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2019-06-27
Di Maio traccheggia sull’autonomia. Lombardia e Veneto non ci stanno
Ansa
Si chiama «autonomia delle Regioni» il nuovo terreno di scontro tra Lega e Movimento 5 stelle. Affrontato nell'incandescente vertice preliminare di maggioranza di martedì notte a Palazzo Chigi, dove la delegazione ministeriale leghista si era presentata già armata di un testo-base da discutere, il tema si è subito trasformato in campo di battaglia. Ed è solo per questo che poi è stato fatto velocemente «saltare» dall'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di ieri sera: per evitare che si trasformasse in un punto di non ritorno. In realtà, il conflitto è stato solo posticipato, perché si parla già di un nuovo vertice che dovrebbe tenersi mercoledì prossimo.
Che le posizioni siano molto distanti, comunque, ne hanno dato una plastica rappresentazione le dichiarazioni giustapposte delle due parti. Il primo a parlare era stato il vicepremier Matteo Salvini, uscito dal vertice con lo sguardo cupo per quella che aveva definito «l'ennesima riunione a vuoto». Irritato, il leader leghista aveva aggiunto che «sull'autonomia i 5 stelle fanno muro e si nascondono dietro ai burocrati ministeriali». Evidentemente, durante il summit erano stati soprattutto i funzionari dei dicasteri (con il tacito accordo del Quirinale, molto sensibile alla questione) a segnalare le possibili controindicazioni di un incremento dei poteri tributari e delle potestà legislative da riservare alle Regioni.
Ieri la Lega è tornata all'attacco. il suo capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha scagliato sul governo parole acuminate : «Le autonomie sono uno dei pilastri dell'accordo con il M5s», ha detto», «e negare quel pilastro, per la Lega, è negare uno dei punti principali del programma. Il governo non può andare avanti senza autonomie, questo è chiaro». Molinari ha aggiunto che il suo non era «un ultimatum», ma da suo ragionamento è uscito qualcosa di assai simile: «È un anno che ci stiamo ragionando, ora il percorso va chiuso. Le risposte vanno date in tempi rapidi».
Anche Attilio Fontana, governatore leghista della Lombardia, uno degli enti territoriali che con Veneto ed Emilia Romagna si trova nello stadio più avanzato della trattativa per l'autonomia avviata con il governo gialloblù, ieri è stato insolitamente aggressivo: «È inutile continuare a prendere in giro la gente», ha dichiarato, «perché se il tentativo è realizzare una riforma che sarebbe una “non riforma", io dico subito che non la sottoscriverò mai». Fontana ha aggiunto un monito chiaramente indirizzato ai grillini, sia pure senza citare nessuno in particolare: «Se qualcuno sta cercando di portarci in quella direzione si sbaglia. O è un sì, ovvero una riforma seria e utile per il Paese, oppure è meglio che dicano no e basta. Chi non è d'accordo con l'autonomia che proponiamo lo dica ai milioni di persone che hanno chiesto di averla». Gli fa eco il governatore veneto Luca Zaia: «Noi abbiamo portato al referendum 2.328.000 veneti con oltre il 98% dei sì. Ci attendiamo che l'applicazione della Costituzione avvenga. Finiamola con queste manfrine del Paese di serie A e eerie B. Il paese è già così e non per colpa delle autonomie».
È accaduto, insomma, proprio quello che La Verità ieri aveva previsto: cioè un'intensa accelerazione della polemica su uno dei temi più cari al Carroccio. È evidente, del resto, che la situazione di forza in cui si trova la Lega dopo la svolta delle elezioni europee offre a Salvini un momento cruciale, nel quale deve cercare di portare a casa più risultati che può. E l'autonomia regionale è ai primi posti.
Il problema opposto dei 5 stelle, è invece che al proprio interno ha un'ampia frangia meridionalista contraria all'incremento dei poteri delle regioni settentrionali (soprattutto in ambito tributario e di mantenimento sul territorio dei proventi delle imposte), e il suo leader Luigi Di Maio sa bene che andare al voto sul testo - specialmente al Senato - porterebbe quasi inevitabilmente a una crisi dell'esecutivo. Per cercare di rintuzzare l'ira leghista ieri il vicepremier pentastellato ha pubblicato un lungo post su Facebook: «C'è troppo caos ingiustificato. L'autonomia la chiedono i cittadini di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna ed è giusto che si faccia. Sarà un'autonomia equilibrata, fatta bene, che gioverà veramente a Regioni e Comuni». Poi però la frenata: «Certo, alcune posizioni più estreme mi preoccupano. Non si può pensare di impoverire ancora di più regioni come la Puglia, la Calabria, la Sicilia, ma anche l'Abruzzo, il Lazio, le Marche, il Molise, la Campania e l'Umbria. Di meno ospedali, meno scuole e strade sempre più in dissesto non se ne parla». Fino alla stoccata al limite della propaganda rivolta all'alleato: «Non penso che qualcuno voglia tornare ai tempi della secessione della Padania e non ho motivo di dubitare che sapremo trovare insieme la migliore soluzione».
Insomma, la Lega ha alzato la palla, ha provato a schiacciarla ma i 5 stelle hanno alzato il muro. In attesa del prossimo set. Mentre la fine della partita si avvicina.
La Tav ormai è in discesa. Ma Toninelli continua ad andare controvento
Ogni giorno che passa, sembra sempre di più che il progetto della Tav Torino Lione vedrà la luce. A dare il suo benestare ieri è stata la coordinatrice del Corridoio Mediterraneo, Iveta Radicova, a margine di un convegno all'Unione industriale di Torino.
«Il risultato dell'appuntamento di ieri (di due giorni fa, ndr) a Parigi è chiaro», ha detto Radicova. «Il progetto continua. Poi da parte dell'Europa c'è il pieno rispetto per le decisioni di ogni governo che può scegliere in qualsiasi momento di ritirarsi, di spendere oppure perdere il denaro messo a disposizione. Certo, se il governo italiano fermasse tutto sarebbe un errore per il futuro dell'Europa».
Il riferimento della rappresentante dell'Unione europea è al cda di Telt che si è tenuto nella capitale francese il 24 giugno. La società che gestisce gli appalti della Torino-Lione ha dato il via libera a bandi per un valore di circa un miliardo per il versante italiano che si aggiungono a quelli per quello francese. Alla riunione ha partecipato per la prima volta il neopresidente di centrodestra del Piemonte, Alberto Cirio
Tutti fatti che si pongono in netto contrasto con il pensiero del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, da sempre contrario al progetto. «Non è partito alcun bando», ha detto. «Si tratta di manifestazioni di interesse da parte di eventuali imprese interessate, che durerà tre mesi e ha la clausola del recesso senza oneri e senza alcuna motivazione da parte dello Stato interessato», ha detto.
Fatto sta che il presidente del Piemonte, a seguito del cda, ha parlato di una «giornata storica: con la pubblicazione dei bandi per i lavori del tunnel in Italia e il cofinanziamento dell'Unione europea sale al 55% per la parte internazionale. Ottenuto il finanziamento al 50% anche per la tratta nazionale da Bussoleno al nodo di Torino. In questo modo i lavori per l'intero tunnel di base sono banditi».
Anche su questo il ministro Toninelli ha avuto da ridire. «Chi oggi afferma che sono stati aumentati i fondi europei al 55% dovrebbe avere l'onestà intellettuale di dire che serve un nuovo regolamento europeo sul Connecting Europe Facility in cui devono essere deliberate e accettate le opere in cui aumentare eventualmente quei fondi ma soprattutto deve esserci un'approvazione da parte del Parlamento europeo, per cui passano due anni», ha concluso.
Ad ogni modo, il problema non sembra essere se la Tav all'interno dei nostri confini si farà, ma quando. Come ha detto il governatore Cirio, la linea ad alta velocità «si farà al 100%. Il governo riceverà la nostra lettera nella quale chiediamo di dare in fretta un segnale all'Europa che chiede certezze perché oltre ai bandi possano partire anche i capitolati di gara. Sono molto ottimista perché le elezioni europee hanno cambiato gli equilibri nel governo e il vicepremier Salvini ha assunto una posizione molto chiara e molto netta. Sono sicuro che ora anche gli altri politici confermeranno i suoi impegni», ha continuato.
«Il via libera da parte del cda di Telt ai bandi per i lavori, oltre all'aumento della quota di finanziamento comunitario nella misura del 50% per la tratta nazionale e del 55% per quella internazionale, significa che è stato portato a casa un risultato: il progetto continua», ha fatto sapere attraverso una nota Dario Gallina, presidente dell'Unione Industriale di Torino parlando della Tav Torino-Lione. «Non per questo dobbiamo abbassare la guardia. E la questione tempo resta quella cruciale, se non vogliamo perdere le risorse», ha proseguito Gallina. «Basti pensare che - mentre noi siamo qui a discutere su quello che è un piccolo pezzo di un collegamento globale - la Cina ha costruito oltre 20.000 km di tratte ad alta velocità. Questo non è più ammissibile», ha aggiunto.
Non solo, dunque, la Tav si farà, ma non sarà nemmeno leggera, come proposto giorni fa dal Movimento 5 stelle. Del resto, anche lo stesso vicepremier Salvini aveva auspicato che non si procedesse a costruire un'alta velocità leggera.
«Una Tav leggera? Assolutamente no, auspichiamo anche noi che non lo sia», ha detto ieri ha detto ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine dell'assemblea generale di Confindustria Novara Vercelli Valsesia. «A dicembre eravamo a Torino con 11 categorie in rappresentanza delle imprese. Il messaggio era chiaro, sì alla Tav, sì alle infrastrutture, sì alla crescita e no alla procedura di infrazione». Il numero uno dell'associazione degli industriali ha aggiunto anche che l'effetto combinato delle Olimpiadi Milano-Cortina e della Tav dà «sicuramente una dimensione di fiducia» al Paese.
Sembra dunque che siano solo i grillini a non volere la Tav in terra italiana. Ad ogni modo, per capire se e quando i lavori partiranno non dovremo aspettare molto. Ormai il tempo stringe.
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Dopo la frenata nel vertice gialloblù, il capo grillino prova a rattoppare: «Si fa ma senza penalizzare il Sud, no a nostalgie della Padania». Attilio Fontana: «È una presa in giro». Luca Zaia: «Basta manfrine, il Paese è già diviso così».La coordinatrice del progetto Tav Torino Lione, Iveta Radicova: «È tutto avviato, tirarsi indietro sarebbe un danno». Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Niente di deciso su bandi e soldi».Lo speciale contiene due articoli.Si chiama «autonomia delle Regioni» il nuovo terreno di scontro tra Lega e Movimento 5 stelle. Affrontato nell'incandescente vertice preliminare di maggioranza di martedì notte a Palazzo Chigi, dove la delegazione ministeriale leghista si era presentata già armata di un testo-base da discutere, il tema si è subito trasformato in campo di battaglia. Ed è solo per questo che poi è stato fatto velocemente «saltare» dall'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di ieri sera: per evitare che si trasformasse in un punto di non ritorno. In realtà, il conflitto è stato solo posticipato, perché si parla già di un nuovo vertice che dovrebbe tenersi mercoledì prossimo. Che le posizioni siano molto distanti, comunque, ne hanno dato una plastica rappresentazione le dichiarazioni giustapposte delle due parti. Il primo a parlare era stato il vicepremier Matteo Salvini, uscito dal vertice con lo sguardo cupo per quella che aveva definito «l'ennesima riunione a vuoto». Irritato, il leader leghista aveva aggiunto che «sull'autonomia i 5 stelle fanno muro e si nascondono dietro ai burocrati ministeriali». Evidentemente, durante il summit erano stati soprattutto i funzionari dei dicasteri (con il tacito accordo del Quirinale, molto sensibile alla questione) a segnalare le possibili controindicazioni di un incremento dei poteri tributari e delle potestà legislative da riservare alle Regioni.Ieri la Lega è tornata all'attacco. il suo capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha scagliato sul governo parole acuminate : «Le autonomie sono uno dei pilastri dell'accordo con il M5s», ha detto», «e negare quel pilastro, per la Lega, è negare uno dei punti principali del programma. Il governo non può andare avanti senza autonomie, questo è chiaro». Molinari ha aggiunto che il suo non era «un ultimatum», ma da suo ragionamento è uscito qualcosa di assai simile: «È un anno che ci stiamo ragionando, ora il percorso va chiuso. Le risposte vanno date in tempi rapidi». Anche Attilio Fontana, governatore leghista della Lombardia, uno degli enti territoriali che con Veneto ed Emilia Romagna si trova nello stadio più avanzato della trattativa per l'autonomia avviata con il governo gialloblù, ieri è stato insolitamente aggressivo: «È inutile continuare a prendere in giro la gente», ha dichiarato, «perché se il tentativo è realizzare una riforma che sarebbe una “non riforma", io dico subito che non la sottoscriverò mai». Fontana ha aggiunto un monito chiaramente indirizzato ai grillini, sia pure senza citare nessuno in particolare: «Se qualcuno sta cercando di portarci in quella direzione si sbaglia. O è un sì, ovvero una riforma seria e utile per il Paese, oppure è meglio che dicano no e basta. Chi non è d'accordo con l'autonomia che proponiamo lo dica ai milioni di persone che hanno chiesto di averla». Gli fa eco il governatore veneto Luca Zaia: «Noi abbiamo portato al referendum 2.328.000 veneti con oltre il 98% dei sì. Ci attendiamo che l'applicazione della Costituzione avvenga. Finiamola con queste manfrine del Paese di serie A e eerie B. Il paese è già così e non per colpa delle autonomie».È accaduto, insomma, proprio quello che La Verità ieri aveva previsto: cioè un'intensa accelerazione della polemica su uno dei temi più cari al Carroccio. È evidente, del resto, che la situazione di forza in cui si trova la Lega dopo la svolta delle elezioni europee offre a Salvini un momento cruciale, nel quale deve cercare di portare a casa più risultati che può. E l'autonomia regionale è ai primi posti. Il problema opposto dei 5 stelle, è invece che al proprio interno ha un'ampia frangia meridionalista contraria all'incremento dei poteri delle regioni settentrionali (soprattutto in ambito tributario e di mantenimento sul territorio dei proventi delle imposte), e il suo leader Luigi Di Maio sa bene che andare al voto sul testo - specialmente al Senato - porterebbe quasi inevitabilmente a una crisi dell'esecutivo. Per cercare di rintuzzare l'ira leghista ieri il vicepremier pentastellato ha pubblicato un lungo post su Facebook: «C'è troppo caos ingiustificato. L'autonomia la chiedono i cittadini di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna ed è giusto che si faccia. Sarà un'autonomia equilibrata, fatta bene, che gioverà veramente a Regioni e Comuni». Poi però la frenata: «Certo, alcune posizioni più estreme mi preoccupano. Non si può pensare di impoverire ancora di più regioni come la Puglia, la Calabria, la Sicilia, ma anche l'Abruzzo, il Lazio, le Marche, il Molise, la Campania e l'Umbria. Di meno ospedali, meno scuole e strade sempre più in dissesto non se ne parla». Fino alla stoccata al limite della propaganda rivolta all'alleato: «Non penso che qualcuno voglia tornare ai tempi della secessione della Padania e non ho motivo di dubitare che sapremo trovare insieme la migliore soluzione». Insomma, la Lega ha alzato la palla, ha provato a schiacciarla ma i 5 stelle hanno alzato il muro. In attesa del prossimo set. Mentre la fine della partita si avvicina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-traccheggia-sullautonomia-lombardia-e-veneto-non-ci-stanno-2638993796.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-tav-ormai-e-in-discesa-ma-toninelli-continua-ad-andare-controvento" data-post-id="2638993796" data-published-at="1781770742" data-use-pagination="False"> La Tav ormai è in discesa. Ma Toninelli continua ad andare controvento Ogni giorno che passa, sembra sempre di più che il progetto della Tav Torino Lione vedrà la luce. A dare il suo benestare ieri è stata la coordinatrice del Corridoio Mediterraneo, Iveta Radicova, a margine di un convegno all'Unione industriale di Torino. «Il risultato dell'appuntamento di ieri (di due giorni fa, ndr) a Parigi è chiaro», ha detto Radicova. «Il progetto continua. Poi da parte dell'Europa c'è il pieno rispetto per le decisioni di ogni governo che può scegliere in qualsiasi momento di ritirarsi, di spendere oppure perdere il denaro messo a disposizione. Certo, se il governo italiano fermasse tutto sarebbe un errore per il futuro dell'Europa». Il riferimento della rappresentante dell'Unione europea è al cda di Telt che si è tenuto nella capitale francese il 24 giugno. La società che gestisce gli appalti della Torino-Lione ha dato il via libera a bandi per un valore di circa un miliardo per il versante italiano che si aggiungono a quelli per quello francese. Alla riunione ha partecipato per la prima volta il neopresidente di centrodestra del Piemonte, Alberto Cirio Tutti fatti che si pongono in netto contrasto con il pensiero del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, da sempre contrario al progetto. «Non è partito alcun bando», ha detto. «Si tratta di manifestazioni di interesse da parte di eventuali imprese interessate, che durerà tre mesi e ha la clausola del recesso senza oneri e senza alcuna motivazione da parte dello Stato interessato», ha detto. Fatto sta che il presidente del Piemonte, a seguito del cda, ha parlato di una «giornata storica: con la pubblicazione dei bandi per i lavori del tunnel in Italia e il cofinanziamento dell'Unione europea sale al 55% per la parte internazionale. Ottenuto il finanziamento al 50% anche per la tratta nazionale da Bussoleno al nodo di Torino. In questo modo i lavori per l'intero tunnel di base sono banditi». Anche su questo il ministro Toninelli ha avuto da ridire. «Chi oggi afferma che sono stati aumentati i fondi europei al 55% dovrebbe avere l'onestà intellettuale di dire che serve un nuovo regolamento europeo sul Connecting Europe Facility in cui devono essere deliberate e accettate le opere in cui aumentare eventualmente quei fondi ma soprattutto deve esserci un'approvazione da parte del Parlamento europeo, per cui passano due anni», ha concluso. Ad ogni modo, il problema non sembra essere se la Tav all'interno dei nostri confini si farà, ma quando. Come ha detto il governatore Cirio, la linea ad alta velocità «si farà al 100%. Il governo riceverà la nostra lettera nella quale chiediamo di dare in fretta un segnale all'Europa che chiede certezze perché oltre ai bandi possano partire anche i capitolati di gara. Sono molto ottimista perché le elezioni europee hanno cambiato gli equilibri nel governo e il vicepremier Salvini ha assunto una posizione molto chiara e molto netta. Sono sicuro che ora anche gli altri politici confermeranno i suoi impegni», ha continuato. «Il via libera da parte del cda di Telt ai bandi per i lavori, oltre all'aumento della quota di finanziamento comunitario nella misura del 50% per la tratta nazionale e del 55% per quella internazionale, significa che è stato portato a casa un risultato: il progetto continua», ha fatto sapere attraverso una nota Dario Gallina, presidente dell'Unione Industriale di Torino parlando della Tav Torino-Lione. «Non per questo dobbiamo abbassare la guardia. E la questione tempo resta quella cruciale, se non vogliamo perdere le risorse», ha proseguito Gallina. «Basti pensare che - mentre noi siamo qui a discutere su quello che è un piccolo pezzo di un collegamento globale - la Cina ha costruito oltre 20.000 km di tratte ad alta velocità. Questo non è più ammissibile», ha aggiunto. Non solo, dunque, la Tav si farà, ma non sarà nemmeno leggera, come proposto giorni fa dal Movimento 5 stelle. Del resto, anche lo stesso vicepremier Salvini aveva auspicato che non si procedesse a costruire un'alta velocità leggera. «Una Tav leggera? Assolutamente no, auspichiamo anche noi che non lo sia», ha detto ieri ha detto ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine dell'assemblea generale di Confindustria Novara Vercelli Valsesia. «A dicembre eravamo a Torino con 11 categorie in rappresentanza delle imprese. Il messaggio era chiaro, sì alla Tav, sì alle infrastrutture, sì alla crescita e no alla procedura di infrazione». Il numero uno dell'associazione degli industriali ha aggiunto anche che l'effetto combinato delle Olimpiadi Milano-Cortina e della Tav dà «sicuramente una dimensione di fiducia» al Paese. Sembra dunque che siano solo i grillini a non volere la Tav in terra italiana. Ad ogni modo, per capire se e quando i lavori partiranno non dovremo aspettare molto. Ormai il tempo stringe.
Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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Ansa
Qui la relatrice e il governo hanno dato parere positivo ai quattro emendamenti soppressivi presentati dalla commissione Finanze. Questi riguardano lo stop all’estensione del divieto di telemarketing aggressivo anche alle telecomunicazioni così come era stato introdotto in un precedente decreto, la mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico, l’estensione fino al 30 novembre 2027 della disciplina vigente in materia bancaria e creditizia in relazione alle società cooperative e le modifiche sul credito d’imposta sulle minoranze linguistiche.
A questo punto, dopo l’approvazione di Montecitorio, il testo dovrà tornare al Senato per una terza lettura lampo e il via libera definitivo. I tempi sono strettissimi giacché il decreto scade il 29 giugno.
Questo dovrebbe essere l’ultimo provvedimento, strutturato in questo modo, quindi ad ampio spettro, per far fronte al caro carburanti. L’accordo tra Stati Uniti e Teheran dovrebbe placare i mercati e smorzare le infiammate inflazionistiche. A partire da venerdì si negozierà la prossima riapertura del canale di Hormuz per garantire il regolare flusso delle forniture.
L’attenzione quindi si sposta a interventi meno legati alla situazione contingente ma più di sistema. Per Stefano Benigni, vicesegretario nazionale di Forza Italia, «il decreto è servito a far fronte all’emergenza e a ridurre il prezzo dei carburanti. Ora è importante sfruttare la riapertura di Hormuz. Lo sta facendo il ministro Tajani riunendo le imprese attorno ad un tavolo per far ripartire l’economia».
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dato voce alle attese del mondo imprenditoriale. «Se non si risolve il caro energia, l’Italia farà fatica a essere competitiva e a crescere».
Lo sguardo è rivolto alla prossima legge di Bilancio. «Nei 500 giorni di qui a fine legislatura, si possono fare tante cose» ha detto Orsini e rivolto al governo: «Pensate cosa potrebbero fare di più le imprese senza sassi nello zaino che sono la burocrazia, il caro energia».
Un’altra sfida, oltre al nucleare, sono le rinnovabili. «Ci sono 4.000 concessioni da sbloccare. Eppure stiamo parlando di oltre 130 gigawatt di progetti pronti e da mettere a terra. Il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulle fonti ecologiche ma non riesce a farlo». E mette in evidenza che nel frattempo, oltre confine, altri Paesi si stanno muovendo con velocità. «La Germania sta realizzando il più grande impianto termoelettrico d’Europa, la Cina ha costruito 300 nuove centrali a carbone, mentre noi rinunciamo al gas e al nucleare e lasciamo le rinnovabili bloccate negli uffici». Il risultato quindi è che «il prezzo energia continua a pesare sulle nostre imprese».
Intanto un’altra grana è sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, dopo i disservizi emersi ieri in alcune tratte ferroviarie, si è dichiarato irritato con i vertici di Trenitalia ai quali ha chiesto una relazione approfondita sull’accaduto nonché tempi certi per il ritorno alla normalità. Al ministero, nel pomeriggio, Salvini ha siglato un accordo ferroviario con l’Arabia Saudita ed è stata quella l’occasione, si apprende, per esprimere ai vertici Fs, presenti alla firma, la propria contrarietà sulle criticità di ieri lungo la rete.
«Sono gli italiani a essere irritati con un ministro che, anziché fare il suo mestiere, pensa solo a litigare con Meloni per cambiare ministero e sostituire Piantedosi. Un ministro che si occupa di tutto fuorché prendersi le sue responsabilità di fronte agli italiani che viaggiano ogni giorno con ore di ritardo e molti disagi», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein.
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La madre di Andrea Sempio, Daniela Ferrari (Ansa)
A rileggere quelle parole di Daniela Ferrari, 66 anni, mamma di Andrea Sempio, dopo la corsa al Pronto soccorso di ieri e il ricovero d’urgenza «per eccesso nell’assunzione di farmaci», come conferma l’avvocato Liborio Cataliotti, assumono il tono di un disagio che probabilmente andava oltre la stanchezza e la preoccupazione. È una donna che da oltre un anno vive attraversata da una vicenda che ogni giorno la riporta al centro dell’attenzione. E quella di ieri non è la prima volta che ha comunicato segnali di cedimento.
Già il 28 aprile dello scorso anno, convocata dai carabinieri del Comando provinciale di Milano come testimone, avrebbe dovuto ricostruire la mattina del 13 agosto 2007, quella dell’omicidio di Chiara Poggi: orari, commissioni, il ticket del parcheggio. L’audizione si fermò dopo le prime domande. Daniela accusò un malore. Anche in quel caso arrivò un’ambulanza. Da allora l’inchiesta ha continuato a stringersi attorno alla famiglia Sempio. Il padre Giuseppe è finito indagato a Brescia per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Mentre a Pavia la Procura ha continuato a scavare negli intrecci familiari. Non solo quelli con il precedente pool difensivo e con i carabinieri dell’aliquota di polizia giudiziaria della Procura di Pavia che si erano occupati della prima inchiesta cannando completamente le trascrizioni delle intercettazioni. E nel fascicolo, con la discovery successiva all’avviso di chiusura delle indagini preliminari, sono finiti anche aspetti molto personali della vita di Sempio. Ma anche della vita della stessa Ferrari. E tutto questo mentre attorno alla vicenda la pressione mediatica diventava sempre più forte. Forse è per questo che, durante quell’intervista di un mese fa, Daniela Ferrari arrivò a pronunciare una frase che colpì tutti: «Dico la verità, io ci ho pensato. Se io dovessi fare una cosa del genere, cosa dicono? La mamma si è ammazzata perché sa che il figlio è colpevole». Parole che raccontavano soprattutto la paura di una sentenza pronunciata fuori dalle aule di giustizia. «Sai quanti messaggi mi sono già arrivati di gente che mi dice: “Ammazzati che è meglio”?». Meno di un mese dopo è arrivato il ricovero. L’avvocato Cataliotti ha fatto sapere che l’ultimo «bollettino medico» prevede che «rimarrà nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Vigevano quantomeno per la notte».
La donna, che non è in pericolo di vita, è stata sottoposta a una lavanda gastrica. La notizia del malore si è diffusa più o meno all’ora di pranzo: la donna è stata soccorsa da un’ambulanza e ricoverata d’urgenza «per un eccesso o diciamo overdose», spiega Cataliotti, «di assunzione di farmaci tranquillanti». Non è ancora chiaro se l’assunzione sia stata volontaria oppure no. Ma c’è una frase pronunciata dal legale che probabilmente aiuta a capire meglio il dramma personale che si consuma di pari passo con il caso giudiziario e mediatico: «È una testimone, non è indagata, ha il solo torto di avere il figlio sottoposto a questo procedimento», afferma Cataliotti, aggiungendo: «È un campanello di allarme che ci dice che è il momento per tutti di abbassare i toni». L’avvocato, intervistato da Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia su Canale 5, ha raccontato di aver ricevuto la comunicazione mentre era in Cassazione con la collega Angela Taccia, per un altro processo. «Come team difensivo», ha sottolineato, «ci siamo raccomandati che Andrea stia vicino alla mamma, la tranquillizzi e le dica che noi moltiplicheremo addirittura gli sforzi perché si dimentichi gli attacchi dei social, le lettere che riceve e le email». Delle tracce della condizione psicologica della Ferrari sono state annotate poco dopo la riapertura dell’inchiesta anche da Andrea su una Moleskine che gli è stata sequestrata: «Mamma in panico per la cosa di Stasi». Quello stesso taccuino sul quale scriveva dei suoi incubi «e», annotarono i carabinieri, «in alcuni si descriveva come un protagonista violento». Ma è in una intercettazione riportata negli atti che, parlando dello scontrino di Vigevano conservato da Andrea, Daniela Ferrari arrivava perfino a rimproverare se stessa: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino... gli ho rovinato la vita». Parole che restituiscono il senso di colpa e il peso con cui la donna sembrava vivere quegli sviluppi dell’indagine.
Ora i legali dei Sempio chiedono «un minimo di riserbo». E precisano che per la famiglia si tratta di una vicenda che «non attiene alle indagini in corso», ma esclusivamente «alla sfera personale e privata». Una sfera che, secondo Cataliotti e Angela Taccia, sarebbe stata già ampiamente violata nel corso degli ultimi mesi: «È stata calpestata abbastanza». Mentre il caso continua a occupare trasmissioni televisive, prime pagine e alimenta i social network, gli avvocati dei Sempio provano (anche loro mediaticamente) a tracciare un confine tra l’inchiesta e il dramma personale, «sapendo», affermano, «che comunque il riserbo sperato non ci sarà».
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