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2019-06-27
Di Maio traccheggia sull’autonomia. Lombardia e Veneto non ci stanno
Ansa
Si chiama «autonomia delle Regioni» il nuovo terreno di scontro tra Lega e Movimento 5 stelle. Affrontato nell'incandescente vertice preliminare di maggioranza di martedì notte a Palazzo Chigi, dove la delegazione ministeriale leghista si era presentata già armata di un testo-base da discutere, il tema si è subito trasformato in campo di battaglia. Ed è solo per questo che poi è stato fatto velocemente «saltare» dall'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di ieri sera: per evitare che si trasformasse in un punto di non ritorno. In realtà, il conflitto è stato solo posticipato, perché si parla già di un nuovo vertice che dovrebbe tenersi mercoledì prossimo.
Che le posizioni siano molto distanti, comunque, ne hanno dato una plastica rappresentazione le dichiarazioni giustapposte delle due parti. Il primo a parlare era stato il vicepremier Matteo Salvini, uscito dal vertice con lo sguardo cupo per quella che aveva definito «l'ennesima riunione a vuoto». Irritato, il leader leghista aveva aggiunto che «sull'autonomia i 5 stelle fanno muro e si nascondono dietro ai burocrati ministeriali». Evidentemente, durante il summit erano stati soprattutto i funzionari dei dicasteri (con il tacito accordo del Quirinale, molto sensibile alla questione) a segnalare le possibili controindicazioni di un incremento dei poteri tributari e delle potestà legislative da riservare alle Regioni.
Ieri la Lega è tornata all'attacco. il suo capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha scagliato sul governo parole acuminate : «Le autonomie sono uno dei pilastri dell'accordo con il M5s», ha detto», «e negare quel pilastro, per la Lega, è negare uno dei punti principali del programma. Il governo non può andare avanti senza autonomie, questo è chiaro». Molinari ha aggiunto che il suo non era «un ultimatum», ma da suo ragionamento è uscito qualcosa di assai simile: «È un anno che ci stiamo ragionando, ora il percorso va chiuso. Le risposte vanno date in tempi rapidi».
Anche Attilio Fontana, governatore leghista della Lombardia, uno degli enti territoriali che con Veneto ed Emilia Romagna si trova nello stadio più avanzato della trattativa per l'autonomia avviata con il governo gialloblù, ieri è stato insolitamente aggressivo: «È inutile continuare a prendere in giro la gente», ha dichiarato, «perché se il tentativo è realizzare una riforma che sarebbe una “non riforma", io dico subito che non la sottoscriverò mai». Fontana ha aggiunto un monito chiaramente indirizzato ai grillini, sia pure senza citare nessuno in particolare: «Se qualcuno sta cercando di portarci in quella direzione si sbaglia. O è un sì, ovvero una riforma seria e utile per il Paese, oppure è meglio che dicano no e basta. Chi non è d'accordo con l'autonomia che proponiamo lo dica ai milioni di persone che hanno chiesto di averla». Gli fa eco il governatore veneto Luca Zaia: «Noi abbiamo portato al referendum 2.328.000 veneti con oltre il 98% dei sì. Ci attendiamo che l'applicazione della Costituzione avvenga. Finiamola con queste manfrine del Paese di serie A e eerie B. Il paese è già così e non per colpa delle autonomie».
È accaduto, insomma, proprio quello che La Verità ieri aveva previsto: cioè un'intensa accelerazione della polemica su uno dei temi più cari al Carroccio. È evidente, del resto, che la situazione di forza in cui si trova la Lega dopo la svolta delle elezioni europee offre a Salvini un momento cruciale, nel quale deve cercare di portare a casa più risultati che può. E l'autonomia regionale è ai primi posti.
Il problema opposto dei 5 stelle, è invece che al proprio interno ha un'ampia frangia meridionalista contraria all'incremento dei poteri delle regioni settentrionali (soprattutto in ambito tributario e di mantenimento sul territorio dei proventi delle imposte), e il suo leader Luigi Di Maio sa bene che andare al voto sul testo - specialmente al Senato - porterebbe quasi inevitabilmente a una crisi dell'esecutivo. Per cercare di rintuzzare l'ira leghista ieri il vicepremier pentastellato ha pubblicato un lungo post su Facebook: «C'è troppo caos ingiustificato. L'autonomia la chiedono i cittadini di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna ed è giusto che si faccia. Sarà un'autonomia equilibrata, fatta bene, che gioverà veramente a Regioni e Comuni». Poi però la frenata: «Certo, alcune posizioni più estreme mi preoccupano. Non si può pensare di impoverire ancora di più regioni come la Puglia, la Calabria, la Sicilia, ma anche l'Abruzzo, il Lazio, le Marche, il Molise, la Campania e l'Umbria. Di meno ospedali, meno scuole e strade sempre più in dissesto non se ne parla». Fino alla stoccata al limite della propaganda rivolta all'alleato: «Non penso che qualcuno voglia tornare ai tempi della secessione della Padania e non ho motivo di dubitare che sapremo trovare insieme la migliore soluzione».
Insomma, la Lega ha alzato la palla, ha provato a schiacciarla ma i 5 stelle hanno alzato il muro. In attesa del prossimo set. Mentre la fine della partita si avvicina.
La Tav ormai è in discesa. Ma Toninelli continua ad andare controvento
Ogni giorno che passa, sembra sempre di più che il progetto della Tav Torino Lione vedrà la luce. A dare il suo benestare ieri è stata la coordinatrice del Corridoio Mediterraneo, Iveta Radicova, a margine di un convegno all'Unione industriale di Torino.
«Il risultato dell'appuntamento di ieri (di due giorni fa, ndr) a Parigi è chiaro», ha detto Radicova. «Il progetto continua. Poi da parte dell'Europa c'è il pieno rispetto per le decisioni di ogni governo che può scegliere in qualsiasi momento di ritirarsi, di spendere oppure perdere il denaro messo a disposizione. Certo, se il governo italiano fermasse tutto sarebbe un errore per il futuro dell'Europa».
Il riferimento della rappresentante dell'Unione europea è al cda di Telt che si è tenuto nella capitale francese il 24 giugno. La società che gestisce gli appalti della Torino-Lione ha dato il via libera a bandi per un valore di circa un miliardo per il versante italiano che si aggiungono a quelli per quello francese. Alla riunione ha partecipato per la prima volta il neopresidente di centrodestra del Piemonte, Alberto Cirio
Tutti fatti che si pongono in netto contrasto con il pensiero del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, da sempre contrario al progetto. «Non è partito alcun bando», ha detto. «Si tratta di manifestazioni di interesse da parte di eventuali imprese interessate, che durerà tre mesi e ha la clausola del recesso senza oneri e senza alcuna motivazione da parte dello Stato interessato», ha detto.
Fatto sta che il presidente del Piemonte, a seguito del cda, ha parlato di una «giornata storica: con la pubblicazione dei bandi per i lavori del tunnel in Italia e il cofinanziamento dell'Unione europea sale al 55% per la parte internazionale. Ottenuto il finanziamento al 50% anche per la tratta nazionale da Bussoleno al nodo di Torino. In questo modo i lavori per l'intero tunnel di base sono banditi».
Anche su questo il ministro Toninelli ha avuto da ridire. «Chi oggi afferma che sono stati aumentati i fondi europei al 55% dovrebbe avere l'onestà intellettuale di dire che serve un nuovo regolamento europeo sul Connecting Europe Facility in cui devono essere deliberate e accettate le opere in cui aumentare eventualmente quei fondi ma soprattutto deve esserci un'approvazione da parte del Parlamento europeo, per cui passano due anni», ha concluso.
Ad ogni modo, il problema non sembra essere se la Tav all'interno dei nostri confini si farà, ma quando. Come ha detto il governatore Cirio, la linea ad alta velocità «si farà al 100%. Il governo riceverà la nostra lettera nella quale chiediamo di dare in fretta un segnale all'Europa che chiede certezze perché oltre ai bandi possano partire anche i capitolati di gara. Sono molto ottimista perché le elezioni europee hanno cambiato gli equilibri nel governo e il vicepremier Salvini ha assunto una posizione molto chiara e molto netta. Sono sicuro che ora anche gli altri politici confermeranno i suoi impegni», ha continuato.
«Il via libera da parte del cda di Telt ai bandi per i lavori, oltre all'aumento della quota di finanziamento comunitario nella misura del 50% per la tratta nazionale e del 55% per quella internazionale, significa che è stato portato a casa un risultato: il progetto continua», ha fatto sapere attraverso una nota Dario Gallina, presidente dell'Unione Industriale di Torino parlando della Tav Torino-Lione. «Non per questo dobbiamo abbassare la guardia. E la questione tempo resta quella cruciale, se non vogliamo perdere le risorse», ha proseguito Gallina. «Basti pensare che - mentre noi siamo qui a discutere su quello che è un piccolo pezzo di un collegamento globale - la Cina ha costruito oltre 20.000 km di tratte ad alta velocità. Questo non è più ammissibile», ha aggiunto.
Non solo, dunque, la Tav si farà, ma non sarà nemmeno leggera, come proposto giorni fa dal Movimento 5 stelle. Del resto, anche lo stesso vicepremier Salvini aveva auspicato che non si procedesse a costruire un'alta velocità leggera.
«Una Tav leggera? Assolutamente no, auspichiamo anche noi che non lo sia», ha detto ieri ha detto ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine dell'assemblea generale di Confindustria Novara Vercelli Valsesia. «A dicembre eravamo a Torino con 11 categorie in rappresentanza delle imprese. Il messaggio era chiaro, sì alla Tav, sì alle infrastrutture, sì alla crescita e no alla procedura di infrazione». Il numero uno dell'associazione degli industriali ha aggiunto anche che l'effetto combinato delle Olimpiadi Milano-Cortina e della Tav dà «sicuramente una dimensione di fiducia» al Paese.
Sembra dunque che siano solo i grillini a non volere la Tav in terra italiana. Ad ogni modo, per capire se e quando i lavori partiranno non dovremo aspettare molto. Ormai il tempo stringe.
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Dopo la frenata nel vertice gialloblù, il capo grillino prova a rattoppare: «Si fa ma senza penalizzare il Sud, no a nostalgie della Padania». Attilio Fontana: «È una presa in giro». Luca Zaia: «Basta manfrine, il Paese è già diviso così».La coordinatrice del progetto Tav Torino Lione, Iveta Radicova: «È tutto avviato, tirarsi indietro sarebbe un danno». Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Niente di deciso su bandi e soldi».Lo speciale contiene due articoli.Si chiama «autonomia delle Regioni» il nuovo terreno di scontro tra Lega e Movimento 5 stelle. Affrontato nell'incandescente vertice preliminare di maggioranza di martedì notte a Palazzo Chigi, dove la delegazione ministeriale leghista si era presentata già armata di un testo-base da discutere, il tema si è subito trasformato in campo di battaglia. Ed è solo per questo che poi è stato fatto velocemente «saltare» dall'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di ieri sera: per evitare che si trasformasse in un punto di non ritorno. In realtà, il conflitto è stato solo posticipato, perché si parla già di un nuovo vertice che dovrebbe tenersi mercoledì prossimo. Che le posizioni siano molto distanti, comunque, ne hanno dato una plastica rappresentazione le dichiarazioni giustapposte delle due parti. Il primo a parlare era stato il vicepremier Matteo Salvini, uscito dal vertice con lo sguardo cupo per quella che aveva definito «l'ennesima riunione a vuoto». Irritato, il leader leghista aveva aggiunto che «sull'autonomia i 5 stelle fanno muro e si nascondono dietro ai burocrati ministeriali». Evidentemente, durante il summit erano stati soprattutto i funzionari dei dicasteri (con il tacito accordo del Quirinale, molto sensibile alla questione) a segnalare le possibili controindicazioni di un incremento dei poteri tributari e delle potestà legislative da riservare alle Regioni.Ieri la Lega è tornata all'attacco. il suo capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha scagliato sul governo parole acuminate : «Le autonomie sono uno dei pilastri dell'accordo con il M5s», ha detto», «e negare quel pilastro, per la Lega, è negare uno dei punti principali del programma. Il governo non può andare avanti senza autonomie, questo è chiaro». Molinari ha aggiunto che il suo non era «un ultimatum», ma da suo ragionamento è uscito qualcosa di assai simile: «È un anno che ci stiamo ragionando, ora il percorso va chiuso. Le risposte vanno date in tempi rapidi». Anche Attilio Fontana, governatore leghista della Lombardia, uno degli enti territoriali che con Veneto ed Emilia Romagna si trova nello stadio più avanzato della trattativa per l'autonomia avviata con il governo gialloblù, ieri è stato insolitamente aggressivo: «È inutile continuare a prendere in giro la gente», ha dichiarato, «perché se il tentativo è realizzare una riforma che sarebbe una “non riforma", io dico subito che non la sottoscriverò mai». Fontana ha aggiunto un monito chiaramente indirizzato ai grillini, sia pure senza citare nessuno in particolare: «Se qualcuno sta cercando di portarci in quella direzione si sbaglia. O è un sì, ovvero una riforma seria e utile per il Paese, oppure è meglio che dicano no e basta. Chi non è d'accordo con l'autonomia che proponiamo lo dica ai milioni di persone che hanno chiesto di averla». Gli fa eco il governatore veneto Luca Zaia: «Noi abbiamo portato al referendum 2.328.000 veneti con oltre il 98% dei sì. Ci attendiamo che l'applicazione della Costituzione avvenga. Finiamola con queste manfrine del Paese di serie A e eerie B. Il paese è già così e non per colpa delle autonomie».È accaduto, insomma, proprio quello che La Verità ieri aveva previsto: cioè un'intensa accelerazione della polemica su uno dei temi più cari al Carroccio. È evidente, del resto, che la situazione di forza in cui si trova la Lega dopo la svolta delle elezioni europee offre a Salvini un momento cruciale, nel quale deve cercare di portare a casa più risultati che può. E l'autonomia regionale è ai primi posti. Il problema opposto dei 5 stelle, è invece che al proprio interno ha un'ampia frangia meridionalista contraria all'incremento dei poteri delle regioni settentrionali (soprattutto in ambito tributario e di mantenimento sul territorio dei proventi delle imposte), e il suo leader Luigi Di Maio sa bene che andare al voto sul testo - specialmente al Senato - porterebbe quasi inevitabilmente a una crisi dell'esecutivo. Per cercare di rintuzzare l'ira leghista ieri il vicepremier pentastellato ha pubblicato un lungo post su Facebook: «C'è troppo caos ingiustificato. L'autonomia la chiedono i cittadini di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna ed è giusto che si faccia. Sarà un'autonomia equilibrata, fatta bene, che gioverà veramente a Regioni e Comuni». Poi però la frenata: «Certo, alcune posizioni più estreme mi preoccupano. Non si può pensare di impoverire ancora di più regioni come la Puglia, la Calabria, la Sicilia, ma anche l'Abruzzo, il Lazio, le Marche, il Molise, la Campania e l'Umbria. Di meno ospedali, meno scuole e strade sempre più in dissesto non se ne parla». Fino alla stoccata al limite della propaganda rivolta all'alleato: «Non penso che qualcuno voglia tornare ai tempi della secessione della Padania e non ho motivo di dubitare che sapremo trovare insieme la migliore soluzione». Insomma, la Lega ha alzato la palla, ha provato a schiacciarla ma i 5 stelle hanno alzato il muro. In attesa del prossimo set. Mentre la fine della partita si avvicina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-traccheggia-sullautonomia-lombardia-e-veneto-non-ci-stanno-2638993796.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-tav-ormai-e-in-discesa-ma-toninelli-continua-ad-andare-controvento" data-post-id="2638993796" data-published-at="1775922639" data-use-pagination="False"> La Tav ormai è in discesa. Ma Toninelli continua ad andare controvento Ogni giorno che passa, sembra sempre di più che il progetto della Tav Torino Lione vedrà la luce. A dare il suo benestare ieri è stata la coordinatrice del Corridoio Mediterraneo, Iveta Radicova, a margine di un convegno all'Unione industriale di Torino. «Il risultato dell'appuntamento di ieri (di due giorni fa, ndr) a Parigi è chiaro», ha detto Radicova. «Il progetto continua. Poi da parte dell'Europa c'è il pieno rispetto per le decisioni di ogni governo che può scegliere in qualsiasi momento di ritirarsi, di spendere oppure perdere il denaro messo a disposizione. Certo, se il governo italiano fermasse tutto sarebbe un errore per il futuro dell'Europa». Il riferimento della rappresentante dell'Unione europea è al cda di Telt che si è tenuto nella capitale francese il 24 giugno. La società che gestisce gli appalti della Torino-Lione ha dato il via libera a bandi per un valore di circa un miliardo per il versante italiano che si aggiungono a quelli per quello francese. Alla riunione ha partecipato per la prima volta il neopresidente di centrodestra del Piemonte, Alberto Cirio Tutti fatti che si pongono in netto contrasto con il pensiero del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, da sempre contrario al progetto. «Non è partito alcun bando», ha detto. «Si tratta di manifestazioni di interesse da parte di eventuali imprese interessate, che durerà tre mesi e ha la clausola del recesso senza oneri e senza alcuna motivazione da parte dello Stato interessato», ha detto. Fatto sta che il presidente del Piemonte, a seguito del cda, ha parlato di una «giornata storica: con la pubblicazione dei bandi per i lavori del tunnel in Italia e il cofinanziamento dell'Unione europea sale al 55% per la parte internazionale. Ottenuto il finanziamento al 50% anche per la tratta nazionale da Bussoleno al nodo di Torino. In questo modo i lavori per l'intero tunnel di base sono banditi». Anche su questo il ministro Toninelli ha avuto da ridire. «Chi oggi afferma che sono stati aumentati i fondi europei al 55% dovrebbe avere l'onestà intellettuale di dire che serve un nuovo regolamento europeo sul Connecting Europe Facility in cui devono essere deliberate e accettate le opere in cui aumentare eventualmente quei fondi ma soprattutto deve esserci un'approvazione da parte del Parlamento europeo, per cui passano due anni», ha concluso. Ad ogni modo, il problema non sembra essere se la Tav all'interno dei nostri confini si farà, ma quando. Come ha detto il governatore Cirio, la linea ad alta velocità «si farà al 100%. Il governo riceverà la nostra lettera nella quale chiediamo di dare in fretta un segnale all'Europa che chiede certezze perché oltre ai bandi possano partire anche i capitolati di gara. Sono molto ottimista perché le elezioni europee hanno cambiato gli equilibri nel governo e il vicepremier Salvini ha assunto una posizione molto chiara e molto netta. Sono sicuro che ora anche gli altri politici confermeranno i suoi impegni», ha continuato. «Il via libera da parte del cda di Telt ai bandi per i lavori, oltre all'aumento della quota di finanziamento comunitario nella misura del 50% per la tratta nazionale e del 55% per quella internazionale, significa che è stato portato a casa un risultato: il progetto continua», ha fatto sapere attraverso una nota Dario Gallina, presidente dell'Unione Industriale di Torino parlando della Tav Torino-Lione. «Non per questo dobbiamo abbassare la guardia. E la questione tempo resta quella cruciale, se non vogliamo perdere le risorse», ha proseguito Gallina. «Basti pensare che - mentre noi siamo qui a discutere su quello che è un piccolo pezzo di un collegamento globale - la Cina ha costruito oltre 20.000 km di tratte ad alta velocità. Questo non è più ammissibile», ha aggiunto. Non solo, dunque, la Tav si farà, ma non sarà nemmeno leggera, come proposto giorni fa dal Movimento 5 stelle. Del resto, anche lo stesso vicepremier Salvini aveva auspicato che non si procedesse a costruire un'alta velocità leggera. «Una Tav leggera? Assolutamente no, auspichiamo anche noi che non lo sia», ha detto ieri ha detto ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine dell'assemblea generale di Confindustria Novara Vercelli Valsesia. «A dicembre eravamo a Torino con 11 categorie in rappresentanza delle imprese. Il messaggio era chiaro, sì alla Tav, sì alle infrastrutture, sì alla crescita e no alla procedura di infrazione». Il numero uno dell'associazione degli industriali ha aggiunto anche che l'effetto combinato delle Olimpiadi Milano-Cortina e della Tav dà «sicuramente una dimensione di fiducia» al Paese. Sembra dunque che siano solo i grillini a non volere la Tav in terra italiana. Ad ogni modo, per capire se e quando i lavori partiranno non dovremo aspettare molto. Ormai il tempo stringe.
iSrock
Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
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Si chiude con successo la missione Artemis II: la capsula Orion è rientrata sulla Terra con ammaraggio nel Pacifico dopo dieci giorni di volo e il sorvolo della Luna. L’equipaggio, recuperato al largo della California, è in buone condizioni. Per la Nasa si apre ora la fase decisiva del programma lunare.