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2020-07-08
L’Italia affonda, Conte gongola
Giuseppe Conte (Antonio Masiello/Getty Images)
Nell'Aula della Camera il testo del decreto Rilancio è arrivato, dopo lunga e penosa malattia, solo alle 18.30 di ieri sera. Prima, è stato necessario un ennesimo ritorno in commissione Bilancio per correggere i pasticci combinati da governo e maggioranza e puntualmente evidenziati dalla Ragioneria generale dello Stato, che non è un organo esterno, ma è parte integrante del Mef. Va dato atto a Claudio Borghi, leghista e presidente della commissione, di aver tenuto un comportamento ineccepibile dal punto di vista istituzionale, rimanendo sempre capace di separare il suo punto di vista politico (ferocemente contrario al provvedimento) dalla gestione dei lavori, che è stata impeccabile da parte sua. Tutt'altro che impeccabile, anzi, disastroso, il comportamento del governo. E non solo per i 256 articoli di un provvedimento omnibus (nato come decreto Aprile, e siamo all'8 luglio), ma per il tentativo di infilarci di tutto, dai soldi alla fondazione di Bill Gates fino ai voli in business class per l'expo di Dubai.
Morale, la trattazione è diventata una via di mezzo tra un pandemonio e un suk: 8.000 emendamenti, poi ridotti a 1.200, e la commissione che - miracolosamente - è riuscita lo stesso a chiudere i lavori. Ma con un gigantesco «ma»: con un cortocircuito paradossale, proprio su emendamenti del governo o della maggioranza, e su cui i rappresentanti del governo avevano espresso parere favorevole, è arrivata la mannaia della Ragioneria generale dello Stato, che ha steso una devastante nota tecnica di 22 pagine per stroncarli e chiederne la correzione, che poi è avvenuta nella giornata di ieri. Ora, se un rappresentante del governo dà parere favorevole in commissione prima della votazione di un emendamento (ed è il segnale che l'esecutivo autorizza la sua maggioranza a votare sì), si presuppone che si sia già consultato con la Rgs. E invece più di qualcosa non ha funzionato. In un altro articolo, spieghiamo tutto ciò che non va nella macchina del Mef, dalle carenze della «testa» politica alle stanchezze del «corpaccione» tecnico.
Ma una fonte anonima del ministero, solitamente attendibilissima, pur ammettendo i problemi di carattere generale, ha aggiunto una causa più specifica dell'incidente. L'innesco sarebbe stato determinato dal tentativo della maggioranza Pd-M5s (con il governo o corresponsabile o incapace di gestire la situazione) di infilare nottetempo un'ultima ondata di emendamenti non concordati né coperti. Per dirla con le parole di Giuseppe Conte: qualcuno ha provato ad agire «con il favore delle tenebre». E in questa infornata, secondo questa interpretazione, il Pd avrebbe provato a spingere anche temi e punti sollecitati da qualche esponente di Fi, in un tentativo del Pd di captatio benevolentiae verso un pezzo dell'opposizione. Ovviamente, da parte del Pd, si nega questa ricostruzione.
Resta però il pasticcio. E, nel gran caos, c'è chi è stato clamorosamente dimenticato. È il caso delle aree colpite dal terremoto del 2009: il sindaco dell'Aquila Pierluigi Biondi, in una nota congiunta con altri sindaci dello stesso territorio, non solo ha denunciato l'assenza di misure significative, ma ha anche acceso i riflettori sulla bocciatura dell'emendamento a firma di Stefania Pezzopane (Pd) «con cui si concedeva la proroga al 31 luglio per la presentazione da parte delle imprese della certificazione per ottenere l'abbattimento di tributi e imposte». «Così come è accaduto per tutte le altre proposte emendative annunciate in spettacolari e partecipatissime conferenze stampa», ha sarcasticamente aggiunto il sindaco.
In ogni caso, alle 17.15 di ieri, dopo un'altra giornata caotica, Borghi si è correttamente presentato in Aula chiedendo un'ora e un quarto (fino alle 18.30) per assemblare materialmente i testi modificati che nel frattempo erano stati approvati. Nella pausa, il leghista si è tolto lo sfizio di scrivere su Twitter che «la gloriosa commissione Bilancio ha sistemato le “lievi imprecisioni"». Un modo da un lato per rivendicare la correttezza del suo operato istituzionale e dall'altro per sottolineare la debacle tecnica e politica del governo.
Finalmente, alle 18.30, la seduta è ripresa, e, com'era scontato, si è presentato in Aula il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, per porre la fiducia, con ciò blindando il resto del percorso, facendo decadere ogni emendamento in Aula, e precostituendo l'approvazione del testo uscito dalla commissione (nell'ultima versione). Testo che a questo punto, mancando poco alla scadenza dei 60 giorni, il Senato potrà a sua volta solo guardare e approvare, senza nemmeno cambiare una virgola. Non ci sarebbe infatti spazio per una terza lettura, con tanti saluti alla mitica «centralità del Parlamento», ridotta a scioglilingua vanamente ripetuto da Pd e M5s.
Da segnalare, in Aula, il duro intervento di Simone Baldelli (Fi) che ha evidenziato come il Conte bis sia giunto alla sua ventiduesima fiducia.
La Ragioneria demolisce il Tesoro e mortifica i vice Castelli e Misiani
Cedimento strutturale del Mef: l'edificio non regge più. Ovviamente, non stiamo parlando dell'esigenza di ristrutturare fisicamente i locali di via XX Settembre, ma di una malattia più profonda e non necessariamente curabile, in questa legislatura.
Se la Ragioneria generale dello Stato, su un provvedimento cruciale, atteso da mesi e preparato per lunghe settimane come il decreto Rilancio, che mette in campo ben 55 miliardi di risorse, arriva in extremis a vergare 22 pagine di fuoco contro gli emendamenti dello stesso governo e della medesima maggioranza, siamo in presenza - per l'esecutivo - di una debacle tecnica e insieme di un gigantesco caso politico.
La nota della Ragioneria è impietosa, in primo luogo nei confronti dei sottosegretari Laura Castelli (M5s) e Antonio Misiani (Pd) che hanno direttamente seguito il provvedimento, ma indirettamente anche verso il ministro Roberto Gualtieri, palesemente non al comando della situazione alla sua prima vera prova di governo. I rilievi della Rgs configurano una Waterloo per i titolari politici del Mef: emendamenti da modificare per escludere effetti finanziari negativi, emendamenti da stralciare perché privi di copertura, emendamenti da cassare perché comportano oneri non quantificati, emendamenti con relazione tecnica insussistente o comunque non esaustiva, e perfino emendamenti a rischio di infrazione europea. Un bagno di sangue: l'equivalente di gravi e ripetuti errori di grammatica e di sintassi in un tema di italiano.
Come spiegare questo evento - a memoria di chi scrive - quasi senza precedenti in questa dimensione, con questa tempistica, e su un provvedimento così importante per un governo?
La prima spiegazione classica che si sarebbe indotti a esplorare è quella di un trappolone politico teso dalla Ragioneria. Ma francamente chi scrive tende a non preferire questa ipotesi: anzi, è noto che l'attuale Ragioniere, Biagio Mazzotta, debba la sua nomina e il suo successo in volata per accaparrarsela sulla competitor Alessandra Dal Verme, proprio al ruolo politico giocato dalla grillina Castelli. Dunque, appare improbabile e immotivata una vendetta politica: non ce ne sono i motivi, anzi semmai vale l'argomento contrario.
E allora occorre ripiegare sulla seconda spiegazione, solo apparentemente meno grave, ma in realtà ancora più preoccupante. La guida politica del ministero non c'è, e nessuno ha una bussola. Il ministro è uno storico, un teorico, non avvezzo alla guida di una macchina così complessa; i sottosegretari non si sono palesemente rivelati all'altezza della prova; il direttore generale Alessandro Rivera gioca una sua partita (si pensi al suo ruolo nei negoziati europei); i dipartimenti vanno ognuno per conto proprio. E chi dovrebbe svolgere per definizione un ruolo di collante, il capo di gabinetto Luigi Carbone, sembra avere ricorrenti priorità musicali. Morale: la testa politica latita, la saldatura tecnica delle varie anime e componenti non c'è o è insufficiente, e a quel punto gli incidenti sono dietro l'angolo.
C'è anche una terza spiegazione, perfettamente compatibile e per molti versi sovrapponibile rispetto alla seconda. Anche senza dolo, anche senza una specifica volontà di «colpire», i corpi dello Stato sono lestissimi a sorreggere i governi e i ministri in ascesa, ma altrettanto lesti a mollarli quando li percepiscono in difficoltà.
Certo, qui la vicenda è clamorosa. Si potrebbe dire: se un governo presenta un decreto monstre di 256 articoli, è naturale che poi la «bestia» si riveli non domabile, e che dietro ogni angolo possa nascondersi un pasticcio o un imprevisto. Vero. Ma è pur vero che quei 256 articoli erano già conosciuti dalla Rgs. E, quanto agli emendamenti, non si trattava di un maxiemendamento freneticamente scritto in una notte (quando può capitare una sbavatura), ma di un lavoro politico durato settimane. E dunque svolto malissimo: su questo, lo zelo - a volte ferocemente ottuso - della Rgs (non dispiaccia ai suoi adoratori che abbondano nei palazzi romani) si scatena, usando la matita blu come un randello.
Da ultimo, ha giocato anche una propensione del Mef ad acchiappare tutto e a commissariare gli altri ministeri economici. Pur non avendo il «fisico», politicamente parlando, per un'operazione così muscolare, Gualtieri ha finito per appropriarsi di materie proprie del ministero dello Sviluppo e del ministero del Lavoro: dalla politica industriale al fondo Sure, dagli ammortizzatori sociali all'Inps, passando per Cdp. In questo gigantismo, gli errori sono dietro l'angolo. E soprattutto nel crepuscolo (politico) le ombre (tecniche) tendono ad allungarsi.
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La commissione Bilancio salva in extremis il testo bocciato dalla Ragioneria. Il caos dopo il blitz della maggioranza per aggiungere provvedimenti (e accontentare Fi)I tecnici statali rimbrottano i numeri due del dicastero per le mancate coperture nel decreto. La disfatta però è anche di Roberto Gualtieri: vuole accentrare competenze di altri ministeri e non sa gestire neppure i suoi dirigenti.Lo speciale contiene due articoliNell'Aula della Camera il testo del decreto Rilancio è arrivato, dopo lunga e penosa malattia, solo alle 18.30 di ieri sera. Prima, è stato necessario un ennesimo ritorno in commissione Bilancio per correggere i pasticci combinati da governo e maggioranza e puntualmente evidenziati dalla Ragioneria generale dello Stato, che non è un organo esterno, ma è parte integrante del Mef. Va dato atto a Claudio Borghi, leghista e presidente della commissione, di aver tenuto un comportamento ineccepibile dal punto di vista istituzionale, rimanendo sempre capace di separare il suo punto di vista politico (ferocemente contrario al provvedimento) dalla gestione dei lavori, che è stata impeccabile da parte sua. Tutt'altro che impeccabile, anzi, disastroso, il comportamento del governo. E non solo per i 256 articoli di un provvedimento omnibus (nato come decreto Aprile, e siamo all'8 luglio), ma per il tentativo di infilarci di tutto, dai soldi alla fondazione di Bill Gates fino ai voli in business class per l'expo di Dubai. Morale, la trattazione è diventata una via di mezzo tra un pandemonio e un suk: 8.000 emendamenti, poi ridotti a 1.200, e la commissione che - miracolosamente - è riuscita lo stesso a chiudere i lavori. Ma con un gigantesco «ma»: con un cortocircuito paradossale, proprio su emendamenti del governo o della maggioranza, e su cui i rappresentanti del governo avevano espresso parere favorevole, è arrivata la mannaia della Ragioneria generale dello Stato, che ha steso una devastante nota tecnica di 22 pagine per stroncarli e chiederne la correzione, che poi è avvenuta nella giornata di ieri. Ora, se un rappresentante del governo dà parere favorevole in commissione prima della votazione di un emendamento (ed è il segnale che l'esecutivo autorizza la sua maggioranza a votare sì), si presuppone che si sia già consultato con la Rgs. E invece più di qualcosa non ha funzionato. In un altro articolo, spieghiamo tutto ciò che non va nella macchina del Mef, dalle carenze della «testa» politica alle stanchezze del «corpaccione» tecnico. Ma una fonte anonima del ministero, solitamente attendibilissima, pur ammettendo i problemi di carattere generale, ha aggiunto una causa più specifica dell'incidente. L'innesco sarebbe stato determinato dal tentativo della maggioranza Pd-M5s (con il governo o corresponsabile o incapace di gestire la situazione) di infilare nottetempo un'ultima ondata di emendamenti non concordati né coperti. Per dirla con le parole di Giuseppe Conte: qualcuno ha provato ad agire «con il favore delle tenebre». E in questa infornata, secondo questa interpretazione, il Pd avrebbe provato a spingere anche temi e punti sollecitati da qualche esponente di Fi, in un tentativo del Pd di captatio benevolentiae verso un pezzo dell'opposizione. Ovviamente, da parte del Pd, si nega questa ricostruzione. Resta però il pasticcio. E, nel gran caos, c'è chi è stato clamorosamente dimenticato. È il caso delle aree colpite dal terremoto del 2009: il sindaco dell'Aquila Pierluigi Biondi, in una nota congiunta con altri sindaci dello stesso territorio, non solo ha denunciato l'assenza di misure significative, ma ha anche acceso i riflettori sulla bocciatura dell'emendamento a firma di Stefania Pezzopane (Pd) «con cui si concedeva la proroga al 31 luglio per la presentazione da parte delle imprese della certificazione per ottenere l'abbattimento di tributi e imposte». «Così come è accaduto per tutte le altre proposte emendative annunciate in spettacolari e partecipatissime conferenze stampa», ha sarcasticamente aggiunto il sindaco.In ogni caso, alle 17.15 di ieri, dopo un'altra giornata caotica, Borghi si è correttamente presentato in Aula chiedendo un'ora e un quarto (fino alle 18.30) per assemblare materialmente i testi modificati che nel frattempo erano stati approvati. Nella pausa, il leghista si è tolto lo sfizio di scrivere su Twitter che «la gloriosa commissione Bilancio ha sistemato le “lievi imprecisioni"». Un modo da un lato per rivendicare la correttezza del suo operato istituzionale e dall'altro per sottolineare la debacle tecnica e politica del governo. Finalmente, alle 18.30, la seduta è ripresa, e, com'era scontato, si è presentato in Aula il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, per porre la fiducia, con ciò blindando il resto del percorso, facendo decadere ogni emendamento in Aula, e precostituendo l'approvazione del testo uscito dalla commissione (nell'ultima versione). Testo che a questo punto, mancando poco alla scadenza dei 60 giorni, il Senato potrà a sua volta solo guardare e approvare, senza nemmeno cambiare una virgola. Non ci sarebbe infatti spazio per una terza lettura, con tanti saluti alla mitica «centralità del Parlamento», ridotta a scioglilingua vanamente ripetuto da Pd e M5s. Da segnalare, in Aula, il duro intervento di Simone Baldelli (Fi) che ha evidenziato come il Conte bis sia giunto alla sua ventiduesima fiducia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-il-pasticcio-la-fiducia-il-dl-rilancio-alla-camera-con-strage-di-emendamenti-2646360923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-ragioneria-demolisce-il-tesoro-e-mortifica-i-vice-castelli-e-misiani" data-post-id="2646360923" data-published-at="1594160822" data-use-pagination="False"> La Ragioneria demolisce il Tesoro e mortifica i vice Castelli e Misiani Cedimento strutturale del Mef: l'edificio non regge più. Ovviamente, non stiamo parlando dell'esigenza di ristrutturare fisicamente i locali di via XX Settembre, ma di una malattia più profonda e non necessariamente curabile, in questa legislatura. Se la Ragioneria generale dello Stato, su un provvedimento cruciale, atteso da mesi e preparato per lunghe settimane come il decreto Rilancio, che mette in campo ben 55 miliardi di risorse, arriva in extremis a vergare 22 pagine di fuoco contro gli emendamenti dello stesso governo e della medesima maggioranza, siamo in presenza - per l'esecutivo - di una debacle tecnica e insieme di un gigantesco caso politico. La nota della Ragioneria è impietosa, in primo luogo nei confronti dei sottosegretari Laura Castelli (M5s) e Antonio Misiani (Pd) che hanno direttamente seguito il provvedimento, ma indirettamente anche verso il ministro Roberto Gualtieri, palesemente non al comando della situazione alla sua prima vera prova di governo. I rilievi della Rgs configurano una Waterloo per i titolari politici del Mef: emendamenti da modificare per escludere effetti finanziari negativi, emendamenti da stralciare perché privi di copertura, emendamenti da cassare perché comportano oneri non quantificati, emendamenti con relazione tecnica insussistente o comunque non esaustiva, e perfino emendamenti a rischio di infrazione europea. Un bagno di sangue: l'equivalente di gravi e ripetuti errori di grammatica e di sintassi in un tema di italiano. Come spiegare questo evento - a memoria di chi scrive - quasi senza precedenti in questa dimensione, con questa tempistica, e su un provvedimento così importante per un governo? La prima spiegazione classica che si sarebbe indotti a esplorare è quella di un trappolone politico teso dalla Ragioneria. Ma francamente chi scrive tende a non preferire questa ipotesi: anzi, è noto che l'attuale Ragioniere, Biagio Mazzotta, debba la sua nomina e il suo successo in volata per accaparrarsela sulla competitor Alessandra Dal Verme, proprio al ruolo politico giocato dalla grillina Castelli. Dunque, appare improbabile e immotivata una vendetta politica: non ce ne sono i motivi, anzi semmai vale l'argomento contrario. E allora occorre ripiegare sulla seconda spiegazione, solo apparentemente meno grave, ma in realtà ancora più preoccupante. La guida politica del ministero non c'è, e nessuno ha una bussola. Il ministro è uno storico, un teorico, non avvezzo alla guida di una macchina così complessa; i sottosegretari non si sono palesemente rivelati all'altezza della prova; il direttore generale Alessandro Rivera gioca una sua partita (si pensi al suo ruolo nei negoziati europei); i dipartimenti vanno ognuno per conto proprio. E chi dovrebbe svolgere per definizione un ruolo di collante, il capo di gabinetto Luigi Carbone, sembra avere ricorrenti priorità musicali. Morale: la testa politica latita, la saldatura tecnica delle varie anime e componenti non c'è o è insufficiente, e a quel punto gli incidenti sono dietro l'angolo. C'è anche una terza spiegazione, perfettamente compatibile e per molti versi sovrapponibile rispetto alla seconda. Anche senza dolo, anche senza una specifica volontà di «colpire», i corpi dello Stato sono lestissimi a sorreggere i governi e i ministri in ascesa, ma altrettanto lesti a mollarli quando li percepiscono in difficoltà. Certo, qui la vicenda è clamorosa. Si potrebbe dire: se un governo presenta un decreto monstre di 256 articoli, è naturale che poi la «bestia» si riveli non domabile, e che dietro ogni angolo possa nascondersi un pasticcio o un imprevisto. Vero. Ma è pur vero che quei 256 articoli erano già conosciuti dalla Rgs. E, quanto agli emendamenti, non si trattava di un maxiemendamento freneticamente scritto in una notte (quando può capitare una sbavatura), ma di un lavoro politico durato settimane. E dunque svolto malissimo: su questo, lo zelo - a volte ferocemente ottuso - della Rgs (non dispiaccia ai suoi adoratori che abbondano nei palazzi romani) si scatena, usando la matita blu come un randello. Da ultimo, ha giocato anche una propensione del Mef ad acchiappare tutto e a commissariare gli altri ministeri economici. Pur non avendo il «fisico», politicamente parlando, per un'operazione così muscolare, Gualtieri ha finito per appropriarsi di materie proprie del ministero dello Sviluppo e del ministero del Lavoro: dalla politica industriale al fondo Sure, dagli ammortizzatori sociali all'Inps, passando per Cdp. In questo gigantismo, gli errori sono dietro l'angolo. E soprattutto nel crepuscolo (politico) le ombre (tecniche) tendono ad allungarsi.
Pedro Sànchez e Keir Starmer (Ansa)
«Il Regno Unito non è coinvolto negli attacchi contro l’Iran perché ha imparato la lezione della guerra in Iraq», ha dichiarato il leader laburista, intervenendo a un evento con i rappresentanti delle comunità pachistane e palestinesi in occasione del Ramadan. Starmer ha sottolineato la necessità di «pace, giustizia e sicurezza in Medio Oriente», ricordando che «abbiamo già perso troppe vite, tra cui donne e bambini a Gaza».
Le parole del premier britannico arrivano come risposta alle bordate di Trump, che il giorno precedente aveva messo sotto accusa Londra in un’intervista al Sun. Il presidente americano aveva parlato senza mezzi termini di una crepa nella storica alleanza angloamericana: «Era la relazione più solida di tutte ed è molto triste vedere che, evidentemente, non è più quella di una volta», aveva affermato Trump, lamentando la scarsa collaborazione del governo laburista nelle operazioni contro Teheran. La critica di Trump, però, non si era fermata qui. Dallo Studio Ovale il presidente aveva accusato il governo britannico di aver rallentato la cooperazione militare con gli Stati Uniti: «Non sono contento del Regno Unito, ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare». Poi l’affondo più umiliante: «Starmer? Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill».
Lo scontro con Washington, peraltro, arriva in un momento politicamente delicato per Starmer anche sul piano interno. Un sondaggio YouGov ha certificato una scossa profonda nel sistema politico britannico: per la prima volta conservatori e laburisti sono stati superati da due forze alternative, Reform Uk di Nigel Farage e i Verdi di Zack Polanski. Questo dato, inedito nella storia recente della Gran Bretagna, riflette una crescente frammentazione dell’elettorato e arriva pochi giorni dopo la sconfitta subita dal Labour alle elezioni suppletive di Manchester, dove i Verdi sono riusciti a espugnare una roccaforte storica del partito laburista intercettando corposi segmenti di elettorato urbano e musulmano, particolarmente sensibili alle posizioni sulla guerra a Gaza.
Come se non bastasse, nelle stesse ore il Labour - già provato per le dimissioni di Peter Mandelson a causa dei suoi legami con Jeffrey Epstein - è stato travolto dall’ennesimo scandalo. Nel Regno Unito, infatti, tre uomini sono stati arrestati con l’accusa di aver collaborato con i servizi segreti cinesi nell’ambito di attività di interferenza politica. Tra loro figura anche David Taylor, marito della deputata laburista scozzese Joani Reid: una circostanza che ha inevitabilmente imbarazzato il partito di Starmer e riacceso il dibattito sulle vulnerabilità dell’establishment britannico di fronte alle pressioni di potenze straniere ostili. Sarà anche per questo che, alla fine, le pressioni di Trump hanno avuto effetto: come riportato dal Telegraph, «nel giro di pochi giorni» i bombardieri stealth statunitensi B-2 atterreranno nella base britannica di Diego Garcia e in quella della Raf Fairford, nel Gloucestershire, per unirsi agli attacchi contro l’Iran.
Se Londra piange, Madrid di certo non ride. Anche Pedro Sánchez è stato accusato da Trump di aver ostacolato le operazioni contro l’Iran rifiutando l’utilizzo delle basi militari statunitensi sul territorio spagnolo. La Casa Bianca ha persino minacciato di «tagliare tutti gli accordi commerciali» con la Spagna, accusando il governo socialista di sabotare l’unità dell’Occidente. Sánchez, però, ha respinto le accuse, rilanciando con forza lo slogan «No alla guerra». In una dichiarazione dalla Moncloa, il leader socialista ha rivendicato la scelta di non autorizzare l’uso delle basi congiunte di Rota e Morón per l’operazione militare contro l’Iran e ha evocato il precedente dell’invasione dell’Iraq: «Un’altra amministrazione statunitense ci trascinò 23 anni fa in una guerra ingiusta», ha affermato Sánchez, sostenendo che quel conflitto produsse «più terrorismo e più instabilità».
Anche sulla minaccia dei dazi Sánchez ha risposto con fermezza: «Non saremo complici di qualcosa che danneggia tutto il mondo per paura di ritorsioni». Questa posizione così netta, tuttavia, sta alimentando forti polemiche sul piano interno. Il Partito popolare spagnolo, infatti, ha accusato Sánchez di condannare la Spagna all’isolamento e, anzi, ha chiesto che il premier riferisca presto al Congresso. Nella serata di ieri, la Casa bianca ha affermato di aver convinto Madrid a cooperazione con gli Usa. Una notizia però smentita dalla Spagna in pochi secondi.
Come nel caso britannico, anche lo scontro di Madrid con Washington è intrecciato alle dinamiche interne spagnole. Con la legislatura in scadenza e diversi dossier aperti, Sánchez ha scelto di rispolverare il motto che animò le piazze spagnole nel 2003 contro la guerra in Iraq, sperando così di ricompattare il frastagliato fronte di sinistra. Una linea che, non a caso, ha trovato sponde anche fuori dalla Spagna: la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha dichiarato di condividere la posizione del premier socialista di fronte alle minacce commerciali di Trump. Intanto, a Bruxelles, il caso è già arrivato sul tavolo delle istituzioni europee. Alla Conferenza dei capigruppo del Parlamento Ue, però, un asse tra popolari, conservatori e patrioti ha bocciato la proposta dei Verdi, che avevano chiesto di aprire un dibattito in plenaria sulle minacce di sanzioni americane contro la Spagna.
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Naim Qassem, segretario generale di Hezbollah (Ansa)
I jet israeliani hanno colpito anche il Comfort Hotel al confine tra Hazmieh e Baabda, due abitati dell’area metropolitana di Beirut e un complesso residenziale nell’Est del Libano, mentre la televisione libanese Al Mayadeen ha riportato che un attacco aereo israeliano su Aramoun e Saadiyat, nella zona del Monte Libano, ha ucciso sei persone. L’offensiva di Tel Aviv ha investito anche un edificio di quattro piani nella città di Baalbek, dove quattro persone sono state uccise e sei sono rimaste ferite. Anche il ministero dell’Economia libanese è stato evacuato dopo che residenti di un edificio adiacente hanno ricevuto minacce di bombardamento.
Il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che tutti gli obiettivi sono infrastrutture legate a Hezbollah, mentre è stato emesso un nuovo avviso di evacuazione per 16 villaggi e città in tutto il Libano. Intanto le forze armate israeliane sono entrate nella città di Khiam a circa 6 chilometri dal confine dopo scontri con i miliziani di Hezbollah. Stando a quanto riportato dal sito Lebanon24, non legato al movimento filoiraniano, in un bombardamento nella periferia di Beirut sarebbe rimasto ucciso anche un diplomatico iraniano. Il presidente Joseph Aoun ha chiesto all’ambasciatore statunitense a Beirut di esortare Washington a intervenire su Israele perché fermi gli attacchi sul territorio libanese.
In serata Hezbollah ha parlato per bocca di Naim Qassem, segretario generale del movimento, che ha spiegato la decisione di riprendere il lancio di missili verso Israele. «La nostra pazienza ha dei limiti perché siamo stati gli unici a rispettare gli accordi dopo il cessate il fuoco del 2024. Adesso però dobbiamo compiere il nostro dovere e contrastare l’aggressione israelo-americana. Hanno assassinato il nostro guardiano, il nostro leader, il leader della nazione, l’imam Khamenei, che la sua anima sia santificata, insieme a un gruppo di leader e figli innocenti del popolo iraniano e questo rappresenta il colmo della criminalità». Qassem ha accusato Tel Aviv di cercare un pretesto per attaccare il Libano e occuparlo militarmente. «Usano la scusa deI lancio dei missili per giustificare una guerra aperta. Dio è il nostro aiuto e la vittoria appartiene alla patria, al popolo e alla resistenza. I piani dell’invasione erano già pronti e l’aggressione premeditata da tempo. Vogliono dominare il Libano, ma noi non lo permetteremo mai». Il segretario ha attaccato l’esecutivo di Beirut: «Il governo ha concesso troppo al nemico e ha continuato a strangolare il nostro movimento. Il primo ministro Nawaf Salam si oppone alla nostra resistenza, mentre resta in silenzio sull’occupazione sionista. Questo governo viola il diritto internazionale e per questo i suoi appelli non saranno ascoltati».
Qassem fa riferimento al decreto che vieta tutte le attività militari di Hezbollah, limitando il suo ruolo alla sfera politica. Il premier ha infatti dichiarato illegali tutte le operazioni militari che siano al di fuori della azioni dell’esercito nazionale libanese. «Non siamo tenuti a obbedire a chi non difende il popolo. Se vogliono disarmare l’unica resistenza del Libano sanno bene dove trovarci. Dobbiamo resistere per continuare a esistere. Hezbollah è più forte e unito più che mai e voglio fare un appello al nostro popolo: siate forti e non addoloratevi, vi amiamo e siamo pronti a essere martirizzati per voi».
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Palazzo Balbi a Venezia, sede di Regione Veneto (Ansa)
La mozione era stata presentata a gennaio dal gruppo Szumski-Resistere Veneto, con l’obiettivo di ottenere un censimento sistematico dei casi, una valutazione clinica e diagnostica multidisciplinare e perché, una volta verificata la possibile correlazione con il vaccino Covid, ci sia l’accompagnamento terapeutico e riabilitativo delle almeno 1.500 persone che in Veneto ancora soffrono dopo l’inoculo, secondo i dati raccolti dal movimento che fa capo al medico, eletto con 96.474 preferenze alle ultime elezioni regionali.
«L’assessore alla Sanità, Gino Gerosa, in un primo momento aveva promesso di attivarsi, ma poi si è eclissato proprio durante il dibattito in Consiglio regionale lasciando l’assemblea all’improvviso», afferma Riccardo Szumski. Il dottore, già sindaco di Santa Lucia di Piave nel Trevigiano, ricorda che «i vaccini, a tutti gli effetti, sono dei farmaci pertanto hanno anche ricadute collaterali. Come tutti i farmaci vanno controllati. Non è stato fatto prima perché questi vaccini hanno avuto - grazie a una certa politica sconsiderata - una specie di scudo che non ha permesso neppure di fugare i dubbi: cosa totalmente antiscientifica. Ora è il momento di occuparci delle persone che sono state danneggiate dai vaccini. Credo che sia questa la priorità».
In Aula oggi sarà presente anche Andrea Sillo, 47 anni, presidente dell’associazione Persone in cammino, che accoglie come soci i danneggiati da vaccino Covid-19. In sedia a rotella dopo l’inoculazione, gravemente danneggiato da un’unica dose di profarmaco Moderna, era stato trattato da «complottista no-vax» e allontanato durante una delle serate di promozione del libro Perché guariremo dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza.
«Interverrò con alcuni danneggiati. Ci muoviamo a fatica, stiamo male ma la nostra testimonianza è importante», ricordava ieri alla Verità l’ex calciatore e saldatore di 47 anni, ridotto ad essere l’ombra di sé stesso «dopo aver fatto il vaccino perché obbligato dal datore di lavoro». Sillo ha sperimentato di persona «l’inutilità» dell’ambulatorio veneto, istituito nell’ambito del Programma regionale Canale Verde attività per la sorveglianza degli eventi avversi ai vaccini.
«Ho passato quattro anni a fare visite, a ottenere referti e certificati di invalidità al cento per cento. Mi volevano far rifare quel calvario di accertamenti, anche invasivi, mentre occorre studiare, capire che cosa sia successo in noi danneggiati e cercare percorsi di cura appropriati». Sillo è rimasto sconcertato da quello che gli è stato detto al centro di sorveglianza della Regione Veneto: «In conclusione il mio sarebbe solo stress, eccessiva preoccupazione per lo stato di salute in cui mi trovo».
La mozione presentata da Szumski-Resistere Veneto impegnava invece la giunta «a definire protocolli clinici regionali uniformi, fondati sulla letteratura scientifica internazionale e soggetti a periodico aggiornamento», proprio perché «nessun cittadino può essere lasciato solo, né costretto a dimostrare in solitudine la legittimità della propria sofferenza».
La proposta di ambulatori in Veneto era stata contestata dalla senatrice di Italia viva, Daniela Sbrollini, che a gennaio bollava l’iniziativa come «una provocazione grave e irresponsabile. Parlare di ambulatori per “curare” presunte reazioni al vaccino Covid significa alimentare paure infondate». Accusato di aver lasciato l’Aula, l’assessore regionale alla Sanità, Gino Gerosa, spiega invece alla Verità che «aveva un altro impegno inderogabile» e dichiara «tutta l’attenzione sua personale sulle problematiche legate alle complicanze da vaccino, in acuto e nel cronico. Nessuna chiusura ideologica né di altro tipo, solo piena disponibilità con approccio scientifico».
Il cardiochirurgo, neo assessore, precisa però che per quanto riguarda la vaccinazione Covid «nel cronico al momento non ci sono sostanzialmente segnalazioni significative in letteratura, e nemmeno da parte del servizio epidemiologico di prevenzione della Regione Veneto». Aggiunge il professore: «Nel momento in cui avessimo percezione e contezza di problematiche croniche conseguenti alla vaccinazione, è chiaro che ci attiviamo immediatamente».
E tutte le persone che dalle campagne vaccinali Covid in emergenza sanitaria si trascinano con patologie e grandi sofferenze? «Dalla direttrice della Prevenzione della Regione Veneto, dottoressa Francesca Russo, mi è stato detto che in questo momento non ci sono segnalazioni così importanti numericamente e per gravità». Gerosa ribadisce l’efficacia della farmacovigilanza, e che ogni paziente viene preso in carico dal servizio sanitario regionale. Ma negli ambulatori richiesti da Szumski, più che la segnalazione di eventi avversi si dovrebbero eseguire studi osservazionali, percorsi di cure.
Davide Lovat, consigliere regionale di Resistere Veneto, dice di non capire «questo muro di gomma» quando «in Sicilia un tribunale del lavoro ha dato ragione a un ricorrente al quale si è paralizzato un braccio e in Liguria si riapre l’indagine sulla morte di Francesca Tuscano» D’altra parte è lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, ad aver dimenticato la promessa di istituire una commissione di studio per censire, valutare e gestire le reazioni avverse al vaccino Covid.
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