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2019-01-17
Prima l’obbligo, poi la stangata. Prezzo dei vaccini su del 62%
Quello appena trascorso è stato il primo anno intero da quando è entrato in vigore l'obbligo vaccinale, introdotto nel luglio del 2017 con la trasformazione in legge del decreto Lorenzin. Le cifre contenute nel rapporto Osmed diffuso nel luglio scorso dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) parlano chiaro: la spesa per vaccini a carico del Servizio sanitario nazionale (e dunque di tutti i cittadini che pagano le tasse) è lievitata del 36%, passando dai 358 milioni del 2016 ai 487,4 del 2017. Un incremento prevedibile, dal momento che la norma ha esteso notevolmente e in un colpo solo la platea dei fruitori di questa tipologia di farmaci.
Ciò che non emerge dalle statistiche ufficiali, tuttavia, è chi tra gli operatori del ristretto mercato del settore (formato da una manciata di grosse case farmaceutiche) abbia beneficiato maggiormente di questo repentino e considerevole aumento dei volumi. Si tratta di un interrogativo lecito, se consideriamo che quei denari provengono dalla collettività.
Grazie a un incessante lavoro di pressing sull'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), La Verità è riuscita a ottenere dati preziosi che consentono di farsi un'idea ben precisa della posta in gioco. Come prima cosa, occorre tenere a mente che qualsiasi modifica dell'offerta vaccinale comporta potenzialmente importanti ripercussioni sulla spesa pubblica. Un aspetto del quale, di tanto in tanto, tiene conto anche la politica. Come nel caso dell'interrogazione presentata in Senato il 15 ottobre 2015, primo firmatario Gianpiero Dalla Zuanna, nella quale in previsione della «rilevante espansione dell'offerta vaccinale definita a livello nazionale» allo studio del ministero della Salute, si chiedevano chiarimenti circa i costi e le condizioni negoziate per l'acquisto.
Discorso valido, ovviamente e a maggior ragione, anche per il decreto Lorenzin. Alle dieci vaccinazioni obbligatorie per i minori da 0 a 16 anni introdotte dal provvedimento (antipoliomielitica, antidifterica, antitetanica, antiepatite B, antipertosse, anti Haemophilus infuenzae tipo B, antirosolia, antiparotite e antivaricella), la legge ne affianca altre quattro fortemente raccomandate (antimeningococcica B, antimeningococcica C, antipneumococcica e antirotavirus, tutte gratuite per i nati dal 2017, mentre solo le prime due per i nati dal 2012 al 2016).
Dalle cifre fornite alla Verità dall'Aifa, emerge che a fronte di un aumento considerevole della spesa vaccinale (+130 milioni di euro) corrisponde una diminuzione di ben 4 milioni di unità del numero totali di dosi giornaliere definite (Ddd, cioè l'unità di misura stabilita in modo convenzionale per quantificare e confrontare i consumi di un farmaco). Nel complesso, la spesa media per Ddd è passata dai 14,02 euro del 2016 ai 22,74 euro del 2017, vale a dire il 62% in più. Questo dato racchiude tutte le tipologie vaccinali, ma è prendendo in considerazione le varie categorie che si scoprono le cose più interessanti. Prima di tutto, la crescita maggiore l'hanno registrata i vaccini appartenenti alle categorie collegate all'obbligo, primi fra tutti quelli meningococcici (+84,1 milioni di euro, costo/Ddd +27,2%) e quelli morbillosi (+14,2 milioni di euro, costo/Ddd +33,2%). Colpisce inoltre, a fronte di una diminuzione di quasi 6 milioni di dosi dei vaccini influenzali, un aumento della spesa pari a 6,7 milioni di euro (+87,2%/Ddd). Nota a margine, la spesa è aumentata in valore assoluto per tutte le undici categorie prese in considerazione dall'Aifa. La spesa per dose infine, fatta eccezione per i vaccini pneumococcici (-0,6%), è cresciuta per tutte le tipologie.
Dati che da soli sarebbero sufficienti a far inarcare più di un sopracciglio, ma non è tutto. Dietro specifica richiesta, l'Aifa ha fornito alla Verità anche il dettaglio di spesa per singolo farmaco in commercio. L'intero podio è formato da vaccini antimeningococcici. Primo è il Bexsero (GlaxoSmithKline), per il quale il nostro servizio nazionale ha sganciato ben 60 milioni di euro in più (costo/Ddd +3,5%), seguito dal Menveo (Gsk, +16,2 milioni, costo/Ddd +11%) e dal Nimenrix (Pfizer +11,9 milioni, costo/Ddd +0,31%). Registrano incrementi milionari, tra gli altri, il tetravalente per morbillo, parotite, rosolia e varicella Priorix Tetra (Gsk, +9,37 milioni, costo/Ddd +7,08%), l'altro tetravalente Proquad (Merck, +3,6 milioni, costo/Ddd +9%) e l'esavalente polio, difterite, tetano, pertosse, Haemophilus B, epatite B Infanrix Hexa (Gsk, +3 milioni, costo/Ddd +4,6%). Nel complesso, risultano ben 17 i vaccini per i quali nel 2017 la differenza di spesa rispetto all'anno precedente è stata superiore al milione di euro.
Dallo spaccato per casa farmaceutica, a dividersi la torta sono cinque colossi. Il botto lo fa la britannica GlaxoSmithKline, che nel 2017 ha visto aumentare il volume dei farmaci acquistato dalla sanità pubblica di ben 97,4 milioni di euro. Per contro, Gsk ha aumentato il prezzo medio per dose del 25%. Seguono le americane Pfizer (+19,2 milioni, -0,22% per dose) e Merck (+8,85 milioni, +25,3% per dose), la francese Sanofi Pasteur (+4,8 milioni, +224% per dose) e Seqirus, joint venture tra l'australiana Biocls e la svizzera Novartis (+3,78 milioni, -10,87% per dose).
Visti i numeri, e in virtù del fatto che la legge assegnava all'Aifa il compito di sedersi al tavolo con le case farmaceutiche per negoziare prezzi migliori (con relativo risparmio per lo Stato), viene da chiedersi cosa sia andato storto. Ma questa è un'altra storia, che potrete leggere molto presto sulle nostre pagine.
Un contro manifesto smonta Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata».
Roberto Burioni proclama di voler difendere la scienza dalla superstizione, ma il suo fanatismo finisce per far diventare la fiducia stessa nella «sua» scienza una fede, qualcosa che non può essere messo in discussione, sostanzialmente una superstizione essa stessa, etichettando ogni ipotesi alternativa come «eretica», e pericolosa, secondo una consuetudine antica, quella che portava a bruciare sul rogo chiunque dubitasse, tanto per fare un esempio, del fatto che il sole girasse intorno alla terra.
Può essere letto così il «contropatto» che Ivan Cavicchi ha esposto sul blog che cura sul sito del Fatto Quotidiano, proprio in risposta a Burioni. Cavicchi insegna Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina alla facoltà di Medicina dell'università Tor Vergata di Roma, dopo essere stato docente alla Sapienza. È stato responsabile nazionale della Cgil per la sanità e direttore generale di Farmindustria dal 1996 al 2002. È autore di numerose pubblicazioni.
Cavicchi prende di mira il «patto» di Burioni, quello rivolto ai politici e firmato tra gli altri da Matteo Renzi e Beppe Grillo, che è stato benedetto anche dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. «Ci si può dividere su tutto», ha scritto Burioni, «ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base, perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani». Cavicchi demolisce la granitica fede di Burioni nella «sua» scienza .
«Evidentemente», scrive Cavicchi, «il proponente (Burioni, ndr) ha in testa una propria idea di scienza che per una infinità di ragioni, non è uguale a quella di milioni di persone e a quella di migliaia e migliaia di esperti; un'idea cioè che potrebbe essere persino contestata a causa soprattutto dei suoi anacronistici modi di essere. Attraverso il patto “contro la pseudo medicina", sottoscritto anche da Matteo Renzi e Beppe Grillo, si chiede alla politica l'impegno ad imporre al mondo intero una vecchia e superata idea di scienza solo perché chi la propone è del tutto incapace a cimentarsi nella sua ridefinizione. L'idea che ha Roberto Burioni non corrisponde in nulla a quello che oggi la filosofia della scienza definisce tale», argomenta Cavicchi, «ma è una vecchia forma di scientismo positivistico di stampo ottocentesco. Quindi una sorta di rottame d'altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva; conoscenza oggettiva dell'uomo, quindi del tutto impersonale; riduzione della persona ad organo; malattia ma non malato ma non contesto; proceduralismo».
La superstizione di Burioni è smascherata: quella che il novello «inquisitore» vuole difendere con l'aiuto della politica, per Cavicchi, è «una scienza dispotica, incapace di avere relazioni con gli altri, che pretende, esattamente come un secolo fa, una sottomissione totale alle sue evidenze e ai suoi standard. Questo nonostante le sue evidenze siano, dal punto di vista epistemologico, verità provvisorie e falsificabili e nonostante tutti gli standard siano regolarmente smentiti dai casi singoli, dalle specificità e dalle individualità. Se la scienza», prosegue Cavicchi, «anziché sforzarsi di ridefinirsi nelle complessità del mondo, dialogare con le persone, evolvere, ripensarsi, si limita a chiedere alle forze politiche di proteggere la sua invarianza cioè la sua refrattarietà al cambiamento è davvero un brutto segno. Vuol dire che questa scienza pensa di risolvere i suoi problemi paradigmatici con la forza in un momento in cui peraltro i medici e gli altri operatori hanno una credibilità sempre minore».
«Anche io», scrive Cavicchi, «farei un patto, non sulla scienza ma sul modo di intenderla e soprattutto sul modo di usarla». Questo è il suo contro-patto:
1 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a favorire il dialogo tra scienza e società a sostenere ogni forma di consenso informato, a favorire l'alleanza terapeutica, a fare in modo di corresponsabilizzare il cittadino nelle scelte scientifiche che riguardano la sua salute, a favorire il confronto attraverso relazioni di cura tra evidenze scientifiche e opinioni personali del cittadino con l'obiettivo sempre di co-decidere la scelta più razionale e più ragionevole quindi più conveniente per il cittadino.
2 Nessuna forza politica italiana e nessun cittadino responsabile si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di scientismo cioè concetti di scienza riduttivi, schematici, semplificanti, spersonalizzanti, disumani, cioè concetti di scienza con i paraocchi. La scienza è una conoscenza al servizio dell'uomo.
3 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l'operato degli scientisti, che, con le loro pulsioni autoritarie, stanno minando pericolosamente la fiducia delle persone nella medicina.
4 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a implementare programmi capillari d'informazione sulla scienza non per la popolazione, ma con la popolazione, a partire dalla scuola dell'obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità.
5 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano affinché si assicurino alla scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base.
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I calcoli dell'Aifa rivelano che la spesa è cresciuta di 130 milioni fra il 2016 e il 2017. La colpa non è dell'aumento del numero di immunizzazioni, ma del prezzo delle dosi, passato da 14,02 a 22,74 euro in media. Un affare per le multinazionali del farmaco.Un contro manifesto smonta Roberto Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata». Il docente e filosofo Ivan Cavicchi propone sul «Fatto» un documento alternativo a quello del medico: «Gli esperti dialoghino di più». Lo speciale comprende due articoli.Quello appena trascorso è stato il primo anno intero da quando è entrato in vigore l'obbligo vaccinale, introdotto nel luglio del 2017 con la trasformazione in legge del decreto Lorenzin. Le cifre contenute nel rapporto Osmed diffuso nel luglio scorso dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) parlano chiaro: la spesa per vaccini a carico del Servizio sanitario nazionale (e dunque di tutti i cittadini che pagano le tasse) è lievitata del 36%, passando dai 358 milioni del 2016 ai 487,4 del 2017. Un incremento prevedibile, dal momento che la norma ha esteso notevolmente e in un colpo solo la platea dei fruitori di questa tipologia di farmaci. Ciò che non emerge dalle statistiche ufficiali, tuttavia, è chi tra gli operatori del ristretto mercato del settore (formato da una manciata di grosse case farmaceutiche) abbia beneficiato maggiormente di questo repentino e considerevole aumento dei volumi. Si tratta di un interrogativo lecito, se consideriamo che quei denari provengono dalla collettività. Grazie a un incessante lavoro di pressing sull'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), La Verità è riuscita a ottenere dati preziosi che consentono di farsi un'idea ben precisa della posta in gioco. Come prima cosa, occorre tenere a mente che qualsiasi modifica dell'offerta vaccinale comporta potenzialmente importanti ripercussioni sulla spesa pubblica. Un aspetto del quale, di tanto in tanto, tiene conto anche la politica. Come nel caso dell'interrogazione presentata in Senato il 15 ottobre 2015, primo firmatario Gianpiero Dalla Zuanna, nella quale in previsione della «rilevante espansione dell'offerta vaccinale definita a livello nazionale» allo studio del ministero della Salute, si chiedevano chiarimenti circa i costi e le condizioni negoziate per l'acquisto.Discorso valido, ovviamente e a maggior ragione, anche per il decreto Lorenzin. Alle dieci vaccinazioni obbligatorie per i minori da 0 a 16 anni introdotte dal provvedimento (antipoliomielitica, antidifterica, antitetanica, antiepatite B, antipertosse, anti Haemophilus infuenzae tipo B, antirosolia, antiparotite e antivaricella), la legge ne affianca altre quattro fortemente raccomandate (antimeningococcica B, antimeningococcica C, antipneumococcica e antirotavirus, tutte gratuite per i nati dal 2017, mentre solo le prime due per i nati dal 2012 al 2016).Dalle cifre fornite alla Verità dall'Aifa, emerge che a fronte di un aumento considerevole della spesa vaccinale (+130 milioni di euro) corrisponde una diminuzione di ben 4 milioni di unità del numero totali di dosi giornaliere definite (Ddd, cioè l'unità di misura stabilita in modo convenzionale per quantificare e confrontare i consumi di un farmaco). Nel complesso, la spesa media per Ddd è passata dai 14,02 euro del 2016 ai 22,74 euro del 2017, vale a dire il 62% in più. Questo dato racchiude tutte le tipologie vaccinali, ma è prendendo in considerazione le varie categorie che si scoprono le cose più interessanti. Prima di tutto, la crescita maggiore l'hanno registrata i vaccini appartenenti alle categorie collegate all'obbligo, primi fra tutti quelli meningococcici (+84,1 milioni di euro, costo/Ddd +27,2%) e quelli morbillosi (+14,2 milioni di euro, costo/Ddd +33,2%). Colpisce inoltre, a fronte di una diminuzione di quasi 6 milioni di dosi dei vaccini influenzali, un aumento della spesa pari a 6,7 milioni di euro (+87,2%/Ddd). Nota a margine, la spesa è aumentata in valore assoluto per tutte le undici categorie prese in considerazione dall'Aifa. La spesa per dose infine, fatta eccezione per i vaccini pneumococcici (-0,6%), è cresciuta per tutte le tipologie.Dati che da soli sarebbero sufficienti a far inarcare più di un sopracciglio, ma non è tutto. Dietro specifica richiesta, l'Aifa ha fornito alla Verità anche il dettaglio di spesa per singolo farmaco in commercio. L'intero podio è formato da vaccini antimeningococcici. Primo è il Bexsero (GlaxoSmithKline), per il quale il nostro servizio nazionale ha sganciato ben 60 milioni di euro in più (costo/Ddd +3,5%), seguito dal Menveo (Gsk, +16,2 milioni, costo/Ddd +11%) e dal Nimenrix (Pfizer +11,9 milioni, costo/Ddd +0,31%). Registrano incrementi milionari, tra gli altri, il tetravalente per morbillo, parotite, rosolia e varicella Priorix Tetra (Gsk, +9,37 milioni, costo/Ddd +7,08%), l'altro tetravalente Proquad (Merck, +3,6 milioni, costo/Ddd +9%) e l'esavalente polio, difterite, tetano, pertosse, Haemophilus B, epatite B Infanrix Hexa (Gsk, +3 milioni, costo/Ddd +4,6%). Nel complesso, risultano ben 17 i vaccini per i quali nel 2017 la differenza di spesa rispetto all'anno precedente è stata superiore al milione di euro.Dallo spaccato per casa farmaceutica, a dividersi la torta sono cinque colossi. Il botto lo fa la britannica GlaxoSmithKline, che nel 2017 ha visto aumentare il volume dei farmaci acquistato dalla sanità pubblica di ben 97,4 milioni di euro. Per contro, Gsk ha aumentato il prezzo medio per dose del 25%. Seguono le americane Pfizer (+19,2 milioni, -0,22% per dose) e Merck (+8,85 milioni, +25,3% per dose), la francese Sanofi Pasteur (+4,8 milioni, +224% per dose) e Seqirus, joint venture tra l'australiana Biocls e la svizzera Novartis (+3,78 milioni, -10,87% per dose).Visti i numeri, e in virtù del fatto che la legge assegnava all'Aifa il compito di sedersi al tavolo con le case farmaceutiche per negoziare prezzi migliori (con relativo risparmio per lo Stato), viene da chiedersi cosa sia andato storto. Ma questa è un'altra storia, che potrete leggere molto presto sulle nostre pagine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-lobbligo-i-vaccini-costano-il-62-in-piu-2626188778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-contro-manifesto-smonta-burioni-ha-un-idea-di-scienza-del-tutto-superata" data-post-id="2626188778" data-published-at="1771145904" data-use-pagination="False"> Un contro manifesto smonta Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata». Roberto Burioni proclama di voler difendere la scienza dalla superstizione, ma il suo fanatismo finisce per far diventare la fiducia stessa nella «sua» scienza una fede, qualcosa che non può essere messo in discussione, sostanzialmente una superstizione essa stessa, etichettando ogni ipotesi alternativa come «eretica», e pericolosa, secondo una consuetudine antica, quella che portava a bruciare sul rogo chiunque dubitasse, tanto per fare un esempio, del fatto che il sole girasse intorno alla terra. Può essere letto così il «contropatto» che Ivan Cavicchi ha esposto sul blog che cura sul sito del Fatto Quotidiano, proprio in risposta a Burioni. Cavicchi insegna Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina alla facoltà di Medicina dell'università Tor Vergata di Roma, dopo essere stato docente alla Sapienza. È stato responsabile nazionale della Cgil per la sanità e direttore generale di Farmindustria dal 1996 al 2002. È autore di numerose pubblicazioni. Cavicchi prende di mira il «patto» di Burioni, quello rivolto ai politici e firmato tra gli altri da Matteo Renzi e Beppe Grillo, che è stato benedetto anche dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. «Ci si può dividere su tutto», ha scritto Burioni, «ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base, perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani». Cavicchi demolisce la granitica fede di Burioni nella «sua» scienza . «Evidentemente», scrive Cavicchi, «il proponente (Burioni, ndr) ha in testa una propria idea di scienza che per una infinità di ragioni, non è uguale a quella di milioni di persone e a quella di migliaia e migliaia di esperti; un'idea cioè che potrebbe essere persino contestata a causa soprattutto dei suoi anacronistici modi di essere. Attraverso il patto “contro la pseudo medicina", sottoscritto anche da Matteo Renzi e Beppe Grillo, si chiede alla politica l'impegno ad imporre al mondo intero una vecchia e superata idea di scienza solo perché chi la propone è del tutto incapace a cimentarsi nella sua ridefinizione. L'idea che ha Roberto Burioni non corrisponde in nulla a quello che oggi la filosofia della scienza definisce tale», argomenta Cavicchi, «ma è una vecchia forma di scientismo positivistico di stampo ottocentesco. Quindi una sorta di rottame d'altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva; conoscenza oggettiva dell'uomo, quindi del tutto impersonale; riduzione della persona ad organo; malattia ma non malato ma non contesto; proceduralismo». La superstizione di Burioni è smascherata: quella che il novello «inquisitore» vuole difendere con l'aiuto della politica, per Cavicchi, è «una scienza dispotica, incapace di avere relazioni con gli altri, che pretende, esattamente come un secolo fa, una sottomissione totale alle sue evidenze e ai suoi standard. Questo nonostante le sue evidenze siano, dal punto di vista epistemologico, verità provvisorie e falsificabili e nonostante tutti gli standard siano regolarmente smentiti dai casi singoli, dalle specificità e dalle individualità. Se la scienza», prosegue Cavicchi, «anziché sforzarsi di ridefinirsi nelle complessità del mondo, dialogare con le persone, evolvere, ripensarsi, si limita a chiedere alle forze politiche di proteggere la sua invarianza cioè la sua refrattarietà al cambiamento è davvero un brutto segno. Vuol dire che questa scienza pensa di risolvere i suoi problemi paradigmatici con la forza in un momento in cui peraltro i medici e gli altri operatori hanno una credibilità sempre minore». «Anche io», scrive Cavicchi, «farei un patto, non sulla scienza ma sul modo di intenderla e soprattutto sul modo di usarla». Questo è il suo contro-patto: 1 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a favorire il dialogo tra scienza e società a sostenere ogni forma di consenso informato, a favorire l'alleanza terapeutica, a fare in modo di corresponsabilizzare il cittadino nelle scelte scientifiche che riguardano la sua salute, a favorire il confronto attraverso relazioni di cura tra evidenze scientifiche e opinioni personali del cittadino con l'obiettivo sempre di co-decidere la scelta più razionale e più ragionevole quindi più conveniente per il cittadino. 2 Nessuna forza politica italiana e nessun cittadino responsabile si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di scientismo cioè concetti di scienza riduttivi, schematici, semplificanti, spersonalizzanti, disumani, cioè concetti di scienza con i paraocchi. La scienza è una conoscenza al servizio dell'uomo. 3 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l'operato degli scientisti, che, con le loro pulsioni autoritarie, stanno minando pericolosamente la fiducia delle persone nella medicina. 4 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a implementare programmi capillari d'informazione sulla scienza non per la popolazione, ma con la popolazione, a partire dalla scuola dell'obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità. 5 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano affinché si assicurino alla scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base.
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Medici che avrebbero emesso falsi certificati contro il rimpatrio degli stranieri irregolari. Le indagini in corso a Ravenna vogliono accertare una prassi nota, sebbene sottovalutata dalle autorità giudiziarie e dagli Ordini professionali. La Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), da anni esorta i medici a dare un parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), prima dell’espulsione. Il primo marzo del 2024, assieme alla Rete Mai più lager -No ai Cpr (che ha il sostegno dell’Anci) e all’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (con progetti finanziati da Soros), lanciarono un appello chiedendo «a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr».
Non si limitavano a parlare di «pessime condizioni igienico-sanitarie di questi centri», di non attenzione ai problemi di salute mentale dei migranti e di abuso di psicofarmaci, ma invitavano proprio a commettere falso ideologico, l’ipotesi di reato (con l’aggravante del continuato in concorso in atti pubblici) formulata per l’indagine sui medici dell’Ospedale di Ravenna. Proponevano, infatti, «diversi elementi di riflessione e azione di sanità pubblica, medico-legali e di deontologia medica per poter aiutare i medici coinvolti a dichiarare l’inidoneità alla vita in luoghi pericolosi per la salute e patogeni quali i Cpr, di fatto, sono». Allegata all’appello c’era anche una bozza di modello da utilizzare per negare l’idoneità. Tra i vari punti, il camice bianco doveva dichiarare che rifiutava il trattenimento di uno straniero nei centri per «indisponibilità di una documentata anamnesi e del ridottissimo tempo concesso per l’effettuazione di un approfondimento clinico meritevole invece di ben altri tempi, competenze e mezzi diagnostici anche multidisciplinari». Ricordate il tempo «zero» utilizzato negli hub vaccinali per far firmare il consenso informato e inocularti la dose imposta? Guai a chi sollevava dubbi sulla pericolosità di una procedura, che ignorava le effettive condizioni di salute di chi era costretto a porgere il braccio.
Nel giugno del 2024, La Nuova Ferrara dedicava un articolo ai primi casi di non idoneità a entrare nei Centri di permanenza per i rimpatri, dichiarati da medici dell’ospedale Sant’Anna di Cona che accertavano le condizioni sanitarie di stranieri. Nicola Cocco, medico della Rete «Mai più lager - No ai Cpr», affermava: «Ma cosa accade se rilascio l’idoneità e dopo pochi giorni la persona, per esempio, ha crisi epilettiche o va in ipoglicemia o accusa una depressione forte che lo porta a tentativi di suicidio […] Quel medico che ha rilasciato l’idoneità, siamo sicuri che non sia responsabile dal punto di vista penale?».
Cocco parlava di «forti criticità deontologiche», nell’avere solo dieci minuti di tempo per rilasciare il nullaosta a entrare in un Cpr. In epoca Covid, c’era forse più tempo e attenzione prima di vaccinare la popolazione? Qualcuno negli hub si ribellava alla pratica o aveva scrupoli di coscienza? Lo stesso Cocco, dopo le perquisizioni all’ospedale e nelle abitazioni di sei medici, venerdì ha lanciato su Change.org un appello dal titolo «La cura non è un reato. In difesa dell’autonomia medica e del diritto alla salute».
Dichiara che «il medico ha il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute». Bella ipocrisia, chiedere la mobilitazione a sostegno di chi avrebbe dichiarato il falso sulle condizioni fisiche o mentali dei migranti, mentre si è invocata a gran voce la radiazione dei medici che rilasciavano certificati di non idoneità al vaccino Covid, o che curavano non con «Tachipirina e vigile attesa».
Nel giugno 2025, il Comitato centrale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) accoglieva l’appello della Simm «a una presa di posizione affinché si proceda nell’immediato alla chiusura dei Cpr» e perché nessun professionista della salute «possa fornire prestazioni» in quei centri «tramite la sottoscrizione di valutazioni di idoneità alla reclusione nei Cpr», richieste dalle autorità di polizia.
Lo scorso mese, la Simm è tornata alla carica chiedendo una mobilitazione «contro violazioni sistematiche dei diritti e logiche da “istituzioni totali”», quali sarebbero i centri. Il suo presidente, Marco Mazzetti, pediatra e psichiatra, sostiene che i migranti «partono sani e sani arrivano da noi; questo è vero sia per quanto riguarda la salute fisica sia per quella mentale. Si ammalano poi nel nostro Paese a causa delle condizioni di vita che trovano». A tenere alta l’attenzione è anche l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che ha progetti finanziati dalla Open Society Foundation del magnate americano di origine ungherese George Soros, la cui lobby ha l’obiettivo dichiarato di influenzare le politiche dei governi verso una «società aperta». Per il prossimo 23 febbraio l’Asgi organizza «un’arena pubblica» di confronto sul tema «Il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo».
Avvocati e studiosi di migrazioni anticipano alcuni dei temi: «I cittadini stranieri sono tra i gruppi sociali maggiormente colpiti da una proliferazione normativa finalizzata a creare uno status giuridico differenziato, che conduce milioni di persone in una condizione di vulnerabilità». Non ce ne eravamo accorti, soprattutto considerando l’occhio di riguardo che i giudici hanno verso i migranti che delinquono.
Paragoni col Covid? Ora tutti muti
«Si tratta di un reato, che va denunciato all’autorità giudiziaria. In parallelo, l’Ordine valuterà i connessi aspetti disciplinari» ha dichiarato Filippo Anelli Presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri). Ma attenzione: non lo ha detto a commento dei sei medici dell’ospedale di Ravenna indagati con l’accusa di aver fornito certificati falsi a migranti illegali per salvarli dal trasferimento nei Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri); quella frase Anelli l’aveva pronunciata nel 2021, riguardo a quei medici che avevano attestato finte vaccinazioni contro il Covid-19. «L’invito è di concludere al più presto l’iter per la sospensione e la comunicazione dei nominativi agli Ordini per gli opportuni adempimenti»: aveva ordinato anche le liste di proscrizione, il presidente della Fnomceo, mentre scoppiava il putiferio sul paragone fatto dai No green pass con gli ebrei ghettizzati durante il nazismo. Allora i lager e le discriminazioni non si potevano nominare, oggi chi strepita contro le «misure intimidatorie» usate con i medici indagati è un movimento che si chiama «Mai più lager - No ai Cpr», ma tant’è.
E per chi ha graziato i delinquenti, nessuna condanna, anzi: due pesi e due misure, neanche di fronte ai numerosi esempi di migranti illegali «salvati» dai camici bianchi per poi tornare in strada a delinquere, come quel senegalese irregolare di 25 anni, fermato dopo aver molestato sette donne e poi sottratto al rimpatrio grazie a un certificato medico falso che lo ha attestato «inidoneo» al Cpr. Come lui, tanti altri irregolari, su cui sta indagando la Procura di Ravenna.
E se il leader della Lega Matteo Salvini invoca per questi medici «licenziamento, radiazione e arresto», Anelli replica ribaltando i principi del codice deontologico: «Doveri del medico sono (…) il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza (…) senza discriminazione alcuna», trascurando il dettaglio che i clandestini graziati erano in buona salute psico-fisica e non abbattuti da «dolore e sofferenza» fisica. Si attacca poi, Anelli, all’«indipendenza, autonomia e responsabilità» dei medici, invocando la «libertà di mettere in pratica il proprio dovere»: quello di rimettere in circolazione, di fatto, persone che commettono reati. Non contento, il presidente Fnomceo esprime solidarietà per il «trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba»: «Hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare (…) ad essere messa in discussione è la loro professionalità». Quella negata, negli anni della pandemia, ai medici che avevano certificato vaccinazioni non avvenute: migliaia di camici bianchi sospesi dall’ordine (e poi dallo stipendio) su decisione del presidente della FnomCeo, che oggi sembra chiudere un occhio, anzi tutti e due, riguardo i colleghi accusati di aver rimesso delinquenti in libertà.
Anche l’ex sindaco di Ravenna e attuale governatore della regione Emilia Romagna Michele De Pascale soffia sul fuoco: «Il problema è che la normativa scarica sui medici delle Ausl italiane una responsabilità enorme, quella di stabilire o meno l’idoneità all’invio al Cpr per malattie infettive o psichiatriche. La politica non si assume le proprie responsabilità» denuncia De Pascale, insieme con Anelli che lamenta che «utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore». Assolverli quando si arrogano il diritto di esercitarlo, quel controllo, mettendo in pericolo i cittadini, invece sembra non essere «un errore».
A chiudere il cerchio del folle sistema dove chi delinque resta libero e spesso uccide, mentre medici accecati dall’ideologia rimettono in libertà persone che hanno commesso reati, arrivano anche le dichiarazioni della Cgil. Si tratta della stessa Cgil che, durante gli anni del covid, premeva per l’obbligo vaccinale dei medici, chiedendo pesanti sanzioni a chi non rispettava la legge, e oggi è solidale con i medici indagati: per questo motivo il sindacato aderisce al flash mob di solidarietà in programma domani a Ravenna. Si finge stupore.
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L’EPA cancella le norme del 2009 sulle emissioni delle auto. Francia, sempre più nucleare e meno rinnovabili. Alluminio, scende il prezzo. Gli USA a caccia di materiali critici.
Il Cpr di Gjader in Albania (Ansa)
Da questa vicenda nasce una sentenza che per la prima volta condanna lo Stato italiano a risarcire un migrante trasferito nei centri albanesi. Il risarcimento arriva grazie a una decisione firmata da un giudice del tribunale di Roma e dopo che la vicenda era uscita dai confini dell’aula di giustizia, attraverso l’intervento dell’europarlamentare Cecilia Strada, contattata dalla compagna dell’algerino rimasta per giorni senza notizie. Settecento euro sono una cifra modesta, ma sufficiente a sollevare una questione che, guardata da vicino, appare paradossale: il risarcimento viene riconosciuto in un contesto in cui, per anni, la corte di Cassazione aveva fissato criteri molto più rigorosi, arrivando spesso a negare i danni anche in situazioni oggettivamente più dure. Anche per questo motivo, il Viminale, dopo aver letto le motivazioni, potrebbe impugnare la sentenza davanti alla Corte d’Appello di Roma.
La decisione è del 10 febbraio 2026. Il giudice Corrado Bile, del tribunale di Roma, accoglie il ricorso e, «per l’effetto, condanna il ministero dell’Interno al pagamento di euro 700 a titolo di risarcimento del danno». Nelle motivazioni, il tribunale parla apertamente di «condotta colposa» dell’amministrazione e di «mancata osservanza delle regole di buona amministrazione», da cui sarebbe derivata «l’incisione dannosa della sfera privata dei diritti della persona». Il punto centrale, secondo il giudice, è che il trasferimento è avvenuto «in assenza di un provvedimento scritto e motivato», incidendo direttamente su diritti fondamentali del ricorrente.
Pur senza incarichi formali, Bile, magistrato della sezione civile del tribunale di Roma, viene spesso accostato all’area di Magistratura democratica, anche per contributi pubblicati su Questione Giustizia, la rivista storicamente legata a quella corrente. Nel 2024 ha firmato la sentenza sul caso «Asso 29», condannando lo Stato per il respingimento verso la Libia di migranti soccorsi in mare e affermando che lo Stato africano non può essere considerata un luogo sicuro. Più di recente ha annullato la maxi sanzione da 150.000 euro inflitta dal Garante della privacy al giornalista Sigfrido Ranucci di Report, per la diffusione dell’audio tra l’allora ministro Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini nell’affaire Boccia.
Per capire perché la decisione venga letta come un precedente esplosivo basta ricordare che non si tratta di un migrante appena arrivato, ma di un cittadino algerino irregolare da quasi vent’anni. L’avvocato Gennaro Santoro, che segue il caso e altri due analoghi, sostiene infatti che la sentenza possa mettere in discussione l’intero sistema dei trasferimenti nei Cpr. Il tribunale di Roma ha ritenuto che l’operazione abbia interferito con il diritto alla vita privata e familiare tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, affermando che la persona deve essere sempre posta in condizione di sapere dove, quando e perché viene trasferita.
Ma è qui che la decisione si espone alla critica più forte, perché si discosta da una linea che la Cassazione aveva tracciato negli ultimi anni. Nel 2016, nel caso del Cie di Ponte Galeria, un migrante aveva chiesto i danni sostenendo di aver vissuto condizioni di trattenimento umilianti e degradanti. La Cassazione gli diede torto: spiegò che la sofferenza legata alla detenzione amministrativa, per quanto dura, non basta da sola a far scattare un risarcimento. Se si vuole ottenere un indennizzo, bisogna dimostrare un danno concreto. Tre anni dopo, nel 2019, un altro caso riguardava il Cpr di Bari, dove erano emersi anche problemi procedurali nella gestione del trattenimento. Anche lì la Cassazione fu chiara: il fatto che un atto presenti irregolarità non significa automaticamente che lo Stato debba pagare. Un errore formale o una gestione discutibile non coincidono automaticamente con un danno risarcibile; serve provare che da quell’errore sia derivato un pregiudizio concreto e ulteriore rispetto alla normale restrizione della libertà.
Nel 2020 la Suprema Corte tornò sul tema con un’altra decisione, relativa ancora a un Cpr, ribadendo lo stesso concetto: la detenzione amministrativa comporta inevitabilmente disagi, limitazioni, sofferenze. Ma questi, se rientrano nella misura prevista dalla legge e convalidata da un giudice, non generano automaticamente un diritto al risarcimento. Ecco perché la condanna del Viminale appare come un cambio di passo che abbassa la soglia richiesta finora per dimostrare il danno.
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