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2021-10-15
Draghi incontra i sindacati ma non sente ragioni. «Nessun rinvio del pass»
Ansa
Nessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro.
La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende».
«Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla».
È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.
«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili».
Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati».
Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere.
Letta insulta chi chiede i test gratis
Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare.
Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis.
Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare».
Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
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Cgil, Cisl e Uil scuciono solo l'impegno a calmierare i prezzi dei tamponi. In cabina di regia, però, non se ne parla. E Andrea Orlando ammette: «Per il foglio verde, avvio difficile»Il segretario dem Enrico Letta: «Come un condono agli evasori». Matteo Salvini insiste: «Assurdo ci sia chi rischia il posto». Meloni: «Sarebbe vergognoso scaricare i costi sulle aziende»Lo speciale contiene due articoliNessun passo indietro, nessun ripensamento. Neanche i sindacati, con i quali il premier Mario Draghi ha un eccellente rapporto, riescono a strappare un rinvio. Oggi entra in vigore il green pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, ma l'unica, piccola concessione, che il governo sembra avere intenzione di fare, è quella di ridurre il costo dei tamponi per i non vaccinati che hanno bisogno del test negativo per ottenere il certificato verde e poter accedere al posto di lavoro. Sono circa 3,3 milioni (350.000 dipendenti pubblici, 2 milioni e 200.000 privati e 750.000 autonomi), ricordiamolo, i lavoratori pubblici e privati che non hanno ancora ricevuto neanche una dose di vaccino, obbligati da questa mattina, per evitare le sanzioni, a sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Considerato che un test rapido costa 15 euro, ogni lavoratore non vaccinato dovrebbe spendere 45 euro a settimana, poco meno di 200 euro al mese, per andare a lavorare. Fino al 31 dicembre, la spesa è di 500 euro. La vigilia del green caos, per il governo Draghi, inizia alle 9.45 di ieri mattina: il presidente del Consiglio riunisce a Palazzo Chigi i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. Al vertice è presente il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Si tenta di trovare una soluzione ai mille problemi ancora aperti, a meno di 24 ore dall'entrata in vigore del green pass obbligatorio per il mondo del lavoro. I leader sindacali fanno presente a Draghi e Orlando che i nodi da sciogliere sono ancora tantissimi, dai controlli alla validità del tampone, dal costo dei test alla enorme mole di richieste che da stamattina le farmacie si troveranno a fronteggiare. La richiesta dei sindacati è quella di rinviare l'entrata in vigore dell'obbligo, ma Draghi risponde picche. Per il governo sarebbe una figuraccia clamorosa, il premier non arretra. Si passa alle subordinate: la preoccupazione dei leader sindacali diventa quella di alleggerire il costo dei tamponi per evitare un vero e proprio salasso ai lavoratori. Su questo fronte, Draghi mostra di essere disponibile a trattare. La riunione dura mezz'ora in tutto. «Abbiamo chiesto», dice all'uscita da Palazzo Chigi il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a Rai Radio 1, «di rinviare l'applicazione del green pass almeno fino alla fine di ottobre, ma la risposta è stata negativa. Il governo ritiene che sia uno strumento indispensabile. Sulla richiesta della gratuità dei tamponi», aggiunge Bombardieri, «il governo si è detto disponibile a ragionare sul fatto che abbiano un prezzo calmierato. Verificheranno nelle prossime ore. Stiamo facendo accordi per tamponi gratuiti in molte aziende». «Abbiamo colto l'occasione», sottolinea il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, «per segnalare al governo che è il momento di andare su una strada che introduca un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito d'imposta sulle spese di sanificazione per affrontare questa questione. Solo alcune imprese però stanno pagando i tamponi dei propri lavoratori mentre personalmente», aggiunge Landini, «penso che sarebbe molto importante che le imprese tutte assumessero l'onere del pagamento del tampone per tutti i lavoratori». «Il presidente Draghi», sottolinea il leader della Cisl, Luigi Sbarra, «ci ha assicurato che nelle prossime ore il governo deciderà anche sulle eventuali iniziative in questo senso». Chiude la porta alla possibilità che il costo dei tamponi sia sostenuto dalle aziende il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Per noi», sottolinea Bonomi, «essendoci una disposizione di legge il costo dei tamponi deve essere a carico di coloro che lo devono fare. Da parte nostra questa è la posizione, non è cambiato nulla». È il ministro Orlando a esprimere la posizione del governo: «Io ho sempre detto calmierazione sì, gratuità no. Credo debba restare questo principio». Nella cabina di regia di ieri pomeriggio, però, di tamponi, prezzi calmierati e credito d'imposta per le imprese che li procurano ai dipendenti, non si discute.«I portuali di Trieste chiedono di posticipare l'avvio del green pass obbligatorio? Io penso», taglia corto Orlando, «che posticipare significhi solo rallentare una battaglia da vincere il prima possibile, per mettere fine ad una stagione drammatica che hanno pagato e pagheranno soprattutto i più fragili». Orlando ammette che il governo teme, anzi prevede, difficoltà per l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro: «Credo sarà un passaggio non semplice», spiega Orlando, «un avvio sicuramente complicato. Era nell'ordine delle cose. Ma è il prezzo da pagare per spingere nella direzione giusta il paese verso la vaccinazione e la sconfitta del virus. Io credo che disagi possono essere ridotti. Io penso che ci siano le condizioni affinché disagi e difficoltà siano ridotti al minimo», conclude il ministro del Lavoro, «se c'è la buona volontà di tutti e lo spirito di confronto che oggi si è manifestato nell'incontro con i sindacati». Che Dio ce la mandi buona, dunque: il governo sembra aver messo in conto che quella di oggi potrebbe essere una giornata durissima per l'Italia, una giornata di ordinario green caos, la prima di una lunga serie. Eppure, la volontà di andare avanti su questa strada, nonostante avvertimenti, proteste, suggerimenti, inviti a una maggiore cautela, sembra più forte di ogni preoccupazione. Il governo procede con il piede premuto sull'acceleratore, anche se la sensazione è che stia andando a sbattere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-incontra-i-sindacati-ma-non-sente-ragioni-nessun-rinvio-del-pass-2655300391.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-insulta-chi-chiede-i-test-gratis" data-post-id="2655300391" data-published-at="1634248702" data-use-pagination="False"> Letta insulta chi chiede i test gratis Che caos sia, dunque. Non è bastato un diluvio di segnalazioni da imprenditori, sindacati, organizzazioni di categoria e semplici cittadini per far recedere il governo dall'intenzione di far partire da stamani l'obbligo del green pass per tutti i lavoratori. Un ultimo tentativo è stato fatto ieri da Cgil, Cisl e Uil che avevano cercato una mediazione con il governo, nel corso dell'incontro a Palazzo Chigi, almeno sulla data di entrata in vigore delle nuove norme, chiedendo che venissero spostate di un paio di settimane, come ha rivelato il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, dopo il faccia a faccia con Mario Draghi. Fumata nera anche sulla gratuità dei tamponi, su cui pure una parte consistente della politica aveva cominciato a convergere, con un fronte bipartisan che comprendeva il garante del M5s Beppe Grillo, il leader della Lega Matteo Salvini e, all'opposizione, Giorgia Meloni. Il premier si è limitato a far filtrare una generica disponibilità dell'esecutivo a valutare prezzi calmierati e comunque a carico delle imprese, cosa che tra l'altro è assolutamente indigesta a numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, per il quale il tampone dovrebbe essere a carico di chi lo deve fare. Eppure solo un paio di giorni fa sembrava che il buonsenso invocato da più parti potesse fare breccia, vista anche la famosa circolare del Viminale sui lavoratori portuali, ma ci ha pensato il Pd a far salire il livello dello scontro politico e a mandare tutto all'aria. Anche ieri, infatti, mentre nella sede del governo si svolgeva il faccia a faccia con i sindacati, il segretario del Pd, Enrico Letta, sparava a palle incatenate sul centrodestra e su quanti stavano chiedendo la gratuità dei tamponi, addirittura equiparando questi ultimi agli evasori fiscali: «Il tampone gratuito», ha affermato Letta, «è come i condoni per chi non paga le tasse. Noi siamo contrari a questa logica», ha aggiunto, «è giusto premiare chi osserva le regole». D'altra parte, le parole del segretario dem hanno fatto seguito a quelle con cui il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva spento sul nascere la prospettiva di un accordo politico sui tamponi gratis. Di fronte agli attacchi coordinati degli esponenti del Pd e dei suoi alleati e agli esiti del vertice di Palazzo Chigi, la presidente di Fdi, Giorgia Meloni, non ha usato mezze misure: «È inaudito e intollerabile», ha dichiarato, «che questo governo scarichi la scelta scellerata di applicare il green pass come lasciapassare governativo per andare a lavorare sulle spalle delle imprese già in crisi e piegate dalla pandemia», reiterando la richiesta per tamponi «interamente coperti dallo Stato, senza che ricadano né sui lavoratori né sulle aziende. È un precedente pericoloso», ha aggiunto, «oggi senza il green pass i lavoratori non hanno il diritto a lavorare». Su questo fronte, da registrare la tenuta dell'asse M5s-Lega, che già si era palesato con le parole di Grillo dei giorni scorsi. Mentre infatti Salvini incalzava Draghi reclamando «tamponi rapidi e a prezzo calmierato» per salvaguardare il diritto al lavoro e facendo presente che «l'hanno chiesto anche i sindacati», il leader pentastellato Giuseppe Conte pubblicava sui sui social un lungo post in cui si augurava un «impegno chiaro da parte del governo» sui tamponi a prezzo calmierato. Conte ha anche proposto «una rimodulazione dell'accesso ai luoghi di lavoro e l'uso stesso del green pass» per autotrasportatori e braccianti.
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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