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2018-10-26
Draghi ammette: lo spread è guerra politica
ANSA
Stavolta non ha detto «whatever it takes», farò tutto ciò che è necessario. Mario Draghi, governatore della banca centrale europea, ha rivestito la divisa d'ordinanza fornita a Francoforte senza aggiungere nessun accessorio personalizzato. All'allarme lanciato dal ministro Giovanni Tria («Lo spread a 320 a lungo non è sostenibile per via del rischio banche»), il governatore ha risposto con una sigla, Omt. Si tratta dell'arma anti spread, Outright monetary transactions, figlio del compromesso: un'operazione di salvataggio alla quale la Bce attribuisce (per non irritare troppo la Bundesbank?) una funzione tipica di una banca centrale, cioè la salvaguardia del canale di trasmissione della politica monetaria, messo a rischio dal balzo dei tassi di mercato. Di fatto, con l'Omt l'eurozona ha una banca centrale in grado di farsi carico del debito pubblico. Con una sola, enorme clausola, cioè l'intervento dell'Esm, il meccanismo di stabilità, che implica di fatto il commissariamento del Paese. Non a caso l'Omt non è mai stato utilizzato. Il fatto che ieri Draghi l'abbia citato due volte rende bene l'idea della distanza dall'esecutivo italiano. Il numero uno della Bce ha infatti ribadito che anche dopo il termine del quantitative easing continuerà con la politica monetaria espansiva e lo si vedrà dai riacquisti dei titoli a lunga scadenza. Tutto ciò però ha un valore spalmato sull'intera Unione, e non può essere diversificata per singole nazioni. Non solo. Un giornalista del New York Times ieri ha chiesto al governatore che cosa accadrebbe in caso di bocciatura del rating sovrano italiano e impossibilità di acquistare i titoli (sotto la soglia dell'investment grade) la risposta di Draghi è stata «What if? I don't know». In sostanza saremmo di fronte a una terra incognita. Tant'è che, da vero democristiano, il governatore spiega che se lo spread sale va in crisi il capitale delle banche e calano i margini di manovra, e conclude che il suo auspicio sta nel fatto che governo gialloblù e Commissione Ue trovino un accordo sulla via del buon senso. «Non spetta alle banche centrali un ruolo di mediazione. Per raggiungere un'intesa serve comune buon senso», ha detto espressamente il governatore, il quale per il resto ha snocciolato le decisioni prese durante il direttivo.
Per quanto riguarda le decisioni di politica monetaria, il Consiglio dei governatori della banca centrale europea ha lasciato i tassi invariati e confermato la exit strategy dal quantitative easing. Le prospettive economiche dell'eurozona, ha aggiunto Draghi, restano in espansione sebbene i dati segnalino un indebolimento della crescita. «E l'Italia è tra i fattori di rischio, insieme alla Brexit, alla guerra commerciale, alla volatilità dei mercati» e al cattivo andamento dell'industria dell'auto tedesca nell'ultimo trimestre, aggiungiamo noi. Agganciandosi a questo ragionamento, vale la pena riportare le dichiarazioni del ministro agli Affari europei, Paolo Savona, rilasciate due ore dopo la conferenza stampa di Francoforte. «Il governo non cambierà la manovra ma la rinvierà tale e quale a Bruxelles», ha detto Savona, ospite a Sky Tg24. «La manovra non sarà corretta su questo non c'è alcun dubbio. Se lo spread ci sfugge, così come abbiamo deciso in Consiglio dei ministri, noi non riesamineremo la manovra, ma il contesto nel quale ci poniamo». La posizione di Savona cozza con la richiesta inviata alla Bce di trovare una soluzione alle turbolenze (anche se ieri si sono messe alla finestra con uno spread sceso a 309 punti base)? Ovviamente l'opposizione definisce il concetto sovranista come una bolla che si deve astrarre da qualunque contesto. Secondo Savona non è così. Significa che la politica detta all'Unione europea le linee guida della flessibilità e del cambiamento. La risposta di Draghi fa riferimento a una situazione cristallizzata al 26 ottobre del 2017, quando la Bce ha cominciato a chiudere i rubinetti della liquidità.
L'Italia chiede un rimescolamento delle carte e una politica monetaria correlata in qualche modo alle decisioni di bilancio: in pratica un diverso fiscal compact. Per Draghi alla domanda come si fa a fermare lo spread la risposta è: con una solida politica di bilancio. Per il governo, con una solida politica di investimenti. In sostanza Savona chiede alla Bce di fare prestatore di ultima istanza fino a che l'effetto degli investimenti non raggiunga il Pil. A quel punto, scendendo il rapporto con il debito, scenderà di conseguenza anche lo spread a livello strutturale.
Le posizioni sono evidentemente molto lontano e la sportellata di Draghi lascia aperta solo una strada: di nuovo il braccio di ferro con la Commissione. Il gioco è molto pericoloso, perché funziona per chi si ferma per primo. Salvo che poi l'altro cade nel burrone a trascina a sua volta il compagno. Bisogna prendere però atto che il mondo attorno all'Europa è cambiato.
L'effetto Obama è finalmente svanito, gli Usa sono tornati a interessarsi del Mediterraneo e hanno avviato una politica di dazi che schiaccia il Vecchio Continente a metà strada tra l'Atlantico e il pacifico. La Germania non è più locomotiva e rimane agganciata alla Cina per necessità. La fine del Qe e le scelte del fiscal compact sono relativamente recenti ma molto distanti dagli eventi alleati. Chi sostiene le scelte della Commissione Ue come l'unica strada possibile per l'Europa dimentica i timori avanzati nel 1989 dall'ex cancelliere Tory, Nigel Lawson. Il consigliere di Margaret Thatcher ebbe a dire alla Chatam house: «Che sorta di area comune finanziaria europea ci dobbiamo aspettare», esordì Lawson ribadendo ciò che più volte aveva sostenuto (nessuno degli obiettivi né monetario né fiscale avrebbe potuto prescindere dal single market): libertà di circolazione di beni, servizi e capitali con più competizione e meno Stato. «Invece», proseguì, «c'è chi cerca di arrivare all'Unione nel 1992 con regole sopranazionali, dove però le barriere non saranno tirate giù, ma saranno innalzati i controlli e le restrizioni. E persino chi credendo il regime liberale inevitabile (ma non invidiabile) cerca di creare un club esclusivo europeo nel quale il single market non è deciso dalla tendenza alle liberalizzazioni ma circoscritto da tutte le norme erette in sua difesa».
Ecco la nuova contingenza economica, la crisi che si sta affacciando nuovamente alle porte del Vecchio Continente impone un cambio di passo. Lo spread è la conseguenza, prima si deve comprendere la causa della cura. Ieri serta è arrivato infine l'endorsement di Donald Trump. »Ho parlato con Conte», ha scritto, «sta facendo un ottimo lavoro sull'immigrazione e pure la politica economica avrà successo». Un messaggio diretto a Bruxelles più che a Roma.
Claudio Antonelli
I bilanci sbalestrati di Dombrovskis e Moscovici, i due censori dell’Italia
Negli ultimi mesi, nostro malgrado, c'è toccato avere a che fare molto spesso con la premiata ditta formata dal francese Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici e monetari, e dal lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea. Prima che Bruxelles decidesse di aprire un fuoco di fila sul governo Conte a seguito della decisione di strappare sul deficit, le loro apparizioni sulla stampa nostrana erano sporadiche e ben circostanziate. Da qualche tempo a questa parte, invece, non si fa in tempo ad arrivare all'ora di cena senza che uno dei due membri della coppia regali una velenosa chicca nei confronti dell'Italia.
Dopo un'estate nella quale a tenere banco è stata la questione migranti, le polemiche sono entrate nel vivo con l'approssimarsi della scadenza per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def. Lo stesso Moscovici è stato il primo euroburocrate a scagliarsi contro la decisione del governo italiano di portare il deficit al 2,4% sul Pil. Un giudizio perfettamente in linea con quello del «compare» lettone, che pochi giorni dopo lamentava l'incompatibilità della bozza di Bilancio italiana con le regole europee. Il sodalizio ha raggiunto il suo vertice, anche dal punto di vista scenico, con la conferenza stampa di martedì pomeriggio durante la quale Moscovici e Dombrovskis hanno formalizzato la decisione della Commissione Ue di bocciare la manovra.
Se diamo un veloce sguardo al passato di questi figuri, che oggi si divertono a fare i bulli in giro per l'Europa, non possiamo certo dire di trovarci di fronte a due politici di successo. Il socialista Pierre Moscovici è stato prima ministro degli Affari europei dal 1997 al 2002 sotto Lionel Jospin, per poi ricoprire l'incarico di ministro delle Finanze dal 2012 al 2014 nel governo guidato da Jean Marc Ayrault. Memorabile l'editoriale pubblicato nel 2013 dal New York Times, nel quale viene dipinto letteralmente alla stregua di un politico incapace. Durante il suo mandato il deficit francese, pur calando di poco più di un punto (dal 5% nel 2012 al 3,9% nel 2014), ha sforato costantemente il rapporto deficit/Pil previsto dai trattati europei. Per contro, nello stesso periodo, il debito pubblico ha fatto segnare un incremento del 4,3%, pari a un valore assoluto di quasi 150 miliardi. Debole la crescita, appena pochi decimali sopra lo zero. Dov'era in quegli anni la tanto amata austerità, che oggi il caro Pierre desidera rifilarci? Richiamato nel 2013 sull'osservanza del parametro del 3%, l'allora ministro sbottava contro la visione «neoliberista» della Commissione, adducendo come scusa il fatto di essere «socialista». «Noi in Francia», aggiungeva, «abbiamo elezioni, abbiamo scelte politiche, stiamo portando avanti la nostra strada». Lo stesso personaggio che oggi ci rimprovera su deficit e debito, solo qualche anno fa difendeva la sovranità francese, mostrandosi insofferente alle regole europee. Difficile, perciò, dargli credito oggi.
Veniamo al lettone Valdis Dombrovskis, premier della piccola repubblica baltica dal 2009 al 2014. Per quel che può valere (giova pur sempre ricordare che stiamo parlando del centoduesimo Paese al mondo per valore assoluto del Pil e del cinquantaduesimo per reddito pro capite), in quegli anni in effetti il deficit tornò sul livelli accettabili, ma il debito aumentò di 5 punti percentuali (dal 35,8% al 40,9%) mentre la crescita, dopo un primo rimbalzo dovuto alla fine della crisi, rimase piuttosto stagnante. Niente male, per un Paese che nel decennio 2007-2016 ha ricevuto dall'Ue quasi 7 miliardi in più di quanti ne abbia versati. Il premier rassegnò le dimissioni a fine 2013 a seguito della morte di 54 persone a causa di un crollo di un tetto di un supermercato a Riga. «Il Paese ha bisogno di un governo in grado di risolvere la situazione che è emersa», dichiarò in quell'occasione. Nel frattempo, la Lettonia è assurta agli onori delle cronache per le vicende legate riciclaggio di denaro, culminate a febbraio con la liquidazione della banca Ablv e con l'arresto del governatore Ilmars Rimsevics, membro del board Bce. Uno scandalo che ha provocato l'imbarazzo di Mario Draghi e dell'Europa intera.
Antonio Grizzuti
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Scambio a distanza con Paolo Savona. Il capo della Bce: «Sono ottimista su un accordo tra Italia e Commissione Ue, ma sui titoli di Stato contano le scelte fiscali». Il ministro: «Non cambieremo la manovra, è suo compito intervenire per tutelare la stabilità».Il commissario transalpino calpestò le regole dell'Unione da ministro. Il vicepresidente lettone era campione nel debito.Lo speciale contiene due articoliStavolta non ha detto «whatever it takes», farò tutto ciò che è necessario. Mario Draghi, governatore della banca centrale europea, ha rivestito la divisa d'ordinanza fornita a Francoforte senza aggiungere nessun accessorio personalizzato. All'allarme lanciato dal ministro Giovanni Tria («Lo spread a 320 a lungo non è sostenibile per via del rischio banche»), il governatore ha risposto con una sigla, Omt. Si tratta dell'arma anti spread, Outright monetary transactions, figlio del compromesso: un'operazione di salvataggio alla quale la Bce attribuisce (per non irritare troppo la Bundesbank?) una funzione tipica di una banca centrale, cioè la salvaguardia del canale di trasmissione della politica monetaria, messo a rischio dal balzo dei tassi di mercato. Di fatto, con l'Omt l'eurozona ha una banca centrale in grado di farsi carico del debito pubblico. Con una sola, enorme clausola, cioè l'intervento dell'Esm, il meccanismo di stabilità, che implica di fatto il commissariamento del Paese. Non a caso l'Omt non è mai stato utilizzato. Il fatto che ieri Draghi l'abbia citato due volte rende bene l'idea della distanza dall'esecutivo italiano. Il numero uno della Bce ha infatti ribadito che anche dopo il termine del quantitative easing continuerà con la politica monetaria espansiva e lo si vedrà dai riacquisti dei titoli a lunga scadenza. Tutto ciò però ha un valore spalmato sull'intera Unione, e non può essere diversificata per singole nazioni. Non solo. Un giornalista del New York Times ieri ha chiesto al governatore che cosa accadrebbe in caso di bocciatura del rating sovrano italiano e impossibilità di acquistare i titoli (sotto la soglia dell'investment grade) la risposta di Draghi è stata «What if? I don't know». In sostanza saremmo di fronte a una terra incognita. Tant'è che, da vero democristiano, il governatore spiega che se lo spread sale va in crisi il capitale delle banche e calano i margini di manovra, e conclude che il suo auspicio sta nel fatto che governo gialloblù e Commissione Ue trovino un accordo sulla via del buon senso. «Non spetta alle banche centrali un ruolo di mediazione. Per raggiungere un'intesa serve comune buon senso», ha detto espressamente il governatore, il quale per il resto ha snocciolato le decisioni prese durante il direttivo.Per quanto riguarda le decisioni di politica monetaria, il Consiglio dei governatori della banca centrale europea ha lasciato i tassi invariati e confermato la exit strategy dal quantitative easing. Le prospettive economiche dell'eurozona, ha aggiunto Draghi, restano in espansione sebbene i dati segnalino un indebolimento della crescita. «E l'Italia è tra i fattori di rischio, insieme alla Brexit, alla guerra commerciale, alla volatilità dei mercati» e al cattivo andamento dell'industria dell'auto tedesca nell'ultimo trimestre, aggiungiamo noi. Agganciandosi a questo ragionamento, vale la pena riportare le dichiarazioni del ministro agli Affari europei, Paolo Savona, rilasciate due ore dopo la conferenza stampa di Francoforte. «Il governo non cambierà la manovra ma la rinvierà tale e quale a Bruxelles», ha detto Savona, ospite a Sky Tg24. «La manovra non sarà corretta su questo non c'è alcun dubbio. Se lo spread ci sfugge, così come abbiamo deciso in Consiglio dei ministri, noi non riesamineremo la manovra, ma il contesto nel quale ci poniamo». La posizione di Savona cozza con la richiesta inviata alla Bce di trovare una soluzione alle turbolenze (anche se ieri si sono messe alla finestra con uno spread sceso a 309 punti base)? Ovviamente l'opposizione definisce il concetto sovranista come una bolla che si deve astrarre da qualunque contesto. Secondo Savona non è così. Significa che la politica detta all'Unione europea le linee guida della flessibilità e del cambiamento. La risposta di Draghi fa riferimento a una situazione cristallizzata al 26 ottobre del 2017, quando la Bce ha cominciato a chiudere i rubinetti della liquidità. L'Italia chiede un rimescolamento delle carte e una politica monetaria correlata in qualche modo alle decisioni di bilancio: in pratica un diverso fiscal compact. Per Draghi alla domanda come si fa a fermare lo spread la risposta è: con una solida politica di bilancio. Per il governo, con una solida politica di investimenti. In sostanza Savona chiede alla Bce di fare prestatore di ultima istanza fino a che l'effetto degli investimenti non raggiunga il Pil. A quel punto, scendendo il rapporto con il debito, scenderà di conseguenza anche lo spread a livello strutturale. Le posizioni sono evidentemente molto lontano e la sportellata di Draghi lascia aperta solo una strada: di nuovo il braccio di ferro con la Commissione. Il gioco è molto pericoloso, perché funziona per chi si ferma per primo. Salvo che poi l'altro cade nel burrone a trascina a sua volta il compagno. Bisogna prendere però atto che il mondo attorno all'Europa è cambiato. L'effetto Obama è finalmente svanito, gli Usa sono tornati a interessarsi del Mediterraneo e hanno avviato una politica di dazi che schiaccia il Vecchio Continente a metà strada tra l'Atlantico e il pacifico. La Germania non è più locomotiva e rimane agganciata alla Cina per necessità. La fine del Qe e le scelte del fiscal compact sono relativamente recenti ma molto distanti dagli eventi alleati. Chi sostiene le scelte della Commissione Ue come l'unica strada possibile per l'Europa dimentica i timori avanzati nel 1989 dall'ex cancelliere Tory, Nigel Lawson. Il consigliere di Margaret Thatcher ebbe a dire alla Chatam house: «Che sorta di area comune finanziaria europea ci dobbiamo aspettare», esordì Lawson ribadendo ciò che più volte aveva sostenuto (nessuno degli obiettivi né monetario né fiscale avrebbe potuto prescindere dal single market): libertà di circolazione di beni, servizi e capitali con più competizione e meno Stato. «Invece», proseguì, «c'è chi cerca di arrivare all'Unione nel 1992 con regole sopranazionali, dove però le barriere non saranno tirate giù, ma saranno innalzati i controlli e le restrizioni. E persino chi credendo il regime liberale inevitabile (ma non invidiabile) cerca di creare un club esclusivo europeo nel quale il single market non è deciso dalla tendenza alle liberalizzazioni ma circoscritto da tutte le norme erette in sua difesa». Ecco la nuova contingenza economica, la crisi che si sta affacciando nuovamente alle porte del Vecchio Continente impone un cambio di passo. Lo spread è la conseguenza, prima si deve comprendere la causa della cura. Ieri serta è arrivato infine l'endorsement di Donald Trump. »Ho parlato con Conte», ha scritto, «sta facendo un ottimo lavoro sull'immigrazione e pure la politica economica avrà successo». Un messaggio diretto a Bruxelles più che a Roma. 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Da qualche tempo a questa parte, invece, non si fa in tempo ad arrivare all'ora di cena senza che uno dei due membri della coppia regali una velenosa chicca nei confronti dell'Italia. Dopo un'estate nella quale a tenere banco è stata la questione migranti, le polemiche sono entrate nel vivo con l'approssimarsi della scadenza per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def. Lo stesso Moscovici è stato il primo euroburocrate a scagliarsi contro la decisione del governo italiano di portare il deficit al 2,4% sul Pil. Un giudizio perfettamente in linea con quello del «compare» lettone, che pochi giorni dopo lamentava l'incompatibilità della bozza di Bilancio italiana con le regole europee. Il sodalizio ha raggiunto il suo vertice, anche dal punto di vista scenico, con la conferenza stampa di martedì pomeriggio durante la quale Moscovici e Dombrovskis hanno formalizzato la decisione della Commissione Ue di bocciare la manovra. Se diamo un veloce sguardo al passato di questi figuri, che oggi si divertono a fare i bulli in giro per l'Europa, non possiamo certo dire di trovarci di fronte a due politici di successo. Il socialista Pierre Moscovici è stato prima ministro degli Affari europei dal 1997 al 2002 sotto Lionel Jospin, per poi ricoprire l'incarico di ministro delle Finanze dal 2012 al 2014 nel governo guidato da Jean Marc Ayrault. Memorabile l'editoriale pubblicato nel 2013 dal New York Times, nel quale viene dipinto letteralmente alla stregua di un politico incapace. Durante il suo mandato il deficit francese, pur calando di poco più di un punto (dal 5% nel 2012 al 3,9% nel 2014), ha sforato costantemente il rapporto deficit/Pil previsto dai trattati europei. Per contro, nello stesso periodo, il debito pubblico ha fatto segnare un incremento del 4,3%, pari a un valore assoluto di quasi 150 miliardi. Debole la crescita, appena pochi decimali sopra lo zero. Dov'era in quegli anni la tanto amata austerità, che oggi il caro Pierre desidera rifilarci? Richiamato nel 2013 sull'osservanza del parametro del 3%, l'allora ministro sbottava contro la visione «neoliberista» della Commissione, adducendo come scusa il fatto di essere «socialista». «Noi in Francia», aggiungeva, «abbiamo elezioni, abbiamo scelte politiche, stiamo portando avanti la nostra strada». Lo stesso personaggio che oggi ci rimprovera su deficit e debito, solo qualche anno fa difendeva la sovranità francese, mostrandosi insofferente alle regole europee. Difficile, perciò, dargli credito oggi. Veniamo al lettone Valdis Dombrovskis, premier della piccola repubblica baltica dal 2009 al 2014. Per quel che può valere (giova pur sempre ricordare che stiamo parlando del centoduesimo Paese al mondo per valore assoluto del Pil e del cinquantaduesimo per reddito pro capite), in quegli anni in effetti il deficit tornò sul livelli accettabili, ma il debito aumentò di 5 punti percentuali (dal 35,8% al 40,9%) mentre la crescita, dopo un primo rimbalzo dovuto alla fine della crisi, rimase piuttosto stagnante. Niente male, per un Paese che nel decennio 2007-2016 ha ricevuto dall'Ue quasi 7 miliardi in più di quanti ne abbia versati. Il premier rassegnò le dimissioni a fine 2013 a seguito della morte di 54 persone a causa di un crollo di un tetto di un supermercato a Riga. «Il Paese ha bisogno di un governo in grado di risolvere la situazione che è emersa», dichiarò in quell'occasione. Nel frattempo, la Lettonia è assurta agli onori delle cronache per le vicende legate riciclaggio di denaro, culminate a febbraio con la liquidazione della banca Ablv e con l'arresto del governatore Ilmars Rimsevics, membro del board Bce. Uno scandalo che ha provocato l'imbarazzo di Mario Draghi e dell'Europa intera. Antonio Grizzuti
Donald Trump (Ansa)
«L’Iran deve accettare di non dotarsi mai di armi nucleari o bombe atomiche. Lo Stretto di Hormuz deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi, per il libero traffico marittimo in entrambe le direzioni», ha specificato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Tutte le mine acquatiche (bombe), se presenti, saranno neutralizzate (abbiamo già rimosso, tramite detonazione, numerose mine di questo tipo con i nostri potenti dragamine sottomarini). L’Iran completerà immediatamente la rimozione e/o la detonazione di tutte le mine rimanenti». «Le navi bloccate nello Stretto a causa del nostro blocco navale incredibile e senza precedenti, che ora verrà revocato, possono iniziare il processo di ritorno a casa!», ha proseguito. L’inquilino della Casa Bianca ha anche dichiarato che la «polvere nucleare» iraniana sarà «dissotterrata» e distrutta da Washington in coordinamento con l’Aiea e con la stessa Repubblica islamica.
L’altro ieri, Axios aveva riferito che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo, ma che mancava ancora l’ok definitivo sia di Trump che della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Al di là dei dettagli già resi noti dalla testata, ieri il New York Times ha rivelato che, in caso, l’intesa prevedrebbe anche un fondo d’investimento postbellico da 300 miliardi di dollari, finalizzato alla ricostruzione economica di Teheran. Tutto questo, mentre, nella serata di mercoledì, era stato espresso cauto ottimismo da vari rappresentanti dell’amministrazione statunitense. «Non ci siamo ancora, ma ci siamo molto vicini. Continueremo a lavorarci su», aveva affermato JD Vance, riferendosi alla possibilità di un accordo tra Washington e Teheran. Al contempo, il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, aveva detto che Trump risultava «direttamente e personalmente coinvolto nei negoziati». Nel frattempo, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ricevuto a Washington il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Non è del resto un mistero che il governo di Islamabad stia svolgendo un ruolo centrale per mediare un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Piuttosto fredda è invece apparsa la reazione di Teheran all’annuncio effettuato ieri dal presidente americano. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, la Repubblica islamica avrebbe, sì, confermato che l’accordo con gli Stati Uniti sarebbe nelle fasi finali di ratifica, ma ha anche aggiunto che non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva. La stessa testata ha inoltre riferito che, contrariamente a quanto asserito da Trump, nell’intesa non sarebbe prevista né la riapertura di Hormuz senza pedaggi né la distruzione del materiale atomico iraniano. Vale comunque la pena di ricordare che l’agenzia Fars è considerata assai vicina alle Guardie della rivoluzione: vale a dire a quel potere che, all’interno del regime khomeinista, è maggiormente favorevole a tenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito a Reuters che le due parti avrebbero raggiunto una «intesa politica» ma che l’accordo vero e proprio non sarebbe ancora stato concluso. «Per quanto riguarda l’intesa, come ho detto parlando con voi, lo scambio di messaggi continua, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo», ha infine fatto sapere il ministero degli Esteri della Repubblica islamica.
Come che sia, nonostante i progressi diplomatici, Washington e Teheran non hanno rinunciato a mostrare i muscoli. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha detto che la Repubblica islamica «conquisterà i suoi diritti non attraverso il dialogo, ma con i missili». Dall’altra parte, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni volte a colpire il greggio iraniano e, in particolare, le Guardie della rivoluzione. Al contempo, il dossier di Hormuz resta centrale. Proprio ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere della «futura amministrazione» dello Stretto.
E così, mentre la situazione diplomatica ieri sera restava sospesa, i due contendenti tendono comunque ad avvicinarsi a causa dei rispettivi problemi. Trump ha necessità di chiudere il conflitto sia per scongiurare il pantano che per far abbassare il costo dell’energia. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha invece bisogno di arrivare a un accordo per alleviare le significative sofferenze economiche in cui versa il regime khomeinista: in tal senso, nonostante l’opposizione dei pasdaran, spera nella diplomazia per ottenere la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Vedremo quindi come si svilupperà la questione nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
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Vladimir Putin (Ansa)
Sono insorti i leader europei e la Nato dopo che un drone, già bollato come russo, ha invaso lo spazio aereo rumeno colpendo un condominio. Non hanno però battuto ciglio quando a sconfinare sono stati i velivoli senza pilota ucraini.
L’incidente è stato annunciato dal ministero della Difesa rumeno: mentre nella notte la Russia stava attaccando l’Ucraina «in prossimità del confine fluviale» con la Romania, «uno di questi droni è entrato nello spazio aereo rumeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati e si è schiantato sul tetto di un condominio, provocando un incendio». A essere feriti leggermente sono stati una donna e un bambino. Poco dopo, il generale di brigata rumeno Gheorghe Maxim ha rivelato che il velivolo senza pilota ha percorso 10 km a bassa quota, scomparendo dai radar dopo quattro minuti. Per il generale si è trattato di un intervallo di tempo troppo breve per qualsiasi risposta tempestiva. Secondo il presidente della Romania, Nicusor Dan, si tratta «del più grave incidente di sicurezza» nel Paese «dall’inizio della guerra». Ritenendo Mosca «responsabile», l’ha tacciata di dimostrare «un totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno Stato membro della Nato». Ha poi comunicato che l’Alleanza atlantica è pronta a trasferire una parte delle sue attrezzature della difesa alla Romania in via provvisoria. Peraltro, è stato reso noto che il ministero degli Interni rumeno ha ordinato due velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan di Leonardo. Nel frattempo, Bucarest ha dichiarato il console generale della Russia a Costanza «persona non grata», chiudendo il consolato generale russo. Solo nel pomeriggio il ministero della Difesa rumeno ha riferito che il drone è «probabilmente un Geran 2 di provenienza russa». Dan ha in seguito dichiarato che il drone era stato colpito dalla difesa aerea ucraina, facendogli cambiare traiettoria. Dan ha tuttavia sottolineato che la responsabilità dell’incidente ricade sulla Russia. Nonostante le dure dichiarazioni, Bucarest non ha considerato l’incidente come un attacco. Maxim ha infatti affermato: «Non stiamo subendo un attacco contro la Romania. Stiamo subendo le conseguenze di un conflitto che si sta svolgendo nelle vicinanze del nostro confine». E pure lo stesso presidente rumeno ha detto che il drone faceva parte di «uno sciame» di 43 velivoli senza pilota diretti contro l’Ucraina. Fattori che non sono considerati dall’Alleanza atlantica e dall’Europa. Il susseguirsi di reazioni a cascata è stato immediato. Non si può dire che sia successo lo stesso quando i droni ucraini si sono spinti nello spazio aereo dei Paesi baltici. Solo a marzo in Estonia i velivoli senza pilota ucraini hanno colpito la ciminiera di una centrale elettrica, mentre un altro drone si è schiantato in Lettonia. A maggio si sono verificati episodi simili. E solo pochi giorni fa un drone ucraino è precipitato in un campo della Lituania.
Poco importa ai vertici del Vecchio continente. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato che l’Alleanza «è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato», ribadendo che «il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi».
Per il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Mosca «ha superato un altro limite». Per il Regno Unito si tratta di un atto «pericoloso e sconsiderato». Il premier Giorgia Meloni ha definito l’episodio come «un atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea». «L’incursione dimostra ancora una volta la volontà della Russia di inasprire la situazione» ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. La reazione forse più realista è stata espressa dal primo ministro slovacco, Robert Fico: «In assenza di un dialogo tra l’Ue e la Russia, qualsiasi drone vagante potrebbe portare a un’escalation che potremmo non essere in grado di gestire».
In tutto ciò Mosca si è detta disponibile a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto. A dirlo è stato lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, che ha anche ricordato che quando i droni ucraini hanno invaso gli spazi aerei, è stato sempre detto: «I russi stanno attaccando». Ha quindi assicurato che «la Russia non minaccia i Paesi europei». Riguardo all’origine del drone, lo zar ha messo sul tavolo l’ipotesi che si tratti di un velivolo senza pilota ucraino deviato dalle difese elettroniche. A intervenire con frasi provocatorie è stato invece il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Il sonno tranquillo è finito».
Sul fronte del negoziatore europeo, Putin ha sostenuto che «gli europei non hanno ancora proposto nessuno». Nel dietro le quinte, sembra che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko stia spingendo l’omologo francese, Emmanuel Macron, ad assumere tali vesti. Lukashenko ha infatti rivelato di aver detto a Macron: «Sei al potere da tanti anni! E chi altro c’è? Merz è un politico molto giovane. Anche Starmer. In Italia c’è una donna primo ministro. Vuoi addossare questo peso a una donna? Sei la forza trainante in Europa oggi».
A Putin non importa di Kiev nell’Ue. L’unico veto è l’ingresso nella Nato
L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea pare uno di quei dossier che mettono d’accordo (quasi) tutti. Oltre a esserne propensi Kiev e Bruxelles, anche Mosca acconsente. Non è una novità, i russi lo ripetono dall’inizio della guerra. La presentazione ufficiale della domanda risale al 28 febbraio 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa, ma solo nelle prossime settimane, in vista del vertice dei leader Ue del 18-19 giugno, la Commissione europea aprirà i primi capitoli negoziali con Kiev.
S’è fatto sentire il cambio di governo a Budapest, dove l’avvento del nuovo premier ungherese Péter Magyar, che incontrerà il 2 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz: scoglio del veto del predecessore Viktor Orbàn è sparito. Proprio i russi, gli acerrimi nemici dell’Ucraina, non si sono mai opposti all’adesione di Kiev. E ciò nonostante il fatto che, fra le origini della crisi ucraina, ci sia stata nel 2014 la rivolta di piazza Maidan che rovesciò il governo del filorusso Viktor Janukovic proprio avendo come scintilla un mancato accordo d’associazione fra Kiev e l’Ue. L’evento fece slittare l’Ucraina dalla storica sfera d’influenza russa a quella occidentale. Ma col tempo parve sempre più chiaro ai russi che il vero rischio non era economico, bensì strategico-militare, ovvero l’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Non a caso già durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul, nel marzo-aprile 2022, poi andati a monte, Mosca si espresse per l’ok a Kiev nella UE, purché restasse neutrale e non aderisse mai alla Nato. Pochi mesi dopo, intervenendo il 17 giugno 2022 al Forum di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin disse: «L’Ue non è un blocco politico-militare, a differenza della Nato, e non abbiamo nulla in contrario all’adesione». Ricordò tuttavia: «La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi, rischia di diventare colonia dell’Ue».
Punto importante ancora oggi, poiché la constatazione che il devastato Paese necessiterà di enormi spese, contribuisce a fare dell’assenso al suo ingresso nell’Ue una carta positiva in mano ai russi che permette loro di mostrarsi in parte «magnanimi», offrendo un importante nulla osta, e nel contempo di scansare la ricostruzione, che, secondo le stime potrebbe richiedere 500 miliardi di dollari. Negli anni non si sono contate le asserzioni di Mosca in tal senso. Il 18 febbraio 2025 il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che «l’adesione all’Ue è un diritto sovrano di Kiev». Poi, il 2 settembre successivo, ancora Putin, incontrando a Pechino il premier slovacco Robert Fico, a margine delle celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ribadito che «non siamo mai stati contrari all’Ucraina nell’Ue».
Il 16 dicembre scorso, indiscrezioni di funzionari statunitensi impegnati nei colloqui intermediati Mosca-Kiev hanno confermato «l’apertura della Russia a un’Ucraina nell’Unione come parte di un accordo di pace». Nel gennaio 2026, l’undicesimo dei 28 punti del piano del presidente Usa Donald Trump recitava: «L’Ucraina è idonea all’adesione all’Ue e otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre questa questione viene valutata». La Russia, insomma, se fino al 2014 riteneva ancora possibile mantenere l’Ucraina sotto la sua sfera egemonica, ha da allora, e a maggior ragione con la lunga attuale guerra, rimodulato le sue priorità, riconoscendo che, se il Paese non è più recuperabile come mercato preferenziale, lo si può almeno tenere fuori dalla Nato, che è ciò che più conta.
Si prendano pure macerie e un’economia da ricostruire, a prezzo di miliardi che non Mosca, ma Bruxelles pagherà, riprendendoseli in parte strappando a Kiev concessioni economiche e indebitamenti semi-coloniali, devono pensare al Cremlino, purché non ci siano basi, né truppe occidentali sul territorio. Quanto all’Ue, che dell’Ucraina ha fatto ormai una questione di prestigio politico fondativo, ben contenta di guadagnare un simile territorio con numerosa popolazione, dovrà calcolarne freddamente l’effettiva convenienza.
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