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2018-11-29
Dopo 38 rapine subite uccide un ladro, indagato il gommista perseguitato
ANSA
C'è un gommista di nome Fredy Pacini, di 57 anni, in via della Costituzione. Nella zona industriale disseminata di capannoni di Monte San Savino, provincia di Arezzo, che dopo l'orario di lavoro si trasforma in deserto. Qui non abita nessuno, tranne lui che, da quattro anni a questa parte, ha ricavato uno sgabuzzino dove dormire nel magazzino di pneumatici, disteso su uno scomodo divano letto, con il televisore da 22 pollici e un comodino con l'abat-jour. Nulla più, perché Fredy non dorme, ma sorveglia. Ha traslocato in azienda dopo aver subito 38 furti, mentre la moglie Luciana e le due figlie, che lavorano con lui in amministrazione, hanno continuato a vivere nella casa in paese. Aveva spiegato loro che, purtroppo, gli allarmi non bastano per difendersi dai ladri: «Se io ci metto cinque minuti ad arrivare da casa in ditta, loro ci mettono la metà del tempo a portare via tutto quello che hanno tra le mani».
L'ultimo colpo, prima di quello di mercoledì notte finito con la morte di un moldavo di 29 anni, i banditi lo avevano tentato nel marzo scorso quando Fredy era riuscito a metterli in fuga. In quell'occasione si sfogò con i giornali locali: «Stavolta è andata bene, ma sono davvero esasperato. Vivo un incubo da quattro anni. Nel solo 2014 ho subito sette furti con un danno di 200.000 euro e ho deciso di trasferirmi. La mia vita è stata stravolta: non esistono ferie, non ci sono vacanze. Il problema è che rapinatori e ladri in Italia sanno che anche se li beccano non gli fanno niente, non ci sono pene adeguate».
Ha costruito l'azienda con una vita di sacrifici, anzi cominciò a costruirla già suo padre Giovannino quando tornò dal Venezuela dove era emigrato in cerca di fortuna. Prima un'officina microscopica, poi sempre più grande fino al capannone da oltre 1.000 metri quadrati di oggi. Fredy aveva iniziato a riparare camere d'aria all'età di 10 anni, alla mattina andava a scuola e al pomeriggio ad aiutare il padre. Da qualche tempo, oltre al servizio di gommista, si è aggiunto anche il reparto vendita e assistenza per biciclette da corsa. Proprio queste, pezzi pregiati da migliaia di euro l'uno, sarebbero il bersaglio grosso a cui mirano regolarmente i ladri.
Anche la notte di mercoledì stava riposando sul divano letto. Quando, poco prima delle 4, è stato svegliato dal rumore della vetrata al piano di sotto che andava in frantumi. Ha impugnato la sua pistola semiautomatica, una Glock regolarmente detenuta, ed è corso in magazzino. Si è trovato davanti ai due ladri, ha sparato, mirando alle gambe. Tre colpi si sono conficcati nel muro, due hanno colpito al ginocchio e alla coscia Vitalie Tonjoc, moldavo di 29 anni. Questi ha tentato di fuggire trascinandosi nel piazzale, ma è morto dissanguato: uno dei proiettili gli ha reciso l'arteria femorale. Era entrato in Italia a settembre, in arrivo dalla Romania, e risultava incensurato. Il complice, invece, è riuscito a dileguarsi in auto.
Ora il gommista è stato indagato per eccesso di legittima difesa. I due banditi pare fossero armati di picconi e, in questo caso, scatterebbe a pieno titolo la legittima difesa. Inoltre Pacini avrebbe sparato di fronte, mentre i malviventi brandivano i picconi, e non di spalle mentre stavano scappando. Un particolare importante, perché significa che la vita dell'imprenditore era effettivamente minacciata.
L'avviso di garanzia per eccesso colposo di legittima difesa è comunque un atto dovuto per garantire gli accertamenti e l'autopsia sul corpo del moldavo. Ma dalle prime indagini la non colpevolezza risulterebbe chiara, come confermano fonti investigative: «Ha volutamente sparato alle gambe del ladro non per uccidere, ma un proiettile ha colpito il moldavo all'arteria femorale».
Lui non parla, non vuole farlo per rispetto della magistratura e poi perché è sconvolto dopo quello che è accaduto. Le uniche dichiarazioni arrivano dal suo avvocato, Alessandra Cheli: «Il mio assistito non è in stato di fermo, è evidente che si è trattato di legittima difesa. Ha una coscienza sia morale che giuridica a posto, pulita. Ora è costernato per quanto successo. Ma una cosa», aggiunge il legale, «voglio dirla non da avvocato ma da cittadina: Monte San Savino negli ultimi tempi è invivibile per questa problematica dei continui furti. E il Parlamento deve trovare una soluzione».
Il paese si è stretto intorno a Pacini, tutti sapevano della sua esasperazione. Il sindaco, Margherita Scarpellini, è andata a trovarlo: «Capisco lo stato d'animo di Fredy Pacini, la nostra comunità è scossa da questa drammatica vicenda. Servono più risorse per la sicurezza»». Ma soprattutto sono i suoi concittadini a sostenerlo. Davanti all'azienda, mentre ancora i carabinieri stavano facendo i rilievi, si sono accalcati amici e conoscenti che lo hanno applaudito al ritorno dall'interrogatorio. Hanno appeso striscioni di solidarietà alla cancellata, è anche nato un gruppo su Facebook intitolato «IoStoConFredy», che raccoglie fondi per pagare la sua difesa e che ha organizzato una fiaccolata venerdì sera per le vie del centro storico. Perché Pacini non è l'unico a non poterne più.
Salvini: «A inizio anno, con la nuova legge, via quel reato»
«Dopo il decreto sicurezza, a inizio anno toccherà alla legittima difesa. Io sto con chi si difende, entrare con la violenza in casa o nel negozio altrui, di giorno o di notte, legittima l'aggredito a difendere sé stesso e la sua famiglia». Così il ministro dell'Interno Matteo Salvini intervenuto sul caso di Arezzo: «La mia solidarietà al commerciante toscano, derubato 38 volte in pochi mesi: conti su di noi!»
Cavallo di battaglia della Lega già in campagna elettorale, ieri Salvini ha ribadito la necessità di centrare l'obiettivo, peraltro previsto dal contratto di governo firmato con il M5s. «La proposta della Lega prevede il sacrosanto diritto di difendersi all'interno della propria abitazione privata», ha sottolineato il vicepremier. «Se mi trovo una persona armata e mascherata alle 3 di notte non sta me capire se ha un'arma finta, ma ho il diritto di difendermi senza se e senza ma».
Un concetto ribadito ieri anche dal ministro della Pa, avvocato, Giulia Bongiorno: «Se qualcuno entra in casa mia io sparo. Chiunque entra in casa altrui ne accetta le conseguenze. La tutela dell'aggredito deve prevalere su quella dell'aggressore».
Il testo della riforma sulla legittima difesa, che ha subito una sola modifica durante l'esame degli emendamenti, è passato all'esame dell'aula di Palazzo Madama lo scorso 23 ottobre con 195 voti favorevoli, 52 contrari e un astenuto. Il provvedimento è stato approvato grazie ai voti della maggioranza Lega-M5s a cui si sono aggiunti quelli dei senatori di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Contrari gli esponenti del Pd e di Leu. La velocità dell'approvazione aè dovuta al fatto che i sette emendamenti dei pentastellati, alcuni firmati dal senatore Gregorio De Falco, dopo un confronto con il leader Di Maio furono ritirati.
Adesso affinché le modifiche sulla legittima difesa diventino legge è necessario che il testo del dl venga approvato senza alcuna modifica dalla Camera dove non è stato ancora calendarizzato. I promotori leghisti, però, sperano nella stessa velocità del Senato come dichiararono il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone e il presidente della commissione Giustizia del Senato Andrea Ostellari: «Entro l'anno la riforma della legittima difesa dovrebbe diventare operativa a tutti gli effetti».
Il testo modifica in particolare l'articolo 52 e l'articolo 55 del codice penale. Il principio che regola la riforma è che la difesa è «sempre» legittima come prevede l'articolo 1 (modifica del 52), che stabilisce che esiste sempre una proporzionalità tra offesa e difesa, «se taluno legittimamente presente nell'abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi», «usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione». Insomma resta il principio della proporzionalità ma la legittima difesa scatta anche senza la minaccia vera e propria di un'arma. Poi c'è l'art. 2 che modifica il 55 del Cp che disciplina l'«eccesso colposo» escludendo la punibilità di chi si è difeso in «stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto». Questo articolo è stato votato anche dai senatori del Pd perché simile al concetto di «turbamento psichico» previsto dalla proposta di legge firmata nel 2017 da David Ermini, ex parlamentare e responsabile Giustizia del Pd nel frattempo diventato vicepresidente del Csm. Infine con la nuova legge vengono aumentate le pene per i ladri, fino a un massimo di quattro anni di carcere per la violazione di domicilio e fino a sette anni per il furto. La «sospensione condizionale della pena è comunque subordinata al pagamento integrale dell'importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa», e le spese legali saranno a carico dello Stato: chi si è difeso, non pagherà per dimostrare la sua innocenza, attraverso il patrocinio gratuito.
Pusher, clandestini e stupratori. È un’ondata
Un altro capannone abbandonato, un'altra minorenne in cerca di droga stuprata e picchiata da un branco di clandestini spacciatori.
La vicenda, che ricalca la tragica storia di Desirée Mariottini, è accaduta a Sassuolo, in provincia di Modena, nella primavera di un anno fa. La giovane italiana, all'epoca diciassettenne è stata violentata per ore da un pusher, marocchino di 32 anni, con la complicità del fratello cinquantaduenne e di un amico, sempre marocchino di 22 anni, che l'hanno percossa e immobilizzata, in una ex ceramica abbandonata, diventata centro di spaccio e di consumo di droghe. Ferita e stordita dalle botte la ragazza è riuscita comunque a fuggire e ha trovato la forza di denunciare l'accaduto, insieme alla madre.
Due giorni fa al Tribunale di Modena si sarebbe dovuta tenere l'udienza preliminare al processo, ma uno degli accusati era assente e la seduta è stata rinviata. La vittima è una giovanissima dal passato difficile. Da qualche mese frequentava quello stabile, nella periferia della città, per comprare la droga. Con uno degli spacciatori, il trentaduenne marocchino, aveva avuto una relazione, che non riusciva ad interrompere. Aveva tentato più volte di fuggire, ha raccontato, ma aveva paura perché l'uomo si era già dimostrato violento e possessivo. E infatti, quel giorno, proprio durante un litigio, con la complicità del fratello e di un amico, l'ha aggredita, immobilizzata e violentata. «Abbiamo iniziato a litigare», ha raccontato la giovane nella denuncia riportata dal Resto del Carlino, «all'improvviso mi ha trascinato a terra e gli altri due mi hanno tenuta ferma» mentre «lui ha continuato a colpirmi». Quando la ragazza era ormai incapace di reagire i due se ne sono andati lasciandola sola con il suo aguzzino che l'ha costretta a spogliarsi e ha abusato di lei. Dopo le indagini i tre sono stati rinviati a giudizio: il trentaduenne con l'accusa di violenza sessuale aggravata dalla minore età della vittima, gli altri due per lesioni. L'udienza preliminare era fissata per martedì scorso, ma è slittata al prossimo aprile e anche per allora non è scontato che si farà: uno dei tre accusati ha fatto perdere le proprie tracce e risulta da tempo irreperibile.
Sono diversi i casi di violenza sessuale legati al mondo della droga che stanno venendo alla luce in questi giorni. Ieri, a Milano, un altro marocchino è stato arrestato con l'accusa di tentata violenza e lesioni personali. Aveva passato la serata con una donna di origine sudamericana, le ha proposto un giro in auto, si è diretto in una zona appartata le ha offerto alcol e cocaina e poi ha tentato l'approccio. Lei si è opposta e ha cercato di scappare scendendo dall'auto, ma l'aggressore l'ha raggiunta, l'ha trascinata a terra ed ha iniziato a colpirla alla testa, strappandole i vestiti. Pur ferita e sanguinante, la donna è riuscita a divincolarsi e a chiedere aiuto a due passanti, che hanno chiamato i soccorsi.
Ad Ancona, lo scorso 10 novembre, durante un sopralluogo in un appartamento occupato, la polizia aveva liberato una giovane italiana di 22 anni che era stata segregata in casa da un nigeriano di 37 anni, spacciatore pure lui. La giovane si era rivolta al pusher per acquistare una dose invece era stata chiusa in una stanza con un cane a farle da guardia, ridotta in uno stato di schiavitù e stuprata regolarmente. E, ancora, il 12 settembre scorso a Brescia un'altra giovane tossicodipendente era stata rapinata e stuprata da un pusher tunisino. Ma anche in casa gli immigrati, in fatto di violenza sulle donne, si danno da fare.
Ieri, a Milano, un altro pregiudicato marocchino è stato arrestato per aver picchiato brutalmente la moglie, italiana, di 26 anni che lo aveva da poco denunciato per lesioni. A quanto risulta per la giovane calci e pugni erano all'ordine del giorno e il marito non si faceva scrupoli a malmenarla davanti ai figli, una bimba di appena un anno e mezzo e il figlio più grande di otto anni. «Carabinieri salvate tutto il mondo a volte sparando e parlando. Siete dei supereroi fantastici» ha scritto il bimbo, subito dopo l'arresto, in un bigliettino, consegnato personalmente ai militari che avevano appena portato via il suo papà.
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Fredy Pacini dormiva in azienda per fare la guardia. Sorpresi due moldavi con piccone, ha sparato alle gambe: uno è morto. Aperto fascicolo per eccesso di legittima difesa. L'ultima effrazione a marzo: «Non pagano mai».Il vicepremier Matteo Salvini garantisce sulla norma per le aggressioni in casa. Ma il passaggio decisivo alla Camera non è ancora calendarizzato.A Sassuolo un marocchino, irregolare, abusa della fidanzata italiana minorenne ma il processo slitta: uno dei complici è irreperibile. A Milano un nordafricano stordisce di coca una donna e la sevizia. Ad Ancona un nigeriano segrega per giorni in casa una ventenne.Lo speciale contiene tre articoli.C'è un gommista di nome Fredy Pacini, di 57 anni, in via della Costituzione. Nella zona industriale disseminata di capannoni di Monte San Savino, provincia di Arezzo, che dopo l'orario di lavoro si trasforma in deserto. Qui non abita nessuno, tranne lui che, da quattro anni a questa parte, ha ricavato uno sgabuzzino dove dormire nel magazzino di pneumatici, disteso su uno scomodo divano letto, con il televisore da 22 pollici e un comodino con l'abat-jour. Nulla più, perché Fredy non dorme, ma sorveglia. Ha traslocato in azienda dopo aver subito 38 furti, mentre la moglie Luciana e le due figlie, che lavorano con lui in amministrazione, hanno continuato a vivere nella casa in paese. Aveva spiegato loro che, purtroppo, gli allarmi non bastano per difendersi dai ladri: «Se io ci metto cinque minuti ad arrivare da casa in ditta, loro ci mettono la metà del tempo a portare via tutto quello che hanno tra le mani».L'ultimo colpo, prima di quello di mercoledì notte finito con la morte di un moldavo di 29 anni, i banditi lo avevano tentato nel marzo scorso quando Fredy era riuscito a metterli in fuga. In quell'occasione si sfogò con i giornali locali: «Stavolta è andata bene, ma sono davvero esasperato. Vivo un incubo da quattro anni. Nel solo 2014 ho subito sette furti con un danno di 200.000 euro e ho deciso di trasferirmi. La mia vita è stata stravolta: non esistono ferie, non ci sono vacanze. Il problema è che rapinatori e ladri in Italia sanno che anche se li beccano non gli fanno niente, non ci sono pene adeguate».Ha costruito l'azienda con una vita di sacrifici, anzi cominciò a costruirla già suo padre Giovannino quando tornò dal Venezuela dove era emigrato in cerca di fortuna. Prima un'officina microscopica, poi sempre più grande fino al capannone da oltre 1.000 metri quadrati di oggi. Fredy aveva iniziato a riparare camere d'aria all'età di 10 anni, alla mattina andava a scuola e al pomeriggio ad aiutare il padre. Da qualche tempo, oltre al servizio di gommista, si è aggiunto anche il reparto vendita e assistenza per biciclette da corsa. Proprio queste, pezzi pregiati da migliaia di euro l'uno, sarebbero il bersaglio grosso a cui mirano regolarmente i ladri.Anche la notte di mercoledì stava riposando sul divano letto. Quando, poco prima delle 4, è stato svegliato dal rumore della vetrata al piano di sotto che andava in frantumi. Ha impugnato la sua pistola semiautomatica, una Glock regolarmente detenuta, ed è corso in magazzino. Si è trovato davanti ai due ladri, ha sparato, mirando alle gambe. Tre colpi si sono conficcati nel muro, due hanno colpito al ginocchio e alla coscia Vitalie Tonjoc, moldavo di 29 anni. Questi ha tentato di fuggire trascinandosi nel piazzale, ma è morto dissanguato: uno dei proiettili gli ha reciso l'arteria femorale. Era entrato in Italia a settembre, in arrivo dalla Romania, e risultava incensurato. Il complice, invece, è riuscito a dileguarsi in auto. Ora il gommista è stato indagato per eccesso di legittima difesa. I due banditi pare fossero armati di picconi e, in questo caso, scatterebbe a pieno titolo la legittima difesa. Inoltre Pacini avrebbe sparato di fronte, mentre i malviventi brandivano i picconi, e non di spalle mentre stavano scappando. Un particolare importante, perché significa che la vita dell'imprenditore era effettivamente minacciata.L'avviso di garanzia per eccesso colposo di legittima difesa è comunque un atto dovuto per garantire gli accertamenti e l'autopsia sul corpo del moldavo. Ma dalle prime indagini la non colpevolezza risulterebbe chiara, come confermano fonti investigative: «Ha volutamente sparato alle gambe del ladro non per uccidere, ma un proiettile ha colpito il moldavo all'arteria femorale».Lui non parla, non vuole farlo per rispetto della magistratura e poi perché è sconvolto dopo quello che è accaduto. Le uniche dichiarazioni arrivano dal suo avvocato, Alessandra Cheli: «Il mio assistito non è in stato di fermo, è evidente che si è trattato di legittima difesa. Ha una coscienza sia morale che giuridica a posto, pulita. Ora è costernato per quanto successo. Ma una cosa», aggiunge il legale, «voglio dirla non da avvocato ma da cittadina: Monte San Savino negli ultimi tempi è invivibile per questa problematica dei continui furti. E il Parlamento deve trovare una soluzione».Il paese si è stretto intorno a Pacini, tutti sapevano della sua esasperazione. Il sindaco, Margherita Scarpellini, è andata a trovarlo: «Capisco lo stato d'animo di Fredy Pacini, la nostra comunità è scossa da questa drammatica vicenda. Servono più risorse per la sicurezza»». Ma soprattutto sono i suoi concittadini a sostenerlo. Davanti all'azienda, mentre ancora i carabinieri stavano facendo i rilievi, si sono accalcati amici e conoscenti che lo hanno applaudito al ritorno dall'interrogatorio. Hanno appeso striscioni di solidarietà alla cancellata, è anche nato un gruppo su Facebook intitolato «IoStoConFredy», che raccoglie fondi per pagare la sua difesa e che ha organizzato una fiaccolata venerdì sera per le vie del centro storico. Perché Pacini non è l'unico a non poterne più.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-38-rapine-subite-uccide-un-ladro-indagato-il-gommista-perseguitato-2621783721.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-a-inizio-anno-con-la-nuova-legge-via-quel-reato" data-post-id="2621783721" data-published-at="1779296697" data-use-pagination="False"> Salvini: «A inizio anno, con la nuova legge, via quel reato» «Dopo il decreto sicurezza, a inizio anno toccherà alla legittima difesa. 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Chiunque entra in casa altrui ne accetta le conseguenze. La tutela dell'aggredito deve prevalere su quella dell'aggressore». Il testo della riforma sulla legittima difesa, che ha subito una sola modifica durante l'esame degli emendamenti, è passato all'esame dell'aula di Palazzo Madama lo scorso 23 ottobre con 195 voti favorevoli, 52 contrari e un astenuto. Il provvedimento è stato approvato grazie ai voti della maggioranza Lega-M5s a cui si sono aggiunti quelli dei senatori di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Contrari gli esponenti del Pd e di Leu. La velocità dell'approvazione aè dovuta al fatto che i sette emendamenti dei pentastellati, alcuni firmati dal senatore Gregorio De Falco, dopo un confronto con il leader Di Maio furono ritirati. Adesso affinché le modifiche sulla legittima difesa diventino legge è necessario che il testo del dl venga approvato senza alcuna modifica dalla Camera dove non è stato ancora calendarizzato. I promotori leghisti, però, sperano nella stessa velocità del Senato come dichiararono il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone e il presidente della commissione Giustizia del Senato Andrea Ostellari: «Entro l'anno la riforma della legittima difesa dovrebbe diventare operativa a tutti gli effetti». Il testo modifica in particolare l'articolo 52 e l'articolo 55 del codice penale. Il principio che regola la riforma è che la difesa è «sempre» legittima come prevede l'articolo 1 (modifica del 52), che stabilisce che esiste sempre una proporzionalità tra offesa e difesa, «se taluno legittimamente presente nell'abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi», «usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere la propria o la altrui incolumità, i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione». Insomma resta il principio della proporzionalità ma la legittima difesa scatta anche senza la minaccia vera e propria di un'arma. Poi c'è l'art. 2 che modifica il 55 del Cp che disciplina l'«eccesso colposo» escludendo la punibilità di chi si è difeso in «stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto». Questo articolo è stato votato anche dai senatori del Pd perché simile al concetto di «turbamento psichico» previsto dalla proposta di legge firmata nel 2017 da David Ermini, ex parlamentare e responsabile Giustizia del Pd nel frattempo diventato vicepresidente del Csm. Infine con la nuova legge vengono aumentate le pene per i ladri, fino a un massimo di quattro anni di carcere per la violazione di domicilio e fino a sette anni per il furto. La «sospensione condizionale della pena è comunque subordinata al pagamento integrale dell'importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa», e le spese legali saranno a carico dello Stato: chi si è difeso, non pagherà per dimostrare la sua innocenza, attraverso il patrocinio gratuito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dopo-38-rapine-subite-uccide-un-ladro-indagato-il-gommista-perseguitato-2621783721.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pusher-clandestini-e-stupratori-e-unondata" data-post-id="2621783721" data-published-at="1779296697" data-use-pagination="False"> Pusher, clandestini e stupratori. È un’ondata Un altro capannone abbandonato, un'altra minorenne in cerca di droga stuprata e picchiata da un branco di clandestini spacciatori. La vicenda, che ricalca la tragica storia di Desirée Mariottini, è accaduta a Sassuolo, in provincia di Modena, nella primavera di un anno fa. La giovane italiana, all'epoca diciassettenne è stata violentata per ore da un pusher, marocchino di 32 anni, con la complicità del fratello cinquantaduenne e di un amico, sempre marocchino di 22 anni, che l'hanno percossa e immobilizzata, in una ex ceramica abbandonata, diventata centro di spaccio e di consumo di droghe. Ferita e stordita dalle botte la ragazza è riuscita comunque a fuggire e ha trovato la forza di denunciare l'accaduto, insieme alla madre. Due giorni fa al Tribunale di Modena si sarebbe dovuta tenere l'udienza preliminare al processo, ma uno degli accusati era assente e la seduta è stata rinviata. La vittima è una giovanissima dal passato difficile. Da qualche mese frequentava quello stabile, nella periferia della città, per comprare la droga. Con uno degli spacciatori, il trentaduenne marocchino, aveva avuto una relazione, che non riusciva ad interrompere. Aveva tentato più volte di fuggire, ha raccontato, ma aveva paura perché l'uomo si era già dimostrato violento e possessivo. E infatti, quel giorno, proprio durante un litigio, con la complicità del fratello e di un amico, l'ha aggredita, immobilizzata e violentata. «Abbiamo iniziato a litigare», ha raccontato la giovane nella denuncia riportata dal Resto del Carlino, «all'improvviso mi ha trascinato a terra e gli altri due mi hanno tenuta ferma» mentre «lui ha continuato a colpirmi». Quando la ragazza era ormai incapace di reagire i due se ne sono andati lasciandola sola con il suo aguzzino che l'ha costretta a spogliarsi e ha abusato di lei. Dopo le indagini i tre sono stati rinviati a giudizio: il trentaduenne con l'accusa di violenza sessuale aggravata dalla minore età della vittima, gli altri due per lesioni. L'udienza preliminare era fissata per martedì scorso, ma è slittata al prossimo aprile e anche per allora non è scontato che si farà: uno dei tre accusati ha fatto perdere le proprie tracce e risulta da tempo irreperibile. Sono diversi i casi di violenza sessuale legati al mondo della droga che stanno venendo alla luce in questi giorni. Ieri, a Milano, un altro marocchino è stato arrestato con l'accusa di tentata violenza e lesioni personali. Aveva passato la serata con una donna di origine sudamericana, le ha proposto un giro in auto, si è diretto in una zona appartata le ha offerto alcol e cocaina e poi ha tentato l'approccio. Lei si è opposta e ha cercato di scappare scendendo dall'auto, ma l'aggressore l'ha raggiunta, l'ha trascinata a terra ed ha iniziato a colpirla alla testa, strappandole i vestiti. Pur ferita e sanguinante, la donna è riuscita a divincolarsi e a chiedere aiuto a due passanti, che hanno chiamato i soccorsi. Ad Ancona, lo scorso 10 novembre, durante un sopralluogo in un appartamento occupato, la polizia aveva liberato una giovane italiana di 22 anni che era stata segregata in casa da un nigeriano di 37 anni, spacciatore pure lui. La giovane si era rivolta al pusher per acquistare una dose invece era stata chiusa in una stanza con un cane a farle da guardia, ridotta in uno stato di schiavitù e stuprata regolarmente. E, ancora, il 12 settembre scorso a Brescia un'altra giovane tossicodipendente era stata rapinata e stuprata da un pusher tunisino. Ma anche in casa gli immigrati, in fatto di violenza sulle donne, si danno da fare. Ieri, a Milano, un altro pregiudicato marocchino è stato arrestato per aver picchiato brutalmente la moglie, italiana, di 26 anni che lo aveva da poco denunciato per lesioni. A quanto risulta per la giovane calci e pugni erano all'ordine del giorno e il marito non si faceva scrupoli a malmenarla davanti ai figli, una bimba di appena un anno e mezzo e il figlio più grande di otto anni. «Carabinieri salvate tutto il mondo a volte sparando e parlando. Siete dei supereroi fantastici» ha scritto il bimbo, subito dopo l'arresto, in un bigliettino, consegnato personalmente ai militari che avevano appena portato via il suo papà.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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