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2021-10-15
Draghi incontra i sindacati ma non sente ragioni. «Nessun rinvio del pass»
Ansa
Nessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro.
La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende».
«Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla».
È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.
«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili».
Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati».
Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere.
Letta insulta chi chiede i test gratis
Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare.
Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis.
Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare».
Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
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Cgil, Cisl e Uil scuciono solo l'impegno a calmierare i prezzi dei tamponi. In cabina di regia, però, non se ne parla. E Andrea Orlando ammette: «Per il foglio verde, avvio difficile»Il segretario dem Enrico Letta: «Come un condono agli evasori». Matteo Salvini insiste: «Assurdo ci sia chi rischia il posto». Meloni: «Sarebbe vergognoso scaricare i costi sulle aziende»Lo speciale contiene due articoliNessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro. La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende». «Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla». È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili». Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati». Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-incontra-i-sindacati-ma-non-sente-ragioni-nessun-rinvio-del-pass-2655300391.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-insulta-chi-chiede-i-test-gratis" data-post-id="2655300391" data-published-at="1634248702" data-use-pagination="False"> Letta insulta chi chiede i test gratis Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare. Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis. Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare». Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
Il pianista Andrea Vizzini presenta il progetto Pianolink, dedicato ai musicisti amatori. Dal Festival Miamor (dal 4 al 13 giugno a Milano) al concorso con una giuria di livello mondiale: un palco che mette insieme pianisti che suonano per amore e affermati professori d'orchestra.
Il viceministro dell’Energia Vannia Gava (Imagoeconomica)
Il viceministro Vannia Gava è solitamente schivo e poco propenso alle interviste. Vista la delicatezza dei dossier sul tavolo ha scelto La Verità per chiarire la sua posizione e quella del governo.
Viceministro, iniziamo dall’attualità: crisi energetica e trattativa con l’Europa affinché liberi un’aggiunta di spesa per tamponare gli effetti della chiusura di Hormuz sulle bollette e sui prezzi dei carburanti. Nonostante il pressing della Meloni, Bruxelles non cede.
«Guardi, la chiusura di Hormuz ha provocato una crisi geopolitica con effetti dirompenti e non può essere trattata come una crisi qualsiasi. Il tema centrale è mettere in sicurezza il comparto industriale, le piccole e medie aziende e le nostre famiglie dai rincari diretti e indiretti che questo choc sta portando. Se l’Europa non reagisce nell’immediato e prende coscienza che deve allentare vincoli troppo stringenti, qui rischiamo di perdere tutto il sistema economico. La sicurezza energetica è sicurezza economica. La richiesta di flessibilità deve essere letta come un investimento sulla nostra forza attuale, non un regalo al deficit».
L’obiettivo resta avere il via libera a uno scostamento di bilancio che liberi almeno 5-6 miliardi di risorse aggiuntive per l’energia?
«Mi sembra una cosa di buon senso».
Se continua il no allo scostamento tirerete dritto?
«Sarà una decisione che il ministero dell’Economia assumerà insieme a governo e Parlamento. In ogni caso, non si tratta di andare dritti o contro qualcuno ma di andare incontro a 26 milioni di famiglie e a 5 milioni di imprese che non possono più aspettare. Abbiamo introdotto diversi provvedimenti di emergenza e, parallelamente, stiamo lavorando a soluzioni di più lungo respiro ma il momento attuale richiede interventi straordinari».
È d’accordo con la Meloni: le bollette vengono prima dei droni?
«È una posizione di buon senso che la Lega porta avanti dall’inizio della crisi. Che non significa venir meno agli impegni che abbiamo assunto in ambito internazionale, bensì prendere atto che oggi famiglie e imprese stanno affrontando una crisi energetica che richiede risposte immediate e concrete. Investire in difesa ha senso solo se regge il sistema produttivo e sociale che quella difesa deve proteggere. Un’Europa energeticamente vulnerabile è anche economicamente vulnerabile».
Sarebbe corretto usare i fondi di coesione per risolvere l’allarme energetico?
«I fondi di coesione sono fondamentali per il medio-lungo periodo indubbiamente, ma una maggiore flessibilità ci permetterebbe spesa corrente per rispondere alle esigenze immediate. L’Europa deve fare un passo ulteriore, servono risorse ulteriori rispetto a quelle già stanziate. Famiglie e imprese non possono aspettare. Ogni euro che arriva nelle loro tasche non è mai una spesa, è sempre un investimento».
Passiamo al nucleare. La linea del governo è chiara: per colmare il gap energetico le centrali sono indispensabili. Può scandirci i tempi? Il 3 giugno inizia la discussione alla Camera sul ddl, quando terminerà l’iter. Quando ripartirà la produzione?
«Il nostro obiettivo è chiaro: l’approvazione della legge delega entro l’estate, subito dopo inizieranno i lavori per i decreti attuativi. Il governo è in prima linea per fare la propria parte in modo serio e puntuale, dando agli investitori un quadro regolatorio chiaro e stabile. Poi è naturale che serviranno alcuni anni affinché siano completati tutti gli investimenti necessari. Un ruolo fondamentale spetta al mondo dell’industria e agli investimenti in ricerca e sviluppo. Alcuni Paesi hanno già autorizzato i primi Small modular reactor, che sono in fase di realizzazione».
Qualcuno ha parlato di referendum. Anche secondo lei sarà inevitabile andare in quella direzione?
«Penso che, referendum o no, il Paese abbia già compreso che si tratta di una scelta di buonsenso assolutamente necessaria. Stiamo parlando di una tecnologia avanzata e sicura, che consentirà all’Italia di accedere ad una fonte di energia pulita e programmabile, rafforzando al tempo stesso l’indipendenza nazionale e riducendo l’esposizione a choc geopolitici come quello che stiamo vivendo».
Oggi la maggioranza degli italiani è favorevole al nucleare?
«La consapevolezza degli italiani è cambiata anche grazie a una comunicazione più seria e concreta sulla fragilità del nostro Paese sul fronte energetico, emersa con forza dopo il conflitto russo-ucraino e con primi timori legati agli approvvigionamenti. Abbiamo spiegato in modo chiaro che si tratta di una tecnologia completamente diversa da quella di quarant’anni fa: parliamo di impianti sicuri e a emissioni zero. Il nostro Paese, seconda manifattura d’Europa, ha bisogno di energia: gli italiani lo sanno meglio di chiunque altro».
Infine il green. Pechino sta conquistando il mercato dell’automotive europeo. Persino Landini vede l’arrivo dei cinesi come unica soluzione per non chiudere gli stabilimenti Stellantis. È d’accordo?
«Certo che no. Aprire ai cinesi sarebbe la resa incondizionata. Abbiamo già fatto abbastanza con il passaggio forzato all’elettrico, mentre le tecnologie e le materie prime erano già sotto il controllo di Pechino. Quello dell’automobile è stato per decenni uno dei terreni di competizione più serrata tra i paesi europei, una corsa che ha portato a storie imprenditoriali memorabili e a modelli iconici che hanno fatto la storia del made in Italy. Non possiamo accettare l’idea che le grandi case automobilistiche italiane ed europee diventino centri di assemblaggio di componenti cinesi».
Cosa si può fare adesso per aiutare il comparto? La misura dei dazi ha ancora un senso?
«I dazi non possono sostituirsi a una politica di rilancio industriale ma possono rappresentare uno strumento temporaneo di difesa contro il dumping. A livello europeo è stato introdotto uno strumento fiscale ambientale con finalità analoghe, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam), pensato per contrastare la delocalizzazione e restituire competitività alle imprese europee. Il paradosso è che ad oggi, anche a causa della complessità di applicazione, il meccanismo è finito col gravare ulteriormente su molte nostre imprese, che ci stanno chiedendo di eliminarlo».
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