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2022-11-27
Dopo la figuraccia sul tetto del gas l’Ue ripete il balletto pure per il petrolio
Ursula von der Leyen (Ansa)
L’Unione europea vive uno dei suoi momenti più difficili. Le contraddizioni insite nel modello politico ed economico europeo stanno esplodendo man mano che gli shock esterni ne mettono alla prova la tenuta. La vicenda del grottesco nulla di fatto di tre giorni fa sul tetto al prezzo del gas è emblematica della crisi istituzionale europea. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Energia degli Stati membri, il ministro per la Transizione ecologica francese, Agnès Pannier-Runacher, ha affermato che «la Commissione europea dovrà fare nuove proposte». A stretto giro le ha risposto però il portavoce della Commissione, Eric Mamer: «La Commissione ha presentato una proposta e spetta al Consiglio decidere. Non abbiamo assolutamente dato alcun segnale che metteremo un’altra proposta sul tavolo». Il messaggio di Mamer è chiaro: la Commissione ha fatto il proprio dovere, ha fornito agli Stati quanto richiesto dal Consiglio del 20 ottobre scorso, cioè un meccanismo di correzione dei prezzi che non abbia impatti negativi sugli approvvigionamenti. Poco importa che questo significhi la sua virtuale impraticabilità: se non piace ad alcuni Stati, è un problema del Consiglio. Un modo assai sbrigativo per uscire dall’impasse, che ora però si trasferisce all’interno del Consiglio stesso. Ursula von der Leyen ha lanciato la palla (avvelenata) nel campo di Charles Michel e attende. Da qui al 13 dicembre saranno gli Stati membri che dovranno trovare un accordo. La Germania, cui la proposta della Commissione è piaciuta, resta contraria in generale al tetto, ma il fronte di 15 Paesi tra cui l’Italia ha ora legato l’approvazione degli acquisti congiunti di gas, che interessano alla Germania all’approvazione del price cap. Una condizionalità che rende la trattativa ancora più piccante.
Ma non finisce qui. Ursula von der Leyen ha affermato in una conferenza stampa durante la sua visita in Finlandia che l’Ue sta «lavorando a tutta velocità al nono pacchetto di sanzioni e approveremo molto presto un price cap sul petrolio russo con il G7 e gli altri principali alleati». Posto che dal 5 dicembre l’Unione smetterà di importare petrolio e derivati dalla Russia, si tratta di un elemento marginale ai fini dei consumi europei ma rilevante in termini di commercio mondiale. Anche qui, è scontro. Da una parte la Commissione, che propone 70 dollari al barile come prezzo massimo. Dall’altra, Polonia e Paesi baltici che premono per abbassare il tetto a un punitivo 30 dollari al barile. Nel mezzo, l’Ungheria, che ha già ottenuto un’esenzione dall’applicare qualsiasi sanzione al petrolio russo.
A questo quadro già frammentato si sovrappone la questione dei migranti e della mala gestio europea, che sin qui ha generato scontento. Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei tenutosi venerdì si è occupato proprio di migranti e ha sancito (si fa per dire) che l’apertura di porti sicuri è un obbligo, che le Ong andranno in qualche modo regolamentate e infine che l’Unione europea non è competente sul tema (sic) ma che un compromesso in sede europea è possibile.
Bizzarro che l’Unione europea si dichiari incompetente su un tema che riguarda non solo la difesa dei confini esterni, ma anche l’equilibrio sociale ed economico interno degli stati membri. A quanto pare, il vecchio (e cinico) adagio di Jean Monnet secondo cui l’Europa «sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi» è vero solo per certe crisi. Evidentemente quella dei migranti, per Bruxelles, non è una crisi per cui valga la pena «forgiare» alcunché. Non ci si spiega allora perché attendere che l’Unione europea faccia qualcosa, visto che non può e non vuole farlo: sui migranti ha dichiarato la propria inutilità.
La pressione della realtà sulla farraginosa macchina unionista però si fa sentire. Da una parte la crisi energetica, dall’altra le sanzioni applicate alla Russia, che certo la danneggiano nel lungo termine ma che all’Europa richiedono un immediato e pesantissimo tributo. Ancora, i migranti che premono sulle due rotte, quella mediterranea e quella dei Balcani. La casa comune scricchiola. Alcuni osservatori indicano nel meccanismo della unanimità tra Stati il problema dello stallo in cui si trova l’Unione attualmente. Ma se passasse il concetto che le decisioni in Europa si prendono a maggioranza, lo stallo si trasformerebbe nel dominio di una maggioranza consolidata di cui, siamo certi, l’Italia non farebbe parte, per molti temi e in molti campi.
La realtà della guerra russo-ucraina costringe l’Unione europea a confrontarsi con il proprio limite intrinseco, con ciò che mina alle fondamenta tutta la costruzione europea per come immaginata dall’asse franco-tedesco: le ambizioni imperiali dell’Unione devono fare i conti con l’appartenenza alla Nato e con la fedeltà al Patto atlantico. Se i commerci e i legami internazionali europei devono sottostare a una agenda geostrategica dettata da una capitale d’oltreoceano, con il contributo non marginale di un’altra capitale che sta oltremanica, la praticabilità del modello di Unione rovina sotto i colpi della realtà.
Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra»
La guerra in Ucraina sta facendo emergere una crepa nel fronte occidentale, che potrebbe allargarsi fino a diventare una seria frattura tra Stati Uniti ed Europa. In molte capitali europee e a Bruxelles, sede degli organi dell’Unione europea, ricorrono sempre più spesso le frasi esplicite di chi accusa gli Stati Uniti di sfruttare la guerra per arricchirsi e di fare concorrenza sleale. Sia Francia sia Germania hanno stigmatizzato pubblicamente i prezzi alti cui il gas liquido americano è venduto in Europa da compagnie americane, dopo che Washington ha praticamente costretto l’Europa a fare a meno del gas russo. Ora anche il sito Politico.eu, organo molto vicino al sentire di Bruxelles, in questi giorni ha pubblicato molti virgolettati di vari esponenti da cui traspare la crescente insofferenza europea nei confronti dell’alleato americano. L’irritazione europea per l’atteggiamento americano è accresciuta dall’atto esecutivo di agosto di Joe Biden, l’Inflation reduction act (Ira), che consiste in incentivi, sgravi fiscali, investimenti, aiuti alle imprese americane per un valore di diverse centinaia di miliardi di dollari. L’Ira rischia di spiazzare l’economia europea con quelle che secondo il ministero degli Esteri francese sono «sovvenzioni discriminatorie che distorcono la concorrenza». Secondo Politico, a Bruxelles c’è molta agitazione per questo, tanto da mettere in dubbio che agli Usa interessi davvero la partnership con l’Europa.
Sono soprattutto Francia e Germania, come riporta dettagliatamente Politico, a lamentarsi del trattamento ricevuto dagli Stati Uniti, che prima impone la linea di condotta diplomatica e militare nei confronti della Russia, a suon di sanzioni e aiuti militari all’Ucraina, e poi propongono il loro appoggio facendoselo pagare caro e salato. Sulla questione del gas, funzionari americani stemperano i toni affermando che sono i trader europei che in realtà guadagnano dall’ampio spread tra il prezzo del gas in America e quello in Europa. Ma il commissario europeo per il mercato interno, il francese Thierry Breton, non molla: «Gli Stati Uniti ci vendono il loro gas con un effetto moltiplicatore di quattro quando attraversano l’Atlantico. Siamo alleati, ma quando qualcosa va storto bisogna pur dirselo». Sulle armi, vi è la diffusa convinzione a Bruxelles che gli ingenti guadagni americani anche in questo settore siano eccessivi. Un diplomatico, citato da Politico, afferma che «non va bene dare l’impressione che il proprio miglior alleato in realtà stia traendo enormi profitti dai tuoi problemi».
Insomma, tra indiscrezioni e dichiarazioni ufficiali, è sempre più evidente l’insofferenza dell’Europa alla scomoda posizione in cui si trova relegata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Da una parte, braccio esecutivo della Nato, dall’altra grande pagatore del «supporto» americano.
La questione riguarda la capacità dell’Europa di essere autonoma e di poter effettivamente sedere con pari dignità allo stesso tavolo di Usa e Cina, la cui vocazione imperiale è concreta e collaudata, anche se non esente da fragilità interne. L’Unione europea, nata nel secondo dopoguerra su ispirazione americana come cuscinetto rispetto all’impero sovietico, ha cambiato la sua natura e oggi punta a giocare una propria partita, a tutto campo. Obiettivo che cozza in più punti con gli interessi americani.
È difficile prevedere dove porterà la attuale, crescente tensione tra Europa e Stati Uniti. Gli esiti possono essere molti, diversi tra loro. Il fatto che siano Germania e Francia a lamentarsi più di altri della piega indesiderata che ha preso l’alleanza indica che è l’intera Unione europea a essere in gioco. Le tensioni con la Germania, in particolare, risalgono quantomeno a sette anni fa, allo scandalo Dieselgate, per arrivare sino al caso del gasdotto Nord stream, che oggi, squassato mesi fa da una serie di esplosioni, sembra destinato ad arrugginire in fondo al mare.
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Mentre litiga ancora col Consiglio sul price cap, la Commissione annuncia più sanzioni e limiti al barile. Stallo anche sui migranti.Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra». Un diplomatico a Politico: «Male se un alleato trae profitto dai tuoi problemi».Lo speciale comprende due articoli.L’Unione europea vive uno dei suoi momenti più difficili. Le contraddizioni insite nel modello politico ed economico europeo stanno esplodendo man mano che gli shock esterni ne mettono alla prova la tenuta. La vicenda del grottesco nulla di fatto di tre giorni fa sul tetto al prezzo del gas è emblematica della crisi istituzionale europea. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Energia degli Stati membri, il ministro per la Transizione ecologica francese, Agnès Pannier-Runacher, ha affermato che «la Commissione europea dovrà fare nuove proposte». A stretto giro le ha risposto però il portavoce della Commissione, Eric Mamer: «La Commissione ha presentato una proposta e spetta al Consiglio decidere. Non abbiamo assolutamente dato alcun segnale che metteremo un’altra proposta sul tavolo». Il messaggio di Mamer è chiaro: la Commissione ha fatto il proprio dovere, ha fornito agli Stati quanto richiesto dal Consiglio del 20 ottobre scorso, cioè un meccanismo di correzione dei prezzi che non abbia impatti negativi sugli approvvigionamenti. Poco importa che questo significhi la sua virtuale impraticabilità: se non piace ad alcuni Stati, è un problema del Consiglio. Un modo assai sbrigativo per uscire dall’impasse, che ora però si trasferisce all’interno del Consiglio stesso. Ursula von der Leyen ha lanciato la palla (avvelenata) nel campo di Charles Michel e attende. Da qui al 13 dicembre saranno gli Stati membri che dovranno trovare un accordo. La Germania, cui la proposta della Commissione è piaciuta, resta contraria in generale al tetto, ma il fronte di 15 Paesi tra cui l’Italia ha ora legato l’approvazione degli acquisti congiunti di gas, che interessano alla Germania all’approvazione del price cap. Una condizionalità che rende la trattativa ancora più piccante.Ma non finisce qui. Ursula von der Leyen ha affermato in una conferenza stampa durante la sua visita in Finlandia che l’Ue sta «lavorando a tutta velocità al nono pacchetto di sanzioni e approveremo molto presto un price cap sul petrolio russo con il G7 e gli altri principali alleati». Posto che dal 5 dicembre l’Unione smetterà di importare petrolio e derivati dalla Russia, si tratta di un elemento marginale ai fini dei consumi europei ma rilevante in termini di commercio mondiale. Anche qui, è scontro. Da una parte la Commissione, che propone 70 dollari al barile come prezzo massimo. Dall’altra, Polonia e Paesi baltici che premono per abbassare il tetto a un punitivo 30 dollari al barile. Nel mezzo, l’Ungheria, che ha già ottenuto un’esenzione dall’applicare qualsiasi sanzione al petrolio russo.A questo quadro già frammentato si sovrappone la questione dei migranti e della mala gestio europea, che sin qui ha generato scontento. Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei tenutosi venerdì si è occupato proprio di migranti e ha sancito (si fa per dire) che l’apertura di porti sicuri è un obbligo, che le Ong andranno in qualche modo regolamentate e infine che l’Unione europea non è competente sul tema (sic) ma che un compromesso in sede europea è possibile.Bizzarro che l’Unione europea si dichiari incompetente su un tema che riguarda non solo la difesa dei confini esterni, ma anche l’equilibrio sociale ed economico interno degli stati membri. A quanto pare, il vecchio (e cinico) adagio di Jean Monnet secondo cui l’Europa «sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi» è vero solo per certe crisi. Evidentemente quella dei migranti, per Bruxelles, non è una crisi per cui valga la pena «forgiare» alcunché. Non ci si spiega allora perché attendere che l’Unione europea faccia qualcosa, visto che non può e non vuole farlo: sui migranti ha dichiarato la propria inutilità. La pressione della realtà sulla farraginosa macchina unionista però si fa sentire. Da una parte la crisi energetica, dall’altra le sanzioni applicate alla Russia, che certo la danneggiano nel lungo termine ma che all’Europa richiedono un immediato e pesantissimo tributo. Ancora, i migranti che premono sulle due rotte, quella mediterranea e quella dei Balcani. La casa comune scricchiola. Alcuni osservatori indicano nel meccanismo della unanimità tra Stati il problema dello stallo in cui si trova l’Unione attualmente. Ma se passasse il concetto che le decisioni in Europa si prendono a maggioranza, lo stallo si trasformerebbe nel dominio di una maggioranza consolidata di cui, siamo certi, l’Italia non farebbe parte, per molti temi e in molti campi. La realtà della guerra russo-ucraina costringe l’Unione europea a confrontarsi con il proprio limite intrinseco, con ciò che mina alle fondamenta tutta la costruzione europea per come immaginata dall’asse franco-tedesco: le ambizioni imperiali dell’Unione devono fare i conti con l’appartenenza alla Nato e con la fedeltà al Patto atlantico. Se i commerci e i legami internazionali europei devono sottostare a una agenda geostrategica dettata da una capitale d’oltreoceano, con il contributo non marginale di un’altra capitale che sta oltremanica, la praticabilità del modello di Unione rovina sotto i colpi della realtà. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-figuraccia-sul-tetto-del-gas-lue-ripete-il-balletto-pure-per-il-petrolio-2658786158.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tensioni-fra-washington-e-bruxelles-gli-usa-fanno-affari-con-la-guerra" data-post-id="2658786158" data-published-at="1669502254" data-use-pagination="False"> Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra» La guerra in Ucraina sta facendo emergere una crepa nel fronte occidentale, che potrebbe allargarsi fino a diventare una seria frattura tra Stati Uniti ed Europa. In molte capitali europee e a Bruxelles, sede degli organi dell’Unione europea, ricorrono sempre più spesso le frasi esplicite di chi accusa gli Stati Uniti di sfruttare la guerra per arricchirsi e di fare concorrenza sleale. Sia Francia sia Germania hanno stigmatizzato pubblicamente i prezzi alti cui il gas liquido americano è venduto in Europa da compagnie americane, dopo che Washington ha praticamente costretto l’Europa a fare a meno del gas russo. Ora anche il sito Politico.eu, organo molto vicino al sentire di Bruxelles, in questi giorni ha pubblicato molti virgolettati di vari esponenti da cui traspare la crescente insofferenza europea nei confronti dell’alleato americano. L’irritazione europea per l’atteggiamento americano è accresciuta dall’atto esecutivo di agosto di Joe Biden, l’Inflation reduction act (Ira), che consiste in incentivi, sgravi fiscali, investimenti, aiuti alle imprese americane per un valore di diverse centinaia di miliardi di dollari. L’Ira rischia di spiazzare l’economia europea con quelle che secondo il ministero degli Esteri francese sono «sovvenzioni discriminatorie che distorcono la concorrenza». Secondo Politico, a Bruxelles c’è molta agitazione per questo, tanto da mettere in dubbio che agli Usa interessi davvero la partnership con l’Europa. Sono soprattutto Francia e Germania, come riporta dettagliatamente Politico, a lamentarsi del trattamento ricevuto dagli Stati Uniti, che prima impone la linea di condotta diplomatica e militare nei confronti della Russia, a suon di sanzioni e aiuti militari all’Ucraina, e poi propongono il loro appoggio facendoselo pagare caro e salato. Sulla questione del gas, funzionari americani stemperano i toni affermando che sono i trader europei che in realtà guadagnano dall’ampio spread tra il prezzo del gas in America e quello in Europa. Ma il commissario europeo per il mercato interno, il francese Thierry Breton, non molla: «Gli Stati Uniti ci vendono il loro gas con un effetto moltiplicatore di quattro quando attraversano l’Atlantico. Siamo alleati, ma quando qualcosa va storto bisogna pur dirselo». Sulle armi, vi è la diffusa convinzione a Bruxelles che gli ingenti guadagni americani anche in questo settore siano eccessivi. Un diplomatico, citato da Politico, afferma che «non va bene dare l’impressione che il proprio miglior alleato in realtà stia traendo enormi profitti dai tuoi problemi». Insomma, tra indiscrezioni e dichiarazioni ufficiali, è sempre più evidente l’insofferenza dell’Europa alla scomoda posizione in cui si trova relegata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Da una parte, braccio esecutivo della Nato, dall’altra grande pagatore del «supporto» americano. La questione riguarda la capacità dell’Europa di essere autonoma e di poter effettivamente sedere con pari dignità allo stesso tavolo di Usa e Cina, la cui vocazione imperiale è concreta e collaudata, anche se non esente da fragilità interne. L’Unione europea, nata nel secondo dopoguerra su ispirazione americana come cuscinetto rispetto all’impero sovietico, ha cambiato la sua natura e oggi punta a giocare una propria partita, a tutto campo. Obiettivo che cozza in più punti con gli interessi americani. È difficile prevedere dove porterà la attuale, crescente tensione tra Europa e Stati Uniti. Gli esiti possono essere molti, diversi tra loro. Il fatto che siano Germania e Francia a lamentarsi più di altri della piega indesiderata che ha preso l’alleanza indica che è l’intera Unione europea a essere in gioco. Le tensioni con la Germania, in particolare, risalgono quantomeno a sette anni fa, allo scandalo Dieselgate, per arrivare sino al caso del gasdotto Nord stream, che oggi, squassato mesi fa da una serie di esplosioni, sembra destinato ad arrugginire in fondo al mare.
Ansa
Secondo il ministero degli Esteri, i bombardamenti hanno preso di mira infrastrutture radar e altre installazioni militari.
Gli Stati Uniti sostengono, invece, di aver agito per motivi difensivi. Il Comando centrale americano ha spiegato di aver colpito postazioni radar nell’area di Goruk e sull’isola di Qeshm per prevenire possibili attacchi contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, dove a maggio oltre 100 navi sono passate sotto la protezione degli Usa.
Washington ha inoltre dichiarato di aver abbattuto quattro droni iraniani considerati una minaccia immediata per la navigazione. La risposta di Teheran è arrivata poche ore dopo. I pasdaran hanno annunciato attacchi contro «basi nemiche» nella regione del Golfo, provocando l’attivazione degli allarmi in Kuwait e Bahrein, due Paesi che ospitano importanti installazioni militari Usa. Il Kuwait ha riferito di aver intercettato missili e droni e ha denunciato la caduta di un velivolo senza pilota nei pressi del proprio aeroporto internazionale, attribuendo l’episodio all’Iran.
Sul piano politico, Donald Trump ha sostenuto che le operazioni americane abbiano ridotto significativamente le capacità militari iraniane e che Teheran possiede ancora tra il 21 e il 22% del proprio arsenale missilistico e che numerose infrastrutture per il lancio di droni e la produzione di missili sarebbero state distrutte. Trump avrebbe informato i mediatori che i colloqui non devono durare più di 60 giorni e che Teheran deve rispondere rapidamente. Lo riferisce Al Arabiya, secondo cui sono stati compiuti progressi sulla questione dei beni congelati, ma restano divergenze sull’ammontare e sulle tempistiche del loro sblocco. Secondo l’Iran, una possibile intesa dipende dallo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati. Lo ha dichiarato alla Cnn Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei.
Sul dossier nucleare restano forti tensioni tra l’Iran e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha accusato l’Aiea di utilizzare le conseguenze degli attacchi statunitensi e israeliani contro i siti nucleari iraniani per alimentare dubbi sul programma atomico di Teheran.
In questo contesto continua a deteriorarsi la situazione sul fronte libanese, dove ieri Israele ha emesso nuovi ordini di evacuazione per alcune aree del Libano meridionale, mentre Hezbollah ha continuato a lanciare droni contro obiettivi militari e comunità israeliane lungo il confine settentrionale. L’esercito di Beirut ha denunciato un attacco israeliano nel Libano meridionale che ha provocato la morte di un generale di brigata, di un capitano e di un soldato.
Secondo le autorità libanesi, il raid ha colpito un veicolo militare lungo la strada che collega Nabatieh e Marjayoun. Le Forze di difesa israeliane hanno confermato l’operazione, sostenendo che il mezzo si muovesse in modo sospetto all’interno di un’area di combattimento attiva.
Israele ha spiegato che le proprie truppe erano in stato di massima allerta dopo segnalazioni di intelligence relative a possibili attacchi di Hezbollah e alla presenza di miliziani nella zona. Il New York Times afferma che l’esercito israeliano avrebbe utilizzato munizioni al fosforo bianco in diverse aree abitate del Libano durante il conflitto con Hezbollah, citando foto e video verificati.
Il fosforo bianco, impiegato per creare cortine fumogene o incendi, è legale in ambito militare, ma il suo utilizzo contro civili o in zone densamente popolate può violare il diritto internazionale. Israele respinge le accuse e sostiene che le proprie procedure ne vietano l’impiego nelle aree abitate, salvo eccezioni conformi alle norme internazionali.
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Magari ci si aspettava qualcosa di più ma è il massimo che le risorse in campo permettono, dopo il veto di Bruxelles alla flessibilità per le spese contro il caro energia. Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale dei ministeri dell’Economia e dell’Ambiente che prolunga fino al 3 luglio il taglio delle accise sui carburanti, a decorrere da oggi. Lo sconto è solo di 5 centesimi. Per la benzina è una conferma rispetto a quello già in vigore con il precedente decreto, mentre per il gasolio il taglio di 5 centesimi è un dimezzamento dagli attuali 10 centesimi (12,2 contando anche l’Iva). È il quinto intervento del governo per calmierare i prezzi dei carburanti dopo la crisi energetica per la guerra nel Golfo.
Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, nel corso della scorsa settimana, ha detto più volte che le decisioni sarebbero state prese in base ai listini nelle stazioni di servizio. I lenti e continui ribassi lasciavano già presagire una riduzione dello sconto. In particolare, negli ultimi giorni, secondo il monitoraggio del Mimit, i prezzi medi alla pompa in modalità self service lungo la rete stradale nazionale sono rimasti sotto la soglia dei 2 euro al litro, registrando un valore pari a 1,921 euro/l per la benzina (era 1,926 venerdì) e 1,980 euro/l per il gasolio (in calo rispetto ai 1,984 euro del giorno prima). Come anticipato alla vigilia, il meccanismo adottato è quello delle accise mobili, che tiene conto dell’extra gettito dell’Iva dovuto ai rincari. Un sistema obbligato, alla luce del divieto della Commissione Ue di utilizzare la flessibilità di bilancio per misure che non siano le fonti rinnovabili, quindi per il taglio delle accise. Non è consentito fare più deficit. Nel decreto è precisato che «al fine di compensare le maggiori entrate dell’imposta sul valore aggiunto rispetto all’ultima previsione, derivanti dall’aumento del prezzo internazionale del petrolio greggio, a decorrere dal 7 giugno 2026 e fino al 3 luglio 2026, le aliquote di accisa vengono rideterminate per la benzina a 622,90 euro per mille litri; per gli oli da gas o gasolio usato come carburante a 622,90 euro per mille litri; per i gas di petrolio liquefatti (GPL) usati come carburanti a 242,77 euro per mille chilogrammi; per il gas naturale usato come carburante: zero euro per metro cubo». Quanto alla copertura finanziaria del provvedimento, «pari a 149,4 milioni di euro, è garantita dal maggior gettito conseguito nel periodo dal 1 maggio al 31 maggio 2026 in relazione ai versamenti periodici dell’imposta sul valore aggiunto».
Considerando che il taglio durerà per altri 27 giorni, il costo quotidiano è di circa 5,5 milioni. Molto meno del periodo iniziale in cui, per finanziare lo sconto di 24,4 centesimi sia per la benzina che per il gasolio, sono serviti centinaia di milioni per periodi anche più brevi.
Il prezzo della benzina quindi rimarrà invariato, intorno a 1,920 euro al litro nei prossimi giorni. Per il diesel, invece, bisogna aspettarsi una risalita sopra la soglia dei due euro litro, seppur di poco. Con il taglio dimezzato, si dovrebbe arrivare intorno a 2,040 euro al litro. Per entrambi, comunque, c’è un andamento al ribasso.
Con ogni probabilità questo sarà l’ultimo intervento generalizzato. Sia la Ue che il Fondo monetario internazionale hanno auspicato interventi mirati in favore delle famiglie più vulnerabili e delle imprese più esposte ai rincari, e non un taglio indiscriminato che contrasta con la politica di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Nei giorni scorsi era emersa la possibilità di voucher per le famiglie sotto i 15.000 euro di reddito. Ipotesi che a questo punto potrebbe essere valutata in un successivo intervento.
Le associazioni di consumatori sono rimaste deluse dal decreto.
Il Codacons ha stimato che «per effetto del minor sconto fiscale un pieno di diesel costerà 3,05 euro in più, considerata l’Iva. Maggior costo che raggiunge +9,1 euro al litro se il confronto è col precedente taglio da 20 centesimi del 18 marzo».
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Scorte di greggio USA sotto pressione. Aggirare Hormuz si può (alla lunga). Transiti protetti nell’ombra. Arriva il ferro di Simandou. Data center contro bollette.
Ansa
Anche Callum Turner è inglese e fa l’attore: di lui si sa soprattutto che è uno di quelli in predicato di fare James Bond. A meno che non lo blocchi l’accusa di… concorso esterno in associazione mafiosa, che la stampa inglese ha appiccicato addosso a lui e alla cantante, novella neomelodica.
Ai due consigliamo di non sottovalutare questi articoli: in Italia sappiamo bene dove portino certe campagne stampa... Battute a parte, dopo il matrimonio in forma privata celebrato a Londra, i due si stanno dando alla pazza gioia in Sicilia: giorni interi di feste, gite, piatti tipici; con ospiti di prim’ordine come Elton John (nei panni del testimone di nozze e performer di un mini show al pianoforte), Donatella Versace, le colleghe di lei, Olivia Dean e Charli XCX, e il produttore Mark Ronson. Per un costo totale che si aggira attorno a 1,7 milioni di dollari, e un giro d’affari per l’isola calcolato - indotto compreso - in addirittura 268 milioni di euro per il marchio della Trinacria. Ed è qui che gli inglesi non ci hanno visto più: ma come, qui stiamo nella crisi economica più nera, e voi andate a spendere i vostri soldi in Italia, in Sicilia? E così, accecati da un livore olimpico ineguagliabile, hanno commesso il più stupido dei falli di reazione: accusare la coppia di aver portato i soldi nella terra dei mafiosi. Una specie di concorso esterno, appunto.
Gli indizi, per i tabloid inglesi, sarebbero puntuali e precisi: un obbligo di tenere la bocca cucita e gli occhi chiusi, tipico delle famigghie «Non vedo, non sento, non parlo. Nulla saccio»; e poi la location principale - Villa Valguarnera - individuata a Bagheria. Cascano pure male perché la principessa proprietaria del palazzo, Vittoria Alliata, è stata protagonista di una coraggiosa denuncia proprio contro gli uomini di Cosa nostra. Il Telegraph aveva addirittura definito Bagheria «covo della mafia siciliana», salvo poi aggiungerci un «ex» nel tentativo di metterci una pezza, ma aggiungendo un riferimento al «triangolo della morte», una fabbrica di chiodi abbandonata dove, secondo il giornale, le vittime della criminalità organizzata venivano eliminate e disciolte nell’acido. E qui, a corredo dell’articolo, una bella foto di Bernardo Provenzano.
Per non farsi mancare nulla l’altro giornale popolare, The Sun ha titolato «Sole, mare e sopranos, il brutale passato dell’isola amata dalle star». E il Daily Mail ha paragonato queste nozze siciliane al matrimonio tra Michael Corleone e Apollonia Vitelli nel Padrino di Coppola: il più importante celebrato sull’isola da allora, a loro giudizio.
Insomma, agli amici inglesi è scivolato il piede sulla frizione e hanno dimenticato alcune cosette che ci permettiamo di ricordare loro. La prima: la mafia esiste a Palermo, esiste in Sicilia ma opera ormai con modalità che nella City londinese e nei paradisi fiscali britannici conoscono ancora meglio; pertanto c’è più capitale mafioso (di una mafia globale) nelle operazioni finanziarie che nelle mura di Villa Valguarnera o nelle strade di Palermo. Quella Palermo scelta dalle star perché è una città viva e la Sicilia sarà pure «buttanissima», per dirla col nostro amico Pietrangelo Buttafuoco, ma è una delle terre più belle al mondo. Già a luglio dello scorso anni Dua Lipa e Callum Turner erano stati paparazzati a Palermo, senza scorta o altro, pienamente immersi in quell’anima che evidentemente Londra non ha o non è capace di trasmettere.
I tabloid inglesi avrebbero potuto raccontare questo cambiamento, o cercare di strappare foto e video esclusivi della festa, o farsi coinvolgere. Invece no: hanno dovuto pescare nel peggior pregiudizio, dal sapore stantio. E dire che ai giornalisti inglesi certe notizie non mancano: in questi giorni per esempio avrebbero potuto seguire le polemiche sull’omicidio di Henry Nowak, ammanettato e ucciso dalla polizia che - secondo le indicazioni - ha preferito credere alle ricostruzioni false di un giovane sikh che, ubriaco e armato, aveva sferrato alcune coltellate al ragazzo bianco, salvo poi accusarlo di razzismo. E così, il ragazzo bianco è morto mentre continuava a dire che l’avevano ferito e che non riusciva a respirare: un George Floyd al contrario? Boh, meglio non montare polemiche per non favorire la destra e Nigel Farage che già vola nei sondaggi.
Per lo stesso motivo, in Gran Bretagna la sinistra ha nascosto e silenziato le violenze e i soprusi compiuti da alcuni uomini delle comunità pakistane nei confronti di donne e ragazze inglesi: i sindaci dei diversi Comuni coinvolti diedero ordine alla polizia locale di tenere coperte queste situazioni per non favorire il razzismo. Poi il bubbone è scoppiato e né il Partito laburista né il premier Starmer hanno potuto tenere la sordina attiva. E questi sono alcuni esempi di un fallimento sostanziale chiamato Londonistan. Poi certo, la stampa britannica può andare alla caccia dei mafiosi siciliani invece di quelli che nella City ripuliscono il malaffare. Se non bastassero certi articoli, potranno sperare nel nuovo 007 (che a questo punto non sarà Callum: troppo amico di don Vito Corleone...).
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