True
2019-01-17
Prima l’obbligo, poi la stangata. Prezzo dei vaccini su del 62%
Quello appena trascorso è stato il primo anno intero da quando è entrato in vigore l'obbligo vaccinale, introdotto nel luglio del 2017 con la trasformazione in legge del decreto Lorenzin. Le cifre contenute nel rapporto Osmed diffuso nel luglio scorso dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) parlano chiaro: la spesa per vaccini a carico del Servizio sanitario nazionale (e dunque di tutti i cittadini che pagano le tasse) è lievitata del 36%, passando dai 358 milioni del 2016 ai 487,4 del 2017. Un incremento prevedibile, dal momento che la norma ha esteso notevolmente e in un colpo solo la platea dei fruitori di questa tipologia di farmaci.
Ciò che non emerge dalle statistiche ufficiali, tuttavia, è chi tra gli operatori del ristretto mercato del settore (formato da una manciata di grosse case farmaceutiche) abbia beneficiato maggiormente di questo repentino e considerevole aumento dei volumi. Si tratta di un interrogativo lecito, se consideriamo che quei denari provengono dalla collettività.
Grazie a un incessante lavoro di pressing sull'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), La Verità è riuscita a ottenere dati preziosi che consentono di farsi un'idea ben precisa della posta in gioco. Come prima cosa, occorre tenere a mente che qualsiasi modifica dell'offerta vaccinale comporta potenzialmente importanti ripercussioni sulla spesa pubblica. Un aspetto del quale, di tanto in tanto, tiene conto anche la politica. Come nel caso dell'interrogazione presentata in Senato il 15 ottobre 2015, primo firmatario Gianpiero Dalla Zuanna, nella quale in previsione della «rilevante espansione dell'offerta vaccinale definita a livello nazionale» allo studio del ministero della Salute, si chiedevano chiarimenti circa i costi e le condizioni negoziate per l'acquisto.
Discorso valido, ovviamente e a maggior ragione, anche per il decreto Lorenzin. Alle dieci vaccinazioni obbligatorie per i minori da 0 a 16 anni introdotte dal provvedimento (antipoliomielitica, antidifterica, antitetanica, antiepatite B, antipertosse, anti Haemophilus infuenzae tipo B, antirosolia, antiparotite e antivaricella), la legge ne affianca altre quattro fortemente raccomandate (antimeningococcica B, antimeningococcica C, antipneumococcica e antirotavirus, tutte gratuite per i nati dal 2017, mentre solo le prime due per i nati dal 2012 al 2016).
Dalle cifre fornite alla Verità dall'Aifa, emerge che a fronte di un aumento considerevole della spesa vaccinale (+130 milioni di euro) corrisponde una diminuzione di ben 4 milioni di unità del numero totali di dosi giornaliere definite (Ddd, cioè l'unità di misura stabilita in modo convenzionale per quantificare e confrontare i consumi di un farmaco). Nel complesso, la spesa media per Ddd è passata dai 14,02 euro del 2016 ai 22,74 euro del 2017, vale a dire il 62% in più. Questo dato racchiude tutte le tipologie vaccinali, ma è prendendo in considerazione le varie categorie che si scoprono le cose più interessanti. Prima di tutto, la crescita maggiore l'hanno registrata i vaccini appartenenti alle categorie collegate all'obbligo, primi fra tutti quelli meningococcici (+84,1 milioni di euro, costo/Ddd +27,2%) e quelli morbillosi (+14,2 milioni di euro, costo/Ddd +33,2%). Colpisce inoltre, a fronte di una diminuzione di quasi 6 milioni di dosi dei vaccini influenzali, un aumento della spesa pari a 6,7 milioni di euro (+87,2%/Ddd). Nota a margine, la spesa è aumentata in valore assoluto per tutte le undici categorie prese in considerazione dall'Aifa. La spesa per dose infine, fatta eccezione per i vaccini pneumococcici (-0,6%), è cresciuta per tutte le tipologie.
Dati che da soli sarebbero sufficienti a far inarcare più di un sopracciglio, ma non è tutto. Dietro specifica richiesta, l'Aifa ha fornito alla Verità anche il dettaglio di spesa per singolo farmaco in commercio. L'intero podio è formato da vaccini antimeningococcici. Primo è il Bexsero (GlaxoSmithKline), per il quale il nostro servizio nazionale ha sganciato ben 60 milioni di euro in più (costo/Ddd +3,5%), seguito dal Menveo (Gsk, +16,2 milioni, costo/Ddd +11%) e dal Nimenrix (Pfizer +11,9 milioni, costo/Ddd +0,31%). Registrano incrementi milionari, tra gli altri, il tetravalente per morbillo, parotite, rosolia e varicella Priorix Tetra (Gsk, +9,37 milioni, costo/Ddd +7,08%), l'altro tetravalente Proquad (Merck, +3,6 milioni, costo/Ddd +9%) e l'esavalente polio, difterite, tetano, pertosse, Haemophilus B, epatite B Infanrix Hexa (Gsk, +3 milioni, costo/Ddd +4,6%). Nel complesso, risultano ben 17 i vaccini per i quali nel 2017 la differenza di spesa rispetto all'anno precedente è stata superiore al milione di euro.
Dallo spaccato per casa farmaceutica, a dividersi la torta sono cinque colossi. Il botto lo fa la britannica GlaxoSmithKline, che nel 2017 ha visto aumentare il volume dei farmaci acquistato dalla sanità pubblica di ben 97,4 milioni di euro. Per contro, Gsk ha aumentato il prezzo medio per dose del 25%. Seguono le americane Pfizer (+19,2 milioni, -0,22% per dose) e Merck (+8,85 milioni, +25,3% per dose), la francese Sanofi Pasteur (+4,8 milioni, +224% per dose) e Seqirus, joint venture tra l'australiana Biocls e la svizzera Novartis (+3,78 milioni, -10,87% per dose).
Visti i numeri, e in virtù del fatto che la legge assegnava all'Aifa il compito di sedersi al tavolo con le case farmaceutiche per negoziare prezzi migliori (con relativo risparmio per lo Stato), viene da chiedersi cosa sia andato storto. Ma questa è un'altra storia, che potrete leggere molto presto sulle nostre pagine.
Un contro manifesto smonta Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata».
Roberto Burioni proclama di voler difendere la scienza dalla superstizione, ma il suo fanatismo finisce per far diventare la fiducia stessa nella «sua» scienza una fede, qualcosa che non può essere messo in discussione, sostanzialmente una superstizione essa stessa, etichettando ogni ipotesi alternativa come «eretica», e pericolosa, secondo una consuetudine antica, quella che portava a bruciare sul rogo chiunque dubitasse, tanto per fare un esempio, del fatto che il sole girasse intorno alla terra.
Può essere letto così il «contropatto» che Ivan Cavicchi ha esposto sul blog che cura sul sito del Fatto Quotidiano, proprio in risposta a Burioni. Cavicchi insegna Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina alla facoltà di Medicina dell'università Tor Vergata di Roma, dopo essere stato docente alla Sapienza. È stato responsabile nazionale della Cgil per la sanità e direttore generale di Farmindustria dal 1996 al 2002. È autore di numerose pubblicazioni.
Cavicchi prende di mira il «patto» di Burioni, quello rivolto ai politici e firmato tra gli altri da Matteo Renzi e Beppe Grillo, che è stato benedetto anche dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. «Ci si può dividere su tutto», ha scritto Burioni, «ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base, perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani». Cavicchi demolisce la granitica fede di Burioni nella «sua» scienza .
«Evidentemente», scrive Cavicchi, «il proponente (Burioni, ndr) ha in testa una propria idea di scienza che per una infinità di ragioni, non è uguale a quella di milioni di persone e a quella di migliaia e migliaia di esperti; un'idea cioè che potrebbe essere persino contestata a causa soprattutto dei suoi anacronistici modi di essere. Attraverso il patto “contro la pseudo medicina", sottoscritto anche da Matteo Renzi e Beppe Grillo, si chiede alla politica l'impegno ad imporre al mondo intero una vecchia e superata idea di scienza solo perché chi la propone è del tutto incapace a cimentarsi nella sua ridefinizione. L'idea che ha Roberto Burioni non corrisponde in nulla a quello che oggi la filosofia della scienza definisce tale», argomenta Cavicchi, «ma è una vecchia forma di scientismo positivistico di stampo ottocentesco. Quindi una sorta di rottame d'altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva; conoscenza oggettiva dell'uomo, quindi del tutto impersonale; riduzione della persona ad organo; malattia ma non malato ma non contesto; proceduralismo».
La superstizione di Burioni è smascherata: quella che il novello «inquisitore» vuole difendere con l'aiuto della politica, per Cavicchi, è «una scienza dispotica, incapace di avere relazioni con gli altri, che pretende, esattamente come un secolo fa, una sottomissione totale alle sue evidenze e ai suoi standard. Questo nonostante le sue evidenze siano, dal punto di vista epistemologico, verità provvisorie e falsificabili e nonostante tutti gli standard siano regolarmente smentiti dai casi singoli, dalle specificità e dalle individualità. Se la scienza», prosegue Cavicchi, «anziché sforzarsi di ridefinirsi nelle complessità del mondo, dialogare con le persone, evolvere, ripensarsi, si limita a chiedere alle forze politiche di proteggere la sua invarianza cioè la sua refrattarietà al cambiamento è davvero un brutto segno. Vuol dire che questa scienza pensa di risolvere i suoi problemi paradigmatici con la forza in un momento in cui peraltro i medici e gli altri operatori hanno una credibilità sempre minore».
«Anche io», scrive Cavicchi, «farei un patto, non sulla scienza ma sul modo di intenderla e soprattutto sul modo di usarla». Questo è il suo contro-patto:
1 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a favorire il dialogo tra scienza e società a sostenere ogni forma di consenso informato, a favorire l'alleanza terapeutica, a fare in modo di corresponsabilizzare il cittadino nelle scelte scientifiche che riguardano la sua salute, a favorire il confronto attraverso relazioni di cura tra evidenze scientifiche e opinioni personali del cittadino con l'obiettivo sempre di co-decidere la scelta più razionale e più ragionevole quindi più conveniente per il cittadino.
2 Nessuna forza politica italiana e nessun cittadino responsabile si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di scientismo cioè concetti di scienza riduttivi, schematici, semplificanti, spersonalizzanti, disumani, cioè concetti di scienza con i paraocchi. La scienza è una conoscenza al servizio dell'uomo.
3 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l'operato degli scientisti, che, con le loro pulsioni autoritarie, stanno minando pericolosamente la fiducia delle persone nella medicina.
4 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a implementare programmi capillari d'informazione sulla scienza non per la popolazione, ma con la popolazione, a partire dalla scuola dell'obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità.
5 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano affinché si assicurino alla scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base.
Continua a leggereRiduci
I calcoli dell'Aifa rivelano che la spesa è cresciuta di 130 milioni fra il 2016 e il 2017. La colpa non è dell'aumento del numero di immunizzazioni, ma del prezzo delle dosi, passato da 14,02 a 22,74 euro in media. Un affare per le multinazionali del farmaco.Un contro manifesto smonta Roberto Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata». Il docente e filosofo Ivan Cavicchi propone sul «Fatto» un documento alternativo a quello del medico: «Gli esperti dialoghino di più». Lo speciale comprende due articoli.Quello appena trascorso è stato il primo anno intero da quando è entrato in vigore l'obbligo vaccinale, introdotto nel luglio del 2017 con la trasformazione in legge del decreto Lorenzin. Le cifre contenute nel rapporto Osmed diffuso nel luglio scorso dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) parlano chiaro: la spesa per vaccini a carico del Servizio sanitario nazionale (e dunque di tutti i cittadini che pagano le tasse) è lievitata del 36%, passando dai 358 milioni del 2016 ai 487,4 del 2017. Un incremento prevedibile, dal momento che la norma ha esteso notevolmente e in un colpo solo la platea dei fruitori di questa tipologia di farmaci. Ciò che non emerge dalle statistiche ufficiali, tuttavia, è chi tra gli operatori del ristretto mercato del settore (formato da una manciata di grosse case farmaceutiche) abbia beneficiato maggiormente di questo repentino e considerevole aumento dei volumi. Si tratta di un interrogativo lecito, se consideriamo che quei denari provengono dalla collettività. Grazie a un incessante lavoro di pressing sull'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), La Verità è riuscita a ottenere dati preziosi che consentono di farsi un'idea ben precisa della posta in gioco. Come prima cosa, occorre tenere a mente che qualsiasi modifica dell'offerta vaccinale comporta potenzialmente importanti ripercussioni sulla spesa pubblica. Un aspetto del quale, di tanto in tanto, tiene conto anche la politica. Come nel caso dell'interrogazione presentata in Senato il 15 ottobre 2015, primo firmatario Gianpiero Dalla Zuanna, nella quale in previsione della «rilevante espansione dell'offerta vaccinale definita a livello nazionale» allo studio del ministero della Salute, si chiedevano chiarimenti circa i costi e le condizioni negoziate per l'acquisto.Discorso valido, ovviamente e a maggior ragione, anche per il decreto Lorenzin. Alle dieci vaccinazioni obbligatorie per i minori da 0 a 16 anni introdotte dal provvedimento (antipoliomielitica, antidifterica, antitetanica, antiepatite B, antipertosse, anti Haemophilus infuenzae tipo B, antirosolia, antiparotite e antivaricella), la legge ne affianca altre quattro fortemente raccomandate (antimeningococcica B, antimeningococcica C, antipneumococcica e antirotavirus, tutte gratuite per i nati dal 2017, mentre solo le prime due per i nati dal 2012 al 2016).Dalle cifre fornite alla Verità dall'Aifa, emerge che a fronte di un aumento considerevole della spesa vaccinale (+130 milioni di euro) corrisponde una diminuzione di ben 4 milioni di unità del numero totali di dosi giornaliere definite (Ddd, cioè l'unità di misura stabilita in modo convenzionale per quantificare e confrontare i consumi di un farmaco). Nel complesso, la spesa media per Ddd è passata dai 14,02 euro del 2016 ai 22,74 euro del 2017, vale a dire il 62% in più. Questo dato racchiude tutte le tipologie vaccinali, ma è prendendo in considerazione le varie categorie che si scoprono le cose più interessanti. Prima di tutto, la crescita maggiore l'hanno registrata i vaccini appartenenti alle categorie collegate all'obbligo, primi fra tutti quelli meningococcici (+84,1 milioni di euro, costo/Ddd +27,2%) e quelli morbillosi (+14,2 milioni di euro, costo/Ddd +33,2%). Colpisce inoltre, a fronte di una diminuzione di quasi 6 milioni di dosi dei vaccini influenzali, un aumento della spesa pari a 6,7 milioni di euro (+87,2%/Ddd). Nota a margine, la spesa è aumentata in valore assoluto per tutte le undici categorie prese in considerazione dall'Aifa. La spesa per dose infine, fatta eccezione per i vaccini pneumococcici (-0,6%), è cresciuta per tutte le tipologie.Dati che da soli sarebbero sufficienti a far inarcare più di un sopracciglio, ma non è tutto. Dietro specifica richiesta, l'Aifa ha fornito alla Verità anche il dettaglio di spesa per singolo farmaco in commercio. L'intero podio è formato da vaccini antimeningococcici. Primo è il Bexsero (GlaxoSmithKline), per il quale il nostro servizio nazionale ha sganciato ben 60 milioni di euro in più (costo/Ddd +3,5%), seguito dal Menveo (Gsk, +16,2 milioni, costo/Ddd +11%) e dal Nimenrix (Pfizer +11,9 milioni, costo/Ddd +0,31%). Registrano incrementi milionari, tra gli altri, il tetravalente per morbillo, parotite, rosolia e varicella Priorix Tetra (Gsk, +9,37 milioni, costo/Ddd +7,08%), l'altro tetravalente Proquad (Merck, +3,6 milioni, costo/Ddd +9%) e l'esavalente polio, difterite, tetano, pertosse, Haemophilus B, epatite B Infanrix Hexa (Gsk, +3 milioni, costo/Ddd +4,6%). Nel complesso, risultano ben 17 i vaccini per i quali nel 2017 la differenza di spesa rispetto all'anno precedente è stata superiore al milione di euro.Dallo spaccato per casa farmaceutica, a dividersi la torta sono cinque colossi. Il botto lo fa la britannica GlaxoSmithKline, che nel 2017 ha visto aumentare il volume dei farmaci acquistato dalla sanità pubblica di ben 97,4 milioni di euro. Per contro, Gsk ha aumentato il prezzo medio per dose del 25%. Seguono le americane Pfizer (+19,2 milioni, -0,22% per dose) e Merck (+8,85 milioni, +25,3% per dose), la francese Sanofi Pasteur (+4,8 milioni, +224% per dose) e Seqirus, joint venture tra l'australiana Biocls e la svizzera Novartis (+3,78 milioni, -10,87% per dose).Visti i numeri, e in virtù del fatto che la legge assegnava all'Aifa il compito di sedersi al tavolo con le case farmaceutiche per negoziare prezzi migliori (con relativo risparmio per lo Stato), viene da chiedersi cosa sia andato storto. Ma questa è un'altra storia, che potrete leggere molto presto sulle nostre pagine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-lobbligo-i-vaccini-costano-il-62-in-piu-2626188778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-contro-manifesto-smonta-burioni-ha-un-idea-di-scienza-del-tutto-superata" data-post-id="2626188778" data-published-at="1779396738" data-use-pagination="False"> Un contro manifesto smonta Burioni: «Ha un'idea di scienza del tutto superata». Roberto Burioni proclama di voler difendere la scienza dalla superstizione, ma il suo fanatismo finisce per far diventare la fiducia stessa nella «sua» scienza una fede, qualcosa che non può essere messo in discussione, sostanzialmente una superstizione essa stessa, etichettando ogni ipotesi alternativa come «eretica», e pericolosa, secondo una consuetudine antica, quella che portava a bruciare sul rogo chiunque dubitasse, tanto per fare un esempio, del fatto che il sole girasse intorno alla terra. Può essere letto così il «contropatto» che Ivan Cavicchi ha esposto sul blog che cura sul sito del Fatto Quotidiano, proprio in risposta a Burioni. Cavicchi insegna Sociologia delle organizzazioni sanitarie e Filosofia della medicina alla facoltà di Medicina dell'università Tor Vergata di Roma, dopo essere stato docente alla Sapienza. È stato responsabile nazionale della Cgil per la sanità e direttore generale di Farmindustria dal 1996 al 2002. È autore di numerose pubblicazioni. Cavicchi prende di mira il «patto» di Burioni, quello rivolto ai politici e firmato tra gli altri da Matteo Renzi e Beppe Grillo, che è stato benedetto anche dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. «Ci si può dividere su tutto», ha scritto Burioni, «ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base, perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani». Cavicchi demolisce la granitica fede di Burioni nella «sua» scienza . «Evidentemente», scrive Cavicchi, «il proponente (Burioni, ndr) ha in testa una propria idea di scienza che per una infinità di ragioni, non è uguale a quella di milioni di persone e a quella di migliaia e migliaia di esperti; un'idea cioè che potrebbe essere persino contestata a causa soprattutto dei suoi anacronistici modi di essere. Attraverso il patto “contro la pseudo medicina", sottoscritto anche da Matteo Renzi e Beppe Grillo, si chiede alla politica l'impegno ad imporre al mondo intero una vecchia e superata idea di scienza solo perché chi la propone è del tutto incapace a cimentarsi nella sua ridefinizione. L'idea che ha Roberto Burioni non corrisponde in nulla a quello che oggi la filosofia della scienza definisce tale», argomenta Cavicchi, «ma è una vecchia forma di scientismo positivistico di stampo ottocentesco. Quindi una sorta di rottame d'altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva; conoscenza oggettiva dell'uomo, quindi del tutto impersonale; riduzione della persona ad organo; malattia ma non malato ma non contesto; proceduralismo». La superstizione di Burioni è smascherata: quella che il novello «inquisitore» vuole difendere con l'aiuto della politica, per Cavicchi, è «una scienza dispotica, incapace di avere relazioni con gli altri, che pretende, esattamente come un secolo fa, una sottomissione totale alle sue evidenze e ai suoi standard. Questo nonostante le sue evidenze siano, dal punto di vista epistemologico, verità provvisorie e falsificabili e nonostante tutti gli standard siano regolarmente smentiti dai casi singoli, dalle specificità e dalle individualità. Se la scienza», prosegue Cavicchi, «anziché sforzarsi di ridefinirsi nelle complessità del mondo, dialogare con le persone, evolvere, ripensarsi, si limita a chiedere alle forze politiche di proteggere la sua invarianza cioè la sua refrattarietà al cambiamento è davvero un brutto segno. Vuol dire che questa scienza pensa di risolvere i suoi problemi paradigmatici con la forza in un momento in cui peraltro i medici e gli altri operatori hanno una credibilità sempre minore». «Anche io», scrive Cavicchi, «farei un patto, non sulla scienza ma sul modo di intenderla e soprattutto sul modo di usarla». Questo è il suo contro-patto: 1 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a favorire il dialogo tra scienza e società a sostenere ogni forma di consenso informato, a favorire l'alleanza terapeutica, a fare in modo di corresponsabilizzare il cittadino nelle scelte scientifiche che riguardano la sua salute, a favorire il confronto attraverso relazioni di cura tra evidenze scientifiche e opinioni personali del cittadino con l'obiettivo sempre di co-decidere la scelta più razionale e più ragionevole quindi più conveniente per il cittadino. 2 Nessuna forza politica italiana e nessun cittadino responsabile si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di scientismo cioè concetti di scienza riduttivi, schematici, semplificanti, spersonalizzanti, disumani, cioè concetti di scienza con i paraocchi. La scienza è una conoscenza al servizio dell'uomo. 3 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l'operato degli scientisti, che, con le loro pulsioni autoritarie, stanno minando pericolosamente la fiducia delle persone nella medicina. 4 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano a implementare programmi capillari d'informazione sulla scienza non per la popolazione, ma con la popolazione, a partire dalla scuola dell'obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità. 5 Tutte le forze politiche italiane s'impegnano affinché si assicurino alla scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi ministeriali per la ricerca biomedica di base.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
Continua a leggereRiduci
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci