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2019-01-17
Prima l’obbligo, poi la stangata. Prezzo dei vaccini su del 62%
Quello appena trascorso è stato il primo anno intero da quando è entrato in vigore l'obbligo vaccinale, introdotto nel luglio del 2017 con la trasformazione in legge del decreto Lorenzin. Le cifre contenute nel rapporto Osmed diffuso nel luglio scorso dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) parlano chiaro: la spesa per vaccini a carico del Servizio sanitario nazionale (e dunque di tutti i cittadini che pagano le tasse) è lievitata del 36%, passando dai 358 milioni del 2016 ai 487,4 del 2017. Un incremento prevedibile, dal momento che la norma ha esteso notevolmente e in un colpo solo la platea dei fruitori di questa tipologia di farmaci.
Ciò che non emerge dalle statistiche ufficiali, tuttavia, è chi tra gli operatori del ristretto mercato del settore (formato da una manciata di grosse case farmaceutiche) abbia beneficiato maggiormente di questo repentino e considerevole aumento dei volumi. Si tratta di un interrogativo lecito, se consideriamo che quei denari provengono dalla collettività.
Grazie a un incessante lavoro di pressing sull'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), La Verità è riuscita a ottenere dati preziosi che consentono di farsi un'idea ben precisa della posta in gioco. Come prima cosa, occorre tenere a mente che qualsiasi modifica dell'offerta vaccinale comporta potenzialmente importanti ripercussioni sulla spesa pubblica. Un aspetto del quale, di tanto in tanto, tiene conto anche la politica. Come nel caso dell'interrogazione presentata in Senato il 15 ottobre 2015, primo firmatario Gianpiero Dalla Zuanna, nella quale in previsione della «rilevante espansione dell'offerta vaccinale definita a livello nazionale» allo studio del ministero della Salute, si chiedevano chiarimenti circa i costi e le condizioni negoziate per l'acquisto.
Discorso valido, ovviamente e a maggior ragione, anche per il decreto Lorenzin. Alle dieci vaccinazioni obbligatorie per i minori da 0 a 16 anni introdotte dal provvedimento (antipoliomielitica, antidifterica, antitetanica, antiepatite B, antipertosse, anti Haemophilus infuenzae tipo B, antirosolia, antiparotite e antivaricella), la legge ne affianca altre quattro fortemente raccomandate (antimeningococcica B, antimeningococcica C, antipneumococcica e antirotavirus, tutte gratuite per i nati dal 2017, mentre solo le prime due per i nati dal 2012 al 2016).
Dalle cifre fornite alla Verità dall'Aifa, emerge che a fronte di un aumento considerevole della spesa vaccinale (+130 milioni di euro) corrisponde una diminuzione di ben 4 milioni di unità del numero totali di dosi giornaliere definite (Ddd, cioè l'unità di misura stabilita in modo convenzionale per quantificare e confrontare i consumi di un farmaco). Nel complesso, la spesa media per Ddd è passata dai 14,02 euro del 2016 ai 22,74 euro del 2017, vale a dire il 62% in più. Questo dato racchiude tutte le tipologie vaccinali, ma è prendendo in considerazione le varie categorie che si scoprono le cose più interessanti. Prima di tutto, la crescita maggiore l'hanno registrata i vaccini appartenenti alle categorie collegate all'obbligo, primi fra tutti quelli meningococcici (+84,1 milioni di euro, costo/Ddd +27,2%) e quelli morbillosi (+14,2 milioni di euro, costo/Ddd +33,2%). Colpisce inoltre, a fronte di una diminuzione di quasi 6 milioni di dosi dei vaccini influenzali, un aumento della spesa pari a 6,7 milioni di euro (+87,2%/Ddd). Nota a margine, la spesa è aumentata in valore assoluto per tutte le undici categorie prese in considerazione dall'Aifa. La spesa per dose infine, fatta eccezione per i vaccini pneumococcici (-0,6%), è cresciuta per tutte le tipologie.
Dati che da soli sarebbero sufficienti a far inarcare più di un sopracciglio, ma non è tutto. Dietro specifica richiesta, l'Aifa ha fornito alla Verità anche il dettaglio di spesa per singolo farmaco in commercio. L'intero podio è formato da vaccini antimeningococcici. Primo è il Bexsero (GlaxoSmithKline), per il quale il nostro servizio nazionale ha sganciato ben 60 milioni di euro in più (costo/Ddd +3,5%), seguito dal Menveo (Gsk, +16,2 milioni, costo/Ddd +11%) e dal Nimenrix (Pfizer +11,9 milioni, costo/Ddd +0,31%). Registrano incrementi milionari, tra gli altri, il tetravalente per morbillo, parotite, rosolia e varicella Priorix Tetra (Gsk, +9,37 milioni, costo/Ddd +7,08%), l'altro tetravalente Proquad (Merck, +3,6 milioni, costo/Ddd +9%) e l'esavalente polio, difterite, tetano, pertosse, Haemophilus B, epatite B Infanrix Hexa (Gsk, +3 milioni, costo/Ddd +4,6%). Nel complesso, risultano ben 17 i vaccini per i quali nel 2017 la differenza di spesa rispetto all'anno precedente è stata superiore al milione di euro.
Dallo spaccato per casa farmaceutica, a dividersi la torta sono cinque colossi. Il botto lo fa la britannica GlaxoSmithKline, che nel 2017 ha visto aumentare il volume dei farmaci acquistato dalla sanità pubblica di ben 97,4 milioni di euro. Per contro, Gsk ha aumentato il prezzo medio per dose del 25%. Seguono le americane Pfizer (+19,2 milioni, -0,22% per dose) e Merck (+8,85 milioni, +25,3% per dose), la francese Sanofi Pasteur (+4,8 milioni, +224% per dose) e Seqirus, joint venture tra l'australiana Biocls e la svizzera Novartis (+3,78 milioni, -10,87% per dose).
Visti i numeri, e in virtù del fatto che la legge assegnava all'Aifa il compito di sedersi al tavolo con le case farmaceutiche per negoziare prezzi migliori (con relativo risparmio per lo Stato), viene da chiedersi cosa sia andato storto. Ma questa è un'altra storia, che potrete leggere molto presto sulle nostre pagine.
Un contro manifesto smonta Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata».
Roberto Burioni proclama di voler difendere la scienza dalla superstizione, ma il suo fanatismo finisce per far diventare la fiducia stessa nella «sua» scienza una fede, qualcosa che non può essere messo in discussione, sostanzialmente una superstizione essa stessa, etichettando ogni ipotesi alternativa come «eretica», e pericolosa, secondo una consuetudine antica, quella che portava a bruciare sul rogo chiunque dubitasse, tanto per fare un esempio, del fatto che il sole girasse intorno alla terra.
Può essere letto così il «contropatto» che Ivan Cavicchi ha esposto sul blog che cura sul sito del Fatto Quotidiano, proprio in risposta a Burioni. Cavicchi insegna Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina alla facoltà di Medicina dell'università Tor Vergata di Roma, dopo essere stato docente alla Sapienza. È stato responsabile nazionale della Cgil per la sanità e direttore generale di Farmindustria dal 1996 al 2002. È autore di numerose pubblicazioni.
Cavicchi prende di mira il «patto» di Burioni, quello rivolto ai politici e firmato tra gli altri da Matteo Renzi e Beppe Grillo, che è stato benedetto anche dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. «Ci si può dividere su tutto», ha scritto Burioni, «ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base, perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani». Cavicchi demolisce la granitica fede di Burioni nella «sua» scienza .
«Evidentemente», scrive Cavicchi, «il proponente (Burioni, ndr) ha in testa una propria idea di scienza che per una infinità di ragioni, non è uguale a quella di milioni di persone e a quella di migliaia e migliaia di esperti; un'idea cioè che potrebbe essere persino contestata a causa soprattutto dei suoi anacronistici modi di essere. Attraverso il patto “contro la pseudo medicina", sottoscritto anche da Matteo Renzi e Beppe Grillo, si chiede alla politica l'impegno ad imporre al mondo intero una vecchia e superata idea di scienza solo perché chi la propone è del tutto incapace a cimentarsi nella sua ridefinizione. L'idea che ha Roberto Burioni non corrisponde in nulla a quello che oggi la filosofia della scienza definisce tale», argomenta Cavicchi, «ma è una vecchia forma di scientismo positivistico di stampo ottocentesco. Quindi una sorta di rottame d'altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva; conoscenza oggettiva dell'uomo, quindi del tutto impersonale; riduzione della persona ad organo; malattia ma non malato ma non contesto; proceduralismo».
La superstizione di Burioni è smascherata: quella che il novello «inquisitore» vuole difendere con l'aiuto della politica, per Cavicchi, è «una scienza dispotica, incapace di avere relazioni con gli altri, che pretende, esattamente come un secolo fa, una sottomissione totale alle sue evidenze e ai suoi standard. Questo nonostante le sue evidenze siano, dal punto di vista epistemologico, verità provvisorie e falsificabili e nonostante tutti gli standard siano regolarmente smentiti dai casi singoli, dalle specificità e dalle individualità. Se la scienza», prosegue Cavicchi, «anziché sforzarsi di ridefinirsi nelle complessità del mondo, dialogare con le persone, evolvere, ripensarsi, si limita a chiedere alle forze politiche di proteggere la sua invarianza cioè la sua refrattarietà al cambiamento è davvero un brutto segno. Vuol dire che questa scienza pensa di risolvere i suoi problemi paradigmatici con la forza in un momento in cui peraltro i medici e gli altri operatori hanno una credibilità sempre minore».
«Anche io», scrive Cavicchi, «farei un patto, non sulla scienza ma sul modo di intenderla e soprattutto sul modo di usarla». Questo è il suo contro-patto:
1 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a favorire il dialogo tra scienza e società a sostenere ogni forma di consenso informato, a favorire l'alleanza terapeutica, a fare in modo di corresponsabilizzare il cittadino nelle scelte scientifiche che riguardano la sua salute, a favorire il confronto attraverso relazioni di cura tra evidenze scientifiche e opinioni personali del cittadino con l'obiettivo sempre di co-decidere la scelta più razionale e più ragionevole quindi più conveniente per il cittadino.
2 Nessuna forza politica italiana e nessun cittadino responsabile si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di scientismo cioè concetti di scienza riduttivi, schematici, semplificanti, spersonalizzanti, disumani, cioè concetti di scienza con i paraocchi. La scienza è una conoscenza al servizio dell'uomo.
3 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l'operato degli scientisti, che, con le loro pulsioni autoritarie, stanno minando pericolosamente la fiducia delle persone nella medicina.
4 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a implementare programmi capillari d'informazione sulla scienza non per la popolazione, ma con la popolazione, a partire dalla scuola dell'obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità.
5 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano affinché si assicurino alla scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base.
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I calcoli dell'Aifa rivelano che la spesa è cresciuta di 130 milioni fra il 2016 e il 2017. La colpa non è dell'aumento del numero di immunizzazioni, ma del prezzo delle dosi, passato da 14,02 a 22,74 euro in media. Un affare per le multinazionali del farmaco.Un contro manifesto smonta Roberto Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata». Il docente e filosofo Ivan Cavicchi propone sul «Fatto» un documento alternativo a quello del medico: «Gli esperti dialoghino di più». Lo speciale comprende due articoli.Quello appena trascorso è stato il primo anno intero da quando è entrato in vigore l'obbligo vaccinale, introdotto nel luglio del 2017 con la trasformazione in legge del decreto Lorenzin. Le cifre contenute nel rapporto Osmed diffuso nel luglio scorso dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) parlano chiaro: la spesa per vaccini a carico del Servizio sanitario nazionale (e dunque di tutti i cittadini che pagano le tasse) è lievitata del 36%, passando dai 358 milioni del 2016 ai 487,4 del 2017. Un incremento prevedibile, dal momento che la norma ha esteso notevolmente e in un colpo solo la platea dei fruitori di questa tipologia di farmaci. Ciò che non emerge dalle statistiche ufficiali, tuttavia, è chi tra gli operatori del ristretto mercato del settore (formato da una manciata di grosse case farmaceutiche) abbia beneficiato maggiormente di questo repentino e considerevole aumento dei volumi. Si tratta di un interrogativo lecito, se consideriamo che quei denari provengono dalla collettività. Grazie a un incessante lavoro di pressing sull'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), La Verità è riuscita a ottenere dati preziosi che consentono di farsi un'idea ben precisa della posta in gioco. Come prima cosa, occorre tenere a mente che qualsiasi modifica dell'offerta vaccinale comporta potenzialmente importanti ripercussioni sulla spesa pubblica. Un aspetto del quale, di tanto in tanto, tiene conto anche la politica. Come nel caso dell'interrogazione presentata in Senato il 15 ottobre 2015, primo firmatario Gianpiero Dalla Zuanna, nella quale in previsione della «rilevante espansione dell'offerta vaccinale definita a livello nazionale» allo studio del ministero della Salute, si chiedevano chiarimenti circa i costi e le condizioni negoziate per l'acquisto.Discorso valido, ovviamente e a maggior ragione, anche per il decreto Lorenzin. Alle dieci vaccinazioni obbligatorie per i minori da 0 a 16 anni introdotte dal provvedimento (antipoliomielitica, antidifterica, antitetanica, antiepatite B, antipertosse, anti Haemophilus infuenzae tipo B, antirosolia, antiparotite e antivaricella), la legge ne affianca altre quattro fortemente raccomandate (antimeningococcica B, antimeningococcica C, antipneumococcica e antirotavirus, tutte gratuite per i nati dal 2017, mentre solo le prime due per i nati dal 2012 al 2016).Dalle cifre fornite alla Verità dall'Aifa, emerge che a fronte di un aumento considerevole della spesa vaccinale (+130 milioni di euro) corrisponde una diminuzione di ben 4 milioni di unità del numero totali di dosi giornaliere definite (Ddd, cioè l'unità di misura stabilita in modo convenzionale per quantificare e confrontare i consumi di un farmaco). Nel complesso, la spesa media per Ddd è passata dai 14,02 euro del 2016 ai 22,74 euro del 2017, vale a dire il 62% in più. Questo dato racchiude tutte le tipologie vaccinali, ma è prendendo in considerazione le varie categorie che si scoprono le cose più interessanti. Prima di tutto, la crescita maggiore l'hanno registrata i vaccini appartenenti alle categorie collegate all'obbligo, primi fra tutti quelli meningococcici (+84,1 milioni di euro, costo/Ddd +27,2%) e quelli morbillosi (+14,2 milioni di euro, costo/Ddd +33,2%). Colpisce inoltre, a fronte di una diminuzione di quasi 6 milioni di dosi dei vaccini influenzali, un aumento della spesa pari a 6,7 milioni di euro (+87,2%/Ddd). Nota a margine, la spesa è aumentata in valore assoluto per tutte le undici categorie prese in considerazione dall'Aifa. La spesa per dose infine, fatta eccezione per i vaccini pneumococcici (-0,6%), è cresciuta per tutte le tipologie.Dati che da soli sarebbero sufficienti a far inarcare più di un sopracciglio, ma non è tutto. Dietro specifica richiesta, l'Aifa ha fornito alla Verità anche il dettaglio di spesa per singolo farmaco in commercio. L'intero podio è formato da vaccini antimeningococcici. Primo è il Bexsero (GlaxoSmithKline), per il quale il nostro servizio nazionale ha sganciato ben 60 milioni di euro in più (costo/Ddd +3,5%), seguito dal Menveo (Gsk, +16,2 milioni, costo/Ddd +11%) e dal Nimenrix (Pfizer +11,9 milioni, costo/Ddd +0,31%). Registrano incrementi milionari, tra gli altri, il tetravalente per morbillo, parotite, rosolia e varicella Priorix Tetra (Gsk, +9,37 milioni, costo/Ddd +7,08%), l'altro tetravalente Proquad (Merck, +3,6 milioni, costo/Ddd +9%) e l'esavalente polio, difterite, tetano, pertosse, Haemophilus B, epatite B Infanrix Hexa (Gsk, +3 milioni, costo/Ddd +4,6%). Nel complesso, risultano ben 17 i vaccini per i quali nel 2017 la differenza di spesa rispetto all'anno precedente è stata superiore al milione di euro.Dallo spaccato per casa farmaceutica, a dividersi la torta sono cinque colossi. Il botto lo fa la britannica GlaxoSmithKline, che nel 2017 ha visto aumentare il volume dei farmaci acquistato dalla sanità pubblica di ben 97,4 milioni di euro. Per contro, Gsk ha aumentato il prezzo medio per dose del 25%. Seguono le americane Pfizer (+19,2 milioni, -0,22% per dose) e Merck (+8,85 milioni, +25,3% per dose), la francese Sanofi Pasteur (+4,8 milioni, +224% per dose) e Seqirus, joint venture tra l'australiana Biocls e la svizzera Novartis (+3,78 milioni, -10,87% per dose).Visti i numeri, e in virtù del fatto che la legge assegnava all'Aifa il compito di sedersi al tavolo con le case farmaceutiche per negoziare prezzi migliori (con relativo risparmio per lo Stato), viene da chiedersi cosa sia andato storto. Ma questa è un'altra storia, che potrete leggere molto presto sulle nostre pagine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-lobbligo-i-vaccini-costano-il-62-in-piu-2626188778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-contro-manifesto-smonta-burioni-ha-un-idea-di-scienza-del-tutto-superata" data-post-id="2626188778" data-published-at="1770157999" data-use-pagination="False"> Un contro manifesto smonta Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata». Roberto Burioni proclama di voler difendere la scienza dalla superstizione, ma il suo fanatismo finisce per far diventare la fiducia stessa nella «sua» scienza una fede, qualcosa che non può essere messo in discussione, sostanzialmente una superstizione essa stessa, etichettando ogni ipotesi alternativa come «eretica», e pericolosa, secondo una consuetudine antica, quella che portava a bruciare sul rogo chiunque dubitasse, tanto per fare un esempio, del fatto che il sole girasse intorno alla terra. Può essere letto così il «contropatto» che Ivan Cavicchi ha esposto sul blog che cura sul sito del Fatto Quotidiano, proprio in risposta a Burioni. Cavicchi insegna Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina alla facoltà di Medicina dell'università Tor Vergata di Roma, dopo essere stato docente alla Sapienza. È stato responsabile nazionale della Cgil per la sanità e direttore generale di Farmindustria dal 1996 al 2002. È autore di numerose pubblicazioni. Cavicchi prende di mira il «patto» di Burioni, quello rivolto ai politici e firmato tra gli altri da Matteo Renzi e Beppe Grillo, che è stato benedetto anche dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. «Ci si può dividere su tutto», ha scritto Burioni, «ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base, perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani». Cavicchi demolisce la granitica fede di Burioni nella «sua» scienza . «Evidentemente», scrive Cavicchi, «il proponente (Burioni, ndr) ha in testa una propria idea di scienza che per una infinità di ragioni, non è uguale a quella di milioni di persone e a quella di migliaia e migliaia di esperti; un'idea cioè che potrebbe essere persino contestata a causa soprattutto dei suoi anacronistici modi di essere. Attraverso il patto “contro la pseudo medicina", sottoscritto anche da Matteo Renzi e Beppe Grillo, si chiede alla politica l'impegno ad imporre al mondo intero una vecchia e superata idea di scienza solo perché chi la propone è del tutto incapace a cimentarsi nella sua ridefinizione. L'idea che ha Roberto Burioni non corrisponde in nulla a quello che oggi la filosofia della scienza definisce tale», argomenta Cavicchi, «ma è una vecchia forma di scientismo positivistico di stampo ottocentesco. Quindi una sorta di rottame d'altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva; conoscenza oggettiva dell'uomo, quindi del tutto impersonale; riduzione della persona ad organo; malattia ma non malato ma non contesto; proceduralismo». La superstizione di Burioni è smascherata: quella che il novello «inquisitore» vuole difendere con l'aiuto della politica, per Cavicchi, è «una scienza dispotica, incapace di avere relazioni con gli altri, che pretende, esattamente come un secolo fa, una sottomissione totale alle sue evidenze e ai suoi standard. Questo nonostante le sue evidenze siano, dal punto di vista epistemologico, verità provvisorie e falsificabili e nonostante tutti gli standard siano regolarmente smentiti dai casi singoli, dalle specificità e dalle individualità. Se la scienza», prosegue Cavicchi, «anziché sforzarsi di ridefinirsi nelle complessità del mondo, dialogare con le persone, evolvere, ripensarsi, si limita a chiedere alle forze politiche di proteggere la sua invarianza cioè la sua refrattarietà al cambiamento è davvero un brutto segno. Vuol dire che questa scienza pensa di risolvere i suoi problemi paradigmatici con la forza in un momento in cui peraltro i medici e gli altri operatori hanno una credibilità sempre minore». «Anche io», scrive Cavicchi, «farei un patto, non sulla scienza ma sul modo di intenderla e soprattutto sul modo di usarla». Questo è il suo contro-patto: 1 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a favorire il dialogo tra scienza e società a sostenere ogni forma di consenso informato, a favorire l'alleanza terapeutica, a fare in modo di corresponsabilizzare il cittadino nelle scelte scientifiche che riguardano la sua salute, a favorire il confronto attraverso relazioni di cura tra evidenze scientifiche e opinioni personali del cittadino con l'obiettivo sempre di co-decidere la scelta più razionale e più ragionevole quindi più conveniente per il cittadino. 2 Nessuna forza politica italiana e nessun cittadino responsabile si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di scientismo cioè concetti di scienza riduttivi, schematici, semplificanti, spersonalizzanti, disumani, cioè concetti di scienza con i paraocchi. La scienza è una conoscenza al servizio dell'uomo. 3 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l'operato degli scientisti, che, con le loro pulsioni autoritarie, stanno minando pericolosamente la fiducia delle persone nella medicina. 4 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a implementare programmi capillari d'informazione sulla scienza non per la popolazione, ma con la popolazione, a partire dalla scuola dell'obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità. 5 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano affinché si assicurino alla scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.