È un giallo lo sblocco delle rivalutazioni. Il rischio è un nuovo schiaffo ai pensionati
  • Trattamenti fermi dal 2011. Nel turbinio di bozze della manovra il provvedimento appare e scompare o viene spostato in avanti
  • La Camera oggi dovrebbe iniziare il dibattito su un testo fantasma. Sparito pure il decreto Ristori ter Antonio Misiani e Paolo Gentiloni ammettono i ritardi. E tornano gli spettri: patrimoniale e tagli agli stipendi pubblici
  • Lo speciale contiene due articoli

Giallo sulle pensioni, che ovviamente non sarà chiarito fino a quando non sarà leggibile la versione definitiva della manovra, tuttora avvolta nella nebbia.

In una delle bozze circolate nei giorni scorsi, era infatti stata inserita una maxi beffa, e cioè l’ulteriore slittamento in avanti di un anno (dal 1° gennaio 2022 al 1° gennaio 2023) del ritorno a un regime di piena rivalutazione dei trattamenti pensionistici. In una versione successiva, quella parte è stata sbianchettata, ma nessuno può garantire che la misura sia davvero destinata a sparire, e che invece non ricompaia o nel testo finale o in un provvedimento collegato, nel gran caos che si annuncia quest’anno.

Vale in ogni caso la pena di fare un riassunto delle puntate precedenti, per prepararsi a quanto può accadere. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e il governo gialloverde (Lega-M5s) decise di provare a sbloccarle a fine 2018 per il 2019 (buona notizia). A seguito però di una trattativa spossante con la Commissione europea (cattiva notizia), le cose presero una piega negativa. All’epoca, come si ricorderà, il Quirinale lodò enfaticamente il negoziato con Bruxelles, descrivendo testualmente l’Ue non come un «vincolo esterno» ma come un «moltiplicatore» della nostra «capacità di espansione economica».

Peccato che le richieste, anzi le imposizioni, venute da Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis fossero tutte di segno non espansivo, anzi chiaramente recessivo. Tra queste, c’era la precisa richiesta di attenuare la rivalutazione delle pensioni. Si trattò forse della mossa più odiosa venuta da Bruxelles, che di fatto colpì l’adeguamento periodico delle pensioni normali (altro che oro o platino!). Per il nuovo anno 2019, il tasso di rivalutazione reso noto dal ministero dell’Economia doveva essere dell’1,1%; ma, dopo la trattativa con Bruxelles, venne fuori la doccia fredda: una piena rivalutazione sarebbe scattata solo per i trattamenti fino a 1.521 euro (tre volte il minimo).

Salendo nella scala dei trattamenti, la rivalutazione si sarebbe via via assottigliata: tra i 1.522 e i 2.029 euro, la rivalutazione sarebbe stata pari al 97% del tasso di riferimento, quindi all’1,067%; tra i 2.029 e i 2.537 euro, pari al 77% del tasso, quindi allo 0,847%;tra i 2.537 e i 3.042 euro, pari al 52% del tasso, quindi allo 0,572%; tra i 3.042 e i 4.059 euro, pari al 47% del tasso, quindi allo 0,517%; tra i 4.059 e i 4.566 euro, pari al 45%, quindi allo 0,495%; per i trattamenti superiori ai 4.566 euro (e qui si entra nel territorio delle cosiddette «pensioni d’oro»), pari al 40% del tasso, quindi allo 0,44%.

Tappa successiva, e siamo all’anno scorso. Una volta subentrato al precedente gabinetto Lega-M5s, il governo giallorosso si era limitato a dare un contentino, estendendo la rivalutazione al 100% anche ai trattamenti fino a 4 volte il minimo (quelli che prima erano inchiodati a una rivalutazione del 97%). Al di sopra di quella soglia, restava una rivalutazione via via decrescente al crescere del trattamento: rispettivamente al 77% (fino a 5 volte il minimo), al 52% (fino a 6 volte il minimo), al 47% (fino a 8 volte il minimo), al 45% (fino a 9 volte il minimo), e al 40% (oltre 9 volte il minimo).

In un contesto di questo genere, una decisione del governo – come si teme dall’andirivieni di bozze di questi giorni – volta a spostare ancora in avanti di un anno il ritorno alle rivalutazioni piene sarebbe uno schiaffo ai pensionati, a maggior ragione in un momento di crisi come questo, in cui ogni euro conta. Semmai, qualunque intervento peggiorativo dovrebbe essere spiegato con trasparenza, motivato adeguatamente, dibattuto ampiamente in Parlamento e nel paese, e non certo fatto comparire e poi sparire – in un gioco di specchi e di trabocchetti – in questo turbinio di bozze. Vale anche la pena di ricordare che, secondo le regole vigenti, la manovra (che tecnicamente è un disegno di legge governativo) dovrebbe essere consegnata alle Camere il 20 ottobre di ogni anno (e quindi avrebbe già dovuto iniziare da ben quattro settimane il suo iter), e invece oggi è la mattina del 18 novembre, e navighiamo ancora in un mare di incertezza.

In questa situazione non chiara, alcune fonti di maggioranza tacciono e invitano ad attendere l’ultima versione della manovra. Altre, invece, provano a veicolare una qualche rassicurazione, sostenendo che il 1° gennaio 2022 (e non un anno più tardi) scatterebbe un meccanismo meno penalizzante con i trattamenti accorpati in tre fasce: 100% di rivalutazione fino a 4 volte il minimo, 90% per i trattamenti compresi tra 4 e 5 volte il minimo, e infine 75%oltre questa asticella.

A questo punto, non resta che attendere la soluzione del giallo: brivido ulteriore a cui i pensionati italiani, per mille evidenti ragioni, avrebbero ben volentieri rinunciato.

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