A discutere su alcune pagine di un testo fondamentale (La questione tecnologica di David Noble) è in questa puntata un ospite non umano: ChatGpt, uno dei più popolari software della cosiddetta intelligenza artificiale. Le risposte lette da un sintetizzatore vocale. L'intervento di Noble risale agli anni Ottanta e spiega molto bene come l’IA non sia un problema nuovo. La sua radice, ovvero l’uso politico del progresso tecnologico, è una faccenda antica, che ogni «rivoluzione» pone. Le innovazioni non sono mai neutre: dipende chi le progetta, chi decide come usarle e con quali obiettivi. E il manto di inevitabile neutralità ciclicamente accompagna i grandi cambiamenti, impedendo spesso a chi ne paga le conseguenze di avere voce in capitolo. Noble lo scriveva a proposito degli albori dell’automazione. Ma oggi è ancora una volta attuale. E ChatGpt? Sembra condividere il problema: il software è costruito per prendere le distanze da sé stesso e sottolineare l’urgenza di linee etiche accettabili e condivise. Però, a domanda diretta sull’eventualità che una risposta fornita dalla chat di IA possa implicare direttamente il licenziamento di un giornalista così divenuto di colpo obsoleto e costoso, i dubbi sono pochi.
Miti duri a morire. Sono quelli sul legame tra religione e economia che sopravvivono, anche tra le persone più istruite, nonostante siano privi di riscontri. I principali sono due; il primo riguarda la teoria del sociologo Max Weber (1864-1920) secondo cui alla base del capitalismo vi sarebbe l’etica protestante; il secondo riflette l’idea che la religione sia un fatto privato, un tema di coscienza e, quindi, sostanzialmente privo di effetti pubblici. Ebbene, entrambe le tesi sono false. Iniziando con la celebre teoria weberiana, c’è da dire come essa sia stata da tempo smentita se non perfino rovesciata.
In effetti, già 25 anni or sono, in un articolo pubblicato su Social Forces, Jacques Delacroix e François Nielsen esaminavano la fortunata suggestione di Weber derubricandola a «mito». I due studiosi, infatti, esaminando in Paesi europei alla fine del XIX secolo diversi indicatori del capitalismo industriale trovano che i Paesi protestanti non erano sistematicamente più ricchi, non avevano sviluppato prima le principali istituzioni capitalistiche e non mostravano un chiaro modello di sviluppo economico superiore.
C’è di più. Un’indagine uscita su The Economic Journal - rivista scientifica con 130 anni di storia - e realizzata da un team di ricercatori danesi, ha ricondotto la nascita del capitalismo all’influenza di un ordine monastico benedettino ben preciso: quello cistercense, che risale al 1098, la bellezza di quasi quattro secoli prima della nascita di Martin Lutero. A suffragio di detta ipotesi, questi ricercatori hanno innanzitutto rimarcato la peculiare volontà di quei monaci, che era quella d’un ritorno alla stretta osservanza della Regola di san Benedetto e alla manualità, nonché al rifiuto di vivere del lavoro altrui, giudicato come illecito; tutti aspetti che, con altri, hanno favorito il fiorire dell’economia.
Tanto che quegli studiosi danesi, guidati dal professor Thomas Barnebeck Andersen, nel loro lavoro pubblicato nel 2017 hanno osservato come l’eredità cistercense sopravviva ancora oggi: «Le regioni che in Europa sono state storicamente più influenzate dai cistercensi tendono oggi a mostrare maggiore vocazione per il duro lavoro e, in misura minore, per la parsimonia». Motivo per cui l’ordine cistercense non solo ha favorito la nascita del capitalismo, ma sembra proprio abbia avuto «un impatto duraturo sullo sviluppo economico europeo». Con tanti saluti alla tesi di Weber, che tuttavia resta estremamente popolare, viene illustrata nelle università ed è citatissima da gente colta ma, a quanto pare, non così aggiornata.
Un secondo e ancor più insidioso mito - purtroppo ormai radicatosi anche tra i cattolici - riguarda, come si diceva in apertura, la presunta dimensione privata della religione, che sarebbe da considerarsi come tema di coscienza. Sfortunatamente per quanti abbracciano questa convinzione, essa risulta sconfessata. La pratica religiosa risulta infatti ampiamente intrecciata a tantissimi aspetti che hanno implicazioni economiche e sociali lampanti: la fertilità, il risparmio privato, il contrasto allo spreco, il tempo dedicato al volontariato, la beneficenza. Blake V. Kent, sociologo del College of arts & sciences della Baylor University, qualche anno fa ha pubblicato sul Journal of Social Psychology uno studio per testare - su un campione di 739 lavoratori adulti di diverse confessioni - la qualità dell’impegno sul posto di lavoro.
Ebbene, Kent ha scoperto come a mostrare «livelli più elevati di impegno» fossero i cattolici, che superavano del 3% gli evangelici e del 9% le persone non affiliate ad alcuna tradizione religiosa. Anche altri studi, che manca qui lo spazio di riportare, hanno rilevato l’influsso positivo della fede nella produttività lavorativa. Al punto che da tempo, più che la quantificazione dell’apporto religioso a singoli comportamenti con ricadute economiche, la sfida sta diventando un’altra: provare a quantificare benefici complessivi della religione alla società. A questo proposito, dieci anni fa aveva fatto notizia un’analisi pubblicata sull’Interdisciplinary Journal of Research on Religion secondo cui l’apporto all’economia statunitense della compagine religiosa ammontava nel 2016, appunto, a 1.200 miliardi di dollari; un valore, annotava Harriet Sherwood sul Guardian, «superiore al fatturato complessivo delle 10 principali aziende tecnologiche statunitensi, tra cui Apple, Amazon e Google».
Per spiegare questo dato, ha evidenziato Brian J. Grim, fondatore della Religious Freedom & Business Foundation e coautore di questo studio, bisogna tener presente come le realtà religiose oggi non si occupino, «solo» di istruzione o del soccorso ai senzatetto, offrendo, per esempio, 130.000 articolati programmi di recupero dall’alcolismo, 120.000 piani di aiuto per i disoccupati; solo nel sostegno alle persone con l’Aids, negli Stati Uniti c’è un esercito di 26.000 congregazioni ad offrire aiuti. «L’impronta della religione negli Stati Uniti», ha recentemente commentato alla luce di questi dati, Sarah Rose Patero sul Michigan Journal of Economics, «è una silenziosa ma potente forza trainante dell’economia americana. Con oltre 344.000 congregazioni religiose sparse in tutto il paese, i luoghi di culto offrono molto più di un semplice rifugio spirituale». La cosa che maggiormente colpisce è come l’apporto della religione all’economia sia stato riscontrato perfino in Paesi dove soffia, impetuoso, il vento del secolarismo.
Nel settembre 2020, per esempio, è uscito un altro rapporto che, con riferimento all’economia del Canada, ha quantificato in oltre 67 miliardi di dollari - 67,48 per la precisione - il contributo al Pil riconducibile all’attività dei servizi religiosi nella società, alla beneficenza e a tutto ciò che sia espressione del positivo influsso delle chiese. Più recentemente, nel febbraio 2025, è stato poi pubblicato Fruits of the Vine, un report realizzato dai ricercatori Anna Faria e Grant Clayton dell’Università del Colorado, secondo cui nel solo Stato americano del Minnesota i benefici della fede sono stimabili in circa 5 miliardi di dollari, con la Chiesa cattolica che contribuisce a creare posti di lavoro, che sostiene le imprese e che riduce i costi sociali, favorendo la prosperità dello Stato.
Più nel dettaglio, Fruits of the Vine ricorda che le organizzazioni sanitarie cattoliche del Minnesota contribuiscono con 3,2 miliardi di dollari all’anno - attraverso ospedali, strutture di assistenza a lungo termine, cure palliative e servizi di assistenza domiciliare - cui vanno aggiunti gli 1,45 miliardi di benefici economici per l’istruzione offerta dagli enti religiosi e, infine, i 136 milioni riconducibili al volontariato e altre forme di beneficio all’economia. Ora, se si considera che il Minnesota ha 5,8 milioni di abitanti e che i cattolici (18%) sono minoranza, essendo superati dai luterani (23%) e da altre denominazioni protestanti (20%) - e soprattutto che lo Stato americano non ospita la Santa Sede e il Papa -, una stima molto conservativa e prudente, guardando all’Italia, ci porta a considerare i benefici della Chiesa cattolica al Belpaese in termini di decine di miliardi di euro ogni anno.
«Particolarmente vivace» e più forte dopo le difficoltà del passato. Così il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato, a margine del Business Forum Italia-Norvegia alla Farnesina, il lancio dell’offerta pubblica di acquisto di Intesa Sanpaolo nei confronti di Monte dei Paschi di Siena.
«Sono sempre favorevole al libero mercato, quindi non tocca a me fare il tifo per una banca o per un’altra», ha affermato Tajani.
Il vicepremier ha sottolineato come la vitalità del settore bancario debba diventare «uno strumento fondamentale per sostenere l’economia reale», evidenziando il rafforzamento del sistema creditizio italiano dopo le crisi che hanno interessato il comparto negli anni passati.
«Basta cacicchi», aveva promesso Elly Schlein.
«I cacicchi erano capi tribù del Sudamerica, gente riconosciuta dal popolo».
Vladimiro Crisafulli, detto Mirello, è considerato il più illustre esponente della vituperata categoria.
«Non mi sembra offensivo essere riconosciuti, ma loro sono abituati a dirigenti anonimi».
Già potentissimo senatore del Pd, si gode la vendetta sul cucuzzolo della Sicilia.
«Mi godo il risultato».
Eletto sindaco di Enna con un plebiscito.
«Praticamente».
Senza il simbolo del partito.
«Questo ha contribuito al mio straordinario successo».
Nientemeno.
«Quando prendi più del 64%, vuol dire che non ti ha votato uno schieramento ma una città che sceglie a prescindere dall’appartenenza».
Speravano di fregare l’intramontabile Mirello, ma gli hanno fatto un favore.
«Non c’è dubbio».
Nessun patimento?
«Io ho sofferto solo per il doloroso e traumatico addio al Pci. Il resto cosa vuole che sia?».
Perché le hanno negato il simbolo?
«Mi hanno detto che sono anziano».
Ha 75 anni.
«È una spiegazione totalmente priva di logica e argomenti. Gli ho chiesto allora di specificarlo nello statuto: si può candidare nel Pd soltanto chi ha un’età compresa tra i 20 e i 50 anni».
Chi ha eccepito?
«Il segretario regionale, Barbagallo, e tale Taruffi».
Responsabile organizzazione del Pd.
«Pare di sì».
Schleineiano ortodosso.
«A me sembra solo senz’osso».
Non proprio un acchiappa voti.
«Nemmeno un acchiappa simpatia».
E Barbagallo?
«Quando Togliatti venne a Messina ci spiegò che prima di tutto dovevamo essere comunisti siciliani».
Invece?
«Vedo soltanto appiattimento e incapacità. Ma noi abbiamo trovato un’alternativa molto originale».
Il campo largo si è fermato a Pergusa.
«Pd, 5 stelle, Avs e Casa riformista qui non si sono nemmeno presentati».
Bastava Mirello.
«Ho preso i voti anche per loro. Eventualmente, posso sempre distribuire qualcosa».
Modello Enna.
«Abbiamo creato un campo alternativo. Con noi c’erano pure pezzi del centrodestra moderato».
Anche l’altro cacicco per eccellenza, Vincenzo De Luca, ha vinto a Salerno senza simbolo.
«Un interrogativo se lo dovrebbero porre: come mai vinciamo dove non c’è il simbolo e spesso non vinciamo dove c’è?».
Volevano far fuori Crisafulli perché anzianotto.
«Dicono così. Io però non gli credo: il problema nasce dalla mia guerra all’attuale segretario in Sicilia e a chi lo sosteneva».
Alla fine ha deciso Schlein di non appoggiarla?
«Che si sia accodata o abbia dato il via, poco importa. In ogni caso, non ha avuto un ruolo diverso da quello di Taruffi».
L’ha incontrato?
«Durante un’assemblea regionale mi ha detto orgogliosamente che il suo nome, Igor, è un omaggio all’Unione sovietica. Gli ho riposto: “Figuriamoci io, che mi chiamo Vladimiro”».
Nel 2013 lei era finito tra gli impresentabili del Pd.
«Accuse ridicole. Ma Bersani decise comunque di non ricandidarmi».
Accettò di buon grado?
«Di buon grado, sicuramente no. Ne presi atto e basta».
Ha mai riparlato con Bersani?
«Evito di discutere con chi non è in grado di guidare un partito senza farsi condizionare».
Mirello è tornato.
«Romperò i coglioni a Barbagallo e Taruffi finché campo».
E a Schlein?
«Pure a lei, se continuerà a coprire l’attuale segretario regionale. È stato eletto, tra l’altro, con evidenti irregolarità».
Chi l’ha chiamata per congratularsi?
«Anna Finocchiaro, Luigi Zanda, Enzo Bianco, tanti dalemiani...».
Mezzo partito?
«Diciamo di sì».
Il «Barone rosso» continua a sorvolare sul capoluogo più alto d’Italia.
«D’Europa, per la verità».
Scruta l’orizzonte.
«Più in alto si va, più si allarga la visuale».
E cosa vede?
«Se non si mette mano al Pd, l’anno prossimo perderemo le elezioni: prima quelle regionali e poi quelle politiche».
A Roma l’alleanza con i 5 stelle arranca?
«Va fatta, ma non è sufficiente. Bisogna aggregare tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa all’attuale governo: associazioni, mondo del lavoro, partiti».
Quali partiti?
«Forza Italia, per esempio. Come abbiamo fatto a Enna».
Il campo largo s’è impantanato?
«Basta con ‘sta manfrina delle primarie. Chiunque vinca, comunque perderà le elezioni. I 5 stelle a Schlein non la votano. Com’è successo a Messina: al primo turno hanno appoggiato il candidato del Pd, al secondo quello di Cateno De Luca».
A Venezia hanno sostenuto Simone Venturini, civico di centrodestra.
«Esattamente».
E chi sceglierebbe Crisafulli alle primarie?
«Schlein».
L’ha già votata nel 2023.
«E non me ne pento. Ha fatto un grandissimo sforzo per mettere insieme una coalizione».
Si continua a definire «testardamente unitaria».
«Deve capire però che questa coalizione non è sufficiente».
Vincerà lei?
«Forse sì, ma tanto non servirà a niente. Alle politiche il risultato non sarà la somma dei due partiti».
Quindi?
«Bisogna convincerla a non candidarsi, anche per non farle correre il rischio di venire sconfitta da Conte».
Allora?
«Ci vuole una soluzione alternativa alle primarie».
Il metodo della maggioranza?
«Dove il leader del partito che prende più voti diventa presidente del Consiglio».
Oppure?
«Un’intesa, come ai tempi dell’Ulivo: concordammo insieme chi era il più forte. Quel punto di equilibrio soddisfò tutti e ci trascinò alla vittoria, sia la prima che la seconda volta».
Anche Prodi fece le primarie nel 2005.
«Ma non furono davvero aperte: gli sfidanti erano Bertinotti o Mastella. Servirono però a coinvolgere oltre quattro milioni di persone».
Il campo largo sembra rissoso come il vecchio Ulivo.
«Molto di più. Allora i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita, le due forze prevalenti, erano solidi. Questi sono acqua fresca. Non sanno cosa succede oggi e neppure domani».
Schlein si circonda di anonimi fedelissimi?
«Chi sceglie solo fedelissimi non fa il segretario. Fa il capocordata».
E se la nuova legge elettorale dovesse reintrodurre le preferenze?
«Io potrei candidarmi nel collegio di Taruffi».
Prenderebbe più voti?
«Di meno, certamente no».
«A Enna vinco con il maggioritario, con il proporzionale e pure con il sorteggio» disse una volta.
«Stavolta è andata così».
Grazie ai suoi buoni uffici, vent’anni fa nacque l’università Kore.
«Se non ci inventavamo qualcosa di nuovo, il destino di questa città era segnato. Dopodiché, siamo arrivati al dunque. Era necessario ottenere il decreto per riconoscere la quarta università dell’isola. Avevamo provato più volte, ma c’era totale chiusura. Gli altri rettori temevano la concorrenza».
A quel punto si mise a capo della rivolta.
«Occupammo l’autostrada Palermo-Catania. C’erano pure politici, studenti, cittadini. Alla fine il ministro firmò il decreto».
Lo scorso gennaio Massimo D’Alema è stato ospite dell’ateneo per un convegno sul futuro di Italia ed Europa. Ha parlato anche del campo largo.
«Sostenendo che vanno superati gli schemi rigidi».
Siete ancora in splendidi rapporti?
«È l’unico grande leader rimasto».
Ingeneroso.
«Brave persone, bravi compagni, bravi amici. Ma di teste veramente pensanti, sia sul piano della politica nazionale che di quella internazionale, non ce ne sono altre».
Mirello, che si definisce «il più democratico tra i comunisti», ha in serbo grandi cose.
«Dobbiamo rivoluzionare la città. È diventata sbiadita, senza prospettive. Allo stesso tempo, voglio contribuire a cambiare il partito e la politica siciliana. Saremo fastidiosi per tutti».
La rivincita dei cacicchi.
«Gli dimostreremo che siamo bravi, al di là dei loro starnuti. Hanno deciso di non fare politica, ma semplicemente di intonare ritornelli. In Sicilia nemmeno quelli: si accontentano del contro canto».
Li aveva avvertiti: «A Enna il Pd sono io».
«E così è finita».
Le polemiche sulla mancanza di sicurezza a Genova hanno trasformato la sindaca Silvia Salis in un’aspirante sceriffa. Se non addirittura nel clone in gonnella del viceré di Salerno, Vincenzo De Luca. La città è sempre più preda di bande di maranza e stranieri irregolari e, il 30 maggio, uno di questi, il senegalese Cissé Camara, ha ucciso in modo ferino il quarantottenne milanese Pietro Alberto Paolo Signor. A distanza di sette giorni la prima cittadina è corsa ai ripari e ha lanciato l’operazione «Largo raggio», con cui 25 agenti della polizia municipale, nella notte tra il 6 e il 7 giugno, hanno intensificato i controlli sul lungomare cittadino e nelle zone limitrofe per provare a limitare i mugugni dei genovesi sempre più infastiditi dal senso di insicurezza che si sta diffondendo nel capoluogo ligure.
È la prova che, quando si vuole, anche la polizia municipale può essere impiegata per garantire la sicurezza e non solo per dare multe ai cittadini che portano i cani a fare la pipì senza la bottiglietta dell’acqua. Ieri le agenzie di stampa hanno diffuso questa dichiarazione della Salis: «Per tutta la stagione la nostra attenzione si concentrerà in modo capillare anche sulle zone nevralgiche della movida estiva, per garantire a genovesi e turisti un divertimento sicuro e nel pieno rispetto delle regole di convivenza». La prima cittadina, ringraziando i vigili, ha mandato un messaggio al governo: «I nostri agenti operano con grande professionalità, trovandosi sempre più spesso a far fronte a necessità di presidio e sicurezza che spingono il loro raggio d’azione ben oltre le tradizionali competenze municipali. […] Ma la polizia locale, anche per una questione di competenze, non può arrivare ovunque: è il motivo per cui da quando mi sono insediata ho chiesto più risorse al governo sulla sicurezza per i Comuni e rinnovo ancora una volta l’invito a sottoscrivere il prima possibile nuovi Patti per la sicurezza cittadina». Nel corso del servizio sono state controllate 78 persone, tra cui numerosi giovani, cittadini stranieri e minorenni. Due extracomunitari hanno provato a fuggire a bordo di un motorino rubato, ma sono stati fermati. Pure l’assessora a Polizia locale e Sicurezza, Arianna Viscogliosi, autorevole esponente di Italia viva (come la Salis è considerata una «creatura» di Matteo Renzi), ha mostrato un cipiglio da amministratrice di un Comune di centrodestra (e in effetti era già stata in giunta con l’ex sindaco Marco Bucci). Giovedì in Consiglio comunale ha attaccato il governo per i mancati rimpatri e, a proposito di Camara, ha detto: «L’autore del reato era una persona irregolare sul territorio nazionale da anni, con precedenti penali, già nota alle forze dell’ordine e alla polizia locale e che da tempo non avrebbe dovuto trovarsi in Italia». In versione ultrà della remigrazione, ha domandato: «Quali strumenti mette in campo lo Stato per espatriare soggetti come questo?». Ma ancor prima di ricevere la risposta ha decretato che tali «strumenti evidentemente non funzionano».
In tv ha rincarato la dose: «Il governo è il principale responsabile delle politiche di sicurezza che dovrebbe lavorare per creare degli accordi che permettano rimpatri veloci». E ha rimarcato, citando il Senegal, che la loro mancanza «non consente il rimpatrio dei cittadini che vengono ritrovati a delinquere sul nostro territorio».
Una voglia di Cpr e di rimpatri che era stata anticipata dalla Salis in un’intervista televisiva quando aveva detto: «Il 70 per cento degli irregolari che vengono fermati nella nostra città poi rimangono sul territorio perché non esistono dei protocolli di espulsione che funzionino; poi ogni anno riceviamo centinaia di minori non accompagnati che spesso sono molto difficili da gestire».
Su Instagram, poche settimane fa, aveva anticipato il cambio di linea: «La sicurezza è un diritto. Di tutte e tutti. La sinistra ha regalato il tema alla destra ed è arrivato il momento di riprendercelo».
La Salis sceriffa sembra una lontana parente di quella che, l’anno scorso, concionava di «sicurezza integrata» con «l’aspetto sociale, sanitario e comunitario» e regalava supercazzole come questa: «Spesso la percezione di insicurezza non corrisponde alla realtà dei reati, ma è influenzata dal degrado urbano».
Nel frattempo, probabilmente per far digerire la svolta securitaria a una maggioranza di cui fa parte Avs, la giunta Salis ha annunciato proprio ieri «la resistenza» contro il ddl Valditara che prescrive il consenso informato da parte delle famiglie sull’educazione affettiva nelle scuole medie e superiori, escludendola in quelle primarie e dell’infanzia.
A Genova, come riportato dal sito de La Repubblica, l’assessora al Diritto all’istruzione e alle pari opportunità, Rita Bruzzone, ha annunciato le barricate, difendendo quel tipo di educazione, già garantita in quattro scuole comunali dell’infanzia: «Se il ddl vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia» ha anticipato la Bruzzone.
Ma torniamo alla sicurezza. Ilaria Cavo, la consigliera comunale più votata e deputata di Noi moderati, sottolinea lo scaricabarile della giunta, dopo l’omicidio di Signor, oltre che l’improvvisa passione per i rimpatri veloci: «La maggioranza comunale di centrosinistra, molto sbilanciata a sinistra, ha attaccato in ogni modo e in ogni dibattito in Consiglio comunale i provvedimenti del governo sulla sicurezza, la scelta di identificare i Paesi sicuri per velocizzare e assicurare i rimpatri di chi non ha diritto di restare, e adesso fa la giravolta?».
La Cavo ricorda che la sua parte politica «crede che in questo Paese ci debba essere inclusione e lavoro per gli immigrati che hanno diritto a rimanere», ma che «ci vuole coerenza e, appunto, chiarezza». Quindi aggiunge: «Il tema della sicurezza è una cosa seria e ben vengano le posizioni di buon senso, persino il ravvedimento della giunta Salis, purché ci sia linearità e coerenza. Ammettano di aver sbagliato, criticando la politica del centrodestra sull’immigrazione e smettano di attaccare le norme in materia di immigrazione». Infine, la parlamentare punzecchia anche l’assessora («Nell’elenco dei Paesi sicuri rientra anche il Senegal, che tanto preoccupa la Viscogliosi») e si augura che il tema della sicurezza venga affrontato nella conferenza stampa che la Salis ha indetto per giovedì, in occasione del primo anniversario della sua giunta. La Cavo, nota giornalista tv, conclude commentando la polemica sulla presunta volontà della prima cittadina di mettere il bavaglio ai cronisti: «Nonostante il tentativo evidente della sindaca di conoscere in anticipo i temi delle domande, c’è stata la rassicurazione dell’Ordine dei giornalisti che le domande saranno libere per tutti».
La richiesta arrivata dal Comune di conoscere in anticipo i quesiti dei cronisti ha fatto infuriare la Lega.
La capogruppo in Comune Paola Bordilli e il consigliere Alessio Bevilacqua, ieri, hanno attaccato: «Silvia Salis scappa dal confronto aperto perché terrorizzata dalle domande libere. Ma chi governa una città straordinaria come Genova ha il dovere di rispondere a viso aperto, non il diritto di imporre il copione ai giornalisti per evitare le domande scomode».






