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2019-06-27
Di Maio traccheggia sull’autonomia. Lombardia e Veneto non ci stanno
Ansa
Si chiama «autonomia delle Regioni» il nuovo terreno di scontro tra Lega e Movimento 5 stelle. Affrontato nell'incandescente vertice preliminare di maggioranza di martedì notte a Palazzo Chigi, dove la delegazione ministeriale leghista si era presentata già armata di un testo-base da discutere, il tema si è subito trasformato in campo di battaglia. Ed è solo per questo che poi è stato fatto velocemente «saltare» dall'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di ieri sera: per evitare che si trasformasse in un punto di non ritorno. In realtà, il conflitto è stato solo posticipato, perché si parla già di un nuovo vertice che dovrebbe tenersi mercoledì prossimo.
Che le posizioni siano molto distanti, comunque, ne hanno dato una plastica rappresentazione le dichiarazioni giustapposte delle due parti. Il primo a parlare era stato il vicepremier Matteo Salvini, uscito dal vertice con lo sguardo cupo per quella che aveva definito «l'ennesima riunione a vuoto». Irritato, il leader leghista aveva aggiunto che «sull'autonomia i 5 stelle fanno muro e si nascondono dietro ai burocrati ministeriali». Evidentemente, durante il summit erano stati soprattutto i funzionari dei dicasteri (con il tacito accordo del Quirinale, molto sensibile alla questione) a segnalare le possibili controindicazioni di un incremento dei poteri tributari e delle potestà legislative da riservare alle Regioni.
Ieri la Lega è tornata all'attacco. il suo capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha scagliato sul governo parole acuminate : «Le autonomie sono uno dei pilastri dell'accordo con il M5s», ha detto», «e negare quel pilastro, per la Lega, è negare uno dei punti principali del programma. Il governo non può andare avanti senza autonomie, questo è chiaro». Molinari ha aggiunto che il suo non era «un ultimatum», ma da suo ragionamento è uscito qualcosa di assai simile: «È un anno che ci stiamo ragionando, ora il percorso va chiuso. Le risposte vanno date in tempi rapidi».
Anche Attilio Fontana, governatore leghista della Lombardia, uno degli enti territoriali che con Veneto ed Emilia Romagna si trova nello stadio più avanzato della trattativa per l'autonomia avviata con il governo gialloblù, ieri è stato insolitamente aggressivo: «È inutile continuare a prendere in giro la gente», ha dichiarato, «perché se il tentativo è realizzare una riforma che sarebbe una “non riforma", io dico subito che non la sottoscriverò mai». Fontana ha aggiunto un monito chiaramente indirizzato ai grillini, sia pure senza citare nessuno in particolare: «Se qualcuno sta cercando di portarci in quella direzione si sbaglia. O è un sì, ovvero una riforma seria e utile per il Paese, oppure è meglio che dicano no e basta. Chi non è d'accordo con l'autonomia che proponiamo lo dica ai milioni di persone che hanno chiesto di averla». Gli fa eco il governatore veneto Luca Zaia: «Noi abbiamo portato al referendum 2.328.000 veneti con oltre il 98% dei sì. Ci attendiamo che l'applicazione della Costituzione avvenga. Finiamola con queste manfrine del Paese di serie A e eerie B. Il paese è già così e non per colpa delle autonomie».
È accaduto, insomma, proprio quello che La Verità ieri aveva previsto: cioè un'intensa accelerazione della polemica su uno dei temi più cari al Carroccio. È evidente, del resto, che la situazione di forza in cui si trova la Lega dopo la svolta delle elezioni europee offre a Salvini un momento cruciale, nel quale deve cercare di portare a casa più risultati che può. E l'autonomia regionale è ai primi posti.
Il problema opposto dei 5 stelle, è invece che al proprio interno ha un'ampia frangia meridionalista contraria all'incremento dei poteri delle regioni settentrionali (soprattutto in ambito tributario e di mantenimento sul territorio dei proventi delle imposte), e il suo leader Luigi Di Maio sa bene che andare al voto sul testo - specialmente al Senato - porterebbe quasi inevitabilmente a una crisi dell'esecutivo. Per cercare di rintuzzare l'ira leghista ieri il vicepremier pentastellato ha pubblicato un lungo post su Facebook: «C'è troppo caos ingiustificato. L'autonomia la chiedono i cittadini di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna ed è giusto che si faccia. Sarà un'autonomia equilibrata, fatta bene, che gioverà veramente a Regioni e Comuni». Poi però la frenata: «Certo, alcune posizioni più estreme mi preoccupano. Non si può pensare di impoverire ancora di più regioni come la Puglia, la Calabria, la Sicilia, ma anche l'Abruzzo, il Lazio, le Marche, il Molise, la Campania e l'Umbria. Di meno ospedali, meno scuole e strade sempre più in dissesto non se ne parla». Fino alla stoccata al limite della propaganda rivolta all'alleato: «Non penso che qualcuno voglia tornare ai tempi della secessione della Padania e non ho motivo di dubitare che sapremo trovare insieme la migliore soluzione».
Insomma, la Lega ha alzato la palla, ha provato a schiacciarla ma i 5 stelle hanno alzato il muro. In attesa del prossimo set. Mentre la fine della partita si avvicina.
La Tav ormai è in discesa. Ma Toninelli continua ad andare controvento
Ogni giorno che passa, sembra sempre di più che il progetto della Tav Torino Lione vedrà la luce. A dare il suo benestare ieri è stata la coordinatrice del Corridoio Mediterraneo, Iveta Radicova, a margine di un convegno all'Unione industriale di Torino.
«Il risultato dell'appuntamento di ieri (di due giorni fa, ndr) a Parigi è chiaro», ha detto Radicova. «Il progetto continua. Poi da parte dell'Europa c'è il pieno rispetto per le decisioni di ogni governo che può scegliere in qualsiasi momento di ritirarsi, di spendere oppure perdere il denaro messo a disposizione. Certo, se il governo italiano fermasse tutto sarebbe un errore per il futuro dell'Europa».
Il riferimento della rappresentante dell'Unione europea è al cda di Telt che si è tenuto nella capitale francese il 24 giugno. La società che gestisce gli appalti della Torino-Lione ha dato il via libera a bandi per un valore di circa un miliardo per il versante italiano che si aggiungono a quelli per quello francese. Alla riunione ha partecipato per la prima volta il neopresidente di centrodestra del Piemonte, Alberto Cirio
Tutti fatti che si pongono in netto contrasto con il pensiero del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, da sempre contrario al progetto. «Non è partito alcun bando», ha detto. «Si tratta di manifestazioni di interesse da parte di eventuali imprese interessate, che durerà tre mesi e ha la clausola del recesso senza oneri e senza alcuna motivazione da parte dello Stato interessato», ha detto.
Fatto sta che il presidente del Piemonte, a seguito del cda, ha parlato di una «giornata storica: con la pubblicazione dei bandi per i lavori del tunnel in Italia e il cofinanziamento dell'Unione europea sale al 55% per la parte internazionale. Ottenuto il finanziamento al 50% anche per la tratta nazionale da Bussoleno al nodo di Torino. In questo modo i lavori per l'intero tunnel di base sono banditi».
Anche su questo il ministro Toninelli ha avuto da ridire. «Chi oggi afferma che sono stati aumentati i fondi europei al 55% dovrebbe avere l'onestà intellettuale di dire che serve un nuovo regolamento europeo sul Connecting Europe Facility in cui devono essere deliberate e accettate le opere in cui aumentare eventualmente quei fondi ma soprattutto deve esserci un'approvazione da parte del Parlamento europeo, per cui passano due anni», ha concluso.
Ad ogni modo, il problema non sembra essere se la Tav all'interno dei nostri confini si farà, ma quando. Come ha detto il governatore Cirio, la linea ad alta velocità «si farà al 100%. Il governo riceverà la nostra lettera nella quale chiediamo di dare in fretta un segnale all'Europa che chiede certezze perché oltre ai bandi possano partire anche i capitolati di gara. Sono molto ottimista perché le elezioni europee hanno cambiato gli equilibri nel governo e il vicepremier Salvini ha assunto una posizione molto chiara e molto netta. Sono sicuro che ora anche gli altri politici confermeranno i suoi impegni», ha continuato.
«Il via libera da parte del cda di Telt ai bandi per i lavori, oltre all'aumento della quota di finanziamento comunitario nella misura del 50% per la tratta nazionale e del 55% per quella internazionale, significa che è stato portato a casa un risultato: il progetto continua», ha fatto sapere attraverso una nota Dario Gallina, presidente dell'Unione Industriale di Torino parlando della Tav Torino-Lione. «Non per questo dobbiamo abbassare la guardia. E la questione tempo resta quella cruciale, se non vogliamo perdere le risorse», ha proseguito Gallina. «Basti pensare che - mentre noi siamo qui a discutere su quello che è un piccolo pezzo di un collegamento globale - la Cina ha costruito oltre 20.000 km di tratte ad alta velocità. Questo non è più ammissibile», ha aggiunto.
Non solo, dunque, la Tav si farà, ma non sarà nemmeno leggera, come proposto giorni fa dal Movimento 5 stelle. Del resto, anche lo stesso vicepremier Salvini aveva auspicato che non si procedesse a costruire un'alta velocità leggera.
«Una Tav leggera? Assolutamente no, auspichiamo anche noi che non lo sia», ha detto ieri ha detto ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine dell'assemblea generale di Confindustria Novara Vercelli Valsesia. «A dicembre eravamo a Torino con 11 categorie in rappresentanza delle imprese. Il messaggio era chiaro, sì alla Tav, sì alle infrastrutture, sì alla crescita e no alla procedura di infrazione». Il numero uno dell'associazione degli industriali ha aggiunto anche che l'effetto combinato delle Olimpiadi Milano-Cortina e della Tav dà «sicuramente una dimensione di fiducia» al Paese.
Sembra dunque che siano solo i grillini a non volere la Tav in terra italiana. Ad ogni modo, per capire se e quando i lavori partiranno non dovremo aspettare molto. Ormai il tempo stringe.
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Dopo la frenata nel vertice gialloblù, il capo grillino prova a rattoppare: «Si fa ma senza penalizzare il Sud, no a nostalgie della Padania». Attilio Fontana: «È una presa in giro». Luca Zaia: «Basta manfrine, il Paese è già diviso così».La coordinatrice del progetto Tav Torino Lione, Iveta Radicova: «È tutto avviato, tirarsi indietro sarebbe un danno». Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Niente di deciso su bandi e soldi».Lo speciale contiene due articoli.Si chiama «autonomia delle Regioni» il nuovo terreno di scontro tra Lega e Movimento 5 stelle. Affrontato nell'incandescente vertice preliminare di maggioranza di martedì notte a Palazzo Chigi, dove la delegazione ministeriale leghista si era presentata già armata di un testo-base da discutere, il tema si è subito trasformato in campo di battaglia. Ed è solo per questo che poi è stato fatto velocemente «saltare» dall'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di ieri sera: per evitare che si trasformasse in un punto di non ritorno. In realtà, il conflitto è stato solo posticipato, perché si parla già di un nuovo vertice che dovrebbe tenersi mercoledì prossimo. Che le posizioni siano molto distanti, comunque, ne hanno dato una plastica rappresentazione le dichiarazioni giustapposte delle due parti. Il primo a parlare era stato il vicepremier Matteo Salvini, uscito dal vertice con lo sguardo cupo per quella che aveva definito «l'ennesima riunione a vuoto». Irritato, il leader leghista aveva aggiunto che «sull'autonomia i 5 stelle fanno muro e si nascondono dietro ai burocrati ministeriali». Evidentemente, durante il summit erano stati soprattutto i funzionari dei dicasteri (con il tacito accordo del Quirinale, molto sensibile alla questione) a segnalare le possibili controindicazioni di un incremento dei poteri tributari e delle potestà legislative da riservare alle Regioni.Ieri la Lega è tornata all'attacco. il suo capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha scagliato sul governo parole acuminate : «Le autonomie sono uno dei pilastri dell'accordo con il M5s», ha detto», «e negare quel pilastro, per la Lega, è negare uno dei punti principali del programma. Il governo non può andare avanti senza autonomie, questo è chiaro». Molinari ha aggiunto che il suo non era «un ultimatum», ma da suo ragionamento è uscito qualcosa di assai simile: «È un anno che ci stiamo ragionando, ora il percorso va chiuso. Le risposte vanno date in tempi rapidi». Anche Attilio Fontana, governatore leghista della Lombardia, uno degli enti territoriali che con Veneto ed Emilia Romagna si trova nello stadio più avanzato della trattativa per l'autonomia avviata con il governo gialloblù, ieri è stato insolitamente aggressivo: «È inutile continuare a prendere in giro la gente», ha dichiarato, «perché se il tentativo è realizzare una riforma che sarebbe una “non riforma", io dico subito che non la sottoscriverò mai». Fontana ha aggiunto un monito chiaramente indirizzato ai grillini, sia pure senza citare nessuno in particolare: «Se qualcuno sta cercando di portarci in quella direzione si sbaglia. O è un sì, ovvero una riforma seria e utile per il Paese, oppure è meglio che dicano no e basta. Chi non è d'accordo con l'autonomia che proponiamo lo dica ai milioni di persone che hanno chiesto di averla». Gli fa eco il governatore veneto Luca Zaia: «Noi abbiamo portato al referendum 2.328.000 veneti con oltre il 98% dei sì. Ci attendiamo che l'applicazione della Costituzione avvenga. Finiamola con queste manfrine del Paese di serie A e eerie B. Il paese è già così e non per colpa delle autonomie».È accaduto, insomma, proprio quello che La Verità ieri aveva previsto: cioè un'intensa accelerazione della polemica su uno dei temi più cari al Carroccio. È evidente, del resto, che la situazione di forza in cui si trova la Lega dopo la svolta delle elezioni europee offre a Salvini un momento cruciale, nel quale deve cercare di portare a casa più risultati che può. E l'autonomia regionale è ai primi posti. Il problema opposto dei 5 stelle, è invece che al proprio interno ha un'ampia frangia meridionalista contraria all'incremento dei poteri delle regioni settentrionali (soprattutto in ambito tributario e di mantenimento sul territorio dei proventi delle imposte), e il suo leader Luigi Di Maio sa bene che andare al voto sul testo - specialmente al Senato - porterebbe quasi inevitabilmente a una crisi dell'esecutivo. Per cercare di rintuzzare l'ira leghista ieri il vicepremier pentastellato ha pubblicato un lungo post su Facebook: «C'è troppo caos ingiustificato. L'autonomia la chiedono i cittadini di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna ed è giusto che si faccia. Sarà un'autonomia equilibrata, fatta bene, che gioverà veramente a Regioni e Comuni». Poi però la frenata: «Certo, alcune posizioni più estreme mi preoccupano. Non si può pensare di impoverire ancora di più regioni come la Puglia, la Calabria, la Sicilia, ma anche l'Abruzzo, il Lazio, le Marche, il Molise, la Campania e l'Umbria. Di meno ospedali, meno scuole e strade sempre più in dissesto non se ne parla». Fino alla stoccata al limite della propaganda rivolta all'alleato: «Non penso che qualcuno voglia tornare ai tempi della secessione della Padania e non ho motivo di dubitare che sapremo trovare insieme la migliore soluzione». Insomma, la Lega ha alzato la palla, ha provato a schiacciarla ma i 5 stelle hanno alzato il muro. In attesa del prossimo set. Mentre la fine della partita si avvicina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-traccheggia-sullautonomia-lombardia-e-veneto-non-ci-stanno-2638993796.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-tav-ormai-e-in-discesa-ma-toninelli-continua-ad-andare-controvento" data-post-id="2638993796" data-published-at="1780701351" data-use-pagination="False"> La Tav ormai è in discesa. Ma Toninelli continua ad andare controvento Ogni giorno che passa, sembra sempre di più che il progetto della Tav Torino Lione vedrà la luce. A dare il suo benestare ieri è stata la coordinatrice del Corridoio Mediterraneo, Iveta Radicova, a margine di un convegno all'Unione industriale di Torino. «Il risultato dell'appuntamento di ieri (di due giorni fa, ndr) a Parigi è chiaro», ha detto Radicova. «Il progetto continua. Poi da parte dell'Europa c'è il pieno rispetto per le decisioni di ogni governo che può scegliere in qualsiasi momento di ritirarsi, di spendere oppure perdere il denaro messo a disposizione. Certo, se il governo italiano fermasse tutto sarebbe un errore per il futuro dell'Europa». Il riferimento della rappresentante dell'Unione europea è al cda di Telt che si è tenuto nella capitale francese il 24 giugno. La società che gestisce gli appalti della Torino-Lione ha dato il via libera a bandi per un valore di circa un miliardo per il versante italiano che si aggiungono a quelli per quello francese. Alla riunione ha partecipato per la prima volta il neopresidente di centrodestra del Piemonte, Alberto Cirio Tutti fatti che si pongono in netto contrasto con il pensiero del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, da sempre contrario al progetto. «Non è partito alcun bando», ha detto. «Si tratta di manifestazioni di interesse da parte di eventuali imprese interessate, che durerà tre mesi e ha la clausola del recesso senza oneri e senza alcuna motivazione da parte dello Stato interessato», ha detto. Fatto sta che il presidente del Piemonte, a seguito del cda, ha parlato di una «giornata storica: con la pubblicazione dei bandi per i lavori del tunnel in Italia e il cofinanziamento dell'Unione europea sale al 55% per la parte internazionale. Ottenuto il finanziamento al 50% anche per la tratta nazionale da Bussoleno al nodo di Torino. In questo modo i lavori per l'intero tunnel di base sono banditi». Anche su questo il ministro Toninelli ha avuto da ridire. «Chi oggi afferma che sono stati aumentati i fondi europei al 55% dovrebbe avere l'onestà intellettuale di dire che serve un nuovo regolamento europeo sul Connecting Europe Facility in cui devono essere deliberate e accettate le opere in cui aumentare eventualmente quei fondi ma soprattutto deve esserci un'approvazione da parte del Parlamento europeo, per cui passano due anni», ha concluso. Ad ogni modo, il problema non sembra essere se la Tav all'interno dei nostri confini si farà, ma quando. Come ha detto il governatore Cirio, la linea ad alta velocità «si farà al 100%. Il governo riceverà la nostra lettera nella quale chiediamo di dare in fretta un segnale all'Europa che chiede certezze perché oltre ai bandi possano partire anche i capitolati di gara. Sono molto ottimista perché le elezioni europee hanno cambiato gli equilibri nel governo e il vicepremier Salvini ha assunto una posizione molto chiara e molto netta. Sono sicuro che ora anche gli altri politici confermeranno i suoi impegni», ha continuato. «Il via libera da parte del cda di Telt ai bandi per i lavori, oltre all'aumento della quota di finanziamento comunitario nella misura del 50% per la tratta nazionale e del 55% per quella internazionale, significa che è stato portato a casa un risultato: il progetto continua», ha fatto sapere attraverso una nota Dario Gallina, presidente dell'Unione Industriale di Torino parlando della Tav Torino-Lione. «Non per questo dobbiamo abbassare la guardia. E la questione tempo resta quella cruciale, se non vogliamo perdere le risorse», ha proseguito Gallina. «Basti pensare che - mentre noi siamo qui a discutere su quello che è un piccolo pezzo di un collegamento globale - la Cina ha costruito oltre 20.000 km di tratte ad alta velocità. Questo non è più ammissibile», ha aggiunto. Non solo, dunque, la Tav si farà, ma non sarà nemmeno leggera, come proposto giorni fa dal Movimento 5 stelle. Del resto, anche lo stesso vicepremier Salvini aveva auspicato che non si procedesse a costruire un'alta velocità leggera. «Una Tav leggera? Assolutamente no, auspichiamo anche noi che non lo sia», ha detto ieri ha detto ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine dell'assemblea generale di Confindustria Novara Vercelli Valsesia. «A dicembre eravamo a Torino con 11 categorie in rappresentanza delle imprese. Il messaggio era chiaro, sì alla Tav, sì alle infrastrutture, sì alla crescita e no alla procedura di infrazione». Il numero uno dell'associazione degli industriali ha aggiunto anche che l'effetto combinato delle Olimpiadi Milano-Cortina e della Tav dà «sicuramente una dimensione di fiducia» al Paese. Sembra dunque che siano solo i grillini a non volere la Tav in terra italiana. Ad ogni modo, per capire se e quando i lavori partiranno non dovremo aspettare molto. Ormai il tempo stringe.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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