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2022-11-27
Dopo la figuraccia sul tetto del gas l’Ue ripete il balletto pure per il petrolio
Ursula von der Leyen (Ansa)
L’Unione europea vive uno dei suoi momenti più difficili. Le contraddizioni insite nel modello politico ed economico europeo stanno esplodendo man mano che gli shock esterni ne mettono alla prova la tenuta. La vicenda del grottesco nulla di fatto di tre giorni fa sul tetto al prezzo del gas è emblematica della crisi istituzionale europea. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Energia degli Stati membri, il ministro per la Transizione ecologica francese, Agnès Pannier-Runacher, ha affermato che «la Commissione europea dovrà fare nuove proposte». A stretto giro le ha risposto però il portavoce della Commissione, Eric Mamer: «La Commissione ha presentato una proposta e spetta al Consiglio decidere. Non abbiamo assolutamente dato alcun segnale che metteremo un’altra proposta sul tavolo». Il messaggio di Mamer è chiaro: la Commissione ha fatto il proprio dovere, ha fornito agli Stati quanto richiesto dal Consiglio del 20 ottobre scorso, cioè un meccanismo di correzione dei prezzi che non abbia impatti negativi sugli approvvigionamenti. Poco importa che questo significhi la sua virtuale impraticabilità: se non piace ad alcuni Stati, è un problema del Consiglio. Un modo assai sbrigativo per uscire dall’impasse, che ora però si trasferisce all’interno del Consiglio stesso. Ursula von der Leyen ha lanciato la palla (avvelenata) nel campo di Charles Michel e attende. Da qui al 13 dicembre saranno gli Stati membri che dovranno trovare un accordo. La Germania, cui la proposta della Commissione è piaciuta, resta contraria in generale al tetto, ma il fronte di 15 Paesi tra cui l’Italia ha ora legato l’approvazione degli acquisti congiunti di gas, che interessano alla Germania all’approvazione del price cap. Una condizionalità che rende la trattativa ancora più piccante.
Ma non finisce qui. Ursula von der Leyen ha affermato in una conferenza stampa durante la sua visita in Finlandia che l’Ue sta «lavorando a tutta velocità al nono pacchetto di sanzioni e approveremo molto presto un price cap sul petrolio russo con il G7 e gli altri principali alleati». Posto che dal 5 dicembre l’Unione smetterà di importare petrolio e derivati dalla Russia, si tratta di un elemento marginale ai fini dei consumi europei ma rilevante in termini di commercio mondiale. Anche qui, è scontro. Da una parte la Commissione, che propone 70 dollari al barile come prezzo massimo. Dall’altra, Polonia e Paesi baltici che premono per abbassare il tetto a un punitivo 30 dollari al barile. Nel mezzo, l’Ungheria, che ha già ottenuto un’esenzione dall’applicare qualsiasi sanzione al petrolio russo.
A questo quadro già frammentato si sovrappone la questione dei migranti e della mala gestio europea, che sin qui ha generato scontento. Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei tenutosi venerdì si è occupato proprio di migranti e ha sancito (si fa per dire) che l’apertura di porti sicuri è un obbligo, che le Ong andranno in qualche modo regolamentate e infine che l’Unione europea non è competente sul tema (sic) ma che un compromesso in sede europea è possibile.
Bizzarro che l’Unione europea si dichiari incompetente su un tema che riguarda non solo la difesa dei confini esterni, ma anche l’equilibrio sociale ed economico interno degli stati membri. A quanto pare, il vecchio (e cinico) adagio di Jean Monnet secondo cui l’Europa «sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi» è vero solo per certe crisi. Evidentemente quella dei migranti, per Bruxelles, non è una crisi per cui valga la pena «forgiare» alcunché. Non ci si spiega allora perché attendere che l’Unione europea faccia qualcosa, visto che non può e non vuole farlo: sui migranti ha dichiarato la propria inutilità.
La pressione della realtà sulla farraginosa macchina unionista però si fa sentire. Da una parte la crisi energetica, dall’altra le sanzioni applicate alla Russia, che certo la danneggiano nel lungo termine ma che all’Europa richiedono un immediato e pesantissimo tributo. Ancora, i migranti che premono sulle due rotte, quella mediterranea e quella dei Balcani. La casa comune scricchiola. Alcuni osservatori indicano nel meccanismo della unanimità tra Stati il problema dello stallo in cui si trova l’Unione attualmente. Ma se passasse il concetto che le decisioni in Europa si prendono a maggioranza, lo stallo si trasformerebbe nel dominio di una maggioranza consolidata di cui, siamo certi, l’Italia non farebbe parte, per molti temi e in molti campi.
La realtà della guerra russo-ucraina costringe l’Unione europea a confrontarsi con il proprio limite intrinseco, con ciò che mina alle fondamenta tutta la costruzione europea per come immaginata dall’asse franco-tedesco: le ambizioni imperiali dell’Unione devono fare i conti con l’appartenenza alla Nato e con la fedeltà al Patto atlantico. Se i commerci e i legami internazionali europei devono sottostare a una agenda geostrategica dettata da una capitale d’oltreoceano, con il contributo non marginale di un’altra capitale che sta oltremanica, la praticabilità del modello di Unione rovina sotto i colpi della realtà.
Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra»
La guerra in Ucraina sta facendo emergere una crepa nel fronte occidentale, che potrebbe allargarsi fino a diventare una seria frattura tra Stati Uniti ed Europa. In molte capitali europee e a Bruxelles, sede degli organi dell’Unione europea, ricorrono sempre più spesso le frasi esplicite di chi accusa gli Stati Uniti di sfruttare la guerra per arricchirsi e di fare concorrenza sleale. Sia Francia sia Germania hanno stigmatizzato pubblicamente i prezzi alti cui il gas liquido americano è venduto in Europa da compagnie americane, dopo che Washington ha praticamente costretto l’Europa a fare a meno del gas russo. Ora anche il sito Politico.eu, organo molto vicino al sentire di Bruxelles, in questi giorni ha pubblicato molti virgolettati di vari esponenti da cui traspare la crescente insofferenza europea nei confronti dell’alleato americano. L’irritazione europea per l’atteggiamento americano è accresciuta dall’atto esecutivo di agosto di Joe Biden, l’Inflation reduction act (Ira), che consiste in incentivi, sgravi fiscali, investimenti, aiuti alle imprese americane per un valore di diverse centinaia di miliardi di dollari. L’Ira rischia di spiazzare l’economia europea con quelle che secondo il ministero degli Esteri francese sono «sovvenzioni discriminatorie che distorcono la concorrenza». Secondo Politico, a Bruxelles c’è molta agitazione per questo, tanto da mettere in dubbio che agli Usa interessi davvero la partnership con l’Europa.
Sono soprattutto Francia e Germania, come riporta dettagliatamente Politico, a lamentarsi del trattamento ricevuto dagli Stati Uniti, che prima impone la linea di condotta diplomatica e militare nei confronti della Russia, a suon di sanzioni e aiuti militari all’Ucraina, e poi propongono il loro appoggio facendoselo pagare caro e salato. Sulla questione del gas, funzionari americani stemperano i toni affermando che sono i trader europei che in realtà guadagnano dall’ampio spread tra il prezzo del gas in America e quello in Europa. Ma il commissario europeo per il mercato interno, il francese Thierry Breton, non molla: «Gli Stati Uniti ci vendono il loro gas con un effetto moltiplicatore di quattro quando attraversano l’Atlantico. Siamo alleati, ma quando qualcosa va storto bisogna pur dirselo». Sulle armi, vi è la diffusa convinzione a Bruxelles che gli ingenti guadagni americani anche in questo settore siano eccessivi. Un diplomatico, citato da Politico, afferma che «non va bene dare l’impressione che il proprio miglior alleato in realtà stia traendo enormi profitti dai tuoi problemi».
Insomma, tra indiscrezioni e dichiarazioni ufficiali, è sempre più evidente l’insofferenza dell’Europa alla scomoda posizione in cui si trova relegata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Da una parte, braccio esecutivo della Nato, dall’altra grande pagatore del «supporto» americano.
La questione riguarda la capacità dell’Europa di essere autonoma e di poter effettivamente sedere con pari dignità allo stesso tavolo di Usa e Cina, la cui vocazione imperiale è concreta e collaudata, anche se non esente da fragilità interne. L’Unione europea, nata nel secondo dopoguerra su ispirazione americana come cuscinetto rispetto all’impero sovietico, ha cambiato la sua natura e oggi punta a giocare una propria partita, a tutto campo. Obiettivo che cozza in più punti con gli interessi americani.
È difficile prevedere dove porterà la attuale, crescente tensione tra Europa e Stati Uniti. Gli esiti possono essere molti, diversi tra loro. Il fatto che siano Germania e Francia a lamentarsi più di altri della piega indesiderata che ha preso l’alleanza indica che è l’intera Unione europea a essere in gioco. Le tensioni con la Germania, in particolare, risalgono quantomeno a sette anni fa, allo scandalo Dieselgate, per arrivare sino al caso del gasdotto Nord stream, che oggi, squassato mesi fa da una serie di esplosioni, sembra destinato ad arrugginire in fondo al mare.
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Mentre litiga ancora col Consiglio sul price cap, la Commissione annuncia più sanzioni e limiti al barile. Stallo anche sui migranti.Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra». Un diplomatico a Politico: «Male se un alleato trae profitto dai tuoi problemi».Lo speciale comprende due articoli.L’Unione europea vive uno dei suoi momenti più difficili. Le contraddizioni insite nel modello politico ed economico europeo stanno esplodendo man mano che gli shock esterni ne mettono alla prova la tenuta. La vicenda del grottesco nulla di fatto di tre giorni fa sul tetto al prezzo del gas è emblematica della crisi istituzionale europea. Dopo la riunione del Consiglio dei ministri dell’Energia degli Stati membri, il ministro per la Transizione ecologica francese, Agnès Pannier-Runacher, ha affermato che «la Commissione europea dovrà fare nuove proposte». A stretto giro le ha risposto però il portavoce della Commissione, Eric Mamer: «La Commissione ha presentato una proposta e spetta al Consiglio decidere. Non abbiamo assolutamente dato alcun segnale che metteremo un’altra proposta sul tavolo». Il messaggio di Mamer è chiaro: la Commissione ha fatto il proprio dovere, ha fornito agli Stati quanto richiesto dal Consiglio del 20 ottobre scorso, cioè un meccanismo di correzione dei prezzi che non abbia impatti negativi sugli approvvigionamenti. Poco importa che questo significhi la sua virtuale impraticabilità: se non piace ad alcuni Stati, è un problema del Consiglio. Un modo assai sbrigativo per uscire dall’impasse, che ora però si trasferisce all’interno del Consiglio stesso. Ursula von der Leyen ha lanciato la palla (avvelenata) nel campo di Charles Michel e attende. Da qui al 13 dicembre saranno gli Stati membri che dovranno trovare un accordo. La Germania, cui la proposta della Commissione è piaciuta, resta contraria in generale al tetto, ma il fronte di 15 Paesi tra cui l’Italia ha ora legato l’approvazione degli acquisti congiunti di gas, che interessano alla Germania all’approvazione del price cap. Una condizionalità che rende la trattativa ancora più piccante.Ma non finisce qui. Ursula von der Leyen ha affermato in una conferenza stampa durante la sua visita in Finlandia che l’Ue sta «lavorando a tutta velocità al nono pacchetto di sanzioni e approveremo molto presto un price cap sul petrolio russo con il G7 e gli altri principali alleati». Posto che dal 5 dicembre l’Unione smetterà di importare petrolio e derivati dalla Russia, si tratta di un elemento marginale ai fini dei consumi europei ma rilevante in termini di commercio mondiale. Anche qui, è scontro. Da una parte la Commissione, che propone 70 dollari al barile come prezzo massimo. Dall’altra, Polonia e Paesi baltici che premono per abbassare il tetto a un punitivo 30 dollari al barile. Nel mezzo, l’Ungheria, che ha già ottenuto un’esenzione dall’applicare qualsiasi sanzione al petrolio russo.A questo quadro già frammentato si sovrappone la questione dei migranti e della mala gestio europea, che sin qui ha generato scontento. Il Consiglio dei ministri dell’Interno europei tenutosi venerdì si è occupato proprio di migranti e ha sancito (si fa per dire) che l’apertura di porti sicuri è un obbligo, che le Ong andranno in qualche modo regolamentate e infine che l’Unione europea non è competente sul tema (sic) ma che un compromesso in sede europea è possibile.Bizzarro che l’Unione europea si dichiari incompetente su un tema che riguarda non solo la difesa dei confini esterni, ma anche l’equilibrio sociale ed economico interno degli stati membri. A quanto pare, il vecchio (e cinico) adagio di Jean Monnet secondo cui l’Europa «sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi» è vero solo per certe crisi. Evidentemente quella dei migranti, per Bruxelles, non è una crisi per cui valga la pena «forgiare» alcunché. Non ci si spiega allora perché attendere che l’Unione europea faccia qualcosa, visto che non può e non vuole farlo: sui migranti ha dichiarato la propria inutilità. La pressione della realtà sulla farraginosa macchina unionista però si fa sentire. Da una parte la crisi energetica, dall’altra le sanzioni applicate alla Russia, che certo la danneggiano nel lungo termine ma che all’Europa richiedono un immediato e pesantissimo tributo. Ancora, i migranti che premono sulle due rotte, quella mediterranea e quella dei Balcani. La casa comune scricchiola. Alcuni osservatori indicano nel meccanismo della unanimità tra Stati il problema dello stallo in cui si trova l’Unione attualmente. Ma se passasse il concetto che le decisioni in Europa si prendono a maggioranza, lo stallo si trasformerebbe nel dominio di una maggioranza consolidata di cui, siamo certi, l’Italia non farebbe parte, per molti temi e in molti campi. La realtà della guerra russo-ucraina costringe l’Unione europea a confrontarsi con il proprio limite intrinseco, con ciò che mina alle fondamenta tutta la costruzione europea per come immaginata dall’asse franco-tedesco: le ambizioni imperiali dell’Unione devono fare i conti con l’appartenenza alla Nato e con la fedeltà al Patto atlantico. Se i commerci e i legami internazionali europei devono sottostare a una agenda geostrategica dettata da una capitale d’oltreoceano, con il contributo non marginale di un’altra capitale che sta oltremanica, la praticabilità del modello di Unione rovina sotto i colpi della realtà. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-la-figuraccia-sul-tetto-del-gas-lue-ripete-il-balletto-pure-per-il-petrolio-2658786158.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tensioni-fra-washington-e-bruxelles-gli-usa-fanno-affari-con-la-guerra" data-post-id="2658786158" data-published-at="1669502254" data-use-pagination="False"> Tensioni fra Washington e Bruxelles. «Gli Usa fanno affari con la guerra» La guerra in Ucraina sta facendo emergere una crepa nel fronte occidentale, che potrebbe allargarsi fino a diventare una seria frattura tra Stati Uniti ed Europa. In molte capitali europee e a Bruxelles, sede degli organi dell’Unione europea, ricorrono sempre più spesso le frasi esplicite di chi accusa gli Stati Uniti di sfruttare la guerra per arricchirsi e di fare concorrenza sleale. Sia Francia sia Germania hanno stigmatizzato pubblicamente i prezzi alti cui il gas liquido americano è venduto in Europa da compagnie americane, dopo che Washington ha praticamente costretto l’Europa a fare a meno del gas russo. Ora anche il sito Politico.eu, organo molto vicino al sentire di Bruxelles, in questi giorni ha pubblicato molti virgolettati di vari esponenti da cui traspare la crescente insofferenza europea nei confronti dell’alleato americano. L’irritazione europea per l’atteggiamento americano è accresciuta dall’atto esecutivo di agosto di Joe Biden, l’Inflation reduction act (Ira), che consiste in incentivi, sgravi fiscali, investimenti, aiuti alle imprese americane per un valore di diverse centinaia di miliardi di dollari. L’Ira rischia di spiazzare l’economia europea con quelle che secondo il ministero degli Esteri francese sono «sovvenzioni discriminatorie che distorcono la concorrenza». Secondo Politico, a Bruxelles c’è molta agitazione per questo, tanto da mettere in dubbio che agli Usa interessi davvero la partnership con l’Europa. Sono soprattutto Francia e Germania, come riporta dettagliatamente Politico, a lamentarsi del trattamento ricevuto dagli Stati Uniti, che prima impone la linea di condotta diplomatica e militare nei confronti della Russia, a suon di sanzioni e aiuti militari all’Ucraina, e poi propongono il loro appoggio facendoselo pagare caro e salato. Sulla questione del gas, funzionari americani stemperano i toni affermando che sono i trader europei che in realtà guadagnano dall’ampio spread tra il prezzo del gas in America e quello in Europa. Ma il commissario europeo per il mercato interno, il francese Thierry Breton, non molla: «Gli Stati Uniti ci vendono il loro gas con un effetto moltiplicatore di quattro quando attraversano l’Atlantico. Siamo alleati, ma quando qualcosa va storto bisogna pur dirselo». Sulle armi, vi è la diffusa convinzione a Bruxelles che gli ingenti guadagni americani anche in questo settore siano eccessivi. Un diplomatico, citato da Politico, afferma che «non va bene dare l’impressione che il proprio miglior alleato in realtà stia traendo enormi profitti dai tuoi problemi». Insomma, tra indiscrezioni e dichiarazioni ufficiali, è sempre più evidente l’insofferenza dell’Europa alla scomoda posizione in cui si trova relegata da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Da una parte, braccio esecutivo della Nato, dall’altra grande pagatore del «supporto» americano. La questione riguarda la capacità dell’Europa di essere autonoma e di poter effettivamente sedere con pari dignità allo stesso tavolo di Usa e Cina, la cui vocazione imperiale è concreta e collaudata, anche se non esente da fragilità interne. L’Unione europea, nata nel secondo dopoguerra su ispirazione americana come cuscinetto rispetto all’impero sovietico, ha cambiato la sua natura e oggi punta a giocare una propria partita, a tutto campo. Obiettivo che cozza in più punti con gli interessi americani. È difficile prevedere dove porterà la attuale, crescente tensione tra Europa e Stati Uniti. Gli esiti possono essere molti, diversi tra loro. Il fatto che siano Germania e Francia a lamentarsi più di altri della piega indesiderata che ha preso l’alleanza indica che è l’intera Unione europea a essere in gioco. Le tensioni con la Germania, in particolare, risalgono quantomeno a sette anni fa, allo scandalo Dieselgate, per arrivare sino al caso del gasdotto Nord stream, che oggi, squassato mesi fa da una serie di esplosioni, sembra destinato ad arrugginire in fondo al mare.
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Paul Magnier, francese del Team Soudal Quick-Step, festeggia sul podio come vincitore della Maglia Rosa di leader durante la 1ª tappa del 109° Giro d'Italia 2026 (Getty Images)
La corsa rosa parte da Nessebar e incorona subito il francese Paul Magnier, vincitore della volata di Burgas dopo una maxi caduta nel finale. Delusione per Jonathan Milan, solo quarto. Giornata tranquilla per il favorito Vingegaard e gli uomini di classifica.
Il Giro d’Italia 2026 parte dalla Bulgaria e la prima maglia rosa prende la strada della Francia. A Burgas vince Paul Magnier, il più rapido a uscire dal caos di un finale segnato da una maxi caduta a meno di un chilometro dall’arrivo. Il francese della Soudal Quick-Step brucia allo sprint Tobias Lund Andresen e Ethan Vernon, mentre Jonathan Milan, uno dei grandi favoriti di giornata, resta fuori dal podio e chiude quarto.
La prima tappa del Giro numero 109, 147 chilometri da Nessebar a Burgas lungo la costa del Mar Nero, era disegnata per i velocisti. E infatti tutto è andato in quella direzione fino agli ultimi metri, quando una caduta ha spezzato il gruppo e cambiato completamente la volata. Magnier è stato il più lucido nel trovare spazio, Milan invece si è ritrovato senza il suo treno proprio nel momento decisivo. Per il friulano della Lidl-Trek la situazione si era complicata già negli ultimi tre chilometri. La squadra si è disunita nella battaglia per prendere posizione e lui è rimasto costretto a inseguire ruote e varchi in un finale sempre più nervoso. Quando davanti è caduto mezzo gruppo, a giocarsi la vittoria sono rimasti in pochi.
La giornata era vissuta soprattutto sulla fuga di Manuele Tarozzi e dello spagnolo Diego Sevilla, scattati subito dopo il chilometro zero e rimasti all’attacco per oltre cento chilometri. Sevilla si è preso i due Gran premi della montagna e la prima maglia azzurra, mentre Tarozzi ha vinto il traguardo volante e il Red Bull Km davanti allo stesso Sevilla. Dietro, però, il gruppo non ha mai lasciato troppo spazio e la fuga si è chiusa a poco più di venti chilometri dall’arrivo. Tra gli uomini di classifica, invece, come da pronostico nessuna scossa. Jonas Vingegaard, indicato come il grande favorito per la vittoria finale viste le assenze di due fuoriclasse come Tadej Pogačar e Remco Evenepoel, ha corso una tappa prudente, restando lontano dai rischi e senza esporsi nel finale. Con la neutralizzazione dei tempi scattata a cinque chilometri dall’arrivo, la classifica non cambia.
Domani il Giro propone subito una tappa diversa: da Burgas a Veliko Tarnovo, 221 chilometri e un finale più duro, tra le valli dei Balcani e le strade che attraversano la catena montuosa nel cuore della Bulgaria. Ci saranno tre Gran premi della montagna e un ultimo tratto più nervoso, con la salita del monastero di Lyaskovets a undici chilometri dall’arrivo e alcuni settori in pavé nel finale. Sulle strade bulgare, intanto, il Giro ha trovato una cornice inattesa ma molto partecipata. Da Nessebar, antica città sul Mar Nero con tracce greche, romane e ottomane, fino a Burgas, il pubblico ha accompagnato il passaggio della corsa per tutta la giornata: tifosi ai bordi della strada, ponti affollati e bandiere bulgare lungo il percorso. Una partenza dall’estero che il Giro considera ormai una consuetudine: quella di quest’anno è la sedicesima nella storia della corsa rosa.
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