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2020-05-18
Dove lo metto il bambino questa estate?
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Stando al decreto Rilancio, i genitori potranno utilizzare il bonus baby sitter di 1.200 euro anche per pagare le rette dei centri estivi. Peccato che alla data odierna ben poco ancora si sappia di come saranno organizzati i servizi per l'infanzia. I bambini sono stati bloccati in casa, tenuti lontano per due mesi dalla scuola e dai loro coetanei, almeno a partire da giugno dovrebbero poter contare su un progetto educativo e sociale che tenga conto delle loro necessità. Il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha elaborato un Piano per l'infanzia (assieme ad Anci, Società italiana dei pediatri, i ministeri dell'Istruzione, della Salute e del Lavoro), che prevede dal 18 maggio, cioè da oggi, attività all'aperto in parchi e spazi condominiali per i piccoli a partire dai 3 anni e dal primo giugno la riattivazione dei servizi educativi e dei centri estivi per la fascia 0-6 anni. Solo venerdì scorso è arrivata l'approvazione del Cts, il Comitato tecnico scientifico, nel frattempo l'estate è alle porte e non sarà facile far decollare strutture appesantite da rigidi controlli di igiene e di formazione del personale.
Il rischio, molto reale, è che i ritardi si accumulino costringendo ancora al chiuso i bimbi e mandando in ulteriore affanno i genitori che devono lavorare. La Regione Emilia Romagna sta ipotizzando attività preferibilmente all'aperto, aerazione costante e sanificazione degli ambienti in caso di soggiorno al chiuso, bambini organizzati in piccoli gruppi seguiti dallo stesso educatore, con fasce orarie diversificate. E ancora, triage all'ingresso, attenzione ai contatti, utilizzo da parte degli educatori dei dispositivi di protezione individuale, sanificazione dei giocattoli a fine giornata, stop agli spettacoli di fine soggiorno. Una simile riorganizzazione comporta necessariamente costi aggiuntivi, il sostegno promesso dal ministro Bonetti è indispensabile ha fatto sapere la vicepresidente con delega al Welfare, Elly Schlein.
In Piemonte «verranno utilizzati gli edifici scolastici, cercando di rimodulare gli spazi interni ed esterni in funzione della tutela della salute e sicurezza, e si verificherà per specifiche attività, anche l'utilizzo di spazi aperti esterni alla scuola in collaborazione con l'assessorato all'Ambiente», informa Antonietta Di Martino, assessore all'Istruzione del Comune di Torino. «Inoltre la città è inserita nel progetto “Scuole aperte" del Politecnico che ha avviato delle simulazioni per riprogrammare il funzionamento dei servizi, sempre nel rispetto delle misure di mitigazione del rischio e nel rispetto dei bisogni dei bambini e delle loro famiglie», precisa Di Martino. Per avviare le iscrizioni, bisogna capire quali attività potranno essere riprese e quale protocollo andrà seguito per prevenire i contagi.
A Roma, il Municipio I ha lanciato un sondaggio per conoscere le esigenze delle famiglie ed è stato sommerso da richieste di genitori che segnalano la necessità di spazi ai quali affidare i figli perché non siano abbandonati a un'estate chiusi in casa. «Ci sono bambini che soffrono di condizioni difficili, in povertà, abbandonati a sé stessi. Non si tratta solo di sostenere i genitori che torneranno al lavoro e di nonni che dovranno essere tutelati dal contatto con i nipoti. Serviranno spazi rigenerativi per i ragazzi e, a partire da giugno, servizi educativi, centri estivi e altre risorse suddivise per fasce di età», ha dichiarato la Regione Umbria, impegnandosi a formulare un piano per l'attivazione dei centri estivi. «Speriamo che il governo nazionale emani presto le linee guida necessarie», è stato l'auspicio ribadito dalla giunta umbra. Il garante dei diritti delle Marche, Andrea Nobili, ha proposto di istituire un gruppo di lavoro regionale per elaborare linee guida dedicate ai minori, evidenziando la necessita di riservare loro maggiore attenzione.
«Il Veneto ha elaborato un protocollo unico per i servizi per i bimbi 0 - 6 anni per sperimentare la riapertura di nidi e centri per la prima infanzia, condiviso con il governo centrale», spiega l'assessore regionale all'Istruzione, Elena Donazzan. «Le riaperture potranno partire, in via sperimentale, nelle province dove la circolazione del virus risulta inferiore, cioè Venezia e Rovigo, per poi estendersi progressivamente alle altre realtà provinciali, ultime in ordine di tempo Verona e Belluno, dove gli indici di contagio al momento risultano maggiori». L'organizzazione dei servizi dovrà prevedere piccoli gruppi stabili di 5 bambini con un educatore di riferimento, nella massima sicurezza. «In Veneto siamo pronti per partire anche domani mattina», assicura Donazzan e precisa: «C'è una grande disponibilità di spazi con le nostre scuole materne, i nidi. I costi per le famiglie li stiamo quantificando, a Roma nemmeno ci pensano a inviare i sostegni finanziari promessi».
Anche l'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni italiani, nel riconoscere come «urgente la necessità immediata di offrire una risposta ai bambini e alle famiglie, soprattutto per quanto riguarda sperimentazioni nei servizi educativi per l'infanzia e centri estivi», definisce «fondamentale» la questione relative alle risorse. L'incremento dei costi conseguente alla riorganizzazione dei servizi ricreativi e poi di quelli scolastici «dovranno necessariamente essere supportati con interventi economici».
Venerdì scorso il ministro Bonetti assicurava: «Abbiamo chiuso un percorso di elaborazione di linee guida. Abbiamo ricevuto le raccomandazioni da parte del comitato tecnico scientifico che hanno quindi confermato la possibilità di trovare forme di organizzazione sicure per i centri estivi, per l'attività di gioco per i bambini sopra i 3 anni. Oggi (il 15 maggio, ndr) in consiglio dei ministri discuteremo di questo in modo tale che già dal 18 si possano aprire alcune attività, diciamo all'aria aperta nei parchi e poi, a partire dal primo giugno, attività organizzate proprio per i più piccoli». Sarà una corsa ad ostacoli, per trovare centri, sistemare strutture, accogliere bambini con una voglia matta di scatenarsi all'area aperta con i compagni di gioco.
«Gli oratori sono pronti ad aprire nel rispetto delle norme sanitarie»

Don Stefano Guidi
Don Stefano Guidi, 40 anni, dallo scorso anno coordinatore degli oratori delle diocesi lombarde (Odielle), sta lavorando per una riapertura di centri estivi che permetta il ritorno al lavoro di quelle famiglie in cui entrambi i genitori sono occupati. «La proposta del sacerdote va nella direzione giusta. Questa può essere una soluzione, assieme ad altre», ha segnalato il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana.
Don Guidi, qual è vostro progetto?
«Siamo in grande fermento di iniziative per riconvertire l'attività estiva che eravamo abituati a proporre, secondo le indicazioni che arriveranno dal protocollo sanitario nazionale e in base alle competenze specifiche non ancora stabilite da governo e Regione».
Prima che cosa offrivate?
«Sul territorio lombardo ci sono circa 2.500 oratori, un bel numero rispetto agli 8.000 presenti in tutto il territorio nazionale. A Milano città possiamo contarne 160, nella diocesi circa 1 migliaio. Ogni estate in Lombardia coinvolgiamo 500.000 minori, dai 7 anni ai 18. Gli adolescenti, che frequentano la secondaria superiore, sono preziosi negli oratori estivi in quanto svolgono il ruolo di animatori dei più piccoli. Poi ci sono i volontari nelle parrocchie, un numero enorme, incalcolabile. Tutti contribuiscono al funzionamento dei nostri centri».
Le nuove regole che cosa vi impongono?
«Quest'anno dobbiamo evitare l'assembramento delle persone, stiamo immaginando un'attività educativa per piccoli gruppi omogenei anche come età, che frequentino a turno i centri e le attività proposte. Dobbiamo verificare se il progetto sarà fattibile nelle condizioni di sicurezza che verranno fornite e se si sono le condizioni operative. La nostra proposta è innanzitutto per le famiglie che hanno bisogno di riprendere a lavorare e non hanno possibilità di affidare i propri figli a parenti o baby sitter. Poi vogliamo offrire ai minori l'esperienza di recupero almeno parziale della socializzazione».
Avete abbastanza oratori a disposizione?
«Abbiamo bisogno di più spazi, perché forse aumenteranno le richieste delle famiglie e per poter rispettare le nuove norme di igiene e sicurezza. Dalla Regione ai Comuni, dai dirigenti scolastici alle associazioni sportive stiamo ricevendo sul territorio molte offerte di strutture e di educatori».
Quindi il progetto c'è, la disponibilità e l'impegno di molti sul territorio pure, se arriva questo benedetto protocollo nazionale quando prevede che possano aprire i centri estivi lombardi?
«Servirà anche più di un mese per essere pronti, non possiamo fare previsioni certe. Le famiglie hanno grandi aspettative, però noi restiamo in attesa di risposte dalle istituzioni per poterci organizzare».
Che orari avranno?
«Stiamo lavorando a un'offerta di attività quotidiana, da mattina a tardo pomeriggio fino alla ripresa dell'anno scolastico. Proposte per moduli, a seconda delle necessità della famiglia. Molti genitori non avranno ferie, dovranno lavorare in agosto o non avranno i mezzi per fare una vacanza. Per i bambini deve esserci uno spazio ricreativo ed educativo per tutta l'estate. Magari non sarà possibile in ogni oratorio, dipenderà dalla disponibilità di educatori e di volontari».
Come vengono pagati gli educatori?
«La spesa è sostenuta dalla parrocchia, spesso le amministrazioni comunali contribuiscono ai costi anche perché c'è una legge che riconosce il valore sociale degli oratori, soprattutto d'estate».
Vi sono stati promessi ulteriori sostegni economici?
«Sì, dalle istituzioni locali e regionali. Una disponibilità confermata ma non ancora quantificata. Gli oratori sono una forza, espressione della comunità cristiana che si mette a servizio, consolidata nel tempo e non sostituibile da un giorno all'altro con iniziative di carattere pubblico».
I costi per le famiglie?
«Sono variabili. Viene chiesta una forma di contribuzione che varia dai 10 ai 50 euro la settimana, dipende dalle attività proposte, se viene offerto il servizio mensa, la gita in piscina o altro. Chi non può permettersi la spesa, può comunque mandare il figlio all'oratorio».
Che cosa fa un ragazzino nei vostri centri estivi?
«Si incontra con i suoi coetanei e con ragazzi di età diversa, fa un'esperienza comunitaria diversa dalla scuola. Il gioco organizzato, la musica, il ballo, il teatro, laboratori manuali, sport, sono alcune delle attività che scandiscono la giornata».
Si passa molto tempo a pregare?
«Premesso che la qualità della preghiera non si misura a ore, nella giornata tipo dell'oratorio ci sono almeno tre momenti previsti: la riflessione a inizio e a fine giornata preceduta dalla preghiera e quella dedicata agli animatori, cioè gli adolescenti che si mettono a disposizione dei più piccoli. In oratorio non si passa il tempo a pregare».
Bambini non cristiani sono accettati?
«Da sempre. E il momento della preghiera è condiviso con grande rispetto reciproco. I genitori islamici ci mandano i loro figli, i centri estivi sono momento di socializzazione».
C'è stata una riscoperta degli oratori?
«C'è maggiore attenzione sociale. Oggi che siamo in un tempo di prova, più persone si accorgono che la Chiesa può essere un riferimento anche nel fornire risposte per il momento ricreativo dei propri figli».
«È impossibile giocare se devono tenere mascherina e braccialetto»
«Non comprendiamo la ragione del protrarsi di misure restrittive nei confronti dei nostri figli, a cui viene impedito di svolgere una sana vita sociale». Una lettera aperta sui diritti calpestati dei bambini, sottoscritta da psicologi, associazioni, singoli cittadini di Trieste, è stata inviata al governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L'iniziativa parte dal Ciatdm, il coordinamento internazionale di associazioni per la tutela dei diritti dei minori, preoccupato che l'apertura di asili e centri estivi finisca subordinata «alla adozione di misure sanitarie abnormi» e «non costringa le famiglie a scegliere tra l'emarginazione dei propri figli o l'imposizione di misure certamente controproducenti per la loro salute». L'avvocato Alessandra Devetag, responsabile per Trieste del Ciatdm, spiega che all'appello stanno continuando ad aderire «in tantissimi», il tema è molto sentito. «I bambini sono la categoria più dimenticata in tutta questa emergenza», ricorda la Devetag, «su di loro si è scatenata la repressione più insensata. Potevamo portare fuori il cane per i suoi bisogni, ma i nostri figli no, non avevano il diritto di muoversi da casa. Le ripercussioni sono e saranno molto pesanti, da una perizia ufficiale è emerso uno “stress post traumatico quattro volte più alto" rispetto a chi non ha patito l'isolamento, oltre a “problemi neurologici e psichiatrici". Cerchiamo almeno di assicurare loro un'estate all'aperto in centri organizzati, ma non per farne dei poveri infelici». L'avvocato è contrario all'obbligo di mascherina «che i bambini sarebbero tenuti a indossare all'aperto, sotto il sole cocente di giugno, mentre corrono e saltano. Così pure i braccialetti che vibrano quando i bambini si avvicinano troppo. Una mostruosità, bambini che si abituano a reagire a una tecnologia e si allontanano dal loro simile? Chiediamoci che cosa sia disposti a sacrificare in nome della tutela della salute collettiva», si indigna la Devetag. La Regione Friuli Venezia Giulia ha risposto dicendo di condividere «molte delle preoccupazioni esposte, motivo per il quale abbiamo sollecitato più volte il governo nazionale ad anticipare la riapertura di attività educative». Occorre però farlo in sicurezza, la precisazione è sempre quella e senza un protocollo nazionale si allungano i tempi in cui si potrà restituire ai minori una normale quotidianità.
Anche a Torino le famiglie si sono mosse. Manuela è una delle cinque mamme, con figli nella seconda elementare dell'Istituto comprensivo Ricasoli, che hanno inviato una lettera al presidente della circoscrizione, della Regione Piemonte e al sindaco della città. In pochi giorni è stata sottoscritta da quasi 600 genitori. «Vogliamo segnalare lo stato di sofferenza in cui si trovano i bambini, di cui si è poco parlato durante la chiusura in casa, spesso in spazi ristretti, e ancora meno in questa fase due», fa sapere la signora Manuela. «Molti piccoli adesso non potranno contare su vacanze per i problemi economici dei genitori e forse nemmeno su centri estivi. Non abbiamo una prospettiva certa di rientro a scuola, alla socialità e a una qualche forma di normalità».
Nella lettera si legge: «A fronte dell'impegno delle famiglie e delle insegnanti, abbiamo amaramente constatato un preoccupante disinteresse delle istituzioni nei confronti delle “persone piccole", scomparse dall'agenda politica e dimenticate dai discorsi pubblici del governo». Si parla anche di didattica a distanza «che non può essere la soluzione per gestire istruzione e apprendimento, tanto più ora che abbiamo ben chiaro quanto possa essere lunga l'uscita dall'emergenza pandemica».
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Le Regioni e i Comuni si organizzano per allestire i centri per l'infanzia. Un servizio «fondamentale» per le famiglie ma non ci sono ancora le linee guida e i fondi del governo.Il sacerdote responsabile dei ritrovi parrocchiali, don Stefano Guidi: «Sono 8.000 in tutta Italia, 2.500 solo in Lombardia dove accogliamo 500.000 minori. Ma quest'anno saranno di più perché molti non andranno in ferie».Le lettere delle associazioni di genitori contro le limitazioni imposte alle attività dei figli.Lo speciale contiene tre articoli.Stando al decreto Rilancio, i genitori potranno utilizzare il bonus baby sitter di 1.200 euro anche per pagare le rette dei centri estivi. Peccato che alla data odierna ben poco ancora si sappia di come saranno organizzati i servizi per l'infanzia. I bambini sono stati bloccati in casa, tenuti lontano per due mesi dalla scuola e dai loro coetanei, almeno a partire da giugno dovrebbero poter contare su un progetto educativo e sociale che tenga conto delle loro necessità. Il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha elaborato un Piano per l'infanzia (assieme ad Anci, Società italiana dei pediatri, i ministeri dell'Istruzione, della Salute e del Lavoro), che prevede dal 18 maggio, cioè da oggi, attività all'aperto in parchi e spazi condominiali per i piccoli a partire dai 3 anni e dal primo giugno la riattivazione dei servizi educativi e dei centri estivi per la fascia 0-6 anni. Solo venerdì scorso è arrivata l'approvazione del Cts, il Comitato tecnico scientifico, nel frattempo l'estate è alle porte e non sarà facile far decollare strutture appesantite da rigidi controlli di igiene e di formazione del personale. Il rischio, molto reale, è che i ritardi si accumulino costringendo ancora al chiuso i bimbi e mandando in ulteriore affanno i genitori che devono lavorare. La Regione Emilia Romagna sta ipotizzando attività preferibilmente all'aperto, aerazione costante e sanificazione degli ambienti in caso di soggiorno al chiuso, bambini organizzati in piccoli gruppi seguiti dallo stesso educatore, con fasce orarie diversificate. E ancora, triage all'ingresso, attenzione ai contatti, utilizzo da parte degli educatori dei dispositivi di protezione individuale, sanificazione dei giocattoli a fine giornata, stop agli spettacoli di fine soggiorno. Una simile riorganizzazione comporta necessariamente costi aggiuntivi, il sostegno promesso dal ministro Bonetti è indispensabile ha fatto sapere la vicepresidente con delega al Welfare, Elly Schlein. In Piemonte «verranno utilizzati gli edifici scolastici, cercando di rimodulare gli spazi interni ed esterni in funzione della tutela della salute e sicurezza, e si verificherà per specifiche attività, anche l'utilizzo di spazi aperti esterni alla scuola in collaborazione con l'assessorato all'Ambiente», informa Antonietta Di Martino, assessore all'Istruzione del Comune di Torino. «Inoltre la città è inserita nel progetto “Scuole aperte" del Politecnico che ha avviato delle simulazioni per riprogrammare il funzionamento dei servizi, sempre nel rispetto delle misure di mitigazione del rischio e nel rispetto dei bisogni dei bambini e delle loro famiglie», precisa Di Martino. Per avviare le iscrizioni, bisogna capire quali attività potranno essere riprese e quale protocollo andrà seguito per prevenire i contagi.A Roma, il Municipio I ha lanciato un sondaggio per conoscere le esigenze delle famiglie ed è stato sommerso da richieste di genitori che segnalano la necessità di spazi ai quali affidare i figli perché non siano abbandonati a un'estate chiusi in casa. «Ci sono bambini che soffrono di condizioni difficili, in povertà, abbandonati a sé stessi. Non si tratta solo di sostenere i genitori che torneranno al lavoro e di nonni che dovranno essere tutelati dal contatto con i nipoti. Serviranno spazi rigenerativi per i ragazzi e, a partire da giugno, servizi educativi, centri estivi e altre risorse suddivise per fasce di età», ha dichiarato la Regione Umbria, impegnandosi a formulare un piano per l'attivazione dei centri estivi. «Speriamo che il governo nazionale emani presto le linee guida necessarie», è stato l'auspicio ribadito dalla giunta umbra. Il garante dei diritti delle Marche, Andrea Nobili, ha proposto di istituire un gruppo di lavoro regionale per elaborare linee guida dedicate ai minori, evidenziando la necessita di riservare loro maggiore attenzione.«Il Veneto ha elaborato un protocollo unico per i servizi per i bimbi 0 - 6 anni per sperimentare la riapertura di nidi e centri per la prima infanzia, condiviso con il governo centrale», spiega l'assessore regionale all'Istruzione, Elena Donazzan. «Le riaperture potranno partire, in via sperimentale, nelle province dove la circolazione del virus risulta inferiore, cioè Venezia e Rovigo, per poi estendersi progressivamente alle altre realtà provinciali, ultime in ordine di tempo Verona e Belluno, dove gli indici di contagio al momento risultano maggiori». L'organizzazione dei servizi dovrà prevedere piccoli gruppi stabili di 5 bambini con un educatore di riferimento, nella massima sicurezza. «In Veneto siamo pronti per partire anche domani mattina», assicura Donazzan e precisa: «C'è una grande disponibilità di spazi con le nostre scuole materne, i nidi. I costi per le famiglie li stiamo quantificando, a Roma nemmeno ci pensano a inviare i sostegni finanziari promessi». Anche l'Anci, l'associazione nazionale dei Comuni italiani, nel riconoscere come «urgente la necessità immediata di offrire una risposta ai bambini e alle famiglie, soprattutto per quanto riguarda sperimentazioni nei servizi educativi per l'infanzia e centri estivi», definisce «fondamentale» la questione relative alle risorse. L'incremento dei costi conseguente alla riorganizzazione dei servizi ricreativi e poi di quelli scolastici «dovranno necessariamente essere supportati con interventi economici». Venerdì scorso il ministro Bonetti assicurava: «Abbiamo chiuso un percorso di elaborazione di linee guida. Abbiamo ricevuto le raccomandazioni da parte del comitato tecnico scientifico che hanno quindi confermato la possibilità di trovare forme di organizzazione sicure per i centri estivi, per l'attività di gioco per i bambini sopra i 3 anni. Oggi (il 15 maggio, ndr) in consiglio dei ministri discuteremo di questo in modo tale che già dal 18 si possano aprire alcune attività, diciamo all'aria aperta nei parchi e poi, a partire dal primo giugno, attività organizzate proprio per i più piccoli». Sarà una corsa ad ostacoli, per trovare centri, sistemare strutture, accogliere bambini con una voglia matta di scatenarsi all'area aperta con i compagni di gioco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dove-lo-metto-il-bambino-questa-estate-2646019754.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-oratori-sono-pronti-ad-aprire-nel-rispetto-delle-norme-sanitarie" data-post-id="2646019754" data-published-at="1589738329" data-use-pagination="False"> «Gli oratori sono pronti ad aprire nel rispetto delle norme sanitarie» Don Stefano Guidi Don Stefano Guidi, 40 anni, dallo scorso anno coordinatore degli oratori delle diocesi lombarde (Odielle), sta lavorando per una riapertura di centri estivi che permetta il ritorno al lavoro di quelle famiglie in cui entrambi i genitori sono occupati. «La proposta del sacerdote va nella direzione giusta. Questa può essere una soluzione, assieme ad altre», ha segnalato il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Don Guidi, qual è vostro progetto? «Siamo in grande fermento di iniziative per riconvertire l'attività estiva che eravamo abituati a proporre, secondo le indicazioni che arriveranno dal protocollo sanitario nazionale e in base alle competenze specifiche non ancora stabilite da governo e Regione». Prima che cosa offrivate? «Sul territorio lombardo ci sono circa 2.500 oratori, un bel numero rispetto agli 8.000 presenti in tutto il territorio nazionale. A Milano città possiamo contarne 160, nella diocesi circa 1 migliaio. Ogni estate in Lombardia coinvolgiamo 500.000 minori, dai 7 anni ai 18. Gli adolescenti, che frequentano la secondaria superiore, sono preziosi negli oratori estivi in quanto svolgono il ruolo di animatori dei più piccoli. Poi ci sono i volontari nelle parrocchie, un numero enorme, incalcolabile. Tutti contribuiscono al funzionamento dei nostri centri». Le nuove regole che cosa vi impongono? «Quest'anno dobbiamo evitare l'assembramento delle persone, stiamo immaginando un'attività educativa per piccoli gruppi omogenei anche come età, che frequentino a turno i centri e le attività proposte. Dobbiamo verificare se il progetto sarà fattibile nelle condizioni di sicurezza che verranno fornite e se si sono le condizioni operative. La nostra proposta è innanzitutto per le famiglie che hanno bisogno di riprendere a lavorare e non hanno possibilità di affidare i propri figli a parenti o baby sitter. Poi vogliamo offrire ai minori l'esperienza di recupero almeno parziale della socializzazione». Avete abbastanza oratori a disposizione? «Abbiamo bisogno di più spazi, perché forse aumenteranno le richieste delle famiglie e per poter rispettare le nuove norme di igiene e sicurezza. Dalla Regione ai Comuni, dai dirigenti scolastici alle associazioni sportive stiamo ricevendo sul territorio molte offerte di strutture e di educatori». Quindi il progetto c'è, la disponibilità e l'impegno di molti sul territorio pure, se arriva questo benedetto protocollo nazionale quando prevede che possano aprire i centri estivi lombardi? «Servirà anche più di un mese per essere pronti, non possiamo fare previsioni certe. Le famiglie hanno grandi aspettative, però noi restiamo in attesa di risposte dalle istituzioni per poterci organizzare». Che orari avranno? «Stiamo lavorando a un'offerta di attività quotidiana, da mattina a tardo pomeriggio fino alla ripresa dell'anno scolastico. Proposte per moduli, a seconda delle necessità della famiglia. Molti genitori non avranno ferie, dovranno lavorare in agosto o non avranno i mezzi per fare una vacanza. Per i bambini deve esserci uno spazio ricreativo ed educativo per tutta l'estate. Magari non sarà possibile in ogni oratorio, dipenderà dalla disponibilità di educatori e di volontari». Come vengono pagati gli educatori? «La spesa è sostenuta dalla parrocchia, spesso le amministrazioni comunali contribuiscono ai costi anche perché c'è una legge che riconosce il valore sociale degli oratori, soprattutto d'estate». Vi sono stati promessi ulteriori sostegni economici? «Sì, dalle istituzioni locali e regionali. Una disponibilità confermata ma non ancora quantificata. Gli oratori sono una forza, espressione della comunità cristiana che si mette a servizio, consolidata nel tempo e non sostituibile da un giorno all'altro con iniziative di carattere pubblico». I costi per le famiglie? «Sono variabili. Viene chiesta una forma di contribuzione che varia dai 10 ai 50 euro la settimana, dipende dalle attività proposte, se viene offerto il servizio mensa, la gita in piscina o altro. Chi non può permettersi la spesa, può comunque mandare il figlio all'oratorio». Che cosa fa un ragazzino nei vostri centri estivi? «Si incontra con i suoi coetanei e con ragazzi di età diversa, fa un'esperienza comunitaria diversa dalla scuola. Il gioco organizzato, la musica, il ballo, il teatro, laboratori manuali, sport, sono alcune delle attività che scandiscono la giornata». Si passa molto tempo a pregare? «Premesso che la qualità della preghiera non si misura a ore, nella giornata tipo dell'oratorio ci sono almeno tre momenti previsti: la riflessione a inizio e a fine giornata preceduta dalla preghiera e quella dedicata agli animatori, cioè gli adolescenti che si mettono a disposizione dei più piccoli. In oratorio non si passa il tempo a pregare». Bambini non cristiani sono accettati? «Da sempre. E il momento della preghiera è condiviso con grande rispetto reciproco. I genitori islamici ci mandano i loro figli, i centri estivi sono momento di socializzazione». C'è stata una riscoperta degli oratori? «C'è maggiore attenzione sociale. Oggi che siamo in un tempo di prova, più persone si accorgono che la Chiesa può essere un riferimento anche nel fornire risposte per il momento ricreativo dei propri figli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dove-lo-metto-il-bambino-questa-estate-2646019754.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-impossibile-giocare-se-devono-tenere-mascherina-e-braccialetto" data-post-id="2646019754" data-published-at="1589738329" data-use-pagination="False"> «È impossibile giocare se devono tenere mascherina e braccialetto» «Non comprendiamo la ragione del protrarsi di misure restrittive nei confronti dei nostri figli, a cui viene impedito di svolgere una sana vita sociale». Una lettera aperta sui diritti calpestati dei bambini, sottoscritta da psicologi, associazioni, singoli cittadini di Trieste, è stata inviata al governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L'iniziativa parte dal Ciatdm, il coordinamento internazionale di associazioni per la tutela dei diritti dei minori, preoccupato che l'apertura di asili e centri estivi finisca subordinata «alla adozione di misure sanitarie abnormi» e «non costringa le famiglie a scegliere tra l'emarginazione dei propri figli o l'imposizione di misure certamente controproducenti per la loro salute». L'avvocato Alessandra Devetag, responsabile per Trieste del Ciatdm, spiega che all'appello stanno continuando ad aderire «in tantissimi», il tema è molto sentito. «I bambini sono la categoria più dimenticata in tutta questa emergenza», ricorda la Devetag, «su di loro si è scatenata la repressione più insensata. Potevamo portare fuori il cane per i suoi bisogni, ma i nostri figli no, non avevano il diritto di muoversi da casa. Le ripercussioni sono e saranno molto pesanti, da una perizia ufficiale è emerso uno “stress post traumatico quattro volte più alto" rispetto a chi non ha patito l'isolamento, oltre a “problemi neurologici e psichiatrici". Cerchiamo almeno di assicurare loro un'estate all'aperto in centri organizzati, ma non per farne dei poveri infelici». L'avvocato è contrario all'obbligo di mascherina «che i bambini sarebbero tenuti a indossare all'aperto, sotto il sole cocente di giugno, mentre corrono e saltano. Così pure i braccialetti che vibrano quando i bambini si avvicinano troppo. Una mostruosità, bambini che si abituano a reagire a una tecnologia e si allontanano dal loro simile? Chiediamoci che cosa sia disposti a sacrificare in nome della tutela della salute collettiva», si indigna la Devetag. La Regione Friuli Venezia Giulia ha risposto dicendo di condividere «molte delle preoccupazioni esposte, motivo per il quale abbiamo sollecitato più volte il governo nazionale ad anticipare la riapertura di attività educative». Occorre però farlo in sicurezza, la precisazione è sempre quella e senza un protocollo nazionale si allungano i tempi in cui si potrà restituire ai minori una normale quotidianità. Anche a Torino le famiglie si sono mosse. Manuela è una delle cinque mamme, con figli nella seconda elementare dell'Istituto comprensivo Ricasoli, che hanno inviato una lettera al presidente della circoscrizione, della Regione Piemonte e al sindaco della città. In pochi giorni è stata sottoscritta da quasi 600 genitori. «Vogliamo segnalare lo stato di sofferenza in cui si trovano i bambini, di cui si è poco parlato durante la chiusura in casa, spesso in spazi ristretti, e ancora meno in questa fase due», fa sapere la signora Manuela. «Molti piccoli adesso non potranno contare su vacanze per i problemi economici dei genitori e forse nemmeno su centri estivi. Non abbiamo una prospettiva certa di rientro a scuola, alla socialità e a una qualche forma di normalità». Nella lettera si legge: «A fronte dell'impegno delle famiglie e delle insegnanti, abbiamo amaramente constatato un preoccupante disinteresse delle istituzioni nei confronti delle “persone piccole", scomparse dall'agenda politica e dimenticate dai discorsi pubblici del governo». Si parla anche di didattica a distanza «che non può essere la soluzione per gestire istruzione e apprendimento, tanto più ora che abbiamo ben chiaro quanto possa essere lunga l'uscita dall'emergenza pandemica».
Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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