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2018-11-29
Dopo 38 rapine subite uccide un ladro, indagato il gommista perseguitato
ANSA
C'è un gommista di nome Fredy Pacini, di 57 anni, in via della Costituzione. Nella zona industriale disseminata di capannoni di Monte San Savino, provincia di Arezzo, che dopo l'orario di lavoro si trasforma in deserto. Qui non abita nessuno, tranne lui che, da quattro anni a questa parte, ha ricavato uno sgabuzzino dove dormire nel magazzino di pneumatici, disteso su uno scomodo divano letto, con il televisore da 22 pollici e un comodino con l'abat-jour. Nulla più, perché Fredy non dorme, ma sorveglia. Ha traslocato in azienda dopo aver subito 38 furti, mentre la moglie Luciana e le due figlie, che lavorano con lui in amministrazione, hanno continuato a vivere nella casa in paese. Aveva spiegato loro che, purtroppo, gli allarmi non bastano per difendersi dai ladri: «Se io ci metto cinque minuti ad arrivare da casa in ditta, loro ci mettono la metà del tempo a portare via tutto quello che hanno tra le mani».
L'ultimo colpo, prima di quello di mercoledì notte finito con la morte di un moldavo di 29 anni, i banditi lo avevano tentato nel marzo scorso quando Fredy era riuscito a metterli in fuga. In quell'occasione si sfogò con i giornali locali: «Stavolta è andata bene, ma sono davvero esasperato. Vivo un incubo da quattro anni. Nel solo 2014 ho subito sette furti con un danno di 200.000 euro e ho deciso di trasferirmi. La mia vita è stata stravolta: non esistono ferie, non ci sono vacanze. Il problema è che rapinatori e ladri in Italia sanno che anche se li beccano non gli fanno niente, non ci sono pene adeguate».
Ha costruito l'azienda con una vita di sacrifici, anzi cominciò a costruirla già suo padre Giovannino quando tornò dal Venezuela dove era emigrato in cerca di fortuna. Prima un'officina microscopica, poi sempre più grande fino al capannone da oltre 1.000 metri quadrati di oggi. Fredy aveva iniziato a riparare camere d'aria all'età di 10 anni, alla mattina andava a scuola e al pomeriggio ad aiutare il padre. Da qualche tempo, oltre al servizio di gommista, si è aggiunto anche il reparto vendita e assistenza per biciclette da corsa. Proprio queste, pezzi pregiati da migliaia di euro l'uno, sarebbero il bersaglio grosso a cui mirano regolarmente i ladri.
Anche la notte di mercoledì stava riposando sul divano letto. Quando, poco prima delle 4, è stato svegliato dal rumore della vetrata al piano di sotto che andava in frantumi. Ha impugnato la sua pistola semiautomatica, una Glock regolarmente detenuta, ed è corso in magazzino. Si è trovato davanti ai due ladri, ha sparato, mirando alle gambe. Tre colpi si sono conficcati nel muro, due hanno colpito al ginocchio e alla coscia Vitalie Tonjoc, moldavo di 29 anni. Questi ha tentato di fuggire trascinandosi nel piazzale, ma è morto dissanguato: uno dei proiettili gli ha reciso l'arteria femorale. Era entrato in Italia a settembre, in arrivo dalla Romania, e risultava incensurato. Il complice, invece, è riuscito a dileguarsi in auto.
Ora il gommista è stato indagato per eccesso di legittima difesa. I due banditi pare fossero armati di picconi e, in questo caso, scatterebbe a pieno titolo la legittima difesa. Inoltre Pacini avrebbe sparato di fronte, mentre i malviventi brandivano i picconi, e non di spalle mentre stavano scappando. Un particolare importante, perché significa che la vita dell'imprenditore era effettivamente minacciata.
L'avviso di garanzia per eccesso colposo di legittima difesa è comunque un atto dovuto per garantire gli accertamenti e l'autopsia sul corpo del moldavo. Ma dalle prime indagini la non colpevolezza risulterebbe chiara, come confermano fonti investigative: «Ha volutamente sparato alle gambe del ladro non per uccidere, ma un proiettile ha colpito il moldavo all'arteria femorale».
Lui non parla, non vuole farlo per rispetto della magistratura e poi perché è sconvolto dopo quello che è accaduto. Le uniche dichiarazioni arrivano dal suo avvocato, Alessandra Cheli: «Il mio assistito non è in stato di fermo, è evidente che si è trattato di legittima difesa. Ha una coscienza sia morale che giuridica a posto, pulita. Ora è costernato per quanto successo. Ma una cosa», aggiunge il legale, «voglio dirla non da avvocato ma da cittadina: Monte San Savino negli ultimi tempi è invivibile per questa problematica dei continui furti. E il Parlamento deve trovare una soluzione».
Il paese si è stretto intorno a Pacini, tutti sapevano della sua esasperazione. Il sindaco, Margherita Scarpellini, è andata a trovarlo: «Capisco lo stato d'animo di Fredy Pacini, la nostra comunità è scossa da questa drammatica vicenda. Servono più risorse per la sicurezza»». Ma soprattutto sono i suoi concittadini a sostenerlo. Davanti all'azienda, mentre ancora i carabinieri stavano facendo i rilievi, si sono accalcati amici e conoscenti che lo hanno applaudito al ritorno dall'interrogatorio. Hanno appeso striscioni di solidarietà alla cancellata, è anche nato un gruppo su Facebook intitolato «IoStoConFredy», che raccoglie fondi per pagare la sua difesa e che ha organizzato una fiaccolata venerdì sera per le vie del centro storico. Perché Pacini non è l'unico a non poterne più.
Salvini: «A inizio anno, con la nuova legge, via quel reato»
«Dopo il decreto sicurezza, a inizio anno toccherà alla legittima difesa. Io sto con chi si difende, entrare con la violenza in casa o nel negozio altrui, di giorno o di notte, legittima l'aggredito a difendere sé stesso e la sua famiglia». Così il ministro dell'Interno Matteo Salvini intervenuto sul caso di Arezzo: «La mia solidarietà al commerciante toscano, derubato 38 volte in pochi mesi: conti su di noi!»
Cavallo di battaglia della Lega già in campagna elettorale, ieri Salvini ha ribadito la necessità di centrare l'obiettivo, peraltro previsto dal contratto di governo firmato con il M5s. «La proposta della Lega prevede il sacrosanto diritto di difendersi all'interno della propria abitazione privata», ha sottolineato il vicepremier. «Se mi trovo una persona armata e mascherata alle 3 di notte non sta me capire se ha un'arma finta, ma ho il diritto di difendermi senza se e senza ma».
Un concetto ribadito ieri anche dal ministro della Pa, avvocato, Giulia Bongiorno: «Se qualcuno entra in casa mia io sparo. Chiunque entra in casa altrui ne accetta le conseguenze. La tutela dell'aggredito deve prevalere su quella dell'aggressore».
Il testo della riforma sulla legittima difesa, che ha subito una sola modifica durante l'esame degli emendamenti, è passato all'esame dell'aula di Palazzo Madama lo scorso 23 ottobre con 195 voti favorevoli, 52 contrari e un astenuto. Il provvedimento è stato approvato grazie ai voti della maggioranza Lega-M5s a cui si sono aggiunti quelli dei senatori di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Contrari gli esponenti del Pd e di Leu. La velocità dell'approvazione aè dovuta al fatto che i sette emendamenti dei pentastellati, alcuni firmati dal senatore Gregorio De Falco, dopo un confronto con il leader Di Maio furono ritirati.
Adesso affinché le modifiche sulla legittima difesa diventino legge è necessario che il testo del dl venga approvato senza alcuna modifica dalla Camera dove non è stato ancora calendarizzato. I promotori leghisti, però, sperano nella stessa velocità del Senato come dichiararono il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone e il presidente della commissione Giustizia del Senato Andrea Ostellari: «Entro l'anno la riforma della legittima difesa dovrebbe diventare operativa a tutti gli effetti».
Il testo modifica in particolare l'articolo 52 e l'articolo 55 del codice penale. Il principio che regola la riforma è che la difesa è «sempre» legittima come prevede l'articolo 1 (modifica del 52), che stabilisce che esiste sempre una proporzionalità tra offesa e difesa, «se taluno legittimamente presente nell'abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi», «usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione». Insomma resta il principio della proporzionalità ma la legittima difesa scatta anche senza la minaccia vera e propria di un'arma. Poi c'è l'art. 2 che modifica il 55 del Cp che disciplina l'«eccesso colposo» escludendo la punibilità di chi si è difeso in «stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto». Questo articolo è stato votato anche dai senatori del Pd perché simile al concetto di «turbamento psichico» previsto dalla proposta di legge firmata nel 2017 da David Ermini, ex parlamentare e responsabile Giustizia del Pd nel frattempo diventato vicepresidente del Csm. Infine con la nuova legge vengono aumentate le pene per i ladri, fino a un massimo di quattro anni di carcere per la violazione di domicilio e fino a sette anni per il furto. La «sospensione condizionale della pena è comunque subordinata al pagamento integrale dell'importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa», e le spese legali saranno a carico dello Stato: chi si è difeso, non pagherà per dimostrare la sua innocenza, attraverso il patrocinio gratuito.
Pusher, clandestini e stupratori. È un’ondata
Un altro capannone abbandonato, un'altra minorenne in cerca di droga stuprata e picchiata da un branco di clandestini spacciatori.
La vicenda, che ricalca la tragica storia di Desirée Mariottini, è accaduta a Sassuolo, in provincia di Modena, nella primavera di un anno fa. La giovane italiana, all'epoca diciassettenne è stata violentata per ore da un pusher, marocchino di 32 anni, con la complicità del fratello cinquantaduenne e di un amico, sempre marocchino di 22 anni, che l'hanno percossa e immobilizzata, in una ex ceramica abbandonata, diventata centro di spaccio e di consumo di droghe. Ferita e stordita dalle botte la ragazza è riuscita comunque a fuggire e ha trovato la forza di denunciare l'accaduto, insieme alla madre.
Due giorni fa al Tribunale di Modena si sarebbe dovuta tenere l'udienza preliminare al processo, ma uno degli accusati era assente e la seduta è stata rinviata. La vittima è una giovanissima dal passato difficile. Da qualche mese frequentava quello stabile, nella periferia della città, per comprare la droga. Con uno degli spacciatori, il trentaduenne marocchino, aveva avuto una relazione, che non riusciva ad interrompere. Aveva tentato più volte di fuggire, ha raccontato, ma aveva paura perché l'uomo si era già dimostrato violento e possessivo. E infatti, quel giorno, proprio durante un litigio, con la complicità del fratello e di un amico, l'ha aggredita, immobilizzata e violentata. «Abbiamo iniziato a litigare», ha raccontato la giovane nella denuncia riportata dal Resto del Carlino, «all'improvviso mi ha trascinato a terra e gli altri due mi hanno tenuta ferma» mentre «lui ha continuato a colpirmi». Quando la ragazza era ormai incapace di reagire i due se ne sono andati lasciandola sola con il suo aguzzino che l'ha costretta a spogliarsi e ha abusato di lei. Dopo le indagini i tre sono stati rinviati a giudizio: il trentaduenne con l'accusa di violenza sessuale aggravata dalla minore età della vittima, gli altri due per lesioni. L'udienza preliminare era fissata per martedì scorso, ma è slittata al prossimo aprile e anche per allora non è scontato che si farà: uno dei tre accusati ha fatto perdere le proprie tracce e risulta da tempo irreperibile.
Sono diversi i casi di violenza sessuale legati al mondo della droga che stanno venendo alla luce in questi giorni. Ieri, a Milano, un altro marocchino è stato arrestato con l'accusa di tentata violenza e lesioni personali. Aveva passato la serata con una donna di origine sudamericana, le ha proposto un giro in auto, si è diretto in una zona appartata le ha offerto alcol e cocaina e poi ha tentato l'approccio. Lei si è opposta e ha cercato di scappare scendendo dall'auto, ma l'aggressore l'ha raggiunta, l'ha trascinata a terra ed ha iniziato a colpirla alla testa, strappandole i vestiti. Pur ferita e sanguinante, la donna è riuscita a divincolarsi e a chiedere aiuto a due passanti, che hanno chiamato i soccorsi.
Ad Ancona, lo scorso 10 novembre, durante un sopralluogo in un appartamento occupato, la polizia aveva liberato una giovane italiana di 22 anni che era stata segregata in casa da un nigeriano di 37 anni, spacciatore pure lui. La giovane si era rivolta al pusher per acquistare una dose invece era stata chiusa in una stanza con un cane a farle da guardia, ridotta in uno stato di schiavitù e stuprata regolarmente. E, ancora, il 12 settembre scorso a Brescia un'altra giovane tossicodipendente era stata rapinata e stuprata da un pusher tunisino. Ma anche in casa gli immigrati, in fatto di violenza sulle donne, si danno da fare.
Ieri, a Milano, un altro pregiudicato marocchino è stato arrestato per aver picchiato brutalmente la moglie, italiana, di 26 anni che lo aveva da poco denunciato per lesioni. A quanto risulta per la giovane calci e pugni erano all'ordine del giorno e il marito non si faceva scrupoli a malmenarla davanti ai figli, una bimba di appena un anno e mezzo e il figlio più grande di otto anni. «Carabinieri salvate tutto il mondo a volte sparando e parlando. Siete dei supereroi fantastici» ha scritto il bimbo, subito dopo l'arresto, in un bigliettino, consegnato personalmente ai militari che avevano appena portato via il suo papà.
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Fredy Pacini dormiva in azienda per fare la guardia. Sorpresi due moldavi con piccone, ha sparato alle gambe: uno è morto. Aperto fascicolo per eccesso di legittima difesa. L'ultima effrazione a marzo: «Non pagano mai».Il vicepremier Matteo Salvini garantisce sulla norma per le aggressioni in casa. Ma il passaggio decisivo alla Camera non è ancora calendarizzato.A Sassuolo un marocchino, irregolare, abusa della fidanzata italiana minorenne ma il processo slitta: uno dei complici è irreperibile. A Milano un nordafricano stordisce di coca una donna e la sevizia. Ad Ancona un nigeriano segrega per giorni in casa una ventenne.Lo speciale contiene tre articoli.C'è un gommista di nome Fredy Pacini, di 57 anni, in via della Costituzione. Nella zona industriale disseminata di capannoni di Monte San Savino, provincia di Arezzo, che dopo l'orario di lavoro si trasforma in deserto. Qui non abita nessuno, tranne lui che, da quattro anni a questa parte, ha ricavato uno sgabuzzino dove dormire nel magazzino di pneumatici, disteso su uno scomodo divano letto, con il televisore da 22 pollici e un comodino con l'abat-jour. Nulla più, perché Fredy non dorme, ma sorveglia. Ha traslocato in azienda dopo aver subito 38 furti, mentre la moglie Luciana e le due figlie, che lavorano con lui in amministrazione, hanno continuato a vivere nella casa in paese. Aveva spiegato loro che, purtroppo, gli allarmi non bastano per difendersi dai ladri: «Se io ci metto cinque minuti ad arrivare da casa in ditta, loro ci mettono la metà del tempo a portare via tutto quello che hanno tra le mani».L'ultimo colpo, prima di quello di mercoledì notte finito con la morte di un moldavo di 29 anni, i banditi lo avevano tentato nel marzo scorso quando Fredy era riuscito a metterli in fuga. In quell'occasione si sfogò con i giornali locali: «Stavolta è andata bene, ma sono davvero esasperato. Vivo un incubo da quattro anni. Nel solo 2014 ho subito sette furti con un danno di 200.000 euro e ho deciso di trasferirmi. La mia vita è stata stravolta: non esistono ferie, non ci sono vacanze. Il problema è che rapinatori e ladri in Italia sanno che anche se li beccano non gli fanno niente, non ci sono pene adeguate».Ha costruito l'azienda con una vita di sacrifici, anzi cominciò a costruirla già suo padre Giovannino quando tornò dal Venezuela dove era emigrato in cerca di fortuna. Prima un'officina microscopica, poi sempre più grande fino al capannone da oltre 1.000 metri quadrati di oggi. Fredy aveva iniziato a riparare camere d'aria all'età di 10 anni, alla mattina andava a scuola e al pomeriggio ad aiutare il padre. Da qualche tempo, oltre al servizio di gommista, si è aggiunto anche il reparto vendita e assistenza per biciclette da corsa. Proprio queste, pezzi pregiati da migliaia di euro l'uno, sarebbero il bersaglio grosso a cui mirano regolarmente i ladri.Anche la notte di mercoledì stava riposando sul divano letto. Quando, poco prima delle 4, è stato svegliato dal rumore della vetrata al piano di sotto che andava in frantumi. Ha impugnato la sua pistola semiautomatica, una Glock regolarmente detenuta, ed è corso in magazzino. Si è trovato davanti ai due ladri, ha sparato, mirando alle gambe. Tre colpi si sono conficcati nel muro, due hanno colpito al ginocchio e alla coscia Vitalie Tonjoc, moldavo di 29 anni. Questi ha tentato di fuggire trascinandosi nel piazzale, ma è morto dissanguato: uno dei proiettili gli ha reciso l'arteria femorale. Era entrato in Italia a settembre, in arrivo dalla Romania, e risultava incensurato. Il complice, invece, è riuscito a dileguarsi in auto. Ora il gommista è stato indagato per eccesso di legittima difesa. I due banditi pare fossero armati di picconi e, in questo caso, scatterebbe a pieno titolo la legittima difesa. Inoltre Pacini avrebbe sparato di fronte, mentre i malviventi brandivano i picconi, e non di spalle mentre stavano scappando. Un particolare importante, perché significa che la vita dell'imprenditore era effettivamente minacciata.L'avviso di garanzia per eccesso colposo di legittima difesa è comunque un atto dovuto per garantire gli accertamenti e l'autopsia sul corpo del moldavo. Ma dalle prime indagini la non colpevolezza risulterebbe chiara, come confermano fonti investigative: «Ha volutamente sparato alle gambe del ladro non per uccidere, ma un proiettile ha colpito il moldavo all'arteria femorale».Lui non parla, non vuole farlo per rispetto della magistratura e poi perché è sconvolto dopo quello che è accaduto. Le uniche dichiarazioni arrivano dal suo avvocato, Alessandra Cheli: «Il mio assistito non è in stato di fermo, è evidente che si è trattato di legittima difesa. Ha una coscienza sia morale che giuridica a posto, pulita. Ora è costernato per quanto successo. Ma una cosa», aggiunge il legale, «voglio dirla non da avvocato ma da cittadina: Monte San Savino negli ultimi tempi è invivibile per questa problematica dei continui furti. E il Parlamento deve trovare una soluzione».Il paese si è stretto intorno a Pacini, tutti sapevano della sua esasperazione. Il sindaco, Margherita Scarpellini, è andata a trovarlo: «Capisco lo stato d'animo di Fredy Pacini, la nostra comunità è scossa da questa drammatica vicenda. Servono più risorse per la sicurezza»». Ma soprattutto sono i suoi concittadini a sostenerlo. Davanti all'azienda, mentre ancora i carabinieri stavano facendo i rilievi, si sono accalcati amici e conoscenti che lo hanno applaudito al ritorno dall'interrogatorio. 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Chiunque entra in casa altrui ne accetta le conseguenze. La tutela dell'aggredito deve prevalere su quella dell'aggressore». Il testo della riforma sulla legittima difesa, che ha subito una sola modifica durante l'esame degli emendamenti, è passato all'esame dell'aula di Palazzo Madama lo scorso 23 ottobre con 195 voti favorevoli, 52 contrari e un astenuto. Il provvedimento è stato approvato grazie ai voti della maggioranza Lega-M5s a cui si sono aggiunti quelli dei senatori di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Contrari gli esponenti del Pd e di Leu. La velocità dell'approvazione aè dovuta al fatto che i sette emendamenti dei pentastellati, alcuni firmati dal senatore Gregorio De Falco, dopo un confronto con il leader Di Maio furono ritirati. Adesso affinché le modifiche sulla legittima difesa diventino legge è necessario che il testo del dl venga approvato senza alcuna modifica dalla Camera dove non è stato ancora calendarizzato. I promotori leghisti, però, sperano nella stessa velocità del Senato come dichiararono il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone e il presidente della commissione Giustizia del Senato Andrea Ostellari: «Entro l'anno la riforma della legittima difesa dovrebbe diventare operativa a tutti gli effetti». Il testo modifica in particolare l'articolo 52 e l'articolo 55 del codice penale. Il principio che regola la riforma è che la difesa è «sempre» legittima come prevede l'articolo 1 (modifica del 52), che stabilisce che esiste sempre una proporzionalità tra offesa e difesa, «se taluno legittimamente presente nell'abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi», «usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione». Insomma resta il principio della proporzionalità ma la legittima difesa scatta anche senza la minaccia vera e propria di un'arma. Poi c'è l'art. 2 che modifica il 55 del Cp che disciplina l'«eccesso colposo» escludendo la punibilità di chi si è difeso in «stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto». Questo articolo è stato votato anche dai senatori del Pd perché simile al concetto di «turbamento psichico» previsto dalla proposta di legge firmata nel 2017 da David Ermini, ex parlamentare e responsabile Giustizia del Pd nel frattempo diventato vicepresidente del Csm. Infine con la nuova legge vengono aumentate le pene per i ladri, fino a un massimo di quattro anni di carcere per la violazione di domicilio e fino a sette anni per il furto. La «sospensione condizionale della pena è comunque subordinata al pagamento integrale dell'importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa», e le spese legali saranno a carico dello Stato: chi si è difeso, non pagherà per dimostrare la sua innocenza, attraverso il patrocinio gratuito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-38-rapine-subite-uccide-un-ladro-indagato-il-gommista-perseguitato-2621783721.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pusher-clandestini-e-stupratori-e-unondata" data-post-id="2621783721" data-published-at="1771025170" data-use-pagination="False"> Pusher, clandestini e stupratori. È un’ondata Un altro capannone abbandonato, un'altra minorenne in cerca di droga stuprata e picchiata da un branco di clandestini spacciatori. La vicenda, che ricalca la tragica storia di Desirée Mariottini, è accaduta a Sassuolo, in provincia di Modena, nella primavera di un anno fa. La giovane italiana, all'epoca diciassettenne è stata violentata per ore da un pusher, marocchino di 32 anni, con la complicità del fratello cinquantaduenne e di un amico, sempre marocchino di 22 anni, che l'hanno percossa e immobilizzata, in una ex ceramica abbandonata, diventata centro di spaccio e di consumo di droghe. Ferita e stordita dalle botte la ragazza è riuscita comunque a fuggire e ha trovato la forza di denunciare l'accaduto, insieme alla madre. Due giorni fa al Tribunale di Modena si sarebbe dovuta tenere l'udienza preliminare al processo, ma uno degli accusati era assente e la seduta è stata rinviata. La vittima è una giovanissima dal passato difficile. Da qualche mese frequentava quello stabile, nella periferia della città, per comprare la droga. Con uno degli spacciatori, il trentaduenne marocchino, aveva avuto una relazione, che non riusciva ad interrompere. Aveva tentato più volte di fuggire, ha raccontato, ma aveva paura perché l'uomo si era già dimostrato violento e possessivo. E infatti, quel giorno, proprio durante un litigio, con la complicità del fratello e di un amico, l'ha aggredita, immobilizzata e violentata. «Abbiamo iniziato a litigare», ha raccontato la giovane nella denuncia riportata dal Resto del Carlino, «all'improvviso mi ha trascinato a terra e gli altri due mi hanno tenuta ferma» mentre «lui ha continuato a colpirmi». Quando la ragazza era ormai incapace di reagire i due se ne sono andati lasciandola sola con il suo aguzzino che l'ha costretta a spogliarsi e ha abusato di lei. Dopo le indagini i tre sono stati rinviati a giudizio: il trentaduenne con l'accusa di violenza sessuale aggravata dalla minore età della vittima, gli altri due per lesioni. L'udienza preliminare era fissata per martedì scorso, ma è slittata al prossimo aprile e anche per allora non è scontato che si farà: uno dei tre accusati ha fatto perdere le proprie tracce e risulta da tempo irreperibile. Sono diversi i casi di violenza sessuale legati al mondo della droga che stanno venendo alla luce in questi giorni. Ieri, a Milano, un altro marocchino è stato arrestato con l'accusa di tentata violenza e lesioni personali. Aveva passato la serata con una donna di origine sudamericana, le ha proposto un giro in auto, si è diretto in una zona appartata le ha offerto alcol e cocaina e poi ha tentato l'approccio. Lei si è opposta e ha cercato di scappare scendendo dall'auto, ma l'aggressore l'ha raggiunta, l'ha trascinata a terra ed ha iniziato a colpirla alla testa, strappandole i vestiti. Pur ferita e sanguinante, la donna è riuscita a divincolarsi e a chiedere aiuto a due passanti, che hanno chiamato i soccorsi. Ad Ancona, lo scorso 10 novembre, durante un sopralluogo in un appartamento occupato, la polizia aveva liberato una giovane italiana di 22 anni che era stata segregata in casa da un nigeriano di 37 anni, spacciatore pure lui. La giovane si era rivolta al pusher per acquistare una dose invece era stata chiusa in una stanza con un cane a farle da guardia, ridotta in uno stato di schiavitù e stuprata regolarmente. E, ancora, il 12 settembre scorso a Brescia un'altra giovane tossicodipendente era stata rapinata e stuprata da un pusher tunisino. Ma anche in casa gli immigrati, in fatto di violenza sulle donne, si danno da fare. Ieri, a Milano, un altro pregiudicato marocchino è stato arrestato per aver picchiato brutalmente la moglie, italiana, di 26 anni che lo aveva da poco denunciato per lesioni. A quanto risulta per la giovane calci e pugni erano all'ordine del giorno e il marito non si faceva scrupoli a malmenarla davanti ai figli, una bimba di appena un anno e mezzo e il figlio più grande di otto anni. «Carabinieri salvate tutto il mondo a volte sparando e parlando. Siete dei supereroi fantastici» ha scritto il bimbo, subito dopo l'arresto, in un bigliettino, consegnato personalmente ai militari che avevano appena portato via il suo papà.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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