True
2018-10-26
Draghi ammette: lo spread è guerra politica
ANSA
Stavolta non ha detto «whatever it takes», farò tutto ciò che è necessario. Mario Draghi, governatore della banca centrale europea, ha rivestito la divisa d'ordinanza fornita a Francoforte senza aggiungere nessun accessorio personalizzato. All'allarme lanciato dal ministro Giovanni Tria («Lo spread a 320 a lungo non è sostenibile per via del rischio banche»), il governatore ha risposto con una sigla, Omt. Si tratta dell'arma anti spread, Outright monetary transactions, figlio del compromesso: un'operazione di salvataggio alla quale la Bce attribuisce (per non irritare troppo la Bundesbank?) una funzione tipica di una banca centrale, cioè la salvaguardia del canale di trasmissione della politica monetaria, messo a rischio dal balzo dei tassi di mercato. Di fatto, con l'Omt l'eurozona ha una banca centrale in grado di farsi carico del debito pubblico. Con una sola, enorme clausola, cioè l'intervento dell'Esm, il meccanismo di stabilità, che implica di fatto il commissariamento del Paese. Non a caso l'Omt non è mai stato utilizzato. Il fatto che ieri Draghi l'abbia citato due volte rende bene l'idea della distanza dall'esecutivo italiano. Il numero uno della Bce ha infatti ribadito che anche dopo il termine del quantitative easing continuerà con la politica monetaria espansiva e lo si vedrà dai riacquisti dei titoli a lunga scadenza. Tutto ciò però ha un valore spalmato sull'intera Unione, e non può essere diversificata per singole nazioni. Non solo. Un giornalista del New York Times ieri ha chiesto al governatore che cosa accadrebbe in caso di bocciatura del rating sovrano italiano e impossibilità di acquistare i titoli (sotto la soglia dell'investment grade) la risposta di Draghi è stata «What if? I don't know». In sostanza saremmo di fronte a una terra incognita. Tant'è che, da vero democristiano, il governatore spiega che se lo spread sale va in crisi il capitale delle banche e calano i margini di manovra, e conclude che il suo auspicio sta nel fatto che governo gialloblù e Commissione Ue trovino un accordo sulla via del buon senso. «Non spetta alle banche centrali un ruolo di mediazione. Per raggiungere un'intesa serve comune buon senso», ha detto espressamente il governatore, il quale per il resto ha snocciolato le decisioni prese durante il direttivo.
Per quanto riguarda le decisioni di politica monetaria, il Consiglio dei governatori della banca centrale europea ha lasciato i tassi invariati e confermato la exit strategy dal quantitative easing. Le prospettive economiche dell'eurozona, ha aggiunto Draghi, restano in espansione sebbene i dati segnalino un indebolimento della crescita. «E l'Italia è tra i fattori di rischio, insieme alla Brexit, alla guerra commerciale, alla volatilità dei mercati» e al cattivo andamento dell'industria dell'auto tedesca nell'ultimo trimestre, aggiungiamo noi. Agganciandosi a questo ragionamento, vale la pena riportare le dichiarazioni del ministro agli Affari europei, Paolo Savona, rilasciate due ore dopo la conferenza stampa di Francoforte. «Il governo non cambierà la manovra ma la rinvierà tale e quale a Bruxelles», ha detto Savona, ospite a Sky Tg24. «La manovra non sarà corretta su questo non c'è alcun dubbio. Se lo spread ci sfugge, così come abbiamo deciso in Consiglio dei ministri, noi non riesamineremo la manovra, ma il contesto nel quale ci poniamo». La posizione di Savona cozza con la richiesta inviata alla Bce di trovare una soluzione alle turbolenze (anche se ieri si sono messe alla finestra con uno spread sceso a 309 punti base)? Ovviamente l'opposizione definisce il concetto sovranista come una bolla che si deve astrarre da qualunque contesto. Secondo Savona non è così. Significa che la politica detta all'Unione europea le linee guida della flessibilità e del cambiamento. La risposta di Draghi fa riferimento a una situazione cristallizzata al 26 ottobre del 2017, quando la Bce ha cominciato a chiudere i rubinetti della liquidità.
L'Italia chiede un rimescolamento delle carte e una politica monetaria correlata in qualche modo alle decisioni di bilancio: in pratica un diverso fiscal compact. Per Draghi alla domanda come si fa a fermare lo spread la risposta è: con una solida politica di bilancio. Per il governo, con una solida politica di investimenti. In sostanza Savona chiede alla Bce di fare prestatore di ultima istanza fino a che l'effetto degli investimenti non raggiunga il Pil. A quel punto, scendendo il rapporto con il debito, scenderà di conseguenza anche lo spread a livello strutturale.
Le posizioni sono evidentemente molto lontano e la sportellata di Draghi lascia aperta solo una strada: di nuovo il braccio di ferro con la Commissione. Il gioco è molto pericoloso, perché funziona per chi si ferma per primo. Salvo che poi l'altro cade nel burrone a trascina a sua volta il compagno. Bisogna prendere però atto che il mondo attorno all'Europa è cambiato.
L'effetto Obama è finalmente svanito, gli Usa sono tornati a interessarsi del Mediterraneo e hanno avviato una politica di dazi che schiaccia il Vecchio Continente a metà strada tra l'Atlantico e il pacifico. La Germania non è più locomotiva e rimane agganciata alla Cina per necessità. La fine del Qe e le scelte del fiscal compact sono relativamente recenti ma molto distanti dagli eventi alleati. Chi sostiene le scelte della Commissione Ue come l'unica strada possibile per l'Europa dimentica i timori avanzati nel 1989 dall'ex cancelliere Tory, Nigel Lawson. Il consigliere di Margaret Thatcher ebbe a dire alla Chatam house: «Che sorta di area comune finanziaria europea ci dobbiamo aspettare», esordì Lawson ribadendo ciò che più volte aveva sostenuto (nessuno degli obiettivi né monetario né fiscale avrebbe potuto prescindere dal single market): libertà di circolazione di beni, servizi e capitali con più competizione e meno Stato. «Invece», proseguì, «c'è chi cerca di arrivare all'Unione nel 1992 con regole sopranazionali, dove però le barriere non saranno tirate giù, ma saranno innalzati i controlli e le restrizioni. E persino chi credendo il regime liberale inevitabile (ma non invidiabile) cerca di creare un club esclusivo europeo nel quale il single market non è deciso dalla tendenza alle liberalizzazioni ma circoscritto da tutte le norme erette in sua difesa».
Ecco la nuova contingenza economica, la crisi che si sta affacciando nuovamente alle porte del Vecchio Continente impone un cambio di passo. Lo spread è la conseguenza, prima si deve comprendere la causa della cura. Ieri serta è arrivato infine l'endorsement di Donald Trump. »Ho parlato con Conte», ha scritto, «sta facendo un ottimo lavoro sull'immigrazione e pure la politica economica avrà successo». Un messaggio diretto a Bruxelles più che a Roma.
Claudio Antonelli
I bilanci sbalestrati di Dombrovskis e Moscovici, i due censori dell’Italia
Negli ultimi mesi, nostro malgrado, c'è toccato avere a che fare molto spesso con la premiata ditta formata dal francese Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici e monetari, e dal lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea. Prima che Bruxelles decidesse di aprire un fuoco di fila sul governo Conte a seguito della decisione di strappare sul deficit, le loro apparizioni sulla stampa nostrana erano sporadiche e ben circostanziate. Da qualche tempo a questa parte, invece, non si fa in tempo ad arrivare all'ora di cena senza che uno dei due membri della coppia regali una velenosa chicca nei confronti dell'Italia.
Dopo un'estate nella quale a tenere banco è stata la questione migranti, le polemiche sono entrate nel vivo con l'approssimarsi della scadenza per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def. Lo stesso Moscovici è stato il primo euroburocrate a scagliarsi contro la decisione del governo italiano di portare il deficit al 2,4% sul Pil. Un giudizio perfettamente in linea con quello del «compare» lettone, che pochi giorni dopo lamentava l'incompatibilità della bozza di Bilancio italiana con le regole europee. Il sodalizio ha raggiunto il suo vertice, anche dal punto di vista scenico, con la conferenza stampa di martedì pomeriggio durante la quale Moscovici e Dombrovskis hanno formalizzato la decisione della Commissione Ue di bocciare la manovra.
Se diamo un veloce sguardo al passato di questi figuri, che oggi si divertono a fare i bulli in giro per l'Europa, non possiamo certo dire di trovarci di fronte a due politici di successo. Il socialista Pierre Moscovici è stato prima ministro degli Affari europei dal 1997 al 2002 sotto Lionel Jospin, per poi ricoprire l'incarico di ministro delle Finanze dal 2012 al 2014 nel governo guidato da Jean Marc Ayrault. Memorabile l'editoriale pubblicato nel 2013 dal New York Times, nel quale viene dipinto letteralmente alla stregua di un politico incapace. Durante il suo mandato il deficit francese, pur calando di poco più di un punto (dal 5% nel 2012 al 3,9% nel 2014), ha sforato costantemente il rapporto deficit/Pil previsto dai trattati europei. Per contro, nello stesso periodo, il debito pubblico ha fatto segnare un incremento del 4,3%, pari a un valore assoluto di quasi 150 miliardi. Debole la crescita, appena pochi decimali sopra lo zero. Dov'era in quegli anni la tanto amata austerità, che oggi il caro Pierre desidera rifilarci? Richiamato nel 2013 sull'osservanza del parametro del 3%, l'allora ministro sbottava contro la visione «neoliberista» della Commissione, adducendo come scusa il fatto di essere «socialista». «Noi in Francia», aggiungeva, «abbiamo elezioni, abbiamo scelte politiche, stiamo portando avanti la nostra strada». Lo stesso personaggio che oggi ci rimprovera su deficit e debito, solo qualche anno fa difendeva la sovranità francese, mostrandosi insofferente alle regole europee. Difficile, perciò, dargli credito oggi.
Veniamo al lettone Valdis Dombrovskis, premier della piccola repubblica baltica dal 2009 al 2014. Per quel che può valere (giova pur sempre ricordare che stiamo parlando del centoduesimo Paese al mondo per valore assoluto del Pil e del cinquantaduesimo per reddito pro capite), in quegli anni in effetti il deficit tornò sul livelli accettabili, ma il debito aumentò di 5 punti percentuali (dal 35,8% al 40,9%) mentre la crescita, dopo un primo rimbalzo dovuto alla fine della crisi, rimase piuttosto stagnante. Niente male, per un Paese che nel decennio 2007-2016 ha ricevuto dall'Ue quasi 7 miliardi in più di quanti ne abbia versati. Il premier rassegnò le dimissioni a fine 2013 a seguito della morte di 54 persone a causa di un crollo di un tetto di un supermercato a Riga. «Il Paese ha bisogno di un governo in grado di risolvere la situazione che è emersa», dichiarò in quell'occasione. Nel frattempo, la Lettonia è assurta agli onori delle cronache per le vicende legate riciclaggio di denaro, culminate a febbraio con la liquidazione della banca Ablv e con l'arresto del governatore Ilmars Rimsevics, membro del board Bce. Uno scandalo che ha provocato l'imbarazzo di Mario Draghi e dell'Europa intera.
Antonio Grizzuti
Continua a leggereRiduci
Scambio a distanza con Paolo Savona. Il capo della Bce: «Sono ottimista su un accordo tra Italia e Commissione Ue, ma sui titoli di Stato contano le scelte fiscali». Il ministro: «Non cambieremo la manovra, è suo compito intervenire per tutelare la stabilità».Il commissario transalpino calpestò le regole dell'Unione da ministro. Il vicepresidente lettone era campione nel debito.Lo speciale contiene due articoliStavolta non ha detto «whatever it takes», farò tutto ciò che è necessario. Mario Draghi, governatore della banca centrale europea, ha rivestito la divisa d'ordinanza fornita a Francoforte senza aggiungere nessun accessorio personalizzato. All'allarme lanciato dal ministro Giovanni Tria («Lo spread a 320 a lungo non è sostenibile per via del rischio banche»), il governatore ha risposto con una sigla, Omt. Si tratta dell'arma anti spread, Outright monetary transactions, figlio del compromesso: un'operazione di salvataggio alla quale la Bce attribuisce (per non irritare troppo la Bundesbank?) una funzione tipica di una banca centrale, cioè la salvaguardia del canale di trasmissione della politica monetaria, messo a rischio dal balzo dei tassi di mercato. Di fatto, con l'Omt l'eurozona ha una banca centrale in grado di farsi carico del debito pubblico. Con una sola, enorme clausola, cioè l'intervento dell'Esm, il meccanismo di stabilità, che implica di fatto il commissariamento del Paese. Non a caso l'Omt non è mai stato utilizzato. Il fatto che ieri Draghi l'abbia citato due volte rende bene l'idea della distanza dall'esecutivo italiano. Il numero uno della Bce ha infatti ribadito che anche dopo il termine del quantitative easing continuerà con la politica monetaria espansiva e lo si vedrà dai riacquisti dei titoli a lunga scadenza. Tutto ciò però ha un valore spalmato sull'intera Unione, e non può essere diversificata per singole nazioni. Non solo. Un giornalista del New York Times ieri ha chiesto al governatore che cosa accadrebbe in caso di bocciatura del rating sovrano italiano e impossibilità di acquistare i titoli (sotto la soglia dell'investment grade) la risposta di Draghi è stata «What if? I don't know». In sostanza saremmo di fronte a una terra incognita. Tant'è che, da vero democristiano, il governatore spiega che se lo spread sale va in crisi il capitale delle banche e calano i margini di manovra, e conclude che il suo auspicio sta nel fatto che governo gialloblù e Commissione Ue trovino un accordo sulla via del buon senso. «Non spetta alle banche centrali un ruolo di mediazione. Per raggiungere un'intesa serve comune buon senso», ha detto espressamente il governatore, il quale per il resto ha snocciolato le decisioni prese durante il direttivo.Per quanto riguarda le decisioni di politica monetaria, il Consiglio dei governatori della banca centrale europea ha lasciato i tassi invariati e confermato la exit strategy dal quantitative easing. Le prospettive economiche dell'eurozona, ha aggiunto Draghi, restano in espansione sebbene i dati segnalino un indebolimento della crescita. «E l'Italia è tra i fattori di rischio, insieme alla Brexit, alla guerra commerciale, alla volatilità dei mercati» e al cattivo andamento dell'industria dell'auto tedesca nell'ultimo trimestre, aggiungiamo noi. Agganciandosi a questo ragionamento, vale la pena riportare le dichiarazioni del ministro agli Affari europei, Paolo Savona, rilasciate due ore dopo la conferenza stampa di Francoforte. «Il governo non cambierà la manovra ma la rinvierà tale e quale a Bruxelles», ha detto Savona, ospite a Sky Tg24. «La manovra non sarà corretta su questo non c'è alcun dubbio. Se lo spread ci sfugge, così come abbiamo deciso in Consiglio dei ministri, noi non riesamineremo la manovra, ma il contesto nel quale ci poniamo». La posizione di Savona cozza con la richiesta inviata alla Bce di trovare una soluzione alle turbolenze (anche se ieri si sono messe alla finestra con uno spread sceso a 309 punti base)? Ovviamente l'opposizione definisce il concetto sovranista come una bolla che si deve astrarre da qualunque contesto. Secondo Savona non è così. Significa che la politica detta all'Unione europea le linee guida della flessibilità e del cambiamento. La risposta di Draghi fa riferimento a una situazione cristallizzata al 26 ottobre del 2017, quando la Bce ha cominciato a chiudere i rubinetti della liquidità. L'Italia chiede un rimescolamento delle carte e una politica monetaria correlata in qualche modo alle decisioni di bilancio: in pratica un diverso fiscal compact. Per Draghi alla domanda come si fa a fermare lo spread la risposta è: con una solida politica di bilancio. Per il governo, con una solida politica di investimenti. In sostanza Savona chiede alla Bce di fare prestatore di ultima istanza fino a che l'effetto degli investimenti non raggiunga il Pil. A quel punto, scendendo il rapporto con il debito, scenderà di conseguenza anche lo spread a livello strutturale. Le posizioni sono evidentemente molto lontano e la sportellata di Draghi lascia aperta solo una strada: di nuovo il braccio di ferro con la Commissione. Il gioco è molto pericoloso, perché funziona per chi si ferma per primo. Salvo che poi l'altro cade nel burrone a trascina a sua volta il compagno. Bisogna prendere però atto che il mondo attorno all'Europa è cambiato. L'effetto Obama è finalmente svanito, gli Usa sono tornati a interessarsi del Mediterraneo e hanno avviato una politica di dazi che schiaccia il Vecchio Continente a metà strada tra l'Atlantico e il pacifico. La Germania non è più locomotiva e rimane agganciata alla Cina per necessità. La fine del Qe e le scelte del fiscal compact sono relativamente recenti ma molto distanti dagli eventi alleati. Chi sostiene le scelte della Commissione Ue come l'unica strada possibile per l'Europa dimentica i timori avanzati nel 1989 dall'ex cancelliere Tory, Nigel Lawson. Il consigliere di Margaret Thatcher ebbe a dire alla Chatam house: «Che sorta di area comune finanziaria europea ci dobbiamo aspettare», esordì Lawson ribadendo ciò che più volte aveva sostenuto (nessuno degli obiettivi né monetario né fiscale avrebbe potuto prescindere dal single market): libertà di circolazione di beni, servizi e capitali con più competizione e meno Stato. «Invece», proseguì, «c'è chi cerca di arrivare all'Unione nel 1992 con regole sopranazionali, dove però le barriere non saranno tirate giù, ma saranno innalzati i controlli e le restrizioni. E persino chi credendo il regime liberale inevitabile (ma non invidiabile) cerca di creare un club esclusivo europeo nel quale il single market non è deciso dalla tendenza alle liberalizzazioni ma circoscritto da tutte le norme erette in sua difesa». Ecco la nuova contingenza economica, la crisi che si sta affacciando nuovamente alle porte del Vecchio Continente impone un cambio di passo. Lo spread è la conseguenza, prima si deve comprendere la causa della cura. Ieri serta è arrivato infine l'endorsement di Donald Trump. »Ho parlato con Conte», ha scritto, «sta facendo un ottimo lavoro sull'immigrazione e pure la politica economica avrà successo». Un messaggio diretto a Bruxelles più che a Roma. Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-ammette-lo-spread-e-guerra-politica-2615181361.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-bilanci-sbalestrati-di-dombrovskis-e-moscovici-i-due-censori-dellitalia" data-post-id="2615181361" data-published-at="1773848034" data-use-pagination="False"> I bilanci sbalestrati di Dombrovskis e Moscovici, i due censori dell’Italia Negli ultimi mesi, nostro malgrado, c'è toccato avere a che fare molto spesso con la premiata ditta formata dal francese Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici e monetari, e dal lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea. Prima che Bruxelles decidesse di aprire un fuoco di fila sul governo Conte a seguito della decisione di strappare sul deficit, le loro apparizioni sulla stampa nostrana erano sporadiche e ben circostanziate. Da qualche tempo a questa parte, invece, non si fa in tempo ad arrivare all'ora di cena senza che uno dei due membri della coppia regali una velenosa chicca nei confronti dell'Italia. Dopo un'estate nella quale a tenere banco è stata la questione migranti, le polemiche sono entrate nel vivo con l'approssimarsi della scadenza per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def. Lo stesso Moscovici è stato il primo euroburocrate a scagliarsi contro la decisione del governo italiano di portare il deficit al 2,4% sul Pil. Un giudizio perfettamente in linea con quello del «compare» lettone, che pochi giorni dopo lamentava l'incompatibilità della bozza di Bilancio italiana con le regole europee. Il sodalizio ha raggiunto il suo vertice, anche dal punto di vista scenico, con la conferenza stampa di martedì pomeriggio durante la quale Moscovici e Dombrovskis hanno formalizzato la decisione della Commissione Ue di bocciare la manovra. Se diamo un veloce sguardo al passato di questi figuri, che oggi si divertono a fare i bulli in giro per l'Europa, non possiamo certo dire di trovarci di fronte a due politici di successo. Il socialista Pierre Moscovici è stato prima ministro degli Affari europei dal 1997 al 2002 sotto Lionel Jospin, per poi ricoprire l'incarico di ministro delle Finanze dal 2012 al 2014 nel governo guidato da Jean Marc Ayrault. Memorabile l'editoriale pubblicato nel 2013 dal New York Times, nel quale viene dipinto letteralmente alla stregua di un politico incapace. Durante il suo mandato il deficit francese, pur calando di poco più di un punto (dal 5% nel 2012 al 3,9% nel 2014), ha sforato costantemente il rapporto deficit/Pil previsto dai trattati europei. Per contro, nello stesso periodo, il debito pubblico ha fatto segnare un incremento del 4,3%, pari a un valore assoluto di quasi 150 miliardi. Debole la crescita, appena pochi decimali sopra lo zero. Dov'era in quegli anni la tanto amata austerità, che oggi il caro Pierre desidera rifilarci? Richiamato nel 2013 sull'osservanza del parametro del 3%, l'allora ministro sbottava contro la visione «neoliberista» della Commissione, adducendo come scusa il fatto di essere «socialista». «Noi in Francia», aggiungeva, «abbiamo elezioni, abbiamo scelte politiche, stiamo portando avanti la nostra strada». Lo stesso personaggio che oggi ci rimprovera su deficit e debito, solo qualche anno fa difendeva la sovranità francese, mostrandosi insofferente alle regole europee. Difficile, perciò, dargli credito oggi. Veniamo al lettone Valdis Dombrovskis, premier della piccola repubblica baltica dal 2009 al 2014. Per quel che può valere (giova pur sempre ricordare che stiamo parlando del centoduesimo Paese al mondo per valore assoluto del Pil e del cinquantaduesimo per reddito pro capite), in quegli anni in effetti il deficit tornò sul livelli accettabili, ma il debito aumentò di 5 punti percentuali (dal 35,8% al 40,9%) mentre la crescita, dopo un primo rimbalzo dovuto alla fine della crisi, rimase piuttosto stagnante. Niente male, per un Paese che nel decennio 2007-2016 ha ricevuto dall'Ue quasi 7 miliardi in più di quanti ne abbia versati. Il premier rassegnò le dimissioni a fine 2013 a seguito della morte di 54 persone a causa di un crollo di un tetto di un supermercato a Riga. «Il Paese ha bisogno di un governo in grado di risolvere la situazione che è emersa», dichiarò in quell'occasione. Nel frattempo, la Lettonia è assurta agli onori delle cronache per le vicende legate riciclaggio di denaro, culminate a febbraio con la liquidazione della banca Ablv e con l'arresto del governatore Ilmars Rimsevics, membro del board Bce. Uno scandalo che ha provocato l'imbarazzo di Mario Draghi e dell'Europa intera. Antonio Grizzuti
Fabio Lattanzi (Getty Images)
Determinante è stata la cena da Johnny di venerdì sera con il mio amico Claudio Lotito. L’assenza dei tifosi allo stadio non lo preoccupa, l’ha liquidata con questa lapidaria affermazione: «Il proprietario sono io». Romano, l’autista di Claudio, gli porta il cellulare e il presidente fa riferimento a un dibattito in Molise: il tema è il referendum, il problema è che non trova un sostenitore del No. Mi propongo. Lui, dal gentil carattere, mi guarda e mi aggredisce, dicendo: «Non solo sei romanista, voti pure No». «Sono indeciso», rispondo, «ascolto i sostenitori del Sì e propendo per il No, ascolto i sostenitori del No e propendo per il Sì. Da una parte si scomoda la famiglia nel bosco e il problema dell’immigrazione, dall’altra si afferma che è in pericolo lo stato di diritto». «Non esageriamo», afferma Claudio, «nessun pericolo per la democrazia, nessun pericolo per la separazione dei poteri e soprattutto nessuno pericolo per l’autonomia dei giudici».
Ribatto che le carriere sono già separate e chiedo qual è l’utilità di questa riforma. Lui afferma che questa riforma completa un cammino, recidendo definitivamente il cordone ombelicale che unisce giudici e pubblici ministeri. «È una riforma», insiste, «che dà più potere ai giudici e che, separandoli dai pm, li fa apparire imparziali. Il nostro Paese ha necessità di giudici autorevoli, che non solo siano imparziali, ma che appaiano tali e godano della fiducia della comunità». Non posso che dargli ragione, non posso non condividere il fatto che la fiducia nei giudici è scemata e che il pm è diventato la star del processo penale. Continua e afferma che giudici e pm devono rimanere autonomi, non controllati dalla politica, devono autogovernarsi, ma i pm devono governare i pm e i giudici devono governare i giudici, e che la riforma prevede due organi di autogoverno autonomi dalla politica e soprattutto autonomi gli uni dagli altri. Non posso che condividere, i giudici non devono, come invece avviene con il sistema attuale, essere controllati dai pm; la carriera dei giudici non può dipendere dai pm, poiché in questo modo si compromette l’imparzialità.
Claudio afferma, infine, che votando Sì vi è una speranza, mentre votando No si conferma un sistema che non funziona. Anche su questo ha ragione, mi stupisce e dubito sia lui. Non si può negare che nel nostro Paese la giustizia penale costituisca un problema. I cittadini non hanno fiducia nella giustizia e nei giudici. La mancanza di fiducia incide negativamente pure sull’economia del Paese. Gli investitori fuggono. La certezza del diritto, la certezza delle decisioni sono chimere, regna l’incertezza. I processi non si sa quando inizino, non si sa quando finiscano e se finiscano. La riforma costituzionale sicuramente non risolverà il problema della giustizia penale, ma potrebbe essere un buon inizio.
È una riforma che posiziona il giudice al centro del processo, legittimandolo, responsabilizzandolo, valutandolo in base al lavoro effettuato e non all’appartenenza a una corrente. Certo, come qualunque riforma, va sostenuta non criticando i giudici, non delegittimandoli, ma rispettandoli e fornendogli gli strumenti per lavorare al meglio. Votando Sì, pertanto, si ha una speranza, siglando il No quella speranza si spegne e si conferma lo status quo.
È indubbio che nel nostro Paese la giustizia penale, se non l’intero sistema giustizia, non funzioni e che solo il Sì ci dia la speranza che possa cambiare, e difficilmente in peggio, mentre il No ci condannerebbe a convivere con una giustizia delegittimata, che è uno dei mali peggiori di uno Stato democratico. Claudio, che sta aggredendo un piatto di frutta, mi ha quasi convinto. «Certo», sottolineo, «sarebbe stato preferibile non ricorrere al giudizio popolare e trovare una maggioranza qualificata in Parlamento». Infatti, se, al posto delle sterili contrapposizioni ideologiche e delle modifiche a colpi di maggioranza, si fosse favorito un ampio dibattito, oggi, probabilmente, avremmo una legge migliore.
L’auspicio, però, a questo punto, è che vinca il Sì e che si lavori tutti insieme perché questa riforma produca effetti positivi, con l’obiettivo di consegnare al Paese una giustizia migliore e di non ripetere l’errore del passato di cadere nella contrapposizione ideologica. Guardo Claudio e gli dico che, incredulo, devo ammettere che mi ha convinto. Lui si alza soddisfatto e, con il sorriso in volto, afferma: «Vai a pagare. Adesso ti ho convinto a votare Sì, ma alla prossima cena ti faccio diventare della Lazio».
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Ansa)
Schlein sbaglia sia in diritto che in logica: in diritto, perché a una riforma della Costituzione non attiene risolvere i problemi denunciati; in logica, perché è come se dicesse di dire No alla estirpazione di un dente irrimediabilmente cariato solo perché, così facendo, non guarirebbe da una allergia cronica.
«Arrivo al secondo punto», ha continuato Schlein, «dicono che è una separazione delle carriere ma, attenzione, la separazione delle funzioni è stata introdotta già dalla riforma Cartabia». In una stessa frase il segretario del Pd confonde la «separazione delle carriere» con la «separazione delle funzioni». Insomma, fa cilecca anche sul suo secondo punto.
Quindi ha richiamato i rischi legati alle modifiche della Costituzione «che i Padri costituenti ci hanno così sapientemente dato». Ma qui non si interviene sul testo originario del 1948, già rivisto nel 1999 dal governo D’Alema, che modificò l’articolo 111 inserendo il principio del «giudice terzo», coerente con il giusto processo sancito dieci anni prima dalla riforma Vassalli. In quell’occasione, tuttavia, si commise l’errore di mantenere pm e giudici come colleghi: un’evidente contraddizione, perché non può dirsi davvero «terzo» un giudice che è collega del pm.
E ancora: «Dividere il Csm in due - oggi un organo elettivo, e quindi rappresentativo, e quindi autorevole - e sorteggiarne i componenti lo indebolisce e indebolisce l’indipendenza della magistratura». Quella di Schlein è una inferenza non dimostrata: nella sua frase si potrebbe sostituire la parola «indebolisce» con la parola «rafforza» e ottenere una frase parimenti suggestiva e parimenti falsa. Il sorteggio né indebolisce né rafforza la magistratura ma, semplicemente, evita che il Csm sia, istituzionalmente, colorato politicamente, posto che, oggi, le elezioni sono determinate dalle correnti che sono associazioni (politicamente colorate) di magistrati. Anzi, il magistrato che volesse essere veramente indipendente dalla politica e non aderire ad alcuna corrente sarebbe fuori da ogni cordata elettorale e non avrebbe alcuna possibilità di far parte del Csm.
«Chi di noi affiderebbe la propria rappresentanza a un organo sorteggiato? Chi di noi sorteggerebbe il proprio consiglio comunale, il proprio sindaco, il Parlamento? Con un meccanismo di sorteggio, non vi sono garanzie né di competenza né d’indipendenza», incalza Schlein. Ma le attuali elezioni non sono un concorso con verifica di competenze, cosicché neanche le attuali elezioni garantiscono le competenze fantasticate da Schlein. Quanto all’indipendenza, il sorteggio garantisce sì l’indipendenza, mentre le elezioni rendono il consigliere del Csm dipendente da chi lo ha eletto.
«Non è vero che la riforma sopprimerebbe le correnti». Infatti non è intenzione della riforma sopprimere le correnti. Ciò che si sopprime è la formazione di un Csm dettata dalle correnti. E si vuol questo perché le correnti sono politicamente colorate, ma proprio per questo non devono dettare la formazione del Csm, che ne scaturirebbe colorato politicamente, in contraddizione col dettato costituzionale che vuole la magistraturaindipendente.
«La componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco che elegge un Parlamento dove c’è una maggioranza. Quindi è chiaro che chi ha la maggioranza si tiene una parola in più». A parte il fatto che la componente laica è in netta minoranza, l’obiezione di Schlein vale già oggi. Anzi, oggi vale ancora di più, perché i nominati dal Parlamento sono, oggi, blindati; invece col sorteggio, la componente laica è meno blindata dalla politica.
«Non è vero che non ci sarebbero i casi di errori giudiziari». Vero, ma ce ne sarebbero di meno se, finalmente, anche i magistrati avessero delle responsabilità. Finora, le funzioni disciplinari del Csm non hanno funzionato, perché chi dovrebbe comminare sanzioni contro azioni superficiali, arroganti, omissive si astiene per lo più dal farlo perché, magari, dovrebbe sanzionare chi ha contribuito a farlo eleggere. La presenza dell’Alta Corte disciplinare farebbe meglio riflettere i magistrati, prima che si avventurino in azioni per le quali, oggi, hanno la consapevolezza di restare non sanzionati.
«Mi ha colpito molto quando il ministro Nordio si è rivolto a me dicendo: “Ma io non capisco perché la segretaria del Pd non comprenda che questa riforma serve anche a loro”». Qui non poca è la malafede della Schlein: è evidente che quel che Nordio intende dire è che avere una magistratura meno politicizzata gioverebbe a tutti, e non a una sola componente della politica. Quel che Nordio intende dire è che la riforma non è di destra né di sinistra, ma è utile a tutti.
Continua a leggereRiduci
Stretto di Hormuz bloccato, gli alleati si sfilano sulle scorte. Magistrati contro il governo. Poi Cuba, Oscar e il centenario di Jerry Lewis.
Il viceministro degli Affari Esteri Edmondo Cirielli e l'ambasciatore russo in Italia Aleksej Vladimirovic Paramonov (Ansa)
Ma in effetti: come si permette questo Cirielli? Incontra un ambasciatore? Chi si crede di essere? Il viceministro degli Esteri? Che dite? Ah, Cirielli è il viceministro degli Esteri. Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore screditato? Che dite? Che l’ambasciatore è accreditato? È regolarmente in servizio? Svolge normale attività diplomatica? Va beh, fa lo stesso: come si permette il viceministro degli Esteri di incontrare un ambasciatore regolarmente accreditato senza prima avvertire il presidente Mattarella? Possibile che esistano ancora esponenti del governo convinti di poter svolgere le loro funzioni, e magari persino le loro minzioni, senza prima chiedere il permesso al Colle? Sono testoni. Devono imparare come si fa: pronto, Quirinale? Guardate che sto per incontrare il console del Ghana, ma prima passo dalla toilette: posso? Mi è consentito? Il presidente mi autorizza? Devono capire, questi viceministri, che tutto passa dal Colle. Anche l’agenda del giorno. E la pipì della notte.
Non ci crederete ma l’ultimo caso esploso sui giornali riguarda «l’incontro segreto», come è stato definito, tra il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e l’ambasciatore russo a Roma Alexy Paramonov. Un incontro talmente segreto che si è svolto ufficialmente alla Farnesina, alla presenza di un alto funzionario della direzione generale e del capo della segreteria. Una roba da carbonari, insomma. Ma a quei segugi del Corriere della Sera non sfugge nulla: così appena hanno trovato la notizia l’hanno pubblicata montandoci su un bel caso. Gli altri giornali ci sono andati dietro. E la politica pure: Carlo Calenda ha messo in discussione niente meno che «la dignità delle istituzioni», Elly Schlein ha protestato, Matteo Renzi si è indignato, il Pd ha presentato un’interpellanza per chiedere «una ricostruzione puntuale dell’incontro» e Filippo Sensi, addirittura, «evoca un contesto di tradimento», per cui si presume prossima la richiesta di fucilazione del viceministro. Per i traditori, si capisce, nessuna pietà.
La cosa più grave, però, scrive il Corriere, è che «da quanto risulta, il presidente della Repubblica era all’oscuro di tutto». E questo è veramente incredibile. Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che a Roma c’è un ambasciatore russo? E che l’ambasciatore russo, in quanto ambasciatore, è regolarmente autorizzato ad ambasciare? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, non abbiamo ancora rotto le relazioni diplomatiche con Mosca? E che dunque l’ambasciatore russo a Roma non è un soggetto indesiderato? E nemmeno un clandestino? E nemmeno un nemico da abbattere? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, fino a prova contraria, l’ambasciatore russo resta un ambasciatore a tutti gli effetti? E che in quanto ambasciatore può, anzi deve, intrattenere relazioni diplomatiche con l’Italia perché altrimenti che diavolo ci starebbe a fare qui? Possibile che nessuno informi il capo dello Stato che, tenetevi forte, esiste persino un’ambasciata italiana a Mosca? Che non è stata chiusa? Che abbiamo persino 340 imprese che continuano a lavorare in Russia? Che facciamo? Li dichiariamo tutti traditori? Li facciamo fucilare tutti, compreso il nostro ambasciatore, anzi ambatraditore?
Siamo in ansiosa attesa, naturalmente, della «ricostruzione puntuale dell’incontro», come chiedono gli amici del Pd. Ma temiamo che, se aspettano di scoprire oscure trame putiniane, rimarranno delusi. Ci troveremo di fronte, infatti, alla ricostruzione di un noioso incontro di routine diplomatica, fra un viceministro e un ambasciatore, un incontro che segue tutti i protocolli, per altro alla presenza per altro di alti funzionari della Farnesina. Come previsto dalle regole delle relazioni internazionali, oltre che da quelle del buon senso. Ma che diavolo deve fare un viceministro se un ambasciatore gli chiede un incontro? Sputargli in faccia? Tirargli un cazzotto? Tagliargli i cosiddetti? «Lei è russo: vada fuori da Roma». «Ma veramente io sarei l’ambasciatore». «Ambasciatore non porta pene» e zac con le forbici nelle parti basse: dovrebbe fare così un viceministro? Lo dicano coloro che lamentano la dignità offesa delle istituzioni: dovrebbe fargli del male? E magari prima avvertire il Colle? “«Guardi c’è qui alla porta l’ambasciatore russo, ma stia tranquillo, presidente, esco e lo corco di botte». E poi? Che altro dovrebbe fare il viceministro agli Esteri? Chiudere d’imperio la sede diplomatica russa? O darle direttamente fuoco? E cospargere il terreno di sale? Questo dovrebbe fare per rispettare la dignità delle istituzioni?
Ormai sulla Russia hanno perso tutti la trebisonda. Il ministro Giuli vuol disertare l’inaugurazione della Biennale perché Pietrangelo Buttafuoco non ha escluso gli artisti russi che sono rigorosamente all’indice perché il loro Paese ne ha aggredito un altro (mentre invece gli artisti israeliani e statunitensi sono i benvenuti perché i loro Paesi ne hanno aggredito un altro). La cerimonia delle Olimpiadi è stata boicottata perché sfilavano gli atleti paralimpici russi. L’auditorium di Roma ha appena cancellato dal galà della danza l’étoile del Bolshoi Svetlana Zakharova in quanto colpevole di essere russa. E persino sul gas russo ci facciamo prendere da tentazioni suicide, tenendo i rubinetti rigorosamente chiusi: «Sono sempre stato critico sullo stop totale, però in questa occasione non possiamo rovinare tutti gli sforzi fatti in questi anni», ha detto per esempio ieri il presidente di Nomisma Davide Tabarelli. Stupendo, no? È sbagliato, ma per non rovinare «gli sforzi fatti» continuiamo a massacrarci. In altre parole: siccome ci siamo fatti tanto male, continuiamo a farcene dell’altro. Geniale. Quasi quanto montare un caso per un viceministro degli Esteri che incontra un ambasciatore regolarmente accreditato. Per altro, senza nemmeno chiedere permesso al Colle. E senza nemmeno mettere un cucchiaino di cianuro nel caffè. Ma come si permette questo Cirielli? Non conosce la dignità delle istituzioni?
Continua a leggereRiduci