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2020-04-03
Flop Inps impunito, con la Cig si rischia il bis
Pasquale Tridico (Ansa)
Per avere un'idea della figuraccia rimediata in occasione del click day per il bonus da 600 euro, conviene leggere il tweet di Anonymous. «Caro Inps, vorremmo prenderci il merito di aver buttato giù il vostro sito Web, ma la verità è che siete talmente incapaci che avete fatto tutto da soli togliendoci il divertimento...». I pirati, accusati dal presidente dell'istituto Pasquale Tridico di aver cannoneggiato la piattaforma, stavolta non mentono. Non sono le loro scorribande la causa del collasso del sito che per cinque ore, dalle 12.20 alle 17.30 di mercoledì scorso, è rimasto irraggiungibile per decine di migliaia di lavoratori autonomi in fila per inviare la domanda di accesso al contributo statale.
La Verità è riuscita a ricostruire la catena di comandi (e di errori) iniziati già martedì sera. Quando cioè il presidente Tridico e i suoi uomini di fiducia, allarmati dai risultati degli stress test in vista dell'apertura della campagna, decidono di correre ai ripari coinvolgendo una speciale task force della Microsoft, il gigante mondiale dell'informatica. L'idea è di alleggerire il bombardamento dati del sito spostandolo sulla Cdn di Azure, un prodotto appunto della multinazionale Usa. Che cos'è una Cdn? «È una rete di server molto potenti dislocati in tutto il mondo», spiega Josè Compagnone, esperto di usabilità del Web e componente del comitato tecnico scientifico del Glu del Dipartimento della funzione pubblica. «Tanti utenti connessi contemporaneamente a una piattaforma di streaming video o a un sito potrebbero sovraccaricare il sistema, rendendolo instabile e non disponibile per tutti, facendolo crollare». Quindi, per evitare il collasso, aggiunge Compagnone, «il sito può usare una Cdn per distribuire il “carico di lavoro", che effettua tante copie del contenuto, rendendolo disponibile a tutti senza interruzioni».
L'idea in teoria è buona, ma il problema è che la migrazione è stata fatta senza alcuna prova preliminare. Senza un minimo di manutenzione. Confidando, insomma, nella buona sorte. «La criticità principale era peraltro relativa alla maschera di connessione alla sezione degli artigiani e dei commercianti», sottolinea una fonte interna all'Inps al nostro giornale. «Un'interfaccia, realizzata dalla società Leonardo, che invece di raccogliere passivamente i dati inseriti dall'utente, effettuava una verifica attiva nelle anagrafiche allungando i tempi di risposta e aggravando il lavoro dei server». La struttura, all'alba di mercoledì, va in sofferenza. Già tra le 9 e le 10 è sul punto di andare in cortocircuito. Intorno alle 12 si registrano due aggressioni hacker. Ma non avevamo detto che Anonymous non c'entra? Infatti è così. «È una cosa fisiologica che succede sempre», spiega alla Verità un esperto di sicurezza delle reti. «Spesso questi attacchi vengo dall'estero, dalla Russia o dalla Cina. Sono azioni di disturbo normalissime, soprattutto se intercettano un traffico alto, e non sono di certo all'origine del crash».
Le domande continuano ad arrivare e intasano il sistema. Il sito Inps chiude per cinque ore, dalle 12:20 alle 17.30 dopo aver registrato 339.000 domande. Ma non è finita: quelli che hanno provato a collegarsi, fin dalla mattina, utilizzando le proprie credenziali, accedono invece a schede personali altrui. La privacy è bucata. Si leggono in chiaro mail, codici fiscali, Pin e altre informazioni sensibili. Questo può essere accaduto - secondo quanto abbiamo potuto accertare - per due motivi: perché la cache memory, una sorta di memoria veloce che viene utilizzata per accelerare il grado di interazione tra utente e server principale, non è stata programmata per ripulirsi a ogni nuovo contatto (lasciando tracce delle vecchie connessioni); e perché non è stato disattivato l'interruttore pubblico/privato tra le pagine consultabili. Errori di gestione che mal si conciliano con i milioni di euro spesi per l'It dall'Istituto.
«Ero convinto che i server dell'Inps fossero crollati a casa delle molteplici connessioni e non per gli hacker. Stamattina (ieri, ndr), con il mio computer da casa, ho fatto una cosa che può fare chiunque. Ho aperto un software, poi ho lanciato la prima funzione per vedere la struttura della rete Inps. Immediatamente si nota che c'è qualcosa che non va», commenta l'ingegner Carlo Tagliabue, consulente tecnico per reati informatici. «Un qualsiasi programmatore capirebbe che le pagine Inps sono programmate malissimo. Insomma, il sito è pessimo». Eppure, di fronte al disastro di mercoledì, la dg Gabriella Di Michele ha provato a scaricare sul governo la colpa nonostante la legge attribuisca al direttore generale la responsabilità della tecnostruttura. «Paghiamo anche il taglio di 250 milioni deciso con l'ultima manovra relativo alle spese di funzionamento», ha detto al Corriere della Sera, «Questo significa che non possiamo fare tutti i necessari investimenti sulla infrastruttura informatica. Proprio oggi abbiamo deliberato l'assunzione di 165 ingegneri informatici, ma prima dovremo fare i concorsi».
Il punto debole, però, come abbiamo visto non è la pianta organica. È stata la scelta di appesantire la funzione dedicata ai bonus per commercianti e artigiani con una «indagine» amministrativa in tempo reale che, non a caso, ieri è stata disattivata consentendo al sito di raccogliere le domande. E lo stesso blackout potrebbe riproporsi il 9 aprile, quando saranno attivati i link per la cassa integrazione. Tridico e il premier Conte hanno assicurato i pagamenti già il 15. «Impossibile con le festività di Pasqua», ci confida un dirigente dell'Inps, «Una promessa che non saremo in grado di mantenere».
Gli hacker? Ci sono, ma non c'entrano nulla
C'è una fonte istituzionale di alto livello che sembra ridimensionare «un attacco hacker» ai danni dell'Inps nella giornata di mercoledì 1° aprile, come sostenuto invece dal presidente Pasquale Tridico e dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. A poche ore, infatti, dal tilt del sito dell'ente previdenziale, il Nucleo sicurezza cibernetica, presieduto dal cyberzar Roberto Baldoni, vice direttore generale del Dis di Gennaro Vecchione, ha diramato una nota dove non si faceva cenno a quanto accaduto.
Anzi, l'organo legato a doppio filo ai nostri servizi segreti e al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese si è limitato a spiegare che l'emergenza coronavirus ha aumentato i pericoli di attacchi «ransomware», «ispirati cioè da finalità di lucro e non dall'intento di esfiltrare dati sensibili». E che i fatti recenti sono «episodi che rappresentano una ricaduta “fisiologica" della situazione in corso». Poi, sempre il Nucleo di Baldoni ha assicurato che resta «comunque altissima la vigilanza da parte dei nostri apparati di sicurezza». Sul presunto attacco all'Inps neppure una parola.
Il punto è che Tridico e Conte non hanno tutti i torti nel parlare di attacco hacker. In occasione dei click day nella pubblica amministrazione, infatti, accade spesso che qualcuno cerchi di approfittarne. Allo stesso tempo è difficile, se non impossibile, che una minaccia sia capace di far crollare l'intera piattaforma digitale. Ma proprio per il fatto che eventi di questo tipo accadano diverse volte viene da domandarsi per quale motivo proprio al Viminale non abbiano preso le dovute precauzioni. Del resto era attesa un'ondata di accessi, perché la platea dei beneficiari dell'indennità è di quasi 5 milioni di persone. Strano che il Nucleo di Baldoni, impegnato in questi giorni nella difesa degli ospedali tra cui lo Spallanzani di Roma, non si sia confrontato con il ministro Lamorgese per sorvegliare una piattaforma come quella dell'Inps che presenta problemi da anni. Altro aspetto sorprendente è che nessuno degli esperti di Palazzo Chigi, in una fase così delicata per il Paese, abbia consigliato la presidenza del Consiglio di monitorare e parzializzare le risorse sul sito, come sta avvenendo da giovedì. Considerata la nota di mercoledì dove si parla di «ricaduta fisiologica della situazione» e considerando i precedenti problemi del sito Inps (sul reddito di cittadinanza per esempio), sarebbe stato consigliabile evitare un clickday. Eppure nessuno sembra essersene preoccupato, né il Dis, che le competenze cyber, né il Viminale.
Ogni anno proprio la polizia postale (Cnaipic) monitora il sito Inps, tra i più vulnerabili dal punto di vista istituzionale. Solo il 22 novembre un'attività di indagine nel settore del cybercrime, l'operazione People 1, ha permesso di arrestare un gruppo di cybercriminali che avevano raccolto centinaia di credenziali di accesso a dati sensibili e migliaia di informazioni private contenute in archivi informatici della pubblica amministrazione, relativi a posizioni anagrafiche, contributive e di previdenza sociale. Casi di questo tipo vanno avanti da anni. Anche nel 2013 gli investigatori sventarono un altro attacco informatico, come nel 2017 o nel 2018. Mercoledì scorso se ne sono dimenticati.
La Di Michele mette le mani avanti Rischio disastro anche per la Cig
Il direttore generale dell'Inps, Gabriella Di Michele, dopo il prevedibile fallimento dell'erogazione dei bonus e il collasso del sito, mette le mani avanti. Nella filiera dello scaricabile da Giuseppe Conte a Pasquale Tridico, la Di Michele dalle colonne di Repubblica fa sapere che «non è colpa sua» e che se il suo nome finisce nel ventilatore dei tagliatori di teste è solo perché «stanno cercando un capro espiatorio». Per ribadire la sua volontà di scivolare sopra la debacle, la stessa dg parla anche con il Corriere della Sera e dalle colonne di Via Solferino cavalca la teoria dell'attacco hacker dimostrando che il governo ha tolto soldi per la sicurezza delle piattaforme. È bene ricordare che per competenza la struttura It, information technology, dipende dalla direzione generale. La Di Michele non è una passante e pure quando lamenta il taglio dei fondi dimostra un concetto di austherity molto soggettivo. Solo nel 2018 sono stati spesi per il comparto digitale quasi 100 milioni e sono stati mandati avanti, dal 2011 a oggi, appalti per 450 milioni. Una cifra enorme che non giustifica le falle in alcun modo. Anche sul tema degli attacchi hacker, la Di Michele, quanto Conte e Tridico ci marciano parecchio. Sanno che ci sono stati attacchi, ma come avviene a ogn click day e a ogni grande scadenza in calendario. Motivo per cui le colpe sono ancora più gravi.
La delicatezza del momento avrebbe richiesto attenzione quasi maniacale. E invece l'unica risposta politica è quella di trovare scuse. Se poi la direttrice generale si sente un capro espiatorio avrà i suoi motivi. Ma rischiano di essere legati a faide interne e al suo particolare rapporto con il presidente Tridico. La super dirigente al termine dell'era Boeri si è riposizionata in breve tempo e pur dovendo accettare qualche ridimensionamento implicito si è allineata subito con la decisioni del presidente voluto dai grillini. Tanto che nemmeno gli internal audit e le vicende che l'hanno coinvolta (quella relativa al mutuo e alla ristrutturazione della casa, più volte denunciate dalle inchieste della Verità) hanno scalfito negli ultimi mesi il suo ruolo. Se ora Tridico decidesse il cambio di passo per salvare la sua poltrona non ci sarebbe da stupirsi. In fondo i background dei due dirigenti pubblici restano molto lontani e il crash del sito potrebbe essere l'occasione per fare i conti interni. Certo, in molti si aspettano che qualche testa salti, ma la politica è complicata. E ha dei risvolti complessi secondo cui nemici storici si trovano alleati per circostanze impreviste. Soprattutto la tremenda figuraccia del sito per il governo diventa una felix culpa, perché porta conseguenze felici per i giallorossi.
In fondo, se la tecnologia va in tilt, Conte potrà sempre trovare responsabili al di fuori di Palazzo Chigi. E nascondere la realtà dei numeri. Lo scorso 20 marzo Tridico aveva annunciato per i bonus agli autonomi la riffa di Stato. Tecnicamente si chiama click day: chi prima arriva meglio alloggia. La politica lo ha subito zittito e lui dopo qualche ora si è rimangiato le dichiarazioni.
Sul tema era intervenuto anche Pier Paolo Baretta, sottosegretario all'Economia, il quale ha cercato di rassicurare i contribuenti in relazione alla possibilità che i soldi stanziati (2,3 miliardi) non bastino, spiegando loro che il governo è pronto a rabboccare il decreto. «Nel caso, le risorse saranno reintegrate con il decreto di aprile», ha concluso. Di conseguenza, se si prende la somma complessiva stanziata e la si divide per 600 euro è facile calcolare che a beneficiarne non saranno più di 3,8 milioni di partite Iva. In tutto, però, gli autonomi sono più di 5,3 milioni. O Tridico assegna importi più bassi (più o meno 400 euro), oppure il metodo click day poteva essere una soluzione.
D'altronde le modalità fin qui usate dalle amministrazioni pubbliche e fiscali lasciano pensare che Tridico non abbia parlato a caso. Poi la politica ha deciso che la realtà è troppo scorretta per essere mostrata. Dunque, soldi promessi a tutti anche se non bastano. Perché è bene ricordare che il decreto di aprile ancora non esiste e se esisterà non sarà varato prima del 10. Il crash prolungato del sito ha così coperto la realtà dei fatti, ha nascosto il tema di fondo: la coperta è troppo corta. Non c'è voluto nessun complotto. Vista l'organizzazione It dell'Inps, è bastato affidarsi a quella. Tutti a parlare dei bachi tecnologici e non dei fondi esauriti.
Solo che gli appuntamenti non sono finiti. In ballo adesso c'è l'assegnazione delle risorse per la cassa integrazione. A metà mese dovranno essere erogati gli assegni e l'istituto più o meno come ha fatto per i bonus ha diffuso le indicazioni per modalità di accesso semplificate. Il D day della Cig si annuncia come un'altra debacle. Il problema è che il governo e quindi i vertici dell'Inps insistono con il promettere ciò che non sono in grado di supportare. La quarantena ha però imposto agli italiani di essere più attenti e il coronavirus rende le promesse misurabili nel brevissimo tempo: ciò che la politica dice oggi, deve farlo la prossima settimana. Non fra anni.
Spese e mantenimento Il sito che ha fatto flop ci costa mezzo miliardo
«L'esclusiva dei servizi online per noi è una grande sfida». Bisogna ritornare indietro di otto anni e ripescare le parole dell'ex presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua (era l'aprile del 2012) per cercare di capire quali sono stati gli investimenti economici su una delle piattaforme digitali più importanti in Italia, quella che gestisce il nostro sistema pensionistici. Fu infatti Mastrapasqua a velocizzare la digitalizzazione della previdenza sociale italiana. Dopo di lui hanno continuato l'operazione i successori Tiziano Treu e Tito Boeri. È stato proprio quest'ultimo a lanciare nel 2017 il nuovo portale, che ha comportato un aumento degli investimenti economici, collassato mercoledì. Il giorno della presentazione Boeri disse: «La filosofia di questo nuovo portale è di porre l'utente al centro». Qualcosa deve essere andato storto.
Fu però Mastrapasqua a decidere di esternalizzare la gestione del sito dell'Inps, confermando un trend ormai di moda nella pubblica amministrazione italiana. Fino a 15 anni fa, infatti, ogni amministrazione aveva pool di ingegneri e informatici che sviluppava in casa le proprie soluzioni. La gestione andava meglio. Perché ogni team di sviluppo vedeva il proprio prodotto come un punto di orgoglio ed era disposto a lavorarci anche di notte per evitare attacchi informatici o malfunzionamenti. Da qualche anno invece è tutto esternalizzato, si sovrappongono esperienze e tecnologie in base a chi vince il bando mentre pool di sviluppo interno non esistono più o sono marginali.
Nel dicembre del 2011 furono affidati lotti per più di 200 milioni di euro a diverse aziende che si sono occupate in questi anni della piattaforma. Tra queste si registrano Rti engineering spa, Ibm, Rti selex, Deloitte e molte altre che insieme hanno avuto il compito di potenziare i rapporti online tra l'ente previdenziale e i cittadini italiani. Dal 2011 a oggi si calcolano appalti per almeno 450 milioni di euro, a cui ne vanno aggiunti altri 100, evidenziati nel rendiconto generale del 2018 dell'Inps. Spulciando il documento si viene a scoprire che a cavallo tra le presidenze Boeri e Tridico sono aumentate le spese per l'infrastruttura digitale. È scritto nero su bianco a pagina 484. Alla voce «spese per i servizi di trasmissione dati forniti dal sistema pubblico di connettività» si legge che la spesa è stata di 51 milioni di euro, in aumento del 37,4% rispetto al 2017, quando era di 37 milioni. E questo è stato fatto per l'attivazione di un bando Consip relativo alla gestione dei portali e dei servizi online.
Infatti, a decorrere dal 2017, sotto la presidenza Boeri, è stato attivato «il nuovo portale istituzionale, finalizzato a rendere detto strumento più moderno e semplice, nonché a incrementare la presenza e l'offerta digitale dell'ente, coinvolgendo direttamente l'utente». Non solo. A questo si aggiungono altri 43 milioni di euro per «l'acquisto di servizi professionali specialistici a supporto dei sistemi informativi», con un incremento del 63,4% rispetto al 2017, quando erano 26 milioni.
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Il portale è finito fuori uso per il tentativo di incrociare con altre piattaforme i dati e per la decisione di modificare i sistemi all'ultimo minuto, senza nessuna verifica.Le tentate intrusioni si verificano sempre, non sono una novità. Pure gli 007 ridimensionano l'allarme.La dg dice che «non è colpa sua», ma il settore It dipende da lei. La figuraccia copre il vero problema: non ci sono abbastanza soldi per tutti. E a metà mese arriveranno le richieste per la cassa integrazione.Il servizio è esternalizzato dal 2012. Nel 2018, con Boeri, le spese sono salite del 34%, le consulenze del 63%.Lo speciale contiene quattro articoli Per avere un'idea della figuraccia rimediata in occasione del click day per il bonus da 600 euro, conviene leggere il tweet di Anonymous. «Caro Inps, vorremmo prenderci il merito di aver buttato giù il vostro sito Web, ma la verità è che siete talmente incapaci che avete fatto tutto da soli togliendoci il divertimento...». I pirati, accusati dal presidente dell'istituto Pasquale Tridico di aver cannoneggiato la piattaforma, stavolta non mentono. Non sono le loro scorribande la causa del collasso del sito che per cinque ore, dalle 12.20 alle 17.30 di mercoledì scorso, è rimasto irraggiungibile per decine di migliaia di lavoratori autonomi in fila per inviare la domanda di accesso al contributo statale. La Verità è riuscita a ricostruire la catena di comandi (e di errori) iniziati già martedì sera. Quando cioè il presidente Tridico e i suoi uomini di fiducia, allarmati dai risultati degli stress test in vista dell'apertura della campagna, decidono di correre ai ripari coinvolgendo una speciale task force della Microsoft, il gigante mondiale dell'informatica. L'idea è di alleggerire il bombardamento dati del sito spostandolo sulla Cdn di Azure, un prodotto appunto della multinazionale Usa. Che cos'è una Cdn? «È una rete di server molto potenti dislocati in tutto il mondo», spiega Josè Compagnone, esperto di usabilità del Web e componente del comitato tecnico scientifico del Glu del Dipartimento della funzione pubblica. «Tanti utenti connessi contemporaneamente a una piattaforma di streaming video o a un sito potrebbero sovraccaricare il sistema, rendendolo instabile e non disponibile per tutti, facendolo crollare». Quindi, per evitare il collasso, aggiunge Compagnone, «il sito può usare una Cdn per distribuire il “carico di lavoro", che effettua tante copie del contenuto, rendendolo disponibile a tutti senza interruzioni». L'idea in teoria è buona, ma il problema è che la migrazione è stata fatta senza alcuna prova preliminare. Senza un minimo di manutenzione. Confidando, insomma, nella buona sorte. «La criticità principale era peraltro relativa alla maschera di connessione alla sezione degli artigiani e dei commercianti», sottolinea una fonte interna all'Inps al nostro giornale. «Un'interfaccia, realizzata dalla società Leonardo, che invece di raccogliere passivamente i dati inseriti dall'utente, effettuava una verifica attiva nelle anagrafiche allungando i tempi di risposta e aggravando il lavoro dei server». La struttura, all'alba di mercoledì, va in sofferenza. Già tra le 9 e le 10 è sul punto di andare in cortocircuito. Intorno alle 12 si registrano due aggressioni hacker. Ma non avevamo detto che Anonymous non c'entra? Infatti è così. «È una cosa fisiologica che succede sempre», spiega alla Verità un esperto di sicurezza delle reti. «Spesso questi attacchi vengo dall'estero, dalla Russia o dalla Cina. Sono azioni di disturbo normalissime, soprattutto se intercettano un traffico alto, e non sono di certo all'origine del crash». Le domande continuano ad arrivare e intasano il sistema. Il sito Inps chiude per cinque ore, dalle 12:20 alle 17.30 dopo aver registrato 339.000 domande. Ma non è finita: quelli che hanno provato a collegarsi, fin dalla mattina, utilizzando le proprie credenziali, accedono invece a schede personali altrui. La privacy è bucata. Si leggono in chiaro mail, codici fiscali, Pin e altre informazioni sensibili. Questo può essere accaduto - secondo quanto abbiamo potuto accertare - per due motivi: perché la cache memory, una sorta di memoria veloce che viene utilizzata per accelerare il grado di interazione tra utente e server principale, non è stata programmata per ripulirsi a ogni nuovo contatto (lasciando tracce delle vecchie connessioni); e perché non è stato disattivato l'interruttore pubblico/privato tra le pagine consultabili. Errori di gestione che mal si conciliano con i milioni di euro spesi per l'It dall'Istituto. «Ero convinto che i server dell'Inps fossero crollati a casa delle molteplici connessioni e non per gli hacker. Stamattina (ieri, ndr), con il mio computer da casa, ho fatto una cosa che può fare chiunque. Ho aperto un software, poi ho lanciato la prima funzione per vedere la struttura della rete Inps. Immediatamente si nota che c'è qualcosa che non va», commenta l'ingegner Carlo Tagliabue, consulente tecnico per reati informatici. «Un qualsiasi programmatore capirebbe che le pagine Inps sono programmate malissimo. Insomma, il sito è pessimo». Eppure, di fronte al disastro di mercoledì, la dg Gabriella Di Michele ha provato a scaricare sul governo la colpa nonostante la legge attribuisca al direttore generale la responsabilità della tecnostruttura. «Paghiamo anche il taglio di 250 milioni deciso con l'ultima manovra relativo alle spese di funzionamento», ha detto al Corriere della Sera, «Questo significa che non possiamo fare tutti i necessari investimenti sulla infrastruttura informatica. Proprio oggi abbiamo deliberato l'assunzione di 165 ingegneri informatici, ma prima dovremo fare i concorsi». Il punto debole, però, come abbiamo visto non è la pianta organica. È stata la scelta di appesantire la funzione dedicata ai bonus per commercianti e artigiani con una «indagine» amministrativa in tempo reale che, non a caso, ieri è stata disattivata consentendo al sito di raccogliere le domande. E lo stesso blackout potrebbe riproporsi il 9 aprile, quando saranno attivati i link per la cassa integrazione. Tridico e il premier Conte hanno assicurato i pagamenti già il 15. «Impossibile con le festività di Pasqua», ci confida un dirigente dell'Inps, «Una promessa che non saremo in grado di mantenere».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dietro-il-tracollo-dellinps-improvvisazione-errori-e-la-smania-di-fare-controlli-2645621925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-hacker-ci-sono-ma-non-c-entrano-nulla" data-post-id="2645621925" data-published-at="1585859194" data-use-pagination="False"> Gli hacker? Ci sono, ma non c'entrano nulla C'è una fonte istituzionale di alto livello che sembra ridimensionare «un attacco hacker» ai danni dell'Inps nella giornata di mercoledì 1° aprile, come sostenuto invece dal presidente Pasquale Tridico e dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. A poche ore, infatti, dal tilt del sito dell'ente previdenziale, il Nucleo sicurezza cibernetica, presieduto dal cyberzar Roberto Baldoni, vice direttore generale del Dis di Gennaro Vecchione, ha diramato una nota dove non si faceva cenno a quanto accaduto. Anzi, l'organo legato a doppio filo ai nostri servizi segreti e al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese si è limitato a spiegare che l'emergenza coronavirus ha aumentato i pericoli di attacchi «ransomware», «ispirati cioè da finalità di lucro e non dall'intento di esfiltrare dati sensibili». E che i fatti recenti sono «episodi che rappresentano una ricaduta “fisiologica" della situazione in corso». Poi, sempre il Nucleo di Baldoni ha assicurato che resta «comunque altissima la vigilanza da parte dei nostri apparati di sicurezza». Sul presunto attacco all'Inps neppure una parola. Il punto è che Tridico e Conte non hanno tutti i torti nel parlare di attacco hacker. In occasione dei click day nella pubblica amministrazione, infatti, accade spesso che qualcuno cerchi di approfittarne. Allo stesso tempo è difficile, se non impossibile, che una minaccia sia capace di far crollare l'intera piattaforma digitale. Ma proprio per il fatto che eventi di questo tipo accadano diverse volte viene da domandarsi per quale motivo proprio al Viminale non abbiano preso le dovute precauzioni. Del resto era attesa un'ondata di accessi, perché la platea dei beneficiari dell'indennità è di quasi 5 milioni di persone. Strano che il Nucleo di Baldoni, impegnato in questi giorni nella difesa degli ospedali tra cui lo Spallanzani di Roma, non si sia confrontato con il ministro Lamorgese per sorvegliare una piattaforma come quella dell'Inps che presenta problemi da anni. Altro aspetto sorprendente è che nessuno degli esperti di Palazzo Chigi, in una fase così delicata per il Paese, abbia consigliato la presidenza del Consiglio di monitorare e parzializzare le risorse sul sito, come sta avvenendo da giovedì. Considerata la nota di mercoledì dove si parla di «ricaduta fisiologica della situazione» e considerando i precedenti problemi del sito Inps (sul reddito di cittadinanza per esempio), sarebbe stato consigliabile evitare un clickday. Eppure nessuno sembra essersene preoccupato, né il Dis, che le competenze cyber, né il Viminale. Ogni anno proprio la polizia postale (Cnaipic) monitora il sito Inps, tra i più vulnerabili dal punto di vista istituzionale. Solo il 22 novembre un'attività di indagine nel settore del cybercrime, l'operazione People 1, ha permesso di arrestare un gruppo di cybercriminali che avevano raccolto centinaia di credenziali di accesso a dati sensibili e migliaia di informazioni private contenute in archivi informatici della pubblica amministrazione, relativi a posizioni anagrafiche, contributive e di previdenza sociale. Casi di questo tipo vanno avanti da anni. Anche nel 2013 gli investigatori sventarono un altro attacco informatico, come nel 2017 o nel 2018. Mercoledì scorso se ne sono dimenticati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dietro-il-tracollo-dellinps-improvvisazione-errori-e-la-smania-di-fare-controlli-2645621925.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-di-michele-mette-le-mani-avanti-rischio-disastro-anche-per-la-cig" data-post-id="2645621925" data-published-at="1585859194" data-use-pagination="False"> La Di Michele mette le mani avanti Rischio disastro anche per la Cig Il direttore generale dell'Inps, Gabriella Di Michele, dopo il prevedibile fallimento dell'erogazione dei bonus e il collasso del sito, mette le mani avanti. Nella filiera dello scaricabile da Giuseppe Conte a Pasquale Tridico, la Di Michele dalle colonne di Repubblica fa sapere che «non è colpa sua» e che se il suo nome finisce nel ventilatore dei tagliatori di teste è solo perché «stanno cercando un capro espiatorio». Per ribadire la sua volontà di scivolare sopra la debacle, la stessa dg parla anche con il Corriere della Sera e dalle colonne di Via Solferino cavalca la teoria dell'attacco hacker dimostrando che il governo ha tolto soldi per la sicurezza delle piattaforme. È bene ricordare che per competenza la struttura It, information technology, dipende dalla direzione generale. La Di Michele non è una passante e pure quando lamenta il taglio dei fondi dimostra un concetto di austherity molto soggettivo. Solo nel 2018 sono stati spesi per il comparto digitale quasi 100 milioni e sono stati mandati avanti, dal 2011 a oggi, appalti per 450 milioni. Una cifra enorme che non giustifica le falle in alcun modo. Anche sul tema degli attacchi hacker, la Di Michele, quanto Conte e Tridico ci marciano parecchio. Sanno che ci sono stati attacchi, ma come avviene a ogn click day e a ogni grande scadenza in calendario. Motivo per cui le colpe sono ancora più gravi. La delicatezza del momento avrebbe richiesto attenzione quasi maniacale. E invece l'unica risposta politica è quella di trovare scuse. Se poi la direttrice generale si sente un capro espiatorio avrà i suoi motivi. Ma rischiano di essere legati a faide interne e al suo particolare rapporto con il presidente Tridico. La super dirigente al termine dell'era Boeri si è riposizionata in breve tempo e pur dovendo accettare qualche ridimensionamento implicito si è allineata subito con la decisioni del presidente voluto dai grillini. Tanto che nemmeno gli internal audit e le vicende che l'hanno coinvolta (quella relativa al mutuo e alla ristrutturazione della casa, più volte denunciate dalle inchieste della Verità) hanno scalfito negli ultimi mesi il suo ruolo. Se ora Tridico decidesse il cambio di passo per salvare la sua poltrona non ci sarebbe da stupirsi. In fondo i background dei due dirigenti pubblici restano molto lontani e il crash del sito potrebbe essere l'occasione per fare i conti interni. Certo, in molti si aspettano che qualche testa salti, ma la politica è complicata. E ha dei risvolti complessi secondo cui nemici storici si trovano alleati per circostanze impreviste. Soprattutto la tremenda figuraccia del sito per il governo diventa una felix culpa, perché porta conseguenze felici per i giallorossi. In fondo, se la tecnologia va in tilt, Conte potrà sempre trovare responsabili al di fuori di Palazzo Chigi. E nascondere la realtà dei numeri. Lo scorso 20 marzo Tridico aveva annunciato per i bonus agli autonomi la riffa di Stato. Tecnicamente si chiama click day: chi prima arriva meglio alloggia. La politica lo ha subito zittito e lui dopo qualche ora si è rimangiato le dichiarazioni. Sul tema era intervenuto anche Pier Paolo Baretta, sottosegretario all'Economia, il quale ha cercato di rassicurare i contribuenti in relazione alla possibilità che i soldi stanziati (2,3 miliardi) non bastino, spiegando loro che il governo è pronto a rabboccare il decreto. «Nel caso, le risorse saranno reintegrate con il decreto di aprile», ha concluso. Di conseguenza, se si prende la somma complessiva stanziata e la si divide per 600 euro è facile calcolare che a beneficiarne non saranno più di 3,8 milioni di partite Iva. In tutto, però, gli autonomi sono più di 5,3 milioni. O Tridico assegna importi più bassi (più o meno 400 euro), oppure il metodo click day poteva essere una soluzione. D'altronde le modalità fin qui usate dalle amministrazioni pubbliche e fiscali lasciano pensare che Tridico non abbia parlato a caso. Poi la politica ha deciso che la realtà è troppo scorretta per essere mostrata. Dunque, soldi promessi a tutti anche se non bastano. Perché è bene ricordare che il decreto di aprile ancora non esiste e se esisterà non sarà varato prima del 10. Il crash prolungato del sito ha così coperto la realtà dei fatti, ha nascosto il tema di fondo: la coperta è troppo corta. Non c'è voluto nessun complotto. Vista l'organizzazione It dell'Inps, è bastato affidarsi a quella. Tutti a parlare dei bachi tecnologici e non dei fondi esauriti. Solo che gli appuntamenti non sono finiti. In ballo adesso c'è l'assegnazione delle risorse per la cassa integrazione. A metà mese dovranno essere erogati gli assegni e l'istituto più o meno come ha fatto per i bonus ha diffuso le indicazioni per modalità di accesso semplificate. Il D day della Cig si annuncia come un'altra debacle. Il problema è che il governo e quindi i vertici dell'Inps insistono con il promettere ciò che non sono in grado di supportare. La quarantena ha però imposto agli italiani di essere più attenti e il coronavirus rende le promesse misurabili nel brevissimo tempo: ciò che la politica dice oggi, deve farlo la prossima settimana. Non fra anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dietro-il-tracollo-dellinps-improvvisazione-errori-e-la-smania-di-fare-controlli-2645621925.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="spese-e-mantenimento-il-sito-che-ha-fatto-flop-ci-costa-mezzo-miliardo" data-post-id="2645621925" data-published-at="1585859194" data-use-pagination="False"> Spese e mantenimento Il sito che ha fatto flop ci costa mezzo miliardo «L'esclusiva dei servizi online per noi è una grande sfida». Bisogna ritornare indietro di otto anni e ripescare le parole dell'ex presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua (era l'aprile del 2012) per cercare di capire quali sono stati gli investimenti economici su una delle piattaforme digitali più importanti in Italia, quella che gestisce il nostro sistema pensionistici. Fu infatti Mastrapasqua a velocizzare la digitalizzazione della previdenza sociale italiana. Dopo di lui hanno continuato l'operazione i successori Tiziano Treu e Tito Boeri. È stato proprio quest'ultimo a lanciare nel 2017 il nuovo portale, che ha comportato un aumento degli investimenti economici, collassato mercoledì. Il giorno della presentazione Boeri disse: «La filosofia di questo nuovo portale è di porre l'utente al centro». Qualcosa deve essere andato storto. Fu però Mastrapasqua a decidere di esternalizzare la gestione del sito dell'Inps, confermando un trend ormai di moda nella pubblica amministrazione italiana. Fino a 15 anni fa, infatti, ogni amministrazione aveva pool di ingegneri e informatici che sviluppava in casa le proprie soluzioni. La gestione andava meglio. Perché ogni team di sviluppo vedeva il proprio prodotto come un punto di orgoglio ed era disposto a lavorarci anche di notte per evitare attacchi informatici o malfunzionamenti. Da qualche anno invece è tutto esternalizzato, si sovrappongono esperienze e tecnologie in base a chi vince il bando mentre pool di sviluppo interno non esistono più o sono marginali. Nel dicembre del 2011 furono affidati lotti per più di 200 milioni di euro a diverse aziende che si sono occupate in questi anni della piattaforma. Tra queste si registrano Rti engineering spa, Ibm, Rti selex, Deloitte e molte altre che insieme hanno avuto il compito di potenziare i rapporti online tra l'ente previdenziale e i cittadini italiani. Dal 2011 a oggi si calcolano appalti per almeno 450 milioni di euro, a cui ne vanno aggiunti altri 100, evidenziati nel rendiconto generale del 2018 dell'Inps. Spulciando il documento si viene a scoprire che a cavallo tra le presidenze Boeri e Tridico sono aumentate le spese per l'infrastruttura digitale. È scritto nero su bianco a pagina 484. Alla voce «spese per i servizi di trasmissione dati forniti dal sistema pubblico di connettività» si legge che la spesa è stata di 51 milioni di euro, in aumento del 37,4% rispetto al 2017, quando era di 37 milioni. E questo è stato fatto per l'attivazione di un bando Consip relativo alla gestione dei portali e dei servizi online. Infatti, a decorrere dal 2017, sotto la presidenza Boeri, è stato attivato «il nuovo portale istituzionale, finalizzato a rendere detto strumento più moderno e semplice, nonché a incrementare la presenza e l'offerta digitale dell'ente, coinvolgendo direttamente l'utente». Non solo. A questo si aggiungono altri 43 milioni di euro per «l'acquisto di servizi professionali specialistici a supporto dei sistemi informativi», con un incremento del 63,4% rispetto al 2017, quando erano 26 milioni.
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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