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2020-05-18
Dove lo metto il bambino questa estate?
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Stando al decreto Rilancio, i genitori potranno utilizzare il bonus baby sitter di 1.200 euro anche per pagare le rette dei centri estivi. Peccato che alla data odierna ben poco ancora si sappia di come saranno organizzati i servizi per l'infanzia. I bambini sono stati bloccati in casa, tenuti lontano per due mesi dalla scuola e dai loro coetanei, almeno a partire da giugno dovrebbero poter contare su un progetto educativo e sociale che tenga conto delle loro necessità. Il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha elaborato un Piano per l'infanzia (assieme ad Anci, Società italiana dei pediatri, i ministeri dell'Istruzione, della Salute e del Lavoro), che prevede dal 18 maggio, cioè da oggi, attività all'aperto in parchi e spazi condominiali per i piccoli a partire dai 3 anni e dal primo giugno la riattivazione dei servizi educativi e dei centri estivi per la fascia 0-6 anni. Solo venerdì scorso è arrivata l'approvazione del Cts, il Comitato tecnico scientifico, nel frattempo l'estate è alle porte e non sarà facile far decollare strutture appesantite da rigidi controlli di igiene e di formazione del personale.
Il rischio, molto reale, è che i ritardi si accumulino costringendo ancora al chiuso i bimbi e mandando in ulteriore affanno i genitori che devono lavorare. La Regione Emilia Romagna sta ipotizzando attività preferibilmente all'aperto, aerazione costante e sanificazione degli ambienti in caso di soggiorno al chiuso, bambini organizzati in piccoli gruppi seguiti dallo stesso educatore, con fasce orarie diversificate. E ancora, triage all'ingresso, attenzione ai contatti, utilizzo da parte degli educatori dei dispositivi di protezione individuale, sanificazione dei giocattoli a fine giornata, stop agli spettacoli di fine soggiorno. Una simile riorganizzazione comporta necessariamente costi aggiuntivi, il sostegno promesso dal ministro Bonetti è indispensabile ha fatto sapere la vicepresidente con delega al Welfare, Elly Schlein.
In Piemonte «verranno utilizzati gli edifici scolastici, cercando di rimodulare gli spazi interni ed esterni in funzione della tutela della salute e sicurezza, e si verificherà per specifiche attività, anche l'utilizzo di spazi aperti esterni alla scuola in collaborazione con l'assessorato all'Ambiente», informa Antonietta Di Martino, assessore all'Istruzione del Comune di Torino. «Inoltre la città è inserita nel progetto “Scuole aperte" del Politecnico che ha avviato delle simulazioni per riprogrammare il funzionamento dei servizi, sempre nel rispetto delle misure di mitigazione del rischio e nel rispetto dei bisogni dei bambini e delle loro famiglie», precisa Di Martino. Per avviare le iscrizioni, bisogna capire quali attività potranno essere riprese e quale protocollo andrà seguito per prevenire i contagi.
A Roma, il Municipio I ha lanciato un sondaggio per conoscere le esigenze delle famiglie ed è stato sommerso da richieste di genitori che segnalano la necessità di spazi ai quali affidare i figli perché non siano abbandonati a un'estate chiusi in casa. «Ci sono bambini che soffrono di condizioni difficili, in povertà, abbandonati a sé stessi. Non si tratta solo di sostenere i genitori che torneranno al lavoro e di nonni che dovranno essere tutelati dal contatto con i nipoti. Serviranno spazi rigenerativi per i ragazzi e, a partire da giugno, servizi educativi, centri estivi e altre risorse suddivise per fasce di età», ha dichiarato la Regione Umbria, impegnandosi a formulare un piano per l'attivazione dei centri estivi. «Speriamo che il governo nazionale emani presto le linee guida necessarie», è stato l'auspicio ribadito dalla giunta umbra. Il garante dei diritti delle Marche, Andrea Nobili, ha proposto di istituire un gruppo di lavoro regionale per elaborare linee guida dedicate ai minori, evidenziando la necessita di riservare loro maggiore attenzione.
«Il Veneto ha elaborato un protocollo unico per i servizi per i bimbi 0 - 6 anni per sperimentare la riapertura di nidi e centri per la prima infanzia, condiviso con il governo centrale», spiega l'assessore regionale all'Istruzione, Elena Donazzan. «Le riaperture potranno partire, in via sperimentale, nelle province dove la circolazione del virus risulta inferiore, cioè Venezia e Rovigo, per poi estendersi progressivamente alle altre realtà provinciali, ultime in ordine di tempo Verona e Belluno, dove gli indici di contagio al momento risultano maggiori». L'organizzazione dei servizi dovrà prevedere piccoli gruppi stabili di 5 bambini con un educatore di riferimento, nella massima sicurezza. «In Veneto siamo pronti per partire anche domani mattina», assicura Donazzan e precisa: «C'è una grande disponibilità di spazi con le nostre scuole materne, i nidi. I costi per le famiglie li stiamo quantificando, a Roma nemmeno ci pensano a inviare i sostegni finanziari promessi».
Anche l'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni italiani, nel riconoscere come «urgente la necessità immediata di offrire una risposta ai bambini e alle famiglie, soprattutto per quanto riguarda sperimentazioni nei servizi educativi per l'infanzia e centri estivi», definisce «fondamentale» la questione relative alle risorse. L'incremento dei costi conseguente alla riorganizzazione dei servizi ricreativi e poi di quelli scolastici «dovranno necessariamente essere supportati con interventi economici».
Venerdì scorso il ministro Bonetti assicurava: «Abbiamo chiuso un percorso di elaborazione di linee guida. Abbiamo ricevuto le raccomandazioni da parte del comitato tecnico scientifico che hanno quindi confermato la possibilità di trovare forme di organizzazione sicure per i centri estivi, per l'attività di gioco per i bambini sopra i 3 anni. Oggi (il 15 maggio, ndr) in consiglio dei ministri discuteremo di questo in modo tale che già dal 18 si possano aprire alcune attività, diciamo all'aria aperta nei parchi e poi, a partire dal primo giugno, attività organizzate proprio per i più piccoli». Sarà una corsa ad ostacoli, per trovare centri, sistemare strutture, accogliere bambini con una voglia matta di scatenarsi all'area aperta con i compagni di gioco.
«Gli oratori sono pronti ad aprire nel rispetto delle norme sanitarie»

Don Stefano Guidi
Don Stefano Guidi, 40 anni, dallo scorso anno coordinatore degli oratori delle diocesi lombarde (Odielle), sta lavorando per una riapertura di centri estivi che permetta il ritorno al lavoro di quelle famiglie in cui entrambi i genitori sono occupati. «La proposta del sacerdote va nella direzione giusta. Questa può essere una soluzione, assieme ad altre», ha segnalato il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana.
Don Guidi, qual è vostro progetto?
«Siamo in grande fermento di iniziative per riconvertire l'attività estiva che eravamo abituati a proporre, secondo le indicazioni che arriveranno dal protocollo sanitario nazionale e in base alle competenze specifiche non ancora stabilite da governo e Regione».
Prima che cosa offrivate?
«Sul territorio lombardo ci sono circa 2.500 oratori, un bel numero rispetto agli 8.000 presenti in tutto il territorio nazionale. A Milano città possiamo contarne 160, nella diocesi circa 1 migliaio. Ogni estate in Lombardia coinvolgiamo 500.000 minori, dai 7 anni ai 18. Gli adolescenti, che frequentano la secondaria superiore, sono preziosi negli oratori estivi in quanto svolgono il ruolo di animatori dei più piccoli. Poi ci sono i volontari nelle parrocchie, un numero enorme, incalcolabile. Tutti contribuiscono al funzionamento dei nostri centri».
Le nuove regole che cosa vi impongono?
«Quest'anno dobbiamo evitare l'assembramento delle persone, stiamo immaginando un'attività educativa per piccoli gruppi omogenei anche come età, che frequentino a turno i centri e le attività proposte. Dobbiamo verificare se il progetto sarà fattibile nelle condizioni di sicurezza che verranno fornite e se si sono le condizioni operative. La nostra proposta è innanzitutto per le famiglie che hanno bisogno di riprendere a lavorare e non hanno possibilità di affidare i propri figli a parenti o baby sitter. Poi vogliamo offrire ai minori l'esperienza di recupero almeno parziale della socializzazione».
Avete abbastanza oratori a disposizione?
«Abbiamo bisogno di più spazi, perché forse aumenteranno le richieste delle famiglie e per poter rispettare le nuove norme di igiene e sicurezza. Dalla Regione ai Comuni, dai dirigenti scolastici alle associazioni sportive stiamo ricevendo sul territorio molte offerte di strutture e di educatori».
Quindi il progetto c'è, la disponibilità e l'impegno di molti sul territorio pure, se arriva questo benedetto protocollo nazionale quando prevede che possano aprire i centri estivi lombardi?
«Servirà anche più di un mese per essere pronti, non possiamo fare previsioni certe. Le famiglie hanno grandi aspettative, però noi restiamo in attesa di risposte dalle istituzioni per poterci organizzare».
Che orari avranno?
«Stiamo lavorando a un'offerta di attività quotidiana, da mattina a tardo pomeriggio fino alla ripresa dell'anno scolastico. Proposte per moduli, a seconda delle necessità della famiglia. Molti genitori non avranno ferie, dovranno lavorare in agosto o non avranno i mezzi per fare una vacanza. Per i bambini deve esserci uno spazio ricreativo ed educativo per tutta l'estate. Magari non sarà possibile in ogni oratorio, dipenderà dalla disponibilità di educatori e di volontari».
Come vengono pagati gli educatori?
«La spesa è sostenuta dalla parrocchia, spesso le amministrazioni comunali contribuiscono ai costi anche perché c'è una legge che riconosce il valore sociale degli oratori, soprattutto d'estate».
Vi sono stati promessi ulteriori sostegni economici?
«Sì, dalle istituzioni locali e regionali. Una disponibilità confermata ma non ancora quantificata. Gli oratori sono una forza, espressione della comunità cristiana che si mette a servizio, consolidata nel tempo e non sostituibile da un giorno all'altro con iniziative di carattere pubblico».
I costi per le famiglie?
«Sono variabili. Viene chiesta una forma di contribuzione che varia dai 10 ai 50 euro la settimana, dipende dalle attività proposte, se viene offerto il servizio mensa, la gita in piscina o altro. Chi non può permettersi la spesa, può comunque mandare il figlio all'oratorio».
Che cosa fa un ragazzino nei vostri centri estivi?
«Si incontra con i suoi coetanei e con ragazzi di età diversa, fa un'esperienza comunitaria diversa dalla scuola. Il gioco organizzato, la musica, il ballo, il teatro, laboratori manuali, sport, sono alcune delle attività che scandiscono la giornata».
Si passa molto tempo a pregare?
«Premesso che la qualità della preghiera non si misura a ore, nella giornata tipo dell'oratorio ci sono almeno tre momenti previsti: la riflessione a inizio e a fine giornata preceduta dalla preghiera e quella dedicata agli animatori, cioè gli adolescenti che si mettono a disposizione dei più piccoli. In oratorio non si passa il tempo a pregare».
Bambini non cristiani sono accettati?
«Da sempre. E il momento della preghiera è condiviso con grande rispetto reciproco. I genitori islamici ci mandano i loro figli, i centri estivi sono momento di socializzazione».
C'è stata una riscoperta degli oratori?
«C'è maggiore attenzione sociale. Oggi che siamo in un tempo di prova, più persone si accorgono che la Chiesa può essere un riferimento anche nel fornire risposte per il momento ricreativo dei propri figli».
«È impossibile giocare se devono tenere mascherina e braccialetto»
«Non comprendiamo la ragione del protrarsi di misure restrittive nei confronti dei nostri figli, a cui viene impedito di svolgere una sana vita sociale». Una lettera aperta sui diritti calpestati dei bambini, sottoscritta da psicologi, associazioni, singoli cittadini di Trieste, è stata inviata al governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L'iniziativa parte dal Ciatdm, il coordinamento internazionale di associazioni per la tutela dei diritti dei minori, preoccupato che l'apertura di asili e centri estivi finisca subordinata «alla adozione di misure sanitarie abnormi» e «non costringa le famiglie a scegliere tra l'emarginazione dei propri figli o l'imposizione di misure certamente controproducenti per la loro salute». L'avvocato Alessandra Devetag, responsabile per Trieste del Ciatdm, spiega che all'appello stanno continuando ad aderire «in tantissimi», il tema è molto sentito. «I bambini sono la categoria più dimenticata in tutta questa emergenza», ricorda la Devetag, «su di loro si è scatenata la repressione più insensata. Potevamo portare fuori il cane per i suoi bisogni, ma i nostri figli no, non avevano il diritto di muoversi da casa. Le ripercussioni sono e saranno molto pesanti, da una perizia ufficiale è emerso uno “stress post traumatico quattro volte più alto" rispetto a chi non ha patito l'isolamento, oltre a “problemi neurologici e psichiatrici". Cerchiamo almeno di assicurare loro un'estate all'aperto in centri organizzati, ma non per farne dei poveri infelici». L'avvocato è contrario all'obbligo di mascherina «che i bambini sarebbero tenuti a indossare all'aperto, sotto il sole cocente di giugno, mentre corrono e saltano. Così pure i braccialetti che vibrano quando i bambini si avvicinano troppo. Una mostruosità, bambini che si abituano a reagire a una tecnologia e si allontanano dal loro simile? Chiediamoci che cosa sia disposti a sacrificare in nome della tutela della salute collettiva», si indigna la Devetag. La Regione Friuli Venezia Giulia ha risposto dicendo di condividere «molte delle preoccupazioni esposte, motivo per il quale abbiamo sollecitato più volte il governo nazionale ad anticipare la riapertura di attività educative». Occorre però farlo in sicurezza, la precisazione è sempre quella e senza un protocollo nazionale si allungano i tempi in cui si potrà restituire ai minori una normale quotidianità.
Anche a Torino le famiglie si sono mosse. Manuela è una delle cinque mamme, con figli nella seconda elementare dell'Istituto comprensivo Ricasoli, che hanno inviato una lettera al presidente della circoscrizione, della Regione Piemonte e al sindaco della città. In pochi giorni è stata sottoscritta da quasi 600 genitori. «Vogliamo segnalare lo stato di sofferenza in cui si trovano i bambini, di cui si è poco parlato durante la chiusura in casa, spesso in spazi ristretti, e ancora meno in questa fase due», fa sapere la signora Manuela. «Molti piccoli adesso non potranno contare su vacanze per i problemi economici dei genitori e forse nemmeno su centri estivi. Non abbiamo una prospettiva certa di rientro a scuola, alla socialità e a una qualche forma di normalità».
Nella lettera si legge: «A fronte dell'impegno delle famiglie e delle insegnanti, abbiamo amaramente constatato un preoccupante disinteresse delle istituzioni nei confronti delle “persone piccole", scomparse dall'agenda politica e dimenticate dai discorsi pubblici del governo». Si parla anche di didattica a distanza «che non può essere la soluzione per gestire istruzione e apprendimento, tanto più ora che abbiamo ben chiaro quanto possa essere lunga l'uscita dall'emergenza pandemica».
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Le Regioni e i Comuni si organizzano per allestire i centri per l'infanzia. Un servizio «fondamentale» per le famiglie ma non ci sono ancora le linee guida e i fondi del governo.Il sacerdote responsabile dei ritrovi parrocchiali, don Stefano Guidi: «Sono 8.000 in tutta Italia, 2.500 solo in Lombardia dove accogliamo 500.000 minori. Ma quest'anno saranno di più perché molti non andranno in ferie».Le lettere delle associazioni di genitori contro le limitazioni imposte alle attività dei figli.Lo speciale contiene tre articoli.Stando al decreto Rilancio, i genitori potranno utilizzare il bonus baby sitter di 1.200 euro anche per pagare le rette dei centri estivi. Peccato che alla data odierna ben poco ancora si sappia di come saranno organizzati i servizi per l'infanzia. I bambini sono stati bloccati in casa, tenuti lontano per due mesi dalla scuola e dai loro coetanei, almeno a partire da giugno dovrebbero poter contare su un progetto educativo e sociale che tenga conto delle loro necessità. Il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha elaborato un Piano per l'infanzia (assieme ad Anci, Società italiana dei pediatri, i ministeri dell'Istruzione, della Salute e del Lavoro), che prevede dal 18 maggio, cioè da oggi, attività all'aperto in parchi e spazi condominiali per i piccoli a partire dai 3 anni e dal primo giugno la riattivazione dei servizi educativi e dei centri estivi per la fascia 0-6 anni. Solo venerdì scorso è arrivata l'approvazione del Cts, il Comitato tecnico scientifico, nel frattempo l'estate è alle porte e non sarà facile far decollare strutture appesantite da rigidi controlli di igiene e di formazione del personale. Il rischio, molto reale, è che i ritardi si accumulino costringendo ancora al chiuso i bimbi e mandando in ulteriore affanno i genitori che devono lavorare. La Regione Emilia Romagna sta ipotizzando attività preferibilmente all'aperto, aerazione costante e sanificazione degli ambienti in caso di soggiorno al chiuso, bambini organizzati in piccoli gruppi seguiti dallo stesso educatore, con fasce orarie diversificate. E ancora, triage all'ingresso, attenzione ai contatti, utilizzo da parte degli educatori dei dispositivi di protezione individuale, sanificazione dei giocattoli a fine giornata, stop agli spettacoli di fine soggiorno. Una simile riorganizzazione comporta necessariamente costi aggiuntivi, il sostegno promesso dal ministro Bonetti è indispensabile ha fatto sapere la vicepresidente con delega al Welfare, Elly Schlein. In Piemonte «verranno utilizzati gli edifici scolastici, cercando di rimodulare gli spazi interni ed esterni in funzione della tutela della salute e sicurezza, e si verificherà per specifiche attività, anche l'utilizzo di spazi aperti esterni alla scuola in collaborazione con l'assessorato all'Ambiente», informa Antonietta Di Martino, assessore all'Istruzione del Comune di Torino. «Inoltre la città è inserita nel progetto “Scuole aperte" del Politecnico che ha avviato delle simulazioni per riprogrammare il funzionamento dei servizi, sempre nel rispetto delle misure di mitigazione del rischio e nel rispetto dei bisogni dei bambini e delle loro famiglie», precisa Di Martino. Per avviare le iscrizioni, bisogna capire quali attività potranno essere riprese e quale protocollo andrà seguito per prevenire i contagi.A Roma, il Municipio I ha lanciato un sondaggio per conoscere le esigenze delle famiglie ed è stato sommerso da richieste di genitori che segnalano la necessità di spazi ai quali affidare i figli perché non siano abbandonati a un'estate chiusi in casa. «Ci sono bambini che soffrono di condizioni difficili, in povertà, abbandonati a sé stessi. Non si tratta solo di sostenere i genitori che torneranno al lavoro e di nonni che dovranno essere tutelati dal contatto con i nipoti. Serviranno spazi rigenerativi per i ragazzi e, a partire da giugno, servizi educativi, centri estivi e altre risorse suddivise per fasce di età», ha dichiarato la Regione Umbria, impegnandosi a formulare un piano per l'attivazione dei centri estivi. «Speriamo che il governo nazionale emani presto le linee guida necessarie», è stato l'auspicio ribadito dalla giunta umbra. Il garante dei diritti delle Marche, Andrea Nobili, ha proposto di istituire un gruppo di lavoro regionale per elaborare linee guida dedicate ai minori, evidenziando la necessita di riservare loro maggiore attenzione.«Il Veneto ha elaborato un protocollo unico per i servizi per i bimbi 0 - 6 anni per sperimentare la riapertura di nidi e centri per la prima infanzia, condiviso con il governo centrale», spiega l'assessore regionale all'Istruzione, Elena Donazzan. «Le riaperture potranno partire, in via sperimentale, nelle province dove la circolazione del virus risulta inferiore, cioè Venezia e Rovigo, per poi estendersi progressivamente alle altre realtà provinciali, ultime in ordine di tempo Verona e Belluno, dove gli indici di contagio al momento risultano maggiori». L'organizzazione dei servizi dovrà prevedere piccoli gruppi stabili di 5 bambini con un educatore di riferimento, nella massima sicurezza. «In Veneto siamo pronti per partire anche domani mattina», assicura Donazzan e precisa: «C'è una grande disponibilità di spazi con le nostre scuole materne, i nidi. I costi per le famiglie li stiamo quantificando, a Roma nemmeno ci pensano a inviare i sostegni finanziari promessi». Anche l'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni italiani, nel riconoscere come «urgente la necessità immediata di offrire una risposta ai bambini e alle famiglie, soprattutto per quanto riguarda sperimentazioni nei servizi educativi per l'infanzia e centri estivi», definisce «fondamentale» la questione relative alle risorse. L'incremento dei costi conseguente alla riorganizzazione dei servizi ricreativi e poi di quelli scolastici «dovranno necessariamente essere supportati con interventi economici». Venerdì scorso il ministro Bonetti assicurava: «Abbiamo chiuso un percorso di elaborazione di linee guida. Abbiamo ricevuto le raccomandazioni da parte del comitato tecnico scientifico che hanno quindi confermato la possibilità di trovare forme di organizzazione sicure per i centri estivi, per l'attività di gioco per i bambini sopra i 3 anni. Oggi (il 15 maggio, ndr) in consiglio dei ministri discuteremo di questo in modo tale che già dal 18 si possano aprire alcune attività, diciamo all'aria aperta nei parchi e poi, a partire dal primo giugno, attività organizzate proprio per i più piccoli». Sarà una corsa ad ostacoli, per trovare centri, sistemare strutture, accogliere bambini con una voglia matta di scatenarsi all'area aperta con i compagni di gioco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dove-lo-metto-il-bambino-questa-estate-2646019754.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-oratori-sono-pronti-ad-aprire-nel-rispetto-delle-norme-sanitarie" data-post-id="2646019754" data-published-at="1589738329" data-use-pagination="False"> «Gli oratori sono pronti ad aprire nel rispetto delle norme sanitarie» Don Stefano Guidi Don Stefano Guidi, 40 anni, dallo scorso anno coordinatore degli oratori delle diocesi lombarde (Odielle), sta lavorando per una riapertura di centri estivi che permetta il ritorno al lavoro di quelle famiglie in cui entrambi i genitori sono occupati. «La proposta del sacerdote va nella direzione giusta. Questa può essere una soluzione, assieme ad altre», ha segnalato il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Don Guidi, qual è vostro progetto? «Siamo in grande fermento di iniziative per riconvertire l'attività estiva che eravamo abituati a proporre, secondo le indicazioni che arriveranno dal protocollo sanitario nazionale e in base alle competenze specifiche non ancora stabilite da governo e Regione». Prima che cosa offrivate? «Sul territorio lombardo ci sono circa 2.500 oratori, un bel numero rispetto agli 8.000 presenti in tutto il territorio nazionale. A Milano città possiamo contarne 160, nella diocesi circa 1 migliaio. Ogni estate in Lombardia coinvolgiamo 500.000 minori, dai 7 anni ai 18. Gli adolescenti, che frequentano la secondaria superiore, sono preziosi negli oratori estivi in quanto svolgono il ruolo di animatori dei più piccoli. Poi ci sono i volontari nelle parrocchie, un numero enorme, incalcolabile. Tutti contribuiscono al funzionamento dei nostri centri». Le nuove regole che cosa vi impongono? «Quest'anno dobbiamo evitare l'assembramento delle persone, stiamo immaginando un'attività educativa per piccoli gruppi omogenei anche come età, che frequentino a turno i centri e le attività proposte. Dobbiamo verificare se il progetto sarà fattibile nelle condizioni di sicurezza che verranno fornite e se si sono le condizioni operative. La nostra proposta è innanzitutto per le famiglie che hanno bisogno di riprendere a lavorare e non hanno possibilità di affidare i propri figli a parenti o baby sitter. Poi vogliamo offrire ai minori l'esperienza di recupero almeno parziale della socializzazione». Avete abbastanza oratori a disposizione? «Abbiamo bisogno di più spazi, perché forse aumenteranno le richieste delle famiglie e per poter rispettare le nuove norme di igiene e sicurezza. Dalla Regione ai Comuni, dai dirigenti scolastici alle associazioni sportive stiamo ricevendo sul territorio molte offerte di strutture e di educatori». Quindi il progetto c'è, la disponibilità e l'impegno di molti sul territorio pure, se arriva questo benedetto protocollo nazionale quando prevede che possano aprire i centri estivi lombardi? «Servirà anche più di un mese per essere pronti, non possiamo fare previsioni certe. Le famiglie hanno grandi aspettative, però noi restiamo in attesa di risposte dalle istituzioni per poterci organizzare». Che orari avranno? «Stiamo lavorando a un'offerta di attività quotidiana, da mattina a tardo pomeriggio fino alla ripresa dell'anno scolastico. Proposte per moduli, a seconda delle necessità della famiglia. Molti genitori non avranno ferie, dovranno lavorare in agosto o non avranno i mezzi per fare una vacanza. Per i bambini deve esserci uno spazio ricreativo ed educativo per tutta l'estate. Magari non sarà possibile in ogni oratorio, dipenderà dalla disponibilità di educatori e di volontari». Come vengono pagati gli educatori? «La spesa è sostenuta dalla parrocchia, spesso le amministrazioni comunali contribuiscono ai costi anche perché c'è una legge che riconosce il valore sociale degli oratori, soprattutto d'estate». Vi sono stati promessi ulteriori sostegni economici? «Sì, dalle istituzioni locali e regionali. Una disponibilità confermata ma non ancora quantificata. Gli oratori sono una forza, espressione della comunità cristiana che si mette a servizio, consolidata nel tempo e non sostituibile da un giorno all'altro con iniziative di carattere pubblico». I costi per le famiglie? «Sono variabili. Viene chiesta una forma di contribuzione che varia dai 10 ai 50 euro la settimana, dipende dalle attività proposte, se viene offerto il servizio mensa, la gita in piscina o altro. Chi non può permettersi la spesa, può comunque mandare il figlio all'oratorio». Che cosa fa un ragazzino nei vostri centri estivi? «Si incontra con i suoi coetanei e con ragazzi di età diversa, fa un'esperienza comunitaria diversa dalla scuola. Il gioco organizzato, la musica, il ballo, il teatro, laboratori manuali, sport, sono alcune delle attività che scandiscono la giornata». Si passa molto tempo a pregare? «Premesso che la qualità della preghiera non si misura a ore, nella giornata tipo dell'oratorio ci sono almeno tre momenti previsti: la riflessione a inizio e a fine giornata preceduta dalla preghiera e quella dedicata agli animatori, cioè gli adolescenti che si mettono a disposizione dei più piccoli. In oratorio non si passa il tempo a pregare». Bambini non cristiani sono accettati? «Da sempre. E il momento della preghiera è condiviso con grande rispetto reciproco. I genitori islamici ci mandano i loro figli, i centri estivi sono momento di socializzazione». C'è stata una riscoperta degli oratori? «C'è maggiore attenzione sociale. Oggi che siamo in un tempo di prova, più persone si accorgono che la Chiesa può essere un riferimento anche nel fornire risposte per il momento ricreativo dei propri figli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dove-lo-metto-il-bambino-questa-estate-2646019754.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-impossibile-giocare-se-devono-tenere-mascherina-e-braccialetto" data-post-id="2646019754" data-published-at="1589738329" data-use-pagination="False"> «È impossibile giocare se devono tenere mascherina e braccialetto» «Non comprendiamo la ragione del protrarsi di misure restrittive nei confronti dei nostri figli, a cui viene impedito di svolgere una sana vita sociale». Una lettera aperta sui diritti calpestati dei bambini, sottoscritta da psicologi, associazioni, singoli cittadini di Trieste, è stata inviata al governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L'iniziativa parte dal Ciatdm, il coordinamento internazionale di associazioni per la tutela dei diritti dei minori, preoccupato che l'apertura di asili e centri estivi finisca subordinata «alla adozione di misure sanitarie abnormi» e «non costringa le famiglie a scegliere tra l'emarginazione dei propri figli o l'imposizione di misure certamente controproducenti per la loro salute». L'avvocato Alessandra Devetag, responsabile per Trieste del Ciatdm, spiega che all'appello stanno continuando ad aderire «in tantissimi», il tema è molto sentito. «I bambini sono la categoria più dimenticata in tutta questa emergenza», ricorda la Devetag, «su di loro si è scatenata la repressione più insensata. Potevamo portare fuori il cane per i suoi bisogni, ma i nostri figli no, non avevano il diritto di muoversi da casa. Le ripercussioni sono e saranno molto pesanti, da una perizia ufficiale è emerso uno “stress post traumatico quattro volte più alto" rispetto a chi non ha patito l'isolamento, oltre a “problemi neurologici e psichiatrici". Cerchiamo almeno di assicurare loro un'estate all'aperto in centri organizzati, ma non per farne dei poveri infelici». L'avvocato è contrario all'obbligo di mascherina «che i bambini sarebbero tenuti a indossare all'aperto, sotto il sole cocente di giugno, mentre corrono e saltano. Così pure i braccialetti che vibrano quando i bambini si avvicinano troppo. Una mostruosità, bambini che si abituano a reagire a una tecnologia e si allontanano dal loro simile? Chiediamoci che cosa sia disposti a sacrificare in nome della tutela della salute collettiva», si indigna la Devetag. La Regione Friuli Venezia Giulia ha risposto dicendo di condividere «molte delle preoccupazioni esposte, motivo per il quale abbiamo sollecitato più volte il governo nazionale ad anticipare la riapertura di attività educative». Occorre però farlo in sicurezza, la precisazione è sempre quella e senza un protocollo nazionale si allungano i tempi in cui si potrà restituire ai minori una normale quotidianità. Anche a Torino le famiglie si sono mosse. Manuela è una delle cinque mamme, con figli nella seconda elementare dell'Istituto comprensivo Ricasoli, che hanno inviato una lettera al presidente della circoscrizione, della Regione Piemonte e al sindaco della città. In pochi giorni è stata sottoscritta da quasi 600 genitori. «Vogliamo segnalare lo stato di sofferenza in cui si trovano i bambini, di cui si è poco parlato durante la chiusura in casa, spesso in spazi ristretti, e ancora meno in questa fase due», fa sapere la signora Manuela. «Molti piccoli adesso non potranno contare su vacanze per i problemi economici dei genitori e forse nemmeno su centri estivi. Non abbiamo una prospettiva certa di rientro a scuola, alla socialità e a una qualche forma di normalità». Nella lettera si legge: «A fronte dell'impegno delle famiglie e delle insegnanti, abbiamo amaramente constatato un preoccupante disinteresse delle istituzioni nei confronti delle “persone piccole", scomparse dall'agenda politica e dimenticate dai discorsi pubblici del governo». Si parla anche di didattica a distanza «che non può essere la soluzione per gestire istruzione e apprendimento, tanto più ora che abbiamo ben chiaro quanto possa essere lunga l'uscita dall'emergenza pandemica».
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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Nicole Minetti (Ansa)
Ma dagli atti già noti e dalle dichiarazioni arrivate dal Paese sudamericano emerge un punto chiaro: l’adozione non fu di certo una procedura occulta. Anzi, fu un procedimento giudiziario, seguito dall’Inau - l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay - e concluso dal Tribunale di Maldonado, città vicina a Punta del Este. Anche le autorità uruguaiane che hanno avuto un ruolo nella vicenda e l’hanno seguita sin dall’inizio, hanno confermato più volte la regolarità del percorso. Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau, ha spiegato che l’adozione fu condotta nel rispetto della legge. Yuria Troche, avvocata del minore nella fase iniziale, ha spiegato che furono rispettati i requisiti previsti dall’ordinamento uruguaiano.
Del resto, una parte di quegli atti non era sconosciuta. In Uruguay esisteva già una traccia pubblica del procedimento sin dal 2021, con l’editto del Juzgado Letrado de Primera Instancia di Maldonado, relativo al fascicolo «Minetti, Nicole Teresa Christina y Cipriani, Giuseppe» contro i genitori biologici del minore. L’oggetto era indicato chiaramente: separazione definitiva, adozione piena e perdita della potestà genitoriale. Non si trattava di un affidamento informale. Non si trattava di una pratica privata. C’era un procedimento giudiziario, con un numero di fascicolo, davanti a un tribunale uruguaiano. I genitori biologici e gli eventuali familiari interessati furono citati con editto. Avevano 90 giorni per comparire. E non lo fecero. C’era poi un altro elemento già noto: il Tribunale dei minori di Venezia, il 19 luglio 2024, ha dichiarato efficace in Italia l’adozione certificata nel febbraio 2023 dal tribunale uruguaiano di Maldonado. Nel decreto italiano si dà atto dello stato di abbandono del minore e della decadenza dei genitori biologici dalla responsabilità genitoriale.
La Procura di Milano sta ora acquisendo direttamente dall’Uruguay la documentazione ufficiale completa. Il materiale atteso riguarda dunque la sentenza originale, il fascicolo dell’adozione, gli atti dell’Inau, le relazioni tecniche, le verifiche sui genitori biologici, eventuali pendenze all’estero e gli altri profili emersi dopo le inchieste giornalistiche del Fatto Quotidiano e di Report.
La prima voce uruguaiana di rilievo è proprio quella di Abdala, ex presidente Inau dal 2020 al 2023. È stato proprio lui a spiegare che il bambino era entrato nel sistema di protezione nel 2018 e che il rapporto con Minetti e Cipriani si era sviluppato dal 2019. Secondo la sua ricostruzione, il percorso fu valutato dall’Inau, dai tecnici, da psicologi e dai giudici. Abdala ha parlato più volte di un legame affettivo già consolidato. Ha spiegato che il bambino aveva sviluppato un rapporto stabile con la coppia e che l’interesse del minore fu il criterio seguito dalle autorità. Ha anche riconosciuto l’esistenza di un’altra famiglia uruguaiana interessata all’adozione, ma ha chiarito che la decisione finale spettava all’istituto e ai giudici, che ritennero la famiglia italiana la soluzione migliore.
La seconda voce è quella di Yuria Troche. Troche ha seguito il minore nella fase iniziale del procedimento e ha difeso la regolarità dell’adozione. Ha ricordato che in Uruguay le adozioni sono sottoposte a controlli rigorosi, ancora di più quando riguardano minori con patologie.
La vicenda è stata spesso raccontata come una contesa sull’affidamento. Ma dagli atti e dalle ricostruzioni uruguaiane emerge un procedimento diverso: adottabilità del minore, separazione definitiva dalla famiglia biologica, perdita della potestà genitoriale e adozione piena. Resta il tema dell’altra famiglia uruguaiana. Esiste. Ma la sua esistenza non dimostra, da sola, l’irregolarità della procedura. In un procedimento di adozione decide il giudice, sulla base delle valutazioni tecniche, della storia del minore, del legame affettivo già esistente e delle sue condizioni di salute.
C’è poi il capitolo dell’avvocata Ana Mercedes Nieto. Qui le date contano. L’adozione si perfezionò nel 2023. Nieto e il marito Mario Cabrera morirono nel 2024 in un incendio in Uruguay. Giuseppe Cipriani, seguito insieme alla compagna dagli avvocati, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcatera, lo ha sottolineato nell’intervista al Corriere della Sera di ieri: l’adozione era già conclusa l’anno prima della morte dell’avvocata. Il pm Sebastián Robles ha chiesto il fascicolo dell’adozione per ricostruire il ruolo di Nieto e le perizie tecniche già acquisite sembrano orientare verso l’ipotesi dell’incidente. Secondo la difesa di Minetti e Cipriani, inoltre, Nieto non era l’avvocata della famiglia biologica, ma il difensore d’ufficio del minore dopo Troche. Anche questo cambia il quadro. Se il suo ruolo era quello di tutelare il bambino nel procedimento, e se la sua morte è successiva alla conclusione dell’adozione, il collegamento evocato in alcune ricostruzioni diventa molto più fragile. Cipriani ha detto che l’adozione è durata quasi quattro anni, «per rispettare la procedura: giudici, assistenti sociali, psicologi». Ha aggiunto che l’Uruguay «non è un Paese delle banane» e ha respinto l’accusa di adozione illegale.
Cipriani ha spiegato anche il punto della grazia. Il bambino malato, ha detto, doveva essere monitorato personalmente da Minetti; se lei avesse avuto l’affidamento in prova, non avrebbe potuto andare all’estero né stare con il figlio. Per questo ha definito la decisione del presidente Mattarella un «atto d’amore».
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Ansa
In Laguna, infatti, sbarcherebbero i megafoni del regime invece degli oppositori. Tuttavia, se la Ue non si fosse messa di mezzo, criticando la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco e alla scelta dei vertici della fondazione non fossero seguite un’infinità di polemiche, nessuno o quasi si sarebbe accorto della presenza di artisti russi. Come peraltro nessuno si è accorto che il padiglione della Repubblica di Cuba alla 61° Biennale si intitola «Hombres libres/Free Man».
Che un regime responsabile della carcerazione di migliaia di oppositori politici, di giornalisti e attivisti dei diritti umani, proponga una riflessione sulla libertà, pare uno sberleffo nei confronti di chi da anni reclama per l’Avana il passaggio alla democrazia. E però la mostra che verrà aperta al Giardino bianco non ha suscitato scandalo. Così come l’Europa non ha avuto nulla da ridire se la Cina, non proprio un campione di liberalismo, all’Arsenale inaugurerà un’esposizione dal titolo «dream stream», ossia flusso dei sogni. Eppure, sia l’isola caraibica che la Repubblica popolare alle loro rassegne portano artisti autorizzati dal regime, non certo i dissidenti. Luis Manuel Otero Alcántara, prigioniero cubano da quasi cinque anni, proprio nei giorni in cui a Venezia si inaugura la Biennale ha trasformato il proprio dolore in un atto artistico e politico elencando, da dentro un carcere di massima sicurezza, tutte le persone scomparse a cui, essendo detenuto, non ha potuto dare l’estremo saluto. E Maykel «Osorbo» Castillo Pérez, rapper in prigione dal maggio del 2021 per aver cantato in strada una critica alla dittatura, per protesta si è cucito la bocca. Non va meglio a Pechino, dove ad Ai Weiwei, celebre artista contemporaneo, è stato a lungo sequestrato il passaporto per impedirgli di viaggiare, mentre Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore cinese premio Nobel per la pace, è morto in carcere.
Nonostante questi esempi, nessuno si è indignato per la presenza di Cuba e Cina alla rassegna internazionale d’arte. Così come non c’è stato esponente politico o funzionario di Bruxelles che abbia trovato strana o quantomeno inopportuna la partecipazione alla mostra in Laguna di alcuni Paesi africani, dove la democrazia da anni appare un optional. E allora perché tutta questa indignazione a senso unico per il padiglione russo? L’arte non può essere impermeabile di fronte alla violazione dei diritti umani? Quindi perché non si vieta la presenza di Paesi come l’Iran? Se Teheran non si fosse tirata indietro all’ultimo per i noti problemi con gli Stati Uniti, rinunciando a portare in laguna i suoi artisti (come ha comunicato ieri), i vertici europei non avrebbero trovato affatto sconsigliabile la presenza. La Repubblica islamica ha massacrato migliaia di giovani nel solo mese di gennaio. Tuttavia, esporre delle opere benedette dagli ayatollah non è stato considerato una legittimazione del regime. Infatti, Bruxelles non ha minacciato di tagliare i fondi, cosa che poi ha fatto per la presenza di artisti russi. L’Iran non ha invaso altri Paesi, come invece ha fatto Putin. Vero, ma ha armato fino ai denti una serie di gruppi terroristici e se venisse consentito probabilmente non esiterebbe a usare una bomba atomica per cancellare Israele dalla faccia del Medio Oriente.
Però l’ipocrisia non si ferma ai due pesi e due misure applicati nei confronti di altre dittature, ma riguarda anche la stessa guerra senza quartiere scatenata contro Buttafuoco. Un’Europa che finge di non vedere le violazioni delle sanzioni verso Paesi che commerciano con Mosca e chiude gli occhi di fronte alle importazioni di gas liquido del valore di oltre un miliardo ha titolo per censurare un’installazione artistica, togliendo anche finanziamenti già stanziati? Il problema, dicono, è che a Venezia la voce della Russia sarà quella di Putin. Non è vero, perché il can can suscitato dalla querelle ha acceso i fari sulla questione. E dunque, ammesso che ci siano dissidenti che hanno voglia di parlare, la Biennale di Venezia può diventare una cassa di risonanza per tutti quelli che hanno qualche cosa da dire contro Putin. Certo, invece di invocare la censura sarebbe utile reclamare una maggiore attenzione. Ma per poterlo fare forse, prima di chiedere il bavaglio, bisognerebbe avere qualche cosa di utile da dire.
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