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2021-10-15
Draghi incontra i sindacati ma non sente ragioni. «Nessun rinvio del pass»
Ansa
Nessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro.
La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende».
«Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla».
È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.
«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili».
Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati».
Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere.
Letta insulta chi chiede i test gratis
Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare.
Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis.
Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare».
Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
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Cgil, Cisl e Uil scuciono solo l'impegno a calmierare i prezzi dei tamponi. In cabina di regia, però, non se ne parla. E Andrea Orlando ammette: «Per il foglio verde, avvio difficile»Il segretario dem Enrico Letta: «Come un condono agli evasori». Matteo Salvini insiste: «Assurdo ci sia chi rischia il posto». Meloni: «Sarebbe vergognoso scaricare i costi sulle aziende»Lo speciale contiene due articoliNessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro. La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende». «Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla». È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili». Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati». Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-incontra-i-sindacati-ma-non-sente-ragioni-nessun-rinvio-del-pass-2655300391.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-insulta-chi-chiede-i-test-gratis" data-post-id="2655300391" data-published-at="1634248702" data-use-pagination="False"> Letta insulta chi chiede i test gratis Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare. Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis. Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare». Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
Per anni la Germania ha guardato all’islamismo come a una minaccia proveniente dall’esterno: reti jihadiste internazionali, predicatori radicali arrivati dall’estero, organizzazioni terroristiche attive in Medio Oriente o cellule clandestine presenti sul territorio nazionale. Oggi, però, la preoccupazione delle autorità tedesche è diversa e forse ancora più inquietante. Il problema non riguarda soltanto il terrorismo organizzato, ma la diffusione di atteggiamenti islamisti tra le nuove generazioni nate o cresciute in Germania, giovani che frequentano le scuole tedesche, utilizzano i social media occidentali e vivono all’interno della società europea. I dati emersi dalle più recenti ricerche del sistema di monitoraggio Motra hanno acceso un campanello d’allarme che a Berlino nessuno può più permettersi di ignorare. Secondo lo studio, il 45,1% dei musulmani residenti in Germania sotto i 40 anni presenta atteggiamenti islamisti latenti o manifesti. Di questi, l’11,5% manifesta posizioni apertamente islamiste, mentre il 33,6% evidenzia una predisposizione ideologica che potrebbe costituire il terreno fertile per futuri processi di radicalizzazione.
Non si tratta semplicemente di una questione religiosa. Gli studiosi distinguono chiaramente tra la pratica dell’islam e l’islamismo politico. Quest’ultimo viene definito come una visione ideologica che attribuisce alle norme religiose una superiorità rispetto alle leggi dello Stato, considera i principi democratici subordinati alla legge islamica e promuove una contrapposizione tra l’Occidente e il mondo musulmano. In altre parole, non viene misurata la fede, ma l’adesione a una visione politica incompatibile con i principi fondamentali della democrazia liberale. Il dato assume una rilevanza ancora maggiore se inserito nel contesto della crescente instabilità internazionale. L’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra in Medio Oriente hanno prodotto forti tensioni anche in Europa. Secondo il segretario di Stato Christoph de Vries, l’attacco terroristico di Hamas avrebbe agito come un acceleratore della radicalizzazione islamista, mentre influencer attivi sui social network e sulle piattaforme di gaming starebbero contribuendo alla diffusione di contenuti estremisti tra adolescenti sempre più giovani.
Negli ultimi anni la Germania ha registrato numerosi casi di radicalizzazione online di minorenni e giovanissimi. Le autorità di sicurezza hanno documentato episodi nei quali ragazzi di tredici o quattordici anni sono stati intercettati mentre progettavano azioni violente o cercavano materiale di propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che non si sviluppa più necessariamente nelle moschee radicali o nei circoli clandestini, ma che trova terreno fertile negli smartphone, nei social media e nelle piattaforme digitali frequentate quotidianamente da milioni di giovani. Ma accanto alla minaccia della radicalizzazione giovanile emerge un’altra questione che preoccupa sempre di più gli analisti della sicurezza: il rapporto tra immigrazione, integrazione e forze armate. La Bundeswehr si trova infatti di fronte a una crisi di reclutamento senza precedenti. Dopo la sospensione della leva obbligatoria nel 2011, l’esercito tedesco fatica a sostituire il personale destinato al pensionamento. Secondo le stime del ministero della Difesa, entro il 2030 circa la metà degli effettivi attualmente in servizio lascerà le forze armate. In un Paese caratterizzato da una popolazione sempre più anziana e da una crescente carenza di giovani lavoratori, la ricerca di nuove fonti di reclutamento è diventata una priorità strategica. Proprio per questo motivo negli ultimi anni si è aperto un dibattito sulla possibilità di consentire l’arruolamento di cittadini stranieri o di persone prive della cittadinanza tedesca. Secondo alcuni esperti, la Bundeswehr potrebbe trasformarsi in uno strumento di integrazione, offrendo percorsi professionali, formazione e un forte senso di appartenenza allo Stato democratico.
L’idea trae ispirazione dall’esperienza degli Stati Uniti, dove per decenni il servizio militare ha rappresentato una via privilegiata per l’integrazione degli immigrati e per l’ottenimento della cittadinanza. Tuttavia, ciò che per alcuni appare come una soluzione innovativa viene visto da altri come una potenziale vulnerabilità. Il problema non riguarda l’origine etnica o religiosa dei militari, bensì la possibilità che processi di radicalizzazione ideologica possano infiltrarsi all’interno di strutture che gestiscono armamenti, informazioni sensibili e capacità operative. La preoccupazione è particolarmente forte alla luce del fatto che la Germania sta già affrontando casi di estremismo all’interno delle proprie forze armate. Negli ultimi anni la Bundeswehr è stata infatti scossa da numerose inchieste riguardanti militari accusati di simpatie estremiste. Molti casi hanno riguardato l’estrema destra, ma gli esperti sottolineano che il rischio di infiltrazioni non riguarda una sola ideologia. Qualsiasi forma di radicalizzazione – islamista, neonazista o estremista di altra natura – rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza nazionale quando coinvolge personale addestrato all’uso delle armi.
È proprio qui che il tema dell’islamismo assume una dimensione strategica. Se quasi la metà dei giovani musulmani mostra, secondo Motra, atteggiamenti islamisti latenti o manifesti, il problema non può essere affrontato solo come una questione culturale o sociale. Diventa inevitabilmente anche una questione di sicurezza. Le forze armate moderne dipendono infatti dalla fiducia assoluta nei propri membri. Chi indossa una divisa ha accesso a infrastrutture critiche, informazioni riservate, sistemi tecnologici avanzati e armamenti che potrebbero essere utilizzati contro lo Stato stesso qualora finissero nelle mani sbagliate. Per questo motivo molti esperti ritengono che qualsiasi apertura al reclutamento di cittadini stranieri debba essere accompagnata da procedure di controllo estremamente rigorose. La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra integrazione e sicurezza, evitando sia discriminazioni generalizzate sia pericolose sottovalutazioni.
Il progetto JuMiD dell’Università di Amburgo mostra inoltre come la radicalizzazione non nasca nel vuoto. Discriminazione percepita, senso di marginalizzazione, sfiducia nelle istituzioni, isolamento sociale e propaganda online costituiscono spesso gli ingredienti di un percorso che può condurre all’adozione di idee estremiste. Ignorare questi fattori significherebbe affrontare soltanto i sintomi e non le cause del problema. La Germania deve affrontare una doppia sfida: rafforzare le proprie capacità militari in un contesto internazionale sempre più instabile e impedire che l’estremismo si infiltri nelle istituzioni. I dati sulla radicalizzazione islamista indicano che il fenomeno non è più marginale e, coinvolgendo un numero crescente di giovani, rappresenta una minaccia non solo per la sicurezza pubblica, ma anche per la tenuta delle istituzioni chiamate a difendere lo Stato.
«Anche dentro l’esercito francese preoccupano i casi di estremismo»
«Anche dentro l’esercito francese preoccupano i casi di estremismo»Il generale Giorgio Battisti (Ansa)
Giorgio Battisti, generale di Corpo d’Armata (rit), è stato comandante del Corpo d’armata di reazione rapida della Nato.
I recenti studi sulla diffusione di atteggiamenti islamisti tra i giovani musulmani in Germania rappresentano una minaccia concreta per la sicurezza nazionale?
«La Germania ha registrato un aumento significativo del terrorismo in questi ultimi anni dovuto alla minaccia costituita da al Qaeda e da altri gruppi organizzati e, successivamente, all’azione dei “lupi solitari”, più inclini ad agire in modo spontaneo e sporadico. Sebbene questi ultimi non sempre siano riusciti a portare a termine il proprio intento, poiché privi delle competenze dei terroristi più esperti, rappresentano un fenomeno in crescita e più difficile da rintracciare e contrastare. Dal 2011 si sono verificati in Germania 221 attacchi e 53 vittime causate dal terrorismo. Oggi, la minaccia proviene prevalentemente da radicalizzati islamici, considerata la principale preoccupazione per la sicurezza nazionale, senza sottovalutare l’estrema destra e neonazista, che fa del Paese uno dei principali centri di attività terroristica nel continente. Nel 2025, secondo il Global Terrorism Index 2026 dell’Iep, il Paese ha avuto il maggior numero di morti e feriti in Europa occidentale, con sei vittime in cinque attacchi. L’evento più grave è avvenuto a Monaco di Baviera il 13 febbraio, quando un richiedente asilo afghano si è lanciato con l’auto contro una manifestazione, uccidendo due persone e ferendone 43. Da sottolineare, inoltre, che dei circa 5.000 foreign fighter aventi per origine un Paese Ue, oltre 900 sono partiti nel 2016 dalla Germania per combattere con l’Isis; un numero secondo solo a quelli provenienti dalla Francia (circa 1.900). Di questi 900, le autorità tedesche ne hanno censiti 274 tornati in Europa».
La crisi di reclutamento che sta colpendo la Bundeswehr potrebbe spingere le Forze armate ad abbassare gli standard di selezione?
«A fronte del programma governativo di potenziare l’organizzazione militare per avere nei prossimi anni le Forze armate più “forti” d’Europa (sembra un déjà vu), si registra una scarsa propensione dei giovani ad arruolarsi, frutto soprattutto del recente passato che ha indotto i governi di Berlino ad impostare un radicale atteggiamento pacifista e antimilitarista nella società. La possibilità di iniziare ad arruolare cittadini provenienti da altri Paesi Ue, presa in esame dal ministero della Difesa nel dicembre 2016 solleva la questione più ampia se la Bundeswehr possa prendere in considerazione il reclutamento di personale che non sia cittadino tedesco, in quanto richiederebbe l’adozione di misure specifiche per valutare se i requisiti dei giovani che si presentano per indossare l’uniforme siano aderenti ai principi ed ai valori di una nazione democratica».
Oggi la radicalizzazione avviene sempre più spesso attraverso social, piattaforme di gaming e canali digitali. Le Forze armate dispongono degli strumenti per individuare questi processi?
«Le Forze armate (Usa e Francia), che da tempo hanno esteso il loro reclutamento a cittadini stranieri privi della cittadinanza o giovani provenienti da famiglie di immigrati, hanno oramai adottato protocolli di selezione fisici e psicotecnici che consentono di prevenire, senza garantirne l’assoluta certezza, l’arruolamento di individui radicalizzati. La radicalizzazione in ogni caso può avvenire in seguito al presentarsi di particolari situazioni professionali, come avvenuto a Fort Hood il 5 novembre 2009, quando il maggiore Nidal Hassan, psichiatra militare palestinese-americano, uccise 13 commilitoni e ne ferì altri 30».
Quali controlli potrebbero garantire che persone con simpatie islamiste, ma anche neonaziste o di altre ideologie estremiste, non accedano a incarichi sensibili all’interno delle strutture militari?
«Le istituzioni militari occidentali, oltre alle eventuali informazioni ricevute dagli organismi di sicurezza, hanno la possibilità di osservare ed individuare segnali e comportamenti “particolari” nella condotta delle attività quotidiane in servizio da parte dei comandanti, psicologi e assistenti spirituali. L’istituzione, nel 2006, dell’assistenza spirituale per la religione musulmana ha rappresentato un fattore di normalizzazione della gestione della seconda religione più diffusa all’interno delle Forze armate francesi. In ogni caso, sono da evitare forme di tolleranza interna alle Forze armate verso questi comportamenti».
Se la radicalizzazione dovesse crescere tra le nuove generazioni europee, quali potrebbero essere le conseguenze a lungo termine?
«La radicalizzazione islamista è da anni una preoccupazione per le Forze armate di diversi Paesi occidentali. In Francia sono emersi casi di estremismo tra personale delle forze di sicurezza e militari che hanno rifiutato missioni per motivi religiosi, mentre un recente rapporto segnala i tentativi dei Fratelli musulmani di infiltrarsi nella società. I dati raccolti in Germania dal sistema Motra evidenziano la necessità di rafforzare monitoraggio e prevenzione del fenomeno in tutta Europa».
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Tommaso Foti (Imagoeconomica)
Sabato, a Brescia, il clima era torrido. Eppure il caldo sfiancante non ha impedito a centinaia di persone di affollare la platea per seguire i dibattiti della seconda edizione di «Alzati Europa - Il coraggio della verità», il grande evento organizzato da Paolo Inselvini, eurodeputato di Fratelli d’Italia-Ecr. Una kermesse che ha riunito politici, amministratori, intellettuali, imprenditori per discutere del futuro dell’Europa da una prospettiva conservatrice ma variegata e aperta. I temi culturali e quelli sociali e politici si sono intersecati in modo costruttivo e stimolante, segno che a destra la vitalità e le idee non mancano.
Tra gli ospiti di rilievo della manifestazione c’era il ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e le Politiche di coesione, Tommaso Foti. Il ministro ci ha concesso una lunga intervista che sarà visibile integralmente oggi sul canale Youtube TV Verità. Qui ne riportiamo i passaggi salienti sui temi, più attuali che mai, delle politiche energetiche e green.
Ministro, il clima politico europeo è cambiato. Ma sembra che i vertici di questa Ue, su alcuni temi, fatichino a cambiare atteggiamento. Soprattutto sulle questioni green.
«È indubbio che il condizionamento ideologico della passata Commissione abbia dato un’impronta. Questo vale soprattutto per la burocrazia che è sicuramente chiusa verso l’esterno e che ritiene, a mio avviso sbagliando di grosso, che quanto è stato una volta pensato debba essere vangelo. Il tema dell’energia oggi non riguarda soltanto una questione di natura ambientale. Oggi energia significa innanzitutto indipendenza nazionale e nel caso di specie indipendenza europea. È evidente che nel momento in cui noi abbiamo dei costi dell’energia che sono tre o quattro volte superiori a quelli ad esempio degli Usa, andare sui mercati e competere diventa difficile. È vero che fino a oggi ci siamo difesi grazie alle peculiarità della manifattura italiana, ma oltre una certa soglia non si riesce ad andare. Oggi abbiamo anche dei limiti di tipo produttivo perché le aziende energivore è evidente che si trovano in una situazione di totale impossibilità di competere».
Difficile sostenere il contrario.
«Prendiamo il settore della ceramica. Qualcuno può spiegare che cosa può fare di più di quanto non abbia già fatto, visto che sul piano tecnico non vi è un’alternativa? Non si tratta di dire che c’è un’alternativa molto costosa. No, oltre al limite a cui si è arrivati non si riesce ad andare. E allora significa che si stanno applicando impostazioni ideologiche».
Ha accennato alla ceramica, però c’è un caso emblematico di come le fissazioni green abbiano prodotto disastri: l’industria dell’auto. Il caso di Volkswagen è drammatico.
«È un disastro annunciato. A differenza della ceramica che citavo prima, quello dell’automotive è un disastro che vede anche un po’ di complicità dell’industria dell’automobile. Perché inizialmente non vi è stata l’alzata di scudi che doveva esserci, nella convinzione che si potesse addirittura cambiare linea senza avere particolari scossoni. Poi, pian piano, ci si è resi conto che in realtà il passaggio all’elettrico, che tra l’altro sarà impossibile da effettuare completamente, era ingestibile. E purtroppo l’industria tedesca, ma anche l’industria italiana, soprattutto per quanto riguarda la componentistica, oggi vede nero».
Ritornando al caldo, c’è chi in questi giorni, penso al commissario Ue all’Ambiente Hoekstra, ha sostenuto la necessità di continuare con gli Ets proprio usando le temperature come leva.
«Quello degli Ets è un grande problema su cui si scontrano due impostazioni: la nostra e quella dei Paesi nordici, dove l’industria ha un peso molto diverso da quello che ha altrove. Noi continuiamo a sostenere che sia una tassa aggiuntiva che rischia fortemente di mandare in crisi tutto il settore dell’industria. Loro sostengono, invece, che si tratti semplicemente di fare diventare l’industria più green. In realtà dietro tutto questo cosa si nasconde anche un mercato delle quote, con una speculazione finanziaria che non penso abbia nulla a che vedere con l’ambiente. Ecco perché l’Italia ha insistito molto per la revisione dell’Ets. E posso dire che all’ultimo Consiglio europeo è stata accettata un’impostazione che dovrebbe prevedere, per la metà di luglio, una Commissione europea che dia una indicazione diversa, speriamo nuova, rispetto all’Ets».
Diversa come?
«Quando si dice diversa non si sa mai se è meglio o peggio».
Spesso con l’Ue «diverso» significa peggiore.
«Non a caso ho detto diversa. Spero che non sia da intendere come peggiore. Se così fosse, penso che si dovrebbe riavvolgere il filo e chiedersi se non ci sia dietro un diabolico piano che punti alla deindustrializzazione dell’Europa».
Ultimamente abbiamo visto qualche segnale di cambiamento. Si è parlato addirittura della formazione di una «maggioranza Giorgia». Che in effetti ha ottenuto in materia di immigrazione un cambio di approccio importante.
«Qui bisogna dire una cosa. Sull’immigrazione c’è sicuramente una trasversalità diversa. Faccio un esempio: la Danimarca, che ha sicuramente un governo non di centrodestra, si è messa quasi capofila accanto a Georgia Meloni per la totale inversione del racconto sull’immigrazione. E siamo riusciti finalmente a far passare il principio per cui l’immigrazione clandestina va combattuta anziché alimentata. Sull’industria, invece, vi è una differenza di impostazioni. Se da noi l’industria pesa significativamente e in altri luoghi pesa molto meno, è chiaro che si avverte molto meno in quei luoghi l’impatto di certe misure rispetto a quel che accade da noi».
Quindi anche la «maggioranza Giorgia» ha comunque più difficoltà sulle questioni industriali e sul green.
«Sì, ha più difficoltà. Spero tuttavia che vi sia una convergenza dei grandi Paesi europei, dei grandi della manifattura europea a partire dalla Germania. Qui poi si inserisce un altro argomento».
Quale?
«La Spagna ha un mix di nucleare ed energie rinnovabili che le consente di avere un prezzo dell’energia molto più basso del nostro. Noi paghiamo la scelta idiota di essere usciti dal nucleare. Negli anni Ottanta eravamo leader del nucleare in Europa e ce ne siamo usciti proprio nel momento in cui avevamo indicato a tutti l’alternativa a un mercato molto condizionante sotto il profilo politico. Su questo tema dobbiamo fare ragionare l’Europa. Se il secondo Paese manifatturiero del continente va in crisi non è che gli altri ne possono godere. Semmai ne gode qualche Paese che in questo momento ha una grossissima sovrapproduzione perché non è in grado di avere una domanda interna che assorba. Ogni riferimento alla Cina...».
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L'edificio dove è avvenuta la strage a Casalotti (Roma). Nel riquadro, Shahadat Hossain (Ansa)
Prosegue senza sosta la caccia a Shahadat Hossain, il bengalese di 43 anni ritenuto dagli investigatori l’autore della strage di Casalotti, a Roma. Dell’uomo sembra essersi persa ogni traccia dopo il triplice omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in un appartamento di via Montiglio, dove sono stati uccisi, a colpi di mannaia, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa. Gravemente ferito anche il figlio ventenne della coppia, unico sopravvissuto al massacro.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e condotte dagli investigatori della squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, si muovono su più fronti. Le ricerche sono state estese anche al Regno Unito, dove il ricercato avrebbe la moglie e i figli. Prende corpo anche l’ipotesi che il fuggitivo possa essersi tolto la vita, ragion per cui ricerche coinvolgono il Tevere e i casali abbandonati.
Gli investigatori cercano di ricostruire anche il movente del delitto. L’ipotesi è che tutto sia nato dall’ossessione dell’uomo nei confronti della moglie di Kamal. Hossain frequentava abitualmente l’abitazione di via Montiglio e veniva visto sempre più spesso insieme alla donna, soprattutto quando il marito era al lavoro. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe tentato ancora una volta un approccio sentimentale con la trentottenne, ricevendo però un altro rifiuto. A quel punto avrebbe impugnato una mannaia, scagliandosi prima contro la donna e poi contro la figlia. Il rapporto tra il quarantatreenne, privo di permesso di soggiorno ma con una richiesta di protezione internazionale presentata a Frosinone un anno fa e ancora pendente, e la famiglia era però da tempo al centro dell’attenzione della comunità bengalese.
A confermarlo è Maamoun Maamoun, 55 anni, presidente dell’associazione Brahmanbaria: «Spero che lo prendano al più presto e che sia punito in modo esemplare. Shahadat aveva la moglie e i figli in Inghilterra, ma si era separato. Tutti nella comunità sapevano della relazione con la moglie di Kamal. Pochi giorni prima della tragedia si era tenuta una riunione a Roma per cercare di risolvere la situazione. Kamal era molto arrabbiato perché Hossain continuava a frequentare casa sua cercando la moglie. L’obiettivo era convincerlo ad allontanarsi definitivamente dal quartiere», afferma il presidente. Anche le testimonianze raccolte nel quartiere confermano questa ricostruzione. Diversi residenti raccontano che Hossain accompagnava spesso la donna a fare la spesa e la seguiva quando usciva con la bambina. «Era come se volesse controllarla. Entrava nel nostro locale senza consumare nulla. Succedeva spesso», raccontano dal bar della zona. Tra gli elementi al vaglio della Squadra mobile c’è anche l’ultimo messaggio pubblicato dal killer sul proprio profilo Facebook, circa 24 ore prima della strage. Alle 21.33 del 25 giugno aveva scritto: «Un uomo non muore da solo» e «Dovresti morire con i tuoi cari quando muori. Così nessuno deve soffrire per nessuno». Hossain, domiciliato a Frosinone, secondo gli investigatori sarebbe partito proprio dal capoluogo ciociaro per raggiungere Roma. L’uomo ricercato avrebbe ricoperto in passato incarichi nel Bangladesh nationalist party (Bnp), sia nell’organizzazione italiana sia nel comitato estero del movimento, partecipando all’inizio di giugno a un convegno a Roma in qualità di relatore. Nei prossimi giorni saranno eseguite le autopsie sui corpi delle tre vittime, mentre gli investigatori ritengono fondamentale la testimonianza del figlio ventenne, unico sopravvissuto al massacro.
Sul piano politico, il consigliere municipale di Fratelli d’Italia Marco Giovagnorio attacca la Giunta del Municipio XIII, accusandola di non aver espresso cordoglio per la tragedia e di aver diffuso, nelle stesse ore del triplice omicidio, video di una festa organizzata dal Municipio. Secondo l’esponente di Fdi, gli eventi celebrativi avrebbero dovuto essere sospesi in segno di rispetto per le vittime, la comunità bengalese e l’intero quartiere di Casalotti.
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