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2020-04-03
Flop Inps impunito, con la Cig si rischia il bis
Pasquale Tridico (Ansa)
Per avere un'idea della figuraccia rimediata in occasione del click day per il bonus da 600 euro, conviene leggere il tweet di Anonymous. «Caro Inps, vorremmo prenderci il merito di aver buttato giù il vostro sito Web, ma la verità è che siete talmente incapaci che avete fatto tutto da soli togliendoci il divertimento...». I pirati, accusati dal presidente dell'istituto Pasquale Tridico di aver cannoneggiato la piattaforma, stavolta non mentono. Non sono le loro scorribande la causa del collasso del sito che per cinque ore, dalle 12.20 alle 17.30 di mercoledì scorso, è rimasto irraggiungibile per decine di migliaia di lavoratori autonomi in fila per inviare la domanda di accesso al contributo statale.
La Verità è riuscita a ricostruire la catena di comandi (e di errori) iniziati già martedì sera. Quando cioè il presidente Tridico e i suoi uomini di fiducia, allarmati dai risultati degli stress test in vista dell'apertura della campagna, decidono di correre ai ripari coinvolgendo una speciale task force della Microsoft, il gigante mondiale dell'informatica. L'idea è di alleggerire il bombardamento dati del sito spostandolo sulla Cdn di Azure, un prodotto appunto della multinazionale Usa. Che cos'è una Cdn? «È una rete di server molto potenti dislocati in tutto il mondo», spiega Josè Compagnone, esperto di usabilità del Web e componente del comitato tecnico scientifico del Glu del Dipartimento della funzione pubblica. «Tanti utenti connessi contemporaneamente a una piattaforma di streaming video o a un sito potrebbero sovraccaricare il sistema, rendendolo instabile e non disponibile per tutti, facendolo crollare». Quindi, per evitare il collasso, aggiunge Compagnone, «il sito può usare una Cdn per distribuire il “carico di lavoro", che effettua tante copie del contenuto, rendendolo disponibile a tutti senza interruzioni».
L'idea in teoria è buona, ma il problema è che la migrazione è stata fatta senza alcuna prova preliminare. Senza un minimo di manutenzione. Confidando, insomma, nella buona sorte. «La criticità principale era peraltro relativa alla maschera di connessione alla sezione degli artigiani e dei commercianti», sottolinea una fonte interna all'Inps al nostro giornale. «Un'interfaccia, realizzata dalla società Leonardo, che invece di raccogliere passivamente i dati inseriti dall'utente, effettuava una verifica attiva nelle anagrafiche allungando i tempi di risposta e aggravando il lavoro dei server». La struttura, all'alba di mercoledì, va in sofferenza. Già tra le 9 e le 10 è sul punto di andare in cortocircuito. Intorno alle 12 si registrano due aggressioni hacker. Ma non avevamo detto che Anonymous non c'entra? Infatti è così. «È una cosa fisiologica che succede sempre», spiega alla Verità un esperto di sicurezza delle reti. «Spesso questi attacchi vengo dall'estero, dalla Russia o dalla Cina. Sono azioni di disturbo normalissime, soprattutto se intercettano un traffico alto, e non sono di certo all'origine del crash».
Le domande continuano ad arrivare e intasano il sistema. Il sito Inps chiude per cinque ore, dalle 12:20 alle 17.30 dopo aver registrato 339.000 domande. Ma non è finita: quelli che hanno provato a collegarsi, fin dalla mattina, utilizzando le proprie credenziali, accedono invece a schede personali altrui. La privacy è bucata. Si leggono in chiaro mail, codici fiscali, Pin e altre informazioni sensibili. Questo può essere accaduto - secondo quanto abbiamo potuto accertare - per due motivi: perché la cache memory, una sorta di memoria veloce che viene utilizzata per accelerare il grado di interazione tra utente e server principale, non è stata programmata per ripulirsi a ogni nuovo contatto (lasciando tracce delle vecchie connessioni); e perché non è stato disattivato l'interruttore pubblico/privato tra le pagine consultabili. Errori di gestione che mal si conciliano con i milioni di euro spesi per l'It dall'Istituto.
«Ero convinto che i server dell'Inps fossero crollati a casa delle molteplici connessioni e non per gli hacker. Stamattina (ieri, ndr), con il mio computer da casa, ho fatto una cosa che può fare chiunque. Ho aperto un software, poi ho lanciato la prima funzione per vedere la struttura della rete Inps. Immediatamente si nota che c'è qualcosa che non va», commenta l'ingegner Carlo Tagliabue, consulente tecnico per reati informatici. «Un qualsiasi programmatore capirebbe che le pagine Inps sono programmate malissimo. Insomma, il sito è pessimo». Eppure, di fronte al disastro di mercoledì, la dg Gabriella Di Michele ha provato a scaricare sul governo la colpa nonostante la legge attribuisca al direttore generale la responsabilità della tecnostruttura. «Paghiamo anche il taglio di 250 milioni deciso con l'ultima manovra relativo alle spese di funzionamento», ha detto al Corriere della Sera, «Questo significa che non possiamo fare tutti i necessari investimenti sulla infrastruttura informatica. Proprio oggi abbiamo deliberato l'assunzione di 165 ingegneri informatici, ma prima dovremo fare i concorsi».
Il punto debole, però, come abbiamo visto non è la pianta organica. È stata la scelta di appesantire la funzione dedicata ai bonus per commercianti e artigiani con una «indagine» amministrativa in tempo reale che, non a caso, ieri è stata disattivata consentendo al sito di raccogliere le domande. E lo stesso blackout potrebbe riproporsi il 9 aprile, quando saranno attivati i link per la cassa integrazione. Tridico e il premier Conte hanno assicurato i pagamenti già il 15. «Impossibile con le festività di Pasqua», ci confida un dirigente dell'Inps, «Una promessa che non saremo in grado di mantenere».
Gli hacker? Ci sono, ma non c'entrano nulla
C'è una fonte istituzionale di alto livello che sembra ridimensionare «un attacco hacker» ai danni dell'Inps nella giornata di mercoledì 1° aprile, come sostenuto invece dal presidente Pasquale Tridico e dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. A poche ore, infatti, dal tilt del sito dell'ente previdenziale, il Nucleo sicurezza cibernetica, presieduto dal cyberzar Roberto Baldoni, vice direttore generale del Dis di Gennaro Vecchione, ha diramato una nota dove non si faceva cenno a quanto accaduto.
Anzi, l'organo legato a doppio filo ai nostri servizi segreti e al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese si è limitato a spiegare che l'emergenza coronavirus ha aumentato i pericoli di attacchi «ransomware», «ispirati cioè da finalità di lucro e non dall'intento di esfiltrare dati sensibili». E che i fatti recenti sono «episodi che rappresentano una ricaduta “fisiologica" della situazione in corso». Poi, sempre il Nucleo di Baldoni ha assicurato che resta «comunque altissima la vigilanza da parte dei nostri apparati di sicurezza». Sul presunto attacco all'Inps neppure una parola.
Il punto è che Tridico e Conte non hanno tutti i torti nel parlare di attacco hacker. In occasione dei click day nella pubblica amministrazione, infatti, accade spesso che qualcuno cerchi di approfittarne. Allo stesso tempo è difficile, se non impossibile, che una minaccia sia capace di far crollare l'intera piattaforma digitale. Ma proprio per il fatto che eventi di questo tipo accadano diverse volte viene da domandarsi per quale motivo proprio al Viminale non abbiano preso le dovute precauzioni. Del resto era attesa un'ondata di accessi, perché la platea dei beneficiari dell'indennità è di quasi 5 milioni di persone. Strano che il Nucleo di Baldoni, impegnato in questi giorni nella difesa degli ospedali tra cui lo Spallanzani di Roma, non si sia confrontato con il ministro Lamorgese per sorvegliare una piattaforma come quella dell'Inps che presenta problemi da anni. Altro aspetto sorprendente è che nessuno degli esperti di Palazzo Chigi, in una fase così delicata per il Paese, abbia consigliato la presidenza del Consiglio di monitorare e parzializzare le risorse sul sito, come sta avvenendo da giovedì. Considerata la nota di mercoledì dove si parla di «ricaduta fisiologica della situazione» e considerando i precedenti problemi del sito Inps (sul reddito di cittadinanza per esempio), sarebbe stato consigliabile evitare un clickday. Eppure nessuno sembra essersene preoccupato, né il Dis, che le competenze cyber, né il Viminale.
Ogni anno proprio la polizia postale (Cnaipic) monitora il sito Inps, tra i più vulnerabili dal punto di vista istituzionale. Solo il 22 novembre un'attività di indagine nel settore del cybercrime, l'operazione People 1, ha permesso di arrestare un gruppo di cybercriminali che avevano raccolto centinaia di credenziali di accesso a dati sensibili e migliaia di informazioni private contenute in archivi informatici della pubblica amministrazione, relativi a posizioni anagrafiche, contributive e di previdenza sociale. Casi di questo tipo vanno avanti da anni. Anche nel 2013 gli investigatori sventarono un altro attacco informatico, come nel 2017 o nel 2018. Mercoledì scorso se ne sono dimenticati.
La Di Michele mette le mani avanti Rischio disastro anche per la Cig
Il direttore generale dell'Inps, Gabriella Di Michele, dopo il prevedibile fallimento dell'erogazione dei bonus e il collasso del sito, mette le mani avanti. Nella filiera dello scaricabile da Giuseppe Conte a Pasquale Tridico, la Di Michele dalle colonne di Repubblica fa sapere che «non è colpa sua» e che se il suo nome finisce nel ventilatore dei tagliatori di teste è solo perché «stanno cercando un capro espiatorio». Per ribadire la sua volontà di scivolare sopra la debacle, la stessa dg parla anche con il Corriere della Sera e dalle colonne di Via Solferino cavalca la teoria dell'attacco hacker dimostrando che il governo ha tolto soldi per la sicurezza delle piattaforme. È bene ricordare che per competenza la struttura It, information technology, dipende dalla direzione generale. La Di Michele non è una passante e pure quando lamenta il taglio dei fondi dimostra un concetto di austherity molto soggettivo. Solo nel 2018 sono stati spesi per il comparto digitale quasi 100 milioni e sono stati mandati avanti, dal 2011 a oggi, appalti per 450 milioni. Una cifra enorme che non giustifica le falle in alcun modo. Anche sul tema degli attacchi hacker, la Di Michele, quanto Conte e Tridico ci marciano parecchio. Sanno che ci sono stati attacchi, ma come avviene a ogn click day e a ogni grande scadenza in calendario. Motivo per cui le colpe sono ancora più gravi.
La delicatezza del momento avrebbe richiesto attenzione quasi maniacale. E invece l'unica risposta politica è quella di trovare scuse. Se poi la direttrice generale si sente un capro espiatorio avrà i suoi motivi. Ma rischiano di essere legati a faide interne e al suo particolare rapporto con il presidente Tridico. La super dirigente al termine dell'era Boeri si è riposizionata in breve tempo e pur dovendo accettare qualche ridimensionamento implicito si è allineata subito con la decisioni del presidente voluto dai grillini. Tanto che nemmeno gli internal audit e le vicende che l'hanno coinvolta (quella relativa al mutuo e alla ristrutturazione della casa, più volte denunciate dalle inchieste della Verità) hanno scalfito negli ultimi mesi il suo ruolo. Se ora Tridico decidesse il cambio di passo per salvare la sua poltrona non ci sarebbe da stupirsi. In fondo i background dei due dirigenti pubblici restano molto lontani e il crash del sito potrebbe essere l'occasione per fare i conti interni. Certo, in molti si aspettano che qualche testa salti, ma la politica è complicata. E ha dei risvolti complessi secondo cui nemici storici si trovano alleati per circostanze impreviste. Soprattutto la tremenda figuraccia del sito per il governo diventa una felix culpa, perché porta conseguenze felici per i giallorossi.
In fondo, se la tecnologia va in tilt, Conte potrà sempre trovare responsabili al di fuori di Palazzo Chigi. E nascondere la realtà dei numeri. Lo scorso 20 marzo Tridico aveva annunciato per i bonus agli autonomi la riffa di Stato. Tecnicamente si chiama click day: chi prima arriva meglio alloggia. La politica lo ha subito zittito e lui dopo qualche ora si è rimangiato le dichiarazioni.
Sul tema era intervenuto anche Pier Paolo Baretta, sottosegretario all'Economia, il quale ha cercato di rassicurare i contribuenti in relazione alla possibilità che i soldi stanziati (2,3 miliardi) non bastino, spiegando loro che il governo è pronto a rabboccare il decreto. «Nel caso, le risorse saranno reintegrate con il decreto di aprile», ha concluso. Di conseguenza, se si prende la somma complessiva stanziata e la si divide per 600 euro è facile calcolare che a beneficiarne non saranno più di 3,8 milioni di partite Iva. In tutto, però, gli autonomi sono più di 5,3 milioni. O Tridico assegna importi più bassi (più o meno 400 euro), oppure il metodo click day poteva essere una soluzione.
D'altronde le modalità fin qui usate dalle amministrazioni pubbliche e fiscali lasciano pensare che Tridico non abbia parlato a caso. Poi la politica ha deciso che la realtà è troppo scorretta per essere mostrata. Dunque, soldi promessi a tutti anche se non bastano. Perché è bene ricordare che il decreto di aprile ancora non esiste e se esisterà non sarà varato prima del 10. Il crash prolungato del sito ha così coperto la realtà dei fatti, ha nascosto il tema di fondo: la coperta è troppo corta. Non c'è voluto nessun complotto. Vista l'organizzazione It dell'Inps, è bastato affidarsi a quella. Tutti a parlare dei bachi tecnologici e non dei fondi esauriti.
Solo che gli appuntamenti non sono finiti. In ballo adesso c'è l'assegnazione delle risorse per la cassa integrazione. A metà mese dovranno essere erogati gli assegni e l'istituto più o meno come ha fatto per i bonus ha diffuso le indicazioni per modalità di accesso semplificate. Il D day della Cig si annuncia come un'altra debacle. Il problema è che il governo e quindi i vertici dell'Inps insistono con il promettere ciò che non sono in grado di supportare. La quarantena ha però imposto agli italiani di essere più attenti e il coronavirus rende le promesse misurabili nel brevissimo tempo: ciò che la politica dice oggi, deve farlo la prossima settimana. Non fra anni.
Spese e mantenimento Il sito che ha fatto flop ci costa mezzo miliardo
«L'esclusiva dei servizi online per noi è una grande sfida». Bisogna ritornare indietro di otto anni e ripescare le parole dell'ex presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua (era l'aprile del 2012) per cercare di capire quali sono stati gli investimenti economici su una delle piattaforme digitali più importanti in Italia, quella che gestisce il nostro sistema pensionistici. Fu infatti Mastrapasqua a velocizzare la digitalizzazione della previdenza sociale italiana. Dopo di lui hanno continuato l'operazione i successori Tiziano Treu e Tito Boeri. È stato proprio quest'ultimo a lanciare nel 2017 il nuovo portale, che ha comportato un aumento degli investimenti economici, collassato mercoledì. Il giorno della presentazione Boeri disse: «La filosofia di questo nuovo portale è di porre l'utente al centro». Qualcosa deve essere andato storto.
Fu però Mastrapasqua a decidere di esternalizzare la gestione del sito dell'Inps, confermando un trend ormai di moda nella pubblica amministrazione italiana. Fino a 15 anni fa, infatti, ogni amministrazione aveva pool di ingegneri e informatici che sviluppava in casa le proprie soluzioni. La gestione andava meglio. Perché ogni team di sviluppo vedeva il proprio prodotto come un punto di orgoglio ed era disposto a lavorarci anche di notte per evitare attacchi informatici o malfunzionamenti. Da qualche anno invece è tutto esternalizzato, si sovrappongono esperienze e tecnologie in base a chi vince il bando mentre pool di sviluppo interno non esistono più o sono marginali.
Nel dicembre del 2011 furono affidati lotti per più di 200 milioni di euro a diverse aziende che si sono occupate in questi anni della piattaforma. Tra queste si registrano Rti engineering spa, Ibm, Rti selex, Deloitte e molte altre che insieme hanno avuto il compito di potenziare i rapporti online tra l'ente previdenziale e i cittadini italiani. Dal 2011 a oggi si calcolano appalti per almeno 450 milioni di euro, a cui ne vanno aggiunti altri 100, evidenziati nel rendiconto generale del 2018 dell'Inps. Spulciando il documento si viene a scoprire che a cavallo tra le presidenze Boeri e Tridico sono aumentate le spese per l'infrastruttura digitale. È scritto nero su bianco a pagina 484. Alla voce «spese per i servizi di trasmissione dati forniti dal sistema pubblico di connettività» si legge che la spesa è stata di 51 milioni di euro, in aumento del 37,4% rispetto al 2017, quando era di 37 milioni. E questo è stato fatto per l'attivazione di un bando Consip relativo alla gestione dei portali e dei servizi online.
Infatti, a decorrere dal 2017, sotto la presidenza Boeri, è stato attivato «il nuovo portale istituzionale, finalizzato a rendere detto strumento più moderno e semplice, nonché a incrementare la presenza e l'offerta digitale dell'ente, coinvolgendo direttamente l'utente». Non solo. A questo si aggiungono altri 43 milioni di euro per «l'acquisto di servizi professionali specialistici a supporto dei sistemi informativi», con un incremento del 63,4% rispetto al 2017, quando erano 26 milioni.
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Il portale è finito fuori uso per il tentativo di incrociare con altre piattaforme i dati e per la decisione di modificare i sistemi all'ultimo minuto, senza nessuna verifica.Le tentate intrusioni si verificano sempre, non sono una novità. Pure gli 007 ridimensionano l'allarme.La dg dice che «non è colpa sua», ma il settore It dipende da lei. La figuraccia copre il vero problema: non ci sono abbastanza soldi per tutti. E a metà mese arriveranno le richieste per la cassa integrazione.Il servizio è esternalizzato dal 2012. Nel 2018, con Boeri, le spese sono salite del 34%, le consulenze del 63%.Lo speciale contiene quattro articoli Per avere un'idea della figuraccia rimediata in occasione del click day per il bonus da 600 euro, conviene leggere il tweet di Anonymous. «Caro Inps, vorremmo prenderci il merito di aver buttato giù il vostro sito Web, ma la verità è che siete talmente incapaci che avete fatto tutto da soli togliendoci il divertimento...». I pirati, accusati dal presidente dell'istituto Pasquale Tridico di aver cannoneggiato la piattaforma, stavolta non mentono. Non sono le loro scorribande la causa del collasso del sito che per cinque ore, dalle 12.20 alle 17.30 di mercoledì scorso, è rimasto irraggiungibile per decine di migliaia di lavoratori autonomi in fila per inviare la domanda di accesso al contributo statale. La Verità è riuscita a ricostruire la catena di comandi (e di errori) iniziati già martedì sera. Quando cioè il presidente Tridico e i suoi uomini di fiducia, allarmati dai risultati degli stress test in vista dell'apertura della campagna, decidono di correre ai ripari coinvolgendo una speciale task force della Microsoft, il gigante mondiale dell'informatica. L'idea è di alleggerire il bombardamento dati del sito spostandolo sulla Cdn di Azure, un prodotto appunto della multinazionale Usa. Che cos'è una Cdn? «È una rete di server molto potenti dislocati in tutto il mondo», spiega Josè Compagnone, esperto di usabilità del Web e componente del comitato tecnico scientifico del Glu del Dipartimento della funzione pubblica. «Tanti utenti connessi contemporaneamente a una piattaforma di streaming video o a un sito potrebbero sovraccaricare il sistema, rendendolo instabile e non disponibile per tutti, facendolo crollare». Quindi, per evitare il collasso, aggiunge Compagnone, «il sito può usare una Cdn per distribuire il “carico di lavoro", che effettua tante copie del contenuto, rendendolo disponibile a tutti senza interruzioni». L'idea in teoria è buona, ma il problema è che la migrazione è stata fatta senza alcuna prova preliminare. Senza un minimo di manutenzione. Confidando, insomma, nella buona sorte. «La criticità principale era peraltro relativa alla maschera di connessione alla sezione degli artigiani e dei commercianti», sottolinea una fonte interna all'Inps al nostro giornale. «Un'interfaccia, realizzata dalla società Leonardo, che invece di raccogliere passivamente i dati inseriti dall'utente, effettuava una verifica attiva nelle anagrafiche allungando i tempi di risposta e aggravando il lavoro dei server». La struttura, all'alba di mercoledì, va in sofferenza. Già tra le 9 e le 10 è sul punto di andare in cortocircuito. Intorno alle 12 si registrano due aggressioni hacker. Ma non avevamo detto che Anonymous non c'entra? Infatti è così. «È una cosa fisiologica che succede sempre», spiega alla Verità un esperto di sicurezza delle reti. «Spesso questi attacchi vengo dall'estero, dalla Russia o dalla Cina. Sono azioni di disturbo normalissime, soprattutto se intercettano un traffico alto, e non sono di certo all'origine del crash». Le domande continuano ad arrivare e intasano il sistema. Il sito Inps chiude per cinque ore, dalle 12:20 alle 17.30 dopo aver registrato 339.000 domande. Ma non è finita: quelli che hanno provato a collegarsi, fin dalla mattina, utilizzando le proprie credenziali, accedono invece a schede personali altrui. La privacy è bucata. Si leggono in chiaro mail, codici fiscali, Pin e altre informazioni sensibili. Questo può essere accaduto - secondo quanto abbiamo potuto accertare - per due motivi: perché la cache memory, una sorta di memoria veloce che viene utilizzata per accelerare il grado di interazione tra utente e server principale, non è stata programmata per ripulirsi a ogni nuovo contatto (lasciando tracce delle vecchie connessioni); e perché non è stato disattivato l'interruttore pubblico/privato tra le pagine consultabili. Errori di gestione che mal si conciliano con i milioni di euro spesi per l'It dall'Istituto. «Ero convinto che i server dell'Inps fossero crollati a casa delle molteplici connessioni e non per gli hacker. Stamattina (ieri, ndr), con il mio computer da casa, ho fatto una cosa che può fare chiunque. Ho aperto un software, poi ho lanciato la prima funzione per vedere la struttura della rete Inps. Immediatamente si nota che c'è qualcosa che non va», commenta l'ingegner Carlo Tagliabue, consulente tecnico per reati informatici. «Un qualsiasi programmatore capirebbe che le pagine Inps sono programmate malissimo. Insomma, il sito è pessimo». Eppure, di fronte al disastro di mercoledì, la dg Gabriella Di Michele ha provato a scaricare sul governo la colpa nonostante la legge attribuisca al direttore generale la responsabilità della tecnostruttura. «Paghiamo anche il taglio di 250 milioni deciso con l'ultima manovra relativo alle spese di funzionamento», ha detto al Corriere della Sera, «Questo significa che non possiamo fare tutti i necessari investimenti sulla infrastruttura informatica. Proprio oggi abbiamo deliberato l'assunzione di 165 ingegneri informatici, ma prima dovremo fare i concorsi». Il punto debole, però, come abbiamo visto non è la pianta organica. È stata la scelta di appesantire la funzione dedicata ai bonus per commercianti e artigiani con una «indagine» amministrativa in tempo reale che, non a caso, ieri è stata disattivata consentendo al sito di raccogliere le domande. E lo stesso blackout potrebbe riproporsi il 9 aprile, quando saranno attivati i link per la cassa integrazione. Tridico e il premier Conte hanno assicurato i pagamenti già il 15. «Impossibile con le festività di Pasqua», ci confida un dirigente dell'Inps, «Una promessa che non saremo in grado di mantenere».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dietro-il-tracollo-dellinps-improvvisazione-errori-e-la-smania-di-fare-controlli-2645621925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-hacker-ci-sono-ma-non-c-entrano-nulla" data-post-id="2645621925" data-published-at="1585859194" data-use-pagination="False"> Gli hacker? Ci sono, ma non c'entrano nulla C'è una fonte istituzionale di alto livello che sembra ridimensionare «un attacco hacker» ai danni dell'Inps nella giornata di mercoledì 1° aprile, come sostenuto invece dal presidente Pasquale Tridico e dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. A poche ore, infatti, dal tilt del sito dell'ente previdenziale, il Nucleo sicurezza cibernetica, presieduto dal cyberzar Roberto Baldoni, vice direttore generale del Dis di Gennaro Vecchione, ha diramato una nota dove non si faceva cenno a quanto accaduto. Anzi, l'organo legato a doppio filo ai nostri servizi segreti e al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese si è limitato a spiegare che l'emergenza coronavirus ha aumentato i pericoli di attacchi «ransomware», «ispirati cioè da finalità di lucro e non dall'intento di esfiltrare dati sensibili». E che i fatti recenti sono «episodi che rappresentano una ricaduta “fisiologica" della situazione in corso». Poi, sempre il Nucleo di Baldoni ha assicurato che resta «comunque altissima la vigilanza da parte dei nostri apparati di sicurezza». Sul presunto attacco all'Inps neppure una parola. Il punto è che Tridico e Conte non hanno tutti i torti nel parlare di attacco hacker. In occasione dei click day nella pubblica amministrazione, infatti, accade spesso che qualcuno cerchi di approfittarne. Allo stesso tempo è difficile, se non impossibile, che una minaccia sia capace di far crollare l'intera piattaforma digitale. Ma proprio per il fatto che eventi di questo tipo accadano diverse volte viene da domandarsi per quale motivo proprio al Viminale non abbiano preso le dovute precauzioni. Del resto era attesa un'ondata di accessi, perché la platea dei beneficiari dell'indennità è di quasi 5 milioni di persone. Strano che il Nucleo di Baldoni, impegnato in questi giorni nella difesa degli ospedali tra cui lo Spallanzani di Roma, non si sia confrontato con il ministro Lamorgese per sorvegliare una piattaforma come quella dell'Inps che presenta problemi da anni. Altro aspetto sorprendente è che nessuno degli esperti di Palazzo Chigi, in una fase così delicata per il Paese, abbia consigliato la presidenza del Consiglio di monitorare e parzializzare le risorse sul sito, come sta avvenendo da giovedì. Considerata la nota di mercoledì dove si parla di «ricaduta fisiologica della situazione» e considerando i precedenti problemi del sito Inps (sul reddito di cittadinanza per esempio), sarebbe stato consigliabile evitare un clickday. Eppure nessuno sembra essersene preoccupato, né il Dis, che le competenze cyber, né il Viminale. Ogni anno proprio la polizia postale (Cnaipic) monitora il sito Inps, tra i più vulnerabili dal punto di vista istituzionale. Solo il 22 novembre un'attività di indagine nel settore del cybercrime, l'operazione People 1, ha permesso di arrestare un gruppo di cybercriminali che avevano raccolto centinaia di credenziali di accesso a dati sensibili e migliaia di informazioni private contenute in archivi informatici della pubblica amministrazione, relativi a posizioni anagrafiche, contributive e di previdenza sociale. Casi di questo tipo vanno avanti da anni. Anche nel 2013 gli investigatori sventarono un altro attacco informatico, come nel 2017 o nel 2018. Mercoledì scorso se ne sono dimenticati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dietro-il-tracollo-dellinps-improvvisazione-errori-e-la-smania-di-fare-controlli-2645621925.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-di-michele-mette-le-mani-avanti-rischio-disastro-anche-per-la-cig" data-post-id="2645621925" data-published-at="1585859194" data-use-pagination="False"> La Di Michele mette le mani avanti Rischio disastro anche per la Cig Il direttore generale dell'Inps, Gabriella Di Michele, dopo il prevedibile fallimento dell'erogazione dei bonus e il collasso del sito, mette le mani avanti. Nella filiera dello scaricabile da Giuseppe Conte a Pasquale Tridico, la Di Michele dalle colonne di Repubblica fa sapere che «non è colpa sua» e che se il suo nome finisce nel ventilatore dei tagliatori di teste è solo perché «stanno cercando un capro espiatorio». Per ribadire la sua volontà di scivolare sopra la debacle, la stessa dg parla anche con il Corriere della Sera e dalle colonne di Via Solferino cavalca la teoria dell'attacco hacker dimostrando che il governo ha tolto soldi per la sicurezza delle piattaforme. È bene ricordare che per competenza la struttura It, information technology, dipende dalla direzione generale. La Di Michele non è una passante e pure quando lamenta il taglio dei fondi dimostra un concetto di austherity molto soggettivo. Solo nel 2018 sono stati spesi per il comparto digitale quasi 100 milioni e sono stati mandati avanti, dal 2011 a oggi, appalti per 450 milioni. Una cifra enorme che non giustifica le falle in alcun modo. Anche sul tema degli attacchi hacker, la Di Michele, quanto Conte e Tridico ci marciano parecchio. Sanno che ci sono stati attacchi, ma come avviene a ogn click day e a ogni grande scadenza in calendario. Motivo per cui le colpe sono ancora più gravi. La delicatezza del momento avrebbe richiesto attenzione quasi maniacale. E invece l'unica risposta politica è quella di trovare scuse. Se poi la direttrice generale si sente un capro espiatorio avrà i suoi motivi. Ma rischiano di essere legati a faide interne e al suo particolare rapporto con il presidente Tridico. La super dirigente al termine dell'era Boeri si è riposizionata in breve tempo e pur dovendo accettare qualche ridimensionamento implicito si è allineata subito con la decisioni del presidente voluto dai grillini. Tanto che nemmeno gli internal audit e le vicende che l'hanno coinvolta (quella relativa al mutuo e alla ristrutturazione della casa, più volte denunciate dalle inchieste della Verità) hanno scalfito negli ultimi mesi il suo ruolo. Se ora Tridico decidesse il cambio di passo per salvare la sua poltrona non ci sarebbe da stupirsi. In fondo i background dei due dirigenti pubblici restano molto lontani e il crash del sito potrebbe essere l'occasione per fare i conti interni. Certo, in molti si aspettano che qualche testa salti, ma la politica è complicata. E ha dei risvolti complessi secondo cui nemici storici si trovano alleati per circostanze impreviste. Soprattutto la tremenda figuraccia del sito per il governo diventa una felix culpa, perché porta conseguenze felici per i giallorossi. In fondo, se la tecnologia va in tilt, Conte potrà sempre trovare responsabili al di fuori di Palazzo Chigi. E nascondere la realtà dei numeri. Lo scorso 20 marzo Tridico aveva annunciato per i bonus agli autonomi la riffa di Stato. Tecnicamente si chiama click day: chi prima arriva meglio alloggia. La politica lo ha subito zittito e lui dopo qualche ora si è rimangiato le dichiarazioni. Sul tema era intervenuto anche Pier Paolo Baretta, sottosegretario all'Economia, il quale ha cercato di rassicurare i contribuenti in relazione alla possibilità che i soldi stanziati (2,3 miliardi) non bastino, spiegando loro che il governo è pronto a rabboccare il decreto. «Nel caso, le risorse saranno reintegrate con il decreto di aprile», ha concluso. Di conseguenza, se si prende la somma complessiva stanziata e la si divide per 600 euro è facile calcolare che a beneficiarne non saranno più di 3,8 milioni di partite Iva. In tutto, però, gli autonomi sono più di 5,3 milioni. O Tridico assegna importi più bassi (più o meno 400 euro), oppure il metodo click day poteva essere una soluzione. D'altronde le modalità fin qui usate dalle amministrazioni pubbliche e fiscali lasciano pensare che Tridico non abbia parlato a caso. Poi la politica ha deciso che la realtà è troppo scorretta per essere mostrata. Dunque, soldi promessi a tutti anche se non bastano. Perché è bene ricordare che il decreto di aprile ancora non esiste e se esisterà non sarà varato prima del 10. Il crash prolungato del sito ha così coperto la realtà dei fatti, ha nascosto il tema di fondo: la coperta è troppo corta. Non c'è voluto nessun complotto. Vista l'organizzazione It dell'Inps, è bastato affidarsi a quella. Tutti a parlare dei bachi tecnologici e non dei fondi esauriti. Solo che gli appuntamenti non sono finiti. In ballo adesso c'è l'assegnazione delle risorse per la cassa integrazione. A metà mese dovranno essere erogati gli assegni e l'istituto più o meno come ha fatto per i bonus ha diffuso le indicazioni per modalità di accesso semplificate. Il D day della Cig si annuncia come un'altra debacle. Il problema è che il governo e quindi i vertici dell'Inps insistono con il promettere ciò che non sono in grado di supportare. La quarantena ha però imposto agli italiani di essere più attenti e il coronavirus rende le promesse misurabili nel brevissimo tempo: ciò che la politica dice oggi, deve farlo la prossima settimana. Non fra anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dietro-il-tracollo-dellinps-improvvisazione-errori-e-la-smania-di-fare-controlli-2645621925.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="spese-e-mantenimento-il-sito-che-ha-fatto-flop-ci-costa-mezzo-miliardo" data-post-id="2645621925" data-published-at="1585859194" data-use-pagination="False"> Spese e mantenimento Il sito che ha fatto flop ci costa mezzo miliardo «L'esclusiva dei servizi online per noi è una grande sfida». Bisogna ritornare indietro di otto anni e ripescare le parole dell'ex presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua (era l'aprile del 2012) per cercare di capire quali sono stati gli investimenti economici su una delle piattaforme digitali più importanti in Italia, quella che gestisce il nostro sistema pensionistici. Fu infatti Mastrapasqua a velocizzare la digitalizzazione della previdenza sociale italiana. Dopo di lui hanno continuato l'operazione i successori Tiziano Treu e Tito Boeri. È stato proprio quest'ultimo a lanciare nel 2017 il nuovo portale, che ha comportato un aumento degli investimenti economici, collassato mercoledì. Il giorno della presentazione Boeri disse: «La filosofia di questo nuovo portale è di porre l'utente al centro». Qualcosa deve essere andato storto. Fu però Mastrapasqua a decidere di esternalizzare la gestione del sito dell'Inps, confermando un trend ormai di moda nella pubblica amministrazione italiana. Fino a 15 anni fa, infatti, ogni amministrazione aveva pool di ingegneri e informatici che sviluppava in casa le proprie soluzioni. La gestione andava meglio. Perché ogni team di sviluppo vedeva il proprio prodotto come un punto di orgoglio ed era disposto a lavorarci anche di notte per evitare attacchi informatici o malfunzionamenti. Da qualche anno invece è tutto esternalizzato, si sovrappongono esperienze e tecnologie in base a chi vince il bando mentre pool di sviluppo interno non esistono più o sono marginali. Nel dicembre del 2011 furono affidati lotti per più di 200 milioni di euro a diverse aziende che si sono occupate in questi anni della piattaforma. Tra queste si registrano Rti engineering spa, Ibm, Rti selex, Deloitte e molte altre che insieme hanno avuto il compito di potenziare i rapporti online tra l'ente previdenziale e i cittadini italiani. Dal 2011 a oggi si calcolano appalti per almeno 450 milioni di euro, a cui ne vanno aggiunti altri 100, evidenziati nel rendiconto generale del 2018 dell'Inps. Spulciando il documento si viene a scoprire che a cavallo tra le presidenze Boeri e Tridico sono aumentate le spese per l'infrastruttura digitale. È scritto nero su bianco a pagina 484. Alla voce «spese per i servizi di trasmissione dati forniti dal sistema pubblico di connettività» si legge che la spesa è stata di 51 milioni di euro, in aumento del 37,4% rispetto al 2017, quando era di 37 milioni. E questo è stato fatto per l'attivazione di un bando Consip relativo alla gestione dei portali e dei servizi online. Infatti, a decorrere dal 2017, sotto la presidenza Boeri, è stato attivato «il nuovo portale istituzionale, finalizzato a rendere detto strumento più moderno e semplice, nonché a incrementare la presenza e l'offerta digitale dell'ente, coinvolgendo direttamente l'utente». Non solo. A questo si aggiungono altri 43 milioni di euro per «l'acquisto di servizi professionali specialistici a supporto dei sistemi informativi», con un incremento del 63,4% rispetto al 2017, quando erano 26 milioni.
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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