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2022-11-27
Dopo la figuraccia sul tetto del gas l’Ue ripete il balletto pure per il petrolio
Ursula von der Leyen (Ansa)
L’Unione europea vive uno dei suoi momenti più difficili. Le contraddizioni insite nel modello politico ed economico europeo stanno esplodendo man mano che gli shock esterni ne mettono alla prova la tenuta. La vicenda del grottesco nulla di fatto di tre giorni fa sul tetto al prezzo del gas è emblematica della crisi istituzionale europea. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Energia degli Stati membri, il ministro per la Transizione ecologica francese, Agnès Pannier-Runacher, ha affermato che «la Commissione europea dovrà fare nuove proposte». A stretto giro le ha risposto però il portavoce della Commissione, Eric Mamer: «La Commissione ha presentato una proposta e spetta al Consiglio decidere. Non abbiamo assolutamente dato alcun segnale che metteremo un’altra proposta sul tavolo». Il messaggio di Mamer è chiaro: la Commissione ha fatto il proprio dovere, ha fornito agli Stati quanto richiesto dal Consiglio del 20 ottobre scorso, cioè un meccanismo di correzione dei prezzi che non abbia impatti negativi sugli approvvigionamenti. Poco importa che questo significhi la sua virtuale impraticabilità: se non piace ad alcuni Stati, è un problema del Consiglio. Un modo assai sbrigativo per uscire dall’impasse, che ora però si trasferisce all’interno del Consiglio stesso. Ursula von der Leyen ha lanciato la palla (avvelenata) nel campo di Charles Michel e attende. Da qui al 13 dicembre saranno gli Stati membri che dovranno trovare un accordo. La Germania, cui la proposta della Commissione è piaciuta, resta contraria in generale al tetto, ma il fronte di 15 Paesi tra cui l’Italia ha ora legato l’approvazione degli acquisti congiunti di gas, che interessano alla Germania all’approvazione del price cap. Una condizionalità che rende la trattativa ancora più piccante.
Ma non finisce qui. Ursula von der Leyen ha affermato in una conferenza stampa durante la sua visita in Finlandia che l’Ue sta «lavorando a tutta velocità al nono pacchetto di sanzioni e approveremo molto presto un price cap sul petrolio russo con il G7 e gli altri principali alleati». Posto che dal 5 dicembre l’Unione smetterà di importare petrolio e derivati dalla Russia, si tratta di un elemento marginale ai fini dei consumi europei ma rilevante in termini di commercio mondiale. Anche qui, è scontro. Da una parte la Commissione, che propone 70 dollari al barile come prezzo massimo. Dall’altra, Polonia e Paesi baltici che premono per abbassare il tetto a un punitivo 30 dollari al barile. Nel mezzo, l’Ungheria, che ha già ottenuto un’esenzione dall’applicare qualsiasi sanzione al petrolio russo.
A questo quadro già frammentato si sovrappone la questione dei migranti e della mala gestio europea, che sin qui ha generato scontento. Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei tenutosi venerdì si è occupato proprio di migranti e ha sancito (si fa per dire) che l’apertura di porti sicuri è un obbligo, che le Ong andranno in qualche modo regolamentate e infine che l’Unione europea non è competente sul tema (sic) ma che un compromesso in sede europea è possibile.
Bizzarro che l’Unione europea si dichiari incompetente su un tema che riguarda non solo la difesa dei confini esterni, ma anche l’equilibrio sociale ed economico interno degli stati membri. A quanto pare, il vecchio (e cinico) adagio di Jean Monnet secondo cui l’Europa «sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi» è vero solo per certe crisi. Evidentemente quella dei migranti, per Bruxelles, non è una crisi per cui valga la pena «forgiare» alcunché. Non ci si spiega allora perché attendere che l’Unione europea faccia qualcosa, visto che non può e non vuole farlo: sui migranti ha dichiarato la propria inutilità.
La pressione della realtà sulla farraginosa macchina unionista però si fa sentire. Da una parte la crisi energetica, dall’altra le sanzioni applicate alla Russia, che certo la danneggiano nel lungo termine ma che all’Europa richiedono un immediato e pesantissimo tributo. Ancora, i migranti che premono sulle due rotte, quella mediterranea e quella dei Balcani. La casa comune scricchiola. Alcuni osservatori indicano nel meccanismo della unanimità tra Stati il problema dello stallo in cui si trova l’Unione attualmente. Ma se passasse il concetto che le decisioni in Europa si prendono a maggioranza, lo stallo si trasformerebbe nel dominio di una maggioranza consolidata di cui, siamo certi, l’Italia non farebbe parte, per molti temi e in molti campi.
La realtà della guerra russo-ucraina costringe l’Unione europea a confrontarsi con il proprio limite intrinseco, con ciò che mina alle fondamenta tutta la costruzione europea per come immaginata dall’asse franco-tedesco: le ambizioni imperiali dell’Unione devono fare i conti con l’appartenenza alla Nato e con la fedeltà al Patto atlantico. Se i commerci e i legami internazionali europei devono sottostare a una agenda geostrategica dettata da una capitale d’oltreoceano, con il contributo non marginale di un’altra capitale che sta oltremanica, la praticabilità del modello di Unione rovina sotto i colpi della realtà.
Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra»
La guerra in Ucraina sta facendo emergere una crepa nel fronte occidentale, che potrebbe allargarsi fino a diventare una seria frattura tra Stati Uniti ed Europa. In molte capitali europee e a Bruxelles, sede degli organi dell’Unione europea, ricorrono sempre più spesso le frasi esplicite di chi accusa gli Stati Uniti di sfruttare la guerra per arricchirsi e di fare concorrenza sleale. Sia Francia sia Germania hanno stigmatizzato pubblicamente i prezzi alti cui il gas liquido americano è venduto in Europa da compagnie americane, dopo che Washington ha praticamente costretto l’Europa a fare a meno del gas russo. Ora anche il sito Politico.eu, organo molto vicino al sentire di Bruxelles, in questi giorni ha pubblicato molti virgolettati di vari esponenti da cui traspare la crescente insofferenza europea nei confronti dell’alleato americano. L’irritazione europea per l’atteggiamento americano è accresciuta dall’atto esecutivo di agosto di Joe Biden, l’Inflation reduction act (Ira), che consiste in incentivi, sgravi fiscali, investimenti, aiuti alle imprese americane per un valore di diverse centinaia di miliardi di dollari. L’Ira rischia di spiazzare l’economia europea con quelle che secondo il ministero degli Esteri francese sono «sovvenzioni discriminatorie che distorcono la concorrenza». Secondo Politico, a Bruxelles c’è molta agitazione per questo, tanto da mettere in dubbio che agli Usa interessi davvero la partnership con l’Europa.
Sono soprattutto Francia e Germania, come riporta dettagliatamente Politico, a lamentarsi del trattamento ricevuto dagli Stati Uniti, che prima impone la linea di condotta diplomatica e militare nei confronti della Russia, a suon di sanzioni e aiuti militari all’Ucraina, e poi propongono il loro appoggio facendoselo pagare caro e salato. Sulla questione del gas, funzionari americani stemperano i toni affermando che sono i trader europei che in realtà guadagnano dall’ampio spread tra il prezzo del gas in America e quello in Europa. Ma il commissario europeo per il mercato interno, il francese Thierry Breton, non molla: «Gli Stati Uniti ci vendono il loro gas con un effetto moltiplicatore di quattro quando attraversano l’Atlantico. Siamo alleati, ma quando qualcosa va storto bisogna pur dirselo». Sulle armi, vi è la diffusa convinzione a Bruxelles che gli ingenti guadagni americani anche in questo settore siano eccessivi. Un diplomatico, citato da Politico, afferma che «non va bene dare l’impressione che il proprio miglior alleato in realtà stia traendo enormi profitti dai tuoi problemi».
Insomma, tra indiscrezioni e dichiarazioni ufficiali, è sempre più evidente l’insofferenza dell’Europa alla scomoda posizione in cui si trova relegata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Da una parte, braccio esecutivo della Nato, dall’altra grande pagatore del «supporto» americano.
La questione riguarda la capacità dell’Europa di essere autonoma e di poter effettivamente sedere con pari dignità allo stesso tavolo di Usa e Cina, la cui vocazione imperiale è concreta e collaudata, anche se non esente da fragilità interne. L’Unione europea, nata nel secondo dopoguerra su ispirazione americana come cuscinetto rispetto all’impero sovietico, ha cambiato la sua natura e oggi punta a giocare una propria partita, a tutto campo. Obiettivo che cozza in più punti con gli interessi americani.
È difficile prevedere dove porterà la attuale, crescente tensione tra Europa e Stati Uniti. Gli esiti possono essere molti, diversi tra loro. Il fatto che siano Germania e Francia a lamentarsi più di altri della piega indesiderata che ha preso l’alleanza indica che è l’intera Unione europea a essere in gioco. Le tensioni con la Germania, in particolare, risalgono quantomeno a sette anni fa, allo scandalo Dieselgate, per arrivare sino al caso del gasdotto Nord stream, che oggi, squassato mesi fa da una serie di esplosioni, sembra destinato ad arrugginire in fondo al mare.
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Mentre litiga ancora col Consiglio sul price cap, la Commissione annuncia più sanzioni e limiti al barile. Stallo anche sui migranti.Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra». Un diplomatico a Politico: «Male se un alleato trae profitto dai tuoi problemi».Lo speciale comprende due articoli.L’Unione europea vive uno dei suoi momenti più difficili. Le contraddizioni insite nel modello politico ed economico europeo stanno esplodendo man mano che gli shock esterni ne mettono alla prova la tenuta. La vicenda del grottesco nulla di fatto di tre giorni fa sul tetto al prezzo del gas è emblematica della crisi istituzionale europea. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Energia degli Stati membri, il ministro per la Transizione ecologica francese, Agnès Pannier-Runacher, ha affermato che «la Commissione europea dovrà fare nuove proposte». A stretto giro le ha risposto però il portavoce della Commissione, Eric Mamer: «La Commissione ha presentato una proposta e spetta al Consiglio decidere. Non abbiamo assolutamente dato alcun segnale che metteremo un’altra proposta sul tavolo». Il messaggio di Mamer è chiaro: la Commissione ha fatto il proprio dovere, ha fornito agli Stati quanto richiesto dal Consiglio del 20 ottobre scorso, cioè un meccanismo di correzione dei prezzi che non abbia impatti negativi sugli approvvigionamenti. Poco importa che questo significhi la sua virtuale impraticabilità: se non piace ad alcuni Stati, è un problema del Consiglio. Un modo assai sbrigativo per uscire dall’impasse, che ora però si trasferisce all’interno del Consiglio stesso. Ursula von der Leyen ha lanciato la palla (avvelenata) nel campo di Charles Michel e attende. Da qui al 13 dicembre saranno gli Stati membri che dovranno trovare un accordo. La Germania, cui la proposta della Commissione è piaciuta, resta contraria in generale al tetto, ma il fronte di 15 Paesi tra cui l’Italia ha ora legato l’approvazione degli acquisti congiunti di gas, che interessano alla Germania all’approvazione del price cap. Una condizionalità che rende la trattativa ancora più piccante.Ma non finisce qui. Ursula von der Leyen ha affermato in una conferenza stampa durante la sua visita in Finlandia che l’Ue sta «lavorando a tutta velocità al nono pacchetto di sanzioni e approveremo molto presto un price cap sul petrolio russo con il G7 e gli altri principali alleati». Posto che dal 5 dicembre l’Unione smetterà di importare petrolio e derivati dalla Russia, si tratta di un elemento marginale ai fini dei consumi europei ma rilevante in termini di commercio mondiale. Anche qui, è scontro. Da una parte la Commissione, che propone 70 dollari al barile come prezzo massimo. Dall’altra, Polonia e Paesi baltici che premono per abbassare il tetto a un punitivo 30 dollari al barile. Nel mezzo, l’Ungheria, che ha già ottenuto un’esenzione dall’applicare qualsiasi sanzione al petrolio russo.A questo quadro già frammentato si sovrappone la questione dei migranti e della mala gestio europea, che sin qui ha generato scontento. Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei tenutosi venerdì si è occupato proprio di migranti e ha sancito (si fa per dire) che l’apertura di porti sicuri è un obbligo, che le Ong andranno in qualche modo regolamentate e infine che l’Unione europea non è competente sul tema (sic) ma che un compromesso in sede europea è possibile.Bizzarro che l’Unione europea si dichiari incompetente su un tema che riguarda non solo la difesa dei confini esterni, ma anche l’equilibrio sociale ed economico interno degli stati membri. A quanto pare, il vecchio (e cinico) adagio di Jean Monnet secondo cui l’Europa «sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi» è vero solo per certe crisi. Evidentemente quella dei migranti, per Bruxelles, non è una crisi per cui valga la pena «forgiare» alcunché. Non ci si spiega allora perché attendere che l’Unione europea faccia qualcosa, visto che non può e non vuole farlo: sui migranti ha dichiarato la propria inutilità. La pressione della realtà sulla farraginosa macchina unionista però si fa sentire. Da una parte la crisi energetica, dall’altra le sanzioni applicate alla Russia, che certo la danneggiano nel lungo termine ma che all’Europa richiedono un immediato e pesantissimo tributo. Ancora, i migranti che premono sulle due rotte, quella mediterranea e quella dei Balcani. La casa comune scricchiola. Alcuni osservatori indicano nel meccanismo della unanimità tra Stati il problema dello stallo in cui si trova l’Unione attualmente. Ma se passasse il concetto che le decisioni in Europa si prendono a maggioranza, lo stallo si trasformerebbe nel dominio di una maggioranza consolidata di cui, siamo certi, l’Italia non farebbe parte, per molti temi e in molti campi. La realtà della guerra russo-ucraina costringe l’Unione europea a confrontarsi con il proprio limite intrinseco, con ciò che mina alle fondamenta tutta la costruzione europea per come immaginata dall’asse franco-tedesco: le ambizioni imperiali dell’Unione devono fare i conti con l’appartenenza alla Nato e con la fedeltà al Patto atlantico. Se i commerci e i legami internazionali europei devono sottostare a una agenda geostrategica dettata da una capitale d’oltreoceano, con il contributo non marginale di un’altra capitale che sta oltremanica, la praticabilità del modello di Unione rovina sotto i colpi della realtà. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-figuraccia-sul-tetto-del-gas-lue-ripete-il-balletto-pure-per-il-petrolio-2658786158.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tensioni-fra-washington-e-bruxelles-gli-usa-fanno-affari-con-la-guerra" data-post-id="2658786158" data-published-at="1669502254" data-use-pagination="False"> Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra» La guerra in Ucraina sta facendo emergere una crepa nel fronte occidentale, che potrebbe allargarsi fino a diventare una seria frattura tra Stati Uniti ed Europa. In molte capitali europee e a Bruxelles, sede degli organi dell’Unione europea, ricorrono sempre più spesso le frasi esplicite di chi accusa gli Stati Uniti di sfruttare la guerra per arricchirsi e di fare concorrenza sleale. Sia Francia sia Germania hanno stigmatizzato pubblicamente i prezzi alti cui il gas liquido americano è venduto in Europa da compagnie americane, dopo che Washington ha praticamente costretto l’Europa a fare a meno del gas russo. Ora anche il sito Politico.eu, organo molto vicino al sentire di Bruxelles, in questi giorni ha pubblicato molti virgolettati di vari esponenti da cui traspare la crescente insofferenza europea nei confronti dell’alleato americano. L’irritazione europea per l’atteggiamento americano è accresciuta dall’atto esecutivo di agosto di Joe Biden, l’Inflation reduction act (Ira), che consiste in incentivi, sgravi fiscali, investimenti, aiuti alle imprese americane per un valore di diverse centinaia di miliardi di dollari. L’Ira rischia di spiazzare l’economia europea con quelle che secondo il ministero degli Esteri francese sono «sovvenzioni discriminatorie che distorcono la concorrenza». Secondo Politico, a Bruxelles c’è molta agitazione per questo, tanto da mettere in dubbio che agli Usa interessi davvero la partnership con l’Europa. Sono soprattutto Francia e Germania, come riporta dettagliatamente Politico, a lamentarsi del trattamento ricevuto dagli Stati Uniti, che prima impone la linea di condotta diplomatica e militare nei confronti della Russia, a suon di sanzioni e aiuti militari all’Ucraina, e poi propongono il loro appoggio facendoselo pagare caro e salato. Sulla questione del gas, funzionari americani stemperano i toni affermando che sono i trader europei che in realtà guadagnano dall’ampio spread tra il prezzo del gas in America e quello in Europa. Ma il commissario europeo per il mercato interno, il francese Thierry Breton, non molla: «Gli Stati Uniti ci vendono il loro gas con un effetto moltiplicatore di quattro quando attraversano l’Atlantico. Siamo alleati, ma quando qualcosa va storto bisogna pur dirselo». Sulle armi, vi è la diffusa convinzione a Bruxelles che gli ingenti guadagni americani anche in questo settore siano eccessivi. Un diplomatico, citato da Politico, afferma che «non va bene dare l’impressione che il proprio miglior alleato in realtà stia traendo enormi profitti dai tuoi problemi». Insomma, tra indiscrezioni e dichiarazioni ufficiali, è sempre più evidente l’insofferenza dell’Europa alla scomoda posizione in cui si trova relegata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Da una parte, braccio esecutivo della Nato, dall’altra grande pagatore del «supporto» americano. La questione riguarda la capacità dell’Europa di essere autonoma e di poter effettivamente sedere con pari dignità allo stesso tavolo di Usa e Cina, la cui vocazione imperiale è concreta e collaudata, anche se non esente da fragilità interne. L’Unione europea, nata nel secondo dopoguerra su ispirazione americana come cuscinetto rispetto all’impero sovietico, ha cambiato la sua natura e oggi punta a giocare una propria partita, a tutto campo. Obiettivo che cozza in più punti con gli interessi americani. È difficile prevedere dove porterà la attuale, crescente tensione tra Europa e Stati Uniti. Gli esiti possono essere molti, diversi tra loro. Il fatto che siano Germania e Francia a lamentarsi più di altri della piega indesiderata che ha preso l’alleanza indica che è l’intera Unione europea a essere in gioco. Le tensioni con la Germania, in particolare, risalgono quantomeno a sette anni fa, allo scandalo Dieselgate, per arrivare sino al caso del gasdotto Nord stream, che oggi, squassato mesi fa da una serie di esplosioni, sembra destinato ad arrugginire in fondo al mare.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.