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2022-11-27
Dopo la figuraccia sul tetto del gas l’Ue ripete il balletto pure per il petrolio
Ursula von der Leyen (Ansa)
L’Unione europea vive uno dei suoi momenti più difficili. Le contraddizioni insite nel modello politico ed economico europeo stanno esplodendo man mano che gli shock esterni ne mettono alla prova la tenuta. La vicenda del grottesco nulla di fatto di tre giorni fa sul tetto al prezzo del gas è emblematica della crisi istituzionale europea. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Energia degli Stati membri, il ministro per la Transizione ecologica francese, Agnès Pannier-Runacher, ha affermato che «la Commissione europea dovrà fare nuove proposte». A stretto giro le ha risposto però il portavoce della Commissione, Eric Mamer: «La Commissione ha presentato una proposta e spetta al Consiglio decidere. Non abbiamo assolutamente dato alcun segnale che metteremo un’altra proposta sul tavolo». Il messaggio di Mamer è chiaro: la Commissione ha fatto il proprio dovere, ha fornito agli Stati quanto richiesto dal Consiglio del 20 ottobre scorso, cioè un meccanismo di correzione dei prezzi che non abbia impatti negativi sugli approvvigionamenti. Poco importa che questo significhi la sua virtuale impraticabilità: se non piace ad alcuni Stati, è un problema del Consiglio. Un modo assai sbrigativo per uscire dall’impasse, che ora però si trasferisce all’interno del Consiglio stesso. Ursula von der Leyen ha lanciato la palla (avvelenata) nel campo di Charles Michel e attende. Da qui al 13 dicembre saranno gli Stati membri che dovranno trovare un accordo. La Germania, cui la proposta della Commissione è piaciuta, resta contraria in generale al tetto, ma il fronte di 15 Paesi tra cui l’Italia ha ora legato l’approvazione degli acquisti congiunti di gas, che interessano alla Germania all’approvazione del price cap. Una condizionalità che rende la trattativa ancora più piccante.
Ma non finisce qui. Ursula von der Leyen ha affermato in una conferenza stampa durante la sua visita in Finlandia che l’Ue sta «lavorando a tutta velocità al nono pacchetto di sanzioni e approveremo molto presto un price cap sul petrolio russo con il G7 e gli altri principali alleati». Posto che dal 5 dicembre l’Unione smetterà di importare petrolio e derivati dalla Russia, si tratta di un elemento marginale ai fini dei consumi europei ma rilevante in termini di commercio mondiale. Anche qui, è scontro. Da una parte la Commissione, che propone 70 dollari al barile come prezzo massimo. Dall’altra, Polonia e Paesi baltici che premono per abbassare il tetto a un punitivo 30 dollari al barile. Nel mezzo, l’Ungheria, che ha già ottenuto un’esenzione dall’applicare qualsiasi sanzione al petrolio russo.
A questo quadro già frammentato si sovrappone la questione dei migranti e della mala gestio europea, che sin qui ha generato scontento. Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei tenutosi venerdì si è occupato proprio di migranti e ha sancito (si fa per dire) che l’apertura di porti sicuri è un obbligo, che le Ong andranno in qualche modo regolamentate e infine che l’Unione europea non è competente sul tema (sic) ma che un compromesso in sede europea è possibile.
Bizzarro che l’Unione europea si dichiari incompetente su un tema che riguarda non solo la difesa dei confini esterni, ma anche l’equilibrio sociale ed economico interno degli stati membri. A quanto pare, il vecchio (e cinico) adagio di Jean Monnet secondo cui l’Europa «sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi» è vero solo per certe crisi. Evidentemente quella dei migranti, per Bruxelles, non è una crisi per cui valga la pena «forgiare» alcunché. Non ci si spiega allora perché attendere che l’Unione europea faccia qualcosa, visto che non può e non vuole farlo: sui migranti ha dichiarato la propria inutilità.
La pressione della realtà sulla farraginosa macchina unionista però si fa sentire. Da una parte la crisi energetica, dall’altra le sanzioni applicate alla Russia, che certo la danneggiano nel lungo termine ma che all’Europa richiedono un immediato e pesantissimo tributo. Ancora, i migranti che premono sulle due rotte, quella mediterranea e quella dei Balcani. La casa comune scricchiola. Alcuni osservatori indicano nel meccanismo della unanimità tra Stati il problema dello stallo in cui si trova l’Unione attualmente. Ma se passasse il concetto che le decisioni in Europa si prendono a maggioranza, lo stallo si trasformerebbe nel dominio di una maggioranza consolidata di cui, siamo certi, l’Italia non farebbe parte, per molti temi e in molti campi.
La realtà della guerra russo-ucraina costringe l’Unione europea a confrontarsi con il proprio limite intrinseco, con ciò che mina alle fondamenta tutta la costruzione europea per come immaginata dall’asse franco-tedesco: le ambizioni imperiali dell’Unione devono fare i conti con l’appartenenza alla Nato e con la fedeltà al Patto atlantico. Se i commerci e i legami internazionali europei devono sottostare a una agenda geostrategica dettata da una capitale d’oltreoceano, con il contributo non marginale di un’altra capitale che sta oltremanica, la praticabilità del modello di Unione rovina sotto i colpi della realtà.
Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra»
La guerra in Ucraina sta facendo emergere una crepa nel fronte occidentale, che potrebbe allargarsi fino a diventare una seria frattura tra Stati Uniti ed Europa. In molte capitali europee e a Bruxelles, sede degli organi dell’Unione europea, ricorrono sempre più spesso le frasi esplicite di chi accusa gli Stati Uniti di sfruttare la guerra per arricchirsi e di fare concorrenza sleale. Sia Francia sia Germania hanno stigmatizzato pubblicamente i prezzi alti cui il gas liquido americano è venduto in Europa da compagnie americane, dopo che Washington ha praticamente costretto l’Europa a fare a meno del gas russo. Ora anche il sito Politico.eu, organo molto vicino al sentire di Bruxelles, in questi giorni ha pubblicato molti virgolettati di vari esponenti da cui traspare la crescente insofferenza europea nei confronti dell’alleato americano. L’irritazione europea per l’atteggiamento americano è accresciuta dall’atto esecutivo di agosto di Joe Biden, l’Inflation reduction act (Ira), che consiste in incentivi, sgravi fiscali, investimenti, aiuti alle imprese americane per un valore di diverse centinaia di miliardi di dollari. L’Ira rischia di spiazzare l’economia europea con quelle che secondo il ministero degli Esteri francese sono «sovvenzioni discriminatorie che distorcono la concorrenza». Secondo Politico, a Bruxelles c’è molta agitazione per questo, tanto da mettere in dubbio che agli Usa interessi davvero la partnership con l’Europa.
Sono soprattutto Francia e Germania, come riporta dettagliatamente Politico, a lamentarsi del trattamento ricevuto dagli Stati Uniti, che prima impone la linea di condotta diplomatica e militare nei confronti della Russia, a suon di sanzioni e aiuti militari all’Ucraina, e poi propongono il loro appoggio facendoselo pagare caro e salato. Sulla questione del gas, funzionari americani stemperano i toni affermando che sono i trader europei che in realtà guadagnano dall’ampio spread tra il prezzo del gas in America e quello in Europa. Ma il commissario europeo per il mercato interno, il francese Thierry Breton, non molla: «Gli Stati Uniti ci vendono il loro gas con un effetto moltiplicatore di quattro quando attraversano l’Atlantico. Siamo alleati, ma quando qualcosa va storto bisogna pur dirselo». Sulle armi, vi è la diffusa convinzione a Bruxelles che gli ingenti guadagni americani anche in questo settore siano eccessivi. Un diplomatico, citato da Politico, afferma che «non va bene dare l’impressione che il proprio miglior alleato in realtà stia traendo enormi profitti dai tuoi problemi».
Insomma, tra indiscrezioni e dichiarazioni ufficiali, è sempre più evidente l’insofferenza dell’Europa alla scomoda posizione in cui si trova relegata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Da una parte, braccio esecutivo della Nato, dall’altra grande pagatore del «supporto» americano.
La questione riguarda la capacità dell’Europa di essere autonoma e di poter effettivamente sedere con pari dignità allo stesso tavolo di Usa e Cina, la cui vocazione imperiale è concreta e collaudata, anche se non esente da fragilità interne. L’Unione europea, nata nel secondo dopoguerra su ispirazione americana come cuscinetto rispetto all’impero sovietico, ha cambiato la sua natura e oggi punta a giocare una propria partita, a tutto campo. Obiettivo che cozza in più punti con gli interessi americani.
È difficile prevedere dove porterà la attuale, crescente tensione tra Europa e Stati Uniti. Gli esiti possono essere molti, diversi tra loro. Il fatto che siano Germania e Francia a lamentarsi più di altri della piega indesiderata che ha preso l’alleanza indica che è l’intera Unione europea a essere in gioco. Le tensioni con la Germania, in particolare, risalgono quantomeno a sette anni fa, allo scandalo Dieselgate, per arrivare sino al caso del gasdotto Nord stream, che oggi, squassato mesi fa da una serie di esplosioni, sembra destinato ad arrugginire in fondo al mare.
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Mentre litiga ancora col Consiglio sul price cap, la Commissione annuncia più sanzioni e limiti al barile. Stallo anche sui migranti.Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra». Un diplomatico a Politico: «Male se un alleato trae profitto dai tuoi problemi».Lo speciale comprende due articoli.L’Unione europea vive uno dei suoi momenti più difficili. Le contraddizioni insite nel modello politico ed economico europeo stanno esplodendo man mano che gli shock esterni ne mettono alla prova la tenuta. La vicenda del grottesco nulla di fatto di tre giorni fa sul tetto al prezzo del gas è emblematica della crisi istituzionale europea. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Energia degli Stati membri, il ministro per la Transizione ecologica francese, Agnès Pannier-Runacher, ha affermato che «la Commissione europea dovrà fare nuove proposte». A stretto giro le ha risposto però il portavoce della Commissione, Eric Mamer: «La Commissione ha presentato una proposta e spetta al Consiglio decidere. Non abbiamo assolutamente dato alcun segnale che metteremo un’altra proposta sul tavolo». Il messaggio di Mamer è chiaro: la Commissione ha fatto il proprio dovere, ha fornito agli Stati quanto richiesto dal Consiglio del 20 ottobre scorso, cioè un meccanismo di correzione dei prezzi che non abbia impatti negativi sugli approvvigionamenti. Poco importa che questo significhi la sua virtuale impraticabilità: se non piace ad alcuni Stati, è un problema del Consiglio. Un modo assai sbrigativo per uscire dall’impasse, che ora però si trasferisce all’interno del Consiglio stesso. Ursula von der Leyen ha lanciato la palla (avvelenata) nel campo di Charles Michel e attende. Da qui al 13 dicembre saranno gli Stati membri che dovranno trovare un accordo. La Germania, cui la proposta della Commissione è piaciuta, resta contraria in generale al tetto, ma il fronte di 15 Paesi tra cui l’Italia ha ora legato l’approvazione degli acquisti congiunti di gas, che interessano alla Germania all’approvazione del price cap. Una condizionalità che rende la trattativa ancora più piccante.Ma non finisce qui. Ursula von der Leyen ha affermato in una conferenza stampa durante la sua visita in Finlandia che l’Ue sta «lavorando a tutta velocità al nono pacchetto di sanzioni e approveremo molto presto un price cap sul petrolio russo con il G7 e gli altri principali alleati». Posto che dal 5 dicembre l’Unione smetterà di importare petrolio e derivati dalla Russia, si tratta di un elemento marginale ai fini dei consumi europei ma rilevante in termini di commercio mondiale. Anche qui, è scontro. Da una parte la Commissione, che propone 70 dollari al barile come prezzo massimo. Dall’altra, Polonia e Paesi baltici che premono per abbassare il tetto a un punitivo 30 dollari al barile. Nel mezzo, l’Ungheria, che ha già ottenuto un’esenzione dall’applicare qualsiasi sanzione al petrolio russo.A questo quadro già frammentato si sovrappone la questione dei migranti e della mala gestio europea, che sin qui ha generato scontento. Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei tenutosi venerdì si è occupato proprio di migranti e ha sancito (si fa per dire) che l’apertura di porti sicuri è un obbligo, che le Ong andranno in qualche modo regolamentate e infine che l’Unione europea non è competente sul tema (sic) ma che un compromesso in sede europea è possibile.Bizzarro che l’Unione europea si dichiari incompetente su un tema che riguarda non solo la difesa dei confini esterni, ma anche l’equilibrio sociale ed economico interno degli stati membri. A quanto pare, il vecchio (e cinico) adagio di Jean Monnet secondo cui l’Europa «sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi» è vero solo per certe crisi. Evidentemente quella dei migranti, per Bruxelles, non è una crisi per cui valga la pena «forgiare» alcunché. Non ci si spiega allora perché attendere che l’Unione europea faccia qualcosa, visto che non può e non vuole farlo: sui migranti ha dichiarato la propria inutilità. La pressione della realtà sulla farraginosa macchina unionista però si fa sentire. Da una parte la crisi energetica, dall’altra le sanzioni applicate alla Russia, che certo la danneggiano nel lungo termine ma che all’Europa richiedono un immediato e pesantissimo tributo. Ancora, i migranti che premono sulle due rotte, quella mediterranea e quella dei Balcani. La casa comune scricchiola. Alcuni osservatori indicano nel meccanismo della unanimità tra Stati il problema dello stallo in cui si trova l’Unione attualmente. Ma se passasse il concetto che le decisioni in Europa si prendono a maggioranza, lo stallo si trasformerebbe nel dominio di una maggioranza consolidata di cui, siamo certi, l’Italia non farebbe parte, per molti temi e in molti campi. La realtà della guerra russo-ucraina costringe l’Unione europea a confrontarsi con il proprio limite intrinseco, con ciò che mina alle fondamenta tutta la costruzione europea per come immaginata dall’asse franco-tedesco: le ambizioni imperiali dell’Unione devono fare i conti con l’appartenenza alla Nato e con la fedeltà al Patto atlantico. Se i commerci e i legami internazionali europei devono sottostare a una agenda geostrategica dettata da una capitale d’oltreoceano, con il contributo non marginale di un’altra capitale che sta oltremanica, la praticabilità del modello di Unione rovina sotto i colpi della realtà. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-figuraccia-sul-tetto-del-gas-lue-ripete-il-balletto-pure-per-il-petrolio-2658786158.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tensioni-fra-washington-e-bruxelles-gli-usa-fanno-affari-con-la-guerra" data-post-id="2658786158" data-published-at="1669502254" data-use-pagination="False"> Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra» La guerra in Ucraina sta facendo emergere una crepa nel fronte occidentale, che potrebbe allargarsi fino a diventare una seria frattura tra Stati Uniti ed Europa. In molte capitali europee e a Bruxelles, sede degli organi dell’Unione europea, ricorrono sempre più spesso le frasi esplicite di chi accusa gli Stati Uniti di sfruttare la guerra per arricchirsi e di fare concorrenza sleale. Sia Francia sia Germania hanno stigmatizzato pubblicamente i prezzi alti cui il gas liquido americano è venduto in Europa da compagnie americane, dopo che Washington ha praticamente costretto l’Europa a fare a meno del gas russo. Ora anche il sito Politico.eu, organo molto vicino al sentire di Bruxelles, in questi giorni ha pubblicato molti virgolettati di vari esponenti da cui traspare la crescente insofferenza europea nei confronti dell’alleato americano. L’irritazione europea per l’atteggiamento americano è accresciuta dall’atto esecutivo di agosto di Joe Biden, l’Inflation reduction act (Ira), che consiste in incentivi, sgravi fiscali, investimenti, aiuti alle imprese americane per un valore di diverse centinaia di miliardi di dollari. L’Ira rischia di spiazzare l’economia europea con quelle che secondo il ministero degli Esteri francese sono «sovvenzioni discriminatorie che distorcono la concorrenza». Secondo Politico, a Bruxelles c’è molta agitazione per questo, tanto da mettere in dubbio che agli Usa interessi davvero la partnership con l’Europa. Sono soprattutto Francia e Germania, come riporta dettagliatamente Politico, a lamentarsi del trattamento ricevuto dagli Stati Uniti, che prima impone la linea di condotta diplomatica e militare nei confronti della Russia, a suon di sanzioni e aiuti militari all’Ucraina, e poi propongono il loro appoggio facendoselo pagare caro e salato. Sulla questione del gas, funzionari americani stemperano i toni affermando che sono i trader europei che in realtà guadagnano dall’ampio spread tra il prezzo del gas in America e quello in Europa. Ma il commissario europeo per il mercato interno, il francese Thierry Breton, non molla: «Gli Stati Uniti ci vendono il loro gas con un effetto moltiplicatore di quattro quando attraversano l’Atlantico. Siamo alleati, ma quando qualcosa va storto bisogna pur dirselo». Sulle armi, vi è la diffusa convinzione a Bruxelles che gli ingenti guadagni americani anche in questo settore siano eccessivi. Un diplomatico, citato da Politico, afferma che «non va bene dare l’impressione che il proprio miglior alleato in realtà stia traendo enormi profitti dai tuoi problemi». Insomma, tra indiscrezioni e dichiarazioni ufficiali, è sempre più evidente l’insofferenza dell’Europa alla scomoda posizione in cui si trova relegata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Da una parte, braccio esecutivo della Nato, dall’altra grande pagatore del «supporto» americano. La questione riguarda la capacità dell’Europa di essere autonoma e di poter effettivamente sedere con pari dignità allo stesso tavolo di Usa e Cina, la cui vocazione imperiale è concreta e collaudata, anche se non esente da fragilità interne. L’Unione europea, nata nel secondo dopoguerra su ispirazione americana come cuscinetto rispetto all’impero sovietico, ha cambiato la sua natura e oggi punta a giocare una propria partita, a tutto campo. Obiettivo che cozza in più punti con gli interessi americani. È difficile prevedere dove porterà la attuale, crescente tensione tra Europa e Stati Uniti. Gli esiti possono essere molti, diversi tra loro. Il fatto che siano Germania e Francia a lamentarsi più di altri della piega indesiderata che ha preso l’alleanza indica che è l’intera Unione europea a essere in gioco. Le tensioni con la Germania, in particolare, risalgono quantomeno a sette anni fa, allo scandalo Dieselgate, per arrivare sino al caso del gasdotto Nord stream, che oggi, squassato mesi fa da una serie di esplosioni, sembra destinato ad arrugginire in fondo al mare.
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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