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2019-01-17
Prima l’obbligo, poi la stangata. Prezzo dei vaccini su del 62%
Quello appena trascorso è stato il primo anno intero da quando è entrato in vigore l'obbligo vaccinale, introdotto nel luglio del 2017 con la trasformazione in legge del decreto Lorenzin. Le cifre contenute nel rapporto Osmed diffuso nel luglio scorso dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) parlano chiaro: la spesa per vaccini a carico del Servizio sanitario nazionale (e dunque di tutti i cittadini che pagano le tasse) è lievitata del 36%, passando dai 358 milioni del 2016 ai 487,4 del 2017. Un incremento prevedibile, dal momento che la norma ha esteso notevolmente e in un colpo solo la platea dei fruitori di questa tipologia di farmaci.
Ciò che non emerge dalle statistiche ufficiali, tuttavia, è chi tra gli operatori del ristretto mercato del settore (formato da una manciata di grosse case farmaceutiche) abbia beneficiato maggiormente di questo repentino e considerevole aumento dei volumi. Si tratta di un interrogativo lecito, se consideriamo che quei denari provengono dalla collettività.
Grazie a un incessante lavoro di pressing sull'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), La Verità è riuscita a ottenere dati preziosi che consentono di farsi un'idea ben precisa della posta in gioco. Come prima cosa, occorre tenere a mente che qualsiasi modifica dell'offerta vaccinale comporta potenzialmente importanti ripercussioni sulla spesa pubblica. Un aspetto del quale, di tanto in tanto, tiene conto anche la politica. Come nel caso dell'interrogazione presentata in Senato il 15 ottobre 2015, primo firmatario Gianpiero Dalla Zuanna, nella quale in previsione della «rilevante espansione dell'offerta vaccinale definita a livello nazionale» allo studio del ministero della Salute, si chiedevano chiarimenti circa i costi e le condizioni negoziate per l'acquisto.
Discorso valido, ovviamente e a maggior ragione, anche per il decreto Lorenzin. Alle dieci vaccinazioni obbligatorie per i minori da 0 a 16 anni introdotte dal provvedimento (antipoliomielitica, antidifterica, antitetanica, antiepatite B, antipertosse, anti Haemophilus infuenzae tipo B, antirosolia, antiparotite e antivaricella), la legge ne affianca altre quattro fortemente raccomandate (antimeningococcica B, antimeningococcica C, antipneumococcica e antirotavirus, tutte gratuite per i nati dal 2017, mentre solo le prime due per i nati dal 2012 al 2016).
Dalle cifre fornite alla Verità dall'Aifa, emerge che a fronte di un aumento considerevole della spesa vaccinale (+130 milioni di euro) corrisponde una diminuzione di ben 4 milioni di unità del numero totali di dosi giornaliere definite (Ddd, cioè l'unità di misura stabilita in modo convenzionale per quantificare e confrontare i consumi di un farmaco). Nel complesso, la spesa media per Ddd è passata dai 14,02 euro del 2016 ai 22,74 euro del 2017, vale a dire il 62% in più. Questo dato racchiude tutte le tipologie vaccinali, ma è prendendo in considerazione le varie categorie che si scoprono le cose più interessanti. Prima di tutto, la crescita maggiore l'hanno registrata i vaccini appartenenti alle categorie collegate all'obbligo, primi fra tutti quelli meningococcici (+84,1 milioni di euro, costo/Ddd +27,2%) e quelli morbillosi (+14,2 milioni di euro, costo/Ddd +33,2%). Colpisce inoltre, a fronte di una diminuzione di quasi 6 milioni di dosi dei vaccini influenzali, un aumento della spesa pari a 6,7 milioni di euro (+87,2%/Ddd). Nota a margine, la spesa è aumentata in valore assoluto per tutte le undici categorie prese in considerazione dall'Aifa. La spesa per dose infine, fatta eccezione per i vaccini pneumococcici (-0,6%), è cresciuta per tutte le tipologie.
Dati che da soli sarebbero sufficienti a far inarcare più di un sopracciglio, ma non è tutto. Dietro specifica richiesta, l'Aifa ha fornito alla Verità anche il dettaglio di spesa per singolo farmaco in commercio. L'intero podio è formato da vaccini antimeningococcici. Primo è il Bexsero (GlaxoSmithKline), per il quale il nostro servizio nazionale ha sganciato ben 60 milioni di euro in più (costo/Ddd +3,5%), seguito dal Menveo (Gsk, +16,2 milioni, costo/Ddd +11%) e dal Nimenrix (Pfizer +11,9 milioni, costo/Ddd +0,31%). Registrano incrementi milionari, tra gli altri, il tetravalente per morbillo, parotite, rosolia e varicella Priorix Tetra (Gsk, +9,37 milioni, costo/Ddd +7,08%), l'altro tetravalente Proquad (Merck, +3,6 milioni, costo/Ddd +9%) e l'esavalente polio, difterite, tetano, pertosse, Haemophilus B, epatite B Infanrix Hexa (Gsk, +3 milioni, costo/Ddd +4,6%). Nel complesso, risultano ben 17 i vaccini per i quali nel 2017 la differenza di spesa rispetto all'anno precedente è stata superiore al milione di euro.
Dallo spaccato per casa farmaceutica, a dividersi la torta sono cinque colossi. Il botto lo fa la britannica GlaxoSmithKline, che nel 2017 ha visto aumentare il volume dei farmaci acquistato dalla sanità pubblica di ben 97,4 milioni di euro. Per contro, Gsk ha aumentato il prezzo medio per dose del 25%. Seguono le americane Pfizer (+19,2 milioni, -0,22% per dose) e Merck (+8,85 milioni, +25,3% per dose), la francese Sanofi Pasteur (+4,8 milioni, +224% per dose) e Seqirus, joint venture tra l'australiana Biocls e la svizzera Novartis (+3,78 milioni, -10,87% per dose).
Visti i numeri, e in virtù del fatto che la legge assegnava all'Aifa il compito di sedersi al tavolo con le case farmaceutiche per negoziare prezzi migliori (con relativo risparmio per lo Stato), viene da chiedersi cosa sia andato storto. Ma questa è un'altra storia, che potrete leggere molto presto sulle nostre pagine.
Un contro manifesto smonta Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata».
Roberto Burioni proclama di voler difendere la scienza dalla superstizione, ma il suo fanatismo finisce per far diventare la fiducia stessa nella «sua» scienza una fede, qualcosa che non può essere messo in discussione, sostanzialmente una superstizione essa stessa, etichettando ogni ipotesi alternativa come «eretica», e pericolosa, secondo una consuetudine antica, quella che portava a bruciare sul rogo chiunque dubitasse, tanto per fare un esempio, del fatto che il sole girasse intorno alla terra.
Può essere letto così il «contropatto» che Ivan Cavicchi ha esposto sul blog che cura sul sito del Fatto Quotidiano, proprio in risposta a Burioni. Cavicchi insegna Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina alla facoltà di Medicina dell'università Tor Vergata di Roma, dopo essere stato docente alla Sapienza. È stato responsabile nazionale della Cgil per la sanità e direttore generale di Farmindustria dal 1996 al 2002. È autore di numerose pubblicazioni.
Cavicchi prende di mira il «patto» di Burioni, quello rivolto ai politici e firmato tra gli altri da Matteo Renzi e Beppe Grillo, che è stato benedetto anche dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. «Ci si può dividere su tutto», ha scritto Burioni, «ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base, perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani». Cavicchi demolisce la granitica fede di Burioni nella «sua» scienza .
«Evidentemente», scrive Cavicchi, «il proponente (Burioni, ndr) ha in testa una propria idea di scienza che per una infinità di ragioni, non è uguale a quella di milioni di persone e a quella di migliaia e migliaia di esperti; un'idea cioè che potrebbe essere persino contestata a causa soprattutto dei suoi anacronistici modi di essere. Attraverso il patto “contro la pseudo medicina", sottoscritto anche da Matteo Renzi e Beppe Grillo, si chiede alla politica l'impegno ad imporre al mondo intero una vecchia e superata idea di scienza solo perché chi la propone è del tutto incapace a cimentarsi nella sua ridefinizione. L'idea che ha Roberto Burioni non corrisponde in nulla a quello che oggi la filosofia della scienza definisce tale», argomenta Cavicchi, «ma è una vecchia forma di scientismo positivistico di stampo ottocentesco. Quindi una sorta di rottame d'altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva; conoscenza oggettiva dell'uomo, quindi del tutto impersonale; riduzione della persona ad organo; malattia ma non malato ma non contesto; proceduralismo».
La superstizione di Burioni è smascherata: quella che il novello «inquisitore» vuole difendere con l'aiuto della politica, per Cavicchi, è «una scienza dispotica, incapace di avere relazioni con gli altri, che pretende, esattamente come un secolo fa, una sottomissione totale alle sue evidenze e ai suoi standard. Questo nonostante le sue evidenze siano, dal punto di vista epistemologico, verità provvisorie e falsificabili e nonostante tutti gli standard siano regolarmente smentiti dai casi singoli, dalle specificità e dalle individualità. Se la scienza», prosegue Cavicchi, «anziché sforzarsi di ridefinirsi nelle complessità del mondo, dialogare con le persone, evolvere, ripensarsi, si limita a chiedere alle forze politiche di proteggere la sua invarianza cioè la sua refrattarietà al cambiamento è davvero un brutto segno. Vuol dire che questa scienza pensa di risolvere i suoi problemi paradigmatici con la forza in un momento in cui peraltro i medici e gli altri operatori hanno una credibilità sempre minore».
«Anche io», scrive Cavicchi, «farei un patto, non sulla scienza ma sul modo di intenderla e soprattutto sul modo di usarla». Questo è il suo contro-patto:
1 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a favorire il dialogo tra scienza e società a sostenere ogni forma di consenso informato, a favorire l'alleanza terapeutica, a fare in modo di corresponsabilizzare il cittadino nelle scelte scientifiche che riguardano la sua salute, a favorire il confronto attraverso relazioni di cura tra evidenze scientifiche e opinioni personali del cittadino con l'obiettivo sempre di co-decidere la scelta più razionale e più ragionevole quindi più conveniente per il cittadino.
2 Nessuna forza politica italiana e nessun cittadino responsabile si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di scientismo cioè concetti di scienza riduttivi, schematici, semplificanti, spersonalizzanti, disumani, cioè concetti di scienza con i paraocchi. La scienza è una conoscenza al servizio dell'uomo.
3 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l'operato degli scientisti, che, con le loro pulsioni autoritarie, stanno minando pericolosamente la fiducia delle persone nella medicina.
4 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a implementare programmi capillari d'informazione sulla scienza non per la popolazione, ma con la popolazione, a partire dalla scuola dell'obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità.
5 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano affinché si assicurino alla scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base.
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I calcoli dell'Aifa rivelano che la spesa è cresciuta di 130 milioni fra il 2016 e il 2017. La colpa non è dell'aumento del numero di immunizzazioni, ma del prezzo delle dosi, passato da 14,02 a 22,74 euro in media. Un affare per le multinazionali del farmaco.Un contro manifesto smonta Roberto Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata». Il docente e filosofo Ivan Cavicchi propone sul «Fatto» un documento alternativo a quello del medico: «Gli esperti dialoghino di più». Lo speciale comprende due articoli.Quello appena trascorso è stato il primo anno intero da quando è entrato in vigore l'obbligo vaccinale, introdotto nel luglio del 2017 con la trasformazione in legge del decreto Lorenzin. Le cifre contenute nel rapporto Osmed diffuso nel luglio scorso dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) parlano chiaro: la spesa per vaccini a carico del Servizio sanitario nazionale (e dunque di tutti i cittadini che pagano le tasse) è lievitata del 36%, passando dai 358 milioni del 2016 ai 487,4 del 2017. Un incremento prevedibile, dal momento che la norma ha esteso notevolmente e in un colpo solo la platea dei fruitori di questa tipologia di farmaci. Ciò che non emerge dalle statistiche ufficiali, tuttavia, è chi tra gli operatori del ristretto mercato del settore (formato da una manciata di grosse case farmaceutiche) abbia beneficiato maggiormente di questo repentino e considerevole aumento dei volumi. Si tratta di un interrogativo lecito, se consideriamo che quei denari provengono dalla collettività. Grazie a un incessante lavoro di pressing sull'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), La Verità è riuscita a ottenere dati preziosi che consentono di farsi un'idea ben precisa della posta in gioco. Come prima cosa, occorre tenere a mente che qualsiasi modifica dell'offerta vaccinale comporta potenzialmente importanti ripercussioni sulla spesa pubblica. Un aspetto del quale, di tanto in tanto, tiene conto anche la politica. Come nel caso dell'interrogazione presentata in Senato il 15 ottobre 2015, primo firmatario Gianpiero Dalla Zuanna, nella quale in previsione della «rilevante espansione dell'offerta vaccinale definita a livello nazionale» allo studio del ministero della Salute, si chiedevano chiarimenti circa i costi e le condizioni negoziate per l'acquisto.Discorso valido, ovviamente e a maggior ragione, anche per il decreto Lorenzin. Alle dieci vaccinazioni obbligatorie per i minori da 0 a 16 anni introdotte dal provvedimento (antipoliomielitica, antidifterica, antitetanica, antiepatite B, antipertosse, anti Haemophilus infuenzae tipo B, antirosolia, antiparotite e antivaricella), la legge ne affianca altre quattro fortemente raccomandate (antimeningococcica B, antimeningococcica C, antipneumococcica e antirotavirus, tutte gratuite per i nati dal 2017, mentre solo le prime due per i nati dal 2012 al 2016).Dalle cifre fornite alla Verità dall'Aifa, emerge che a fronte di un aumento considerevole della spesa vaccinale (+130 milioni di euro) corrisponde una diminuzione di ben 4 milioni di unità del numero totali di dosi giornaliere definite (Ddd, cioè l'unità di misura stabilita in modo convenzionale per quantificare e confrontare i consumi di un farmaco). Nel complesso, la spesa media per Ddd è passata dai 14,02 euro del 2016 ai 22,74 euro del 2017, vale a dire il 62% in più. Questo dato racchiude tutte le tipologie vaccinali, ma è prendendo in considerazione le varie categorie che si scoprono le cose più interessanti. Prima di tutto, la crescita maggiore l'hanno registrata i vaccini appartenenti alle categorie collegate all'obbligo, primi fra tutti quelli meningococcici (+84,1 milioni di euro, costo/Ddd +27,2%) e quelli morbillosi (+14,2 milioni di euro, costo/Ddd +33,2%). Colpisce inoltre, a fronte di una diminuzione di quasi 6 milioni di dosi dei vaccini influenzali, un aumento della spesa pari a 6,7 milioni di euro (+87,2%/Ddd). Nota a margine, la spesa è aumentata in valore assoluto per tutte le undici categorie prese in considerazione dall'Aifa. La spesa per dose infine, fatta eccezione per i vaccini pneumococcici (-0,6%), è cresciuta per tutte le tipologie.Dati che da soli sarebbero sufficienti a far inarcare più di un sopracciglio, ma non è tutto. Dietro specifica richiesta, l'Aifa ha fornito alla Verità anche il dettaglio di spesa per singolo farmaco in commercio. L'intero podio è formato da vaccini antimeningococcici. Primo è il Bexsero (GlaxoSmithKline), per il quale il nostro servizio nazionale ha sganciato ben 60 milioni di euro in più (costo/Ddd +3,5%), seguito dal Menveo (Gsk, +16,2 milioni, costo/Ddd +11%) e dal Nimenrix (Pfizer +11,9 milioni, costo/Ddd +0,31%). Registrano incrementi milionari, tra gli altri, il tetravalente per morbillo, parotite, rosolia e varicella Priorix Tetra (Gsk, +9,37 milioni, costo/Ddd +7,08%), l'altro tetravalente Proquad (Merck, +3,6 milioni, costo/Ddd +9%) e l'esavalente polio, difterite, tetano, pertosse, Haemophilus B, epatite B Infanrix Hexa (Gsk, +3 milioni, costo/Ddd +4,6%). Nel complesso, risultano ben 17 i vaccini per i quali nel 2017 la differenza di spesa rispetto all'anno precedente è stata superiore al milione di euro.Dallo spaccato per casa farmaceutica, a dividersi la torta sono cinque colossi. Il botto lo fa la britannica GlaxoSmithKline, che nel 2017 ha visto aumentare il volume dei farmaci acquistato dalla sanità pubblica di ben 97,4 milioni di euro. Per contro, Gsk ha aumentato il prezzo medio per dose del 25%. Seguono le americane Pfizer (+19,2 milioni, -0,22% per dose) e Merck (+8,85 milioni, +25,3% per dose), la francese Sanofi Pasteur (+4,8 milioni, +224% per dose) e Seqirus, joint venture tra l'australiana Biocls e la svizzera Novartis (+3,78 milioni, -10,87% per dose).Visti i numeri, e in virtù del fatto che la legge assegnava all'Aifa il compito di sedersi al tavolo con le case farmaceutiche per negoziare prezzi migliori (con relativo risparmio per lo Stato), viene da chiedersi cosa sia andato storto. Ma questa è un'altra storia, che potrete leggere molto presto sulle nostre pagine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-lobbligo-i-vaccini-costano-il-62-in-piu-2626188778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-contro-manifesto-smonta-burioni-ha-un-idea-di-scienza-del-tutto-superata" data-post-id="2626188778" data-published-at="1778415116" data-use-pagination="False"> Un contro manifesto smonta Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata». Roberto Burioni proclama di voler difendere la scienza dalla superstizione, ma il suo fanatismo finisce per far diventare la fiducia stessa nella «sua» scienza una fede, qualcosa che non può essere messo in discussione, sostanzialmente una superstizione essa stessa, etichettando ogni ipotesi alternativa come «eretica», e pericolosa, secondo una consuetudine antica, quella che portava a bruciare sul rogo chiunque dubitasse, tanto per fare un esempio, del fatto che il sole girasse intorno alla terra. Può essere letto così il «contropatto» che Ivan Cavicchi ha esposto sul blog che cura sul sito del Fatto Quotidiano, proprio in risposta a Burioni. Cavicchi insegna Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina alla facoltà di Medicina dell'università Tor Vergata di Roma, dopo essere stato docente alla Sapienza. È stato responsabile nazionale della Cgil per la sanità e direttore generale di Farmindustria dal 1996 al 2002. È autore di numerose pubblicazioni. Cavicchi prende di mira il «patto» di Burioni, quello rivolto ai politici e firmato tra gli altri da Matteo Renzi e Beppe Grillo, che è stato benedetto anche dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. «Ci si può dividere su tutto», ha scritto Burioni, «ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base, perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani». Cavicchi demolisce la granitica fede di Burioni nella «sua» scienza . «Evidentemente», scrive Cavicchi, «il proponente (Burioni, ndr) ha in testa una propria idea di scienza che per una infinità di ragioni, non è uguale a quella di milioni di persone e a quella di migliaia e migliaia di esperti; un'idea cioè che potrebbe essere persino contestata a causa soprattutto dei suoi anacronistici modi di essere. Attraverso il patto “contro la pseudo medicina", sottoscritto anche da Matteo Renzi e Beppe Grillo, si chiede alla politica l'impegno ad imporre al mondo intero una vecchia e superata idea di scienza solo perché chi la propone è del tutto incapace a cimentarsi nella sua ridefinizione. L'idea che ha Roberto Burioni non corrisponde in nulla a quello che oggi la filosofia della scienza definisce tale», argomenta Cavicchi, «ma è una vecchia forma di scientismo positivistico di stampo ottocentesco. Quindi una sorta di rottame d'altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva; conoscenza oggettiva dell'uomo, quindi del tutto impersonale; riduzione della persona ad organo; malattia ma non malato ma non contesto; proceduralismo». La superstizione di Burioni è smascherata: quella che il novello «inquisitore» vuole difendere con l'aiuto della politica, per Cavicchi, è «una scienza dispotica, incapace di avere relazioni con gli altri, che pretende, esattamente come un secolo fa, una sottomissione totale alle sue evidenze e ai suoi standard. Questo nonostante le sue evidenze siano, dal punto di vista epistemologico, verità provvisorie e falsificabili e nonostante tutti gli standard siano regolarmente smentiti dai casi singoli, dalle specificità e dalle individualità. Se la scienza», prosegue Cavicchi, «anziché sforzarsi di ridefinirsi nelle complessità del mondo, dialogare con le persone, evolvere, ripensarsi, si limita a chiedere alle forze politiche di proteggere la sua invarianza cioè la sua refrattarietà al cambiamento è davvero un brutto segno. Vuol dire che questa scienza pensa di risolvere i suoi problemi paradigmatici con la forza in un momento in cui peraltro i medici e gli altri operatori hanno una credibilità sempre minore». «Anche io», scrive Cavicchi, «farei un patto, non sulla scienza ma sul modo di intenderla e soprattutto sul modo di usarla». Questo è il suo contro-patto: 1 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a favorire il dialogo tra scienza e società a sostenere ogni forma di consenso informato, a favorire l'alleanza terapeutica, a fare in modo di corresponsabilizzare il cittadino nelle scelte scientifiche che riguardano la sua salute, a favorire il confronto attraverso relazioni di cura tra evidenze scientifiche e opinioni personali del cittadino con l'obiettivo sempre di co-decidere la scelta più razionale e più ragionevole quindi più conveniente per il cittadino. 2 Nessuna forza politica italiana e nessun cittadino responsabile si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di scientismo cioè concetti di scienza riduttivi, schematici, semplificanti, spersonalizzanti, disumani, cioè concetti di scienza con i paraocchi. La scienza è una conoscenza al servizio dell'uomo. 3 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l'operato degli scientisti, che, con le loro pulsioni autoritarie, stanno minando pericolosamente la fiducia delle persone nella medicina. 4 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a implementare programmi capillari d'informazione sulla scienza non per la popolazione, ma con la popolazione, a partire dalla scuola dell'obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità. 5 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano affinché si assicurino alla scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base.
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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