Lo ha detto l'ex presidente della Bce ex premier italiano nel corso del suo intervento a Bruxelles durante la settimana Europarlamentare.
Lo ha detto l'ex presidente della Bce ex premier italiano nel corso del suo intervento a Bruxelles durante la settimana Europarlamentare.
Ansa
- Cardiologi concordi: l’alta temperatura da sola non è letale, ma aggrava malanni come diabete, ipertensione o miocarditi.
- Orazio Schillaci riunisce la cabina di regia. Nei prossimi giorni attenzione a eventi e concerti.
Lo speciale contiene due articoli
«Quaranta gradi all’ombra, l’umanità cerca di difendersi dall’ondata di caldo». Così, un cinegiornale dell’estate 1959 dava notizia delle alte temperature che si registravano in Italia. Nessun dato allarmistico su decessi da sbalzi climatici, solo la cronaca di giornate infuocate dalle quali è meglio difendersi stando a casa, all’ombra, in luoghi ventilati o, per chi può, cercando il refrigerio di mare e piscina.
Fotogrammi di canicola conservati dall’Istituto Luce, accompagnati da descrizioni ironiche, mai drammatiche: «Per due uova al burro basta il davanzale infuocato del balcone», spiegava la voce fuori campo. Negli ultimi anni, invece, oltre al caldo dobbiamo sopportare bollettini catastrofici sulla colonnina di mercurio che sale, sul numero di accessi al pronto soccorso e viene pure stilato l’elenco dei poveracci che muoiono.
Decessi sbattuti in prima pagina, con grande sciatteria: non si fa cenno alle patologie di cui soffrivano le persone perché quel che importa è creare la psicosi da «morto per il cambio climatico». «Il caldo di per sé non è un fattore mortale», dichiara Alessandro Capucci, professore di cardiologia all’Università Politecnica delle Marche e clinico di cardiologia a Bologna. «Ho 77 anni, ricordo “caldi” molto importanti negli anni Cinquanta e Sessanta, grandi siccità, campi arsi e crepati ma non c’era tutto questo allarmismo. Le consideravamo estati normali, stavamo attenti a non uscire sotto il solleone, a non praticare sport in qualsiasi orario come oggi mi capita di vedere. Quando c’è caldo, si esce a far jogging tra le sei e le sette del mattino, non dopo le nove. E non alla sera, perché le temperature rimangono elevate».
Una volta si parlava di accorgimenti dettati dal buon senso, per non stressare ulteriormente il fisico e avere poi problemi di salute. Oggi, ci vorrebbe la stessa attenzione, soprattutto se si soffre di patologie croniche quali ipertensione e diabete, ampiamente diffuse. Quando si parla di morte per eccessivo caldo, in realtà «il meccanismo scatenante è una patologia di base», spiega Fabio Angeli, professore di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università degli Studi dell’Insubria, direttore dei reparti di Medicina generale e della Cardiologia riabilitativa all’Irccs Maugeri di Tradate.
«I soggetti più a rischio sono chi ha avuto un problema cardiaco, chi ha malattie polmonari e chi ha una storia di insufficienza renale perché il caldo, unito ad alti tassi di umidità, crea una vasodilatazione generalizzata potentissima che può innescare eventi ischemici e con la perdita di elettroliti, soprattutto potassio, scatenare l’aritmia. Un rischio basso nel soggetto sano, ma che aumenta in modo vertiginoso nella persona con comorbilità».
Certo, si può anche morire, sotto il sole, «il caldo è un cofattore, che può facilitare anche delle complicanze cardiovascolari in soggetti che stanno facendo delle terapie e i cui parametri devono essere tenuti sotto controllo, ma questa non è una novità», afferma il cardiologo Giuseppe Barbaro, già responsabile del servizio di Cardiologia ed Ecocardiografia del Policlinico Umberto I di Roma. Porta come esempio «l’operaio che suda, perde liquidi e magari sta assumendo un farmaco antiaritmico. Si può scatenare un’aritmia, o avere un crollo della pressione tale da avere una sincope».
Avverte il professor Capucci: «Soprattutto per chi fa uso di antipertensivi, è fondamentale non stare fermi in piedi per 5-10 minuti, in un luogo caldo, bevendo un alcolico che è un vasodilatatore come il calore. La pressione può calare molto e in una crisi vasovagale il battito cardiaco rallenta al punto che si può perdere conoscenza. Chi prende farmaci, va monitorato nei mesi estivi ed è meglio che faccia qualche controllo in più».
Angeli precisa: «A pazienti che già assumono farmaci, diuretici o vasodilatatori, in estate il medico che li ha in cura dovrebbe titolare (aggiustare gradualmente, ndr) il dosaggio, per non acuire gli effetti del caldo. Purtroppo il problema si sottovaluta, non viene seguito il paziente nel tempo. Basterebbe istruire la persona, invitandola a controllare la pressione e la frequenza cardiaca prima di colazione e cena, due tre volte la settimana. Si parla tanto di “strategia di popolazione”, però nessuno la applica. Pensiamo a uno screening dell’ipertensione arteriosa, dal costo zero e che ha dei benefici a medio e lungo termine davvero significativi».
Poi ci sono persone che non hanno ancora una patologia diagnosticata e non presentano sintomi, ma con alte temperature e forte umidità la malattia subclinica si manifesta con un aggravamento apparentemente inspiegabile. «Questo vale anche per i giovani, perché non tutti sono sani al cento per cento e quelli che hanno una patologia spesso non lo sanno. Le accortezze non hanno età», dichiara Capucci.
Il cardiologo Barbaro porta l’attenzione proprio su «soggetti giovani con miocardite misconosciuta che può passare inosservata, è asintomatica nel 40% dei casi, finché non provoca aritmie gravi, scompenso cardiaco o, nei casi più estremi, morte improvvisa. Seguo ragazzi di 21, 23 anni che hanno avuto la miocardite dimostrata con la risonanza magnetica, che con il caldo hanno un aumento della frequenza cardiaca e anche aritmie».
Molti problemi al cuore sono post vaccino Covid. «Tanti, purtroppo. Ho un ragazzo di 20 anni che aveva fatto tre dosi a 16 anni e che ha una miocardite così grave, da richiedere l’impianto del defibrillatore altrimenti è a rischio di morte improvvisa», conclude Barbaro.
Il ministero della Salute rassicura. «Over 65, non c’è picco di decessi»
Una cabina di regia interistituzionale per monitorare il caldo eccezionale che sta colpendo il nostro Paese, mettere in campo azioni di prevenzione e focalizzare l’attenzione anche ai grandi eventi. Come già aveva annunciato il ministro della Salute Orazio Schillaci a fine maggio, ieri si è riunita la cabina prevista nell’ambito del Piano operativo nazionale di previsione e prevenzione degli effetti del caldo. Il Piano si attiva annualmente e quest’anno è partito già lo scorso 25 maggio con azioni specifiche di allerta, monitoraggio, sorveglianza e comunicazione alla cittadinanza. Nel corso della riunione sono stati analizzati i dati raccolti dal 15 maggio al 22 giugno in relazione ai decessi nella popolazione over 65 e agli accessi ai pronto soccorso. In diverse strutture sanitarie viene applicato il cosiddetto «codice calore», un percorso assistenziale finalizzato a garantire una presa in carico più rapida delle persone fragili e dei soggetti maggiormente esposti agli effetti delle temperature estreme. Tali flussi non registrano, al momento, picchi significativi di morti come sta accadendo invece in Francia.
Prosegue dunque il monitoraggio dei dati per le ricadute sanitarie delle ondate di calore che sarà integrato, in via sperimentale, nelle aziende sanitarie di alcune grandi città, con un sistema di sorveglianza sugli accessi ai centri salute mentale territoriali. Inoltre nella circolare emanata si parla anche della massima attenzione che sarà posta ai grandi eventi, a partire dai concerti, organizzati in molte città, in raccordo con le autorità sanitarie locali e le altre istituzioni coinvolte. Al tavolo interistituzionale di ieri erano presenti, oltre a Schillaci, il capo del Dipartimento per l’emergenza del ninistero della Salute, Mara Campitiello, il direttore generale per la prevenzione, Sergio Iavicoli, rappresentanti del ministero della Salute, della Protezione civile, dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e del Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario regionale del Lazio (Dep).
Nel frattempo, il ministero della Salute, dal 22 giugno, ha attivato il numero di pubblica utilità «1500», messo a disposizione dei cittadini per informazioni e richieste. Nei primi giorni di attività sono circa 300 le chiamate già arrivate e a contattare sono stati, in particolare, datori di lavoro, che hanno chiesto informazioni sulle ordinanze attive, anziani e figli di anziani, che chiedono approfondimenti nel 57% dei casi su problemi di carattere cardiocircolatorio e nel 37% dei casi su tematiche psicosociali. Tutti i giorni, dal 25 maggio, sono disponibili sul sito del ministero i bollettini sulle ondate di calore, con le previsioni a tre giorni sulle condizioni climatiche che possono rappresentare un rischio per la salute della popolazione. I bollettini andranno avanti fino al 20 settembre. Il ministero ha già attivato anche una campagna di comunicazione dedicata sui propri canali social e sul sito istituzionale, che sarà ulteriormente potenziata, con tutte le informazioni sugli effetti delle ondate di calore sulla salute e il decalogo con i consigli utili per proteggersi dal caldo intenso.
Sul fronte occupazionale il governo è già intervenuto con il decreto infrastrutture-Pnrr, provvedimento che introduce condizioni agevolate per l’accesso agli ammortizzatori sociali nei comparti dell’edilizia e delle attività affini, ma anche agricoltura, nel caso in cui la temperatura superi i 35 gradi o quando la temperatura percepita risulti comunque incompatibile con lo svolgimento delle attività lavorative. Parallelamente, numerose Regioni hanno adottato ordinanze che vietano i lavori più pesanti all’aperto nelle ore centrali della giornata.
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Maurizio Landini (Ansa)
L’afa dà alla testa: la Cgil sposa la campagna di Greenpeace che propone di caricare sulle industrie fossili «le misure necessarie a proteggere i lavoratori dagli impatti che hanno contribuito a provocare».
Che si fa con questo caldo? Accendiamo il condizionatore, ovvio, altrimenti rischiamo di restarci secchi. Ma a sinistra e in Europa purtroppo non la pensano così, perché ubriachi di ideologia rossoverde prospettano altre soluzioni, tutte destinate a condannarci a una brutta fine. Per quanto riguarda i condizionatori, l’Europa non vuole, perché il suo obiettivo non è farci stare al fresco, bensì ridurre le emissioni di CO2. Lo ha fatto chiaramente intendere il commissario Ue al clima, l’olandese Wopke Hoekstra, quel bel tipino che anni fa, durante la pandemia, si oppose alla concessione di aiuti europei per il Covid a Italia e Spagna, riuscendo perfino a suscitare l’indignazione del primo ministro portoghese Antonio Costa, il quale definì il suo discorso disgustoso e meschino.
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
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In Europa la socialista Mette Frederiksen, che apprezza Giorgia Meloni, ordina la stretta contro i ghetti degli stranieri. E addirittura vieta la preghiera del muezzin. Nelle Marche Francesco Acquaroli mette al bando i bazar per salvaguardare la tradizione nazionale.
L’ha evocata Giorgia Meloni martedì, nel Giorno della Verità. Rispondendo a una domanda sul nuovo regolamento per i rimpatri, il presidente del Consiglio ha rivelato un’intesa con il premier della Danimarca, Mette Frederiksen, per rendere al più presto operativi gli hub nei Paesi terzi, allo scopo di rimandare a casa gli immigrati che non hanno diritto di restare. Potrebbe sembrare un accordo fra capi di governo di destra per frenare l’invasione di clandestini. E invece no, i partiti accusati di essere xenofobi, razzisti, fascisti eccetera, invece non c’entrano nulla, perché Mette Frederiksen non fa parte né di un partito sovranista né di un gruppo conservatore, ma è socialista.
Eppure, sui temi dell’accoglienza ha idee molto simili a quelle di Giorgia Meloni. Anzi, a dire il vero, dovendo affrontare un’integrazione con gli stranieri sempre più difficile, paradossalmente è forse più a destra del nostro primo ministro. O, per lo meno, lo sono le misure adottate.
Già in passato aveva destato polemiche, ovviamente a sinistra, l’idea di chiedere ai richiedenti asilo di consegnare gli oggetti di valore di cui disponevano allo scopo di pagare i costi dell’accoglienza. Non solo i poveri immigrati sarebbero stati costretti a pagare il pedaggio per entrare in Danimarca, ma addirittura sarebbero stati privati dei propri averi. Ma adesso Frederiksen è andata oltre, con un paio di proposte intese a limitare la trasformazione di Copenhagen in Islamabad. Infatti, per evitare comunità chiuse, che non si integrano con il resto del Paese, il governo avrebbe l’intenzione di ridurre la presenza di stranieri nei quartieri ad alto tasso di migranti, costringendo una parte di essi a trasferirsi. L’operazione punta a impedire la creazione di ghetti o peggio la costituzione di vere e proprie enclave, dove la legge dello Stato fa fatica a mettere il naso. In pratica, basta repubbliche indipendenti all’interno della Danimarca.
Ma il ministro dell’Immigrazione, Morten Bodskov, pure lui socialista, è andato oltre e ora intende bandire la chiamata alla preghiera dei muezzin. «Non siamo in un sobborgo di una città musulmana», ha dichiarato alle agenzie di stampa. «Non ci deve essere alcun dubbio sul fatto che viviamo in Danimarca». Immaginate se una cosa simile l’avesse detta un esponente di Fratelli d’Italia o della Lega. Ma a dirla in questo caso è un esponente della sinistra europea, il quale anticipa un’inchiesta del governo con l’intenzione di rendere illegale la chiamata alla preghiera, sulla base del fatto che costituirebbe un’«islamizzazione» del Paese, oltre a occupare troppo spazio pubblico (gli islamici non di rado si inginocchiano su piazze o marciapiedi). «La chiamata dei muezzin», ha detto Bodskov, «non deve essere sentita sui tetti danesi». Da noi sarebbe già intervenuto qualche magistrato, se non la Corte costituzionale, per sentenziare che non si può vietare il diritto alla preghiera: così come i parroci cattolici suonano le campane e per le vie del centro portano Gesù Cristo e la Madonna in processione, anche il muezzin può far risuonare i suoi canti usando gli altoparlanti e invitando i devoti a inchinarsi sul marciapiede.
Tuttavia, anche da noi qualche cosa si muove. Il governatore delle Marche, Francesco Acquaroli, ieri ha fatto approvare una delibera che vieta, nei centri storici, l’apertura di negozi etnici e kebabberie. Stop, dunque, ai bazar che vendono cianfrusaglie d’importazione e a locali che sono normali in Anatolia e meno a Macerata. «Vogliamo riconoscere e valorizzare le attività economiche che concorrono alla conservazione dell’identità dei luoghi, limitando l’insediamento di determinate attività commerciali», ha spiegato Acquaroli. Per questo lo chiameranno il razzista del kebab? Oppure verrà accusato di essere un partigiano del ciauscolo? Di sicuro, visto che la cucina italiana è stata denominata patrimonio dell’Unesco, qualcuno che la difenda ci servirebbe.
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Dal 2000 ad oggi, a Milano-Linate le massime mensili e il numero di giorni sopra i 30 gradi non mostrano variazioni significative.
Quando voglio farmi quattro risate ricostituenti, vado su Google, digito «Repubblica» e leggo il primo articolo che il motore di ricerca mi propone – o propina: qual è il verbo giusto lo decide la disposizione filosofica del momento.
Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
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