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2020-05-18
Dove lo metto il bambino questa estate?
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Stando al decreto Rilancio, i genitori potranno utilizzare il bonus baby sitter di 1.200 euro anche per pagare le rette dei centri estivi. Peccato che alla data odierna ben poco ancora si sappia di come saranno organizzati i servizi per l'infanzia. I bambini sono stati bloccati in casa, tenuti lontano per due mesi dalla scuola e dai loro coetanei, almeno a partire da giugno dovrebbero poter contare su un progetto educativo e sociale che tenga conto delle loro necessità. Il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha elaborato un Piano per l'infanzia (assieme ad Anci, Società italiana dei pediatri, i ministeri dell'Istruzione, della Salute e del Lavoro), che prevede dal 18 maggio, cioè da oggi, attività all'aperto in parchi e spazi condominiali per i piccoli a partire dai 3 anni e dal primo giugno la riattivazione dei servizi educativi e dei centri estivi per la fascia 0-6 anni. Solo venerdì scorso è arrivata l'approvazione del Cts, il Comitato tecnico scientifico, nel frattempo l'estate è alle porte e non sarà facile far decollare strutture appesantite da rigidi controlli di igiene e di formazione del personale.
Il rischio, molto reale, è che i ritardi si accumulino costringendo ancora al chiuso i bimbi e mandando in ulteriore affanno i genitori che devono lavorare. La Regione Emilia Romagna sta ipotizzando attività preferibilmente all'aperto, aerazione costante e sanificazione degli ambienti in caso di soggiorno al chiuso, bambini organizzati in piccoli gruppi seguiti dallo stesso educatore, con fasce orarie diversificate. E ancora, triage all'ingresso, attenzione ai contatti, utilizzo da parte degli educatori dei dispositivi di protezione individuale, sanificazione dei giocattoli a fine giornata, stop agli spettacoli di fine soggiorno. Una simile riorganizzazione comporta necessariamente costi aggiuntivi, il sostegno promesso dal ministro Bonetti è indispensabile ha fatto sapere la vicepresidente con delega al Welfare, Elly Schlein.
In Piemonte «verranno utilizzati gli edifici scolastici, cercando di rimodulare gli spazi interni ed esterni in funzione della tutela della salute e sicurezza, e si verificherà per specifiche attività, anche l'utilizzo di spazi aperti esterni alla scuola in collaborazione con l'assessorato all'Ambiente», informa Antonietta Di Martino, assessore all'Istruzione del Comune di Torino. «Inoltre la città è inserita nel progetto “Scuole aperte" del Politecnico che ha avviato delle simulazioni per riprogrammare il funzionamento dei servizi, sempre nel rispetto delle misure di mitigazione del rischio e nel rispetto dei bisogni dei bambini e delle loro famiglie», precisa Di Martino. Per avviare le iscrizioni, bisogna capire quali attività potranno essere riprese e quale protocollo andrà seguito per prevenire i contagi.
A Roma, il Municipio I ha lanciato un sondaggio per conoscere le esigenze delle famiglie ed è stato sommerso da richieste di genitori che segnalano la necessità di spazi ai quali affidare i figli perché non siano abbandonati a un'estate chiusi in casa. «Ci sono bambini che soffrono di condizioni difficili, in povertà, abbandonati a sé stessi. Non si tratta solo di sostenere i genitori che torneranno al lavoro e di nonni che dovranno essere tutelati dal contatto con i nipoti. Serviranno spazi rigenerativi per i ragazzi e, a partire da giugno, servizi educativi, centri estivi e altre risorse suddivise per fasce di età», ha dichiarato la Regione Umbria, impegnandosi a formulare un piano per l'attivazione dei centri estivi. «Speriamo che il governo nazionale emani presto le linee guida necessarie», è stato l'auspicio ribadito dalla giunta umbra. Il garante dei diritti delle Marche, Andrea Nobili, ha proposto di istituire un gruppo di lavoro regionale per elaborare linee guida dedicate ai minori, evidenziando la necessita di riservare loro maggiore attenzione.
«Il Veneto ha elaborato un protocollo unico per i servizi per i bimbi 0 - 6 anni per sperimentare la riapertura di nidi e centri per la prima infanzia, condiviso con il governo centrale», spiega l'assessore regionale all'Istruzione, Elena Donazzan. «Le riaperture potranno partire, in via sperimentale, nelle province dove la circolazione del virus risulta inferiore, cioè Venezia e Rovigo, per poi estendersi progressivamente alle altre realtà provinciali, ultime in ordine di tempo Verona e Belluno, dove gli indici di contagio al momento risultano maggiori». L'organizzazione dei servizi dovrà prevedere piccoli gruppi stabili di 5 bambini con un educatore di riferimento, nella massima sicurezza. «In Veneto siamo pronti per partire anche domani mattina», assicura Donazzan e precisa: «C'è una grande disponibilità di spazi con le nostre scuole materne, i nidi. I costi per le famiglie li stiamo quantificando, a Roma nemmeno ci pensano a inviare i sostegni finanziari promessi».
Anche l'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni italiani, nel riconoscere come «urgente la necessità immediata di offrire una risposta ai bambini e alle famiglie, soprattutto per quanto riguarda sperimentazioni nei servizi educativi per l'infanzia e centri estivi», definisce «fondamentale» la questione relative alle risorse. L'incremento dei costi conseguente alla riorganizzazione dei servizi ricreativi e poi di quelli scolastici «dovranno necessariamente essere supportati con interventi economici».
Venerdì scorso il ministro Bonetti assicurava: «Abbiamo chiuso un percorso di elaborazione di linee guida. Abbiamo ricevuto le raccomandazioni da parte del comitato tecnico scientifico che hanno quindi confermato la possibilità di trovare forme di organizzazione sicure per i centri estivi, per l'attività di gioco per i bambini sopra i 3 anni. Oggi (il 15 maggio, ndr) in consiglio dei ministri discuteremo di questo in modo tale che già dal 18 si possano aprire alcune attività, diciamo all'aria aperta nei parchi e poi, a partire dal primo giugno, attività organizzate proprio per i più piccoli». Sarà una corsa ad ostacoli, per trovare centri, sistemare strutture, accogliere bambini con una voglia matta di scatenarsi all'area aperta con i compagni di gioco.
«Gli oratori sono pronti ad aprire nel rispetto delle norme sanitarie»

Don Stefano Guidi
Don Stefano Guidi, 40 anni, dallo scorso anno coordinatore degli oratori delle diocesi lombarde (Odielle), sta lavorando per una riapertura di centri estivi che permetta il ritorno al lavoro di quelle famiglie in cui entrambi i genitori sono occupati. «La proposta del sacerdote va nella direzione giusta. Questa può essere una soluzione, assieme ad altre», ha segnalato il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana.
Don Guidi, qual è vostro progetto?
«Siamo in grande fermento di iniziative per riconvertire l'attività estiva che eravamo abituati a proporre, secondo le indicazioni che arriveranno dal protocollo sanitario nazionale e in base alle competenze specifiche non ancora stabilite da governo e Regione».
Prima che cosa offrivate?
«Sul territorio lombardo ci sono circa 2.500 oratori, un bel numero rispetto agli 8.000 presenti in tutto il territorio nazionale. A Milano città possiamo contarne 160, nella diocesi circa 1 migliaio. Ogni estate in Lombardia coinvolgiamo 500.000 minori, dai 7 anni ai 18. Gli adolescenti, che frequentano la secondaria superiore, sono preziosi negli oratori estivi in quanto svolgono il ruolo di animatori dei più piccoli. Poi ci sono i volontari nelle parrocchie, un numero enorme, incalcolabile. Tutti contribuiscono al funzionamento dei nostri centri».
Le nuove regole che cosa vi impongono?
«Quest'anno dobbiamo evitare l'assembramento delle persone, stiamo immaginando un'attività educativa per piccoli gruppi omogenei anche come età, che frequentino a turno i centri e le attività proposte. Dobbiamo verificare se il progetto sarà fattibile nelle condizioni di sicurezza che verranno fornite e se si sono le condizioni operative. La nostra proposta è innanzitutto per le famiglie che hanno bisogno di riprendere a lavorare e non hanno possibilità di affidare i propri figli a parenti o baby sitter. Poi vogliamo offrire ai minori l'esperienza di recupero almeno parziale della socializzazione».
Avete abbastanza oratori a disposizione?
«Abbiamo bisogno di più spazi, perché forse aumenteranno le richieste delle famiglie e per poter rispettare le nuove norme di igiene e sicurezza. Dalla Regione ai Comuni, dai dirigenti scolastici alle associazioni sportive stiamo ricevendo sul territorio molte offerte di strutture e di educatori».
Quindi il progetto c'è, la disponibilità e l'impegno di molti sul territorio pure, se arriva questo benedetto protocollo nazionale quando prevede che possano aprire i centri estivi lombardi?
«Servirà anche più di un mese per essere pronti, non possiamo fare previsioni certe. Le famiglie hanno grandi aspettative, però noi restiamo in attesa di risposte dalle istituzioni per poterci organizzare».
Che orari avranno?
«Stiamo lavorando a un'offerta di attività quotidiana, da mattina a tardo pomeriggio fino alla ripresa dell'anno scolastico. Proposte per moduli, a seconda delle necessità della famiglia. Molti genitori non avranno ferie, dovranno lavorare in agosto o non avranno i mezzi per fare una vacanza. Per i bambini deve esserci uno spazio ricreativo ed educativo per tutta l'estate. Magari non sarà possibile in ogni oratorio, dipenderà dalla disponibilità di educatori e di volontari».
Come vengono pagati gli educatori?
«La spesa è sostenuta dalla parrocchia, spesso le amministrazioni comunali contribuiscono ai costi anche perché c'è una legge che riconosce il valore sociale degli oratori, soprattutto d'estate».
Vi sono stati promessi ulteriori sostegni economici?
«Sì, dalle istituzioni locali e regionali. Una disponibilità confermata ma non ancora quantificata. Gli oratori sono una forza, espressione della comunità cristiana che si mette a servizio, consolidata nel tempo e non sostituibile da un giorno all'altro con iniziative di carattere pubblico».
I costi per le famiglie?
«Sono variabili. Viene chiesta una forma di contribuzione che varia dai 10 ai 50 euro la settimana, dipende dalle attività proposte, se viene offerto il servizio mensa, la gita in piscina o altro. Chi non può permettersi la spesa, può comunque mandare il figlio all'oratorio».
Che cosa fa un ragazzino nei vostri centri estivi?
«Si incontra con i suoi coetanei e con ragazzi di età diversa, fa un'esperienza comunitaria diversa dalla scuola. Il gioco organizzato, la musica, il ballo, il teatro, laboratori manuali, sport, sono alcune delle attività che scandiscono la giornata».
Si passa molto tempo a pregare?
«Premesso che la qualità della preghiera non si misura a ore, nella giornata tipo dell'oratorio ci sono almeno tre momenti previsti: la riflessione a inizio e a fine giornata preceduta dalla preghiera e quella dedicata agli animatori, cioè gli adolescenti che si mettono a disposizione dei più piccoli. In oratorio non si passa il tempo a pregare».
Bambini non cristiani sono accettati?
«Da sempre. E il momento della preghiera è condiviso con grande rispetto reciproco. I genitori islamici ci mandano i loro figli, i centri estivi sono momento di socializzazione».
C'è stata una riscoperta degli oratori?
«C'è maggiore attenzione sociale. Oggi che siamo in un tempo di prova, più persone si accorgono che la Chiesa può essere un riferimento anche nel fornire risposte per il momento ricreativo dei propri figli».
«È impossibile giocare se devono tenere mascherina e braccialetto»
«Non comprendiamo la ragione del protrarsi di misure restrittive nei confronti dei nostri figli, a cui viene impedito di svolgere una sana vita sociale». Una lettera aperta sui diritti calpestati dei bambini, sottoscritta da psicologi, associazioni, singoli cittadini di Trieste, è stata inviata al governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L'iniziativa parte dal Ciatdm, il coordinamento internazionale di associazioni per la tutela dei diritti dei minori, preoccupato che l'apertura di asili e centri estivi finisca subordinata «alla adozione di misure sanitarie abnormi» e «non costringa le famiglie a scegliere tra l'emarginazione dei propri figli o l'imposizione di misure certamente controproducenti per la loro salute». L'avvocato Alessandra Devetag, responsabile per Trieste del Ciatdm, spiega che all'appello stanno continuando ad aderire «in tantissimi», il tema è molto sentito. «I bambini sono la categoria più dimenticata in tutta questa emergenza», ricorda la Devetag, «su di loro si è scatenata la repressione più insensata. Potevamo portare fuori il cane per i suoi bisogni, ma i nostri figli no, non avevano il diritto di muoversi da casa. Le ripercussioni sono e saranno molto pesanti, da una perizia ufficiale è emerso uno “stress post traumatico quattro volte più alto" rispetto a chi non ha patito l'isolamento, oltre a “problemi neurologici e psichiatrici". Cerchiamo almeno di assicurare loro un'estate all'aperto in centri organizzati, ma non per farne dei poveri infelici». L'avvocato è contrario all'obbligo di mascherina «che i bambini sarebbero tenuti a indossare all'aperto, sotto il sole cocente di giugno, mentre corrono e saltano. Così pure i braccialetti che vibrano quando i bambini si avvicinano troppo. Una mostruosità, bambini che si abituano a reagire a una tecnologia e si allontanano dal loro simile? Chiediamoci che cosa sia disposti a sacrificare in nome della tutela della salute collettiva», si indigna la Devetag. La Regione Friuli Venezia Giulia ha risposto dicendo di condividere «molte delle preoccupazioni esposte, motivo per il quale abbiamo sollecitato più volte il governo nazionale ad anticipare la riapertura di attività educative». Occorre però farlo in sicurezza, la precisazione è sempre quella e senza un protocollo nazionale si allungano i tempi in cui si potrà restituire ai minori una normale quotidianità.
Anche a Torino le famiglie si sono mosse. Manuela è una delle cinque mamme, con figli nella seconda elementare dell'Istituto comprensivo Ricasoli, che hanno inviato una lettera al presidente della circoscrizione, della Regione Piemonte e al sindaco della città. In pochi giorni è stata sottoscritta da quasi 600 genitori. «Vogliamo segnalare lo stato di sofferenza in cui si trovano i bambini, di cui si è poco parlato durante la chiusura in casa, spesso in spazi ristretti, e ancora meno in questa fase due», fa sapere la signora Manuela. «Molti piccoli adesso non potranno contare su vacanze per i problemi economici dei genitori e forse nemmeno su centri estivi. Non abbiamo una prospettiva certa di rientro a scuola, alla socialità e a una qualche forma di normalità».
Nella lettera si legge: «A fronte dell'impegno delle famiglie e delle insegnanti, abbiamo amaramente constatato un preoccupante disinteresse delle istituzioni nei confronti delle “persone piccole", scomparse dall'agenda politica e dimenticate dai discorsi pubblici del governo». Si parla anche di didattica a distanza «che non può essere la soluzione per gestire istruzione e apprendimento, tanto più ora che abbiamo ben chiaro quanto possa essere lunga l'uscita dall'emergenza pandemica».
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Le Regioni e i Comuni si organizzano per allestire i centri per l'infanzia. Un servizio «fondamentale» per le famiglie ma non ci sono ancora le linee guida e i fondi del governo.Il sacerdote responsabile dei ritrovi parrocchiali, don Stefano Guidi: «Sono 8.000 in tutta Italia, 2.500 solo in Lombardia dove accogliamo 500.000 minori. Ma quest'anno saranno di più perché molti non andranno in ferie».Le lettere delle associazioni di genitori contro le limitazioni imposte alle attività dei figli.Lo speciale contiene tre articoli.Stando al decreto Rilancio, i genitori potranno utilizzare il bonus baby sitter di 1.200 euro anche per pagare le rette dei centri estivi. Peccato che alla data odierna ben poco ancora si sappia di come saranno organizzati i servizi per l'infanzia. I bambini sono stati bloccati in casa, tenuti lontano per due mesi dalla scuola e dai loro coetanei, almeno a partire da giugno dovrebbero poter contare su un progetto educativo e sociale che tenga conto delle loro necessità. Il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha elaborato un Piano per l'infanzia (assieme ad Anci, Società italiana dei pediatri, i ministeri dell'Istruzione, della Salute e del Lavoro), che prevede dal 18 maggio, cioè da oggi, attività all'aperto in parchi e spazi condominiali per i piccoli a partire dai 3 anni e dal primo giugno la riattivazione dei servizi educativi e dei centri estivi per la fascia 0-6 anni. Solo venerdì scorso è arrivata l'approvazione del Cts, il Comitato tecnico scientifico, nel frattempo l'estate è alle porte e non sarà facile far decollare strutture appesantite da rigidi controlli di igiene e di formazione del personale. Il rischio, molto reale, è che i ritardi si accumulino costringendo ancora al chiuso i bimbi e mandando in ulteriore affanno i genitori che devono lavorare. La Regione Emilia Romagna sta ipotizzando attività preferibilmente all'aperto, aerazione costante e sanificazione degli ambienti in caso di soggiorno al chiuso, bambini organizzati in piccoli gruppi seguiti dallo stesso educatore, con fasce orarie diversificate. E ancora, triage all'ingresso, attenzione ai contatti, utilizzo da parte degli educatori dei dispositivi di protezione individuale, sanificazione dei giocattoli a fine giornata, stop agli spettacoli di fine soggiorno. Una simile riorganizzazione comporta necessariamente costi aggiuntivi, il sostegno promesso dal ministro Bonetti è indispensabile ha fatto sapere la vicepresidente con delega al Welfare, Elly Schlein. In Piemonte «verranno utilizzati gli edifici scolastici, cercando di rimodulare gli spazi interni ed esterni in funzione della tutela della salute e sicurezza, e si verificherà per specifiche attività, anche l'utilizzo di spazi aperti esterni alla scuola in collaborazione con l'assessorato all'Ambiente», informa Antonietta Di Martino, assessore all'Istruzione del Comune di Torino. «Inoltre la città è inserita nel progetto “Scuole aperte" del Politecnico che ha avviato delle simulazioni per riprogrammare il funzionamento dei servizi, sempre nel rispetto delle misure di mitigazione del rischio e nel rispetto dei bisogni dei bambini e delle loro famiglie», precisa Di Martino. Per avviare le iscrizioni, bisogna capire quali attività potranno essere riprese e quale protocollo andrà seguito per prevenire i contagi.A Roma, il Municipio I ha lanciato un sondaggio per conoscere le esigenze delle famiglie ed è stato sommerso da richieste di genitori che segnalano la necessità di spazi ai quali affidare i figli perché non siano abbandonati a un'estate chiusi in casa. «Ci sono bambini che soffrono di condizioni difficili, in povertà, abbandonati a sé stessi. Non si tratta solo di sostenere i genitori che torneranno al lavoro e di nonni che dovranno essere tutelati dal contatto con i nipoti. Serviranno spazi rigenerativi per i ragazzi e, a partire da giugno, servizi educativi, centri estivi e altre risorse suddivise per fasce di età», ha dichiarato la Regione Umbria, impegnandosi a formulare un piano per l'attivazione dei centri estivi. «Speriamo che il governo nazionale emani presto le linee guida necessarie», è stato l'auspicio ribadito dalla giunta umbra. Il garante dei diritti delle Marche, Andrea Nobili, ha proposto di istituire un gruppo di lavoro regionale per elaborare linee guida dedicate ai minori, evidenziando la necessita di riservare loro maggiore attenzione.«Il Veneto ha elaborato un protocollo unico per i servizi per i bimbi 0 - 6 anni per sperimentare la riapertura di nidi e centri per la prima infanzia, condiviso con il governo centrale», spiega l'assessore regionale all'Istruzione, Elena Donazzan. «Le riaperture potranno partire, in via sperimentale, nelle province dove la circolazione del virus risulta inferiore, cioè Venezia e Rovigo, per poi estendersi progressivamente alle altre realtà provinciali, ultime in ordine di tempo Verona e Belluno, dove gli indici di contagio al momento risultano maggiori». L'organizzazione dei servizi dovrà prevedere piccoli gruppi stabili di 5 bambini con un educatore di riferimento, nella massima sicurezza. «In Veneto siamo pronti per partire anche domani mattina», assicura Donazzan e precisa: «C'è una grande disponibilità di spazi con le nostre scuole materne, i nidi. I costi per le famiglie li stiamo quantificando, a Roma nemmeno ci pensano a inviare i sostegni finanziari promessi». Anche l'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni italiani, nel riconoscere come «urgente la necessità immediata di offrire una risposta ai bambini e alle famiglie, soprattutto per quanto riguarda sperimentazioni nei servizi educativi per l'infanzia e centri estivi», definisce «fondamentale» la questione relative alle risorse. L'incremento dei costi conseguente alla riorganizzazione dei servizi ricreativi e poi di quelli scolastici «dovranno necessariamente essere supportati con interventi economici». Venerdì scorso il ministro Bonetti assicurava: «Abbiamo chiuso un percorso di elaborazione di linee guida. Abbiamo ricevuto le raccomandazioni da parte del comitato tecnico scientifico che hanno quindi confermato la possibilità di trovare forme di organizzazione sicure per i centri estivi, per l'attività di gioco per i bambini sopra i 3 anni. Oggi (il 15 maggio, ndr) in consiglio dei ministri discuteremo di questo in modo tale che già dal 18 si possano aprire alcune attività, diciamo all'aria aperta nei parchi e poi, a partire dal primo giugno, attività organizzate proprio per i più piccoli». Sarà una corsa ad ostacoli, per trovare centri, sistemare strutture, accogliere bambini con una voglia matta di scatenarsi all'area aperta con i compagni di gioco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dove-lo-metto-il-bambino-questa-estate-2646019754.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-oratori-sono-pronti-ad-aprire-nel-rispetto-delle-norme-sanitarie" data-post-id="2646019754" data-published-at="1589738329" data-use-pagination="False"> «Gli oratori sono pronti ad aprire nel rispetto delle norme sanitarie» Don Stefano Guidi Don Stefano Guidi, 40 anni, dallo scorso anno coordinatore degli oratori delle diocesi lombarde (Odielle), sta lavorando per una riapertura di centri estivi che permetta il ritorno al lavoro di quelle famiglie in cui entrambi i genitori sono occupati. «La proposta del sacerdote va nella direzione giusta. Questa può essere una soluzione, assieme ad altre», ha segnalato il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Don Guidi, qual è vostro progetto? «Siamo in grande fermento di iniziative per riconvertire l'attività estiva che eravamo abituati a proporre, secondo le indicazioni che arriveranno dal protocollo sanitario nazionale e in base alle competenze specifiche non ancora stabilite da governo e Regione». Prima che cosa offrivate? «Sul territorio lombardo ci sono circa 2.500 oratori, un bel numero rispetto agli 8.000 presenti in tutto il territorio nazionale. A Milano città possiamo contarne 160, nella diocesi circa 1 migliaio. Ogni estate in Lombardia coinvolgiamo 500.000 minori, dai 7 anni ai 18. Gli adolescenti, che frequentano la secondaria superiore, sono preziosi negli oratori estivi in quanto svolgono il ruolo di animatori dei più piccoli. Poi ci sono i volontari nelle parrocchie, un numero enorme, incalcolabile. Tutti contribuiscono al funzionamento dei nostri centri». Le nuove regole che cosa vi impongono? «Quest'anno dobbiamo evitare l'assembramento delle persone, stiamo immaginando un'attività educativa per piccoli gruppi omogenei anche come età, che frequentino a turno i centri e le attività proposte. Dobbiamo verificare se il progetto sarà fattibile nelle condizioni di sicurezza che verranno fornite e se si sono le condizioni operative. La nostra proposta è innanzitutto per le famiglie che hanno bisogno di riprendere a lavorare e non hanno possibilità di affidare i propri figli a parenti o baby sitter. Poi vogliamo offrire ai minori l'esperienza di recupero almeno parziale della socializzazione». Avete abbastanza oratori a disposizione? «Abbiamo bisogno di più spazi, perché forse aumenteranno le richieste delle famiglie e per poter rispettare le nuove norme di igiene e sicurezza. Dalla Regione ai Comuni, dai dirigenti scolastici alle associazioni sportive stiamo ricevendo sul territorio molte offerte di strutture e di educatori». Quindi il progetto c'è, la disponibilità e l'impegno di molti sul territorio pure, se arriva questo benedetto protocollo nazionale quando prevede che possano aprire i centri estivi lombardi? «Servirà anche più di un mese per essere pronti, non possiamo fare previsioni certe. Le famiglie hanno grandi aspettative, però noi restiamo in attesa di risposte dalle istituzioni per poterci organizzare». Che orari avranno? «Stiamo lavorando a un'offerta di attività quotidiana, da mattina a tardo pomeriggio fino alla ripresa dell'anno scolastico. Proposte per moduli, a seconda delle necessità della famiglia. Molti genitori non avranno ferie, dovranno lavorare in agosto o non avranno i mezzi per fare una vacanza. Per i bambini deve esserci uno spazio ricreativo ed educativo per tutta l'estate. Magari non sarà possibile in ogni oratorio, dipenderà dalla disponibilità di educatori e di volontari». Come vengono pagati gli educatori? «La spesa è sostenuta dalla parrocchia, spesso le amministrazioni comunali contribuiscono ai costi anche perché c'è una legge che riconosce il valore sociale degli oratori, soprattutto d'estate». Vi sono stati promessi ulteriori sostegni economici? «Sì, dalle istituzioni locali e regionali. Una disponibilità confermata ma non ancora quantificata. Gli oratori sono una forza, espressione della comunità cristiana che si mette a servizio, consolidata nel tempo e non sostituibile da un giorno all'altro con iniziative di carattere pubblico». I costi per le famiglie? «Sono variabili. Viene chiesta una forma di contribuzione che varia dai 10 ai 50 euro la settimana, dipende dalle attività proposte, se viene offerto il servizio mensa, la gita in piscina o altro. Chi non può permettersi la spesa, può comunque mandare il figlio all'oratorio». Che cosa fa un ragazzino nei vostri centri estivi? «Si incontra con i suoi coetanei e con ragazzi di età diversa, fa un'esperienza comunitaria diversa dalla scuola. Il gioco organizzato, la musica, il ballo, il teatro, laboratori manuali, sport, sono alcune delle attività che scandiscono la giornata». Si passa molto tempo a pregare? «Premesso che la qualità della preghiera non si misura a ore, nella giornata tipo dell'oratorio ci sono almeno tre momenti previsti: la riflessione a inizio e a fine giornata preceduta dalla preghiera e quella dedicata agli animatori, cioè gli adolescenti che si mettono a disposizione dei più piccoli. In oratorio non si passa il tempo a pregare». Bambini non cristiani sono accettati? «Da sempre. E il momento della preghiera è condiviso con grande rispetto reciproco. I genitori islamici ci mandano i loro figli, i centri estivi sono momento di socializzazione». C'è stata una riscoperta degli oratori? «C'è maggiore attenzione sociale. 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Una lettera aperta sui diritti calpestati dei bambini, sottoscritta da psicologi, associazioni, singoli cittadini di Trieste, è stata inviata al governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L'iniziativa parte dal Ciatdm, il coordinamento internazionale di associazioni per la tutela dei diritti dei minori, preoccupato che l'apertura di asili e centri estivi finisca subordinata «alla adozione di misure sanitarie abnormi» e «non costringa le famiglie a scegliere tra l'emarginazione dei propri figli o l'imposizione di misure certamente controproducenti per la loro salute». L'avvocato Alessandra Devetag, responsabile per Trieste del Ciatdm, spiega che all'appello stanno continuando ad aderire «in tantissimi», il tema è molto sentito. «I bambini sono la categoria più dimenticata in tutta questa emergenza», ricorda la Devetag, «su di loro si è scatenata la repressione più insensata. Potevamo portare fuori il cane per i suoi bisogni, ma i nostri figli no, non avevano il diritto di muoversi da casa. Le ripercussioni sono e saranno molto pesanti, da una perizia ufficiale è emerso uno “stress post traumatico quattro volte più alto" rispetto a chi non ha patito l'isolamento, oltre a “problemi neurologici e psichiatrici". Cerchiamo almeno di assicurare loro un'estate all'aperto in centri organizzati, ma non per farne dei poveri infelici». L'avvocato è contrario all'obbligo di mascherina «che i bambini sarebbero tenuti a indossare all'aperto, sotto il sole cocente di giugno, mentre corrono e saltano. Così pure i braccialetti che vibrano quando i bambini si avvicinano troppo. Una mostruosità, bambini che si abituano a reagire a una tecnologia e si allontanano dal loro simile? Chiediamoci che cosa sia disposti a sacrificare in nome della tutela della salute collettiva», si indigna la Devetag. La Regione Friuli Venezia Giulia ha risposto dicendo di condividere «molte delle preoccupazioni esposte, motivo per il quale abbiamo sollecitato più volte il governo nazionale ad anticipare la riapertura di attività educative». Occorre però farlo in sicurezza, la precisazione è sempre quella e senza un protocollo nazionale si allungano i tempi in cui si potrà restituire ai minori una normale quotidianità. Anche a Torino le famiglie si sono mosse. Manuela è una delle cinque mamme, con figli nella seconda elementare dell'Istituto comprensivo Ricasoli, che hanno inviato una lettera al presidente della circoscrizione, della Regione Piemonte e al sindaco della città. In pochi giorni è stata sottoscritta da quasi 600 genitori. «Vogliamo segnalare lo stato di sofferenza in cui si trovano i bambini, di cui si è poco parlato durante la chiusura in casa, spesso in spazi ristretti, e ancora meno in questa fase due», fa sapere la signora Manuela. «Molti piccoli adesso non potranno contare su vacanze per i problemi economici dei genitori e forse nemmeno su centri estivi. Non abbiamo una prospettiva certa di rientro a scuola, alla socialità e a una qualche forma di normalità». Nella lettera si legge: «A fronte dell'impegno delle famiglie e delle insegnanti, abbiamo amaramente constatato un preoccupante disinteresse delle istituzioni nei confronti delle “persone piccole", scomparse dall'agenda politica e dimenticate dai discorsi pubblici del governo». Si parla anche di didattica a distanza «che non può essere la soluzione per gestire istruzione e apprendimento, tanto più ora che abbiamo ben chiaro quanto possa essere lunga l'uscita dall'emergenza pandemica».
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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