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2020-07-08
L’Italia affonda, Conte gongola
Giuseppe Conte (Antonio Masiello/Getty Images)
Nell'Aula della Camera il testo del decreto Rilancio è arrivato, dopo lunga e penosa malattia, solo alle 18.30 di ieri sera. Prima, è stato necessario un ennesimo ritorno in commissione Bilancio per correggere i pasticci combinati da governo e maggioranza e puntualmente evidenziati dalla Ragioneria generale dello Stato, che non è un organo esterno, ma è parte integrante del Mef. Va dato atto a Claudio Borghi, leghista e presidente della commissione, di aver tenuto un comportamento ineccepibile dal punto di vista istituzionale, rimanendo sempre capace di separare il suo punto di vista politico (ferocemente contrario al provvedimento) dalla gestione dei lavori, che è stata impeccabile da parte sua. Tutt'altro che impeccabile, anzi, disastroso, il comportamento del governo. E non solo per i 256 articoli di un provvedimento omnibus (nato come decreto Aprile, e siamo all'8 luglio), ma per il tentativo di infilarci di tutto, dai soldi alla fondazione di Bill Gates fino ai voli in business class per l'expo di Dubai.
Morale, la trattazione è diventata una via di mezzo tra un pandemonio e un suk: 8.000 emendamenti, poi ridotti a 1.200, e la commissione che - miracolosamente - è riuscita lo stesso a chiudere i lavori. Ma con un gigantesco «ma»: con un cortocircuito paradossale, proprio su emendamenti del governo o della maggioranza, e su cui i rappresentanti del governo avevano espresso parere favorevole, è arrivata la mannaia della Ragioneria generale dello Stato, che ha steso una devastante nota tecnica di 22 pagine per stroncarli e chiederne la correzione, che poi è avvenuta nella giornata di ieri. Ora, se un rappresentante del governo dà parere favorevole in commissione prima della votazione di un emendamento (ed è il segnale che l'esecutivo autorizza la sua maggioranza a votare sì), si presuppone che si sia già consultato con la Rgs. E invece più di qualcosa non ha funzionato. In un altro articolo, spieghiamo tutto ciò che non va nella macchina del Mef, dalle carenze della «testa» politica alle stanchezze del «corpaccione» tecnico.
Ma una fonte anonima del ministero, solitamente attendibilissima, pur ammettendo i problemi di carattere generale, ha aggiunto una causa più specifica dell'incidente. L'innesco sarebbe stato determinato dal tentativo della maggioranza Pd-M5s (con il governo o corresponsabile o incapace di gestire la situazione) di infilare nottetempo un'ultima ondata di emendamenti non concordati né coperti. Per dirla con le parole di Giuseppe Conte: qualcuno ha provato ad agire «con il favore delle tenebre». E in questa infornata, secondo questa interpretazione, il Pd avrebbe provato a spingere anche temi e punti sollecitati da qualche esponente di Fi, in un tentativo del Pd di captatio benevolentiae verso un pezzo dell'opposizione. Ovviamente, da parte del Pd, si nega questa ricostruzione.
Resta però il pasticcio. E, nel gran caos, c'è chi è stato clamorosamente dimenticato. È il caso delle aree colpite dal terremoto del 2009: il sindaco dell'Aquila Pierluigi Biondi, in una nota congiunta con altri sindaci dello stesso territorio, non solo ha denunciato l'assenza di misure significative, ma ha anche acceso i riflettori sulla bocciatura dell'emendamento a firma di Stefania Pezzopane (Pd) «con cui si concedeva la proroga al 31 luglio per la presentazione da parte delle imprese della certificazione per ottenere l'abbattimento di tributi e imposte». «Così come è accaduto per tutte le altre proposte emendative annunciate in spettacolari e partecipatissime conferenze stampa», ha sarcasticamente aggiunto il sindaco.
In ogni caso, alle 17.15 di ieri, dopo un'altra giornata caotica, Borghi si è correttamente presentato in Aula chiedendo un'ora e un quarto (fino alle 18.30) per assemblare materialmente i testi modificati che nel frattempo erano stati approvati. Nella pausa, il leghista si è tolto lo sfizio di scrivere su Twitter che «la gloriosa commissione Bilancio ha sistemato le “lievi imprecisioni"». Un modo da un lato per rivendicare la correttezza del suo operato istituzionale e dall'altro per sottolineare la debacle tecnica e politica del governo.
Finalmente, alle 18.30, la seduta è ripresa, e, com'era scontato, si è presentato in Aula il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, per porre la fiducia, con ciò blindando il resto del percorso, facendo decadere ogni emendamento in Aula, e precostituendo l'approvazione del testo uscito dalla commissione (nell'ultima versione). Testo che a questo punto, mancando poco alla scadenza dei 60 giorni, il Senato potrà a sua volta solo guardare e approvare, senza nemmeno cambiare una virgola. Non ci sarebbe infatti spazio per una terza lettura, con tanti saluti alla mitica «centralità del Parlamento», ridotta a scioglilingua vanamente ripetuto da Pd e M5s.
Da segnalare, in Aula, il duro intervento di Simone Baldelli (Fi) che ha evidenziato come il Conte bis sia giunto alla sua ventiduesima fiducia.
La Ragioneria demolisce il Tesoro e mortifica i vice Castelli e Misiani
Cedimento strutturale del Mef: l'edificio non regge più. Ovviamente, non stiamo parlando dell'esigenza di ristrutturare fisicamente i locali di via XX Settembre, ma di una malattia più profonda e non necessariamente curabile, in questa legislatura.
Se la Ragioneria generale dello Stato, su un provvedimento cruciale, atteso da mesi e preparato per lunghe settimane come il decreto Rilancio, che mette in campo ben 55 miliardi di risorse, arriva in extremis a vergare 22 pagine di fuoco contro gli emendamenti dello stesso governo e della medesima maggioranza, siamo in presenza - per l'esecutivo - di una debacle tecnica e insieme di un gigantesco caso politico.
La nota della Ragioneria è impietosa, in primo luogo nei confronti dei sottosegretari Laura Castelli (M5s) e Antonio Misiani (Pd) che hanno direttamente seguito il provvedimento, ma indirettamente anche verso il ministro Roberto Gualtieri, palesemente non al comando della situazione alla sua prima vera prova di governo. I rilievi della Rgs configurano una Waterloo per i titolari politici del Mef: emendamenti da modificare per escludere effetti finanziari negativi, emendamenti da stralciare perché privi di copertura, emendamenti da cassare perché comportano oneri non quantificati, emendamenti con relazione tecnica insussistente o comunque non esaustiva, e perfino emendamenti a rischio di infrazione europea. Un bagno di sangue: l'equivalente di gravi e ripetuti errori di grammatica e di sintassi in un tema di italiano.
Come spiegare questo evento - a memoria di chi scrive - quasi senza precedenti in questa dimensione, con questa tempistica, e su un provvedimento così importante per un governo?
La prima spiegazione classica che si sarebbe indotti a esplorare è quella di un trappolone politico teso dalla Ragioneria. Ma francamente chi scrive tende a non preferire questa ipotesi: anzi, è noto che l'attuale Ragioniere, Biagio Mazzotta, debba la sua nomina e il suo successo in volata per accaparrarsela sulla competitor Alessandra Dal Verme, proprio al ruolo politico giocato dalla grillina Castelli. Dunque, appare improbabile e immotivata una vendetta politica: non ce ne sono i motivi, anzi semmai vale l'argomento contrario.
E allora occorre ripiegare sulla seconda spiegazione, solo apparentemente meno grave, ma in realtà ancora più preoccupante. La guida politica del ministero non c'è, e nessuno ha una bussola. Il ministro è uno storico, un teorico, non avvezzo alla guida di una macchina così complessa; i sottosegretari non si sono palesemente rivelati all'altezza della prova; il direttore generale Alessandro Rivera gioca una sua partita (si pensi al suo ruolo nei negoziati europei); i dipartimenti vanno ognuno per conto proprio. E chi dovrebbe svolgere per definizione un ruolo di collante, il capo di gabinetto Luigi Carbone, sembra avere ricorrenti priorità musicali. Morale: la testa politica latita, la saldatura tecnica delle varie anime e componenti non c'è o è insufficiente, e a quel punto gli incidenti sono dietro l'angolo.
C'è anche una terza spiegazione, perfettamente compatibile e per molti versi sovrapponibile rispetto alla seconda. Anche senza dolo, anche senza una specifica volontà di «colpire», i corpi dello Stato sono lestissimi a sorreggere i governi e i ministri in ascesa, ma altrettanto lesti a mollarli quando li percepiscono in difficoltà.
Certo, qui la vicenda è clamorosa. Si potrebbe dire: se un governo presenta un decreto monstre di 256 articoli, è naturale che poi la «bestia» si riveli non domabile, e che dietro ogni angolo possa nascondersi un pasticcio o un imprevisto. Vero. Ma è pur vero che quei 256 articoli erano già conosciuti dalla Rgs. E, quanto agli emendamenti, non si trattava di un maxiemendamento freneticamente scritto in una notte (quando può capitare una sbavatura), ma di un lavoro politico durato settimane. E dunque svolto malissimo: su questo, lo zelo - a volte ferocemente ottuso - della Rgs (non dispiaccia ai suoi adoratori che abbondano nei palazzi romani) si scatena, usando la matita blu come un randello.
Da ultimo, ha giocato anche una propensione del Mef ad acchiappare tutto e a commissariare gli altri ministeri economici. Pur non avendo il «fisico», politicamente parlando, per un'operazione così muscolare, Gualtieri ha finito per appropriarsi di materie proprie del ministero dello Sviluppo e del ministero del Lavoro: dalla politica industriale al fondo Sure, dagli ammortizzatori sociali all'Inps, passando per Cdp. In questo gigantismo, gli errori sono dietro l'angolo. E soprattutto nel crepuscolo (politico) le ombre (tecniche) tendono ad allungarsi.
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La commissione Bilancio salva in extremis il testo bocciato dalla Ragioneria. Il caos dopo il blitz della maggioranza per aggiungere provvedimenti (e accontentare Fi)I tecnici statali rimbrottano i numeri due del dicastero per le mancate coperture nel decreto. La disfatta però è anche di Roberto Gualtieri: vuole accentrare competenze di altri ministeri e non sa gestire neppure i suoi dirigenti.Lo speciale contiene due articoliNell'Aula della Camera il testo del decreto Rilancio è arrivato, dopo lunga e penosa malattia, solo alle 18.30 di ieri sera. Prima, è stato necessario un ennesimo ritorno in commissione Bilancio per correggere i pasticci combinati da governo e maggioranza e puntualmente evidenziati dalla Ragioneria generale dello Stato, che non è un organo esterno, ma è parte integrante del Mef. Va dato atto a Claudio Borghi, leghista e presidente della commissione, di aver tenuto un comportamento ineccepibile dal punto di vista istituzionale, rimanendo sempre capace di separare il suo punto di vista politico (ferocemente contrario al provvedimento) dalla gestione dei lavori, che è stata impeccabile da parte sua. Tutt'altro che impeccabile, anzi, disastroso, il comportamento del governo. E non solo per i 256 articoli di un provvedimento omnibus (nato come decreto Aprile, e siamo all'8 luglio), ma per il tentativo di infilarci di tutto, dai soldi alla fondazione di Bill Gates fino ai voli in business class per l'expo di Dubai. Morale, la trattazione è diventata una via di mezzo tra un pandemonio e un suk: 8.000 emendamenti, poi ridotti a 1.200, e la commissione che - miracolosamente - è riuscita lo stesso a chiudere i lavori. Ma con un gigantesco «ma»: con un cortocircuito paradossale, proprio su emendamenti del governo o della maggioranza, e su cui i rappresentanti del governo avevano espresso parere favorevole, è arrivata la mannaia della Ragioneria generale dello Stato, che ha steso una devastante nota tecnica di 22 pagine per stroncarli e chiederne la correzione, che poi è avvenuta nella giornata di ieri. Ora, se un rappresentante del governo dà parere favorevole in commissione prima della votazione di un emendamento (ed è il segnale che l'esecutivo autorizza la sua maggioranza a votare sì), si presuppone che si sia già consultato con la Rgs. E invece più di qualcosa non ha funzionato. In un altro articolo, spieghiamo tutto ciò che non va nella macchina del Mef, dalle carenze della «testa» politica alle stanchezze del «corpaccione» tecnico. Ma una fonte anonima del ministero, solitamente attendibilissima, pur ammettendo i problemi di carattere generale, ha aggiunto una causa più specifica dell'incidente. L'innesco sarebbe stato determinato dal tentativo della maggioranza Pd-M5s (con il governo o corresponsabile o incapace di gestire la situazione) di infilare nottetempo un'ultima ondata di emendamenti non concordati né coperti. Per dirla con le parole di Giuseppe Conte: qualcuno ha provato ad agire «con il favore delle tenebre». E in questa infornata, secondo questa interpretazione, il Pd avrebbe provato a spingere anche temi e punti sollecitati da qualche esponente di Fi, in un tentativo del Pd di captatio benevolentiae verso un pezzo dell'opposizione. Ovviamente, da parte del Pd, si nega questa ricostruzione. Resta però il pasticcio. E, nel gran caos, c'è chi è stato clamorosamente dimenticato. È il caso delle aree colpite dal terremoto del 2009: il sindaco dell'Aquila Pierluigi Biondi, in una nota congiunta con altri sindaci dello stesso territorio, non solo ha denunciato l'assenza di misure significative, ma ha anche acceso i riflettori sulla bocciatura dell'emendamento a firma di Stefania Pezzopane (Pd) «con cui si concedeva la proroga al 31 luglio per la presentazione da parte delle imprese della certificazione per ottenere l'abbattimento di tributi e imposte». «Così come è accaduto per tutte le altre proposte emendative annunciate in spettacolari e partecipatissime conferenze stampa», ha sarcasticamente aggiunto il sindaco.In ogni caso, alle 17.15 di ieri, dopo un'altra giornata caotica, Borghi si è correttamente presentato in Aula chiedendo un'ora e un quarto (fino alle 18.30) per assemblare materialmente i testi modificati che nel frattempo erano stati approvati. Nella pausa, il leghista si è tolto lo sfizio di scrivere su Twitter che «la gloriosa commissione Bilancio ha sistemato le “lievi imprecisioni"». Un modo da un lato per rivendicare la correttezza del suo operato istituzionale e dall'altro per sottolineare la debacle tecnica e politica del governo. Finalmente, alle 18.30, la seduta è ripresa, e, com'era scontato, si è presentato in Aula il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, per porre la fiducia, con ciò blindando il resto del percorso, facendo decadere ogni emendamento in Aula, e precostituendo l'approvazione del testo uscito dalla commissione (nell'ultima versione). Testo che a questo punto, mancando poco alla scadenza dei 60 giorni, il Senato potrà a sua volta solo guardare e approvare, senza nemmeno cambiare una virgola. Non ci sarebbe infatti spazio per una terza lettura, con tanti saluti alla mitica «centralità del Parlamento», ridotta a scioglilingua vanamente ripetuto da Pd e M5s. Da segnalare, in Aula, il duro intervento di Simone Baldelli (Fi) che ha evidenziato come il Conte bis sia giunto alla sua ventiduesima fiducia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-il-pasticcio-la-fiducia-il-dl-rilancio-alla-camera-con-strage-di-emendamenti-2646360923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-ragioneria-demolisce-il-tesoro-e-mortifica-i-vice-castelli-e-misiani" data-post-id="2646360923" data-published-at="1594160822" data-use-pagination="False"> La Ragioneria demolisce il Tesoro e mortifica i vice Castelli e Misiani Cedimento strutturale del Mef: l'edificio non regge più. Ovviamente, non stiamo parlando dell'esigenza di ristrutturare fisicamente i locali di via XX Settembre, ma di una malattia più profonda e non necessariamente curabile, in questa legislatura. Se la Ragioneria generale dello Stato, su un provvedimento cruciale, atteso da mesi e preparato per lunghe settimane come il decreto Rilancio, che mette in campo ben 55 miliardi di risorse, arriva in extremis a vergare 22 pagine di fuoco contro gli emendamenti dello stesso governo e della medesima maggioranza, siamo in presenza - per l'esecutivo - di una debacle tecnica e insieme di un gigantesco caso politico. La nota della Ragioneria è impietosa, in primo luogo nei confronti dei sottosegretari Laura Castelli (M5s) e Antonio Misiani (Pd) che hanno direttamente seguito il provvedimento, ma indirettamente anche verso il ministro Roberto Gualtieri, palesemente non al comando della situazione alla sua prima vera prova di governo. I rilievi della Rgs configurano una Waterloo per i titolari politici del Mef: emendamenti da modificare per escludere effetti finanziari negativi, emendamenti da stralciare perché privi di copertura, emendamenti da cassare perché comportano oneri non quantificati, emendamenti con relazione tecnica insussistente o comunque non esaustiva, e perfino emendamenti a rischio di infrazione europea. Un bagno di sangue: l'equivalente di gravi e ripetuti errori di grammatica e di sintassi in un tema di italiano. Come spiegare questo evento - a memoria di chi scrive - quasi senza precedenti in questa dimensione, con questa tempistica, e su un provvedimento così importante per un governo? La prima spiegazione classica che si sarebbe indotti a esplorare è quella di un trappolone politico teso dalla Ragioneria. Ma francamente chi scrive tende a non preferire questa ipotesi: anzi, è noto che l'attuale Ragioniere, Biagio Mazzotta, debba la sua nomina e il suo successo in volata per accaparrarsela sulla competitor Alessandra Dal Verme, proprio al ruolo politico giocato dalla grillina Castelli. Dunque, appare improbabile e immotivata una vendetta politica: non ce ne sono i motivi, anzi semmai vale l'argomento contrario. E allora occorre ripiegare sulla seconda spiegazione, solo apparentemente meno grave, ma in realtà ancora più preoccupante. La guida politica del ministero non c'è, e nessuno ha una bussola. Il ministro è uno storico, un teorico, non avvezzo alla guida di una macchina così complessa; i sottosegretari non si sono palesemente rivelati all'altezza della prova; il direttore generale Alessandro Rivera gioca una sua partita (si pensi al suo ruolo nei negoziati europei); i dipartimenti vanno ognuno per conto proprio. E chi dovrebbe svolgere per definizione un ruolo di collante, il capo di gabinetto Luigi Carbone, sembra avere ricorrenti priorità musicali. Morale: la testa politica latita, la saldatura tecnica delle varie anime e componenti non c'è o è insufficiente, e a quel punto gli incidenti sono dietro l'angolo. C'è anche una terza spiegazione, perfettamente compatibile e per molti versi sovrapponibile rispetto alla seconda. Anche senza dolo, anche senza una specifica volontà di «colpire», i corpi dello Stato sono lestissimi a sorreggere i governi e i ministri in ascesa, ma altrettanto lesti a mollarli quando li percepiscono in difficoltà. Certo, qui la vicenda è clamorosa. Si potrebbe dire: se un governo presenta un decreto monstre di 256 articoli, è naturale che poi la «bestia» si riveli non domabile, e che dietro ogni angolo possa nascondersi un pasticcio o un imprevisto. Vero. Ma è pur vero che quei 256 articoli erano già conosciuti dalla Rgs. E, quanto agli emendamenti, non si trattava di un maxiemendamento freneticamente scritto in una notte (quando può capitare una sbavatura), ma di un lavoro politico durato settimane. E dunque svolto malissimo: su questo, lo zelo - a volte ferocemente ottuso - della Rgs (non dispiaccia ai suoi adoratori che abbondano nei palazzi romani) si scatena, usando la matita blu come un randello. Da ultimo, ha giocato anche una propensione del Mef ad acchiappare tutto e a commissariare gli altri ministeri economici. Pur non avendo il «fisico», politicamente parlando, per un'operazione così muscolare, Gualtieri ha finito per appropriarsi di materie proprie del ministero dello Sviluppo e del ministero del Lavoro: dalla politica industriale al fondo Sure, dagli ammortizzatori sociali all'Inps, passando per Cdp. In questo gigantismo, gli errori sono dietro l'angolo. E soprattutto nel crepuscolo (politico) le ombre (tecniche) tendono ad allungarsi.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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