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2018-04-10
Addio al limite del doppio mandato: il M5s dà la pistola carica a Di Maio
Al raduno di Ivrea cade il tabù più qualificante: via libera alla ricandidatura degli eletti. Un modo per evitare gli «acquisti» di deputati e dare potere contrattuale al capo politico. Che ieri ha litigato ancora con Matteo Salvini. Il problema è trovare la legge che (almeno questa volta) faccia governare chi vince. Per superare il Rosatellum, o maggioritario puro o un Porcellum con premio al vincitore. Restano il nodo coalizioni e il rebus Colle. Le amministrative entrano nella partita sul nuovo esecutivo. Alle urne in tre Regioni e 20 capoluoghi. Leghisti e grillini puntano a rimarcare la propria crescita conquistando Friuli e Molise. Lo speciale contiene tre articoli. Rompere un tabù per blindare le truppe in Parlamento, cercando però di evitare il boomerang di essere additati come poltronisti dalla propria base. Decidere una deroga per il divieto al terzo mandato è ormai divenuto un imperativo categorico per il Movimento 5 stelle, perché in caso di scioglimento anticipato delle Camere entro un anno ci sarebbero decine di deputati «decapitati» da questa regola che solo M5s si è dato, ma che fa parte del suo Dna più autentico di forza politica che non ammette la politica come professione. Se n'è parlato a Ivrea fra i vertici del Movimento, a margine del convegno in ricordo di Gianroberto Casaleggio. Nessun passo formale è stato ancora compiuto, perché è una faccenda che va spiegata bene all'esterno e ai tanti amministratori locali, ma la direzione ormai è quella di una deroga perché in questa fase la priorità, nella testa di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, è quella di rafforzare il più possibile la posizione di Luigi Di Maio. Che ieri ha dato vita all'ennesimo battibecco con Matteo Salvini, azzerando una volta di più le possibilità che M5s vada al governo con un centrodestra ancora aggrappato a Silvio Berlusconi. C'è che la lezione dei rimborsi dei parlamentari brucia ancora in casa 5 stelle. Alcune irregolarità e una serie di furbizie da parte di alcuni deputati che non hanno versato quanto promesso al Fondo per il microcredito sono venute fuori nelle ultime settimane prima del voto e hanno rischiato di compromettere il grande risultato di domenica 4 marzo. Per il Movimento si è trattato di una beffa, perché sull'argomento «sono arrivate le lezioncine di avversari che non restituiscono neppure un centesimo alla collettività». Ma che neppure fanno la morale «anti-casta», va detto. Sul divieto di terzo mandato, allo stesso modo, si rischia un gigantesco flop. «Fa parte del nostro Dna, è una cosa molto sentita, ci distingue dagli altri perché sottolinea che siamo tutti al servizio di una causa e non della nostra poltrona», spiega un deputato al secondo mandato. E ha perfettamente ragione, perché un rapido giro tra i suoi colleghi conferma che sono in molti a ritenere non solo qualificante, ma anche vincente in termini elettorali, questo principio della piena sostituibilità di tutti. Allo stesso tempo, però, chi ha più esperienza aveva già segnalato tanto a Grillo quanto a Casaleggio junior il rischio di esporre i deputati più «deboli» alle sirene di altri partiti. Se uno sa di non essere ricandidabile, infatti, potrebbe anche farsi sedurre da un altro gruppo parlamentare con la promessa di un seggio sicuro al prossimo giro. Anche se i 5 stelle sembrano geneticamente diversi, nulla si può escludere quando serve un pugno di voti in più per sostenere un governo che di suo non ha i numeri. E allora, anche a Ivrea, nel week-end, sottovoce si è parlato di nuovo di come uscire dall'impasse di questo vincolo che rischia di diventare un cappio. Perché la prima vittima di un eccesso di rigore finirebbe per essere Di Maio, che sta facendo una lunga battaglia di nervi con gli altri leader di partito, ma deve essere sicuro di guidare una truppa che nessuno può neppure lontanamente avvicinare. Abbastanza casualmente, proprio mentre queste indiscrezioni cominciavano a circolare e il Movimento naturalmente si chiudeva a riccio, ecco che Rocco Casalino invece confermava che il tema è quantomeno «sul tappeto», per dirla con il politichese della Prima Repubblica. Il responsabile della comunicazione dei 5 stelle ha infatti dichiarato al New York Times che quella dell'abolizione del vincolo del doppio mandato «è una possibilità». Ovviamente «questa possibilità non è mai stata discussa», si è affrettato ad aggiungere Casalino, che poi ha anche sottolineato come la «possibilità» sia naturalmente legata a uno scioglimento anticipato della legislatura. E qui, sul tema dei tempi della deroga, il discorso si fa particolarmente interessante. Chi, tra i 5 stelle, nega che il vincolo dei due mandati possa saltare, fa osservare che tanto è difficile che si rivoti prima di un anno e «una deroga su una legislatura di un anno è un po' troppo». Invece, i molti fautori dell'eccezione non fanno distinzioni sotto i 12 mesi e sono meno ottimisti sulla durata di questo Parlamento: sia che si rivoti in autunno, sia che si voti a inizio 2019, sarà una legislatura non solo monca, ma anche depotenziata. In ogni caso, quando la decisione verrà presa, andrà comunicata molto bene. In modo da evitare che «un qualcosa in più che avevamo dato, si ritorca come fosse un mezzo furto», riassume bene un esponente del Movimento. E alla domanda se il vincolo del doppio mandato potrebbe essere tolto anche agli espulsi di oggi, la risposta che si raccoglie è un diplomaticissimo aggettivo: «Prematuro». Intanto Di Maio continua a reggere con freddezza il ping-pong quotidiano con Matteo Salvini. Alleati in privato, rissosi in pubblico, sospettano nel Pd e in Forza Italia. Anche se pare si telefonino spesso, i due leader se ne mandano a dire di ogni tipo. Si presume per erigere una cortina fumogena su accordi che vanno ancora limati. Ieri Salvini ha detto: «A Di Maio chiederò un incontro. Al di là dei veti (su Silvio Berlusconi, ndr) o delle simpatie, facciamo qualcosa o no?». Immediata la replica via Twitter del leader di M5s: «C'è lo 0% di possibilità che il Movimento 5 stelle vada al governo con Berlusconi e con l'ammucchiata di centrodestra». La fase politica, del resto, è un po' questa. I propri accordi sono «alleanze nell'interesse del Paese», mentre quelli degli altri sono tutte «ammucchiate». Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dimaio-casaleggio-doppio-mandato-grillo-2558373121.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-problema-e-trovare-la-legge-che-almeno-questo-volta-faccia-governare-chi-vince" data-post-id="2558373121" data-published-at="1778467887" data-use-pagination="False"> Il problema è trovare la legge che (almeno questo volta) faccia governare chi vince Non è un caso se Sergio Mattarella ha fatto trapelare il suo «no» ad elezioni anticipate proprio domenica, giorno in cui sono iniziate le schermaglie più forti tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio (proseguite a distanza tutto ieri). Il Quirinale ha diffuso la preoccupazione per il prossimo vertice europeo (28-29 giugno) per il quale serve un governo operativo. Sottotesto: o vi date una mossa o vi tenete Paolo Gentiloni. Per quanto l'appuntamento sia in effetti molto importante (si discuterà di riforma dell'Eurozona, revisione del trattato di Dublino e nuovo budget comunitario del primo settennato post Brexit, tutti temi cruciali per noi e per i partner), c'è molta tattica nell'allerta del Colle. Almeno quanta ce n'è nel bisticcio continuo tra Lega e grillini sul coinvolgimento al governo di Silvio Berlusconi. Il cui vero problema non è ovviamente il profilo personale, quanto il fatto che la sua presenza al governo consente alla Lega di giocare da azionista di maggioranza, permettendo al Carroccio di non essere più «piccolo» del M5s. Il braccio di ferro passa ora dalla minaccia di voto anticipato, il cui canovaccio è stato abbondantemente illustrato dalla Verità nelle settimane successive al 4 marzo. Il ritorno alle urne non è una pistola scarica per il semplice fatto grillini e Lega, se uniti e compatti, posso opporsi assieme in modo efficace a qualunque ipotesi di governo che li veda esclusi. Da ciò discende il fatto che è obiettivamente molto complesso «congelare» la situazione oltre un certo limite istituzionale, al netto della moral suasion del Colle. Quanto può andare avanti un esecutivo incaricato degli affari ordinari, la cui sintesi politica è uscita punita dalle urne, e senza un Parlamento che di fatto possa approvargli atti legislativi in sintonia? Piuttosto, il vero collo di bottiglia si chiama legge elettorale. Per quanto i sondaggi diano in crescita sia la Lega sia il Movimento 5 stelle, è piuttosto evidente che a distanza di pochi mesi difficilmente il risultato con queste regole del gioco potrebbe fornire un esito completamente diverso da quello del 4 marzo, e cioè consentire poi la formazione di un esecutivo più lineare. La forza di Di Maio e Salvini a questo punto è quella di poter imporre in Aula una legge elettorale anche senza il consenso di altri, Forza Italia compresa. Ma la Lega, come si è visto in questi giorni, non ha interesse a rompere con l'alleato. D'altro canto, Di Maio ha bisogno di un sistema elettorale che garantisca il più possibile la realizzabilità della promessa di ricandidare tutti gli eletti, che altrimenti avrebbero un motivo per voltargli le spalle, e cercare altre soluzioni per rimanere in Parlamento. Dunque? Un maggioritario puro, che venga plasmato su un nuovo «bipolarismo populista», sarebbe contemporaneamente un rischio e una soluzione: un modo per entrambi i partiti di andare all'ok corral sapendo di rischiare il tutto per tutto. Ma chi vince, porterebbe a casa il massimo della posta, e comunque i rivali sarebbero, a meno di grossi cambiamenti nell'urna, ridotti davvero ai minimi termini. Un'altra soluzione sarebbe rappresentata da un proporzionale con un forte premio ai vincitori. In sostanza, un Porcellum riveduto e corretto. Qui però si aprirebbe il primo problema: il bonus andrebbe al partito o alla coalizione? Perché nel primo caso difficilmente la Lega, che ha preso 14 punti meno dei 5 stelle, potrebbe avere interesse a votare una legge simile. Viceversa, il premio alla coalizione non interessa ai grillini, che corrono quasi per definizione da soli, mentre potrebbe rappresentare un efficace modo per Salvini di tirare dentro Forza Italia e prolungare il senso della coalizione che ha pur sempre vinto le elezioni un mese fa. Da ultimo, resta Mattarella, che potrebbe sempre non firmare il testo di un'eventuale riforma approvata in Aula. Insomma, la partita è molto complessa e comunque subordinata come minimo al secondo giro di consultazioni, se non a un terzo che dilaterebbe ulteriormente i tempi. Che però la questione si giochi a questo livello lo dimostra anche l'intenzione, ormai esplicitata, di attendere i risultati della prossima tornata di amministrative che vedranno al voto città e regioni. Forniranno elementi tanto ai partiti quanto al Colle, sia in termini di eventuali conferme degli esiti del 4 marzo, sia per quanto riguarda la disponibilità di tornare al voto politico, e con quali equilibri. Un rafforzarsi del trend di crescita per grillini e leghisti a scapito del Pd potrebbe far rompere gli indugi nel chiedere elezioni anticipate, per alzare la posta e poi poter farla conquistare al vincitore. Stavolta senza scomodi, ma inevitabili, alleati. Ignazio Mangrano <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dimaio-casaleggio-doppio-mandato-grillo-2558373121.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="consultazioni-infinite-le-amministrative-entrano-nella-partita-sul-nuovo-esecutivo" data-post-id="2558373121" data-published-at="1778467887" data-use-pagination="False"> Consultazioni infinite: le amministrative entrano nella partita sul nuovo esecutivo Mentre il risultato delle elezioni politiche dello scorso 4 marzo non ha ancora prodotto, e chissà se lo produrrà, un nuovo governo, quasi 8 milioni di italiani torneranno a breve alle urne per eleggere due presidenti di Regione con i relativi consigli regionali (in Molise il 22 aprile e in Friuli Venezia Giulia il 29 aprile); un consiglio regionale che poi eleggerà il nuovo presidente (in Valle d'Aosta il 20 maggio); 799 sindaci e consigli comunali. Un test che riguarda quindi quasi il 10% dei Comuni italiani, oltre alle tre regioni, i cui risultati potrebbero incidere non poco sulle valutazioni dei partiti in merito al nuovo governo nazionale e alla maggioranza che dovrà sostenerlo. In quest'ottica, riflettori puntati in particolare sulle regionali in Molise e Friuli Venezia Giulia, due «test» che hanno importanti punti in comune. I presidenti uscenti sono entrambi del Pd, ma le previsioni e i sondaggi fanno prevedere due ribaltoni con M5s e Lega, i due partiti usciti vincitori dalle urne lo scorso 4 marzo, accreditati di ottime possibilità di aggiudicarsi il successo. In Molise, dove si vota il 22 aprile, il presidente uscente, Paolo Di Laura Frattura, non si ricandida e lascia il posto di leader del centrosinistra a Carlo Veneziale. Gli altri candidati a presidente sono Donato Toma per il centrodestra, Agostino Di Giacomo per Casa Pound e il favorito, Andrea Greco del M5s. Il Molise potrebbe diventare quindi la prima regione italiana governata dai pentastellati: Greco, 33 anni, ex attore teatrale, laureato in giurisprudenza, ha vinto le primarie online con 212 preferenze ed è in pole position per diventare governatore. Il Pd sembra destinato a una sonora sconfitta, mentre Donato Toma, del centrodestra, conta su una coalizione al completo e spera di poter sovvertire i pronostici della vigilia. Il giovane candidato governatore del M5s negli ultimi giorni è finito nella bufera, poiché è venuta fuori la storia criminale di un suo zio acquisito, il marito della sorella del padre, Giuseppina Greco. Giuseppina sposò Sergio Bianchi, detto «'o pazzo», esponente di spicco della Nuova Camorra Organizzata, l'associazione criminale fondata da Raffaele Cutolo. La storia risale a 38 anni fa: Bianchi morì in un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine, durante il quale rimase ferito a un braccio il papà del candidato presidente del Molise. «Una mia zia», ha scritto Greco sul blog del M5s, «ha sposato un personaggio appartenente alla criminalità organizzata, diversi anni prima che io nascessi. Una vicenda che ha provocato dolore alla mia famiglia e di cui, ancora oggi, portiamo le ferite, anche fisiche». Passiamo al Friuli Venezia Giulia: qui si vota il 29 aprile, per eleggere il successore del presidente uscente, Debora Serracchiani, del Pd. La Serracchiani, fiutata l'aria di sconfitta, è scappata dal Friuli scegliendo di non ricandidarsi alla guida della Regione, e ha centrato per il rotto della cuffia l'elezione alla Camera. Sconfitta nella sfida nel collegio uninominale di Trieste dal forzista Renzo Tondo, ha ottenuto il seggio a Montecitorio grazie ai resti, essendo candidata anche al proporzionale. Lo stesso Tondo, candidato in pectore per il centrodestra alla presidenza della Regione, ha ceduto il suo posto al leghista Massimiliano Fedriga, durante le febbrili trattative che portarono all'elezione di Elisabetta Alberti Casellati alla presidenza del Senato. Fedriga, fedelissimo di Matteo Salvini, ha tre avversari: Sergio Bolzonello per il centrosinistra, Alessandro Fraleoni Morgera del M5s e l'autonomista Sergio Cecotti. Più fluida la situazione in Valle d'Aosta: si vota il 20 maggio, ma il presidente della Regione verrà eletto dal consiglio regionale, e non direttamente dai cittadini. Passiamo alle comunali: sono 799 i nuovi sindaci che verranno eletti nella prossima tornata amministrativa, con i relativi consigli comunali. I Comuni al voto con più di 15.000 abitanti, quindi con elezioni a doppio turno, sono 115; quelli con meno di 15.000 abitanti dove si vota a turno unico, sono 684. In totale andranno alle urne 6.850.941 elettori. Tra le città chiamate alle urne (primo turno 10 giugno, ballottaggio 24 giugno) ci sono 20 capoluoghi di provincia: Ancona, Avellino, Barletta, Brescia, Brindisi, Catania, Imperia, Massa, Messina, Pisa, Ragusa, Siena, Siracusa, Sondrio, Teramo, Terni, Trapani, Treviso, Vicenza e Viterbo. A Udine il primo turno è previsto il 29 aprile, il ballottaggio il 13 maggio. Non mancano le sfide dense di significato politico. A Brescia il sindaco uscente, Emilio Del Bono (Pd) dovrà respingere l'assalto di Paola Vilardi, di Forza Italia, candidata del centrodestra, di Guido Ghidini del M5s e di Leonardo Peli della lista «Pro Brixia». A Udine sono sette i candidati a sindaco: quelli che hanno le maggiori chance di vittoria sono Pietro Fontanini, sostenuto dal centrodestra; Vincenzo Martines (Pd e civiche) e Maria Rosaria Capozzi (M5s). A Catania il sindaco uscente, Enzo Bianco del Pd, tenta di conquistare la riconferma. Se la vedrà col candidato di Forza Italia, Salvo Pogliese, e quello grillino, Giovanni Grasso. Carlo Tarallo
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Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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