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2025-03-25
Il doppio standard europeo: in Ucraina tifa per la guerra, a Israele chiede di negoziare
L'Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Ansa)
«Riprendere i negoziati è l’unico modo fattibile per porre fine alle sofferenze da tutte le parti. La violenza alimenta altra violenza, i nuovi combattimenti stanno causando un’incertezza insopportabile per gli ostaggi e le loro famiglie, e orrore e morte per il popolo palestinese». Lo ha detto ieri l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, in conferenza stampa a Gerusalemme con il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar. Poi il capo della diplomazia europea ha affermato: «Gli israeliani devono potersi sentire al sicuro nelle loro case. Israele ha il diritto all’autodifesa contro gli attacchi terroristici, che provengano da Hamas, dagli Huthi o da Hezbollah. Tuttavia, le azioni militari devono essere proporzionate». Kallas ha poi spiegato che l’Unione europea è a favore del piano egiziano per la ricostruzione di Gaza e che Bruxelles non prevede alcun ruolo per Hamas nella futura governance della Striscia. Poi a una domanda sugli attacchi israeliani in Siria ha risposto: «Queste cose sono inutili perché la Siria in questo momento non sta attaccando Israele, e questo alimenta una maggiore radicalizzazione, anch’essa contro Israele, che non vogliamo vedere». Ciò che colpisce è che mentre con il conflitto Israele/Hamas l’Unione Europea vuole che si riprendano i negoziati, per quanto riguarda il conflitto russo/ucraino si parla solo di armi, truppe e soldati.
Gideon Sa’ar durante la conferenza stampa ha detto che «Israele non ha ancora deciso se imporre o meno un governo militare a Gaza», poi il ministro ha ribadito che che Israele sta rispettando il diritto internazionale, riferendosi all’articolo 70 del Protocollo di Ginevra del 1949. Sa’ar ha ribadito che i 25.000 camion che Israele ha fatto entrare durante la tregua sono adeguati per le esigenze dei gazawi: «Nessun Paese è obbligato a facilitare una guerra contro se stesso, Israele non deve essere tenuto a uno standard diverso». Il ministro degli Esteri ha inoltre detto che è «naturale» che Israele si aspetti il sostegno dell’Unione Europea nel conflitto in corso contro il terrorismo islamico: «Stiamo combattendo la guerra del mondo libero. Iran, Huthi, Hamas e Hezbollah ci attaccano perché siamo vicini. Ma non fatevi illusioni, la guerra è contro la civiltà occidentale. Contro i suoi valori e i suoi stili di vita». Ieri l’ambasciata di Israele presso la Santa Sede, replicando all’appello del Papa all’Angelus, ha affermato che a Gaza che viene rispettato il diritto internazionale. Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha risposto: «Speriamo sia così. Siamo molto preoccupati per la violazione ormai sistematica del diritto internazionale, abbiamo parlato con la Croce Rossa e sono molto in difficoltà: bombardamenti sui civili, uccisione degli operatori, sono azioni che vanno contro il diritto umanitario, non c’è più rispetto del diritto umanitario». Sul fronte del possibile negoziato una fonte di Hamas ha dichiarato all’Ap che il gruppo terroristico ha risposto affermativamente alla proposta egiziana di un cessate il fuoco a Gaza. Il notiziario panarabo Al-Araby al-Jadeed ha riferito che l’offerta include la cessazione immediata dei combattimenti a Gaza, che servirà come base per negoziati estesi con l’obiettivo di stabilire un calendario per il rilascio del resto degli ostaggi. Inoltre, la proposta include l’impegno di Hamas a fornire a Israele informazioni dettagliate sulle condizioni di tutti gli ostaggi, sia vivi che morti, insieme a prove fotografiche che dimostrino la veridicità delle informazioni inviate. Ieri Hamas ha diffuso un video di propaganda in cui compaiono Elkana Bohbot e Yosef-Haim Ohana, due ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre durante il festival Nova e tuttora detenuti a Gaza. Il gruppo jihadista ha già pubblicato in passato filmati simili, in quella che Israele definisce una deplorevole strategia di guerra psicologica. Fonti della sicurezza hanno aggiunto che anche gli Stati Uniti avrebbero accettato il piano dell’Egitto, ma un funzionario israeliano ha dichiarato lunedì al Times of Israel: «Non abbiamo sentito parlare di nuove proposte». Infine, sempre a proposito di trattative, l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff, ha dichiarato in un’intervista che Hamas potrebbe averlo «ingannato» all’inizio di questo mese, poiché inizialmente pensava che il gruppo terroristico avesse accettato la sua proposta ponte per estendere il cessate il fuoco a Gaza, salvo poi tirarsi indietro come accaduto molte altre volte. «Credevo avessimo un accordo accettabile. Pensavo persino che avessimo l’approvazione di Hamas. Forse sono solo io che mi faccio ingannare. Pensavo che fossimo arrivati, ed evidentemente non era così», ha detto Witkoff a Fox News Sunday.
Del futuro del Medio Oriente ieri hanno parlato sia il presidente americano Donald Trump che il suo vice, JD Vance. Il tycoon ha dichiarato: «Non c’erano problemi in Medio Oriente quando ho lasciato l’incarico nel 2021 e ora ci sono molte sfide da affrontare». Mentre Vance ha detto che «altri Paesi sottoscriveranno gli Accordi di Abramo» per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Poi ha attaccato l’amministrazione Biden: «Si pensi agli Accordi di Abramo, una delle grandi conquiste diplomatiche sotto la prima amministrazione Trump. L’Amministrazione Biden non ha fatto assolutamente nulla al riguardo. Non ci ha costruito niente. Non ha aggiunto nessun altro Paese. Solo per dispetto politico».
Spara sulla folla ad Haifa: due morti. Ipotesi maxi assalto di terra a Gaza
I segnali dopo la tregua saltata tra Israele e Hamas allontanano ogni spiraglio di cessate il fuoco: lo Stato ebraico starebbe infatti pianificando una nuova offensiva di terra su vasta scala a Gaza, schierando decine di migliaia di militari. Questo è quanto ha riferito un funzionario israeliano alla Cnn, spiegando che l’attacco su vasta scala sarebbe tra le opzioni sul tavolo di Benjamin Netanyahu. Anche l’ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale di Israele, Eyal Hulata ha fatto presente al canale americano: «Se non ci saranno nuovi negoziati per gli ostaggi, l’unica alternativa sarà riprendere i combattimenti. E ci sono piani seri».
Intanto Hamas ha perso un altro dei suoi capi: Israele ha confermato ieri l’uccisione di Ismail Barhoum, membro dell’ufficio politico dell’organizzazione terroristica, nonché successore del premier de facto a Gaza Issam Da’alis, durante l’attacco di domenica notte all’ospedale Nasser nel Khan Younis. L’Idf e lo Shin Bet hanno spiegato il ruolo del terrorista in una dichiarazione congiunta: «Barhoum era una figura chiave nell’ufficio politico di Hamas ed era attivamente coinvolto nel processo decisionale militare». E avrebbe assunto anche la veste di capo delle finanze «incanalando fondi verso l’ala militare di Hamas, finanziando e pianificando l’esecuzione di attacchi terroristici contro lo Stato di Israele».
L’offensiva di Gerusalemme su Gaza è proseguita anche ieri, con un carro armato israeliano che, secondo l’emittente televisiva Aqsa, avrebbe colpito un edificio della Mezzaluna rossa ad Al Mawasi, nel Sud della Striscia di Gaza. Lo stesso Comitato internazionale della croce rossa (Cicr) ha riferito che un proiettile esplosivo ha danneggiato un suo ufficio di Rafah, commentando in una nota: «Fortunatamente, nessun membro dello staff è rimasto ferito in questo incidente, ma ciò ha un impatto diretto sulla capacità del Cicr di operare». E chi invece ha deciso di ridurre la presenza del personale alla luce dei nuovi attacchi israeliani sulla Striscia è l’Onu. Il portavoce dell’organizzazione internazionale, Stephane Dujarric ha affermato: «Il segretario generale Antonio Guterres ha preso la difficile decisione di ridurre la presenza dell’organizzazione a Gaza, nonostante le esigenze umanitarie aumentino e la nostra preoccupazione per la protezione dei civili si intensifichi». Ma i raid di Israele hanno riguardato ieri anche la Siria, dove sarebbe stato colpito un sito militare nel Sud Est siriano, nella zona di Daraa.
E spostando lo sguardo all’interno dei confini israeliani, alle contestazioni politiche si è aggiunto un attentato nel Nord del Paese, ma anche un missile intercettato. Ieri, un uomo di 25 anni arabo-israeliano ha investito a bordo di un’auto un soldato israeliano e una volta sceso dal veicolo ha accoltellato il militare, strappandogli il fucile per poi aprire il fuoco contro un’altra vettura, uccidendo un uomo di 85 anni. Mentre nel centro di Tel Aviv sono suonate le sirene a causa di un missile proveniente dallo Yemen.
Intanto il tentativo del premier israeliano Benjamin Netanyahu di rimuovere il capo dello Shin Bet, Ronen Bar e la procuratrice generale Gali Baharav-Miara continua a sollevare critiche. Il leader del partito di Unità nazionale, Benny Gantz, ha avvertito: «La sicurezza di Israele è in pericolo a causa della frattura interna», descrivendo la dinamica attuale come un «6 ottobre sotto steroidi». Anche il deputato Gadi Eisenkot è intervenuto, dichiarando: «Mentre la maggioranza dei cittadini sostiene il ritorno immediato degli ostaggi, insieme a una lotta determinata contro il terrorismo e la sconfitta di Hamas, il governo è concentrato sulla guerra contro le istituzioni e il sistema giudiziario». E ieri Bibi ha spiegato alla Corte suprema, che ha sospeso il licenziamento di Bar, che la rimozione dall’incarico da capo dello Shin Bet: «Non è un caso giudiziario, l’autorità spetta al primo ministro e al governo».
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La Kallas ha esortato Gerusalemme a trattare e a rispondere ad Hamas «in modo proporzionato». Lo Stato ebraico smentisce: mai ricevuto un piano di tregua egiziano.Spara sulla folla ad Haifa: due morti. Ucciso l’assalitore. La Cnn: «L’Idf prepara una nuova offensiva con 50.000 soldati a Gaza».Lo speciale contiene due articoli.«Riprendere i negoziati è l’unico modo fattibile per porre fine alle sofferenze da tutte le parti. La violenza alimenta altra violenza, i nuovi combattimenti stanno causando un’incertezza insopportabile per gli ostaggi e le loro famiglie, e orrore e morte per il popolo palestinese». Lo ha detto ieri l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, in conferenza stampa a Gerusalemme con il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar. Poi il capo della diplomazia europea ha affermato: «Gli israeliani devono potersi sentire al sicuro nelle loro case. Israele ha il diritto all’autodifesa contro gli attacchi terroristici, che provengano da Hamas, dagli Huthi o da Hezbollah. Tuttavia, le azioni militari devono essere proporzionate». Kallas ha poi spiegato che l’Unione europea è a favore del piano egiziano per la ricostruzione di Gaza e che Bruxelles non prevede alcun ruolo per Hamas nella futura governance della Striscia. Poi a una domanda sugli attacchi israeliani in Siria ha risposto: «Queste cose sono inutili perché la Siria in questo momento non sta attaccando Israele, e questo alimenta una maggiore radicalizzazione, anch’essa contro Israele, che non vogliamo vedere». Ciò che colpisce è che mentre con il conflitto Israele/Hamas l’Unione Europea vuole che si riprendano i negoziati, per quanto riguarda il conflitto russo/ucraino si parla solo di armi, truppe e soldati.Gideon Sa’ar durante la conferenza stampa ha detto che «Israele non ha ancora deciso se imporre o meno un governo militare a Gaza», poi il ministro ha ribadito che che Israele sta rispettando il diritto internazionale, riferendosi all’articolo 70 del Protocollo di Ginevra del 1949. Sa’ar ha ribadito che i 25.000 camion che Israele ha fatto entrare durante la tregua sono adeguati per le esigenze dei gazawi: «Nessun Paese è obbligato a facilitare una guerra contro se stesso, Israele non deve essere tenuto a uno standard diverso». Il ministro degli Esteri ha inoltre detto che è «naturale» che Israele si aspetti il sostegno dell’Unione Europea nel conflitto in corso contro il terrorismo islamico: «Stiamo combattendo la guerra del mondo libero. Iran, Huthi, Hamas e Hezbollah ci attaccano perché siamo vicini. Ma non fatevi illusioni, la guerra è contro la civiltà occidentale. Contro i suoi valori e i suoi stili di vita». Ieri l’ambasciata di Israele presso la Santa Sede, replicando all’appello del Papa all’Angelus, ha affermato che a Gaza che viene rispettato il diritto internazionale. Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha risposto: «Speriamo sia così. Siamo molto preoccupati per la violazione ormai sistematica del diritto internazionale, abbiamo parlato con la Croce Rossa e sono molto in difficoltà: bombardamenti sui civili, uccisione degli operatori, sono azioni che vanno contro il diritto umanitario, non c’è più rispetto del diritto umanitario». Sul fronte del possibile negoziato una fonte di Hamas ha dichiarato all’Ap che il gruppo terroristico ha risposto affermativamente alla proposta egiziana di un cessate il fuoco a Gaza. Il notiziario panarabo Al-Araby al-Jadeed ha riferito che l’offerta include la cessazione immediata dei combattimenti a Gaza, che servirà come base per negoziati estesi con l’obiettivo di stabilire un calendario per il rilascio del resto degli ostaggi. Inoltre, la proposta include l’impegno di Hamas a fornire a Israele informazioni dettagliate sulle condizioni di tutti gli ostaggi, sia vivi che morti, insieme a prove fotografiche che dimostrino la veridicità delle informazioni inviate. Ieri Hamas ha diffuso un video di propaganda in cui compaiono Elkana Bohbot e Yosef-Haim Ohana, due ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre durante il festival Nova e tuttora detenuti a Gaza. Il gruppo jihadista ha già pubblicato in passato filmati simili, in quella che Israele definisce una deplorevole strategia di guerra psicologica. Fonti della sicurezza hanno aggiunto che anche gli Stati Uniti avrebbero accettato il piano dell’Egitto, ma un funzionario israeliano ha dichiarato lunedì al Times of Israel: «Non abbiamo sentito parlare di nuove proposte». Infine, sempre a proposito di trattative, l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff, ha dichiarato in un’intervista che Hamas potrebbe averlo «ingannato» all’inizio di questo mese, poiché inizialmente pensava che il gruppo terroristico avesse accettato la sua proposta ponte per estendere il cessate il fuoco a Gaza, salvo poi tirarsi indietro come accaduto molte altre volte. «Credevo avessimo un accordo accettabile. Pensavo persino che avessimo l’approvazione di Hamas. Forse sono solo io che mi faccio ingannare. Pensavo che fossimo arrivati, ed evidentemente non era così», ha detto Witkoff a Fox News Sunday. Del futuro del Medio Oriente ieri hanno parlato sia il presidente americano Donald Trump che il suo vice, JD Vance. Il tycoon ha dichiarato: «Non c’erano problemi in Medio Oriente quando ho lasciato l’incarico nel 2021 e ora ci sono molte sfide da affrontare». Mentre Vance ha detto che «altri Paesi sottoscriveranno gli Accordi di Abramo» per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Poi ha attaccato l’amministrazione Biden: «Si pensi agli Accordi di Abramo, una delle grandi conquiste diplomatiche sotto la prima amministrazione Trump. L’Amministrazione Biden non ha fatto assolutamente nulla al riguardo. Non ci ha costruito niente. Non ha aggiunto nessun altro Paese. Solo per dispetto politico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/doppio-standard-europeo-ucraina-israele-2671403914.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spara-sulla-folla-ad-haifa-due-morti-ipotesi-maxi-assalto-di-terra-a-gaza" data-post-id="2671403914" data-published-at="1742893671" data-use-pagination="False"> Spara sulla folla ad Haifa: due morti. Ipotesi maxi assalto di terra a Gaza I segnali dopo la tregua saltata tra Israele e Hamas allontanano ogni spiraglio di cessate il fuoco: lo Stato ebraico starebbe infatti pianificando una nuova offensiva di terra su vasta scala a Gaza, schierando decine di migliaia di militari. Questo è quanto ha riferito un funzionario israeliano alla Cnn, spiegando che l’attacco su vasta scala sarebbe tra le opzioni sul tavolo di Benjamin Netanyahu. Anche l’ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale di Israele, Eyal Hulata ha fatto presente al canale americano: «Se non ci saranno nuovi negoziati per gli ostaggi, l’unica alternativa sarà riprendere i combattimenti. E ci sono piani seri». Intanto Hamas ha perso un altro dei suoi capi: Israele ha confermato ieri l’uccisione di Ismail Barhoum, membro dell’ufficio politico dell’organizzazione terroristica, nonché successore del premier de facto a Gaza Issam Da’alis, durante l’attacco di domenica notte all’ospedale Nasser nel Khan Younis. L’Idf e lo Shin Bet hanno spiegato il ruolo del terrorista in una dichiarazione congiunta: «Barhoum era una figura chiave nell’ufficio politico di Hamas ed era attivamente coinvolto nel processo decisionale militare». E avrebbe assunto anche la veste di capo delle finanze «incanalando fondi verso l’ala militare di Hamas, finanziando e pianificando l’esecuzione di attacchi terroristici contro lo Stato di Israele». L’offensiva di Gerusalemme su Gaza è proseguita anche ieri, con un carro armato israeliano che, secondo l’emittente televisiva Aqsa, avrebbe colpito un edificio della Mezzaluna rossa ad Al Mawasi, nel Sud della Striscia di Gaza. Lo stesso Comitato internazionale della croce rossa (Cicr) ha riferito che un proiettile esplosivo ha danneggiato un suo ufficio di Rafah, commentando in una nota: «Fortunatamente, nessun membro dello staff è rimasto ferito in questo incidente, ma ciò ha un impatto diretto sulla capacità del Cicr di operare». E chi invece ha deciso di ridurre la presenza del personale alla luce dei nuovi attacchi israeliani sulla Striscia è l’Onu. Il portavoce dell’organizzazione internazionale, Stephane Dujarric ha affermato: «Il segretario generale Antonio Guterres ha preso la difficile decisione di ridurre la presenza dell’organizzazione a Gaza, nonostante le esigenze umanitarie aumentino e la nostra preoccupazione per la protezione dei civili si intensifichi». Ma i raid di Israele hanno riguardato ieri anche la Siria, dove sarebbe stato colpito un sito militare nel Sud Est siriano, nella zona di Daraa. E spostando lo sguardo all’interno dei confini israeliani, alle contestazioni politiche si è aggiunto un attentato nel Nord del Paese, ma anche un missile intercettato. Ieri, un uomo di 25 anni arabo-israeliano ha investito a bordo di un’auto un soldato israeliano e una volta sceso dal veicolo ha accoltellato il militare, strappandogli il fucile per poi aprire il fuoco contro un’altra vettura, uccidendo un uomo di 85 anni. Mentre nel centro di Tel Aviv sono suonate le sirene a causa di un missile proveniente dallo Yemen. Intanto il tentativo del premier israeliano Benjamin Netanyahu di rimuovere il capo dello Shin Bet, Ronen Bar e la procuratrice generale Gali Baharav-Miara continua a sollevare critiche. Il leader del partito di Unità nazionale, Benny Gantz, ha avvertito: «La sicurezza di Israele è in pericolo a causa della frattura interna», descrivendo la dinamica attuale come un «6 ottobre sotto steroidi». Anche il deputato Gadi Eisenkot è intervenuto, dichiarando: «Mentre la maggioranza dei cittadini sostiene il ritorno immediato degli ostaggi, insieme a una lotta determinata contro il terrorismo e la sconfitta di Hamas, il governo è concentrato sulla guerra contro le istituzioni e il sistema giudiziario». E ieri Bibi ha spiegato alla Corte suprema, che ha sospeso il licenziamento di Bar, che la rimozione dall’incarico da capo dello Shin Bet: «Non è un caso giudiziario, l’autorità spetta al primo ministro e al governo».
Due immagini del cherubino raffigurato in un affresco della chiesa di San Lorenzo in Lucina (Ansa)
Ce n’è a sufficienza per convocare la segreteria del Pd, gridare in una nota all’«affronto per la grave violazione del codice dei Beni culturali», sollecitare l’intervento della Soprintendenza per far scomparire il cherubino fascista. Oppure, in nome della par condicio, auspicare che sulla Venere del Botticelli venga pittato il profilo svizzero di Elly Schlein.
Purtroppo è tutto vero. E dopo avere chiesto spiegazioni al ministro Alessandro Giuli, la capogruppo dem in commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, aggiunge: «L’ipotesi che un intervento di restauro possa aver prodotto un’immagine riconducibile a un volto contemporaneo rappresenta una grave violazione. Il patrimonio culturale non può essere piegato a letture improprie, non si può comprometterne l’identità e il valore storico». È consolante notare che il partito della cancel culture - fiancheggiatore di Ultima generazione che deturpava dipinti e sculture - è passato dalla distruzione sistematica delle «icone suprematiste» al culto dell’arte classica.
Al tempo stesso è evidente l’ossessione dell’opposizione per il premier, sottolineata dalla replica di Susanna Campione (Fdi), in commissione Cultura del Senato: «Siamo al delirio mistico. Pur di attaccare il governo, la sinistra chiede al ministro di controllare come mai il volto di un affresco sia somigliante a quello di Giorgia Meloni. Il livello di ossessione è totale, in assenza di idee a loro non resta che disquisire sul sesso degli angeli, anzi sul volto. Voglio sperare che l’opposizione non chieda di inserire nell’affresco anche i volti di Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte».
Poiché i cherubini nel dipinto murale sono due, qualcuno constata che l’altro abbia proprio il ciuffo di Giuseppe Conte, in alternativa a Bobby Solo o Elvis Presley. Si chiama pareidolia, la tendenza istintiva del cervello a riconoscere nei profili casuali, comprese le nuvole, forme familiari. Così parte l’embolo artistico: ma davvero il viso è quello del premier? Lei interviene divertita su X: «No, decisamente non somiglio a un angelo» risponde con la faccina che se la ride. Ma la somiglianza c’è e la storia è presto raccontata.
Infiltrazioni dalle fondamenta e dal tetto avevano danneggiato la cappella con l’affresco della Vittoria alata attorno al busto di re Umberto II. Monsignor Daniele Micheletti (rettore del Pantheon e della basilica) aveva affidato il restauro all’artigiano decoratore Bruno Valentinetti, che lo ha pianificato nel 2002 e l’ha finito lo scorso Natale. «Informai la Soprintendenza e partirono i lavori. In effetti le somiglia molto», constata il sacerdote. «Se anche fosse che male c’è? Non per questo siamo meloniani. Quelle sono anime del Purgatorio. Le chiese di Roma sono piene di ritratti di famiglie nobili non sempre irreprensibili. Noi abbiamo il busto di Umberto II ma non per questo siamo monarchici. Anche Caravaggio dipinse il volto di una prostituta. Ma non vorrei far passare la parrocchia come meloniana, se la cosa scandalizza la faremo modificare».
Mentre il Vicariato promette un’indagine e la soprintendente di Roma Capitale, Daniela Porro, pianifica una visita già domani, l’autore del restauro Valentinetti (82 anni) cade dalle nuvole: «Chi lo dice che è Meloni? Tutte invenzioni. L’ho riprodotto uguale a 25 anni fa, ricalcando il profilo dopo aver ripreso i disegni e i colori». Valentinetti ha lavorato al restauro della Cappella Sistina, alla reggia del sultano di Giordania e nella villa Belvedere della famiglia Berlusconi a Macherio. Sull’eventuale simpatia per il premier ereditata da una lontana vicinanza al Msi, aggiunge: «Da anni non voto, tanto la pensione non aumenta. Mi piaceva la Dc di Giulio Andreotti». Poi per prendere in giro i giornalisti: «E anche Pol Pot».
Mentre si solleva il polverone pittorico, torna alla mente un precedente a suo modo religioso. Una decina d’anni fa si scoprì che il crocifisso della cappella dell’Ospedale papa Giovanni di Bergamo aveva qualcosa di estemporaneo: il volto di Gesù somigliava maledettamente a quello del Bocia, storico capo ultrà dell’Atalanta, recordman di Daspo. Dopo polemiche e smentite («È giusto confondere carità e prepotenza?»), l’artista Andrea Mastrovito ammise la licenza artistica in nome del tifo. E il manufatto con lampi curvaioli è ancora lì. Episodio che dev’essere sfuggito al cardinale vicario del Papa, Baldo Reina, che ieri invece ha espresso «amarezza»: «Le immagini d’arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni».
Anche se «la bellezza è negli occhi di chi guarda» (William Shakespeare), la sinistra iconoclasta cerca i colpevoli con la lente. Monsignor Micheletti non ci sta: «Fra Meloni e Schlein non scelgo nessuna delle due. Se ci sarà una crescita nei fedeli di destra nessun problema, li aspetto a messa». Lui ha capito tutto. L’affresco della discordia è già una calamita, si prevedono solo posti in piedi sul sagrato. Rimane in piedi l’altro dilemma di queste ore drammatiche: «Chi è titolato a stabilire ufficialmente che il volto è quello della Meloni?». Risposta facile: un giudice con la sindrome da Achille Bonito Oliva e la smania di finire sui giornali si trova ovunque.
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(Ansa)
La sottoscrizione serve per avviare il processo della proposta per contenere le migrazioni massive che secondo i promotori (tra cui Casapound) «sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli» perché generano problemi sociali, culturali ed economici e compromettono la sovranità e l’identità nazionale. L’Italia e l’Europa fronteggiano ormai da decenni un fenomeno migratorio di dimensioni enormi che si inserisce in un quadro più ampio di processi geopolitici ed economici, molto spesso, se non sempre, incentivati da centri di interesse che perseguono interessi e obiettivi contrari a quelli di nazioni e popoli.
Epperò in Europa il clima sta cambiando visto che la stessa Commissione europea ha delineato un nuovo approccio alla gestione delle migrazioni che mette al centro la sicurezza degli ingressi, la cooperazione con i Paesi terzi e un maggiore controllo dei flussi, cercando un equilibrio tra canali legali e contrasto all’irregolarità.
Legalità e sicurezza nazionali restano le priorità per ogni Stato con l’obiettivo di ridurre i disagi per i cittadini. Come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro un’idea finalizzata sempre al contenimento della presenza dei migranti arriva dalla socialdemocratica Danimarca dove la premier Mette Frederiksen ha annunciato un irrigidimento delle norme che prevede l’espulsione dei cittadini stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi, accelerando i meccanismi di allontanamento di soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza interna. Nei reati gravi ha spiegato il ministero dell’immigrazione rientrano «aggressione aggravata e stupro».
«Le parole di Frederiksen certificano il fallimento di un sistema giunto inesorabilmente al capolinea», dice l’europarlamentare leghista Paolo Borchia. «Se anche le socialdemocrazie scandinave, storicamente generosissime in termini di welfare, si rendono conto di essere diventate un bancomat per migliaia di immigrati che non hanno saputo, o voluto, imbracciare la via dell’integrazione, significa che tutta Europa deve imparare a selezionare chi merita l’accoglienza e chi no», prosegue l’europarlamentare.
In termini generali, al di là delle procedure, aggiunge Borchia, «è evidente che ci sia la necessità di non consentire a chi commette reati di rimanere sui nostri territori. La sicurezza è diventato uno dei diritti principali da tutelare per il futuro. Un approccio più muscolare è necessario, anche a scopi di deterrenza».
Nel frattempo oltre a Danimarca, che ha un 8% di immigrati, Germania, primo paese Ue per immigrazione, Austria, Paesi bassi e Grecia stanno valutando la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione europea, i cosiddetti «return hub», per trasferire i richiedenti asilo irregolari verso Paesi terzi. Lo riferisce il portale tedesco Tagesschau, citando il ministero dell’Interno di Berlino. Secondo quanto riportato, dai centri verrebbero poi organizzati i rientri nei Paesi d’origine o negli Stati confinanti dei migranti cui è stata respinta la domanda di asilo nell’Ue. I cinque Paesi hanno istituito un gruppo di lavoro dedicato alla questione e, sempre secondo Tagesschau, accordi concreti dovrebbero essere raggiunti nel corso del 2026, confermando quindi che i centri immigrati in Albania voluti dal premier Giorgia Meloni sono un modello che ha anticipato le linee del Patto immigrazione e asilo dell’Unione europea.
Peraltro le politiche di contenimento secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), hanno provocato nel 2025 una diminuzione degli ingressi irregolari nell’Unione del 26%, il livello più basso registrato dal 2021, con cali significativi lungo le rotte dei Balcani e dell’Africa occidentale, al contrario del Mediterraneo centrale che resta la rotta più attiva verso l’Ue.
Tornando alla proposta di una legge su Remigrazione e riconquista che rafforza la normativa vigente in materia di governo dei flussi migratori, tutela della sicurezza pubblica e politiche demografiche e prevede il rientro volontario e assistito di cittadini stranieri regolarmente presenti, mediante incentivi economici, il presidente del Comitato Luca Marsella, ha rivendicato il risultato come risposta ai tentativi di bloccare politicamente l’iniziativa e ha invitato a proseguire la sottoscrizione per presentarsi in Parlamento con una platea di sostenitori ancora più ampia. La partita ora non è più simbolica ma procedurale: la proposta entra nel perimetro istituzionale e costringe il sistema politico a confrontarsi nel merito.
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C’è poco da fare: pensi gnocchi e ti viene fame. Sono probabilmente il primo piatto più apprezzato dai bambini e sono una ricetta che risolve tutti i problemi. Siamo abituati a pensarli di patate (alla sorrentina sono di una golosità solare!) ma in realtà si possono fare con tanti frutti dell’orto: a esempio in autunno con zucca e castagne e un sugo di funghi diventano sublimi. Noi oggi ve ne proponiamo alcuni leggerissimi, di gran gusto e di sicuro effetto: ingrediente base il cavolfiore!
Ingredienti – Cavolfiore 600 gr, farina tipo0 500 gr, un uovo,150 gr di gorgonzola, 12 noci, 150 gr di Parmigiano reggiano o Grana padano o altro formaggio da grattugia (tipo Montasio stravecchio), un bicchiere scarso di latte, sale e pepe qb
Procedimento – Tagliate a dadoni il cavolfiore e poi col il mixer riducetelo in una sorta di poltiglia. In una ciotola grande unite il cavolfiore grattugiato a ¾ della farina e lavoratelo con energia, aggiungete l’uovo e impastate ben bene, volendo anche con pizzico di sale. Fate riposare l’impasto poi infarinate il tagliere, date una forma cilindrica all’impasto lavorandolo ulteriormente e ricavatene tanti bastoncini che taglierete a pezzetti lunghi circa mezzo centimetro. E gli gnocchi sono fatti, sistemateli in un vassoio spolverizzando con altra farina. Mettete a bollire una pentola capiente con l’acqua e un po’ di sale e nel frattempo in una padella capiente – ci dovrete mantecare gli gnocchi – fate fondere a fiamma moderata il gorgonzola nel latte aggiungendo una metà circa de formaggio grattugiato. Lessate gli gnocchi (sono pronti quando vengono a galla, ci vorranno un paio di minuti) poi passateli nella crema di formaggio aggiungendo un pizzico di pepe se vi va, i gherigli delle noci, che avrete nel frattempo sgusciato, tritati grossolanamente. Aggiungete altro formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro gli gnocchi man mano che si fanno, nel piatto dove riposeranno.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Teroldego trentino, vanno benissimo Merlot o Cabernet Sauvignon o volendo anche una Barbera.
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