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Disastro sanatoria: pochissime domande. E solo le badanti vogliono lavorare

Disastro sanatoria: pochissime domande. E solo le badanti vogliono lavorare
Teresa Bellanova (Getty images)
Dovevamo regolarizzare i clandestini perché frutta e verdura non marcissero nei campi, ma la sanatoria voluta dal governo giallorosso sta diventando ogni giorno di più una clamorosa presa per i fondelli degli italiani.

Già le cifre annunciate, 600.000 immigrati irregolari che dovevano assicurarci pesche e angurie senza doverle raccogliere noi (in realtà, molti rimasti senza lavoro l'avrebbero fatto volentieri), alla fine si ridurranno a 220.000. I tempi per presentare le domande sono stati prorogati, si potrà farlo fino al 15 agosto ma, con una media di 2.324 richieste al giorno, forse nemmeno la metà delle persone in attesa saranno regolarizzate. Quello che però fa più arrabbiare sono gli ultimi dati contenuti nel rapporto del Viminale sulla «procedura di emersione dei rapporti di lavoro», avviata lo scorso primo giugno.

Su 80.366 domande arrivate al 30 giugno, quelle provenienti dal settore agricolo erano solo 8.256, più 54 dal settore pesca, per un totale di 8.310 richieste (12% del totale), mentre quelle relative a colf e badanti raggiungevano la cifra di 61.411 (88%). Ora, senza nulla togliere al lavoro duro e prezioso che queste persone svolgono nelle nostre case e per i nostri anziani o disabili, perché non è stato detto chiaramente fin dall'inizio che la sanatoria era stata pensata per far scomparire questo lavoro nero? Non c'era bisogno di un ministro dell'Agricoltura che minacciasse di dimettersi, se non veniva cancellata l'orrenda piaga del caporalato. Se così tanti immigrati irregolari si sentivano sfruttati, non si capisce perché poco più di 8.000 lavoratori nei campi abbia compilato e spedito un modulo. La maggior parte delle domande arriva dalla Campania (2.450), dalla Sicilia (1.273), dal Lazio (1.108), dalla Puglia (appena 611 dalla terra del ministro Teresa Bellanova, da una delle zone di peggior sfruttamento della manodopera straniera), dal Veneto (609), dalla Toscana (443), dall'Emilia Romagna (336), dalla Calabria (315), dalla Lombardia (309) e dal Piemonte (271) più 585 da altre Regioni. Numeri ridicoli, alla faccia del sommerso nero. Con la scusa di poter disporre subito di lavoratori agricoli, in realtà si voleva compiere un'operazione molto cara alla sinistra, ovvero regolarizzare quanti più immigrati clandestini. Così scopriamo che le richieste inviate fino al 30 giugno riguardano 44.178 colf e 16. 537 badanti, più 696 assistenti al figlio «non autosufficiente per patologia o handicap». Un gran numero di colf, soprattutto provenienti da Marocco, Ucraina, Bangladesh, Cina, Albania e Perù saranno messe in regola con buona pace dei loro datori di lavoro, per il 75% dei quali si tratta di italiani (45.730). La Lombardia è prima per le richieste presentate per il lavoro domestico e di assistenza alla persona (19.308), seguita da Campania (8.878), Lazio (6.434), Emilia Romagna (5.840), Veneto (4.267), Toscana (3.673), Piemonte (3.630), Puglia (2.117), Liguria (1.506), Sicilia (1.254) più altre 4.504 domande da altre parti d'Italia.

Non crediamo che la priorità del nostro Paese sia mettere in regola le collaboratrici domestiche, quando nemmeno si riesce a immaginare come far ripartire l'economia. In ogni caso anche la sanatoria si sta rivelando, non una misura «assolutamente positiva» come sostiene il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, bensì l'ennesimo flop di questo governo. Poche domande e nemmeno riferite a settori vitali come l'agricoltura, una presa in giro per gli imprenditori che l'avevano detto fin da subito: servono i voucher e la possibilità di impiegare nei campi i disoccupati, occorrono accordi con i Paesi dai quali arriva «manodopera formata e qualificata», come ha chiesto più volte il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini. Macché, l'operazione politica voluta da Pd, Leu e Italia viva ha chiuso la bocca ai 5 stelle ma non ha fatto gli interessi dell'Italia.


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«Condivido l’allarme di Sallusti perché l’avevo già lanciato giorni fa. È evidente che questo tentativo di allungare il brodo, di fare melina, di buttare la palla in tribuna da parte del fronte del no, che chiede di non celebrare il referendum nel prossimo mese di marzo ma di rinviarlo più avanti, ha un obiettivo che secondo me non è quello di un improbabile recupero sul sì: sono convinto che più tempo c’è per spiegare le ragioni della riforma più persone si convincono a votare a favore».

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C’era un tempo in cui tutto era più semplice: le guardie prendevano i ladri e i ladri presi dalle guardie finivano in galera. Era talmente semplice da prestarsi a un gioco, quello del «guardie e ladri». Poi è successo un qualcosa che lentamente ha complicato le regole e ci siamo ritrovati che nessuno ha più voglia di scherzarci su e, nella divisione, è la guardia che rischia di passare i guai (sempre che non gli sia passata la voglia di fare bene il suo lavoro di guardia). L’ultima è successa nella periferia Ovest di Milano, la sera del 5 gennaio, in un palazzo dove i residenti decidono di chiamare le forze dell’ordine per bloccare un uomo «particolarmente molesto».

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Il Colle deve decidere se stare col Parlamento e con la maggioranza degli italiani, se questi confermassero la legge Nordio, oppure con chi vuol sabotarne l’applicazione. Potrebbe accettare che il popolo chieda un cambiamento, ma poi le regole non si tocchino?

Ieri, sulla Verità, Alessandro Sallusti ha raccontato le manovre per evitare che la riforma della Giustizia varata dal governo Meloni determini il prossimo Consiglio superiore della magistratura. Da portavoce del comitato del Sì al referendum che dovrà approvare o cancellare la legge che porta il nome del ministro Nordio, Sallusti ha svelato il vero senso della discussione attorno alla data della consultazione popolare. Non si tratta di dare più tempo per organizzarsi a quelli che si oppongono alle nuove norme, ma di fare in modo che la riforma non abbia effetti sul prossimo Csm. Più in là nel tempo si va, nel chiedere agli italiani se sono d’accordo o meno a cambiare la Costituzione e a separare le carriere di pm e giudici, e più diventa impossibile che in autunno, quando l’attuale Csm esaurirà il proprio mandato, si possano eleggere i nuovi Consigli superiori della magistratura previsti dalla riforma.

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