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2021-10-15
Draghi incontra i sindacati ma non sente ragioni. «Nessun rinvio del pass»
Ansa
Nessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro.
La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende».
«Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla».
È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.
«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili».
Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati».
Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere.
Letta insulta chi chiede i test gratis
Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare.
Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis.
Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare».
Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
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Cgil, Cisl e Uil scuciono solo l'impegno a calmierare i prezzi dei tamponi. In cabina di regia, però, non se ne parla. E Andrea Orlando ammette: «Per il foglio verde, avvio difficile»Il segretario dem Enrico Letta: «Come un condono agli evasori». Matteo Salvini insiste: «Assurdo ci sia chi rischia il posto». Meloni: «Sarebbe vergognoso scaricare i costi sulle aziende»Lo speciale contiene due articoliNessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro. La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende». «Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla». È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili». Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati». Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-incontra-i-sindacati-ma-non-sente-ragioni-nessun-rinvio-del-pass-2655300391.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-insulta-chi-chiede-i-test-gratis" data-post-id="2655300391" data-published-at="1634248702" data-use-pagination="False"> Letta insulta chi chiede i test gratis Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare. Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis. Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare». Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.