vicina Slovenia aveva combattuto contro Belgrado, ma le ostilità erano cessate dopo appena dieci giorni con la vittoria delle forze di Lubiana, che avevano dichiarato l’indipendenza del Paese. In seguito anche la Croazia iniziò a ribellarsi e ad organizzare le forze di resistenza, inizialmente costituite dal solo corpo di Polizia al quale andarono unendosi i disertori croati dell’esercito federale comunista. Il problema principale per la Croazia era costituito dalla presenza all’internop del territorio nazionale di molti cittadini di etnia serba, che dopo aver disertato il referendum per l’indipendenza, imbracciarono le armi spinti dal governo di Belgrado guidato allora da Slobodan Milosevic. In meno di un anno di scontri armati, circa un terzo del territorio croato corrispondente alle zone di massima presenza di popolazione di etnia serba fu occupato. Le forze di Belgrado nel tentativo di occupare nuovi territori non risparmiarono i civili asserragliati nei centri abitati lungo la linea del fronte. Alla fine del 1991 la cittadina di Vukovar, cinta d’assedio, fu praticamente rasa al suolo dall’artiglieria serba. I morti furono circa 5.500. Nel dicembre dello stesso anno le Nazioni Unite, dopo una serie di cessate il fuoco non rispettati, intervennero direttamente con una forza internazionale nei territori croati occupati dai Serbi. Tra le nazioni che parteciparono attivamente al contingente c’era anche l’Italia, che prese parte alla missione EUMM (European Union Monitoring Mission) per il controllo del cessate il fuoco nei Balcani occidentali. Mentre le forze europee organizzavano l’intervento, a Belgrado la situazione politica e strategica era tesissima. La tregua imposta aveva ulteriormente acuito i contrasti tra moderati e falchi, in particolare dopo lo «smacco» della sconfitta contro la Slovenia e lo stallo in Croazia. Milosevic e il ministro della difesa serbo Veliko Kadjevic, più inclini ad una futura risoluzione diplomatica del conflitto, furono violentemente attaccati dai falchi della guerra come Blagoje Adzic (promotore della guerra ad oltranza contro i «fascisti» croati) o come Milan Babic, criminale di guerra e presidente dell’autoproclamata Repubblica serba di Krajina, così come il famigerato generale Ratko Mladic, noto in seguito come il «macellaio di Bosnia». La tregua imposta dalle Nazioni Unite non fece altro che peggiorare la tensione e la frustrazione tra i comandi serbi, che rinfacciarono a Milosevic e ai suoi fedeli il mancato utilizzo in Slovenia e Croazia dell’arma del bombardamento aereo. In questo quadro drammatico appoggiarono i pattini gli elicotteri italiani dell’ALE stanziati in Ungheria sulla base aerea di Kaposvar, vicino al confine settentrionale della Croazia.
Agusta Bell AB205 EI-305 (mm 80557): quell’ultimo volo.
Il piano di volo dei due elicotteri italiani prevedeva l’atterraggio a Zagabria dopo il sorvolo della regione di Koprivnica, di cui anche le autorità serbe erano al corrente. Alle 13:30 circa il colonnello Venturini azionava la turbina dell’ AB-205 con le insegne dell’EUMM e così fece anche il tenente Renato Barbafiera ai comandi del secondo elicottero, l’AB-206 con a bordo osservatori civili tra cui il diplomatico belga Hans Kint. Il resto dell’equipaggio era formato dai sottufficiali William Paolucci e Silvio di Bernardo. Dopo circa venti minuti di volo sopra il territorio croato i due elicotteri venivano localizzati dai radar serbi di Bihac, che avrebbero dovuto riconoscere e permettere il volo dei due velivoli italiani. Invece, inspiegabilmente, alle 13:50, due caccia MiG-21 dell’Aviazione Serba rullavano sulla pista della base di Zeljava, una struttura militare completamente costruita nel cuore di una montagna e a prova di esplosione nucleare. Ai comandi sedevano i piloti Danijel Borovic ed Emir Šišić. I due aerei erano armati con mitragliatrici, cannoncini e missili aria-aria. Mentre il MiG pilotato da Borovic dovette rientrare quasi subito per un problema tecnico, quello di Šišić puntò dritto a Nord verso i due elicotteri segnalati dal radar. In meno di mezz’ora il caccia si trovava sulla verticale dei due velivoli italiani, ben riconoscibili dalla livrea bianca. Dopo una serie di manovre di avvicinamento il Mig argento con la bandiera jugoslava e la stella rossa in coda, si avventava sui due elicotteri inermi dopo avere ricevuto via radio l’ordine di abbattimento. Inizialmente attaccati con una raffica di cannoncino che li mancò di poco, Šišić armò i missili teleguidati R-3 e fece fuoco. Uno dei due razzi centrò in pieno il rotore dell’AB-205 che precipitò dall’altezza di circa 600 metri spezzato in due tronconi. L’AB-206 fu colpito dal cannoncino ma riuscì nonostante i danni ad effettuare una manovra di emergenza, scendendo quasi in picchiata in una radura. Tutti gli occupanti si salvarono, mentre il pilota Renato Barbafiera raccontò in seguito ai giornali di avere visto per un attimo la sagoma del MiG allontanarsi dopo l’incursione.
Le reazioni in Italia e all’estero. Le conseguenze sul conflitto.
L’eccidio di Podrute era un atto gravissimo, paragonabile ad un atto di guerra nei confronti dell’Italia e dell’Onu. Le autorità serbe, dopo un breve silenzio, ammisero la colpa con una fredda dichiarazione e altrettanto glaciali scuse. Quello che seguì l’attacco segnò la temporanea vittoria dei «falchi», perché la prima conseguenza furono le dimissioni «per motivi di salute» del braccio destro di Milosevic, Veliko Kadjevic. A sostituirlo era già pronto il sostenitore della guerra ad oltranza Blagoje Adzic: la trappola politica, costata la vita a cinque militari venuti per il mantenimento della tregua, aveva funzionato. Anche il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare serba Zvonko Jurjevic fu sospeso dalla carica. Chi non voleva la tregua, parve avere la meglio dopo l’abbattimento dell’elicottero italiano.
Il giorno dell’eccidio fu richiamato a Roma l’ambasciatore italiano a Belgrado Sergio Vento, mentre dalla Cambogia il ministro degli Esteri Gianni De Michelis paventava gravi conseguenze sui negoziati di pace in corso. Mentre si svolgevano a Zagabria le prime esequie dei caduti (ripetute poi il giorno successivo a Udine con la partecipazione di Cossiga) la tregua pareva crollare virando verso un’escalation dalle conseguenze ancora ignote, nei giorni in cui si consumava la tragedia umana di Vukovar.
Mentre a Belgrado si rincorrevano le voci di un golpe dei comunisti oltranzisti, le Nazioni Unite in seguito ai fatti di Podrute accelerarono il processo di riconoscimento del territorio croato non occupato dai Serbi, che fu ufficializzato appena una settimana dopo il sacrificio dei militari italiani e del collega francese. Il 15 gennaio 1992 la Comunità Europea riconosceva i due stati come sovrani, spinta soprattutto dalle pressioni diplomatiche tedesche. Se la Slovenia aveva già lasciato alle spalle il proprio legame con la Jugoslavia post-Tito, la Croazia era ancora zona di guerra, con la minoranza serba nel territorio che ebbe una momentanea assicurazione da parte delle Nazioni Unite per un riconoscimento all’interno della nuova costituzione croata. I primi caschi blu della missione UNPROFOR (United Nations Protection Force) si interposero tra il nuovo stato e la Repubblica Serba di Krajina, limitando gli scontri. Per quanto riguardò le responsabilità dell’eccidio di Podrute, saranno condannati Blagoje Adzic e i vertici del 5° Corpo aeronautico della base di Zeljava come Ljubomir Bajic, colui che comunicò al MiG di Šišić l’ordine di attacco. Il pilota serbo autore materiale della strage sarà arrestato in Ungheria nel 2001 e estradato in italia dove fu condannato a 15 anni di detenzione. Nel 2006 fu accettata la domanda di trasferimento in Serbia, dove Šišić fu scarcerato nel 2008, generando le proteste delle autorità italiane e dei familiari delle vittime.
I membri dell’equipaggio dell’AB-205 sono ricordati per sempre presso la base dell’Aves “Rigel” di Casarsa della Delizia (Pordenone) dove è presente un cippo commemorativo, così come sul luogo della tragedia a Podrute i nostri caduti sono sempre celebrati in una cerimonia alla quale prendono parte le autorità militari italiane e francesi, oltre all’associazione d’arma rappresentante l’Aviazione Leggera dell’Esercito (www.anae.it).
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Il 7 gennaio 1992, nel vivo della guerra serbo-croata, un elicottero italiano con le marche della Comunità Europea fu abbattuto volontariamente da un MiG serbo durante una missione per il mantenimento della fragile tregua. Quattro le vittime italiane e un francese. Per non dimenticarli.Cielo di Podrute (Croazia settentrionale). Ore 14:07 del 7 gennaio 1992. Il relitto fumante di un elicottero bianco giaceva contorto a ridosso di una zona boschiva nel cuore della Croazia, a poca distanza dal borgo rurale di Podrute, a circa 70 chilometri a Nord di Zagabria. Erano da poco passate le ore 14:00 del 7 gennaio 1992. L’aeromobile era italiano, un Agusta Bell AB-205 appartenente al 5° Reggimento “Rigel” dell’allora ALE (Aviazione Leggera dell’Esercito). Riversi sul terreno circostante, i corpi di quattro militari italiani e di un francese: Il tenente colonnello pilota Enzo Venturini, il sergente maggiore pilota Marco Matta, il maresciallo capo Silvano Natale e il maresciallo maggiore Fiorenzo Ramacci. Accanto ai loro corpi quello del tenente di vascello della Marina francese Jean-Loup Eychenne. A poca distanza dal relitto un altro elicottero italiano, un AB-206 che fino a pochi minuti prima volava in formazione con il 205 precipitato, atterrava fortunosamente in una radura di quella zona remota della Croazia in guerra. Non fu un incidente di volo: l’elicottero fu abbattuto deliberatamente nei giorni che segnarono la fine della prima fase della lunga e sanguinosa guerra nella ex-Jugoslavia, una tregua stabilita su pressione delle Nazioni Unite che molti dei signori della guerra avversavano.Antefatto: la Jugoslavia nel gennaio 1992La presenza di un contingente dell’Aviazione Leggera dell’Esercito italiano era dovuta alla tregua temporanea e al conseguente intervento degli osservatori Onu sulla Croazia, impegnata in una sanguinosa guerra civile contro i Serbi in seguito al disfacimento della federazione jugoslava dell’anno precedente. Anche la vicina Slovenia aveva combattuto contro Belgrado, ma le ostilità erano cessate dopo appena dieci giorni con la vittoria delle forze di Lubiana, che avevano dichiarato l’indipendenza del Paese. In seguito anche la Croazia iniziò a ribellarsi e ad organizzare le forze di resistenza, inizialmente costituite dal solo corpo di Polizia al quale andarono unendosi i disertori croati dell’esercito federale comunista. Il problema principale per la Croazia era costituito dalla presenza all’internop del territorio nazionale di molti cittadini di etnia serba, che dopo aver disertato il referendum per l’indipendenza, imbracciarono le armi spinti dal governo di Belgrado guidato allora da Slobodan Milosevic. In meno di un anno di scontri armati, circa un terzo del territorio croato corrispondente alle zone di massima presenza di popolazione di etnia serba fu occupato. Le forze di Belgrado nel tentativo di occupare nuovi territori non risparmiarono i civili asserragliati nei centri abitati lungo la linea del fronte. Alla fine del 1991 la cittadina di Vukovar, cinta d’assedio, fu praticamente rasa al suolo dall’artiglieria serba. I morti furono circa 5.500. Nel dicembre dello stesso anno le Nazioni Unite, dopo una serie di cessate il fuoco non rispettati, intervennero direttamente con una forza internazionale nei territori croati occupati dai Serbi. Tra le nazioni che parteciparono attivamente al contingente c’era anche l’Italia, che prese parte alla missione EUMM (European Union Monitoring Mission) per il controllo del cessate il fuoco nei Balcani occidentali. Mentre le forze europee organizzavano l’intervento, a Belgrado la situazione politica e strategica era tesissima. La tregua imposta aveva ulteriormente acuito i contrasti tra moderati e falchi, in particolare dopo lo «smacco» della sconfitta contro la Slovenia e lo stallo in Croazia. Milosevic e il ministro della difesa serbo Veliko Kadjevic, più inclini ad una futura risoluzione diplomatica del conflitto, furono violentemente attaccati dai falchi della guerra come Blagoje Adzic (promotore della guerra ad oltranza contro i «fascisti» croati) o come Milan Babic, criminale di guerra e presidente dell’autoproclamata Repubblica serba di Krajina, così come il famigerato generale Ratko Mladic, noto in seguito come il «macellaio di Bosnia». La tregua imposta dalle Nazioni Unite non fece altro che peggiorare la tensione e la frustrazione tra i comandi serbi, che rinfacciarono a Milosevic e ai suoi fedeli il mancato utilizzo in Slovenia e Croazia dell’arma del bombardamento aereo. In questo quadro drammatico appoggiarono i pattini gli elicotteri italiani dell’ALE stanziati in Ungheria sulla base aerea di Kaposvar, vicino al confine settentrionale della Croazia.Agusta Bell AB205 EI-305 (mm 80557): quell’ultimo volo.Il piano di volo dei due elicotteri italiani prevedeva l’atterraggio a Zagabria dopo il sorvolo della regione di Koprivnica, di cui anche le autorità serbe erano al corrente. Alle 13:30 circa il colonnello Venturini azionava la turbina dell’ AB-205 con le insegne dell’EUMM e così fece anche il tenente Renato Barbafiera ai comandi del secondo elicottero, l’AB-206 con a bordo osservatori civili tra cui il diplomatico belga Hans Kint. Il resto dell’equipaggio era formato dai sottufficiali William Paolucci e Silvio di Bernardo. Dopo circa venti minuti di volo sopra il territorio croato i due elicotteri venivano localizzati dai radar serbi di Bihac, che avrebbero dovuto riconoscere e permettere il volo dei due velivoli italiani. Invece, inspiegabilmente, alle 13:50, due caccia MiG-21 dell’Aviazione Serba rullavano sulla pista della base di Zeljava, una struttura militare completamente costruita nel cuore di una montagna e a prova di esplosione nucleare. Ai comandi sedevano i piloti Danijel Borovic ed Emir Šišić. I due aerei erano armati con mitragliatrici, cannoncini e missili aria-aria. Mentre il MiG pilotato da Borovic dovette rientrare quasi subito per un problema tecnico, quello di Šišić puntò dritto a Nord verso i due elicotteri segnalati dal radar. In meno di mezz’ora il caccia si trovava sulla verticale dei due velivoli italiani, ben riconoscibili dalla livrea bianca. Dopo una serie di manovre di avvicinamento il Mig argento con la bandiera jugoslava e la stella rossa in coda, si avventava sui due elicotteri inermi dopo avere ricevuto via radio l’ordine di abbattimento. Inizialmente attaccati con una raffica di cannoncino che li mancò di poco, Šišić armò i missili teleguidati R-3 e fece fuoco. Uno dei due razzi centrò in pieno il rotore dell’AB-205 che precipitò dall’altezza di circa 600 metri spezzato in due tronconi. L’AB-206 fu colpito dal cannoncino ma riuscì nonostante i danni ad effettuare una manovra di emergenza, scendendo quasi in picchiata in una radura. Tutti gli occupanti si salvarono, mentre il pilota Renato Barbafiera raccontò in seguito ai giornali di avere visto per un attimo la sagoma del MiG allontanarsi dopo l’incursione.Le reazioni in Italia e all’estero. Le conseguenze sul conflitto.L’eccidio di Podrute era un atto gravissimo, paragonabile ad un atto di guerra nei confronti dell’Italia e dell’Onu. Le autorità serbe, dopo un breve silenzio, ammisero la colpa con una fredda dichiarazione e altrettanto glaciali scuse. Quello che seguì l’attacco segnò la temporanea vittoria dei «falchi», perché la prima conseguenza furono le dimissioni «per motivi di salute» del braccio destro di Milosevic, Veliko Kadjevic. A sostituirlo era già pronto il sostenitore della guerra ad oltranza Blagoje Adzic: la trappola politica, costata la vita a cinque militari venuti per il mantenimento della tregua, aveva funzionato. Anche il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare serba Zvonko Jurjevic fu sospeso dalla carica. Chi non voleva la tregua, parve avere la meglio dopo l’abbattimento dell’elicottero italiano. Il giorno dell’eccidio fu richiamato a Roma l’ambasciatore italiano a Belgrado Sergio Vento, mentre dalla Cambogia il ministro degli Esteri Gianni De Michelis paventava gravi conseguenze sui negoziati di pace in corso. Mentre si svolgevano a Zagabria le prime esequie dei caduti (ripetute poi il giorno successivo a Udine con la partecipazione di Cossiga) la tregua pareva crollare virando verso un’escalation dalle conseguenze ancora ignote, nei giorni in cui si consumava la tragedia umana di Vukovar. Mentre a Belgrado si rincorrevano le voci di un golpe dei comunisti oltranzisti, le Nazioni Unite in seguito ai fatti di Podrute accelerarono il processo di riconoscimento del territorio croato non occupato dai Serbi, che fu ufficializzato appena una settimana dopo il sacrificio dei militari italiani e del collega francese. Il 15 gennaio 1992 la Comunità Europea riconosceva i due stati come sovrani, spinta soprattutto dalle pressioni diplomatiche tedesche. Se la Slovenia aveva già lasciato alle spalle il proprio legame con la Jugoslavia post-Tito, la Croazia era ancora zona di guerra, con la minoranza serba nel territorio che ebbe una momentanea assicurazione da parte delle Nazioni Unite per un riconoscimento all’interno della nuova costituzione croata. I primi caschi blu della missione UNPROFOR (United Nations Protection Force) si interposero tra il nuovo stato e la Repubblica Serba di Krajina, limitando gli scontri. Per quanto riguardò le responsabilità dell’eccidio di Podrute, saranno condannati Blagoje Adzic e i vertici del 5° Corpo aeronautico della base di Zeljava come Ljubomir Bajic, colui che comunicò al MiG di Šišić l’ordine di attacco. Il pilota serbo autore materiale della strage sarà arrestato in Ungheria nel 2001 e estradato in italia dove fu condannato a 15 anni di detenzione. Nel 2006 fu accettata la domanda di trasferimento in Serbia, dove Šišić fu scarcerato nel 2008, generando le proteste delle autorità italiane e dei familiari delle vittime. I membri dell’equipaggio dell’AB-205 sono ricordati per sempre presso la base dell’Aves “Rigel” di Casarsa della Delizia (Pordenone) dove è presente un cippo commemorativo, così come sul luogo della tragedia a Podrute i nostri caduti sono sempre celebrati in una cerimonia alla quale prendono parte le autorità militari italiane e francesi, oltre all’associazione d’arma rappresentante l’Aviazione Leggera dell’Esercito (www.anae.it).
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.
Guido Guidesi e Massimo Bitonci
L’accordo è stato siglato ieri da Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico lombardo, e da Massimo Bitonci, assessore veneto alle Attività Produttive, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Una scelta simbolica: la località affacciata sul lago rappresenta infatti un punto di contatto naturale tra Lombardia e Veneto, quasi un ponte tra due sistemi economici profondamente integrati. Il patto nasce dalla consapevolezza che le due Regioni a guida leghista rappresentano due dei sistemi economici più dinamici del panorama nazionale e continentale, caratterizzati da una fitta rete di piccole e medie imprese, da distretti industriali altamente specializzati e da una forte vocazione all’export. Rafforzare la collaborazione tra le due Regioni significa quindi valorizzare complementarità produttive e creare nuove opportunità di sviluppo per imprese e territori.
«Facciamo squadra – ha spiegato Guidesi - per aiutare le nostre imprese ad essere competitive, in un contesto molto complicato; è molto importante che i territori maggiormente produttivi e molto influenti sul Pil nazionale collaborino e siano propositivi al fine di fare sentire la voce e le esigenze del ecosistema lombardo-veneto e di tutto il Nord». Sulla stessa linea Bitonci. «Con questo accordo – dichiara l’ex viceministro - rafforziamo concretamente la collaborazione tra le due grandi regioni del Nord, cuore manifatturiero e uno dei principali motori economici d’Europa. Veneto e Lombardia condividono un modello di sviluppo fondato su distretti industriali, pmi, innovazione diffusa e una forte vocazione all’export. Mettere in rete le nostre politiche industriali significa creare nuove opportunità per le aziende, favorire l’integrazione tra filiere complementari e rendere più efficaci gli strumenti di sostegno agli investimenti. Ma non solo: le imprese lombardo-venete chiedono meno burocrazia, accesso più semplice al credito, strumenti finanziari adeguati per sostenere innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Da oggi Veneto e Lombardia parleranno ad una sola voce, mettendo a sistema competenze, risorse e strumenti operativi per accompagnare le nostre imprese».
Tra le principali direttrici dell’intesa c’è il rafforzamento delle filiere produttive complementari, con programmi congiunti tra distretti industriali e poli tecnologici dei due territori. Parallelamente le amministrazioni lavoreranno alla costruzione di strumenti coordinati di supporto al credito, facilitando l’accesso delle imprese – in particolare delle piccole e medie aziende – a finanziamenti destinati agli investimenti in innovazione, digitalizzazione e transizione energetica. Un ruolo centrale sarà svolto anche dalla collaborazione tra le finanziarie regionali, con l’obiettivo di sviluppare meccanismi condivisi di garanzia, co-investimento e sostegno agli investimenti produttivi.
L’accordo è economico ma evidentemente ha un valore nettamente politico: si inserisce in un percorso più ampio avviato negli ultimi anni dalla Lombardia per costruire una rete tra le principali aree produttive italiane. Infatti nel 2023 Lombardia, Piemonte e Liguria hanno dato vita alla Cabina Economica del Nord Ovest, mentre lo scorso maggio è arrivata anche un’intesa con l’Emilia-Romagna, nonostante sia una Regione guidata da uno schieramento politico opposto a quello che governa il resto del Nord. L’ingresso del Veneto rafforza ora questo disegno e rilancia l’idea di un coordinamento stabile tra i territori più produttivi del Paese, con l’obiettivo di incidere con maggiore forza nelle politiche industriali italiche e specialmente europee, coordinando la rappresentanza degli interessi dei sistemi produttivi lombardo-veneti nei grandi dossier industriali dell’Unione.
L’obiettivo è ambizioso: dialogare con altre grandi regioni industriali del continente, dai Land tedeschi ad alcune delle principali aree manifatturiere spagnole, costruendo una piattaforma di cooperazione tra territori accomunati da una forte vocazione industriale. D’altronde, a indicare questa direzione, è lo stesso mondo imprenditoriale, le cui organizzazioni chiedono un maggiore coordinamento tra le istituzioni dei territori più industrializzati, convinte che la competizione globale richieda politiche più coerenti e una rappresentanza più incisiva. Il tutto in attesa dell’autonomia differenziata.
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