True
2018-10-26
Draghi ammette: lo spread è guerra politica
ANSA
Stavolta non ha detto «whatever it takes», farò tutto ciò che è necessario. Mario Draghi, governatore della banca centrale europea, ha rivestito la divisa d'ordinanza fornita a Francoforte senza aggiungere nessun accessorio personalizzato. All'allarme lanciato dal ministro Giovanni Tria («Lo spread a 320 a lungo non è sostenibile per via del rischio banche»), il governatore ha risposto con una sigla, Omt. Si tratta dell'arma anti spread, Outright monetary transactions, figlio del compromesso: un'operazione di salvataggio alla quale la Bce attribuisce (per non irritare troppo la Bundesbank?) una funzione tipica di una banca centrale, cioè la salvaguardia del canale di trasmissione della politica monetaria, messo a rischio dal balzo dei tassi di mercato. Di fatto, con l'Omt l'eurozona ha una banca centrale in grado di farsi carico del debito pubblico. Con una sola, enorme clausola, cioè l'intervento dell'Esm, il meccanismo di stabilità, che implica di fatto il commissariamento del Paese. Non a caso l'Omt non è mai stato utilizzato. Il fatto che ieri Draghi l'abbia citato due volte rende bene l'idea della distanza dall'esecutivo italiano. Il numero uno della Bce ha infatti ribadito che anche dopo il termine del quantitative easing continuerà con la politica monetaria espansiva e lo si vedrà dai riacquisti dei titoli a lunga scadenza. Tutto ciò però ha un valore spalmato sull'intera Unione, e non può essere diversificata per singole nazioni. Non solo. Un giornalista del New York Times ieri ha chiesto al governatore che cosa accadrebbe in caso di bocciatura del rating sovrano italiano e impossibilità di acquistare i titoli (sotto la soglia dell'investment grade) la risposta di Draghi è stata «What if? I don't know». In sostanza saremmo di fronte a una terra incognita. Tant'è che, da vero democristiano, il governatore spiega che se lo spread sale va in crisi il capitale delle banche e calano i margini di manovra, e conclude che il suo auspicio sta nel fatto che governo gialloblù e Commissione Ue trovino un accordo sulla via del buon senso. «Non spetta alle banche centrali un ruolo di mediazione. Per raggiungere un'intesa serve comune buon senso», ha detto espressamente il governatore, il quale per il resto ha snocciolato le decisioni prese durante il direttivo.
Per quanto riguarda le decisioni di politica monetaria, il Consiglio dei governatori della banca centrale europea ha lasciato i tassi invariati e confermato la exit strategy dal quantitative easing. Le prospettive economiche dell'eurozona, ha aggiunto Draghi, restano in espansione sebbene i dati segnalino un indebolimento della crescita. «E l'Italia è tra i fattori di rischio, insieme alla Brexit, alla guerra commerciale, alla volatilità dei mercati» e al cattivo andamento dell'industria dell'auto tedesca nell'ultimo trimestre, aggiungiamo noi. Agganciandosi a questo ragionamento, vale la pena riportare le dichiarazioni del ministro agli Affari europei, Paolo Savona, rilasciate due ore dopo la conferenza stampa di Francoforte. «Il governo non cambierà la manovra ma la rinvierà tale e quale a Bruxelles», ha detto Savona, ospite a Sky Tg24. «La manovra non sarà corretta su questo non c'è alcun dubbio. Se lo spread ci sfugge, così come abbiamo deciso in Consiglio dei ministri, noi non riesamineremo la manovra, ma il contesto nel quale ci poniamo». La posizione di Savona cozza con la richiesta inviata alla Bce di trovare una soluzione alle turbolenze (anche se ieri si sono messe alla finestra con uno spread sceso a 309 punti base)? Ovviamente l'opposizione definisce il concetto sovranista come una bolla che si deve astrarre da qualunque contesto. Secondo Savona non è così. Significa che la politica detta all'Unione europea le linee guida della flessibilità e del cambiamento. La risposta di Draghi fa riferimento a una situazione cristallizzata al 26 ottobre del 2017, quando la Bce ha cominciato a chiudere i rubinetti della liquidità.
L'Italia chiede un rimescolamento delle carte e una politica monetaria correlata in qualche modo alle decisioni di bilancio: in pratica un diverso fiscal compact. Per Draghi alla domanda come si fa a fermare lo spread la risposta è: con una solida politica di bilancio. Per il governo, con una solida politica di investimenti. In sostanza Savona chiede alla Bce di fare prestatore di ultima istanza fino a che l'effetto degli investimenti non raggiunga il Pil. A quel punto, scendendo il rapporto con il debito, scenderà di conseguenza anche lo spread a livello strutturale.
Le posizioni sono evidentemente molto lontano e la sportellata di Draghi lascia aperta solo una strada: di nuovo il braccio di ferro con la Commissione. Il gioco è molto pericoloso, perché funziona per chi si ferma per primo. Salvo che poi l'altro cade nel burrone a trascina a sua volta il compagno. Bisogna prendere però atto che il mondo attorno all'Europa è cambiato.
L'effetto Obama è finalmente svanito, gli Usa sono tornati a interessarsi del Mediterraneo e hanno avviato una politica di dazi che schiaccia il Vecchio Continente a metà strada tra l'Atlantico e il pacifico. La Germania non è più locomotiva e rimane agganciata alla Cina per necessità. La fine del Qe e le scelte del fiscal compact sono relativamente recenti ma molto distanti dagli eventi alleati. Chi sostiene le scelte della Commissione Ue come l'unica strada possibile per l'Europa dimentica i timori avanzati nel 1989 dall'ex cancelliere Tory, Nigel Lawson. Il consigliere di Margaret Thatcher ebbe a dire alla Chatam house: «Che sorta di area comune finanziaria europea ci dobbiamo aspettare», esordì Lawson ribadendo ciò che più volte aveva sostenuto (nessuno degli obiettivi né monetario né fiscale avrebbe potuto prescindere dal single market): libertà di circolazione di beni, servizi e capitali con più competizione e meno Stato. «Invece», proseguì, «c'è chi cerca di arrivare all'Unione nel 1992 con regole sopranazionali, dove però le barriere non saranno tirate giù, ma saranno innalzati i controlli e le restrizioni. E persino chi credendo il regime liberale inevitabile (ma non invidiabile) cerca di creare un club esclusivo europeo nel quale il single market non è deciso dalla tendenza alle liberalizzazioni ma circoscritto da tutte le norme erette in sua difesa».
Ecco la nuova contingenza economica, la crisi che si sta affacciando nuovamente alle porte del Vecchio Continente impone un cambio di passo. Lo spread è la conseguenza, prima si deve comprendere la causa della cura. Ieri serta è arrivato infine l'endorsement di Donald Trump. »Ho parlato con Conte», ha scritto, «sta facendo un ottimo lavoro sull'immigrazione e pure la politica economica avrà successo». Un messaggio diretto a Bruxelles più che a Roma.
Claudio Antonelli
I bilanci sbalestrati di Dombrovskis e Moscovici, i due censori dell’Italia
Negli ultimi mesi, nostro malgrado, c'è toccato avere a che fare molto spesso con la premiata ditta formata dal francese Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici e monetari, e dal lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea. Prima che Bruxelles decidesse di aprire un fuoco di fila sul governo Conte a seguito della decisione di strappare sul deficit, le loro apparizioni sulla stampa nostrana erano sporadiche e ben circostanziate. Da qualche tempo a questa parte, invece, non si fa in tempo ad arrivare all'ora di cena senza che uno dei due membri della coppia regali una velenosa chicca nei confronti dell'Italia.
Dopo un'estate nella quale a tenere banco è stata la questione migranti, le polemiche sono entrate nel vivo con l'approssimarsi della scadenza per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def. Lo stesso Moscovici è stato il primo euroburocrate a scagliarsi contro la decisione del governo italiano di portare il deficit al 2,4% sul Pil. Un giudizio perfettamente in linea con quello del «compare» lettone, che pochi giorni dopo lamentava l'incompatibilità della bozza di Bilancio italiana con le regole europee. Il sodalizio ha raggiunto il suo vertice, anche dal punto di vista scenico, con la conferenza stampa di martedì pomeriggio durante la quale Moscovici e Dombrovskis hanno formalizzato la decisione della Commissione Ue di bocciare la manovra.
Se diamo un veloce sguardo al passato di questi figuri, che oggi si divertono a fare i bulli in giro per l'Europa, non possiamo certo dire di trovarci di fronte a due politici di successo. Il socialista Pierre Moscovici è stato prima ministro degli Affari europei dal 1997 al 2002 sotto Lionel Jospin, per poi ricoprire l'incarico di ministro delle Finanze dal 2012 al 2014 nel governo guidato da Jean Marc Ayrault. Memorabile l'editoriale pubblicato nel 2013 dal New York Times, nel quale viene dipinto letteralmente alla stregua di un politico incapace. Durante il suo mandato il deficit francese, pur calando di poco più di un punto (dal 5% nel 2012 al 3,9% nel 2014), ha sforato costantemente il rapporto deficit/Pil previsto dai trattati europei. Per contro, nello stesso periodo, il debito pubblico ha fatto segnare un incremento del 4,3%, pari a un valore assoluto di quasi 150 miliardi. Debole la crescita, appena pochi decimali sopra lo zero. Dov'era in quegli anni la tanto amata austerità, che oggi il caro Pierre desidera rifilarci? Richiamato nel 2013 sull'osservanza del parametro del 3%, l'allora ministro sbottava contro la visione «neoliberista» della Commissione, adducendo come scusa il fatto di essere «socialista». «Noi in Francia», aggiungeva, «abbiamo elezioni, abbiamo scelte politiche, stiamo portando avanti la nostra strada». Lo stesso personaggio che oggi ci rimprovera su deficit e debito, solo qualche anno fa difendeva la sovranità francese, mostrandosi insofferente alle regole europee. Difficile, perciò, dargli credito oggi.
Veniamo al lettone Valdis Dombrovskis, premier della piccola repubblica baltica dal 2009 al 2014. Per quel che può valere (giova pur sempre ricordare che stiamo parlando del centoduesimo Paese al mondo per valore assoluto del Pil e del cinquantaduesimo per reddito pro capite), in quegli anni in effetti il deficit tornò sul livelli accettabili, ma il debito aumentò di 5 punti percentuali (dal 35,8% al 40,9%) mentre la crescita, dopo un primo rimbalzo dovuto alla fine della crisi, rimase piuttosto stagnante. Niente male, per un Paese che nel decennio 2007-2016 ha ricevuto dall'Ue quasi 7 miliardi in più di quanti ne abbia versati. Il premier rassegnò le dimissioni a fine 2013 a seguito della morte di 54 persone a causa di un crollo di un tetto di un supermercato a Riga. «Il Paese ha bisogno di un governo in grado di risolvere la situazione che è emersa», dichiarò in quell'occasione. Nel frattempo, la Lettonia è assurta agli onori delle cronache per le vicende legate riciclaggio di denaro, culminate a febbraio con la liquidazione della banca Ablv e con l'arresto del governatore Ilmars Rimsevics, membro del board Bce. Uno scandalo che ha provocato l'imbarazzo di Mario Draghi e dell'Europa intera.
Antonio Grizzuti
Continua a leggereRiduci
Scambio a distanza con Paolo Savona. Il capo della Bce: «Sono ottimista su un accordo tra Italia e Commissione Ue, ma sui titoli di Stato contano le scelte fiscali». Il ministro: «Non cambieremo la manovra, è suo compito intervenire per tutelare la stabilità».Il commissario transalpino calpestò le regole dell'Unione da ministro. Il vicepresidente lettone era campione nel debito.Lo speciale contiene due articoliStavolta non ha detto «whatever it takes», farò tutto ciò che è necessario. Mario Draghi, governatore della banca centrale europea, ha rivestito la divisa d'ordinanza fornita a Francoforte senza aggiungere nessun accessorio personalizzato. All'allarme lanciato dal ministro Giovanni Tria («Lo spread a 320 a lungo non è sostenibile per via del rischio banche»), il governatore ha risposto con una sigla, Omt. Si tratta dell'arma anti spread, Outright monetary transactions, figlio del compromesso: un'operazione di salvataggio alla quale la Bce attribuisce (per non irritare troppo la Bundesbank?) una funzione tipica di una banca centrale, cioè la salvaguardia del canale di trasmissione della politica monetaria, messo a rischio dal balzo dei tassi di mercato. Di fatto, con l'Omt l'eurozona ha una banca centrale in grado di farsi carico del debito pubblico. Con una sola, enorme clausola, cioè l'intervento dell'Esm, il meccanismo di stabilità, che implica di fatto il commissariamento del Paese. Non a caso l'Omt non è mai stato utilizzato. Il fatto che ieri Draghi l'abbia citato due volte rende bene l'idea della distanza dall'esecutivo italiano. Il numero uno della Bce ha infatti ribadito che anche dopo il termine del quantitative easing continuerà con la politica monetaria espansiva e lo si vedrà dai riacquisti dei titoli a lunga scadenza. Tutto ciò però ha un valore spalmato sull'intera Unione, e non può essere diversificata per singole nazioni. Non solo. Un giornalista del New York Times ieri ha chiesto al governatore che cosa accadrebbe in caso di bocciatura del rating sovrano italiano e impossibilità di acquistare i titoli (sotto la soglia dell'investment grade) la risposta di Draghi è stata «What if? I don't know». In sostanza saremmo di fronte a una terra incognita. Tant'è che, da vero democristiano, il governatore spiega che se lo spread sale va in crisi il capitale delle banche e calano i margini di manovra, e conclude che il suo auspicio sta nel fatto che governo gialloblù e Commissione Ue trovino un accordo sulla via del buon senso. «Non spetta alle banche centrali un ruolo di mediazione. Per raggiungere un'intesa serve comune buon senso», ha detto espressamente il governatore, il quale per il resto ha snocciolato le decisioni prese durante il direttivo.Per quanto riguarda le decisioni di politica monetaria, il Consiglio dei governatori della banca centrale europea ha lasciato i tassi invariati e confermato la exit strategy dal quantitative easing. Le prospettive economiche dell'eurozona, ha aggiunto Draghi, restano in espansione sebbene i dati segnalino un indebolimento della crescita. «E l'Italia è tra i fattori di rischio, insieme alla Brexit, alla guerra commerciale, alla volatilità dei mercati» e al cattivo andamento dell'industria dell'auto tedesca nell'ultimo trimestre, aggiungiamo noi. Agganciandosi a questo ragionamento, vale la pena riportare le dichiarazioni del ministro agli Affari europei, Paolo Savona, rilasciate due ore dopo la conferenza stampa di Francoforte. «Il governo non cambierà la manovra ma la rinvierà tale e quale a Bruxelles», ha detto Savona, ospite a Sky Tg24. «La manovra non sarà corretta su questo non c'è alcun dubbio. Se lo spread ci sfugge, così come abbiamo deciso in Consiglio dei ministri, noi non riesamineremo la manovra, ma il contesto nel quale ci poniamo». La posizione di Savona cozza con la richiesta inviata alla Bce di trovare una soluzione alle turbolenze (anche se ieri si sono messe alla finestra con uno spread sceso a 309 punti base)? Ovviamente l'opposizione definisce il concetto sovranista come una bolla che si deve astrarre da qualunque contesto. Secondo Savona non è così. Significa che la politica detta all'Unione europea le linee guida della flessibilità e del cambiamento. La risposta di Draghi fa riferimento a una situazione cristallizzata al 26 ottobre del 2017, quando la Bce ha cominciato a chiudere i rubinetti della liquidità. L'Italia chiede un rimescolamento delle carte e una politica monetaria correlata in qualche modo alle decisioni di bilancio: in pratica un diverso fiscal compact. Per Draghi alla domanda come si fa a fermare lo spread la risposta è: con una solida politica di bilancio. Per il governo, con una solida politica di investimenti. In sostanza Savona chiede alla Bce di fare prestatore di ultima istanza fino a che l'effetto degli investimenti non raggiunga il Pil. A quel punto, scendendo il rapporto con il debito, scenderà di conseguenza anche lo spread a livello strutturale. Le posizioni sono evidentemente molto lontano e la sportellata di Draghi lascia aperta solo una strada: di nuovo il braccio di ferro con la Commissione. Il gioco è molto pericoloso, perché funziona per chi si ferma per primo. Salvo che poi l'altro cade nel burrone a trascina a sua volta il compagno. Bisogna prendere però atto che il mondo attorno all'Europa è cambiato. L'effetto Obama è finalmente svanito, gli Usa sono tornati a interessarsi del Mediterraneo e hanno avviato una politica di dazi che schiaccia il Vecchio Continente a metà strada tra l'Atlantico e il pacifico. La Germania non è più locomotiva e rimane agganciata alla Cina per necessità. La fine del Qe e le scelte del fiscal compact sono relativamente recenti ma molto distanti dagli eventi alleati. Chi sostiene le scelte della Commissione Ue come l'unica strada possibile per l'Europa dimentica i timori avanzati nel 1989 dall'ex cancelliere Tory, Nigel Lawson. Il consigliere di Margaret Thatcher ebbe a dire alla Chatam house: «Che sorta di area comune finanziaria europea ci dobbiamo aspettare», esordì Lawson ribadendo ciò che più volte aveva sostenuto (nessuno degli obiettivi né monetario né fiscale avrebbe potuto prescindere dal single market): libertà di circolazione di beni, servizi e capitali con più competizione e meno Stato. «Invece», proseguì, «c'è chi cerca di arrivare all'Unione nel 1992 con regole sopranazionali, dove però le barriere non saranno tirate giù, ma saranno innalzati i controlli e le restrizioni. E persino chi credendo il regime liberale inevitabile (ma non invidiabile) cerca di creare un club esclusivo europeo nel quale il single market non è deciso dalla tendenza alle liberalizzazioni ma circoscritto da tutte le norme erette in sua difesa». Ecco la nuova contingenza economica, la crisi che si sta affacciando nuovamente alle porte del Vecchio Continente impone un cambio di passo. Lo spread è la conseguenza, prima si deve comprendere la causa della cura. Ieri serta è arrivato infine l'endorsement di Donald Trump. »Ho parlato con Conte», ha scritto, «sta facendo un ottimo lavoro sull'immigrazione e pure la politica economica avrà successo». Un messaggio diretto a Bruxelles più che a Roma. Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-ammette-lo-spread-e-guerra-politica-2615181361.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-bilanci-sbalestrati-di-dombrovskis-e-moscovici-i-due-censori-dellitalia" data-post-id="2615181361" data-published-at="1778592002" data-use-pagination="False"> I bilanci sbalestrati di Dombrovskis e Moscovici, i due censori dell’Italia Negli ultimi mesi, nostro malgrado, c'è toccato avere a che fare molto spesso con la premiata ditta formata dal francese Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici e monetari, e dal lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea. Prima che Bruxelles decidesse di aprire un fuoco di fila sul governo Conte a seguito della decisione di strappare sul deficit, le loro apparizioni sulla stampa nostrana erano sporadiche e ben circostanziate. Da qualche tempo a questa parte, invece, non si fa in tempo ad arrivare all'ora di cena senza che uno dei due membri della coppia regali una velenosa chicca nei confronti dell'Italia. Dopo un'estate nella quale a tenere banco è stata la questione migranti, le polemiche sono entrate nel vivo con l'approssimarsi della scadenza per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def. Lo stesso Moscovici è stato il primo euroburocrate a scagliarsi contro la decisione del governo italiano di portare il deficit al 2,4% sul Pil. Un giudizio perfettamente in linea con quello del «compare» lettone, che pochi giorni dopo lamentava l'incompatibilità della bozza di Bilancio italiana con le regole europee. Il sodalizio ha raggiunto il suo vertice, anche dal punto di vista scenico, con la conferenza stampa di martedì pomeriggio durante la quale Moscovici e Dombrovskis hanno formalizzato la decisione della Commissione Ue di bocciare la manovra. Se diamo un veloce sguardo al passato di questi figuri, che oggi si divertono a fare i bulli in giro per l'Europa, non possiamo certo dire di trovarci di fronte a due politici di successo. Il socialista Pierre Moscovici è stato prima ministro degli Affari europei dal 1997 al 2002 sotto Lionel Jospin, per poi ricoprire l'incarico di ministro delle Finanze dal 2012 al 2014 nel governo guidato da Jean Marc Ayrault. Memorabile l'editoriale pubblicato nel 2013 dal New York Times, nel quale viene dipinto letteralmente alla stregua di un politico incapace. Durante il suo mandato il deficit francese, pur calando di poco più di un punto (dal 5% nel 2012 al 3,9% nel 2014), ha sforato costantemente il rapporto deficit/Pil previsto dai trattati europei. Per contro, nello stesso periodo, il debito pubblico ha fatto segnare un incremento del 4,3%, pari a un valore assoluto di quasi 150 miliardi. Debole la crescita, appena pochi decimali sopra lo zero. Dov'era in quegli anni la tanto amata austerità, che oggi il caro Pierre desidera rifilarci? Richiamato nel 2013 sull'osservanza del parametro del 3%, l'allora ministro sbottava contro la visione «neoliberista» della Commissione, adducendo come scusa il fatto di essere «socialista». «Noi in Francia», aggiungeva, «abbiamo elezioni, abbiamo scelte politiche, stiamo portando avanti la nostra strada». Lo stesso personaggio che oggi ci rimprovera su deficit e debito, solo qualche anno fa difendeva la sovranità francese, mostrandosi insofferente alle regole europee. Difficile, perciò, dargli credito oggi. Veniamo al lettone Valdis Dombrovskis, premier della piccola repubblica baltica dal 2009 al 2014. Per quel che può valere (giova pur sempre ricordare che stiamo parlando del centoduesimo Paese al mondo per valore assoluto del Pil e del cinquantaduesimo per reddito pro capite), in quegli anni in effetti il deficit tornò sul livelli accettabili, ma il debito aumentò di 5 punti percentuali (dal 35,8% al 40,9%) mentre la crescita, dopo un primo rimbalzo dovuto alla fine della crisi, rimase piuttosto stagnante. Niente male, per un Paese che nel decennio 2007-2016 ha ricevuto dall'Ue quasi 7 miliardi in più di quanti ne abbia versati. Il premier rassegnò le dimissioni a fine 2013 a seguito della morte di 54 persone a causa di un crollo di un tetto di un supermercato a Riga. «Il Paese ha bisogno di un governo in grado di risolvere la situazione che è emersa», dichiarò in quell'occasione. Nel frattempo, la Lettonia è assurta agli onori delle cronache per le vicende legate riciclaggio di denaro, culminate a febbraio con la liquidazione della banca Ablv e con l'arresto del governatore Ilmars Rimsevics, membro del board Bce. Uno scandalo che ha provocato l'imbarazzo di Mario Draghi e dell'Europa intera. Antonio Grizzuti
Getty Images
Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
Continua a leggereRiduci
Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
Continua a leggereRiduci