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2024-03-21
Nel duello ipersonico gli Usa sparano un colpo
Air Force photo/G. Casem
Con le due guerre in corso in Ucraina e nella Striscia di Gaza e le relative tensioni nel Mar Rosso, la competizione nell’Artico e i rinnovati progetti ostili all’Occidente del cosiddetto «asse del male» capitanato da Russia, Iran, Cina e Nord Corea, gli Stati Uniti corrono ai ripari alzando il livello della competizione negli armamenti ipersonici. Martedì l’Aeronautica militare Usa ha confermato di aver completato con successo, il 17 marzo, il più recente test programmato «end-to-end» (e potrebbe essere l’ultimo) del missile ipersonico Agm-183A Air launched rapid response weapon (Arrw), costruito da Lockheed Martin missile and fire control. Il test è stato condotto utilizzando un bombardiere B-52H decollato dalla base aerea di Andersen a Guam, una postazione militare di fondamentale importanza nel Pacifico occidentale. L’importanza strategica di Guam è evidenziata dal suo ruolo centrale nelle operazioni di bombardamento a lungo raggio, rendendolo un punto cruciale in potenziali scenari di conflitto, specialmente riguardanti un possibile conflitto armato la Cina.
Com’è andato il test? Non sono stati resi noti i dettagli, a parte una stringata comunicazione: «Questo test ha lanciato un prototipo completo di missile ipersonico operativo e si è concentrato sulle prestazioni end-to-end dell’Arrw. L’Air Force ha acquisito preziose informazioni sulle capacità di questa nuova tecnologia all’avanguardia». L’Air Force non ha spiegato nel dettaglio quali fossero gli obiettivi specifici del test e non ha fornito dettagli sulla durata del volo, il punto in cui ha colpito la superficie o se tutti gli elementi della sequenza di lancio, separazione e planata, si sono svolti come previsto. Ma di che cosa si tratta? L’Arrw, secondo gli esperti del settore, «è un’arma multistadio con planata potenziata. Dopo la separazione, un booster, adattato dal missile Atacms dell’esercito, accelera l’arma fino alla velocità ipersonica quando una copertura a conchiglia cade e il corpo di planata ipersonico manovra quindi verso il bersaglio». Queste armi sono caratterizzate da estrema velocità, capacità di essere lanciate da lunghe distanze, oltre a evitare la maggior parte delle difese aeree. Possono essere equipaggiate con esplosivi convenzionali o testate nucleari.
Cina e Russia hanno queste armi già operative, gli Stati Uniti devono ancora raggiungere tale capacità (ci provano da almeno 60 anni), mentre per l’Europa i missili ipersonici sono un miraggio, così come la difese da essi e non è certo rassicurante. E l’Iran? La forza aerospaziale delle Guardie rivoluzionarie ha presentato il 6 giugno 2023 il suo missile ipersonico, denominato «Fatah». Alla cerimonia era presente anche il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, come ha scritto l’agenzia di stampa Irna. Secondo la descrizione, questo missile balistico ipersonico ha una gittata di 1.400 chilometri, e la sua velocità prima di colpire il bersaglio è di circa 18.522 chilometri ora. Secondo le Guardie, «Fatah è in grado di superare qualsiasi sistema di scudo missilistico e distruggerlo. Ha grande manovrabilità, nonché la capacità di passare attraverso i sistemi radar» e l’idea che questo missile ipersonico possa entrare nella disponibilità degli Huthi fa letteralmente paura. Nell’estate del 2021, il Pentagono è andato in allarme quando un nuovo missile ipersonico lanciato da Pechino nel Mar Cinese Meridionale ha raggiunto una velocità incredibile di oltre 24.1402 chilometri all’ora, mentre orbitava attorno al globo. Viaggiando a una velocità di almeno 20 volte quella del suono, questo missile potrebbe teoricamente raggiungere qualsiasi punto della Terra in meno di un’ora.
Anche il lavoro svolto da Mosca nel campo dell’ipersonica è fonte di costante preoccupazione per il Pentagono, anche se le armi russe non sono così avanzate come quelle sviluppate dalla Cina. Tuttavia, Mosca ha sviluppato armamenti in grado di minacciare le forze della Nato in Europa, e il presidente russo, Vladimir Putin, ha più volte parlato dell’«Avangard». L’Avangard, entrato in servizio tra le forze missilistiche strategiche russe il 27 dicembre 2019, è un veicolo di rientro ipersonico a corpo portante di origine russa, sviluppato dal Mitt di Mosca durante gli anni 2010 con l’obiettivo di superare le difese antimissile e aumentare le probabilità di successo di un attacco nucleare mediante missili balistici intercontinentali. Secondo i russi, l’Avangard «è in grado di volare a oltre 20 volte la velocità del suono negli strati densi dell’atmosfera e può rapidamente variare traiettoria e altitudine di volo, rendendolo estremamente difficile da intercettare». Viene trasportato in orbita da missili balistici intercontinentali, ad esempio il Sarmat, e può trasportare sia testate nucleari che convenzionali. Dopo aver speso miliardi negli ultimi decenni nella lotta contro il terrorismo e le insurrezioni in Medio Oriente, Washington ora sta reinvestendo ingenti risorse nell’ipersonica. Inutile girarci intorno, questa rincorsa ad armi sempre più potenti ci dice che una guerra tra grandi potenze è all’orizzonte e tutto questo va assolutamente evitato.
Trump smentisce gli apocalittici: «Difenderò gli alleati, ma paghino»
Una certa vulgata continua a ripetere che, se tornasse alla Casa Bianca, Donald Trump la darebbe vinta alla Russia. Peccato che le cose non stiano così. A certificarlo è un’intervista che il candidato repubblicano ha rilasciato al politico britannico, Nigel Farage. Sono soprattutto due i punti che vale la pena di sottolineare. In primis, quando gli è stato chiesto se avrebbe difeso gli alleati dell’Alleanza atlantica in caso di attacco, l’ex presidente ha risposto: «Sì. Ma si sa, gli Usa dovrebbero pagare la loro giusta quota, non quella di tutti gli altri». «Quindi, se iniziano a comportarsi in modo corretto, l'America ci sarà?», gli ha chiesto Farage. «Sì: al 100%», ha riposto il candidato repubblicano. Inoltre, durante l’intervista, Trump non ha escluso di avviare dei negoziati con Vladimir Putin, per poi aggiungere: «Sono stato io a fermare il gasdotto Nord Stream 2. La gente non se ne rende conto... e poi Joe Biden è arrivato subito e l’ha approvato». Fu effettivamente l’amministrazione Trump ad approvare le sanzioni al controverso gasdotto nel 2019: sanzioni che, a maggio 2021, furono revocate da Biden, il quale, due mesi dopo, diede l’ok all’impianto, facendo la felicità di Mosca e Berlino (ma molto meno quella di Kiev e Varsavia).
Ecco, dall’intervista di Farage emerge chiaramente la «dottrina Trump»: una strategia pragmatica che non ha nulla a che fare con l’appeasement. L’idea dell’ex presidente è che non ci si possa precludere a priori la possibilità di trattative e finanche di un accordo con la Russia. Il punto però è che tale possibilità non può essere presa in considerazione a qualsiasi costo, ma a patto che prima venga ripristinata quella deterrenza che Biden ha significativamente azzoppato. Oltre ad aver dato l’ok al Nord Stream 2, fu l’attuale presidente a ritirare il personale diplomatico americano da Kiev nel febbraio 2022. Ed è stato sempre Biden ad avviare un nocivo appeasement con l’Iran, che è uno dei principali alleati mediorientali di Mosca. L’idea di Trump è quindi che delle trattative siano in linea teorica possibili, ma ristabilendo prima la capacità dissuasiva americana nei confronti del Cremlino, secondo il principio reaganiano della «pace attraverso la forza».
È per questo che, nell’intervista a Farage, ha citato le sue sanzioni al Nord Stream 2 e ha ribadito il proprio impegno all’interno della Nato. Un’eventuale nuova presidenza Trump non avrebbe del resto alcun interesse a un appeasement con la Russia, perché, così facendo, invierebbe un segnale di debolezza alla Cina. Ricordiamoci inoltre che quella che molti considerano l’erraticità di Trump è in realtà frutto di una strategia dell’imprevedibilità, secondo i crismi della «teoria del pazzo» di ascendenza nixoniana. D’altronde, un leader autocratico come Putin rispetta soltanto una cosa: la forza. Essere percepiti come irresoluti o prevedibili, come capitato a Biden, significa mettersi alla mercé dei propri avversari.
Qualcuno magari storcerà il naso, perché Trump ha comunque ribadito che gli alleati devono aumentare i propri contributi economici all’Alleanza. Eppure attenzione: già l’amministrazione Obama aveva avanzato una simile richiesta. Inoltre, appena due settimane fa, tre alti esponenti dell’Atlantic council - Dan Negrea, Matthew Kroenig e Tod Wolters - hanno cofirmato un’analisi su Foreign Policy, significativamente intitolata «Trump ha ragione sulle spese della Nato». «Molti si sono indignati per i commenti di Trump, ma è scandaloso che i Paesi trascurino i loro obblighi nella Nato e continuino a pretendere tutti i vantaggi dell’adesione», hanno scritto, per poi aggiungere: «Non si tratta solo di una questione di equità, ma anche di soddisfare i requisiti per un’efficace strategia globale di deterrenza e difesa». C’è molta più razionalità nella posizione di Trump che nelle spregiudicate sparate di Emmanuel Macron. Il leader francese non si sta muovendo seconda una vera prospettiva di lungo termine ma, indebolendo le relazioni transatlantiche, sta soltanto giocando una partita pro domo sua sulla pelle degli europei e degli ucraini.
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Washington annuncia di aver condotto con successo un test nel Pacifico. Una risposta ai missili già operativi di Russia, Cina e Iran, mentre l’Unione sta a guardare. L’incubo per Bruxelles è che quest’arma devastante finisca nelle mani degli Huthi.Donald Trump risponde a Nigel Farage e spiega: «Nessun appeasement, fermai il Nord Stream 2».Lo speciale contiene due articoli.Con le due guerre in corso in Ucraina e nella Striscia di Gaza e le relative tensioni nel Mar Rosso, la competizione nell’Artico e i rinnovati progetti ostili all’Occidente del cosiddetto «asse del male» capitanato da Russia, Iran, Cina e Nord Corea, gli Stati Uniti corrono ai ripari alzando il livello della competizione negli armamenti ipersonici. Martedì l’Aeronautica militare Usa ha confermato di aver completato con successo, il 17 marzo, il più recente test programmato «end-to-end» (e potrebbe essere l’ultimo) del missile ipersonico Agm-183A Air launched rapid response weapon (Arrw), costruito da Lockheed Martin missile and fire control. Il test è stato condotto utilizzando un bombardiere B-52H decollato dalla base aerea di Andersen a Guam, una postazione militare di fondamentale importanza nel Pacifico occidentale. L’importanza strategica di Guam è evidenziata dal suo ruolo centrale nelle operazioni di bombardamento a lungo raggio, rendendolo un punto cruciale in potenziali scenari di conflitto, specialmente riguardanti un possibile conflitto armato la Cina. Com’è andato il test? Non sono stati resi noti i dettagli, a parte una stringata comunicazione: «Questo test ha lanciato un prototipo completo di missile ipersonico operativo e si è concentrato sulle prestazioni end-to-end dell’Arrw. L’Air Force ha acquisito preziose informazioni sulle capacità di questa nuova tecnologia all’avanguardia». L’Air Force non ha spiegato nel dettaglio quali fossero gli obiettivi specifici del test e non ha fornito dettagli sulla durata del volo, il punto in cui ha colpito la superficie o se tutti gli elementi della sequenza di lancio, separazione e planata, si sono svolti come previsto. Ma di che cosa si tratta? L’Arrw, secondo gli esperti del settore, «è un’arma multistadio con planata potenziata. Dopo la separazione, un booster, adattato dal missile Atacms dell’esercito, accelera l’arma fino alla velocità ipersonica quando una copertura a conchiglia cade e il corpo di planata ipersonico manovra quindi verso il bersaglio». Queste armi sono caratterizzate da estrema velocità, capacità di essere lanciate da lunghe distanze, oltre a evitare la maggior parte delle difese aeree. Possono essere equipaggiate con esplosivi convenzionali o testate nucleari. Cina e Russia hanno queste armi già operative, gli Stati Uniti devono ancora raggiungere tale capacità (ci provano da almeno 60 anni), mentre per l’Europa i missili ipersonici sono un miraggio, così come la difese da essi e non è certo rassicurante. E l’Iran? La forza aerospaziale delle Guardie rivoluzionarie ha presentato il 6 giugno 2023 il suo missile ipersonico, denominato «Fatah». Alla cerimonia era presente anche il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, come ha scritto l’agenzia di stampa Irna. Secondo la descrizione, questo missile balistico ipersonico ha una gittata di 1.400 chilometri, e la sua velocità prima di colpire il bersaglio è di circa 18.522 chilometri ora. Secondo le Guardie, «Fatah è in grado di superare qualsiasi sistema di scudo missilistico e distruggerlo. Ha grande manovrabilità, nonché la capacità di passare attraverso i sistemi radar» e l’idea che questo missile ipersonico possa entrare nella disponibilità degli Huthi fa letteralmente paura. Nell’estate del 2021, il Pentagono è andato in allarme quando un nuovo missile ipersonico lanciato da Pechino nel Mar Cinese Meridionale ha raggiunto una velocità incredibile di oltre 24.1402 chilometri all’ora, mentre orbitava attorno al globo. Viaggiando a una velocità di almeno 20 volte quella del suono, questo missile potrebbe teoricamente raggiungere qualsiasi punto della Terra in meno di un’ora. Anche il lavoro svolto da Mosca nel campo dell’ipersonica è fonte di costante preoccupazione per il Pentagono, anche se le armi russe non sono così avanzate come quelle sviluppate dalla Cina. Tuttavia, Mosca ha sviluppato armamenti in grado di minacciare le forze della Nato in Europa, e il presidente russo, Vladimir Putin, ha più volte parlato dell’«Avangard». L’Avangard, entrato in servizio tra le forze missilistiche strategiche russe il 27 dicembre 2019, è un veicolo di rientro ipersonico a corpo portante di origine russa, sviluppato dal Mitt di Mosca durante gli anni 2010 con l’obiettivo di superare le difese antimissile e aumentare le probabilità di successo di un attacco nucleare mediante missili balistici intercontinentali. Secondo i russi, l’Avangard «è in grado di volare a oltre 20 volte la velocità del suono negli strati densi dell’atmosfera e può rapidamente variare traiettoria e altitudine di volo, rendendolo estremamente difficile da intercettare». Viene trasportato in orbita da missili balistici intercontinentali, ad esempio il Sarmat, e può trasportare sia testate nucleari che convenzionali. Dopo aver speso miliardi negli ultimi decenni nella lotta contro il terrorismo e le insurrezioni in Medio Oriente, Washington ora sta reinvestendo ingenti risorse nell’ipersonica. Inutile girarci intorno, questa rincorsa ad armi sempre più potenti ci dice che una guerra tra grandi potenze è all’orizzonte e tutto questo va assolutamente evitato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/duello-ipersonico-usa-sparano-colpo-2667563705.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-smentisce-gli-apocalittici-difendero-gli-alleati-ma-paghino" data-post-id="2667563705" data-published-at="1711031268" data-use-pagination="False"> Trump smentisce gli apocalittici: «Difenderò gli alleati, ma paghino» Una certa vulgata continua a ripetere che, se tornasse alla Casa Bianca, Donald Trump la darebbe vinta alla Russia. Peccato che le cose non stiano così. A certificarlo è un’intervista che il candidato repubblicano ha rilasciato al politico britannico, Nigel Farage. Sono soprattutto due i punti che vale la pena di sottolineare. In primis, quando gli è stato chiesto se avrebbe difeso gli alleati dell’Alleanza atlantica in caso di attacco, l’ex presidente ha risposto: «Sì. Ma si sa, gli Usa dovrebbero pagare la loro giusta quota, non quella di tutti gli altri». «Quindi, se iniziano a comportarsi in modo corretto, l'America ci sarà?», gli ha chiesto Farage. «Sì: al 100%», ha riposto il candidato repubblicano. Inoltre, durante l’intervista, Trump non ha escluso di avviare dei negoziati con Vladimir Putin, per poi aggiungere: «Sono stato io a fermare il gasdotto Nord Stream 2. La gente non se ne rende conto... e poi Joe Biden è arrivato subito e l’ha approvato». Fu effettivamente l’amministrazione Trump ad approvare le sanzioni al controverso gasdotto nel 2019: sanzioni che, a maggio 2021, furono revocate da Biden, il quale, due mesi dopo, diede l’ok all’impianto, facendo la felicità di Mosca e Berlino (ma molto meno quella di Kiev e Varsavia). Ecco, dall’intervista di Farage emerge chiaramente la «dottrina Trump»: una strategia pragmatica che non ha nulla a che fare con l’appeasement. L’idea dell’ex presidente è che non ci si possa precludere a priori la possibilità di trattative e finanche di un accordo con la Russia. Il punto però è che tale possibilità non può essere presa in considerazione a qualsiasi costo, ma a patto che prima venga ripristinata quella deterrenza che Biden ha significativamente azzoppato. Oltre ad aver dato l’ok al Nord Stream 2, fu l’attuale presidente a ritirare il personale diplomatico americano da Kiev nel febbraio 2022. Ed è stato sempre Biden ad avviare un nocivo appeasement con l’Iran, che è uno dei principali alleati mediorientali di Mosca. L’idea di Trump è quindi che delle trattative siano in linea teorica possibili, ma ristabilendo prima la capacità dissuasiva americana nei confronti del Cremlino, secondo il principio reaganiano della «pace attraverso la forza». È per questo che, nell’intervista a Farage, ha citato le sue sanzioni al Nord Stream 2 e ha ribadito il proprio impegno all’interno della Nato. Un’eventuale nuova presidenza Trump non avrebbe del resto alcun interesse a un appeasement con la Russia, perché, così facendo, invierebbe un segnale di debolezza alla Cina. Ricordiamoci inoltre che quella che molti considerano l’erraticità di Trump è in realtà frutto di una strategia dell’imprevedibilità, secondo i crismi della «teoria del pazzo» di ascendenza nixoniana. D’altronde, un leader autocratico come Putin rispetta soltanto una cosa: la forza. Essere percepiti come irresoluti o prevedibili, come capitato a Biden, significa mettersi alla mercé dei propri avversari. Qualcuno magari storcerà il naso, perché Trump ha comunque ribadito che gli alleati devono aumentare i propri contributi economici all’Alleanza. Eppure attenzione: già l’amministrazione Obama aveva avanzato una simile richiesta. Inoltre, appena due settimane fa, tre alti esponenti dell’Atlantic council - Dan Negrea, Matthew Kroenig e Tod Wolters - hanno cofirmato un’analisi su Foreign Policy, significativamente intitolata «Trump ha ragione sulle spese della Nato». «Molti si sono indignati per i commenti di Trump, ma è scandaloso che i Paesi trascurino i loro obblighi nella Nato e continuino a pretendere tutti i vantaggi dell’adesione», hanno scritto, per poi aggiungere: «Non si tratta solo di una questione di equità, ma anche di soddisfare i requisiti per un’efficace strategia globale di deterrenza e difesa». C’è molta più razionalità nella posizione di Trump che nelle spregiudicate sparate di Emmanuel Macron. Il leader francese non si sta muovendo seconda una vera prospettiva di lungo termine ma, indebolendo le relazioni transatlantiche, sta soltanto giocando una partita pro domo sua sulla pelle degli europei e degli ucraini.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.