A discutere su alcune pagine di un testo fondamentale (La questione tecnologica di David Noble) è in questa puntata un ospite non umano: ChatGpt, uno dei più popolari software della cosiddetta intelligenza artificiale. Le risposte lette da un sintetizzatore vocale. L'intervento di Noble risale agli anni Ottanta e spiega molto bene come l’IA non sia un problema nuovo. La sua radice, ovvero l’uso politico del progresso tecnologico, è una faccenda antica, che ogni «rivoluzione» pone. Le innovazioni non sono mai neutre: dipende chi le progetta, chi decide come usarle e con quali obiettivi. E il manto di inevitabile neutralità ciclicamente accompagna i grandi cambiamenti, impedendo spesso a chi ne paga le conseguenze di avere voce in capitolo. Noble lo scriveva a proposito degli albori dell’automazione. Ma oggi è ancora una volta attuale. E ChatGpt? Sembra condividere il problema: il software è costruito per prendere le distanze da sé stesso e sottolineare l’urgenza di linee etiche accettabili e condivise. Però, a domanda diretta sull’eventualità che una risposta fornita dalla chat di IA possa implicare direttamente il licenziamento di un giornalista così divenuto di colpo obsoleto e costoso, i dubbi sono pochi.
- Fratoianni e Bonelli si appigliano alle mail di Bannon su Salvini e invocano una commissione d’inchiesta per accertare «manipolazioni» della democrazia. Nei messaggi però ci sono solo millanterie di un trombato.
- Per Natale l’ex reale inviava foto delle sue figlie al pedofilo Epstein. Travolto pure il miliardario Thomas Pritzker, presidente di Hyatt Hotels e cugino del governatore dem dell’Illinois.
Lo speciale contiene due articoli.
Per costruire una grande menzogna, ci vogliono tante piccole verità. Altrimenti nessuno ci crederebbe fin dal principio. Il concetto, attribuito al filosofo tedesco Ernst Bloch, descrive bene la maldestra conferenza stampa con cui i leader di Avs, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, hanno cercato ieri di utilizzare lo scandalo degli Epstein files come clava contro la Lega e la maggioranza. Proprio mentre emergono legami tra il loro partito e i responsabili dell’uccisione di Quentin Deranque, il ventitreenne francese ammazzato a Lione da frange dell’estrema sinistra transalpina legata a Jean-Luc Mélenchon.
Prima verità: Matteo Salvini compare negli Epstein files, in particolare nelle conversazioni tra il finanziere ebreo e Steve Bannon, ex «stratega di Trump». Seconda verità: Epstein aveva contatti con tanti potenti del mondo e, benché non vi sia una verità giudiziaria che lo attesti in maniera inequivocabile, ci sono molti elementi per ritenere che registrasse materiale a sfondo sessuale per ricattarne alcuni. La grande menzogna sarebbe usare queste due verità per attaccare la Lega, senza prima aver letto i documenti originali e aver valutato il contesto del periodo cui si riferiscono. Tanto più che, nella rete del faccendiere, vi è una netta prevalenz di individui legati alla galassia liberal, come dimostra la cronaca americana ed europea delle ultime settimane.
«Sto andando a Milano per incontrare Salvini», scrive Bannon a Epstein il 4 marzo 2018. Data che a qualcuno suonerà familiare, perché quel giorno si tennero le elezioni in cui il M5s superò il 30%, consegnandoci alla legislatura di lockdown e green pass. In una chat su iMessage del 9 marzo successivo, Bannon si spaccia già per consigliere dell’allora Front National di Marine Le Pen, della Lega, di Afd, dello Swiss People's Party e dei partiti di Viktor Orbán e Nigel Farage. L’americano pensa già alle europee del maggio 2019, in cui prevede un boom di 200 seggi per le forze sovraniste. Non andò così. Infatti, grazie ai voti «decisivi» dei pentastellati nacque la prima commissione Ursula, e con lei la legislatura del Green deal. Un altro incontro, dai file, sembra essere avvenuto a settembre dello stesso anno. «Sono solo concentrato a raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano presentare liste complete [di candidati]», si legge invece in un’altra chat del 5 marzo 2019, pochi più di due mesi prima delle elezioni.
Questo è quanto si trova su Salvini nei file desecretati dal Dipartimento della Giustizia americano (per altro stando alle sole parole di Bannon). E questo è quanto basta al duo di Avs per chiedere una commissione d’inchiesta per verificare un’eventuale «manipolazione dell’opinione pubblica» nel nostro Paese e in Europa. Fratoianni e Bonelli parlano di «moltissimi riferimenti» che ci sono all’interno dei file «al vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e soprattutto alla Lega»: «La Lega ha smentito», affermano, «ma da Bannon non c’è una parola». Tentativo patetico, e nemmeno troppo fantasioso: ci hanno già provato nel 2018, col caso Metropol, a screditare il Carroccio denunciando presunti finanziamenti russi. Morale della vicenda, finita archiviata: non basta che due persone si incontrino, o perfino che intavolino una presunta trattativa, affinché si configurino reati di corruzione.
Steve Bannon è stato il direttore della campagna elettorale di Donald Trump nel 2016, considerato la mente dietro al primo, impronosticabile successo di The Donald: peccato che dopo i primi mesi di mandato, nei quai ricopriva il ruolo di capo stratega della Casa Bianca, fu licenziato. E poi Trump ha rivinto nel 2024, ancora più inaspettatamente visti i fatti di Capitoll Hill, ma senza di lui. Evidentemente, non era così fondamentale. Dal 2017, Bannon si è autoritagliato il ruolo di punto di riferimento globale del mondo Maga e identitario, senza ricoprire alcun incarico ufficiale. In altre parole, Bannon dal 2017 conta poco nulla. Tanto è vero che, come mostrano le conversazioni con Epstein, cercava in tutti i modi di finire sulla stampa internazionale: chi conta veramente qualcosa, e sta realmente muovendo pedine sulla scacchiera del potere mondiale, non ha tutta questa voglia di apparire. Tutt’altro. Tant’è che, in un altro scambio del 2018 con Epstein, Bannon invoca il ricorso al venticinquesimo emendamento perché considera Trump mentalmente instabile (letteralmente: «oltre il bordeline»). Ed Epstein cerca più volte di frenare questa sua idea dell’internazionale sovranista.
Tuttavia, agli occhi degli europei Bannon era un volto del nuovo Gop targato Trump. E qualunque partito che conti qualcosa tesse legami con forze politiche estere di ispirazione simile. Non sfuggirà certo ad Avs, non solo erede, con vari avvicendamenti, del fu Partito comunista italiano - che ai tempi non disprezzava i rubli (questi accertati) dei sovietici - ma anche in ottimi rapporti con l’estrema sinistra francese, come dimostrano i fatti di questi giorni. O come insegna Ilaria Salis, accolta a braccia aperte e candidata all’europarlamento, anche lei affiliata a reti antifa europee.
Oltre al fatto che chiunque aspiri a governare l’Italia debba avere rapporti con la prima potenza mondiale, è a maggior ragione ovvio che chiunque in Europa si ponga l’obiettivo di mettere in discussione i dogmi dell’Ue, moneta unica e vincoli di bilancio in primis, debba per forza avere il sostegno di Washington. Sarebbe stato folle, al contrario, se la Lega e Salvini non avessero avuto interlocuzioni con i repubblicani Usa. E, al di là del soggetto, Bannon stava cercando col suo «The Movement» di unire i partiti populisti e sovranisti d’Europa. Un flop, proprio come il soggetto, e infatti non se n’è fatto più nulla. E come la coppietta di Avs, cui fa comodo dire il contrario.
Il caso Tortora è la storia del più clamoroso abbaglio della giustizia italiana. Insieme a Vittorio Pezzuto, autore di «Applausi e sputi», ripercorriamo l'arresto di Enzo Tortora, le bugie dei falsi pentiti e la gogna mediatica di un uomo che trasformò il proprio calvario in una battaglia di civiltà per tutti i cittadini.
Serve davvero una intensa attività onirica per definire «un incontro che ha generato svolte decisive per il futuro dell’Unione europea», la riunione informale dei leader dell’Ue, tenutasi il 12 febbraio scorso in Belgio, nel castello di Alden Biesen. Diversi osservatori e alcuni giornali, vicini al sentimento della Commissione europea, hanno sottolineato l’importanza della presenza di Mario Draghi ed Enrico Letta per la «sferzata» che avrebbero dato ai capi di governo presenti, invitandoli ad agire rapidamente per cambiare lo stato delle cose di fronte al deterioramento del panorama economico e alle divisioni interne all’Unione. Ma questa è appunto attività onirica; la realtà ci consegna invece una Europa che, oscillando tra la consapevolezza dell’urgenza e il pragmatismo sulle difficoltà di integrazione, è sostanzialmente incapace di decidere: solo parole e niente fatti.
È del tutto naturale quindi che affiori scetticismo, sia negli osservatori che nell’opinione pubblica: ci si interroga su quante volte i leader si debbano riunire per dibattere sempre le stesse cose senza mai fare ciò che dovrebbero. Quante volte si assiste a queste liturgie autocelebrative che contrastano con la necessità di decisioni rapide e concrete?
Tra l’altro, se i risultati pratici latitano, non è che dal punto di vista dell’immagine le cose siano andate meglio: la scelta di tenere questi «ritiri informali» per discutere di economia deteriorata in contesti lussuosi, come i castelli di Alden Biesen o Egmont, risulta un vero e proprio paradosso. Evidenziano scenari di «spettacolo e sfarzo» evocando l’immagine di un’élite distaccata dai problemi reali, lontana dalla società civile e perfino dallo stesso Parlamento europeo.
Il dibattito, stretto tra «l’Europa a due velocità» e la «coalizione dei volenterosi», ha rivelato la natura divisiva della riunione. Peraltro, non tutti i Paesi erano presenti (mancavano Spagna, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Malta e i Paesi baltici) e ciò genera la percezione di un «pre-vertice» tra un gruppo ristretto, che potremmo definire poco elegante verso gli altri membri. L’impressione che se ne ricava è che le divisioni strategiche persistenti renderanno difficile qualsiasi percorso. Nonostante i tentativi di mostrare unità di Macron e Merz, permangono profondi disaccordi su come finanziare gli investimenti (joint debit/eurobond), con la Germania e i Paesi del nord scettici e preoccupati per il protezionismo o i saldi di bilancio. In definitiva quindi la cosiddetta «strategia del castello» pensata da António Costa che mira a recuperare terreno su Usa e Cina, manca ancora di solide basi sulle quali indirizzare la politica europea.
Sarà interessante invece vedere a quali sviluppi porterà il recente incontro tra la presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco, tenutasi qualche giorno prima del vertice di Alden Biesen. Non molti osservatori hanno colto appieno il significato di questo bilaterale, nonostante i temi trattati intervengano direttamente sul complesso del disegno europeo. A ben guardare lo spirito delle soluzioni suggerite dall’intesa tra Meloni e Merz non si presentano come soggette alla normale dialettica decisionale delle istituzioni dell’Unione, ma, implicitamente e in qualche caso in modo proprio esplicito, configurano una specie di «tutela» da parte delle volontà politiche degli Stati sulle decisioni stesse. Quella immaginata dai leader di Germania e Italia, peraltro, si potrebbe definire come una sorta di «rivoluzione anti burocratica», anche se, in verità, il meccanismo in parte esiste già: una parte consistente delle politiche di Bruxelles è fortemente condizionata da «interessi nazionali» presentati e difesi come insopprimibili. Ciò vale in modo evidente per tutto il capitolo del «green deal» e anche per le decisioni sugli approvvigionamenti energetici, ma si può facilmente immaginare quali conflitti si innescherebbero quando si dovesse arrivare a prendere decisioni in materia di difesa o di scelte di politica internazionale. Non è un caso che proponendo il suo contestato piano di riarmo, Ursula von der Leyen abbia scelto di renderne protagonisti gli Stati nazionali piuttosto che l’Unione in quanto tale. È la dimostrazione plateale del fatto che la stessa titolare della massima autorità comunitaria si è arresa ai voleri e agli interessi dei governi, come peraltro è avvenuto in modo del tutto manifesto proprio con il Green deal.
In questo scenario, non si può certo accusare Giorgia Meloni per il suo posizionamento, dato che il suo governo ha sempre ribadito che gli interessi nazionali devono prevalere su quelli comunitari. Per cui è oggettivamente specioso e monotono chiedere, come spesso fanno alcuni osservatori e giornali in Italia, da che parte sta la Meloni. Semmai questa domanda dovrebbe essere rivolta alla sinistra italiana che vorrebbe candidarsi a governare il Paese. Provate a chiederle quali posizioni ha sull’Europa a due velocità, sul debito comune, sugli armamenti, sui rapporti con Mosca, insomma sull’insieme della politica estera e troverete una babele di linguaggi senza un minimo comune denominatore se non quello di essere contro il governo attuale.
«Gli italiani hanno votato il centrodestra anche per questo, per ristabilire regole chiare e farle rispettare, e il governo lo sta facendo con determinazione nonostante una parte politicizzata della magistratura continui a ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa, perché accogliere chi ha diritto è doveroso, rispettare le leggi italiane è indispensabile e chi non intende farlo non è benvenuto in Italia».
Così, in un video sui social, il presidente del Consiglio a proposito della vicenda di un «cittadino algerino, irregolare in Italia, che ha alle spalle 23 condanne, tra le quali lesioni per aver picchiato una donna a calci e pugni», che «non potrà essere trattenuto in un Cpr né trasferito in Albania per il rimpatrio. Per lui — dice il premier — alcuni giudici hanno stabilito addirittura non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione».
«Il governo — assicura Meloni nel video social — continuerà con determinazione il proprio lavoro per rafforzare i rimpatri, per rendere più efficaci gli strumenti di contrasto all’immigrazione irregolare, per garantire sicurezza e legalità ai cittadini, anche attraverso le iniziative che l’Italia sta portando avanti in Europa per procedure più rapide e rimpatri effettivi».






