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2022-09-22
Dietro l'attacco hacker all'Albania, lo scontro Israele-Iran
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Ansa
Una situazione incandescente all’interno, dove montano le proteste in tutte le città per la morte di Masha Amini, ma anche un peggioramento delle relazioni diplomatiche all’estero, dopo l’attacco hacker di metà luglio all’Albania. L’Iran si trova nell’occhio del ciclone da quando il primo ministro albanese Edi Rama ha invitato tutto lo staff diplomatico iraniano a lasciare l’Albania rompendo del tutto le relazioni diplomatiche con Teheran. E’ una della prime volte che un cyber attacco provoca una crisi diplomatica. Una decisione storica, nel vero senso della parola. Non era mai accaduto infatti che un Paese decidesse di rompere totalmente le relazioni con un altro a causa di un attacco di cyber offense. La causa scatenante che ha portato il governo albanese a questa scelta risale appunto allo scorso metà luglio quando Tirana è stata colpita da un cyberattacco che ha bloccato in parte attività e servizi governativi. E dietro la violenta azione ci sarebbe l’Iran.
Di questo sono convinti anche gli Stati Uniti che affermano tramite una dichiarazione di Adrien Watson, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, che «Gli Stati Uniti condannano severamente l’attacco informatico dell’Iran contro il nostro alleato della Nato, l’Albania». Non è certo la prima volta che assistiamo ad attacchi cyber. «Ma questa vicenda è diversa dalle altre e meno lineare di quel che si pensi, per molteplici motivi» spiega Pierguido Iezzi, numero uno di Swascan parte del polo cyber di Tinexta group. «Perché l’Albania? Perché l’Iran? Perché c’è stata una così forte reazione senza precedenti? In gioco non c’è solo la sicurezza (cyber e non) di questi due Paesi ma molto di più. Siamo in presenza di una vera e propria azione di cyberwarfare - guerra cibernetica». Di mezzo c’è sicuramente lo stallo delle negoziazioni sul nucleare iraniano. L’attacco, infatti, "indica che l’Iran si sente meno trattenuto nel condurre operazioni di cyberattacco».
Inoltre, l’espansione geografica che va oltre le solite operazioni iraniane distruttive e arriva fino a colpire un membro Nato (l’Albania, infatti, appartiene alla North Atlantic Treaty Organization - Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico - dal 2009) “può indicare un’accresciuta tolleranza del rischio” da parte iraniana. «Ma per capire ancora maggiormente la complicata situazione, tutt’altro che chiara, occorre introdurre anche un altro fattore: la cyberwarfare che sta andando avanti da tempo e di cui quasi nessuno parla: quella tra Iran e Israele» precisa Iezzi. «Molti analisti ne scrivono ma è la stessa Microsoft, in un report, a rafforzare - e non poco - l’attribuzione all’Iran come artefice del cyberattacco in Albania ed esclude possibili “false flags”: operazioni di depistaggio in cui, nel caso specifico, colui che attacca sarebbe un altro soggetto che finge di essere l’Iran. Per l’azienda statunitense non ci sono dubbi e il report è ricco di dettagli, anche tecnici, che portano ad un unico colpevole dell’attacco: l’Iran». Ma, cosa molto importante, oltre alle informazioni, è spiegato anche il movente, contenuto nel logo di coloro che hanno attaccato: un’aquila che caccia il simbolo di un altro gruppo di hacking noto come Predatory Sparrows (il simbolo di questo gruppo richiama Angry Birds), a sua volta inserito in una stella di David.
«L’attacco all’Albania è stata una ritorsione per le operazioni contro l’Iran da parte di (un gruppo di hacking noto come) Predatory Sparrow, operazioni che secondo Teheran coinvolgono Israele», queste le parole di Microsoft, che sottolinea: Predatory Sparrow ha rivendicato diversi cyberattacchi sofisticati e di alto profilo contro enti statali iraniani dal luglio 2021. Questi includono un cyberattacco a fine gennaio che ha modificato la programmazione tv del canale statale Irib con immagini che rendevano onore a leader Mek. Predatory Sparrow aveva preavvisato dell’attacco ore prima (...) indicando il coinvolgimento di altri. Funzionari iraniani hanno poi accusato il Mek dell’attacco e successivamente hanno di nuovo incolpato il Mek e Israele di un altro cyberattacco che ha usato le stesse immagini e messaggi contro la municipalità di Teheran a giugno». In quell’attacco erano state messe fuori uso le videocamere di sicurezza cittadine mentre il sito del comune era stato vittima di defacing con immagini di leader del Mek.
Per capire i perché della complicata situazione che si è venuta a creare tra i due Paesi (e non solo) bisogna innanzitutto comprendere come è avvenuto il cyberattacco dello scorso metà luglio. «Molti siti governativi albanesi sono diventati all’improvviso inaccessibili per tutti con vari disagi alla disponibilità dei servizi al pubblico e non solo» aggiunge Iezzi. «Come se non bastasse, solo poche settimane prima, in Albania, il governo di Edi Rama aveva deciso di migrare online una serie di servizi per i cittadini: dalla registrazione nelle scuole al pagamento delle tasse. Come conseguenza, molti cittadini si sono trovati quindi tagliati fuori da importanti attività. Alcuni media, intanto, incolpavano la Russia e l’opposizione se la prendeva invece con il governo per aver deciso di accentrare tanti servizi - troppi secondo loro - tutti al di sotto di un’agenzia già criticata nella sua gestione e, a quanto pare, non abbastanza sicura: Akshi». Passano settimane per scoprire chi sia l’artefice del cyberattacco e sul campo, per rimediare e investigare - lavorano molti soggetti: dalle aziende locali a quelle internazionali con anche l’aiuto di rappresentanti del governo Usa. Il 4 agosto è il giorno decisivo: è la data in cui Mandiant, società di sicurezza informatica americana, pubblica un rapporto che collega l’attacco in Albania all’Iran. A questa azione si aggiunge poi anche Microsoft che, l’8 settembre, accusa l’Iran, come fatto in precedenza da Mandiant, di essere l’artefice del cyberattacco e inoltre aggiunge molti nuovi dettagli.
Come si è detto, è stato Mandiant ad inizio agosto ad indicare l’Iran come artefice del grave attacco in Albania. La società statunitense, attraverso un report, aveva identificato uno specifico ransomware - un tipo di malware che limita l’accesso del dispositivo che infetta e che porta ad una successiva richiesta di riscatto da pagare per rimuovere la limitazione - e un wiper, ossia un software malevolo che mira alla distruzione dei dati, collegandoli ad un’operazione politica diretta contro il governo albanese. Tutto questo in concomitanza con una conferenza di un gruppo di opposizione iraniano che doveva tenersi non lontano da Tirana. La campagna è stata condotta da HomeLand Justice, entità online, che ha pubblicato un video dell’esecuzione del ransomware e anche di documenti di soggiorno di membri del Mek (Mujaheddin del Popolo iraniano o anche Mujahedeen-e-Khalq), il suddetto gruppo di opposizione iraniano la cui storia è stata anche violenta e per niente limpida, come raccontato in un vecchio reportage del The New York Times. Questo gruppo è considerato terrorista dalla Repubblica islamica ed è stato spesso target di attacchi da parte di Teheran. Un gruppo a lungo incluso nella lista delle organizzazioni terroristiche sia negli USA che in Europa ma da anni riabilitato al punto che furono proprio gli americani a proporre al Mek di trasferirsi dall’Iran all’Albania per mantenere viva l’opposizione al regime iraniano e a convincere gli albanesi ad accettarli come ospiti.
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Non era mai accaduto infatti che un Paese decidesse di rompere totalmente le relazioni con un altro a causa di un attacco di cyber offense. «In gioco non c’è solo la sicurezza (cyber e non) di questi due Paesi ma molto di più. Siamo in presenza di una vera e propria azione di cyberwarfare - guerra cibernetica» dice Pierguido Iezzi, numero uno di Swascan.Una situazione incandescente all’interno, dove montano le proteste in tutte le città per la morte di Masha Amini, ma anche un peggioramento delle relazioni diplomatiche all’estero, dopo l’attacco hacker di metà luglio all’Albania. L’Iran si trova nell’occhio del ciclone da quando il primo ministro albanese Edi Rama ha invitato tutto lo staff diplomatico iraniano a lasciare l’Albania rompendo del tutto le relazioni diplomatiche con Teheran. E’ una della prime volte che un cyber attacco provoca una crisi diplomatica. Una decisione storica, nel vero senso della parola. Non era mai accaduto infatti che un Paese decidesse di rompere totalmente le relazioni con un altro a causa di un attacco di cyber offense. La causa scatenante che ha portato il governo albanese a questa scelta risale appunto allo scorso metà luglio quando Tirana è stata colpita da un cyberattacco che ha bloccato in parte attività e servizi governativi. E dietro la violenta azione ci sarebbe l’Iran. Di questo sono convinti anche gli Stati Uniti che affermano tramite una dichiarazione di Adrien Watson, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, che «Gli Stati Uniti condannano severamente l’attacco informatico dell’Iran contro il nostro alleato della Nato, l’Albania». Non è certo la prima volta che assistiamo ad attacchi cyber. «Ma questa vicenda è diversa dalle altre e meno lineare di quel che si pensi, per molteplici motivi» spiega Pierguido Iezzi, numero uno di Swascan parte del polo cyber di Tinexta group. «Perché l’Albania? Perché l’Iran? Perché c’è stata una così forte reazione senza precedenti? In gioco non c’è solo la sicurezza (cyber e non) di questi due Paesi ma molto di più. Siamo in presenza di una vera e propria azione di cyberwarfare - guerra cibernetica». Di mezzo c’è sicuramente lo stallo delle negoziazioni sul nucleare iraniano. L’attacco, infatti, "indica che l’Iran si sente meno trattenuto nel condurre operazioni di cyberattacco». Inoltre, l’espansione geografica che va oltre le solite operazioni iraniane distruttive e arriva fino a colpire un membro Nato (l’Albania, infatti, appartiene alla North Atlantic Treaty Organization - Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico - dal 2009) “può indicare un’accresciuta tolleranza del rischio” da parte iraniana. «Ma per capire ancora maggiormente la complicata situazione, tutt’altro che chiara, occorre introdurre anche un altro fattore: la cyberwarfare che sta andando avanti da tempo e di cui quasi nessuno parla: quella tra Iran e Israele» precisa Iezzi. «Molti analisti ne scrivono ma è la stessa Microsoft, in un report, a rafforzare - e non poco - l’attribuzione all’Iran come artefice del cyberattacco in Albania ed esclude possibili “false flags”: operazioni di depistaggio in cui, nel caso specifico, colui che attacca sarebbe un altro soggetto che finge di essere l’Iran. Per l’azienda statunitense non ci sono dubbi e il report è ricco di dettagli, anche tecnici, che portano ad un unico colpevole dell’attacco: l’Iran». Ma, cosa molto importante, oltre alle informazioni, è spiegato anche il movente, contenuto nel logo di coloro che hanno attaccato: un’aquila che caccia il simbolo di un altro gruppo di hacking noto come Predatory Sparrows (il simbolo di questo gruppo richiama Angry Birds), a sua volta inserito in una stella di David.«L’attacco all’Albania è stata una ritorsione per le operazioni contro l’Iran da parte di (un gruppo di hacking noto come) Predatory Sparrow, operazioni che secondo Teheran coinvolgono Israele», queste le parole di Microsoft, che sottolinea: Predatory Sparrow ha rivendicato diversi cyberattacchi sofisticati e di alto profilo contro enti statali iraniani dal luglio 2021. Questi includono un cyberattacco a fine gennaio che ha modificato la programmazione tv del canale statale Irib con immagini che rendevano onore a leader Mek. Predatory Sparrow aveva preavvisato dell’attacco ore prima (...) indicando il coinvolgimento di altri. Funzionari iraniani hanno poi accusato il Mek dell’attacco e successivamente hanno di nuovo incolpato il Mek e Israele di un altro cyberattacco che ha usato le stesse immagini e messaggi contro la municipalità di Teheran a giugno». In quell’attacco erano state messe fuori uso le videocamere di sicurezza cittadine mentre il sito del comune era stato vittima di defacing con immagini di leader del Mek.Per capire i perché della complicata situazione che si è venuta a creare tra i due Paesi (e non solo) bisogna innanzitutto comprendere come è avvenuto il cyberattacco dello scorso metà luglio. «Molti siti governativi albanesi sono diventati all’improvviso inaccessibili per tutti con vari disagi alla disponibilità dei servizi al pubblico e non solo» aggiunge Iezzi. «Come se non bastasse, solo poche settimane prima, in Albania, il governo di Edi Rama aveva deciso di migrare online una serie di servizi per i cittadini: dalla registrazione nelle scuole al pagamento delle tasse. Come conseguenza, molti cittadini si sono trovati quindi tagliati fuori da importanti attività. Alcuni media, intanto, incolpavano la Russia e l’opposizione se la prendeva invece con il governo per aver deciso di accentrare tanti servizi - troppi secondo loro - tutti al di sotto di un’agenzia già criticata nella sua gestione e, a quanto pare, non abbastanza sicura: Akshi». Passano settimane per scoprire chi sia l’artefice del cyberattacco e sul campo, per rimediare e investigare - lavorano molti soggetti: dalle aziende locali a quelle internazionali con anche l’aiuto di rappresentanti del governo Usa. Il 4 agosto è il giorno decisivo: è la data in cui Mandiant, società di sicurezza informatica americana, pubblica un rapporto che collega l’attacco in Albania all’Iran. A questa azione si aggiunge poi anche Microsoft che, l’8 settembre, accusa l’Iran, come fatto in precedenza da Mandiant, di essere l’artefice del cyberattacco e inoltre aggiunge molti nuovi dettagli. Come si è detto, è stato Mandiant ad inizio agosto ad indicare l’Iran come artefice del grave attacco in Albania. La società statunitense, attraverso un report, aveva identificato uno specifico ransomware - un tipo di malware che limita l’accesso del dispositivo che infetta e che porta ad una successiva richiesta di riscatto da pagare per rimuovere la limitazione - e un wiper, ossia un software malevolo che mira alla distruzione dei dati, collegandoli ad un’operazione politica diretta contro il governo albanese. Tutto questo in concomitanza con una conferenza di un gruppo di opposizione iraniano che doveva tenersi non lontano da Tirana. La campagna è stata condotta da HomeLand Justice, entità online, che ha pubblicato un video dell’esecuzione del ransomware e anche di documenti di soggiorno di membri del Mek (Mujaheddin del Popolo iraniano o anche Mujahedeen-e-Khalq), il suddetto gruppo di opposizione iraniano la cui storia è stata anche violenta e per niente limpida, come raccontato in un vecchio reportage del The New York Times. Questo gruppo è considerato terrorista dalla Repubblica islamica ed è stato spesso target di attacchi da parte di Teheran. Un gruppo a lungo incluso nella lista delle organizzazioni terroristiche sia negli USA che in Europa ma da anni riabilitato al punto che furono proprio gli americani a proporre al Mek di trasferirsi dall’Iran all’Albania per mantenere viva l’opposizione al regime iraniano e a convincere gli albanesi ad accettarli come ospiti.
La risposta alla scoppiettante Atreju è stata una grigia assemblea piddina
Il tema di quest’anno, Angeli e Demoni, ha guidato il percorso visivo e narrativo dell’evento. Il manifesto ufficiale, firmato dal torinese Antonio Lapone, omaggia la Torino magica ed esoterica e il fumetto franco-belga. Nel visual, una cosplayer attraversa il confine tra luce e oscurità, tra bene e male, tra simboli antichi e cultura pop moderna, sfogliando un fumetto da cui si sprigiona luce bianca: un ponte tra tradizione e innovazione, tra arte e narrazione.
Fumettisti e illustratori sono stati il cuore pulsante dell’Oval: oltre 40 autori, tra cui il cinese Liang Azha e Lorenzo Pastrovicchio della scuderia Disney, hanno accolto il pubblico tra sketch e disegni personalizzati, conferenze e presentazioni. Primo Nero, fenomeno virale del web con oltre 400.000 follower, ha presentato il suo debutto editoriale con L’Inkredibile Primo Nero Show, mentre Sbam! e altre case editrici hanno ospitato esposizioni, reading e performance di autori come Giorgio Sommacal, Claudio Taurisano e Vince Ricotta, che ha anche suonato dal vivo.
Il cosplay ha confermato la sua centralità: più di 120 partecipanti si sono sfidati nella tappa italiana del Nordic Cosplay Championship, con Carlo Visintini vincitore e qualificato per la finale in Svezia. Parallelamente, il propmaking ha permesso di scoprire il lavoro artigianale dietro armi, elmi e oggetti scenici, rivelando la complessità della costruzione dei personaggi.
La musica ha attraversato generazioni e stili. La Battle of the Bands ha offerto uno spazio alle band emergenti, mentre le icone delle sigle tv, Giorgio Vanni e Cristina D’Avena, hanno trasformato l’Oval in un grande palco popolare, richiamando migliaia di fan. Non è mancato il K-pop, con workshop, esibizioni e karaoke coreano, che ha coinvolto i più giovani in una dimensione interattiva e partecipativa. La manifestazione ha integrato anche dimensioni educative e culturali. Il Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino ha esplorato il ruolo della matematica nei fumetti, mostrando come concetti scientifici possano dialogare con la narrazione visiva. Lo chef Carlo Mele, alias Ojisan, ha illustrato la relazione tra cibo e animazione giapponese, trasformando piatti iconici degli anime in esperienze reali. Il pubblico ha potuto immergersi nella magia del Villaggio di Natale, quest’anno allestito nella Casa del Grinch, tra laboratori creativi, truccabimbi e la Christmas Elf Dance, mentre l’area games e l’area videogames hanno offerto tornei, postazioni libere e spazi dedicati a giochi indipendenti, modellismo e miniature, garantendo una partecipazione attiva e immersiva a tutte le età.
Con 28.000 visitatori in due giorni, Xmas Comics & Games conferma la propria crescita come festival della cultura pop, capace di unire creatività, spettacolo e narrazione, senza dimenticare la componente sociale e educativa. Tra fumetti, cosplay, musica e gioco, Torino è diventata il punto d’incontro per chi vuole vivere in prima persona il racconto pop contemporaneo, dove ogni linguaggio si intreccia e dialoga con gli altri, trasformando la fiera in una grande esperienza culturale condivisa.
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i,Hamza Abdi Barre (Getty Images)
La Somalia è intrappolata in una spirale di instabilità sempre più profonda: un’insurrezione jihadista in crescita, un apparato di sicurezza inefficiente, una leadership politica divisa e la competizione tra potenze vicine che alimenta rivalità interne. Il controllo effettivo del governo federale si riduce ormai alla capitale e a poche località satelliti, una sorta di isola amministrativa circondata da gruppi armati e clan in competizione. L’esercito nazionale, logorato, frammentato e privo di una catena di comando solida, non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno sulle principali rotte commerciali che costeggiano il Paese. In queste condizioni, il collasso dell’autorità centrale e la caduta di Mogadiscio nelle mani di gruppi ostili rappresentano scenari sempre meno remoti, con ripercussioni dirette sulla navigazione internazionale e sulla sicurezza regionale.
La pirateria somala, un tempo contenuta da pattugliamenti congiunti e operazioni navali multilaterali, è oggi alimentata anche dal radicamento di milizie jihadiste che controllano vaste aree dell’entroterra. Questi gruppi, dopo anni di scontri contro il governo federale e di brevi avanzate respinte con l’aiuto delle forze speciali straniere, hanno recuperato terreno e consolidato le proprie basi logistiche proprio lungo i corridoi costieri. Da qui hanno intensificato sequestri, assalti e sabotaggi, colpendo infrastrutture critiche e perfino centri governativi di intelligence. L’attacco del 2025 contro una sede dei servizi somali, che portò alla liberazione di decine di detenuti, diede il segnale dell’audacia crescente di questi movimenti.
Le debolezze dell’apparato statale restano uno dei fattori decisivi. Nonostante due decenni di aiuti, investimenti e programmi di addestramento militare, le forze somale non riescono a condurre operazioni continuative contro reti criminali e gruppi jihadisti. Il consumo interno di risorse, la corruzione diffusa, i legami di fedeltà clanici e la dipendenza dall’Agenzia dell’Unione africana per il supporto alla sicurezza hanno sgretolato ogni tentativo di riforma. Nel frattempo, l’interferenza politica nella gestione della missione internazionale ha sfiancato i donatori, ridotto il coordinamento e lasciato presagire un imminente disimpegno. A questo si aggiungono le tensioni istituzionali: modifiche costituzionali controverse, una mappa federale contestata e tentativi percepiti come manovre per prolungare la permanenza al potere della leadership attuale hanno spaccato la classe politica e paralizzato qualsiasi risposta comune alla minaccia emergente. Mentre i vertici si dividono, le bande armate osservano, consolidano il controllo del territorio e preparano nuovi colpi contro la navigazione e le città costiere. Sul piano internazionale cresce il numero di governi che, temendo un collasso definitivo del sistema federale, sondano discretamente la possibilità di una trattativa con i gruppi armati. Ma l’ipotesi di una Mogadiscio conquistata da milizie che già controllano ampie aree della costa solleva timori concreti: un ritorno alla pirateria sistemica, attacchi oltre confine e una spirale di conflitti locali che coinvolgerebbe l’intero Corno d’Africa.
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Il presidente eletto del Cile José Antonio Kast e sua moglie Maria Pia Adriasola (Ansa)
Un elemento significativo di queste elezioni presidenziali è stata l’elevata affluenza alle urne, che si è rivelata in aumento del 38% rispetto al 2021. Quelle di ieri sono infatti state le prime elezioni tenute dopo che, nel 2022, è stato introdotto il voto obbligatorio. La vittoria di Kast ha fatto da contraltare alla crisi della sinistra cilena. Il presidente uscente, Gabriel Boric, aveva vinto quattro anni fa, facendo leva soprattutto sull’impopolarità dell’amministrazione di centrodestra, guidata da Sebastián Piñera. Tuttavia, a partire dal 2023, gli indici di gradimento di Boric sono iniziati a crollare. E questo ha danneggiato senza dubbio la Jara, che è stata ministro del Lavoro fino allo scorso aprile. Certo, Kast si accinge a governare a fronte di un Congresso diviso: il che potrebbe rappresentare un problema per alcune delle sue proposte più incisive. Resta tuttavia il fatto che la sua vittoria ha avuto dei numeri assai significativi.
«La vittoria di Kast in Cile segue una serie di elezioni in America Latina che negli ultimi anni hanno spostato la regione verso destra, tra cui quelle in Argentina, Ecuador, Costa Rica ed El Salvador», ha riferito la Bbc. Lo spostamento a destra dell’America Latina è una buona notizia per la Casa Bianca. Ricordiamo che, alcuni giorni fa, Washington a pubblicato la sua nuova strategia di sicurezza nazionale: un documento alla cui base si registra il rilancio della Dottrina Monroe. Per Trump, l’obiettivo, da questo punto di vista, è duplice. Innanzitutto, punta a contrastare il fenomeno dell’immigrazione irregolare. In secondo luogo, mira ad arginare l’influenza geopolitica della Cina sull’Emisfero occidentale. Vale a tal proposito la pena di ricordare che Boric, negli ultimi anni, ha notevolmente avvicinato Santiago a Pechino. Una linea che, di certo, a Washington non è stata apprezzata.
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