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2018-10-26
Draghi ammette: lo spread è guerra politica
ANSA
Stavolta non ha detto «whatever it takes», farò tutto ciò che è necessario. Mario Draghi, governatore della banca centrale europea, ha rivestito la divisa d'ordinanza fornita a Francoforte senza aggiungere nessun accessorio personalizzato. All'allarme lanciato dal ministro Giovanni Tria («Lo spread a 320 a lungo non è sostenibile per via del rischio banche»), il governatore ha risposto con una sigla, Omt. Si tratta dell'arma anti spread, Outright monetary transactions, figlio del compromesso: un'operazione di salvataggio alla quale la Bce attribuisce (per non irritare troppo la Bundesbank?) una funzione tipica di una banca centrale, cioè la salvaguardia del canale di trasmissione della politica monetaria, messo a rischio dal balzo dei tassi di mercato. Di fatto, con l'Omt l'eurozona ha una banca centrale in grado di farsi carico del debito pubblico. Con una sola, enorme clausola, cioè l'intervento dell'Esm, il meccanismo di stabilità, che implica di fatto il commissariamento del Paese. Non a caso l'Omt non è mai stato utilizzato. Il fatto che ieri Draghi l'abbia citato due volte rende bene l'idea della distanza dall'esecutivo italiano. Il numero uno della Bce ha infatti ribadito che anche dopo il termine del quantitative easing continuerà con la politica monetaria espansiva e lo si vedrà dai riacquisti dei titoli a lunga scadenza. Tutto ciò però ha un valore spalmato sull'intera Unione, e non può essere diversificata per singole nazioni. Non solo. Un giornalista del New York Times ieri ha chiesto al governatore che cosa accadrebbe in caso di bocciatura del rating sovrano italiano e impossibilità di acquistare i titoli (sotto la soglia dell'investment grade) la risposta di Draghi è stata «What if? I don't know». In sostanza saremmo di fronte a una terra incognita. Tant'è che, da vero democristiano, il governatore spiega che se lo spread sale va in crisi il capitale delle banche e calano i margini di manovra, e conclude che il suo auspicio sta nel fatto che governo gialloblù e Commissione Ue trovino un accordo sulla via del buon senso. «Non spetta alle banche centrali un ruolo di mediazione. Per raggiungere un'intesa serve comune buon senso», ha detto espressamente il governatore, il quale per il resto ha snocciolato le decisioni prese durante il direttivo.
Per quanto riguarda le decisioni di politica monetaria, il Consiglio dei governatori della banca centrale europea ha lasciato i tassi invariati e confermato la exit strategy dal quantitative easing. Le prospettive economiche dell'eurozona, ha aggiunto Draghi, restano in espansione sebbene i dati segnalino un indebolimento della crescita. «E l'Italia è tra i fattori di rischio, insieme alla Brexit, alla guerra commerciale, alla volatilità dei mercati» e al cattivo andamento dell'industria dell'auto tedesca nell'ultimo trimestre, aggiungiamo noi. Agganciandosi a questo ragionamento, vale la pena riportare le dichiarazioni del ministro agli Affari europei, Paolo Savona, rilasciate due ore dopo la conferenza stampa di Francoforte. «Il governo non cambierà la manovra ma la rinvierà tale e quale a Bruxelles», ha detto Savona, ospite a Sky Tg24. «La manovra non sarà corretta su questo non c'è alcun dubbio. Se lo spread ci sfugge, così come abbiamo deciso in Consiglio dei ministri, noi non riesamineremo la manovra, ma il contesto nel quale ci poniamo». La posizione di Savona cozza con la richiesta inviata alla Bce di trovare una soluzione alle turbolenze (anche se ieri si sono messe alla finestra con uno spread sceso a 309 punti base)? Ovviamente l'opposizione definisce il concetto sovranista come una bolla che si deve astrarre da qualunque contesto. Secondo Savona non è così. Significa che la politica detta all'Unione europea le linee guida della flessibilità e del cambiamento. La risposta di Draghi fa riferimento a una situazione cristallizzata al 26 ottobre del 2017, quando la Bce ha cominciato a chiudere i rubinetti della liquidità.
L'Italia chiede un rimescolamento delle carte e una politica monetaria correlata in qualche modo alle decisioni di bilancio: in pratica un diverso fiscal compact. Per Draghi alla domanda come si fa a fermare lo spread la risposta è: con una solida politica di bilancio. Per il governo, con una solida politica di investimenti. In sostanza Savona chiede alla Bce di fare prestatore di ultima istanza fino a che l'effetto degli investimenti non raggiunga il Pil. A quel punto, scendendo il rapporto con il debito, scenderà di conseguenza anche lo spread a livello strutturale.
Le posizioni sono evidentemente molto lontano e la sportellata di Draghi lascia aperta solo una strada: di nuovo il braccio di ferro con la Commissione. Il gioco è molto pericoloso, perché funziona per chi si ferma per primo. Salvo che poi l'altro cade nel burrone a trascina a sua volta il compagno. Bisogna prendere però atto che il mondo attorno all'Europa è cambiato.
L'effetto Obama è finalmente svanito, gli Usa sono tornati a interessarsi del Mediterraneo e hanno avviato una politica di dazi che schiaccia il Vecchio Continente a metà strada tra l'Atlantico e il pacifico. La Germania non è più locomotiva e rimane agganciata alla Cina per necessità. La fine del Qe e le scelte del fiscal compact sono relativamente recenti ma molto distanti dagli eventi alleati. Chi sostiene le scelte della Commissione Ue come l'unica strada possibile per l'Europa dimentica i timori avanzati nel 1989 dall'ex cancelliere Tory, Nigel Lawson. Il consigliere di Margaret Thatcher ebbe a dire alla Chatam house: «Che sorta di area comune finanziaria europea ci dobbiamo aspettare», esordì Lawson ribadendo ciò che più volte aveva sostenuto (nessuno degli obiettivi né monetario né fiscale avrebbe potuto prescindere dal single market): libertà di circolazione di beni, servizi e capitali con più competizione e meno Stato. «Invece», proseguì, «c'è chi cerca di arrivare all'Unione nel 1992 con regole sopranazionali, dove però le barriere non saranno tirate giù, ma saranno innalzati i controlli e le restrizioni. E persino chi credendo il regime liberale inevitabile (ma non invidiabile) cerca di creare un club esclusivo europeo nel quale il single market non è deciso dalla tendenza alle liberalizzazioni ma circoscritto da tutte le norme erette in sua difesa».
Ecco la nuova contingenza economica, la crisi che si sta affacciando nuovamente alle porte del Vecchio Continente impone un cambio di passo. Lo spread è la conseguenza, prima si deve comprendere la causa della cura. Ieri serta è arrivato infine l'endorsement di Donald Trump. »Ho parlato con Conte», ha scritto, «sta facendo un ottimo lavoro sull'immigrazione e pure la politica economica avrà successo». Un messaggio diretto a Bruxelles più che a Roma.
Claudio Antonelli
I bilanci sbalestrati di Dombrovskis e Moscovici, i due censori dell’Italia
Negli ultimi mesi, nostro malgrado, c'è toccato avere a che fare molto spesso con la premiata ditta formata dal francese Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici e monetari, e dal lettone Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea. Prima che Bruxelles decidesse di aprire un fuoco di fila sul governo Conte a seguito della decisione di strappare sul deficit, le loro apparizioni sulla stampa nostrana erano sporadiche e ben circostanziate. Da qualche tempo a questa parte, invece, non si fa in tempo ad arrivare all'ora di cena senza che uno dei due membri della coppia regali una velenosa chicca nei confronti dell'Italia.
Dopo un'estate nella quale a tenere banco è stata la questione migranti, le polemiche sono entrate nel vivo con l'approssimarsi della scadenza per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def. Lo stesso Moscovici è stato il primo euroburocrate a scagliarsi contro la decisione del governo italiano di portare il deficit al 2,4% sul Pil. Un giudizio perfettamente in linea con quello del «compare» lettone, che pochi giorni dopo lamentava l'incompatibilità della bozza di Bilancio italiana con le regole europee. Il sodalizio ha raggiunto il suo vertice, anche dal punto di vista scenico, con la conferenza stampa di martedì pomeriggio durante la quale Moscovici e Dombrovskis hanno formalizzato la decisione della Commissione Ue di bocciare la manovra.
Se diamo un veloce sguardo al passato di questi figuri, che oggi si divertono a fare i bulli in giro per l'Europa, non possiamo certo dire di trovarci di fronte a due politici di successo. Il socialista Pierre Moscovici è stato prima ministro degli Affari europei dal 1997 al 2002 sotto Lionel Jospin, per poi ricoprire l'incarico di ministro delle Finanze dal 2012 al 2014 nel governo guidato da Jean Marc Ayrault. Memorabile l'editoriale pubblicato nel 2013 dal New York Times, nel quale viene dipinto letteralmente alla stregua di un politico incapace. Durante il suo mandato il deficit francese, pur calando di poco più di un punto (dal 5% nel 2012 al 3,9% nel 2014), ha sforato costantemente il rapporto deficit/Pil previsto dai trattati europei. Per contro, nello stesso periodo, il debito pubblico ha fatto segnare un incremento del 4,3%, pari a un valore assoluto di quasi 150 miliardi. Debole la crescita, appena pochi decimali sopra lo zero. Dov'era in quegli anni la tanto amata austerità, che oggi il caro Pierre desidera rifilarci? Richiamato nel 2013 sull'osservanza del parametro del 3%, l'allora ministro sbottava contro la visione «neoliberista» della Commissione, adducendo come scusa il fatto di essere «socialista». «Noi in Francia», aggiungeva, «abbiamo elezioni, abbiamo scelte politiche, stiamo portando avanti la nostra strada». Lo stesso personaggio che oggi ci rimprovera su deficit e debito, solo qualche anno fa difendeva la sovranità francese, mostrandosi insofferente alle regole europee. Difficile, perciò, dargli credito oggi.
Veniamo al lettone Valdis Dombrovskis, premier della piccola repubblica baltica dal 2009 al 2014. Per quel che può valere (giova pur sempre ricordare che stiamo parlando del centoduesimo Paese al mondo per valore assoluto del Pil e del cinquantaduesimo per reddito pro capite), in quegli anni in effetti il deficit tornò sul livelli accettabili, ma il debito aumentò di 5 punti percentuali (dal 35,8% al 40,9%) mentre la crescita, dopo un primo rimbalzo dovuto alla fine della crisi, rimase piuttosto stagnante. Niente male, per un Paese che nel decennio 2007-2016 ha ricevuto dall'Ue quasi 7 miliardi in più di quanti ne abbia versati. Il premier rassegnò le dimissioni a fine 2013 a seguito della morte di 54 persone a causa di un crollo di un tetto di un supermercato a Riga. «Il Paese ha bisogno di un governo in grado di risolvere la situazione che è emersa», dichiarò in quell'occasione. Nel frattempo, la Lettonia è assurta agli onori delle cronache per le vicende legate riciclaggio di denaro, culminate a febbraio con la liquidazione della banca Ablv e con l'arresto del governatore Ilmars Rimsevics, membro del board Bce. Uno scandalo che ha provocato l'imbarazzo di Mario Draghi e dell'Europa intera.
Antonio Grizzuti
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Scambio a distanza con Paolo Savona. Il capo della Bce: «Sono ottimista su un accordo tra Italia e Commissione Ue, ma sui titoli di Stato contano le scelte fiscali». Il ministro: «Non cambieremo la manovra, è suo compito intervenire per tutelare la stabilità».Il commissario transalpino calpestò le regole dell'Unione da ministro. Il vicepresidente lettone era campione nel debito.Lo speciale contiene due articoliStavolta non ha detto «whatever it takes», farò tutto ciò che è necessario. Mario Draghi, governatore della banca centrale europea, ha rivestito la divisa d'ordinanza fornita a Francoforte senza aggiungere nessun accessorio personalizzato. All'allarme lanciato dal ministro Giovanni Tria («Lo spread a 320 a lungo non è sostenibile per via del rischio banche»), il governatore ha risposto con una sigla, Omt. Si tratta dell'arma anti spread, Outright monetary transactions, figlio del compromesso: un'operazione di salvataggio alla quale la Bce attribuisce (per non irritare troppo la Bundesbank?) una funzione tipica di una banca centrale, cioè la salvaguardia del canale di trasmissione della politica monetaria, messo a rischio dal balzo dei tassi di mercato. Di fatto, con l'Omt l'eurozona ha una banca centrale in grado di farsi carico del debito pubblico. Con una sola, enorme clausola, cioè l'intervento dell'Esm, il meccanismo di stabilità, che implica di fatto il commissariamento del Paese. Non a caso l'Omt non è mai stato utilizzato. Il fatto che ieri Draghi l'abbia citato due volte rende bene l'idea della distanza dall'esecutivo italiano. Il numero uno della Bce ha infatti ribadito che anche dopo il termine del quantitative easing continuerà con la politica monetaria espansiva e lo si vedrà dai riacquisti dei titoli a lunga scadenza. Tutto ciò però ha un valore spalmato sull'intera Unione, e non può essere diversificata per singole nazioni. Non solo. Un giornalista del New York Times ieri ha chiesto al governatore che cosa accadrebbe in caso di bocciatura del rating sovrano italiano e impossibilità di acquistare i titoli (sotto la soglia dell'investment grade) la risposta di Draghi è stata «What if? I don't know». In sostanza saremmo di fronte a una terra incognita. Tant'è che, da vero democristiano, il governatore spiega che se lo spread sale va in crisi il capitale delle banche e calano i margini di manovra, e conclude che il suo auspicio sta nel fatto che governo gialloblù e Commissione Ue trovino un accordo sulla via del buon senso. «Non spetta alle banche centrali un ruolo di mediazione. Per raggiungere un'intesa serve comune buon senso», ha detto espressamente il governatore, il quale per il resto ha snocciolato le decisioni prese durante il direttivo.Per quanto riguarda le decisioni di politica monetaria, il Consiglio dei governatori della banca centrale europea ha lasciato i tassi invariati e confermato la exit strategy dal quantitative easing. Le prospettive economiche dell'eurozona, ha aggiunto Draghi, restano in espansione sebbene i dati segnalino un indebolimento della crescita. «E l'Italia è tra i fattori di rischio, insieme alla Brexit, alla guerra commerciale, alla volatilità dei mercati» e al cattivo andamento dell'industria dell'auto tedesca nell'ultimo trimestre, aggiungiamo noi. Agganciandosi a questo ragionamento, vale la pena riportare le dichiarazioni del ministro agli Affari europei, Paolo Savona, rilasciate due ore dopo la conferenza stampa di Francoforte. «Il governo non cambierà la manovra ma la rinvierà tale e quale a Bruxelles», ha detto Savona, ospite a Sky Tg24. «La manovra non sarà corretta su questo non c'è alcun dubbio. Se lo spread ci sfugge, così come abbiamo deciso in Consiglio dei ministri, noi non riesamineremo la manovra, ma il contesto nel quale ci poniamo». La posizione di Savona cozza con la richiesta inviata alla Bce di trovare una soluzione alle turbolenze (anche se ieri si sono messe alla finestra con uno spread sceso a 309 punti base)? Ovviamente l'opposizione definisce il concetto sovranista come una bolla che si deve astrarre da qualunque contesto. Secondo Savona non è così. Significa che la politica detta all'Unione europea le linee guida della flessibilità e del cambiamento. La risposta di Draghi fa riferimento a una situazione cristallizzata al 26 ottobre del 2017, quando la Bce ha cominciato a chiudere i rubinetti della liquidità. L'Italia chiede un rimescolamento delle carte e una politica monetaria correlata in qualche modo alle decisioni di bilancio: in pratica un diverso fiscal compact. Per Draghi alla domanda come si fa a fermare lo spread la risposta è: con una solida politica di bilancio. Per il governo, con una solida politica di investimenti. In sostanza Savona chiede alla Bce di fare prestatore di ultima istanza fino a che l'effetto degli investimenti non raggiunga il Pil. A quel punto, scendendo il rapporto con il debito, scenderà di conseguenza anche lo spread a livello strutturale. Le posizioni sono evidentemente molto lontano e la sportellata di Draghi lascia aperta solo una strada: di nuovo il braccio di ferro con la Commissione. Il gioco è molto pericoloso, perché funziona per chi si ferma per primo. Salvo che poi l'altro cade nel burrone a trascina a sua volta il compagno. Bisogna prendere però atto che il mondo attorno all'Europa è cambiato. L'effetto Obama è finalmente svanito, gli Usa sono tornati a interessarsi del Mediterraneo e hanno avviato una politica di dazi che schiaccia il Vecchio Continente a metà strada tra l'Atlantico e il pacifico. La Germania non è più locomotiva e rimane agganciata alla Cina per necessità. La fine del Qe e le scelte del fiscal compact sono relativamente recenti ma molto distanti dagli eventi alleati. Chi sostiene le scelte della Commissione Ue come l'unica strada possibile per l'Europa dimentica i timori avanzati nel 1989 dall'ex cancelliere Tory, Nigel Lawson. Il consigliere di Margaret Thatcher ebbe a dire alla Chatam house: «Che sorta di area comune finanziaria europea ci dobbiamo aspettare», esordì Lawson ribadendo ciò che più volte aveva sostenuto (nessuno degli obiettivi né monetario né fiscale avrebbe potuto prescindere dal single market): libertà di circolazione di beni, servizi e capitali con più competizione e meno Stato. «Invece», proseguì, «c'è chi cerca di arrivare all'Unione nel 1992 con regole sopranazionali, dove però le barriere non saranno tirate giù, ma saranno innalzati i controlli e le restrizioni. E persino chi credendo il regime liberale inevitabile (ma non invidiabile) cerca di creare un club esclusivo europeo nel quale il single market non è deciso dalla tendenza alle liberalizzazioni ma circoscritto da tutte le norme erette in sua difesa». Ecco la nuova contingenza economica, la crisi che si sta affacciando nuovamente alle porte del Vecchio Continente impone un cambio di passo. Lo spread è la conseguenza, prima si deve comprendere la causa della cura. Ieri serta è arrivato infine l'endorsement di Donald Trump. »Ho parlato con Conte», ha scritto, «sta facendo un ottimo lavoro sull'immigrazione e pure la politica economica avrà successo». Un messaggio diretto a Bruxelles più che a Roma. 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Da qualche tempo a questa parte, invece, non si fa in tempo ad arrivare all'ora di cena senza che uno dei due membri della coppia regali una velenosa chicca nei confronti dell'Italia. Dopo un'estate nella quale a tenere banco è stata la questione migranti, le polemiche sono entrate nel vivo con l'approssimarsi della scadenza per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def. Lo stesso Moscovici è stato il primo euroburocrate a scagliarsi contro la decisione del governo italiano di portare il deficit al 2,4% sul Pil. Un giudizio perfettamente in linea con quello del «compare» lettone, che pochi giorni dopo lamentava l'incompatibilità della bozza di Bilancio italiana con le regole europee. Il sodalizio ha raggiunto il suo vertice, anche dal punto di vista scenico, con la conferenza stampa di martedì pomeriggio durante la quale Moscovici e Dombrovskis hanno formalizzato la decisione della Commissione Ue di bocciare la manovra. Se diamo un veloce sguardo al passato di questi figuri, che oggi si divertono a fare i bulli in giro per l'Europa, non possiamo certo dire di trovarci di fronte a due politici di successo. Il socialista Pierre Moscovici è stato prima ministro degli Affari europei dal 1997 al 2002 sotto Lionel Jospin, per poi ricoprire l'incarico di ministro delle Finanze dal 2012 al 2014 nel governo guidato da Jean Marc Ayrault. Memorabile l'editoriale pubblicato nel 2013 dal New York Times, nel quale viene dipinto letteralmente alla stregua di un politico incapace. Durante il suo mandato il deficit francese, pur calando di poco più di un punto (dal 5% nel 2012 al 3,9% nel 2014), ha sforato costantemente il rapporto deficit/Pil previsto dai trattati europei. Per contro, nello stesso periodo, il debito pubblico ha fatto segnare un incremento del 4,3%, pari a un valore assoluto di quasi 150 miliardi. Debole la crescita, appena pochi decimali sopra lo zero. Dov'era in quegli anni la tanto amata austerità, che oggi il caro Pierre desidera rifilarci? Richiamato nel 2013 sull'osservanza del parametro del 3%, l'allora ministro sbottava contro la visione «neoliberista» della Commissione, adducendo come scusa il fatto di essere «socialista». «Noi in Francia», aggiungeva, «abbiamo elezioni, abbiamo scelte politiche, stiamo portando avanti la nostra strada». Lo stesso personaggio che oggi ci rimprovera su deficit e debito, solo qualche anno fa difendeva la sovranità francese, mostrandosi insofferente alle regole europee. Difficile, perciò, dargli credito oggi. Veniamo al lettone Valdis Dombrovskis, premier della piccola repubblica baltica dal 2009 al 2014. Per quel che può valere (giova pur sempre ricordare che stiamo parlando del centoduesimo Paese al mondo per valore assoluto del Pil e del cinquantaduesimo per reddito pro capite), in quegli anni in effetti il deficit tornò sul livelli accettabili, ma il debito aumentò di 5 punti percentuali (dal 35,8% al 40,9%) mentre la crescita, dopo un primo rimbalzo dovuto alla fine della crisi, rimase piuttosto stagnante. Niente male, per un Paese che nel decennio 2007-2016 ha ricevuto dall'Ue quasi 7 miliardi in più di quanti ne abbia versati. Il premier rassegnò le dimissioni a fine 2013 a seguito della morte di 54 persone a causa di un crollo di un tetto di un supermercato a Riga. «Il Paese ha bisogno di un governo in grado di risolvere la situazione che è emersa», dichiarò in quell'occasione. Nel frattempo, la Lettonia è assurta agli onori delle cronache per le vicende legate riciclaggio di denaro, culminate a febbraio con la liquidazione della banca Ablv e con l'arresto del governatore Ilmars Rimsevics, membro del board Bce. Uno scandalo che ha provocato l'imbarazzo di Mario Draghi e dell'Europa intera. Antonio Grizzuti
Floriano Masoero, ceo e presidente Siemens Italia, durante i Siemens Tech Talks 2026 (Ansa)
Ai Tech Talks Siemens 2026 al centro la Physical AI, tra mondo reale e digitale. Ferrari e Pirelli raccontano come dati e simulazione stanno trasformando l’industria. Spazio anche a smart building, energia e manifattura.
Il confine tra mondo fisico e digitale si fa sempre più sottile nell’industria del futuro. È questa la traiettoria emersa dalla terza edizione dei Siemens Tech Talks, che hanno riunito a Milano imprese e partner per confrontarsi sulle trasformazioni in atto nei settori dell’industria, dell’energia e degli smart building.
Il titolo scelto per l’edizione 2026, Where Real meets Digital, non è soltanto uno slogan, ma la sintesi di una direzione precisa: la cosiddetta Physical AI, l’intelligenza artificiale applicata ai sistemi reali, dalle fabbriche alle infrastrutture energetiche fino agli edifici intelligenti. Una tecnologia che, secondo Siemens, non appartiene più al futuro ma a un presente già operativo.
La Physical AI entra nei processi industriali
Il cuore della giornata si è svolto a Casa Siemens, dove il confronto ha ruotato attorno all’evoluzione dell’azienda in chiave «tech company», capace di integrare hardware, software, dati e potenza computazionale in un unico ecosistema.
Al centro di questa trasformazione c’è l’idea di una AI che non si limita ad analizzare, ma interviene nei processi fisici. Attraverso modelli come i digital twin, già utilizzati per simulare e ottimizzare macchine e infrastrutture in fase progettuale, Siemens descrive un’industria sempre più autonoma e adattiva.
Tra le soluzioni presentate anche Eigen Engineering Agent, sistema di AI generativa integrato nel TIA Portal, in grado di tradurre istruzioni in linguaggio naturale in progetti industriali completi. Un salto che punta a ridurre tempi e complessità dell’ingegneria industriale.
Secondo i dati forniti, il sistema consente una riduzione dei tempi di sviluppo fino a cinque volte, un aumento dell’efficienza del 50% e un miglioramento della qualità dell’80%.
Per il CEO di Siemens Italia Floriano Masoero, la direzione è ormai tracciata: la Physical AI non è una promessa ma una tecnologia già matura, mentre la sfida per le imprese è passare dai progetti pilota a modelli scalabili e integrati.
Ferrari e Pirelli: la complessità dell’industria reale
A dare concretezza a questa visione sono state anche le testimonianze di due grandi gruppi industriali italiani: Ferrari e Pirelli.
Per Ferrari, lo sviluppo di una vettura non è soltanto una questione di prestazioni, ma anche di unicità. Ogni cliente, è stato sottolineato, non cerca un’auto qualsiasi, ma una vettura costruita su misura. Una complessità che richiede oggi un modello produttivo basato sulla gestione integrata di dati, processi e tecnologie lungo tutto il ciclo di vita del prodotto.
Una dinamica che, secondo il management Ferrari, nasce proprio dalla convergenza tra progettazione digitale, simulazione e produzione fisica.
Per Pirelli, invece, l’innovazione passa dai dati generati direttamente dal prodotto. Con il progetto Cyber Tyre, gli pneumatici diventano sensori in grado di alimentare sistemi e servizi legati alla dinamica del veicolo e allo sviluppo dei prodotti stessi.
Accanto a questo, l’azienda lavora da tempo sui gemelli digitali di pneumatici e impianti produttivi, con l’obiettivo di ridurre tempi e costi e rendere più preciso il controllo dei processi industriali, sempre con il supporto dell’intelligenza artificiale.
L’industria diffusa: energia, edifici e manifattura
Accanto alla sessione centrale, i Tech Talks si sono sviluppati in tre appuntamenti paralleli dedicati a smart building, elettrificazione e industria, con il coinvolgimento di Politecnico di Milano, AcegasApsAmga e Pomini Tenova.
Nel campo degli edifici intelligenti, il Politecnico di Milano ha raccontato l’evoluzione del proprio campus in uno smart district, grazie a sistemi di gestione integrata che oggi controllano decine di migliaia di punti distribuiti tra sedi e residenze universitarie.
Sul fronte energetico, AcegasApsAmga ha presentato la modernizzazione di 28 stazioni elettriche tra Trieste e Gorizia, trasformate in nodi digitali della rete grazie a sistemi di monitoraggio e tecnologie a basso impatto ambientale.
In ambito industriale, Pomini Tenova ha ripercorso la propria trasformazione verso modelli produttivi sempre più autonomi e digitalizzati, costruita su una collaborazione storica con Siemens che ha portato all’integrazione di tecnologie di automazione e AI nelle macchine industriali.
Un’industria sempre più connessa
Nel complesso, i Siemens Tech Talks 2026 restituiscono l’immagine di un’industria in cui reale e digitale non sono più mondi separati, ma parti dello stesso sistema. Una transizione che coinvolge fabbriche, infrastrutture e progettazione, e che si fonda sempre più sull’integrazione tra dati, intelligenza artificiale e sistemi fisici.
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Il pianista jazz Antonio Faraò (foto Roberto Cifarelli)
Lo sguardo di Jannacci sulla città, gli anni d’oro del jazz a Milano, con il Capolinea e Le Scimmie, e il tributo a Miles Davis e John Coltrane nel centenario della nascita. La seconda edizione del festival Notes Around Smg, fondato dal pianista jazz Antonio Faraò, riparte da qui, con tre serate di musica live (da stasera a sabato 27 giugno) a Villa Visconti Borromeo Litta, nel teatro naturale del parco storico di Lainate (Milano).
Apre le danze questa sera (ore 21.30) Paolo Jannacci, con lo spettacolo teatrale Jannacci Arrenditi! La città ascolta. Un viaggio attraverso i volti della città che rivivono nelle canzoni di Paolo Conte, Luigi Tenco e papà Enzo, tenute insieme dai dialoghi e dai monologhi scritti con Paolo Re. Sul palco la storica band del pianista, compositore e figlio d’arte: Daniele Moretto (tromba, flicorno e cori), Marco Ricci (basso) e Stefano Bagnoli (batteria).
Domani (mentre il capoluogo lombardo dice addio anche all’esperienza dello Spirit de Milan) l’epopea di due locali storici della scena milanese, come il Capolinea e Le Scimmie, si potrà rivivere grazie ai protagonisti di quegli anni irripetibili, quando alle jam session si poteva incontrare gente del calibro di Chet Baker, Dizzy Gillespie, Woody Herman, Pat Metheny e Tony Scott. Una cavalcata nella quale si avvicenderanno Pietro Tonolo, Luca Jurman, Claudio Fasoli, Nick The Nightfly, Luigi Bonafede, Dado Moroni, Attilio Zanchi, Laura Fedele, Tonino De Sensi, Federico Monti, Piero Orsini, Piero Leveratto, Nicolò Fragile, Paolo Pellegatti, Luigi Gonguy, Michele Bozza, Gigi Cifarelli, Antonio Faraò, Mauro Negri, Sandro Cerino, Yuri Golubev, Mario Rusca, Tony Arco, Monica Shaka, Luca Meneghello e Luca Pasqua.
Chiuderà la kermesse, sabato 27, una vera e propria all stars band, con il progetto Miles Davis & John Coltrane Centennial: Fabrizio Bosso (tromba), Joe Lovano (sax), Antonio Faraò (pianoforte) Ira Coleman (contrabbasso) e Gerald Cleaver (batteria). Presentano Nick The Nightfly e Carlo Melato, giornalista della Verità che con il podcast Non sparate sul pianista ha raccolto la visione artistica di Faraò (bit.ly/4oQE7n0) e Lovano (bit.ly/4xI2tU1).
Prima dei concerti sarà possibile visitare la mostra fotografica a cura di Roberto Cifarelli dedicata a Miles&Trane, attraverso le immagini di alcuni dei musicisti che hanno avuto la fortuna di collaborare con loro.
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Maserati Gran Cabrio
Per celebrare il centenario del suo storico logo, Maserati lancia «Trident Stars»: una costellazione composta da cento stelle dedicate a clienti, dipendenti e protagonisti che hanno contribuito alla storia del marchio.
In occasione dei 100 anni del suo storico logo, la casa modenese lancia “Trident Stars”, un progetto che trasforma il simbolo del Tridente in una costellazione composta da cento stelle dedicate a clienti, dipendenti e ambasciatori del brand.
Per celebrare il centenario del proprio logo, Maserati guarda al cielo. La casa del Tridente ha presentato “Trident Stars”, un progetto che trasforma il celebre simbolo del marchio in una vera e propria costellazione, composta da cento stelle dedicate alle persone che hanno contribuito a costruirne la storia e l'identità nel corso degli anni.
L'iniziativa si inserisce nel programma di celebrazioni per i 100 anni del logo del Tridente, apparso per la prima volta nel 1926 sulla Maserati Tipo 26, la vettura che conquistò la vittoria alla Targa Florio.
La costellazione è stata realizzata in collaborazione con i ricercatori dell'INAF-Osservatorio Astronomico di Padova, Maurizio Pajola e Anna Lucchetti. Situata tra le costellazioni del Leone e del Pastore, è composta da cento stelle disposte fino a riprodurre la sagoma del simbolo Maserati.
Ogni stella è associata a una persona che ha avuto un ruolo significativo nella vita del marchio: clienti storici, dipendenti, amici della casa automobilistica, collezionisti di vetture d'epoca, proprietari di modelli Fuoriserie, Brand Ambassador e gentlemen driver impegnati in pista con le GT2 e le MCXtrema.
Il progetto prevede anche una componente digitale. Ogni stella potrà infatti essere trasformata in un'opera digitale certificata tramite blockchain e smart contract, accompagnata da un certificato che ne attesta la corrispondenza con una stella reale presente nello spazio.
L'iniziativa sarà raccontata attraverso una piattaforma dedicata, contenuti social e attività digitali che culmineranno nella consegna di un kit ai protagonisti coinvolti nel progetto.
«Il nostro logo del Tridente è un simbolo che si imprime nella memoria e che quest'anno celebra i suoi primi 100 anni», ha dichiarato Cristiano Fiorio, Chief Marketing Officer e General Manager Bottega Fuoriserie di Maserati. «Con Trident Stars abbiamo voluto portarlo dove la memoria diventa eterna, trasformandolo in una costellazione destinata a brillare nel tempo».
Con questa iniziativa Maserati punta a rendere permanente il significato che il Tridente rappresenta da un secolo: audacia, eccellenza e passione. Valori che, sottolinea il marchio, continuano a vivere anche nella gamma attuale, dalle GranTurismo e GranCabrio fino al SUV Grecale.
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Ricorda anche che i laici possono essere coinvolti in diverse forme di annuncio e preghiera tipo, ad esempio, il catechismo. Bella botta ai vescovi tedeschi che ogni tanto se ne escono con delle idee un po’ strane e soprattutto teologicamente e liturgicamente infondate.
L’omelia (dal greco omilìa) significa riunione, conversazione: nella liturgia cattolica fatta dal celebrante viene subito dopo il Vangelo, come parte integrante della Lettura. Addirittura, prima del Concilio Vaticano II, il termine indicava la predica tenuta normalmente dal vescovo o raramente da un altro prelato.
Il concilio di Trento (1545-1563) indicò l’obbligo che i ministri della Chiesa nutrissero «il popolo loro affidato con parole salutari, secondo la loro e la propria capacità, insegnando quelle verità che sono necessarie a tutti per la salvezza e facendo loro conoscere, con una spiegazione breve e facile, i vizi che devono fuggire e le virtù che devono praticare». Lo stesso Vaticano II, nella Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium in modo ancora più esplicito recita: «L’omelia deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura… tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta». E specifica: «L’omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, potrà essere da lui affidata a un sacerdote concelebrante, e secondo l’opportunità anche al diacono, mai però a un laico».
Questa disposizione così chiara ha un fondamento che risale ai Vangeli: chi ignora o vuole ignorare tali fondamenta risulta ignorante in ambedue i casi. Nel primo perché ignora, cioè non ha studiato; nel secondo caso nel senso dispregiativo, cioè viola i principi di educazione, decoro e rispetto nei confronti della storia della Chiesa. Che questo lo facciano dei vescovi di una comunità cattolica importante come quella tedesca ci dice il livello di inconsistenza teologica che ormai pervade anche coloro che guidano la Chiesa nel massimo grado dell’ordine sacerdotale: l’episcopato.
Dicevo poco sopra che la questione è legata alla storia della Chiesa e della teologia (c’è una materia specifica che si chiama «omiletica» e che insegna l’arte della predicazione), in quanto la predicazione è affidata da Gesù stesso agli apostoli, che sono coloro che dovranno predicare il Verbo a tutte le genti. Questo passaggio di consegne in gergo teologico si chiama traditio cioè «tradizione» che deriva dal latino e significa «consegnare». Ha il compito di trasmettere nel tempo le Verità rivelate che risalgono all’insegnamento di Cristo e degli apostoli, sviluppate e definite dalla storia della Chiesa con l’assistenza dello Spirito. Come tale, la Tradizione è considerata fonte della rivelazione, insieme alla Scrittura (vedi l’opera del domenicano francese Yves Congar, La tradizione e le tradizioni). Ne esite anche una traduzione tedesca per i vescovi teutonici che magari non leggono il francese.
Esiste un caso nei primi secoli della Chiesa in cui a un laico, il celeberrimo teologo Origene, fu affidata in alcuni momenti la predicazione, ma non crediamo che nel laicato cattolico tedesco esista un equivalente del filosofo greco che fu, tra l’altro, direttore della Scuola catechetica di Alessandria, dove visse a cavallo tra il secondo e il terzo secolo. C’è poi una questione di tipo teologico ulteriore: è vero che la Chiesa è «comunione» (dal greco koinonìa, che nella tradizione cristiana indica l’intima unione spirituale tra i credenti e Dio), ma questa comunione avviene all’interno di una struttura gerarchica guidata dal sacramento dell’ordinazione nei suoi tre gradi: diaconi, presbiteri, vescovi. A loro è affidata la salvaguardia e la trasmissione delle verità di fede, la traditio.
Ora, c’è da chiedersi perché i vescovi tedeschi abbiano commesso un errore così marchiano. Forse per l’idea che per adattarsi ai tempi e attrarre alla fede più persone occorra, in qualche misura, ammiccare a una Chiesa dalla struttura più democratica? Forse perché mancano i preti? Se fosse per quest’ultima ragione, sarebbe comunque meglio arrivare a una Chiesa anche residuale ma che annunci le verità del Vangelo, piuttosto che una Chiesa riempita da chicchessia, con magari anche l’onere della predicazione. Certo è che più la Chiesa si adatta in modo inadeguato e superficiale ai tempi, e più coloro che cercano un senso religioso alla propria vita lo cercheranno altrove: perché una Chiesa che parla solo di cose umane e non del mistero di Dio e della Trinità, perderà quell’aspetto di «fascino religioso e mistico» del quale è alla ricerca spasmodica l’uomo del nostro tempo.
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