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2021-10-15
Draghi incontra i sindacati ma non sente ragioni. «Nessun rinvio del pass»
Ansa
Nessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro.
La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende».
«Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla».
È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.
«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili».
Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati».
Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere.
Letta insulta chi chiede i test gratis
Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare.
Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis.
Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare».
Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
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Cgil, Cisl e Uil scuciono solo l'impegno a calmierare i prezzi dei tamponi. In cabina di regia, però, non se ne parla. E Andrea Orlando ammette: «Per il foglio verde, avvio difficile»Il segretario dem Enrico Letta: «Come un condono agli evasori». Matteo Salvini insiste: «Assurdo ci sia chi rischia il posto». Meloni: «Sarebbe vergognoso scaricare i costi sulle aziende»Lo speciale contiene due articoliNessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro. La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende». «Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla». È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili». Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati». Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-incontra-i-sindacati-ma-non-sente-ragioni-nessun-rinvio-del-pass-2655300391.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-insulta-chi-chiede-i-test-gratis" data-post-id="2655300391" data-published-at="1634248702" data-use-pagination="False"> Letta insulta chi chiede i test gratis Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare. Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis. Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare». Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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